Istituto Svizzero di Roma
Istituto Svizzero di Roma
Villa Maraini, Via Ludovisi 48
Roma
Ci sono posti a Roma che ti passano accanto per anni senza che tu te ne accorga, e poi un giorno alzi la testa e capisci che ti sei perso una delle cose migliori della città. L'Istituto Svizzero di Roma è esattamente uno di quei posti. Sei a due passi da Via Veneto, dal traffico di Piazza Barberini, dalle vetrine e dagli alberghi con il portiere in livrea, e a un certo punto imbocchi Via Ludovisi, cammini un centinaio di metri, e davanti a te compare un cancello con una salita, un giardino che non ti aspettavi, e in cima una villa con una torre. Quella villa è Villa Maraini. Quella torre è il motivo per cui vale la pena leggere fino in fondo.
Diciamo subito cosa è l'Istituto Svizzero, perché il nome può trarre in inganno. Non è un consolato, non è un ufficio, non è una scuola di lingue. È il polo culturale della Svizzera a Roma, un luogo che produce e ospita mostre, concerti, workshop, tavole rotonde, presentazioni di libri, proiezioni, performance, conferenze scientifiche. E insieme a tutto questo è una residenza: ogni anno un gruppo di artiste, artisti, ricercatrici e ricercatori viene selezionato per vivere e lavorare dentro la villa per diversi mesi. Il che significa che quando entri non stai visitando un contenitore vuoto, ma una casa dove qualcuno in quel momento sta lavorando davvero.
A nostro giudizio l'Istituto Svizzero è il posto dove Roma smette di essere una cartolina e ridiventa una città che pensa. Non c'è la fila, non c'è il tornello, non c'è il negozio di magneti. C'è un giardino in salita, una villa del primo Novecento, una torre belvedere e un programma culturale che in certi mesi è più ricco di quello di musei molto più famosi. E quasi sempre, per gli eventi, non paghi nulla.
Dove ti porta davvero Via Ludovisi
Via Ludovisi è una strada corta e in pendenza che sale da Via Veneto verso il Pincio. Il numero 48 è quasi in cima. Il rione intero, il rione Ludovisi, prende il nome dalla famiglia che per secoli ha posseduto qui una delle ville più spettacolari d'Europa, Villa Ludovisi, con i suoi giardini, le sue statue antiche e i suoi casini di caccia. Alla fine dell'Ottocento, dopo che Roma diventa capitale, quella villa viene lottizzata e venduta. Al posto dei viali di lecci nascono le strade e i palazzi che vedi oggi, e Via Veneto diventa il simbolo della Roma nuova, quella dei grandi alberghi e delle ambasciate.

È in quel momento, e non prima, che questa parte di città si riempie di villini per la nuova borghesia internazionale. Chi arrivava a Roma con dei soldi e voleva costruirsi una casa che dicesse chi era, la costruiva qui. Ed è esattamente quello che fa Emilio Maraini, industriale nato in Svizzera che in Italia ha costruito una fortuna sullo zucchero. Quando guardi Villa Maraini non stai guardando una villa rinascimentale travestita: stai guardando l'autoritratto di un uomo del 1905 che voleva stare più in alto di tutti.
Questa è la chiave di lettura che ti consiglio di portarti dentro. Tutto il quartiere intorno è nato dalla speculazione edilizia di fine Ottocento, tutto è relativamente recente per gli standard romani, e proprio per questo qui trovi cose che nel centro storico non esistono: terrazze, torrette, belvedere, scale monumentali, giardini pensili. Chi costruiva in quegli anni aveva spazio e ambizione, e sul Pincio aveva anche la quota. Villa Maraini è il punto in cui quell'ambizione tocca il suo massimo.
Villa Maraini, la casa che lo zucchero ha costruito
La storia di questa villa comincia in un posto che non immagineresti: una piantagione di barbabietole nella piana di Rieti. Emilio Maraini nasce a Lugano il 27 novembre 1853, terzogenito di una famiglia ticinese. Da ragazzo lo mandano a Zofingen a studiare le lingue, poi, a vent'anni, dopo la morte della madre, parte per i Paesi Bassi per aiutare economicamente i suoi. A Rotterdam entra in una ditta che commercia con le colonie olandesi, e lì impara il mestiere dello zucchero di canna. Poi si sposta a Praga, dove studia la produzione dello zucchero di barbabietola in Boemia e fonda una propria azienda che esporta verso i Paesi Bassi e il Regno Unito.
Il salto arriva quando si convince di una cosa semplice: l'Italia consuma zucchero e lo importa quasi tutto. Se si riesce a coltivare la barbabietola qui, e a raffinarla qui, c'è un mercato intero da prendere. Si trasferisce prima a Roma e poi a Rieti, dove nel 1887 rileva lo zuccherificio e comincia a collaborare con un grande proprietario terriero della zona, il principe Giovanni Potenziani, diffondendo la coltivazione della barbabietola nella piana reatina. Funziona. Funziona così bene che Maraini viene considerato il fondatore dell'industria saccarifera italiana, prende la cittadinanza italiana, entra in politica, diventa consigliere comunale a Rieti e nel 1900 viene eletto alla Camera dei deputati, dove resta fino alla morte nel 1916.
Va detto anche il resto, perché la storia onesta è più interessante di quella agiografica: la fortuna degli zuccherieri italiani di quegli anni non nasce solo dal talento imprenditoriale. Nasce anche da un sistema di dazi sulle importazioni che proteggeva i produttori nazionali dalla concorrenza e permetteva di imporre il prezzo di vendita. Fu una situazione denunciata più volte in Parlamento e sui giornali dell'epoca. Insomma, la villa che stai per visitare è stata pagata da un'industria vera e da una protezione doganale altrettanto vera. Quando sali quella scalinata, sali sopra una vicenda italiana molto riconoscibile.
Il villino viene eretto nel 1905. L'architetto è Otto Maraini, e il cognome non è una coincidenza: è di famiglia. Il risultato è un edificio che gioca con il repertorio rinascimentale e barocco, con le logge, le balaustre, la pietra, ma lo fa con la libertà di chi costruisce nel Novecento e non deve rendere conto a nessun committente antico. Il pezzo forte, quello che rende la villa unica in tutta Roma, è la torre belvedere che si alza sopra il corpo principale, in cima a una collina che era già una delle più alte della città.
Una curiosità su Istituto Svizzero di Roma
A Roma c'è una regola non scritta che tutti conoscono e che nessuno ha mai messo per iscritto in una legge: la cupola di San Pietro deve restare il punto più alto della città. È una regola culturale, non urbanistica, e nei fatti ha funzionato per secoli. Ecco, la cosa divertente è che la minaccia più elegante a quella regola non arriva da un grattacielo, non arriva da un palazzo di potere, non arriva da una torre di uffici. Arriva dalla neutralissima Svizzera.
La torre belvedere di Villa Maraini, grazie alla quota del colle su cui poggia, porta chi ci sale a un'altezza che rivaleggia con quella delle cupole romane. Per un soffio, si dice sempre, resta appena sotto. Ed è un soffio che a Roma vale una leggenda: un industriale dello zucchero che si costruisce una torre privata e finisce per guardare la città quasi dallo stesso livello della basilica più importante della cristianità. Se cercavi una curiosità da raccontare a cena, questa funziona sempre.
Aggiungo la parte che rende il tutto ancora più gustoso. Quella torre oggi non è di un privato, non è di un nobile, non è della Chiesa e non è dello Stato italiano. È di un altro Paese. Sali una scalinata in Via Ludovisi e ti ritrovi su un belvedere che appartiene alla Confederazione Svizzera, con Roma stesa sotto di te fino all'orizzonte. Non conosco molti altri posti in città dove la sensazione di trovarsi contemporaneamente dentro e fuori Roma sia così forte.
C'è poi un dettaglio che amo raccontare, e riguarda la logica stessa di quella torre. Nel 1905 il Pincio e il rione Ludovisi si stavano riempiendo di palazzi. Chi costruiva sapeva benissimo che la vista, quella vera, sarebbe stata la prima cosa a sparire: bastava che il vicino alzasse di due piani. La torre belvedere è la risposta a quel problema. È un modo per mettersi al riparo dal futuro, per garantirsi che qualunque cosa fosse successa intorno, la casa avrebbe continuato a vedere. Trovo che sia una delle idee più lucide dell'architettura romana di quegli anni, e la si deve a un ticinese.
Carolina Maraini Sommaruga, la donna a cui devi il fatto di poterci entrare
Se oggi puoi mettere piede in questa villa senza essere un ospite di famiglia, lo devi a una persona precisa: la contessa Carolina Maraini Sommaruga, di origine luganese, vedova di Emilio. Nasce nel 1869 e muore nel 1959, il che significa che sopravvive al marito di oltre quarant'anni e attraversa da protagonista un pezzo enorme di storia europea dentro quella casa: la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, l'occupazione di Roma, il dopoguerra.
Nel 1946 fa una cosa che a pensarci bene è straordinaria. Dona la villa alla Confederazione Svizzera. Non la vende, non la lascia a un erede, non la trasforma in un albergo, cosa che in Via Ludovisi nel dopoguerra sarebbe stata facilissima e molto redditizia. La dona, e la dona con una condizione scritta: che sia perpetuamente dedicata al servizio della cultura e della cooperazione tra la Svizzera e l'Italia. Nel 1948 l'immobile viene affidato all'Istituto Svizzero di Roma, che vi stabilisce la sua sede e non se ne è più mosso.
Rifletti un secondo su cosa significa quella clausola. Non è un lascito generico, è un vincolo di destinazione. Significa che ogni concerto, ogni mostra, ogni ricercatore che oggi dorme in quelle stanze esiste perché una signora, nel 1946, ha deciso che quella casa doveva servire a far parlare due Paesi tra loro. In una città dove moltissimi palazzi storici sono diventati uffici o appartamenti di lusso, questo è un esito raro e va detto ad alta voce.
Colpisce anche il tempismo. Il 1946 è l'anno dopo la fine della guerra, con l'Italia a pezzi, il referendum istituzionale, la fame vera nelle strade. In quel momento una vedova svizzera decide di regalare a un altro Stato una delle case più belle di Roma perché diventi un ponte culturale. Non era un gesto ovvio, non era un gesto di moda, e ha funzionato per quasi ottant'anni. Quando cammini nel giardino, vale la pena tenerlo presente.
Una cosa che non ti dice nessuno su Istituto Svizzero di Roma
Ecco la cosa che non ti dice nessuno, e che cambia completamente il modo di usare questo posto: non è un museo, e proprio per questo funziona meglio di un museo. Non esiste un biglietto d'ingresso generico che ti fa girare le sale quando vuoi. L'accesso passa da due porte diverse, e devi sapere quale delle due ti serve.
La prima porta sono gli eventi. Mostre, concerti, incontri, presentazioni, proiezioni, tavole rotonde: il programma è pubblico, è consultabile online sul calendario dell'istituto, e per la stragrande maggioranza degli appuntamenti l'ingresso è libero. Questa è la parte che quasi nessun turista sfrutta, perché nessuno pensa che si possa entrare in una villa privata del Pincio semplicemente presentandosi a un concerto. Invece si può, ed è probabilmente il modo migliore di vedere la villa: viva, illuminata, con le persone dentro.
La seconda porta sono le visite guidate. Quelle sì, funzionano solo su prenotazione, si fanno in italiano e in inglese, e hanno una tariffa contenuta, dell'ordine di dieci euro a persona. Si prenotano scrivendo all'indirizzo dedicato alle visite dell'istituto. Non è una cosa che trovi pubblicizzata sui cartelloni in Via Veneto, e questo spiega perché il gruppo con cui girerai sarà piccolo e perché ti sembrerà di avere la villa quasi per te.
C'è poi una terza cosa che nessuno dice, e che riguarda la portineria. L'istituto ha un orario di portineria nei giorni feriali, e questo è il punto di riferimento per qualunque domanda pratica. Il centralino risponde, ed è il modo più rapido per sapere se oggi c'è qualcosa di aperto e se il giardino è accessibile. Molte delusioni si evitano con una telefonata di trenta secondi.
Ultimo dettaglio che sembra minore e invece pesa: gli animali non entrano. Se giri Roma con il cane, come fanno moltissimi, qui devi organizzarti diversamente. Meglio saperlo prima di aver fatto tutta la salita di Via Ludovisi.
Le residenze, cioè il motore invisibile di tutto
Se c'è una cosa che distingue l'Istituto Svizzero da qualunque altro spazio espositivo romano è il programma di residenze. L'istituto seleziona ogni anno artiste e artisti emergenti e ricercatrici e ricercatori, li ospita, dà loro uno studio e un tempo di lavoro, e poi apre le porte al pubblico per mostrare cosa è successo. Il bando è rivolto a persone di cittadinanza svizzera o con domicilio stabile in Svizzera, e copre tanto l'area artistica quanto quella scientifica.
Questa struttura ha una conseguenza pratica che ti riguarda direttamente come visitatore: il contenuto della villa cambia completamente ogni anno. Non vai a vedere una collezione permanente, vai a vedere che cosa stanno producendo in questo momento dieci o dodici persone che vivono lì. Gli open studio, quando ci sono, sono il momento più bello di tutti, perché entri negli spazi di lavoro e parli direttamente con chi ha fatto le cose.
Vale la pena notare anche che scienza e arte convivono sotto lo stesso tetto. Nel calendario trovi astrofisica accanto alla danza, archeologia accanto al graphic design, studi migratori accanto alla musica elettronica. È un cocktail che in Italia non si vede quasi mai in un'unica istituzione, e produce serate strane nel senso migliore: gente che di mestiere fa cose lontanissime che finisce a parlare nello stesso giardino con un bicchiere in mano.
L'istituto, tra l'altro, non vive solo a Roma. Ha una seconda sede a Milano, in zona Vecchio Politecnico, con un suo programma espositivo autonomo. Se ti muovi tra le due città e la cosa ti interessa, vale la pena controllare entrambi i calendari, perché spesso i progetti dialogano e una mostra romana ha un seguito milanese o viceversa.
Il consiglio che ti do per visitare Istituto Svizzero di Roma
Il consiglio numero uno è di rovesciare l'ordine con cui di solito si organizza una giornata a Roma. Non decidere il giorno e poi guardare cosa c'è: guarda prima il calendario dell'istituto, trova la serata che ti interessa, e costruisci la giornata attorno a quella. È un posto che dà il meglio quando è acceso, e le sue serate hanno orari precisi, spesso intorno alle diciotto e trenta. Se vai a caso in un pomeriggio qualunque rischi di trovare un cancello chiuso e di raccontarti che non era niente di speciale, il che sarebbe un peccato.
Il consiglio numero due riguarda la visita guidata. Se la villa ti interessa come architettura, come storia, come casa, allora la visita su prenotazione è l'unica strada seria. Scrivi con anticipo, anche di una o due settimane, indicando quante persone siete e in che lingua preferite. Le date disponibili sono poche e i gruppi sono piccoli, quindi la prenotazione last minute quasi non esiste. Dieci euro a testa per entrare in una villa privata del Pincio con qualcuno che ti spiega chi l'ha costruita restano, nel panorama romano dei prezzi, una delle cose più oneste che conosco.
Il consiglio numero tre è sull'orario della giornata. La villa guarda la città da ovest verso il grande catino di tetti e cupole, quindi il momento buono è il tardo pomeriggio, quando la luce si abbassa e le facciate diventano arancioni. Se riesci a combinare una visita o un evento con il tramonto, hai fatto centro. D'inverno significa arrivare verso le sedici e trenta, d'estate verso le diciannove.
Il consiglio numero quattro è pratico e banale: metti scarpe comode e calcola la salita. Via Ludovisi sale, il cancello introduce a un giardino che sale ancora, e dentro la villa ci sono rampe e scale. Non è una scalata alpina, ma se arrivi trafelato dopo una giornata di musei, la percepisci. Sali con calma, la vista te la godi meglio.
Il consiglio numero cinque è quello che do a chi ha poco tempo e sta cercando di capire se questa tappa vale il buco in agenda. La risposta è sì, a una condizione: che ti interessi la Roma contemporanea, quella che produce cose nuove, e non solo quella antica. Se il tuo viaggio è tutto Colosseo, Foro e Vaticano, questa villa ti sembrerà un fuori programma. Se invece vuoi capire cosa fanno oggi le persone che lavorano nella cultura in questa città, qui trovi una delle finestre migliori, e per giunta con vista.
Ultimo consiglio, e vale per tutti i centri culturali stranieri di Roma: iscriviti alla newsletter. È una di quelle cose noiose che però cambiano il rapporto con la città. Per un anno riceverai gli inviti a cose che nessuno ti racconterà mai altrimenti, e scoprirai che un martedì sera qualunque a Roma esiste una conferenza sull'astrofisica dentro una villa del 1905 con il giardino aperto.
Il programma: mostre, concerti, workshop e tavole rotonde
Il programma dell'istituto è dichiaratamente ibrido e non si fa problemi a mettere insieme discipline che altrove vivono in palazzi separati. Nel calendario, nel giro di poche settimane, puoi trovare una mostra collettiva, un concerto, una tavola rotonda, la presentazione di un libro, una proiezione, una performance, una summer school, una sessione di ascolto, un ciclo di conferenze. È un ritmo che assomiglia più a quello di un centro di ricerca che a quello di una galleria.
Le mostre sono la parte più visibile. Sono quasi sempre legate al lavoro delle persone in residenza o a progetti curatoriali costruiti appositamente, e hanno orari di apertura propri, distinti da quelli della portineria, che cambiano a ogni progetto. Per questo, prima di salire, la verifica sul sito è d'obbligo: un'esposizione può essere visitabile il mercoledì pomeriggio e il fine settimana e restare chiusa negli altri giorni.
I concerti sono l'altra grande anima della casa. Qui la musica contemporanea e sperimentale ha uno spazio che in città fatica a trovare altrove, e capita spesso che i concerti siano pensati per gli ambienti della villa, per il salone, per il giardino, per gli spazi esterni. Ascoltare musica elettronica in un giardino del Pincio con Roma sotto è un'esperienza che consiglio a chiunque almeno una volta.
Poi ci sono le tavole rotonde e i workshop, che sono la parte meno spettacolare e più sostanziosa. Sono momenti in cui si discute davvero, spesso tra italiano e inglese, e in cui il pubblico non è decorativo. Se ti interessa un tema specifico, dall'archeologia agli studi migratori, dal design alla filologia, tieni d'occhio quelle voci del calendario più che le inaugurazioni mondane.
Una nota sulle installazioni esterne. Ogni tanto la facciata stessa diventa supporto per un'opera, con interventi luminosi pensati per essere visti dalla strada anche quando l'istituto è chiuso. È una scelta riuscita, perché restituisce qualcosa al quartiere: chi passa in Via Ludovisi la sera vede l'opera senza dover entrare, senza biglietto e senza orario. Quando capita, e capita, quella è la versione gratuita e notturna del posto.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è questo: la villa è del 1905 ed è opera di un architetto che si chiamava Maraini come il committente. Si sa, è scritto ovunque, e nessuno però ci ragiona sopra. Otto Maraini era un architetto ticinese, e costruire la casa romana di un parente significava potersi permettere una libertà che con un cliente estraneo non avresti mai avuto. Il risultato si vede: la villa non segue una regola di stile, prende dal repertorio storico ciò che serve e lo monta con una logica tutta sua, centrata sulla posizione e sulla vista più che sulla facciata.
Il secondo fatto che si ripete sempre e si approfondisce mai riguarda la data della donazione. Nel 1946 la contessa Carolina dona l'immobile alla Confederazione Svizzera, ma la sede dell'Istituto Svizzero di Roma vi si insedia nel 1948. Due anni di distanza che raccontano quanto fosse complicato, nell'immediato dopoguerra, trasformare una casa privata in un'istituzione culturale internazionale. E raccontano anche che l'istituto nasce in quel passaggio: la villa non ospita un ente preesistente da secoli, l'ente nasce insieme alla sua casa.
Terzo elemento poco citato: la clausola della donazione parla di cooperazione tra Svizzera e Italia, non soltanto di promozione svizzera. È una sfumatura che fa la differenza. Un istituto di cultura estero può limitarsi a esportare i propri autori; qui il mandato è esplicitamente bidirezionale, e infatti il pubblico romano che frequenta la casa è quasi sempre in maggioranza italiano, e molti progetti nascono da collaborazioni con università e istituzioni italiane.
Quarto: il nome. Nei documenti d'archivio e nelle schede storiche l'edificio compare come Villino Maraini, non Villa Maraini. Villino era la categoria edilizia di quella Roma lì, la casa unifamiliare con giardino della borghesia nuova, e il termine ha un sapore preciso di inizio Novecento. Nell'uso comune ha vinto Villa Maraini, che suona più imponente e in fondo rende meglio l'idea, ma se ti capita di leggere Villino sappi che è la stessa identica casa.
Quinto, ed è forse il dato che amo di più: il rapporto tra la villa e il rione. Villa Maraini nasce sulle rovine di Villa Ludovisi, cioè sul terreno di una delle ville più celebrate del mondo antiquario europeo, lottizzata e venduta pochi anni prima. C'è una continuità curiosa in questo: un luogo che per secoli aveva significato collezioni, statue, giardini e ospiti illustri, dopo essere stato fatto a pezzi dalla speculazione, ritrova una vocazione culturale proprio in uno dei villini che ne hanno preso il posto.
Il giardino, la scalinata e la sensazione di salire
Voglio spendere qualche riga sul giardino, perché è la parte che sorprende di più chi entra per la prima volta. Dalla strada non si capisce quasi nulla: vedi un muro, un cancello, la cima della villa. Appena dentro, invece, il terreno sale e si apre, e in pochi metri il rumore di Via Veneto sparisce. È uno di quei salti acustici che a Roma succedono solo dietro i muri, e ogni volta fa lo stesso effetto.
La scalinata che porta all'ingresso principale è pensata come una scenografia. Sali, ti giri, e a ogni ripiano la città guadagna un pezzo. È un dispositivo semplicissimo e vecchio come il barocco, però qui funziona perché la quota è vera e il panorama arriva davvero. Chi ha progettato quella salita sapeva benissimo che l'arrivo in cima doveva essere un premio.
Nei mesi caldi il giardino diventa lo spazio principale dell'istituto. Molti eventi si tengono all'aperto, e la combinazione di pini, terrazze e luce bassa trasforma una normale presentazione di libro in qualcosa che ti ricordi. È anche il motivo per cui, se devi scegliere una stagione, il periodo tra maggio e settembre offre l'esperienza più piena, con l'avvertenza che agosto a Roma è agosto anche qui e il calendario si dirada.
Un dettaglio che consiglio di cercare: le balaustre e i punti in cui la vista si apre improvvisamente tra due masse di verde. Non sono casuali, sono cannocchiali visivi costruiti apposta. Quando individui quei punti capisci la logica del progetto, che è tutta una gestione di cosa vedi e quando lo vedi.
La foto giusta da fare a Istituto Svizzero di Roma
La foto giusta, e lo dico senza esitazione, non è la villa. È la città vista dalla villa, con un pezzo di villa dentro l'inquadratura. L'errore che vedo fare a tutti è mettersi di fronte all'edificio e fotografarlo frontalmente: ottieni una facciata simpatica e nient'altro, una foto che potrebbe essere ovunque. Il senso di questo posto è l'altezza, e l'altezza si racconta solo mettendo insieme due piani diversi.
La ricetta pratica è questa. Trova un punto dove in primo piano hai un elemento architettonico della villa, una balaustra, una colonnina, l'arco di una loggia, il bordo di una terrazza. Metti quell'elemento sul terzo inferiore o su un lato dell'inquadratura, lascialo leggermente scuro, e lascia che il resto del fotogramma sia occupato dal mare di tetti romani con le cupole che emergono. Il contrasto tra il dettaglio vicino e la distesa lontana è tutta la fotografia.
Sull'orario non ci sono dubbi: ultima ora di luce. Roma vista da qui, quando il sole scende, passa dall'ocra all'arancione e poi al rosa, e le cupole diventano sagome. Se puoi restare anche dopo, l'ora blu regala la versione più drammatica, con le prime luci accese in basso e il cielo ancora colorato. Se invece capiti a mezzogiorno, la luce è piatta e verticale e la città si appiattisce: in quel caso conviene puntare sui dettagli architettonici, sulle ombre nette delle logge, sulle geometrie della scalinata.
Per il ritratto, il posto migliore è la scalinata, non la terrazza. Mettiti qualche gradino sotto la persona che fotografi, inquadra dal basso, e avrai la villa che sale alle sue spalle. È la foto che comunica meglio l'idea di arrivare in cima, e funziona molto meglio della classica posa contro il panorama, dove il soggetto diventa una sagoma scura su uno sfondo bruciato.
Una raccomandazione di buon senso che vale più di qualunque consiglio tecnico. Questo è un luogo di lavoro e di residenza, con gente che ci vive, e durante gli eventi le persone sono lì per ascoltare. Fotografa le architetture e il panorama quanto vuoi, ma con le opere in mostra e con i musicisti chiedi, oppure guarda se è indicato cosa è consentito. Un flash durante un concerto in un salone del 1905 è una delle poche cose che qui possono farti guardare storto, e sinceramente a ragione.
Ultimo suggerimento tecnico: se hai un obiettivo che tiene bene il grandangolo, usalo per la scalinata e per le logge; se hai un piccolo tele, usalo per isolare le cupole in lontananza. La seconda è la foto che nessuno fa e che poi tutti ti chiedono dove l'hai scattata, perché comprime la città e mette San Pietro e le altre cupole sullo stesso piano, come in una stampa antica.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Si parte dal principio, cioè da prima della villa. Il terreno su cui poggia Villa Maraini faceva parte del grande possedimento Ludovisi, la villa suburbana con giardini e collezioni che per secoli era stata una delle mete obbligate di chiunque arrivasse a Roma con un minimo di curiosità. Dopo il 1870, con Roma capitale e con la febbre edilizia che ne segue, quel possedimento viene lottizzato e messo in vendita. È l'evento che rende possibile tutto il resto: senza la fine di Villa Ludovisi non ci sarebbe stato il rione, non ci sarebbe stata Via Ludovisi, non ci sarebbe stato nessun lotto in cima al colle da comprare.
Il 1887 è una data che apparentemente riguarda un'altra città e invece riguarda direttamente questa casa. È l'anno in cui Emilio Maraini rileva lo zuccherificio di Rieti e avvia la coltivazione della barbabietola nella piana reatina insieme al principe Giovanni Potenziani. Da quel momento parte la fortuna economica che, meno di vent'anni dopo, si trasformerà in pietra, marmo e balaustre sul Pincio. Le ville si costruiscono con i soldi, e i soldi di questa villa vengono dalle barbabietole del reatino.
Il 1900 è l'anno dell'elezione di Emilio Maraini alla Camera dei deputati, dove resterà fino alla morte. È l'ingresso definitivo nell'establishment italiano di un uomo nato a Lugano: cittadinanza italiana, seggio parlamentare, industria propria. La casa romana arriva subito dopo, e non è una coincidenza. Chi siede in Parlamento e ha interessi industriali importanti ha bisogno di una base a Roma, e questa base doveva essere all'altezza.
Il 1905 è l'anno della costruzione del villino, su progetto di Otto Maraini. È l'evento fondativo dell'edificio che vedi. Ed è anche, a suo modo, un momento significativo per la storia della Roma umbertina e primonovecentesca: un edificio privato che si permette una torre belvedere in una delle posizioni più alte della città.
Il 5 dicembre 1916 Emilio Maraini muore a Roma, a sessantatré anni. Ha costruito un'industria, una carriera politica e una casa, e lascia una vedova che di anni ne avrà davanti ancora più di quaranta. Da questo momento in poi la storia della villa è la storia di Carolina Maraini Sommaruga, e la casa attraversa il primo dopoguerra, il ventennio, la seconda guerra mondiale e l'occupazione di Roma restando una residenza privata svizzera in un quartiere che intanto cambiava pelle diverse volte.
Il 1946 è l'anno che cambia tutto. La contessa dona la villa alla Confederazione Svizzera, ponendo la condizione che sia perpetuamente dedicata al servizio della cultura e della cooperazione tra Svizzera e Italia. In termini pratici: una delle case più belle del Pincio smette di essere un bene privato e diventa, per volontà di chi la possedeva, un bene culturale vincolato a una funzione pubblica. Nel panorama delle donazioni romane del dopoguerra è un caso che meriterebbe di essere citato molto più spesso.
Il 1948 è l'anno in cui l'immobile viene affidato all'Istituto Svizzero di Roma, che vi stabilisce la propria sede. Da allora la villa non ha mai cambiato destinazione. Ottant'anni scarsi di mostre, concerti, conferenze, borse di studio e residenze dentro le stesse stanze: è una continuità rara, soprattutto a Roma, dove le istituzioni traslocano di continuo.
Il 1959 è l'anno della morte di Carolina Maraini Sommaruga, nata nel 1869. Aveva visto la costruzione della casa, la morte del marito, due guerre mondiali e la trasformazione della sua residenza privata in un istituto culturale internazionale. Poche biografie romane coprono un arco così largo dentro lo stesso indirizzo.
Dal dopoguerra in avanti gli avvenimenti importanti di questa casa smettono di essere singoli e diventano seriali: ogni anno una nuova generazione di residenti, ogni anno un nuovo programma. Trovo che sia il modo giusto di leggerla. La storia di Villa Maraini non finisce nel 1948 con una targa, continua ogni volta che qualcuno apre una mostra o suona in giardino. È una delle poche case storiche romane la cui cronaca è ancora in corso.
Vale la pena citare anche un avvenimento editoriale, perché è il motivo per cui oggi si può raccontare questa storia con precisione. Nel 2007 esce un ampio volume dedicato agli svizzeri a Roma, curato da Giorgio Mollisi, con saggi specifici su Emilio Maraini, sull'architetto Otto Maraini e sulla stessa villa, quest'ultimo firmato da Michael P. Fritz. Prima di quel lavoro la vicenda dei Maraini era nota a pezzi; da allora è documentata in modo organico, ed è una delle fonti a cui si risale ogni volta che qualcuno scrive di questa casa.
Il rione Ludovisi, cioè il contesto che spiega tutto
Per capire Villa Maraini bisogna capire il rione in cui si trova, perché sono nati insieme. Il rione Ludovisi è il pezzo di Roma compreso grosso modo tra Via Veneto, Porta Pinciana, Via Sistina e Piazza Barberini. È un rione giovane, costruito quasi interamente tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, ed è forse la zona di Roma che assomiglia di più a una città europea del nord: strade larghe, alberi, palazzi alti, marciapiedi generosi.
Qui la Roma dei papi finisce e comincia quella dei banchieri, degli industriali e delle ambasciate. È il quartiere che negli anni cinquanta e sessanta diventerà il simbolo della dolce vita, con i caffè di Via Veneto e i fotografi sul marciapiede, ma la sua ossatura è precedente ed è tutta borghese e affaristica. Ogni villino con giardino che vedi in queste strade è la dichiarazione di intenti di una famiglia che voleva contare.
Camminare qui con questa chiave in testa rende la passeggiata molto più interessante. Guarda le cancellate, i portoni, i mascheroni, le date incise. Guarda quanti edifici hanno una loggia o una terrazza all'ultimo piano: tutti cercavano la stessa cosa, la vista sul Pincio e su Roma. Villa Maraini è semplicemente quella che ha vinto la gara, perché ha costruito una torre e ha preso la quota migliore.
A pochi minuti a piedi hai Porta Pinciana e l'ingresso a Villa Borghese, che è il modo migliore per chiudere o aprire la giornata. Dall'altro lato scendi verso Piazza Barberini e in cinque minuti sei al Tritone e poi alla Fontana di Trevi. Verso Via Sistina raggiungi Trinità dei Monti e la scalinata di Piazza di Spagna. Nel raggio di un quarto d'ora a piedi hai quindi tre o quattro delle cose più famose della città, e questo rende l'Istituto Svizzero una tappa facilissima da incastrare in un pomeriggio già pieno.
Sui mezzi, la fermata di riferimento è Barberini sulla metro A: da lì sono pochi minuti a piedi in salita lungo Via Veneto e poi in Via Ludovisi. È una delle poche cose belle di Roma che si raggiungono senza combattere con gli autobus, e per una città come questa è quasi un miracolo.
Un'avvertenza sul quartiere: nel raggio di trecento metri i prezzi di bar e ristoranti sono quelli di Via Veneto, cioè alti. Se dopo un evento ti viene fame, ti conviene scendere verso Piazza Barberini o spostarti verso il Tritone, dove il rapporto tra qualità e prezzo torna umano. Il caffè davanti a un grande albergo, qui, si paga per la sedia, non per il caffè.
Chi è passato da Istituto Svizzero di Roma
Il primo nome è ovviamente Emilio Maraini, l'uomo che ha voluto questa casa. Un ticinese partito da Lugano con poco, passato da Rotterdam e da Praga, arrivato in Italia con un'idea industriale precisa e finito deputato del Regno. Questa villa è il punto di arrivo di quella traiettoria, e leggerla come autobiografia in pietra è il modo più onesto di guardarla.
Il secondo nome, e il più importante per noi, è Carolina Maraini Sommaruga. Ha abitato qui per decenni, ha attraversato dentro queste stanze la parte più violenta del Novecento europeo, e alla fine ha deciso che la casa dovesse diventare qualcosa di utile a due Paesi. Ogni persona che entra oggi da quel cancello passa, in un certo senso, attraverso una decisione sua.
Il terzo è l'architetto Otto Maraini, che qui ha lasciato il suo pezzo romano più noto. È un nome poco frequentato dalla manualistica italiana e molto più conosciuto nella storia dell'architettura ticinese, e questa villa è il luogo dove le due tradizioni si incontrano.
Poi arrivano tutti gli altri, e sono centinaia. Dal 1948 in avanti questa casa ha ospitato generazioni di artiste, artisti, ricercatrici e ricercatori svizzeri in residenza, oltre a curatori, musicisti, scienziati, scrittori, studiosi di archeologia e di storia dell'arte passati per conferenze, seminari e collaborazioni. È un elenco che si rinnova ogni anno e che per definizione non si chiude mai. Molti dei nomi che oggi trovi nei musei svizzeri e nelle università europee, a un certo punto della loro carriera, hanno lavorato dentro queste stanze.
Un esempio recente e visibile anche da fuori: la facciata della villa ha ospitato un'opera al neon dell'artista Chloé Delarue, pensata per essere vista dalla strada. È il tipo di intervento che rende bene l'idea di come funziona questo posto: la casa storica non viene trattata come una reliquia, ma come un supporto vivo su cui il lavoro contemporaneo può intervenire.
Vale la pena ricordare anche chi è passato di qui con la penna. La storia della famiglia e della villa è stata ricostruita in saggi specifici, tra cui quello di Cornelio Sommaruga dedicato a Emilio Maraini e quello di Michael P. Fritz dedicato alla villa, entrambi pubblicati nel volume del 2007 sugli svizzeri a Roma curato da Giorgio Mollisi. Non sono nomi da guida turistica, ma sono quelli a cui devi la possibilità di leggere una scheda come questa senza leggende inventate.
E infine, se vogliamo essere precisi, da qui passa ogni anno una quantità di pubblico romano che con la Svizzera non ha nulla a che fare e che viene semplicemente perché il programma è buono e l'ingresso agli eventi è quasi sempre libero. Quella è la vera comunità di questo posto, ed è il miglior complimento che si possa fare a un istituto di cultura straniero.
Quando andarci, mese per mese
La primavera è la stagione migliore in assoluto. Da aprile a giugno il calendario è pieno, il giardino è praticabile, le serate sono lunghe e la luce del tardo pomeriggio fa quello che deve fare. Se puoi scegliere, scegli maggio.
L'estate romana ha un carattere tutto suo e riguarda direttamente questo sito: tra giugno e settembre la città si riempie di rassegne all'aperto e molti spazi culturali spostano la programmazione nei cortili e nei giardini. Un giardino in quota sul Pincio è esattamente il tipo di luogo che dà il meglio in quelle settimane, con la sola avvertenza che nel cuore di agosto il ritmo degli appuntamenti rallenta parecchio, come ovunque in città.
L'autunno è la stagione che consiglio a chi viene a Roma per la cultura e non per il sole. Da metà settembre riparte tutto: nuove mostre, nuovi cicli di conferenze, i residenti che arrivano o che presentano il lavoro fatto. È anche il periodo in cui la luce del tramonto sulla città diventa più calda e più corta, quindi fotograficamente è ottimo, a patto di arrivare puntuali.
L'inverno è sottovalutato. Fa freddo, il giardino si usa meno, ma gli interni vengono sfruttati di più e le serate dentro la villa hanno un'atmosfera che d'estate non trovi. Aggiungi che il tramonto arriva presto, verso le sedici e trenta o le diciassette, quindi puoi combinare la luce buona con un evento serale senza dover restare in piedi fino a tardi.
Come organizzare la giornata intorno a questa tappa
Ecco un itinerario che funziona bene con chiunque, anche con chi Roma l'ha già vista. Si parte a metà pomeriggio da Piazza Barberini, si sale lungo Via Veneto guardando i palazzi e le ambasciate, si devia in Via Ludovisi e si arriva all'istituto per l'evento o per la visita prenotata. Uscendo, si prosegue verso Porta Pinciana ed entrando a Villa Borghese si chiude la serata con una passeggiata al Pincio, dove il panorama su Piazza del Popolo fa il resto.
Variante per chi ha più tempo e vuole una giornata intera: mattina alla Galleria Borghese, che va prenotata con largo anticipo e ha ingressi a orario fisso, pranzo leggero da quelle parti, pomeriggio di passeggiata nel parco, discesa verso Porta Pinciana e arrivo in Via Ludovisi per il tardo pomeriggio. È una giornata che tiene insieme il Seicento e il contemporaneo camminando sempre sullo stesso colle.
Variante per chi ha solo due ore: metro fino a Barberini, salita, istituto, e poi discesa verso la Fontana di Trevi passando per Via del Tritone. In due ore hai visto una villa privata del Pincio, una mostra e una delle fontane più famose del mondo. Non male per un pomeriggio.
Se sei a Roma con dei ragazzi, ti do un suggerimento che funziona: puntare su un concerto o su una performance, non su una mostra. La musica dal vivo in un giardino storico passa molto meglio delle sale espositive, e la salita fino alla vista panoramica fa la sua figura. Il momento in cui si affacciano e riconoscono le cupole è quello che poi si ricordano.
Domande frequenti
Si può entrare liberamente a vedere la villa? No, non nel senso in cui si entra in un museo. Per il pubblico l'accesso avviene tramite gli eventi in programma, con ingresso quasi sempre libero, oppure tramite le visite guidate su prenotazione, a pagamento e in numero limitato.
Quanto costa? Gli eventi del calendario sono in larghissima parte gratuiti. La visita guidata ha un costo contenuto per persona, dell'ordine della decina di euro, e si prenota scrivendo all'indirizzo dedicato alle visite.
Si può salire sulla torre belvedere? Dipende dal tipo di accesso e dal momento. È il pezzo più delicato e più ambito della casa, quindi va chiesto espressamente quando si prenota una visita, senza darlo per scontato.
Quanto tempo serve? Per un evento, calcola l'ora e mezza dell'appuntamento più mezz'ora di giardino. Per una visita guidata, circa un'ora. Per fare le foto con la luce giusta, aggiungi quaranta minuti.
È accessibile a chi ha difficoltà motorie? La conformazione del luogo comporta salite e scale, quindi la cosa migliore è telefonare in portineria negli orari di apertura e chiedere direttamente quali percorsi sono praticabili per il tipo di evento a cui vuoi partecipare.
Si possono portare i cani? No, l'ingresso non è consentito agli animali. È una regola esplicita della casa.
Serve sapere il tedesco o il francese? Assolutamente no. La lingua di lavoro dell'istituto a Roma è in larga parte l'italiano, spesso affiancato dall'inglese, e le visite guidate si fanno in italiano e in inglese.
Cosa guardare davvero, se ti piace l'architettura
Ammesso che tu riesca a entrare con una visita guidata, ti segnalo le cose su cui vale la pena fermarsi, perché una villa come questa si legge male se la guardi tutta insieme. La prima è il rapporto tra il volume principale e la torre. Sono due cose diverse messe una sopra l'altra: sotto una casa, sopra un osservatorio. La giuntura tra i due elementi è il punto in cui si capisce l'idea del progetto, ed è anche il punto in cui l'edificio smette di somigliare a qualunque altro villino romano dello stesso periodo.
La seconda cosa sono le logge e le aperture. Nei villini di primo Novecento la loggia era una citazione colta, un modo per dire che si conosceva il Rinascimento. Qui invece ha una funzione concreta, perché ogni apertura inquadra un pezzo di città. Se ti metti al centro di una loggia e guardi fuori, capisci che quella cornice è stata pensata come un quadro. Non è decorazione, è regia.
La terza sono i materiali e le finiture. Guarda le balaustre, i corrimano, gli stipiti, le soglie: è lavoro artigianale di alto livello, pagato bene, eseguito da maestranze che in quegli anni a Roma erano ancora numerosissime. Molte di quelle competenze oggi non esistono più, e un edificio come questo è anche un archivio di mestieri.
La quarta, che quasi nessuno nota, è il modo in cui la casa gestisce il dislivello. Il terreno sale, e il progetto non lo combatte: lo usa. Terrazzamenti, rampe, quote diverse, punti di sosta. È un ragionamento da giardino italiano applicato a una casa privata del Novecento, ed è il motivo per cui l'arrivo alla villa sembra molto più lungo e molto più teatrale di quanto la distanza reale suggerisca.
Quinta e ultima: osserva come la villa si comporta con la strada. Dal marciapiede di Via Ludovisi vedi pochissimo, e questo non è un difetto, è una scelta. Il villino di quella borghesia non voleva mostrarsi ai passanti, voleva proteggersi e affacciarsi verso il panorama. Il fronte importante della casa non guarda la strada, guarda Roma.
Un errore comune da non fare
L'errore più comune che vedo fare a chi si informa su questo posto è confondere Villa Maraini di Roma con le altre case legate allo stesso cognome. La famiglia Maraini ha lasciato tracce in più di una città, e in particolare a Rieti, dove Emilio aveva costruito una propria residenza a poche centinaia di metri dallo zuccherificio, oggi destinata all'ospitalità. Sono due edifici diversi, in due città diverse, con due funzioni diverse. Quando cerchi orari e informazioni, controlla sempre che l'indirizzo sia Via Ludovisi 48, Roma.
Il secondo errore riguarda gli orari. Molte persone leggono l'orario della portineria e pensano che sia l'orario di visita. Non lo è. La portineria è il servizio di ricevimento nei giorni feriali, mentre le mostre hanno un proprio calendario di apertura che cambia a ogni progetto e gli eventi hanno l'orario dell'evento. Tre cose distinte, tre orari distinti, e mescolarli è il modo più veloce per trovare il cancello chiuso.
Il terzo errore è presentarsi senza aver prenotato la visita guidata sperando di aggregarsi a un gruppo. Non funziona così: i gruppi sono piccoli, spesso completi, e organizzati in anticipo. Meglio una mail scritta per tempo che una salita a vuoto.
Domande frequenti su Istituto Svizzero di Roma
Dove si trova l’Istituto Svizzero di Roma?
L’Istituto Svizzero di Roma si trova in Via Ludovisi 48, quasi in cima a questa strada in salita che collega Via Veneto al Pincio, nel rione Ludovisi, a Roma.
Si può visitare liberamente Villa Maraini?
No, non nel senso in cui si entra in un museo: non esiste un biglietto d’ingresso generico. L’accesso del pubblico all’Istituto Svizzero avviene tramite gli eventi in programma, come mostre, concerti e presentazioni, oppure tramite visite guidate su prenotazione, a pagamento e in numero limitato.
Gli eventi dell’Istituto Svizzero sono gratuiti?
Gli eventi del calendario, come mostre, concerti e presentazioni, sono in larghissima parte gratuiti, mentre la visita guidata ha un costo contenuto per persona: il dossier non riporta una cifra esatta, quindi conviene verificarla sui canali ufficiali.
Quando conviene andare all’Istituto Svizzero?
La primavera è la stagione migliore: da aprile a giugno il calendario è pieno, il giardino è praticabile e le serate sono lunghe. Se si può scegliere, il mese consigliato è maggio.
Come si arriva all’Istituto Svizzero?
L’itinerario tipico parte da Piazza Barberini, sale lungo Via Veneto e devia in Via Ludovisi fino all’ingresso dell’istituto, con Porta Pinciana e Villa Borghese a pochi passi per chi vuole proseguire la passeggiata.
Cos’è la villa che ospita l’Istituto Svizzero?
È Villa Maraini, costruita nel 1905 su commissione dell’industriale ticinese Emilio Maraini e su progetto dell’architetto Otto Maraini, e diventata accessibile al pubblico grazie alla moglie di Emilio, la contessa Carolina Maraini Sommaruga.
Perché la torre di Villa Maraini è una curiosità nota a Roma?
Perché a Roma esiste una regola non scritta secondo cui la cupola di San Pietro deve restare il punto più alto della città, e la torre della villa è una delle poche costruzioni che, nel tempo, ha sfiorato quella regola in modo elegante e poco noto ai più.
Perché vale la pena
Ti dico in due righe perché torno sempre volentieri. Roma ti dà l'antico con una generosità che nessun'altra città al mondo riesce a eguagliare, e proprio per questo rischi di attraversarla senza incontrare mai nulla di vivo. Un posto come questo ribalta la situazione: è storico, è bellissimo, ha una vista che ti toglie il fiato, e dentro ci lavora gente che sta facendo cose nuove adesso. Le due Rome, quella dei secoli e quella del presente, qui convivono nello stesso giardino.
E poi, banalmente, c'è quella torre. Una torre costruita da un industriale dello zucchero su una delle colline più alte della città, che per un soffio non supera le cupole, e che oggi appartiene a un altro Paese. Se questa non è una storia romana nel senso pieno del termine, non so quale possa esserlo.
Se stai costruendo il tuo itinerario romano e vuoi una mano a incastrare le cose nell'ordine giusto, tra orari, prenotazioni e distanze reali a piedi, trovi guide pratiche e strumenti di pianificazione su italyplanner.com, utile proprio per mettere in fila giornate come questa. E se invece organizzi viaggi per lavoro, se accompagni gruppi o se hai bisogno degli strumenti operativi del mestiere, il punto di riferimento è tourleaderpro.com, pensato per chi guida le persone in giro per l'Italia tutti i giorni e deve far tornare i conti con orari, ingressi e logistica.
Il resto lo fai tu: controlli il calendario, scegli la serata giusta, sali per Via Ludovisi con calma e ti fai trovare in cima quando la luce si abbassa. Difficile immaginare un modo migliore di chiudere una giornata romana.
Prepara la visita
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Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
