Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Chi arriva in cima a viale delle Belle Arti si aspetta il marmo. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna, le accademie straniere, la facciata della facoltà di Architettura: Valle Giulia è il quartiere dove Roma ha deciso, fra Otto e Novecento, di mettere in scena la propria idea di cultura ufficiale. Poi si gira in via Antonio Gramsci, si percorrono duecento metri, e davanti agli occhi compare una cosa che con quel discorso non ha nulla da spartire: un volume basso e squadrato di cemento armato, con grandi aperture regolari e una passerella che lo separa dalla strada, sospeso sopra un giardino che dalla via non si vede ma che si intuisce dalle chiome. È l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma, e da oltre sessant’anni è probabilmente il pezzo di architettura più estraneo, e più riuscito, dell’intero quartiere.
Lo dico da subito, perché è la cosa che serve sapere prima di tutte le altre: l’Istituto non è un museo. Non si paga un biglietto, non si entra quando si vuole, non c’è una collezione permanente da percorrere con l’audioguida. È un ente culturale che lavora, con una biblioteca vera frequentata da studiosi veri, un auditorium che ospita rassegne, una sala mostre e dei corsi di lingua che vanno avanti tutto l’anno. Il giardino, che è la ragione per cui la maggior parte delle persone cerca questo indirizzo, si visita in alcuni periodi dell’anno con percorsi guidati gratuiti su prenotazione, e basta questo a spiegare perché in certe settimane i posti si esauriscano nel giro di poche ore e per il resto dell’anno il cancello rimanga chiuso a chi passa per caso.

Dove si trova l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma e come ci si arriva davvero
L’indirizzo è via Antonio Gramsci 74, nel quadrante di Valle Giulia che appartiene amministrativamente al rione Pinciano ma che nella testa dei romani è un’appendice colta di Villa Borghese. Si trova sul versante orientale della valle, di fronte alla facoltà di Architettura della Sapienza e a poche decine di metri dalla Galleria d’Arte Moderna e dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Chi ha in testa la geografia del parco può orientarsi così: l’Istituto si colloca sul bordo nord del grande recinto verde, nella fascia di accademie e istituti stranieri che scende verso il Tevere e il quartiere Flaminio.
La difficoltà per chi non conosce la zona è che Valle Giulia non ha una fermata della metropolitana sua. La stazione più utile è Flaminio, sulla linea A, che si apre su Piazza del Popolo: da lì si sale a piedi per viale delle Belle Arti, e la camminata dura fra i venti e i venticinque minuti con una pendenza costante ma mai faticosa. Chi preferisce accorciare può prendere il tram 2 da piazzale Flaminio e scendere a Belle Arti, che è la fermata giusta: da quel punto l’Istituto si raggiunge in cinque o sei minuti a piedi risalendo la via. Il tram 19, che arriva dai quartieri a est, ferma anch’esso in zona e serve chi viene da San Lorenzo, Verano o Prati passando per viale Regina Margherita.
Esiste poi la via che consiglio a chi ha tempo e gambe: entrare a Villa Borghese dal Pincio e attraversare tutto il parco in direzione nord, passando accanto al laghetto di Villa Borghese, al Bioparco e alla fascia dei viali alberati, fino a sbucare da uno degli accessi che si aprono su viale delle Belle Arti. Sono quaranta minuti di passeggiata che non annoiano mai e che hanno il vantaggio di far capire, con le gambe e non con la cartina, che l’Istituto non è un edificio isolato in un quartiere residenziale ma il tassello finale di un sistema di verde e di musei che comincia in cima alla scalinata di Trinità dei Monti.
In automobile la faccenda si complica. Via Antonio Gramsci è una strada stretta, in parte a senso unico, e i posti auto sono quasi tutti occupati da chi lavora nelle accademie, all’università e negli istituti. Nelle giornate in cui la facoltà di Architettura ha lezione la situazione peggiora sensibilmente. Chi proprio deve venire con il mezzo proprio conviene che punti al parcheggio di Villa Borghese sotto viale del Galoppatoio e poi faccia il resto a piedi, oppure che lasci l’auto nella zona del Flaminio e salga con il tram. Il taxi ovviamente arriva davanti al portone, ma sul ritorno raramente se ne trova uno che passi per caso: si chiama, e si mette in conto qualche minuto di attesa.
Che cosa è davvero l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma: un ente, non un museo
Inaugurato nel 1962, l’Istituto giapponese di cultura in Roma (ローマ日本文化会館, Rōma Nihon bunka kaikan, in inglese Japanese Cultural Institute) nasce con uno scopo dichiarato e semplice: diffondere la cultura giapponese in Italia. Detta così sembra una formula da comunicato, ma dietro c’è una scelta politica precisa del Giappone del dopoguerra, che nel giro di pochi anni decise di costruire una rete di presìdi culturali nelle capitali occidentali per ricostruire la propria immagine internazionale attraverso la lingua, il libro, il cinema, il teatro e il giardino, e non attraverso l’economia soltanto.
Oggi l’Istituto romano è una delle venticinque sedi estere della Japan Foundation distribuite in ventiquattro Paesi del mondo, e una delle sole tre a fregiarsi del titolo di “Istituto giapponese di cultura”, insieme con quelle di Colonia e di Parigi. È una distinzione che si legge di rado nelle guide e che invece pesa: le altre sedi sono uffici della fondazione, queste tre sono istituti veri e propri, con edificio di rappresentanza, biblioteca, spazi per il pubblico e una autonomia di programmazione che altrove non esiste.
C’è di più, ed è il punto che dà a questo indirizzo il suo posto nella storia. L’Istituto di cultura giapponese in Roma è stato il primo ente del suo genere fondato dalla Società per la promozione delle relazioni culturali internazionali (国際文化振興会, Kokusai bunka shinkōkai), un organo interno del Ministero degli affari esteri del Giappone. Il primo, non uno dei primi: Roma fu il banco di prova di un modello che sarebbe poi stato replicato altrove. Dopo dieci anni di attività la Società venne sostituita, nel 1972, dalla Japan Foundation (国際交流基金, Kokusai kōryū kikin), ente ad amministrazione indipendente, che ereditò la gestione dell’Istituto romano e di tutte le altre sedi fondate nel frattempo in altre città del mondo.
Questo passaggio del 1972 non è un dettaglio burocratico. Significa che l’edificio di via Gramsci nasce sotto una logica ministeriale, quasi diplomatica, e prosegue la propria vita sotto una logica di fondazione, più simile a quella di un’istituzione culturale indipendente. Il risultato, visibile ancora adesso, è un ente che ha l’architettura della rappresentanza e il funzionamento di un centro studi: la sala grande per le cerimonie e i concerti, ma anche il bancone della biblioteca dove uno studente di giapponese chiede un dizionario in prestito.
Fra i vari direttori che si sono succeduti alla guida della sede romana si ricordano il geografo Kei’ichi Takeuchi e gli italianisti Tomotada Iwakura, linguista, e Kazufumi Takada, studioso di teatro. Vale la pena fermarsi un attimo su questi nomi, perché raccontano una scelta: l’Istituto non è stato quasi mai affidato a funzionari di carriera, ma a studiosi che avevano un rapporto personale e professionale con l’Italia. Un geografo che aveva lavorato sul paesaggio italiano, un linguista che conosceva la nostra lingua dall’interno, uno studioso di teatro capace di leggere il rapporto fra il nō e le forme sceniche europee. Da questa impostazione discende la fisionomia della programmazione, che in oltre sessant’anni ha quasi sempre preferito il confronto alla vetrina.
L’attività dell’Istituto si articola su due binari distinti, e conoscerli aiuta a capire che cosa succede davvero dietro quelle finestre. Il primo binario consiste nell’organizzare e attuare una programmazione propria, che si traduce in manifestazioni culturali per una migliore conoscenza della cultura giapponese: mostre, conferenze, concerti, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, incontri con autori, presentazioni di traduzioni. Il secondo binario, meno visibile ma altrettanto sostanzioso, consiste nel coordinare e assistere i programmi della Japan Foundation sul territorio italiano e nel raccogliere informazioni e dati: borse di studio, scambi fra università, sostegno alla ricerca, mappatura di chi in Italia si occupa di Giappone.
L’edificio di Isoya Yoshida: stile Heian e cemento armato
L’edificio che ospita l’Istituto è composto da tre piani fuori terra e contiene un auditorium, una sala mostre e una biblioteca che conserva circa 35.000 volumi. Detta in questi termini è la descrizione di un qualunque centro culturale di media grandezza. Quello che rende questo corpo di fabbrica un caso di studio è il modo in cui è stato progettato.
L’autore è l’architetto Isoya Yoshida, uno dei nomi maggiori dell’architettura giapponese del Novecento, figura nota in patria per il lavoro sulla continuità fra la tradizione costruttiva in legno e i materiali moderni. A Roma Yoshida ha fatto una cosa che sulla carta sembra un azzardo: ha preso il linguaggio e i materiali dell’architettura tradizionale giapponese, reinterpretando in chiave moderna lo stile Heian, cioè il repertorio formale che in Giappone si consolida fra il IX e il XII secolo, e lo ha fuso con lo stile brutalista in cemento armato che negli anni Sessanta dominava la scena internazionale.
Il risultato è un edificio che a prima vista sembra semplicemente severo e che, guardato con un minimo di attenzione, rivela una grammatica precisa. La scansione delle aperture riprende il ritmo dei montanti e dei traversi di una struttura lignea tradizionale, ma è realizzata in calcestruzzo a vista. Gli aggetti orizzontali sono la traduzione in cemento delle gronde profonde dell’architettura giapponese, quelle che servono a proteggere le pareti dalla pioggia battente e a creare quella fascia di penombra che in Giappone si considera parte integrante dello spazio abitato. I parapetti delle terrazze, le balaustre, il modo in cui il volume si appoggia al terreno invece di affondarci dentro: tutto rimanda a un repertorio che qui viene trasposto in un materiale che quel repertorio non aveva mai conosciuto.
Dentro, la logica prosegue. Gli ambienti di rappresentanza si aprono verso il giardino con grandi superfici vetrate, secondo un principio che in Giappone è quasi un obbligo: l’edificio non guarda la strada, guarda il verde. Chi entra per una conferenza o per una mostra si trova quindi in una condizione insolita per Roma, con il paesaggio artificiale del giardino che funziona da quadro permanente alle spalle di chi parla. L’auditorium, dimensionato per un pubblico di dimensioni contenute, ha la scala giusta per le proiezioni, i concerti di musica tradizionale e le conferenze, e non ha nessuna ambizione di competere con le grandi sale della città come l’Auditorium Parco della Musica, che si trova a un paio di chilometri di distanza e appartiene a un ordine di grandezza completamente diverso.
La sala mostre, al piano che si affaccia sul giardino, ospita esposizioni temporanee di durata variabile, spesso dedicate a fotografia, grafica, artigianato, calligrafia, design e arte contemporanea giapponese. Non ci sono collezioni permanenti esposte e non esiste un percorso museale stabile: chi arriva sperando di trovare un museo di arte giapponese sta cercando l’indirizzo sbagliato e dovrebbe puntare piuttosto al Museo nazionale d’arte orientale Giuseppe Tucci, confluito nel Museo delle Civiltà, che di collezione permanente ne ha una e considerevole.

Una curiosità su Istituto Giapponese di Cultura in Roma
La curiosità riguarda il titolo. Nel mondo esistono venticinque sedi estere della Japan Foundation, distribuite in ventiquattro Paesi, e soltanto tre di esse possono chiamarsi “Istituto giapponese di cultura”: Roma, Colonia e Parigi. Tre città europee, nessuna asiatica, nessuna americana. Chi si aspetterebbe di trovare fra le sedi di rango massimo New York, Londra o Pechino resta sorpreso, e la sorpresa ha una spiegazione storica.
Quando negli anni Cinquanta e Sessanta il Giappone decise di dotarsi di presìdi culturali all’estero, la mappa mentale dei suoi funzionari non era quella dell’economia globale ma quella della tradizione umanistica. Roma, Parigi e Colonia rappresentavano, in quella mappa, tre poli di prestigio culturale europeo con i quali il Giappone intratteneva da decenni rapporti di studio: l’archeologia e la storia dell’arte a Roma, la filosofia e la germanistica in area renana, la letteratura e la teoria a Parigi. Le sedi che nacquero lì ricevettero l’edificio, il giardino, la biblioteca e il titolo pieno. Le altre nacquero come uffici.
C’è poi una seconda curiosità, più minuta ma che diverte chi ha orecchio per le lingue. Il nome giapponese dell’Istituto, ローマ日本文化会館, si traslittera Rōma Nihon bunka kaikan e si traduce alla lettera come “padiglione della cultura giapponese di Roma”. Il termine kaikan indica un edificio pubblico destinato a riunioni e attività collettive, e non ha nulla dell’idea europea di “istituto”, che rimanda a una struttura amministrativa. La differenza fra le due parole racconta due modi diversi di immaginare la stessa cosa: per noi un ente con un direttore e un organigramma, per loro una sala grande in cui la gente si riunisce. Chi ha visitato l’edificio capisce che la parola giapponese è la più precisa delle due.
Il giardino di Ken Nakajima: il primo giardino giapponese d’Europa
L’Istituto è collocato in un ampio giardino dalle forme fluide, in contrasto voluto con quelle severe dell’edificio, realizzato secondo la tradizione giapponese e dotato di laghetto, cascata e ponticello. È stato progettato e realizzato da Ken Nakajima contemporaneamente alla costruzione dell’edificio, ed è considerato il primo giardino giapponese mai realizzato in Europa da maestranze giapponesi.
Quest’ultima precisazione va letta con attenzione, perché è la parte che di solito viene semplificata male. Giardini di gusto giapponese in Europa ne esistevano già da decenni: la moda del giapponismo aveva riempito i parchi ottocenteschi di ponticelli rossi, lanterne di pietra e aceri, e non c’è capitale europea che non abbia un angolo del genere in qualche orto botanico. Ma quelli erano giardini progettati da paesaggisti europei che interpretavano un repertorio esotico. Qui la cosa è diversa: progetto giapponese, maestranze giapponesi, materiali e tecniche importate, regole costruttive rispettate. È la differenza fra una citazione e un originale, e a Roma è arrivato l’originale.
Il giardino appartiene alla famiglia dei giardini da passeggio, quelli che in Giappone si chiamano kaiyū-shiki teien e che si visitano percorrendo un sentiero che gira attorno a uno specchio d’acqua. La regola di questi impianti è che il percorso non deve mai mostrare tutto in una volta: a ogni curva una porzione del paesaggio si nasconde e un’altra si apre, così che il visitatore accumuli una sequenza di quadri invece di un colpo d’occhio unico. È una idea di giardino esattamente opposta a quella italiana, dove l’asse prospettico serve a farti vedere subito l’intero e a misurarne la simmetria. A Valle Giulia i due sistemi si trovano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, e chi nella stessa giornata percorre i viali di Villa Borghese e poi il sentiero del giardino giapponese fa senza accorgersene un corso accelerato di storia del paesaggio.
Gli elementi che si incontrano lungo il percorso sono quelli canonici, disposti però secondo un progetto che tiene conto del clima e della luce di Roma. Lo specchio d’acqua occupa il centro della composizione e ha una forma irregolare, calcolata perché da nessun punto di vista se ne colga l’intero perimetro. La cascata arriva da un salto di quota naturale del terreno di Valle Giulia, sfruttato invece di essere corretto, secondo il principio giapponese per cui il giardino deve assecondare la conformazione del suolo. Il ponticello attraversa lo specchio d’acqua nel punto in cui la vista è più larga, ed è pensato come una stazione di sosta, non come un semplice passaggio: chi ci arriva si ferma, perché il progetto lo obbliga a farlo.
Poi c’è la pietra, che in un giardino giapponese conta quanto le piante e a volte di più. Le rocce non sono ornamento: la loro posizione, l’inclinazione, il rapporto fra una pietra verticale e una coricata, la parte che resta interrata rispetto a quella emergente, rispondono a regole codificate da secoli di trattatistica. Un giardiniere giapponese legge un gruppo di pietre come noi leggiamo una frase, e la maggior parte dei visitatori europei lo attraversa senza accorgersi che si tratta di un testo. Se c’è un motivo per cui la visita guidata è preferibile alla visita libera, è proprio questo: qualcuno che spieghi la sintassi delle pietre trasforma una passeggiata piacevole in una lettura.
Il patrimonio vegetale mescola specie giapponesi e specie adattate al clima mediterraneo. Aceri, ciliegi ornamentali, pini modellati secondo le tecniche di potatura tradizionali, bambù, azalee, iris in prossimità dell’acqua, muschi dove l’ombra lo consente. La potatura, in un giardino di questo tipo, è un lavoro continuo e determinante: un pino giapponese non è una pianta che cresce, è una pianta che viene costruita anno dopo anno, ramo per ramo, e un anno di manutenzione saltata si vede per un decennio. Chi visita il giardino di via Gramsci e lo trova in ordine sta osservando il risultato di sessant’anni di lavoro ininterrotto, non un effetto spontaneo.
La stagionalità, in un impianto così, è la struttura portante e non un accessorio. Il giardino giapponese è progettato per cambiare aspetto in modo radicale quattro volte l’anno, e ogni stagione ha i suoi protagonisti: la fioritura dei ciliegi a primavera, il verde profondo e l’acqua che rinfresca in estate, il rosso degli aceri in autunno, la struttura nuda delle pietre e dei rami in inverno. Un giardino italiano progettato bene resta bello tutto l’anno perché la sua geometria non cambia; un giardino giapponese progettato bene è quattro giardini diversi. Chi lo vede una volta sola ne conosce un quarto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Istituto Giapponese di Cultura in Roma
La cosa che non viene quasi mai detta è che il giardino non è visibile dalla strada e non è pensato per esserlo. Chi passa in via Antonio Gramsci vede una recinzione, un cancello, un edificio in cemento e delle chiome che spuntano oltre il muro. Nient’altro. Molte persone arrivano fin lì convinte di poter almeno dare un’occhiata da fuori, e tornano indietro con la sensazione di avere sbagliato indirizzo. Non hanno sbagliato indirizzo: il giardino è progettato per essere guardato dall’interno dell’edificio e dal sentiero, e l’idea stessa di un affaccio su strada sarebbe contraria alla sua logica. In Giappone il giardino di un’istituzione non si mostra ai passanti, si mostra a chi entra.
La seconda cosa che non viene detta riguarda il regime di accesso, ed è la ragione per cui molte visite vanno a vuoto. L’accesso al giardino avviene esclusivamente tramite visite guidate gratuite su prenotazione, e queste visite si svolgono soltanto in alcuni periodi dell’anno. Non esiste un orario di apertura continuativo, non esiste un biglietto da acquistare all’ingresso, non esiste la possibilità di entrare perché si passava di lì. Quando le aperture vengono annunciate, i posti disponibili si esauriscono rapidamente, perché la domanda romana per questo giardino è largamente superiore alla capienza di un percorso guidato a piccoli gruppi. Chi vuole entrare deve organizzarsi in anticipo e seguire i canali ufficiali dell’Istituto: qualunque altra informazione su date e modalità, letta altrove, va verificata alla fonte perché cambia di anno in anno.
Terza cosa, che riguarda il rapporto fra l’Istituto e la città. Molti romani che vivono a due passi da via Gramsci non sanno che esiste un giardino giapponese in quel punto, e ancora meno sanno che l’Istituto organizza conferenze, proiezioni e concerti aperti al pubblico, spesso a ingresso libero, in una sala che non ha problemi di capienza come i grandi teatri. La programmazione culturale è la porta più facile per entrare in questo edificio, e paradossalmente è meno frequentata delle visite al giardino, che sono la porta più difficile. Chi vuole vedere l’interno dell’edificio di Isoya Yoshida ha più probabilità di riuscirci iscrivendosi a una conferenza che mettendosi in lista per il giardino.
Quarta e ultima. La biblioteca dell’Istituto è una biblioteca aperta agli utenti interessati e non un deposito riservato al personale. Il fatto che conservi circa trentacinquemila volumi non la rende un archivio inaccessibile: è uno strumento di lavoro concepito per essere usato da studenti, ricercatori, traduttori e appassionati. Le modalità di accesso e gli orari li stabilisce l’Istituto e vanno verificati direttamente, ma l’idea che si tratti di un luogo chiuso è semplicemente sbagliata.
Il consiglio che ti do per visitare Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Il consiglio principale è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: non venire qui a caso. Questo indirizzo punisce l’improvvisazione come pochi altri a Roma. Il giardino richiede prenotazione, le mostre hanno calendari propri, le conferenze si tengono in date stabilite, la biblioteca ha orari di servizio. Chi arriva senza avere controllato prima che cosa sia in programma quel giorno trova un cancello e una targa, e la delusione è garantita.
Il secondo consiglio riguarda la scelta della stagione, se l’obiettivo è il giardino. Le due finestre visive più forti sono la fioritura primaverile e il foliage autunnale, e su questo non c’è discussione. Ma c'è una considerazione da fare: la primavera è affollatissima e la competizione per i posti è feroce, mentre l’autunno, pur essendo altrettanto spettacolare, muove numeri inferiori. Se si ha la possibilità di scegliere, il rapporto fra bellezza e facilità di accesso premia l’autunno. In più, la luce bassa di ottobre e novembre su un giardino con l’acqua al centro fa cose che la luce verticale di aprile non fa.
Terzo consiglio: la visita al giardino dura poco, e questo spiazza chi si è organizzato la giornata attorno a essa. Un percorso guidato in un giardino di queste dimensioni si esaurisce in meno di un’ora, perché il giardino non è grande e perché il numero di persone in coda per entrare impone una rotazione. Conviene quindi costruirsi intorno una giornata di Valle Giulia, e non il contrario. Un esempio di programma che funziona: mattinata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che richiede almeno due ore e che regala uno dei chiostri più belli della città, pranzo leggero in zona, visita al giardino giapponese nel primo pomeriggio, chiusura alla Galleria d’Arte Moderna oppure con una passeggiata dentro Villa Borghese fino al Pincio per il tramonto.
Quarto consiglio, di comportamento. Nel giardino non si esce dal sentiero, non si toccano le pietre, non si entra nell’acqua e non si raccoglie nulla, neppure una foglia caduta. Sembra ovvio e invece va detto, perché in un giardino giapponese anche il muschio è parte del progetto e un passo fuori percorso lascia un segno che impiega mesi a sparire. Il personale è cortese e non fa la voce grossa, ragione in più per non costringerlo a intervenire. Vale anche una raccomandazione sul volume della voce: il giardino è piccolo, i gruppi si incrociano, e una conversazione a voce alta rovina l’esperienza a una decina di persone contemporaneamente.
Sesto e ultimo. Chi ha un interesse serio per il Giappone e non riesce a ottenere il posto per il giardino non deve considerare la trasferta fallita. L’Istituto ha una programmazione culturale che nel corso dell’anno tocca cinema, teatro, musica, letteratura, arti applicate e lingua, e molte di queste iniziative sono gratuite o a costo simbolico. Entrare per una proiezione significa comunque attraversare l’atrio dell’edificio di Yoshida, vedere il giardino dalle vetrate e trovarsi in mezzo alla comunità di persone che a Roma si occupa davvero di Giappone. Vale il viaggio più di un selfie davanti al ponticello.
La biblioteca, i corsi di lingua e le collezioni
Al di là del giardino, che è la parte più fotografata, la sostanza quotidiana dell’Istituto sta nei servizi che offre. Vale la pena elencarli con ordine, perché sono il motivo per cui questo edificio è un luogo di lavoro e non solo un oggetto architettonico.
- Corsi di lingua giapponese articolati in quattro anni di apprendimento graduale della lingua parlata e scritta, sostenuti da un laboratorio linguistico e da mezzi audiovisivi. Quattro anni non sono uno slogan: l’impianto didattico è pensato per portare chi comincia da zero a un livello di competenza reale su lingua orale, lettura e scrittura, con la progressione sui sillabari e poi sui caratteri cinesi che scandisce l’intero percorso.
- Una biblioteca che conserva oltre 32.000 volumi e più di cento riviste, cresciuta nel tempo fino a raggiungere una consistenza complessiva di circa 35.000 titoli. È una raccolta specialistica su lingua, letteratura, storia, arte, religione, società e attualità del Giappone, con una parte consistente in lingua giapponese e una in lingue occidentali.
- Una raccolta di circa 2.500 microfilm e microschede contenenti tesi di dottorato delle università statunitensi. È il fondo più singolare dell’intera biblioteca e merita una spiegazione, che arriva fra poche righe.
- Una collezione di musica tradizionale e moderna giapponese, che copre tanto il repertorio classico quanto la produzione contemporanea, e che costituisce un fondo di ascolto difficilmente reperibile altrove in Italia.
- Documentari sulle tradizioni giapponesi, materiale audiovisivo prodotto per la divulgazione e per la didattica, utilizzato anche a supporto dei corsi e delle attività culturali.
Il fondo dei microfilm con le tesi di dottorato americane è la voce che stupisce sempre chi legge l’elenco per la prima volta. Che cosa ci fanno duemilacinquecento dissertazioni statunitensi in una biblioteca giapponese a Roma? La risposta riporta al clima culturale in cui l’Istituto è nato. Negli anni Sessanta e Settanta la ricerca accademica occidentale sul Giappone aveva il suo baricentro negli Stati Uniti, dove i grandi dipartimenti di studi asiatici producevano la maggior parte delle tesi di area. Per uno studioso europeo quel materiale era praticamente irraggiungibile: le tesi non venivano pubblicate, circolavano su microfilm attraverso servizi di riproduzione e richiedevano un viaggio o una spesa che quasi nessuno poteva permettersi. Dotare la sede romana di quella raccolta significava mettere a disposizione della comunità scientifica italiana ed europea un corpus di ricerca altrimenti inaccessibile. Oggi che moltissimo di quel materiale è consultabile in formato digitale il fondo ha perso la sua funzione di emergenza e ha acquistato un valore diverso, di documento su come si faceva ricerca prima della rete.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che il giardino di via Gramsci sia il primo giardino giapponese realizzato in Europa da maestranze giapponesi. Lo si legge ovunque, lo ripetono le guide, compare in ogni elenco di primati romani. Quello che si cita molto meno è la conseguenza di quel primato, che è la parte interessante.
Realizzare un giardino giapponese autentico fuori dal Giappone significa affrontare un problema tecnico che non riguarda il disegno ma la manutenzione. Il disegno si esporta: bastano un progettista e delle maestranze, e Ken Nakajima portò entrambi. La manutenzione no. Un giardino giapponese richiede gesti specializzati che in Europa, nel 1962, non sapeva fare praticamente nessuno: la potatura dei pini secondo le tecniche tradizionali, la gestione del muschio, la pulizia stagionale dello specchio d’acqua, la manutenzione delle strutture in legno, il riposizionamento delle pietre dopo gli assestamenti del terreno. Un giardino così non è un’opera che si consegna e si dimentica: è una pratica che va trasmessa.
Ne consegue che l’esistenza continuativa di questo giardino per oltre sessant’anni implica una catena di trasmissione di competenze che si è mantenuta attraverso generazioni di giardinieri. È un patrimonio immateriale che nessuno fotografa e che vale, in termini culturali, quanto il patrimonio materiale fatto di pietre e di piante. Quando si dice che il giardino dell’Istituto è il primo d’Europa si dice solo metà della cosa: la metà più importante è che è anche uno dei più antichi ancora in funzione secondo le regole originarie, il che in Europa è una condizione rara.
Secondo fatto poco citato: il rapporto fra il giardino e il terreno di Valle Giulia. La valle ha una conformazione naturale con un salto di quota e una vena d’acqua, ed è per questa ragione che vi si insediarono, nel Cinquecento, la villa di papa Giulio III con il suo ninfeo, e più tardi le strutture che oggi ospitano i musei. Nakajima non ha costruito un paesaggio artificiale su un terreno piatto: ha trovato una valle con dell’acqua e un dislivello, cioè esattamente le condizioni che un progettista di giardini giapponesi considera ideali, e vi ha appoggiato sopra il proprio impianto. La cascata funziona perché il terreno la permette. È un caso di incontro fortunato fra una tradizione progettuale asiatica e una topografia romana, e spiega perché il risultato non abbia l’aria posticcia che hanno molti giardini esotici europei.
La foto giusta da fare a Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Premessa doverosa: le regole sulle riprese fotografiche le stabilisce l’Istituto, cambiano a seconda dell’occasione e vanno chieste sul posto prima di tirare fuori l’attrezzatura. Nel corso delle visite guidate al giardino la fotografia personale è normalmente ammessa, ma treppiedi, attrezzature professionali e riprese a scopo commerciale sono un capitolo diverso e richiedono autorizzazione. Chiedere costa dieci secondi ed evita figure spiacevoli.
Detto questo, la foto giusta non è quella che fanno tutti. Quella che fanno tutti è il ponticello inquadrato frontalmente con il laghetto sotto, che è una immagine corretta, leggibile e assolutamente identica a diecimila altre. Se l’obiettivo è portarsi a casa un’immagine che significhi qualcosa, la strada è un’altra e passa per il principio stesso su cui il giardino è costruito.
La foto giusta è quella che mette insieme il cemento e l’acqua. Cioè un’inquadratura presa dal sentiero, in un punto in cui il volume squadrato dell’edificio di Yoshida entra nel campo alle spalle della vegetazione e si riflette, anche solo parzialmente, nello specchio d’acqua. Quella singola immagine racconta l’intera operazione culturale di questo luogo: il contrasto fra le forme fluide del giardino e quelle severe del corpo di fabbrica, che non è un incidente ma il cuore del progetto. Una foto del solo giardino potrebbe essere stata scattata in Giappone; una foto del solo edificio potrebbe essere stata scattata in una qualunque città europea degli anni Sessanta. La foto che li contiene entrambi può essere stata scattata soltanto qui.
Sul piano tecnico, qualche indicazione concreta. La luce migliore è quella laterale del tardo pomeriggio, che stacca i volumi del cemento e accende il colore delle foglie senza bruciare i riflessi sull’acqua. Il mezzogiorno estivo è il momento peggiore in assoluto: contrasto violento, ombre corte e verticali, superficie dell’acqua che diventa uno specchio abbagliante. Una focale moderatamente lunga, attorno agli ottanta o cento millimetri equivalenti, funziona meglio del grandangolo, perché comprime i piani e restituisce quella sovrapposizione di quinte che è il modo in cui un giardino giapponese vuole essere visto. Il grandangolo, al contrario, allarga lo spazio e svela l’intero impianto in una volta, distruggendo esattamente l’effetto che il progettista aveva costruito.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo indirizzo si può raccontare per snodi, e sono pochi ma pesanti.
Gli anni Cinquanta: la decisione. La Società per la promozione delle relazioni culturali internazionali, organo interno del Ministero degli affari esteri giapponese, decide di dotarsi di una sede culturale all’estero e sceglie Roma come primo esperimento. È una scelta che, vista oggi, dice molto: il Giappone uscito dalla guerra sceglie come primo interlocutore culturale in Occidente non una potenza economica ma una capitale di tradizione umanistica.
1962: l’inaugurazione. L’edificio di Isoya Yoshida e il giardino di Ken Nakajima vengono completati e l’Istituto apre. Nasce contemporaneamente il primo giardino giapponese realizzato in Europa da maestranze giapponesi. Roma acquisisce, senza che quasi nessuno se ne accorga sul momento, un pezzo di architettura contemporanea internazionale di prima grandezza.
1968: il contesto attorno. Valle Giulia diventa un nome che in Italia significa un’altra cosa. La battaglia di Valle Giulia del primo marzo 1968, davanti alla facoltà di Architettura, si svolge a poche decine di metri da qui e segna l’inizio simbolico della stagione della contestazione studentesca italiana. L’Istituto non ne è protagonista, ma da quell’anno il suo indirizzo porta addosso una memoria che non gli appartiene e che condiziona il modo in cui la zona viene percepita.
1972: il passaggio alla Japan Foundation. Dopo dieci anni di attività la Società viene sostituita dalla Japan Foundation, ente ad amministrazione indipendente, che eredita la gestione della sede romana e di tutte le altre nate nel frattempo. Il cambio di ente segna il passaggio da una logica diplomatica a una logica di fondazione culturale, con maggiore autonomia di programmazione.
I decenni successivi: la costruzione della biblioteca. Non c’è una data e non c’è un taglio del nastro, ma è probabilmente l’evento più importante della storia dell’Istituto. Dalla metà degli anni Sessanta in poi la raccolta cresce fino a superare i trentaduemila volumi e ad avvicinarsi ai trentacinquemila, si aggiungono le riviste, i microfilm delle tesi americane, i fondi musicali e i documentari. Roma diventa un luogo in cui si può studiare il Giappone senza andarci.
Il presente: il giardino come bene conteso. Negli ultimi decenni, con la crescita dell’interesse italiano per la cultura giapponese, le aperture del giardino si sono trasformate in eventi con domanda largamente superiore all’offerta. È un successo che pone un problema di gestione reale, perché un giardino di quelle dimensioni non regge flussi da museo e perché ogni ampliamento degli accessi si paga in usura del sentiero, del prato e del muschio.
Chi è passato da Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Qui conviene essere precisi e non fare l’elenco dei nomi altisonanti che non si possono documentare. Le persone di cui si può parlare con certezza sono quelle che questo luogo lo hanno fatto o diretto.
Isoya Yoshida, l’architetto dell’edificio, è la prima. Figura centrale dell’architettura giapponese del Novecento, ha lavorato per tutta la carriera sul problema di come far sopravvivere la tradizione costruttiva giapponese dentro la modernità, e a Roma ha lasciato una delle sue prove più visibili in Europa. Chi studia architettura e arriva a Valle Giulia per vedere la facoltà si trova, dall’altro lato della strada, una lezione che vale quanto quelle dell’aula.
Ken Nakajima, il progettista del giardino, è la seconda. Ha realizzato l’impianto contemporaneamente alla costruzione dell’edificio, portando in Europa un modo di fare giardini che fino a quel momento gli europei avevano soltanto imitato. Il suo nome è legato a Roma per questo primato, e il giardino di via Gramsci resta il documento principale del suo passaggio nel continente.
Kei’ichi Takeuchi, geografo, è fra i direttori che si ricordano. La geografia umana giapponese del secondo Novecento ha avuto in lui una figura di riferimento, e la sua presenza a Roma racconta il tipo di profilo che l’Istituto ha cercato ai propri vertici: studiosi, non amministratori.
Tomotada Iwakura, linguista e italianista, e Kazufumi Takada, studioso di teatro e anch’egli italianista, completano il gruppo dei direttori che la memoria dell’Istituto conserva. Entrambi lavoravano sull’italiano e sulla cultura italiana dall’interno, il che significa che la mediazione fra le due culture non era per loro un compito d’ufficio ma il proprio mestiere.
Accanto a questi nomi ci sono le migliaia di persone senza nome che questo edificio lo hanno attraversato davvero: gli studenti dei corsi di lingua, che in sessant’anni si contano a migliaia e che hanno prodotto buona parte dei traduttori, degli interpreti e dei giapponesisti italiani in attività; i ricercatori che hanno consumato i microfilm delle tesi americane in un’epoca in cui non esisteva alternativa; i giardinieri che hanno tenuto in vita l’impianto di Nakajima attraverso decenni di potature, e che sono probabilmente le persone che hanno passato qui il maggior numero di ore in assoluto.
Come si visita il giardino e quando andare
Il punto da cui partire è quello già detto e che conviene ripetere, perché è la causa della maggior parte dei viaggi a vuoto: il giardino è visitabile in alcuni periodi dell’anno con un percorso guidato su prenotazione, e le visite sono gratuite. Non esiste un ingresso libero, non esiste una biglietteria, non esiste un orario di apertura permanente. Date, finestre di apertura, modalità e tempi di prenotazione vengono stabiliti dall’Istituto e comunicati attraverso i propri canali ufficiali: chiunque riporti altrove date precise, compresa qualunque guida stampata, riporta informazioni che valgono per l’anno in cui sono state scritte e che possono non valere più. La verifica alla fonte, prima di partire, non è un consiglio di prudenza ma una condizione di riuscita.
Sulla scelta del momento, le variabili sono tre. La prima è la stagione, e il giardino dà il meglio nelle due finestre della fioritura primaverile e del colore autunnale, con l’autunno che risulta più accessibile perché meno conteso. La seconda è l’ora del giorno: il primo pomeriggio dei mesi freddi e il tardo pomeriggio dei mesi caldi offrono la luce laterale che valorizza sia l’acqua sia il cemento, mentre il pieno mezzogiorno appiattisce tutto. La terza è il meteo, e qui vale un’osservazione che sorprende: una giornata di cielo velato o di pioggia leggera è una condizione eccellente per un giardino giapponese, perché il muschio si ravviva, le pietre cambiano colore e la superficie dell’acqua smette di abbagliare. Chi rinuncia alla visita perché è nuvolo rinuncia per il motivo sbagliato.
Cosa c’è intorno all’Istituto Giapponese di Cultura in Roma
La concentrazione culturale attorno a questo indirizzo è fra le più alte di Roma, e questo trasforma un ostacolo in un vantaggio: se il giardino non è visitabile, la giornata si salva comunque senza spostarsi di mezzo chilometro.
A cento metri si trova il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ospitato nella villa cinquecentesca di papa Giulio III, con il ninfeo, i cortili e la collezione etrusca più importante al mondo. Poco più in là la Galleria d’Arte Moderna di Roma e, sul versante di viale delle Belle Arti, la Galleria Nazionale con le raccolte otto e novecentesche. Scendendo verso il Flaminio si arriva al MAXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo, e all’Auditorium Parco della Musica, che d’estate diventa uno dei motori della stagione dei concerti romani.
Dal lato opposto si apre Villa Borghese, e dentro il parco la scelta è larga: il Bioparco di Roma, la Galleria Borghese con i suoi Caravaggio e i suoi Bernini, i Giardini Segreti, il Museo Carlo Bilotti nell’Aranciera, la Casina di Raffaello per i bambini, il Gigi Proietti Globe Theatre per le stagioni shakespeariane estive, la Casa del Cinema e, in cima, la terrazza del Pincio con la vista su Piazza del Popolo. Chi ha una passione per i giardini e vuole costruirsi una giornata tematica può abbinare la visita con il Roseto di Roma sull’Aventino, l’Orto Botanico a Trastevere e il Giardino degli Aranci; chi è disposto a uscire da Roma trova nel Giardino di Ninfa, in provincia di Latina, l’altro grande giardino del Lazio ad accesso regolamentato e su prenotazione.
Domande veloci su Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Si può entrare liberamente nel giardino giapponese?
No. Il giardino si visita in alcuni periodi dell’anno con percorsi guidati gratuiti su prenotazione. Date e modalità le stabilisce l’Istituto e vanno verificate sui canali ufficiali prima di mettersi in viaggio.
Il giardino si vede dalla strada?
No, e non è un’omissione: il progetto prevede che il giardino si guardi dall’interno dell’edificio e dal sentiero, non dal marciapiede.
Chi ha progettato edificio e giardino?
L’edificio è dell’architetto Isoya Yoshida, che fonde il linguaggio tradizionale giapponese di ascendenza Heian con il brutalismo in cemento armato. Il giardino è di Ken Nakajima, realizzato insieme all’edificio.
Perché è considerato il primo giardino giapponese d’Europa?
Perché è il primo realizzato in Europa da maestranze giapponesi. Giardini di gusto giapponese progettati da europei esistevano già, ma sono un’altra cosa.
L’Istituto è un museo?
No. È un ente culturale con biblioteca, auditorium, sala mostre e corsi di lingua. Chi cerca una collezione permanente di arte giapponese deve rivolgersi al Museo nazionale d’arte orientale Giuseppe Tucci, confluito nel Museo delle Civiltà.
Come ci si arriva con i mezzi?
Metro A fino a Flaminio e poi venti minuti a piedi per viale delle Belle Arti, oppure tram 2 fino alla fermata Belle Arti, o tram 19 per chi arriva dai quartieri a est. In auto la zona è difficile da parcheggiare.
La biblioteca è accessibile al pubblico?
Sì, è concepita come strumento di lavoro per studenti, ricercatori, traduttori e appassionati. Orari e modalità di accesso li stabilisce l’Istituto.
Qual è il periodo migliore per vedere il giardino?
Primavera per la fioritura e autunno per il colore degli aceri. L’autunno è altrettanto bello e meno conteso.
A nostro giudizio l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma è il luogo che meglio smentisce l’idea che Roma sappia offrire soltanto antichità. Qui si trova un edificio del 1962 progettato da un maestro giapponese, un giardino che in Europa non aveva precedenti, una biblioteca che ha formato una disciplina intera nel nostro Paese e una porta d’accesso che resta volutamente stretta. Chi accetta la regola del gioco, prenota per tempo e viene con la disposizione giusta porta a casa mezz’ora che vale una giornata. Chi passa per caso trova un cancello, e non ha nulla di cui lamentarsi: il giardino è fatto così da sessant’anni e non ha intenzione di cambiare.
Domande frequenti sull'Istituto Giapponese di Cultura in Roma
Si puo entrare liberamente nel giardino giapponese dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
No, il giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma si visita solo in alcuni periodi dell'anno con percorsi guidati gratuiti su prenotazione. Date e modalita le stabilisce l'Istituto e vanno verificate sui canali ufficiali prima di mettersi in viaggio, perche non esiste un ingresso libero.
Il giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma si vede dalla strada?
No, e non e una dimenticanza: il progetto prevede che il giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma si guardi solo dall'interno dell'edificio. Chi passa in via Antonio Gramsci vede una recinzione, un cancello e l'edificio in cemento, con le chiome che spuntano oltre il muro, nient'altro.
Dove si trova l'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
L'Istituto Giapponese di Cultura in Roma si trova in via Antonio Gramsci 74, nel quadrante di Valle Giulia, di fronte alla facolta di Architettura della Sapienza e a poche decine di metri dalla Galleria d'Arte Moderna e dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Chi ha progettato il giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
Il giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura in Roma e stato progettato da Ken Nakajima, realizzato contemporaneamente alla costruzione dell'edificio ed e considerato il primo giardino giapponese mai realizzato in Europa da maestranze giapponesi, con laghetto, cascata e ponticello.
Da quando esiste l'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
L'Istituto Giapponese di Cultura in Roma e stato inaugurato nel 1962, con l'obiettivo dichiarato di diffondere la cultura giapponese in Italia. L'edificio che lo ospita e opera dell'architetto Isoya Yoshida e contiene un auditorium, una sala mostre e una biblioteca con circa 35.000 volumi.
Si possono fare corsi di lingua giapponese all'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
Si, l'Istituto Giapponese di Cultura in Roma organizza corsi di lingua giapponese articolati in quattro anni di apprendimento graduale della lingua parlata e scritta, sostenuti da un laboratorio linguistico, oltre a mostre e conferenze con calendari propri.
Cosa c'e vicino all'Istituto Giapponese di Cultura in Roma?
A cento metri dall'Istituto Giapponese di Cultura in Roma si trova il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ospitato nella villa cinquecentesca di papa Giulio III, con il ninfeo, i cortili e la collezione etrusca piu importante al mondo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata guidata fra Valle Giulia, Villa Borghese e i musei del quadrante nord, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari tematici su architettura e giardini trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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