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Santa Maria della Pace

Santa Maria della Pace si trova a un centinaio di metri da piazza Navona, nel rione Ponte, e riesce nell’impresa di restare invisibile a quasi tutti quelli che le passano accanto: il vicolo che ci porta è stretto, la piazzetta davanti è minuscola, e chi non sa dove guardare tira dritto verso la Fontana dei Quattro Fiumi senza accorgersi di aver sfiorato uno dei pezzi di barocco urbano più studiati al mondo. La facciata che Pietro da Cortona costruì per Alessandro VII a metà Seicento non è soltanto una facciata: è l’elemento centrale di un progetto che ha demolito case, allargato strade e ridisegnato un intero isolato per creare uno spazio a forma di teatro, con la chiesa al posto del palcoscenico e le case intorno al posto dei palchi. Dentro ci sono le Sibille affrescate da Raffaello nella cappella Chigi, gli affreschi di Baldassarre Peruzzi nella cappella Ponzetti, sculture di Vincenzo de’ Rossi e Cosimo Fancelli, tele di Orazio e Artemisia Gentileschi. Accanto, con un ingresso separato che confonde metà dei visitatori, c’è il chiostro che Donato Bramante progettò intorno al 1500, oggi trasformato in uno dei centri espositivi più frequentati della città. Le righe che seguono raccontano com’è nata questa chiesa, che cosa c’è davvero dentro, perché chiesa e chiostro si visitano in due modi diversi e come comportarsi con orari che sono, va detto subito, tra i più imprevedibili di Roma.

Dove si trova Santa Maria della Pace e come raggiungerla

L’indirizzo della chiesa è via Arco della Pace 5, nel rione Ponte, in quel grumo di vicoli compreso fra il lato occidentale di piazza Navona, via dei Coronari e via del Governo Vecchio. La piazzetta davanti alla facciata si chiama piazza della Pace ed è poco più larga della facciata stessa: chi arriva da via della Pace la trova all’improvviso, dopo una curva, e questo effetto sorpresa non è un caso ma il risultato voluto di un progetto urbanistico seicentesco. Il quartiere è quello della Roma del Cinquecento e del Seicento, con Palazzo Altemps a due passi, San Luigi dei Francesi dall’altro lato di piazza Navona e il Pantheon a meno di dieci minuti di cammino.

A piedi da piazza Navona

Il percorso più semplice parte dal lato lungo occidentale di piazza Navona, quello opposto alla facciata di Sant’Agnese in Agone. Imboccando via di Tor Millina e proseguendo su via della Pace si arriva alla piazzetta in tre o quattro minuti di cammino, senza possibilità di sbagliare perché la strada è una sola. Chi arriva invece dal Museo di Roma a Palazzo Braschi o da Campo de’ Fiori risale corso Vittorio Emanuele II e taglia verso nord attraverso il reticolo di vicoli fra la Chiesa Nuova e piazza Navona: il tratto è breve ma il dedalo di strade richiede un minimo di attenzione, perché le insegne sono poche e la chiesa non si vede da lontano.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una fermata della metropolitana nelle immediate vicinanze di Santa Maria della Pace: il centro storico compreso fra piazza Navona, il Pantheon e Campo de’ Fiori è una delle aree di Roma più lontane dalle tre linee metro, e chiunque arrivi con la metropolitana deve mettere in conto almeno dieci o quindici minuti a piedi dalla fermata più vicina. La soluzione più pratica sono gli autobus di superficie che percorrono corso Vittorio Emanuele II, fra cui le linee 46, 62, 64, 70, 81, 87, 492 e 628, che fermano a poche centinaia di metri e permettono di risalire verso nord in pochi minuti. La fermata di riferimento più citata è quella di corso Vittorio Emanuele II all’altezza di Sant’Andrea della Valle o della Chiesa Nuova, a seconda della direzione di arrivo.

L’indirizzo che confonde: chiesa e chiostro sulla stessa via

Il primo ostacolo pratico è che chiesa e chiostro condividono lo stesso tratto di strada e quasi lo stesso numero civico, e che le mappe digitali tendono a sovrapporli. Via Arco della Pace 5 è l’indirizzo che compare sia per la chiesa sia per il centro espositivo del Chiostro del Bramante, e chi imposta la navigazione rischia di trovarsi davanti al portone sbagliato. La regola pratica è semplice: la facciata curva con le colonne e il portico semicircolare è la chiesa, e vi si accede dalla piazzetta; il portone del chiostro è un ingresso diverso, sul fianco, con la biglietteria del centro espositivo. Sono due accessi distinti, con orari diversi, biglietti diversi e gestioni diverse, ed è la cosa che più spesso manda in confusione chi arriva senza saperlo.

La chiesa di Santa Maria della Pace vicino a piazza Navona
La chiesa di Santa Maria della Pace con il portico semicircolare di Pietro da Cortona. Foto di Sjaak Kempe from Groningen, The Netherlands, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

La piazza a forma di teatro e la facciata di Pietro da Cortona

La facciata di Santa Maria della Pace fu progettata da Pietro da Cortona per volontà di papa Alessandro VII Chigi e realizzata a partire dal 1656: è considerata uno dei punti più alti dell’architettura barocca romana non tanto per il singolo edificio, quanto per il modo in cui l’edificio e lo spazio davanti a esso furono pensati come una cosa sola. Le fonti concordano sull’avvio del cantiere nel 1656 e collocano il completamento della facciata fra il 1657 e il 1659, mentre l’intervento complessivo sulla chiesa e sugli interni si prolungò fino al 1667: chi trova indicate date leggermente diverse le sta prendendo da fasi differenti dello stesso cantiere.

Un progetto urbanistico, non solo una facciata

Il problema che Cortona doveva risolvere era concreto e per nulla estetico. La chiesa era incastrata in un tessuto medievale di vicoli strettissimi, e i fedeli aristocratici che la frequentavano arrivavano in carrozza: una volta scesi, i cocchieri non avevano modo di girare il mezzo e si creava un ingorgo permanente. La soluzione fu demolire un certo numero di edifici davanti e attorno alla chiesa per ricavare una piazza di forma irregolare, di pianta all’incirca trapezoidale, abbastanza ampia da consentire alle carrozze di invertire la marcia. È uno dei pochi casi in cui un capolavoro dell’architettura barocca nasce, letteralmente, da un problema di traffico.

Cortona però non si limitò a sgomberare lo spazio. Ridisegnò anche i fronti degli edifici rimasti ai lati, uniformandoli, e li piegò a incorniciare la chiesa come quinte teatrali. Il risultato è quello che generazioni di storici dell’architettura hanno descritto con la stessa immagine: la chiesa è il palcoscenico, la piazza è la platea, le case ai lati sono i palchi. Chi entra nella piazzetta da via della Pace vede la facciata comparire all’improvviso, isolata e monumentale, in mezzo a edifici molto più bassi e modesti, ed è esattamente l’effetto che il progetto voleva produrre. Le ali concave laterali, oltre a dare forza alla curva del portico, servivano anche a nascondere alla vista gli imbocchi delle strade retrostanti, in modo che chi guarda la facciata non sia distratto da fughe prospettiche laterali.

Il portico semicircolare

Il corpo che sporge nella piazza è un portico a pianta curva, costruito in travertino, sostenuto da sei colonne di ordine dorico toscano che reggono una trabeazione continua. Le fonti oscillano fra la definizione di portico semicircolare e quella di portico semiellittico, e la ragione è che il progetto originario prevedeva probabilmente una curva a semicerchio pieno, poi leggermente compressa in fase esecutiva per farla stare nello spazio disponibile senza invadere troppo la piazzetta. Alcuni studiosi hanno letto in questa forma un richiamo diretto al Tempietto che Bramante costruì nel cortile di San Pietro in Montorio, il che darebbe alla facciata un significato in più: un omaggio barocco all’architetto che, a pochi metri di distanza, aveva firmato il chiostro rinascimentale della stessa chiesa. Sopra il portico la superficie del secondo ordine è leggermente convessa e ospita un grande finestrone centrale ad arco, incorniciato da due timpani incastrati uno dentro l’altro, quello esterno triangolare su paraste corinzie e quello interno curvilineo su colonne corinzie.

L’iscrizione del Salmo e gli stemmi

Sulla trabeazione del portico corre un’iscrizione latina tratta dal Salmo 72 della numerazione moderna, il 71 secondo la Vulgata: Suscipiant montes pacem populo et colles iustitiam, cioè che i monti accolgano la pace per il popolo e i colli la giustizia. La scelta del versetto non è casuale e funziona su due livelli: da una parte contiene la parola pace, che è il titolo della chiesa, dall’altra nomina i monti, e i monti sono l’elemento centrale dello stemma della famiglia Chigi, quello con i sei monti sormontati dalla stella. Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, ha dunque fatto scrivere sulla facciata un versetto biblico che lo cita di nascosto. Nella stessa logica, nelle ali laterali compaiono i monti e la stella dei Chigi accanto alla quercia dei Della Rovere, la famiglia di Sisto IV che la chiesa l’aveva fondata: due papati distanti quasi due secoli messi fianco a fianco sulla stessa facciata.

Ai lati, sopra i due padiglioni minori, si trovano due tondi con ritratti a rilievo dei due papi protagonisti della storia dell’edificio, Sisto IV e Alessandro VII, circondati da putti e festoni. Lo stemma araldico che sormontava il finestrone centrale, secondo le descrizioni, fu scalpellato durante l’occupazione francese fra Sette e Ottocento, quando gli stemmi papali furono sistematicamente cancellati da molti edifici romani: è un dettaglio che si nota solo alzando lo sguardo e sapendo cosa cercare, e che racconta in una riga un intero passaggio di storia della città.

Le origini quattrocentesche: Sisto IV, l’immagine colpita e il nome della Pace

La chiesa nella forma attuale nasce nel 1482 per volontà di papa Sisto IV, ma su quel punto sorge un edificio religioso documentato almeno dalla fine del XII secolo. Le carte medievali lo chiamano Sant’Andrea de Aquarizariis, con varianti di grafia che ricorrono fra il Duecento e il Trecento, e il nome deriva quasi certamente dagli acquaricari, i venditori d’acqua che attingevano al Tevere e la filtravano dalla sabbia prima di rivenderla in città. Era una chiesa piccola, dipendente da San Lorenzo in Damaso, del tutto priva di ambizioni monumentali: il Quattrocento la trasformò in qualcosa di completamente diverso.

Il 1480 e l’immagine che avrebbe sanguinato

La tradizione popolare romana, ripresa da quasi tutte le guide della città, racconta che nel 1480 un’immagine della Vergine collocata sotto il portico della vecchia chiesa fu colpita da un soldato ubriaco e cominciò a sanguinare. Le versioni divergono sul dettaglio dell’arma: alcune fonti parlano di una pietra scagliata, altre di un colpo di coltello o di pugnale. Va detto con chiarezza che si tratta di un racconto devozionale, tramandato dalla tradizione e non di un fatto storicamente accertabile: quello che è documentato è l’effetto, cioè un’ondata di devozione popolare attorno a quell’immagine e l’interessamento diretto del pontefice.

Secondo il racconto tradizionale Sisto IV si recò di persona sul luogo e fece voto di ricostruire la chiesa. Il contesto politico in cui quel voto matura è però decisamente concreto: erano gli anni successivi alla congiura dei Pazzi del 1478, la trama fiorentina contro i Medici che aveva trascinato l’Italia centrale in una crisi diplomatica e militare, e il papa aveva promesso di erigere una grande chiesa mariana se la pace fosse tornata. La devozione popolare per l’immagine e il calcolo politico del pontefice si saldarono nello stesso cantiere, ed è questa doppia origine a spiegare sia il titolo che la chiesa avrebbe assunto sia le dimensioni dell’impresa.

Chi fu l’architetto: una questione aperta

Il cantiere partì nel 1482 e la chiesa era sostanzialmente completata entro il 1483 o il 1484, a seconda delle fonti, quando Sisto IV era già morto o stava per morire e il pontificato era passato a Innocenzo VIII. Sul nome dell’architetto la storiografia non ha raggiunto un accordo. L’attribuzione tradizionale, la più ripetuta, è a Baccio Pontelli, l’architetto fiorentino attivo a Roma sotto Sisto IV; altri studiosi hanno proposto Meo del Caprino, anch’egli fiorentino e anch’egli attivo nei cantieri sistini, e non manca chi ipotizza un lavoro a più mani. Chi legge un nome secco in una guida, senza alcuna riserva, sta ricevendo un’informazione più netta di quanto la documentazione consenta.

Perché si chiama della Pace

Anche sull’origine del titolo le fonti non concordano del tutto, e vale la pena riportare le due letture principali. La prima, molto diffusa, collega il nome alla pace di Bagnolo del 1484, che chiuse la guerra di Ferrara fra Venezia e il ducato estense con il coinvolgimento del papato e degli altri stati italiani. La seconda, riportata da altre fonti, parla più genericamente della pace conclusa fra lo Stato pontificio, Venezia e il Regno di Napoli. Le due versioni non sono necessariamente in contrasto, perché si riferiscono allo stesso groviglio diplomatico di quegli anni, ma il dettaglio esatto dell’evento a cui il titolo allude resta materia di discussione. Quello che è certo è che il nome nasce in un contesto politico preciso e non da una generica aspirazione devozionale.

Chiesa e Chiostro del Bramante: due ingressi diversi, due biglietti diversi

Chiesa e chiostro di Santa Maria della Pace sono due spazi contigui ma separati, con accessi distinti, orari distinti e regole di ingresso completamente diverse: la chiesa è un luogo di culto ad accesso libero e con orari molto ridotti, il chiostro è un centro espositivo a pagamento aperto tutti i giorni. È la prima cosa da sapere per non perdere tempo, e la fonte più frequente di malintesi fra chi arriva sul posto convinto che un biglietto solo valga per entrambi.

L’ingresso della chiesa

Alla chiesa si entra dalla piazzetta, passando sotto il portico curvo di Pietro da Cortona e varcando il portale quattrocentesco, che è uno dei pochi elementi originali della fase sistina rimasti visibili in facciata. L’ingresso è gratuito. Il problema, come si dirà più avanti in dettaglio, è che la chiesa non è aperta tutti i giorni e che gli orari indicati dalle diverse fonti non coincidono fra loro: pianificare la visita dando per scontato di trovarla aperta è il modo più rapido per restare fuori.

L’ingresso del Chiostro del Bramante

Il Chiostro del Bramante ha sul sito una scheda dedicata, che ne racconta la storia architettonica e il funzionamento come centro espositivo: qui basti dire che l’accesso avviene da un portone diverso, che c’è una biglietteria e che il prezzo varia a seconda della mostra in corso. Gli orari abitualmente indicati dal centro sono dalla domenica al giovedì dalle 10 alle 20 e il venerdì e il sabato dalle 10 alle 21, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura, ma cambiano in occasione di aperture straordinarie e periodi festivi. Le mostre temporanee che vi si susseguono sono fra le più visitate di Roma: le rassegne immersive e monografiche ospitate negli ultimi anni, fino a Flowers. Meravigliosa Natura, hanno reso il chiostro una meta frequentata anche da chi della chiesa non sa nulla.

Una curiosità su Santa Maria della Pace

La curiosità più bella riguarda il modo in cui la piazza davanti alla chiesa è nata, e vale la pena raccontarla per esteso perché ribalta l’idea che si ha di solito del barocco come arte puramente scenografica. Quando Alessandro VII incaricò Pietro da Cortona di intervenire sulla chiesa, il problema che gli veniva posto non era estetico ma logistico: la chiesa era frequentata dall’aristocrazia romana, che arrivava in carrozza, e i vicoli medievali attorno all’edificio erano talmente stretti che le carrozze, una volta arrivate davanti al portale, non potevano più girare. Ne derivava un ingorgo cronico, con mezzi che restavano incastrati e cocchieri costretti a manovre impossibili in spazi di pochi metri.

La soluzione fu radicale: abbattere gli edifici che stavano davanti alla chiesa e ai suoi lati, ricavando uno spazio libero di forma irregolare abbastanza grande da permettere l’inversione di marcia. Fin qui sarebbe stata semplice ingegneria del traffico seicentesca. Ma Cortona capì che quello spazio, una volta creato, sarebbe stato il modo in cui chiunque avrebbe guardato la chiesa per i secoli successivi, e lo progettò di conseguenza: modellò le facciate degli edifici superstiti, li uniformò, li piegò verso l’interno come quinte, calcolò le distanze in modo che la facciata comparisse improvvisamente a chi arrivava dal vicolo, e costruì il portico curvo in modo che sporgesse nella piazza abbastanza da farsi vedere di scorcio anche dalle strade laterali. Il risultato è che oggi, quando si entra in piazza della Pace, si compie un gesto che è insieme l’ingresso in una piazza e l’ingresso in un teatro.

La cosa che colpisce di più, camminandoci dentro, è quanto sia piccola. Non è una piazza monumentale come quella di San Pietro, che gioca su scale enormi: è uno slargo di pochi metri, in cui la facciata incombe e in cui non si può mai arretrare abbastanza da vederla per intero senza sforzo. Questa compressione non è un limite del progetto ma il suo punto di forza, perché obbliga lo sguardo a salire e moltiplica l’effetto di monumentalità di un edificio che, in termini assoluti, non è affatto grande.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria della Pace

Le Sibille di Raffaello si possono vedere anche quando la chiesa è chiusa, perché esiste un punto di osservazione che si raggiunge dall’interno del Chiostro del Bramante: al primo piano del chiostro, accanto alla caffetteria, una sala affacciata sulla cappella Chigi consente di guardare l’affresco da un’altezza che nessun visitatore della chiesa potrà mai avere. È l’informazione più utile che si possa dare su questo complesso, e sfugge alla maggior parte delle guide.

La Sala delle Sibille

Il centro espositivo chiama questo spazio Sala delle Sibille e lo descrive come una sala del primo piano adiacente alla caffetteria bistrot, dalla quale l’affresco di Raffaello è visibile da vicino. Il vantaggio non è soltanto quello di aggirare gli orari della chiesa: è soprattutto una questione di punto di vista. Dal pavimento della navata l’affresco si guarda dal basso, controluce rispetto al finestrone e a diversi metri di distanza, con l’inclinazione peggiore possibile per apprezzare i volti e le mani. Dal primo piano del chiostro lo si guarda quasi in asse, alla stessa altezza, e si vedono cose che dal basso non si distinguono: l’intreccio delle dita, la torsione dei colli, la qualità della pittura nei panneggi.

Perché esiste questo affaccio

Il motivo è semplicemente che chiesa e convento sono lo stesso edificio, cresciuto per addizioni successive fra Quattro e Cinquecento. Il chiostro dei canonici lateranensi è addossato al fianco della chiesa, e la cappella Chigi, che si apre sulla prima campata della navata destra, confina con gli ambienti conventuali del piano superiore. Quello che oggi è un privilegio da visitatori era, per secoli, semplicemente la parete di un corridoio di convento. Il restauro complessivo che ha riportato a nuovo il complesso e ha trasformato il chiostro in centro espositivo, concluso intorno al 2010, ha valorizzato questo affaccio rendendolo accessibile al pubblico pagante.

Che cosa si vede esattamente

L’affresco raffigura quattro Sibille, secondo la tradizione la Cumana, la Persica, la Frigia e la Tiburtina, accompagnate da angeli che recano loro la rivelazione. Le dimensioni della composizione superano i sei metri di larghezza. Sopra le Sibille, nella fascia superiore, ci sono quattro Profeti, eseguiti da Timoteo Viti, allievo di Raffaello, su disegni del maestro: le fonti li identificano con Osea, Giona, Daniele e Davide. La logica iconografica è quella classica del rapporto fra mondo pagano e rivelazione cristiana, la stessa che Michelangelo aveva messo in scena pochi anni prima sulla volta della Cappella Sistina, con cui il confronto è inevitabile e che lo stesso Raffaello aveva in mente mentre lavorava.

Una precisazione sulle date e sugli autori

La datazione più ricorrente per le Sibille è il 1514, con alcune fonti che indicano genericamente gli anni intorno al 1515. Su un punto le fonti divergono in modo significativo: alcune sostengono che l’opera sia stata in parte proseguita da Sebastiano del Piombo, altre attribuiscono a Raffaello l’intero affresco e riconoscono a Timoteo Viti soltanto i Profeti della fascia superiore. Chi trova scritto che l’affresco fu completato dopo la morte di Raffaello sta seguendo una versione poco sostenibile sul piano cronologico, dato che Raffaello morì nel 1520 e l’opera è datata sei anni prima. La prudenza consiglia di dire che l’invenzione e l’esecuzione principale sono di Raffaello, che i Profeti sono di Timoteo Viti e che sull’entità di eventuali interventi di bottega la discussione resta aperta.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria della Pace

Il consiglio pratico più importante riguarda gli orari, che a Santa Maria della Pace sono ridotti, variabili e riportati in modo contraddittorio dalle diverse fonti disponibili: qualunque programma costruito dando per certo un orario trovato online rischia di saltare. Conviene organizzare la visita in modo che la chiesa non sia l’unico obiettivo della mattinata, e considerare l’eventuale ingresso come un guadagno e non come un punto fermo del programma.

La questione degli orari, detta com’è

Le fonti consultate danno indicazioni incompatibili fra loro. Alcuni portali specializzati e alcune guide di riferimento indicano un’apertura limitata a tre mattine alla settimana, il lunedì, il mercoledì e il sabato, dalle 9 alle 12 circa, con una variante che anticipa la chiusura alle 11.45. Altri siti generalisti riportano invece un’apertura quotidiana molto più ampia, dalle 9.30 alle 18 oppure dalle 8.30 alle 19.30. La differenza non è marginale: fra le due ipotesi ballano decine di ore alla settimana. Non è possibile confermare qui quale delle due sia quella in vigore oggi, e dirlo apertamente è più utile che riportare un orario che potrebbe essere vecchio di anni. La finestra del lunedì, mercoledì e sabato mattina è quella storicamente più citata dalle fonti specializzate e resta la più prudente su cui puntare, ma la verifica diretta con la rettoria o con un contatto telefonico prima di partire è, in questo caso, davvero indispensabile.

Il piano B che funziona sempre

Poiché il chiostro è aperto tutti i giorni con orario continuato mentre la chiesa no, il modo più sicuro di vedere qualcosa di Santa Maria della Pace è passare dal Chiostro del Bramante. Dall’interno si vede l’architettura bramantesca, si sale al primo piano e si raggiunge la sala da cui l’affresco delle Sibille è visibile. Chi ha poco tempo a Roma e un solo passaggio possibile nella zona farebbe bene a considerare questa come l’opzione principale e la chiesa come un supplemento eventuale, non il contrario. Il biglietto del chiostro è legato alla mostra in corso e va verificato di volta in volta.

Combinare la visita con il resto del rione

Santa Maria della Pace funziona benissimo come tappa dentro un percorso più ampio e molto male come meta isolata. Un itinerario sensato la collega a piazza Navona e alla Stadio di Domiziano sotto la piazza, prosegue verso San Luigi dei Francesi per i Caravaggio, tocca il Pantheon e si chiude alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Chi è interessato in particolare a Raffaello può costruire una giornata tematica che unisca le Sibille alla Villa Farnesina, l’altra grande impresa romana finanziata da Agostino Chigi, lo stesso committente della cappella: è la combinazione più intelligente che si possa fare in città su questo fronte, perché mostra lo stesso artista e lo stesso mecenate in due contesti opposti, uno sacro e uno profano.

Immagine: l’affresco delle Sibille di Raffaello nella cappella Chigi, visto dalla sala del primo piano del chiostro.

Le cappelle di Santa Maria della Pace, una per una

L’interno di Santa Maria della Pace è costruito su una pianta insolita per Roma: una navata breve di due campate coperta da volte a crociera, seguita da un vano ottagonale sormontato da una cupola e chiusa da un presbiterio rettangolare. È uno schema che unisce un corpo longitudinale minimo a uno spazio centrale, e che spiega perché le cappelle si distribuiscano in due gruppi, quelle della navata e quelle affacciate sull’ottagono.

La cappella Chigi

È la prima cappella a destra entrando ed è la ragione per cui la maggior parte dei visitatori arriva fin qui. Fu commissionata da Agostino Chigi, il banchiere senese che a Roma finanziò alcune delle imprese artistiche più importanti del primo Cinquecento, e l’architettura è attribuita a Raffaello stesso. Sopra l’arco di ingresso si sviluppa l’affresco con le Sibille e gli angeli, e nella fascia superiore i quattro Profeti di Timoteo Viti. La sistemazione seicentesca dell’altare è di Pietro da Cortona, che nel suo intervento complessivo scelse deliberatamente di conservare l’affresco raffaellesco integrandolo nel nuovo assetto barocco, una scelta di rispetto che non era affatto scontata all’epoca.

L’altare ospita un altorilievo bronzeo con la Deposizione di Cristo sostenuto dagli angeli, opera di Cosimo Fancelli, incastonato in un’edicola marmorea. Ai lati due statue di sante senesi, Caterina da Siena e Bernardino, riferite a Fancelli e, secondo alcune attribuzioni, a Ercole Ferrata o ad Antonio Raggi: la scelta di due santi di Siena non è casuale ed è il modo con cui i Chigi, senesi di origine, firmavano la cappella. L’affresco ha subito nel 1816 un restauro di Paolo Palmaroli che le fonti moderne giudicano severamente, e un intervento di recupero condotto nel 2003 ha corretto gran parte di quei danni.

La cappella Ponzetti

La prima cappella a sinistra entrando è dedicata a Santa Brigida e a Santa Caterina d’Alessandria e conserva uno dei cicli meno noti e più raffinati del Rinascimento romano. La pala d’altare è di Baldassarre Peruzzi, datata 1516, e raffigura la Madonna col Bambino fra le due sante, con il cardinale Ferdinando Ponzetti inginocchiato come donatore. Nella conca absidale lo stesso Peruzzi dipinse una serie di episodi biblici di piccole dimensioni ma di esecuzione minutissima: il Sacrificio di Isacco, la Creazione di Eva, la consegna delle Tavole della Legge, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto, Davide e Golia, Giuditta e Oloferne. Nell’Adorazione dei Magi, un cane e un gatto che si fronteggiano sono il genere di dettaglio che ripaga chi si avvicina.

Sulle pareti si trovano i monumenti funebri della famiglia: uno per Beatrice e Lavinia Ponzetti, morte in una epidemia nel 1505, e uno del 1508 o 1509 fatto erigere dal cardinale Ferdinando per i propri antenati, riferito all’ambito di Luigi Capponi. Il cardinale committente, va ricordato, sarebbe stato ucciso durante il Sacco di Roma del 1527: la cappella che lo ritrae inginocchiato ha quindi undici anni di vita quando il suo committente muore nella più grande catastrofe della Roma rinascimentale.

La cappella Cesi

La seconda cappella a destra fu progettata da Antonio da Sangallo il Giovane intorno al 1525 per il cardinale Angelo Cesi ed è dedicata a Sant’Anna. La decorazione scultorea è di altissimo livello: i due monumenti funebri della famiglia Cesi sono di Vincenzo de’ Rossi, con i defunti semisdraiati su sarcofagi che poggiano su sfingi, e allo stesso scultore si devono le statue di San Pietro e San Paolo ai lati dell’ingresso. I rilievi decorativi a grottesche sull’arco sono riferiti a Simone Mosca, uno dei più raffinati ornatisti del Cinquecento italiano. Sulla volta ci sono affreschi attribuiti al Sermoneta, mentre le pitture attorno alla finestra, raffiguranti la Creazione di Eva e il Peccato originale, sono state riferite da alcune fonti a Rosso Fiorentino e da altre a Filippo Lauri, con un’oscillazione attributiva che vale la pena segnalare invece di nascondere.

Le cappelle dell’ottagono

Sui lati dello spazio ottagonale si aprono altre quattro cappelle. La cappella Olgiati, dedicata a San Giovanni Battista, ospita il Battesimo di Cristo di Orazio Gentileschi, datato 1607, uno dei dipinti più importanti della chiesa e una testimonianza notevole della prima diffusione del linguaggio caravaggesco a Roma. La cappella Benigni, dedicata a San Giovanni Evangelista, conserva una pala del Cavalier d’Arpino e due monumenti funebri della famiglia, del 1588 e del 1611, con busti di buona qualità. La cappella del Crocifisso, sul lato sinistro, custodisce un crocifisso ligneo cinquecentesco entro una cornice di stucchi dorati, e sulle pareti laterali due figure di sante, la Maddalena e Marta, attribuite ad Artemisia Gentileschi: la presenza, nella stessa chiesa, di opere di padre e figlia è una circostanza che merita di essere segnalata. La cappella della Natività ospita infine un’Adorazione dei pastori di Girolamo Siciolante da Sermoneta.

Il presbiterio e l’immagine venerata

L’altare maggiore fu disegnato da Carlo Maderno e collocato intorno al 1614, entro un cantiere che le fonti collocano fra il 1611 e il 1614 e che fu finanziato dalla famiglia Rivaldi. Quattro colonne di marmo grigio reggono la struttura, la cui funzione principale è incorniciare l’immagine quattrocentesca della Madonna col Bambino, quella legata al racconto del 1480, custodita entro una montatura in pietre dure con una corona bronzea sorretta da putti. Nell’abside, gli affreschi di Francesco Albani, eseguiti fra il 1612 e il 1614, raffigurano l’Assunzione della Vergine nella volta e un’allegoria della Giustizia e della Pace nella lunetta, con Mosè e Davide nei pennacchi. Sui pilastri dell’arco trionfale, quattro sante di Lavinia Fontana, una delle poche pittrici che nella Roma di inizio Seicento ottenne commissioni pubbliche di questo rilievo.

La cupola e gli stucchi

Il tamburo ottagonale in laterizio, con otto grandi finestroni centinati, e la cupola bassa a otto spicchi con lanterna sono riferiti ad Antonio da Sangallo il Giovane e datati dalle fonti al 1524 o al 1525, con la precisazione, riportata da alcune di esse, che l’esecuzione materiale fu affidata a Jacopo Ungarino. All’interno, la calotta è decorata con otto raggi convergenti verso un oculo ottagonale che contiene un affresco con Dio Padre attribuito a Francesco Cozza. Gli stucchi che rivestono l’intera struttura appartengono al cantiere di Pietro da Cortona e ripetono ossessivamente i monti e la stella dei Chigi accanto alla quercia dei Della Rovere. Sulla controfacciata, due figure allegoriche della Pace e della Giustizia scolpite da Cosimo Fancelli affiancano il grande finestrone circolare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il chiostro di Santa Maria della Pace è la prima opera romana di Donato Bramante, costruita fra il 1500 e il 1504 per il cardinale Oliviero Carafa, ed è l’edificio in cui l’architetto abbandona il linguaggio decorativo lombardo che aveva praticato a Milano per adottare una severità classica che avrebbe cambiato l’architettura italiana. È un fatto che tutti i manuali riportano e che quasi nessuno spiega ai visitatori nel momento in cui ci si trova dentro.

Che cosa rende quel chiostro una svolta

Bramante arriva a Roma nel 1499, dopo la caduta di Ludovico il Moro, con una carriera milanese fatta di superfici decorate, terrecotte, cornici lombarde e invenzioni prospettiche. Il chiostro della Pace è la prima cosa che costruisce nella nuova città, ed è l’esatto contrario: nessuna decorazione, nessun ornamento aggiunto, soltanto ordini architettonici, proporzioni e superfici lisce. La pianta è un quadrato perfetto, con quattro arcate per lato al piano terra impostate su pilastri con paraste ioniche applicate, e un secondo ordine trabeato in cui alle paraste corrispondono colonne libere. Il rapporto fra i due livelli segue regole di derivazione vitruviana, con il secondo ordine ridotto in altezza rispetto al primo secondo una proporzione precisa.

Che cosa si vede sotto i portici

Le lunette sul muro di fondo del portico ospitano affreschi con Storie della vita della Vergine e episodi legati alla chiesa e all’immagine venerata, riferiti da alcune fonti a Nicolò Trometta. Murati sotto i portici ci sono monumenti funebri rinascimentali di notevole qualità, fra cui quello del vescovo Giovanni Andrea Bocciacci del 1497 e quello di Laurentio Gerusino del 1498, oltre a memorie più tarde, compreso un ritratto neoclassico di una ragazza morta a sedici anni nel 1820. Un’iscrizione ricorda la dedica del cardinale Oliviero Carafa e la data 1503, e su due pilastri del piano superiore compare il suo stemma. Sono elementi che il visitatore attraversa distrattamente mentre cerca l’ingresso della mostra, ed è un peccato perché raccontano cinque secoli di storia del complesso in pochi metri quadri di muro.

La foto giusta da fare a Santa Maria della Pace

La fotografia che vale la pena fare a Santa Maria della Pace è quella della facciata inquadrata dall’imbocco di via della Pace, cioè dal punto esatto in cui Pietro da Cortona voleva che il visitatore la vedesse comparire: è la sola inquadratura che restituisce contemporaneamente l’effetto sorpresa, la curva del portico e la compressione dei vicoli attorno.

L’inquadratura dall’imbocco del vicolo

Arrivando da via della Pace, la facciata appare dopo una leggera curva e occupa quasi tutto il campo visivo. Fermandosi qualche metro prima di entrare nella piazzetta si ottiene un’immagine in cui il portico curvo sporge verso l’osservatore mentre le pareti dei palazzi laterali stringono l’inquadratura ai bordi: è la fotografia che spiega il progetto meglio di qualunque descrizione, perché mostra la chiesa incastonata nel tessuto urbano invece di isolarla. Un obiettivo grandangolare aiuta, ma non serve esagerare: la deformazione delle verticali rovina l’effetto dei due timpani sovrapposti, che è il punto più delicato della composizione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di Santa Maria della Pace si legge come una successione di cantieri distanziati di decenni, ciascuno legato a un pontificato o a una famiglia: il 1482 di Sisto IV, il 1500 di Bramante e Carafa, il 1514 di Raffaello e Chigi, il 1525 di Sangallo, il 1614 di Maderno, il 1656 di Cortona e Alessandro VII. Poche chiese romane condensano in così poco spazio una sequenza tanto continua di protagonisti di primo piano.

1482: la fondazione sistina

Il cantiere aperto da Sisto IV trasformò una chiesa parrocchiale minore in un edificio di rango papale, con un’operazione che rientrava nel più vasto programma di rinnovamento urbano promosso dal pontefice, lo stesso che a Roma ha lasciato la Cappella Sistina e ponte Sisto. La chiesa era pronta entro il 1483 o il 1484 e Sisto IV, morto nell’agosto del 1484, secondo le fonti non fece in tempo a vederla completata del tutto. Nel 1487 il complesso divenne conventuale con l’insediamento dei Canonici regolari lateranensi.

1500-1504: il chiostro di Bramante

Il cardinale Oliviero Carafa finanziò la costruzione del chiostro, affidandola a un architetto appena arrivato a Roma e ancora da verificare sul campo romano. L’iscrizione dedicatoria porta la data 1503 e le fonti collocano la conclusione dei lavori nel 1504. Quel cantiere inaugurò di fatto la stagione romana di Bramante, che nel giro di pochissimi anni sarebbe stato incaricato da Giulio II del progetto per la nuova basilica di San Pietro.

1514: Raffaello e le Sibille

Agostino Chigi, banchiere dei papi e uno degli uomini più ricchi d’Europa, ottenne il privilegio di due cappelle di patronato in questa chiesa e vi chiamò Raffaello, che per lui stava già lavorando alla villa suburbana sul Tevere oggi nota come Villa Farnesina. L’affresco delle Sibille, datato al 1514, fu eseguito negli anni immediatamente successivi alla volta della Sistina di Michelangelo e in piena attività raffaellesca nelle Stanze Vaticane: il confronto con Michelangelo, che gli studiosi leggono nelle pose e nella costruzione dei corpi, è uno dei temi ricorrenti della critica su quest’opera.

1611-1614: i Rivaldi, Maderno e Albani

Il primo Seicento portò il rifacimento del presbiterio e dell’altare maggiore, finanziato dalla famiglia Rivaldi, con la struttura marmorea disegnata da Carlo Maderno e le pitture absidali di Francesco Albani. Negli stessi anni entrarono in chiesa il Battesimo di Cristo di Orazio Gentileschi, del 1607, e le sante di Lavinia Fontana. È la fase in cui la chiesa acquisisce il suo aspetto seicentesco di fondo, prima dell’intervento più radicale.

1656-1667: Alessandro VII e Pietro da Cortona

Il cantiere più celebre è quello voluto da Alessandro VII, che secondo le fonti nasce anche da motivazioni devozionali legate a un voto alla Vergine in un periodo segnato dalla peste e da tensioni internazionali. Cortona rifece la facciata, ridisegnò la piazza, riorganizzò gli stucchi interni e sistemò la cappella Chigi rispettando l’affresco di Raffaello. L’intervento si distese lungo undici anni e trasformò definitivamente la percezione della chiesa, che da quel momento è nota soprattutto per il suo fronte barocco più che per la sua storia quattrocentesca.

Ottocento e Novecento: l’abbandono

Dopo la partenza dei canonici nel 1815 e dei domenicani nel 1823, la soppressione della parrocchia negli anni Venti dell’Ottocento e la conversione degli ambienti conventuali a usi civili, il complesso entrò in una fase lunghissima di marginalità. Dal 1832 il convento fu una dipendenza dell’università, fra il 1870 e il 1875 vi funzionò una scuola, e per gran parte del Novecento la chiesa rimase in condizioni di conservazione difficili, aperta poco e conosciuta soprattutto dagli specialisti. Nel 1587 era stata istituita la chiesa come titolo cardinalizio, e questo status ha continuato a esistere anche nei periodi di minore attività liturgica.

Chi è passato da Santa Maria della Pace

L’elenco degli artisti che hanno lavorato in Santa Maria della Pace comprende Bramante, Raffaello, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Vincenzo de’ Rossi, Simone Mosca, Marcello Venusti, Carlo Maderno, Francesco Albani, Lavinia Fontana, Orazio e Artemisia Gentileschi, Pietro da Cortona, Cosimo Fancelli e Carlo Maratta: pochi edifici a Roma mettono in fila, in poche centinaia di metri quadrati, un simile campionario di firme.

I committenti

Prima degli artisti vengono i committenti, che in una chiesa come questa sono la vera chiave di lettura. Sisto IV della Rovere fonda l’edificio; il cardinale Oliviero Carafa, napoletano, uomo di grande peso nella curia di fine Quattrocento, finanzia il chiostro; Agostino Chigi, banchiere senese, ottiene due cappelle di patronato e chiama Raffaello; il cardinale Ferdinando Ponzetti fa decorare la propria cappella da Peruzzi; il cardinale Angelo Cesi affida la sua a Sangallo il Giovane; la famiglia Rivaldi finanzia il presbiterio seicentesco; Alessandro VII Chigi, due secoli dopo il suo omonimo banchiere, chiude il ciclo con Pietro da Cortona. La chiesa è, in questo senso, una mappa del potere romano fra Quattrocento e Seicento.

I pittori e gli scultori

Raffaello è la presenza più celebre, ma il livello complessivo della decorazione pittorica è alto ovunque. Peruzzi, nella cappella Ponzetti, dà una delle prove più delicate della sua carriera. Orazio Gentileschi porta in chiesa un dipinto del 1607 che appartiene alla stagione decisiva del naturalismo romano. Artemisia Gentileschi compare con due figure di sante, in un’epoca in cui le commissioni pubbliche a pittrici erano rarissime, condizione che condivide con Lavinia Fontana, presente sui pilastri dell’arco trionfale. Fra gli scultori, Vincenzo de’ Rossi firma i monumenti Cesi, Simone Mosca gli ornati, Cosimo Fancelli il bronzo della cappella Chigi e le allegorie della controfacciata.

Il rione intorno: che cosa vedere a due passi

Santa Maria della Pace si trova nel punto in cui il rione Ponte e il rione Parione si toccano, una delle aree a più alta densità monumentale di Roma: entro un raggio di cinquecento metri si contano decine di chiese, palazzi e musei di primo piano. È un contesto che conviene sfruttare, perché la chiesa da sola occupa al massimo una mezz’ora di visita.

Piazza Navona e i suoi sotterranei

Il riferimento più ovvio è piazza Navona, a pochi metri, con la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini al centro e la facciata di Sant’Agnese in Agone di Borromini sul lato lungo. Sotto la piazza, lo Stadio di Domiziano conserva i resti dell’impianto romano che ha dato alla piazza la sua forma allungata: è una visita che dura poco e che spiega meglio di qualunque cartello perché piazza Navona abbia quella pianta.

Domande frequenti su Santa Maria della Pace

Dove si trova Santa Maria della Pace a Roma?

Santa Maria della Pace si trova in via Arco della Pace 5, nel rione Ponte, a circa cento metri dal lato occidentale di piazza Navona. Ci si arriva a piedi in tre o quattro minuti da piazza Navona percorrendo via di Tor Millina e via della Pace, oppure con gli autobus che fermano lungo corso Vittorio Emanuele II, fra cui le linee 46, 62, 64, 70, 81, 492 e 628.

Quanto costa entrare a Santa Maria della Pace?

L’ingresso alla chiesa di Santa Maria della Pace è gratuito, come in tutte le chiese di Roma aperte al culto. Il Chiostro del Bramante che le sta accanto è invece un centro espositivo a pagamento, con un biglietto il cui prezzo cambia a seconda della mostra temporanea in corso: chiesa e chiostro sono due accessi distinti e il biglietto del chiostro non dà diritto a entrare in chiesa.

Quali sono gli orari di apertura di Santa Maria della Pace?

Gli orari di Santa Maria della Pace sono ridotti e riportati in modo contraddittorio dalle fonti disponibili, quindi vanno verificati prima di andare. Diverse guide specializzate indicano un’apertura limitata al lunedì, mercoledì e sabato mattina, orientativamente dalle 9 alle 12, mentre altri siti riportano orari quotidiani molto più ampi. Non essendo possibile confermare quale indicazione sia aggiornata, conviene contattare direttamente la rettoria prima di programmare la visita.

Le Sibille di Raffaello a Santa Maria della Pace si possono vedere anche se la chiesa è chiusa?

Sì, le Sibille di Raffaello si possono vedere anche dal Chiostro del Bramante, che è aperto tutti i giorni: al primo piano del chiostro, accanto alla caffetteria bistrot, una sala affacciata sulla cappella Chigi permette di osservare l’affresco quasi alla stessa altezza. È un punto di vista migliore di quello che si ha dal pavimento della chiesa, dove l’affresco si guarda dal basso e in controluce.

Chi ha progettato la facciata di Santa Maria della Pace?

La facciata di Santa Maria della Pace è opera di Pietro da Cortona, che la realizzò a partire dal 1656 per volontà di papa Alessandro VII Chigi. Il progetto comprendeva anche la demolizione di alcuni edifici e la creazione della piazzetta antistante, pensata per permettere alle carrozze di invertire la marcia: è per questo che gli storici dell’architettura la citano come esempio di integrazione fra edificio e spazio urbano.

Quanto tempo serve per visitare Santa Maria della Pace?

Per visitare la chiesa di Santa Maria della Pace bastano venti o trenta minuti, sufficienti a vedere le cappelle principali, l’affresco delle Sibille e il presbiterio. Aggiungendo il Chiostro del Bramante e la mostra in corso occorre calcolare almeno un’ora e mezza in più, a seconda delle dimensioni dell’esposizione. Chi vuole combinare la visita con piazza Navona e le chiese vicine faccia conto su mezza giornata.

Si possono fare fotografie dentro Santa Maria della Pace?

Alcune fonti segnalano che dentro Santa Maria della Pace la fotografia non è consentita, quindi conviene chiedere sul posto prima di scattare. In ogni caso, trattandosi di un luogo di culto con affreschi cinquecenteschi, l’uso del flash va evitato sempre. All’esterno non ci sono restrizioni e la facciata con il portico semicircolare è uno dei soggetti fotografici più riusciti del rione Ponte.

Santa Maria della Pace è adatta ai bambini?

Santa Maria della Pace è una visita breve e non presenta difficoltà particolari per i bambini, ma è una chiesa piccola in cui è richiesto il silenzio e in cui non ci sono percorsi dedicati alle famiglie. Il Chiostro del Bramante accanto è invece attrezzato per il pubblico più giovane e propone abitualmente attività didattiche per le scuole e laboratori per bambini e famiglie legati alle mostre in corso.

Che differenza c’è fra la chiesa di Santa Maria della Pace e il Chiostro del Bramante?

La chiesa di Santa Maria della Pace e il Chiostro del Bramante sono due parti dello stesso complesso ma si visitano separatamente: la chiesa è il luogo di culto quattrocentesco con la facciata barocca e le cappelle affrescate, ad accesso libero e con orari ridotti, mentre il chiostro rinascimentale di Bramante è oggi un centro espositivo a pagamento aperto tutti i giorni. Gli ingressi sono due portoni diversi sulla stessa via.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

Santa Maria della Pace va inserita in un percorso e non trattata come meta a sé stante: la visita interna è breve, gli orari sono imprevedibili e il valore dell’esperienza cresce moltissimo se la si collega alle tappe che le stanno intorno, da piazza Navona a San Luigi dei Francesi fino al Pantheon. La strategia più sicura resta quella di passare dal Chiostro del Bramante, che è aperto ogni giorno e che offre l’accesso alla vista ravvicinata sulle Sibille, e di considerare l’eventuale apertura della chiesa come un guadagno inatteso. Chi riesce a trovarla aperta dovrebbe entrare senza fretta: mezz’ora in una chiesa di questo livello vale più di tre monumenti attraversati di corsa.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro storico di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste fra piazza Navona, il Pantheon e Campo de’ Fiori, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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