Palazzo Brancaccio
Palazzo Brancaccio sta sull'Esquilino, all'estremità del colle Oppio, con l'ingresso monumentale su viale del Monte Oppio 7 e il fronte lungo che corre su via Merulana, all'altezza del civico 248. È l'ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma: dopo di lui la citta ha edificato ministeri, banche, condomini borghesi, alberghi e cinema, ma nessuna famiglia aristocratica si è più fatta costruire una dimora di rappresentanza da zero. Questa scheda ti spiega che cosa è questo edificio, perché è nato così tardi, chi lo ha voluto e pagato, che cosa contiene, e soprattutto — perché è il punto su cui la maggior parte delle informazioni in circolazione è rimasta indietro — che cosa si può effettivamente vedere oggi e che cosa no.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Ti anticipo subito la parte pratica, perché è quella su cui vedo perdere più tempo e più pazienza. Palazzo Brancaccio non è un museo ad ingresso libero né una casa-museo con biglietteria aperta tutti i giorni. Per quasi sessant'anni ha ospitato il Museo Nazionale d'Arte Orientale «Giuseppe Tucci», e moltissime guide cartacee, mappe turistiche e vecchi appunti lo indicano ancora così. Quel museo non c'è più in questo edificio: le collezioni sono state trasferite all'EUR, nella struttura del Museo delle Civiltà. Chi arriva su via Merulana con in mano una guida di dieci anni fa trova un portone chiuso e resta lì, perplesso, a chiedersi se ha sbagliato indirizzo. Non ha sbagliato indirizzo: è cambiato il contenuto.
Questo non significa che l'edificio sia morto. Significa che va affrontato in un altro modo, con un'altra logica di visita, e che il modo giusto te lo spiego in questa scheda. La scheda fa parte della nostra raccolta dedicata ai musei di Roma e ai grandi contenitori culturali della citta.
Dove si trova esattamente Palazzo Brancaccio
L'indirizzo genera confusione perché Palazzo Brancaccio ha due facce e due numeri civici, su due strade diverse, a quote diverse. La faccia che tutti fotografano è quella su via Merulana, il lungo prospetto che accompagna chi cammina verso San Giovanni; la faccia che si usa davvero per entrare, quando c'è qualcosa da vedere, è quella su viale del Monte Oppio, cioè sul lato alto, verso il parco archeologico. È la conseguenza diretta della topografia: l'isolato è costruito sul fianco del colle Oppio, e quel fianco scende. Quello che da via Merulana ti sembra un piano terra rialzato, dal lato del giardino è già un piano nobile.
Per orientarti con un riferimento che non sbaglia mai: sei nel punto in cui via Merulana incrocia largo Brancaccio e via Mecenate, a metà strada tra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, con il verde del colle Oppio che ti sale alle spalle e il Colosseo a otto minuti di discesa. Il palazzo occupa un intero blocco urbano: se lo giri a piedi tutto intorno, tra facciate, cancellate e muri di cinta, cammini per un quarto d'ora buono.
Come arrivare a Palazzo Brancaccio con i mezzi
Le due stazioni della metropolitana più comode sono Vittorio Emanuele sulla linea A e Cavour sulla linea B: da entrambe si arriva in una decina di minuti a piedi, in discesa da Vittorio e in leggera salita da Cavour. La fermata Colosseo, sempre sulla B, è più lontana ma più bella, perché ti fa risalire il colle Oppio dentro il parco archeologico, ed è la strada che consiglio a chi non ha problemi di gambe. In superficie, via Merulana è servita da diverse linee di autobus con fermate proprio all'altezza dell'edificio e del teatro annesso; la coppia di fermate che conta si chiama, senza fantasia ma con precisione, Merulana/Brancaccio e Merulana/Mecenate.
Il consiglio pratico è di non arrivare in auto. La zona è a traffico regolato, i parcheggi su strada sono pochi e contesi, e il tratto di via Merulana davanti al palazzo è uno dei punti in cui la sosta selvaggia viene sanzionata con più regolarità. Se proprio devi muoverti in macchina, lascia il mezzo lontano e fai gli ultimi minuti a piedi: risparmi denaro e nervi.
Il dislivello che spiega Palazzo Brancaccio
C'è un dettaglio che ti fa capire l'edificio meglio di dieci pagine di descrizione: metti una mano sul muro di via Merulana, poi risali a piedi lungo viale del Monte Oppio fino al cancello del giardino. Hai appena guadagnato l'altezza di un paio di piani senza accorgertene. Quel dislivello non è un capriccio: è il fianco artificiale del colle, ancora modellato dalle sostruzioni delle terme imperiali che stanno sotto tutto il quartiere. Il palazzo è appoggiato su duemila anni di riporti, murature e volte romane. Quando ti dicono che a Roma si costruisce sempre sopra qualcosa, questo è uno dei casi in cui la frase non è una figura retorica ma una descrizione tecnica.
Che cosa si può vedere oggi a Palazzo Brancaccio e che cosa no
Questa è la sezione da leggere per prima, prima ancora della storia. Ti dico le cose come stanno, senza abbellirle.
Non si visita liberamente. Non esiste, oggi, una biglietteria che vende ingressi al palazzo come si fa per un museo civico o statale. La proprietà è frazionata tra soggetti diversi, e la parte più scenografica — l'atrio, alcune sale decorate, il giardino residuo con il ninfeo e la costruzione da giardino nota come Coffee House — è gestita come location per eventi privati, matrimoni, ricevimenti e presentazioni. Il che significa che l'accesso è legato all'evento, non al desiderio del visitatore.
Si può però entrare, e a volte con grande soddisfazione, quando c'è una mostra. L'ammezzato nobile, il piano che per decenni ha ospitato il museo statale, è tornato in uso come polo espositivo con il nome di Spazio Field, in omaggio alla famiglia americana che finanziò la costruzione dell'edificio. Quando lì dentro è allestita un'esposizione, il biglietto della mostra ti fa attraversare stanze affrescate, soffitti dipinti, l'alcova della famiglia e sequenze di ambienti che altrimenti resterebbero invisibili. È il modo più realistico che un visitatore comune ha oggi per vedere gli interni.
Il Museo Nazionale d'Arte Orientale non è più qui. Lo ripeto perché è l'errore più diffuso. Le collezioni asiatiche sono state trasferite all'EUR, dove sono confluite nel Museo delle Civiltà. Se il tuo obiettivo sono i bronzi tibetani di Tucci o i rilievi del Gandhara, il tuo indirizzo è piazza Guglielmo Marconi, non via Merulana. Trovi il quadro completo della vicenda nella nostra scheda dedicata al Museo Nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci.
La regola d'oro prima di andare a Palazzo Brancaccio
Il consiglio operativo è banale e nessuno lo segue: verifica prima di partire che ci sia qualcosa di aperto. Non fidarti di una mappa, di un cartello, di un vecchio articolo o della memoria di un amico che «ci è stato». Controlla se in quel momento è in corso una mostra nello spazio espositivo, e con quali giorni e orari. Se non c'è nulla in programma, il palazzo resta comunque una tappa architettonica interessante da fuori — la facciata su via Merulana e il fianco sul verde valgono la sosta — ma sarà una visita di dieci minuti, non di due ore, e conviene saperlo prima.
Il malinteso che si porta dietro il Teatro Brancaccio
Una parte dell'isolato è occupata dal Teatro Brancaccio, che ha ingresso autonomo su via Merulana e vita del tutto indipendente. Molti visitatori vedono le locandine del teatro, pensano che quello sia «il palazzo aperto» e comprano un biglietto per uno spettacolo convinti di visitare la dimora storica. Sono due cose distinte, anche se nate dalla stessa proprietà: il teatro è una sala da 1.600 posti con la sua programmazione, il palazzo è la residenza. Andarci per lo spettacolo è un'ottima idea, ma non è una visita al palazzo.
Perché Palazzo Brancaccio è l'ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma
La definizione non è uno slogan pubblicitario: è una constatazione storica, e per capirla bisogna guardare il calendario. Roma diventa capitale del Regno d'Italia nel 1870. Nei trent'anni successivi la città cresce come non era cresciuta dai tempi dell'impero: nascono interi quartieri, si aprono strade nuove, si abbattono ville storiche, si costruiscono ministeri, caserme, palazzi di banche e chilometri di case da reddito per gli impiegati statali arrivati da tutta Italia. È l'edilizia della Roma umbertina, che qualcuno ha definito una febbre e qualcun altro una speculazione, e che in ogni caso ha riscritto la mappa della città.
In quel contesto una famiglia aristocratica che decide di costruirsi un palazzo di rappresentanza nuovo di zecca è un'anomalia. L'aristocrazia romana, in quegli anni, faceva l'esatto contrario: vendeva. Vendeva le ville suburbane ai lottizzatori, vendeva i terreni agli imprenditori edili, e spesso ci si rovinava, perché quelle operazioni finirono nel crac immobiliare di fine anni Ottanta dell'Ottocento. I palazzi di famiglia esistenti venivano al massimo adattati, divisi, affittati. Nessuno ne cominciava di nuovi.
I Brancaccio invece ne cominciano uno, e lo finiscono. Ci mettono decenni, cambiano più architetti, ingrandiscono il progetto in corsa, e alla fine consegnano alla città l'ultimo esemplare di una tipologia che stava finendo. Dopo di loro nessuno rifà l'esperimento. Ecco perché questo edificio, che a prima vista sembra soltanto un grande palazzo ottocentesco tra i tanti, è in realtà un punto finale: la chiusura di una storia lunga cinque secoli, quella delle grandi dimore gentilizie romane.
Che cosa rende «nobiliare» Palazzo Brancaccio
Non è la grandezza, e nemmeno il lusso: sono i codici. Un palazzo nobiliare romano ha un androne carrozzabile che attraversa l'edificio e sbocca su un cortile o su un giardino, ha uno scalone d'onore separato dalle scale di servizio, ha un piano nobile con enfilade di sale di rappresentanza, ha appartamenti privati distinti dagli ambienti pubblici, ha ambienti di servizio nascosti e collegamenti riservati alla servitù, e ha uno stemma che compare ovunque, sui pavimenti, sui soffitti, sui camini. Palazzo Brancaccio ha tutte queste cose, costruite alla fine dell'Ottocento con la stessa grammatica che i Farnese, i Barberini e i Borghese avevano usato tre secoli prima. È un edificio contemporaneo alle prime automobili che ragiona come se fossimo ancora nel Seicento.
Il paradosso di Palazzo Brancaccio
Il paradosso te lo dico volentieri, perché è la chiave per capire tutta la vicenda: l'ultimo palazzo dell'aristocrazia romana è stato pagato con soldi americani, guadagnati fuori dall'Europa, da una famiglia che con l'aristocrazia romana non c'entrava niente e che a Roma era arrivata da poco. Non è un dettaglio pettegolo: è esattamente il meccanismo che rese possibile l'operazione. Nessuna casata romana, in quegli anni, avrebbe avuto la liquidità per fare una cosa simile. Servivano capitali freschi, e i capitali freschi arrivarono da New York.
I Field, la famiglia americana che pagò Palazzo Brancaccio
La storia comincia con un matrimonio celebrato a Parigi il 3 marzo 1870, cioè pochi mesi prima che i bersaglieri entrassero a Roma da Porta Pia. Lo sposo è don Salvatore Brancaccio, aristocratico napoletano. La sposa è un'americana, Mary Elizabeth Hickson Field, nata il 14 aprile 1846 e appartenente all'alta società di New York. La dote che porta in famiglia è di un milione di dollari dell'epoca: una cifra che, riportata al potere d'acquisto di oggi, viene comunemente stimata attorno ai ventidue milioni di dollari.
Va detto con onestà che sull'identità precisa della «signora Field» le fonti non concordano del tutto, e vale la pena segnalarlo invece di far finta di niente. Alcune ricostruzioni attribuiscono il finanziamento del palazzo a Mary Elizabeth Bradhurst Field, presentandola come la madre, la cui figlia — anch'essa di nome Elizabeth — avrebbe sposato il principe. Altre identificano direttamente nella moglie di Salvatore, Mary Elizabeth Hickson Field, la finanziatrice dell'impresa. La sovrapposizione dei nomi, frequentissima nelle famiglie americane dell'Ottocento dove il nome della madre passava alla figlia, ha generato una piccola confusione che si trascina da più di un secolo. Il fatto sostanziale, sul quale nessuno discute, è che i capitali che costruirono Palazzo Brancaccio erano capitali americani della famiglia Field, e che l'operazione fu decisa e guidata dalla parte femminile e americana della famiglia.
La principessa Elizabeth non fu una comparsa. Divenne Dama di Palazzo della regina Margherita di Savoia, cioè entrò nel cerchio più stretto della nuova corte italiana insediata al Quirinale, e per un paio di decenni fu una delle protagoniste della vita mondana della capitale. Morì l'11 aprile 1907, quando il palazzo non era ancora del tutto finito.
Perché una americana costruisce a Roma
Il fenomeno delle ereditiere americane che sposavano titoli nobiliari europei è una costante del secondo Ottocento, tanto da avere un nome nella storiografia anglosassone e da aver alimentato una quantità considerevole di romanzi. La logica dello scambio era esplicita e nessuno se ne vergognava: da una parte capitali freschi accumulati in una economia in espansione, dall'altra un titolo antico, un cognome, l'accesso alle corti. Nel caso dei Brancaccio la transazione ha però una particolarità che la rende interessante: il denaro americano non serve a puntellare un patrimonio dissestato, serve a costruire qualcosa di nuovo.
C'è di più. La famiglia Brancaccio a Roma era arrivata da poco, e ci era arrivata da Napoli. Cioè da una capitale che aveva appena smesso di essere capitale, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie. Un aristocratico napoletano che si trasferisce a Roma nel 1870 sta facendo una precisa mossa: sta seguendo il potere. E per stare al tavolo del potere sabaudo serviva una casa all'altezza. Il palazzo, in altre parole, è uno strumento politico e sociale prima che un capriccio estetico.
Il segno dei Field dentro Palazzo Brancaccio
Il nome della famiglia americana non è sparito. Lo spazio espositivo che oggi occupa l'antico ammezzato nobile si chiama Spazio Field proprio in omaggio a lei, e la scelta mi sembra più giusta di quanto sembri: chi entra in quelle stanze sta camminando dentro un investimento americano dell'Ottocento, dentro l'idea che una signora di New York si era fatta di come dovesse essere una casa principesca romana. Il gusto degli interni, con la sua abbondanza di dorature, specchi, soffitti dipinti e finiture, è tanto italiano nell'esecuzione quanto americano nella committenza.
Salvatore Brancaccio, il principe di Palazzo Brancaccio
Don Salvatore Brancaccio nasce a Napoli il 10 luglio 1842, terzo di tredici figli del principe Carlo e di donna Felice Filomarino. Essendo il primo maschio, eredita con il tempo una collezione di titoli che suona come un elenco geografico del Mezzogiorno: ottavo principe di Triggiano, duca di Lustra, marchese di Montescaglioso per parte materna, patrizio napoletano. I titoli vengono riconosciuti o rinnovati dal nuovo Stato italiano con provvedimenti del 1876, il che dice molto su come funzionava la transizione: la nobiltà borbonica non venne cancellata, venne riconvertita.
Salvatore muore a Roma il 14 gennaio 1924. Ha vissuto abbastanza per vedere il palazzo finito, il teatro annesso inaugurato, e la propria famiglia insediata stabilmente nella nuova capitale. Il suo ritratto e quello della moglie sono rimasti dentro l'edificio sotto forma di busti realizzati nel 1909 dal pittore e scultore di casa: due profili ottocenteschi che guardano ancora le sale che avevano voluto.
I Brancaccio prima di Palazzo Brancaccio
Il casato Brancaccio è una delle famiglie più antiche e ramificate della nobiltà napoletana, ascritta ai seggi di Nido e Capuana, con memorie che risalgono almeno al X secolo — il primo nome documentato, un tribuno Gregorius Brancatius, compare in un atto del 961. Nei secoli la famiglia ha dato alla Chiesa cardinali di peso, tra cui Rinaldo Brancaccio, morto a Roma nel 1472 e sepolto a Napoli in un monumento funebre che è uno dei capolavori del primo Rinascimento, e Francesco Maria Brancaccio, vissuto tra il 1592 e il 1675.
Un ramo passò in Francia nel Trecento dando origine ai de Brancas, un altro si trasferì in Sicilia nel Seicento. A Napoli il nome resta legato a un palazzo di famiglia, alla cappella in Sant'Angelo a Nilo, a strade e rampe che ancora oggi portano quel cognome. Il ramo che arriva a Roma alla fine dell'Ottocento è quello detto «del Cardinale», e a Roma si estingue nello spazio di due sole generazioni. Costruire l'ultimo palazzo nobiliare della città e poi sparire: c'è qualcosa di romanzesco in questa parabola, e ci torneremo.
La corte in provincia dei Brancaccio
Un episodio poco noto illumina il carattere della committenza. Nel 1889 la principessa acquista il castello di San Gregorio da Sassola, nell'entroterra romano, e vi ricrea una specie di corte in villa. Tra il 1892 e il 1899 il castello viene rimodernato: si abbatte la vecchia torretta tonda per sostituirla con una a pianta quadra, si innalza una grande torre rotonda a ponente con lo scopo dichiarato di nascondere alla vista le vecchie case del paese, il tutto in previsione di una visita reale. La visita arriva puntuale: il 3 giugno 1899 la regina Margherita di Savoia è ospite nelle stanze rinnovate.
Nel 1900 i Brancaccio arrivano a ribattezzare le vie e le piazze del paese, intitolandole a sé stessi, ai Savoia e alla santa di famiglia. Sarebbe facile liquidare tutto come paternalismo di fine secolo, e in parte lo è. Ma la stessa famiglia selciò strade, avviò un acquedotto, aprì una cassa rurale nel 1910 e nel 1920, all'indomani della guerra, donò alla comunità centinaia di ettari di terreni incolti destinandoli soprattutto ai capifamiglia reduci. È un modo americano di fare le cose, applicato a un borgo del Lazio. E chi conosce la storia di Palazzo Brancaccio riconosce lo stesso metodo: si costruisce in grande, si costruisce per essere visti, e si costruisce per restare.
Il terreno di Palazzo Brancaccio: un convento comprato dal Comune
Nel 1879 la signora Field acquista dal Comune di Roma un lotto che comprendeva chiesa, convento, orto e giardino di Santa Maria della Purificazione ai Monti. Beni ecclesiastici, dunque, finiti nella disponibilità del demanio comunale a seguito dell'eversione dell'asse ecclesiastico, cioè della grande operazione con cui lo Stato italiano incamerò e rivendette i patrimoni degli enti religiosi soppressi.
È un punto che vale la pena fissare, perché racconta una Roma che oggi facciamo fatica a immaginare. Alla fine dell'Ottocento l'Esquilino alto era ancora in larga parte un paesaggio di vigne, orti murati, casali e conventi, con le rovine imperiali che emergevano dal verde come scogli. Il denaro americano compra letteralmente un pezzo di quella campagna urbana e ci pianta sopra un palazzo. Nel giro di una generazione, tutto intorno, il paesaggio agricolo scompare.
Che cosa c'era sotto il terreno di Palazzo Brancaccio
La proprietà si trovava all'estremità del colle Oppio, esattamente sopra i resti delle grandi terme imperiali — per la precisione le Terme di Traiano, di cui parleremo più avanti — e comprendeva un vasto parco cresciuto sulle rovine. Dentro quel parco c'era anche una torre, chiamata tradizionalmente Torre di Mecenate, dalla quale secondo Svetonio Nerone avrebbe assistito al grande incendio di Roma del 64 dopo Cristo. Ci torneremo, perché è uno degli aneddoti più belli e più fraintesi di tutta la zona.
Comprare quel terreno significava quindi comprare un pezzo di archeologia. E infatti la questione tornerà a presentarsi, in modo tutt'altro che indolore, negli anni Trenta del Novecento, quando lo Stato deciderà che quelle rovine dovevano essere pubbliche.
La chiesa scomparsa dentro Palazzo Brancaccio
Della chiesa e del convento di Santa Maria della Purificazione ai Monti non resta oggi un edificio riconoscibile: il complesso fu sacrificato alla costruzione. È uno dei tanti casi romani in cui un toponimo sopravvive ai muri. Quando cammini nell'area, tieni presente che stai calpestando la pianta di un piccolo insediamento religioso che aveva convissuto per secoli con le rovine delle terme e che è stato cancellato in pochi anni da una trattativa immobiliare. La Roma umbertina ha fatto molte cose meravigliose e molte cose brutali, spesso nello stesso cantiere.
Gaetano Koch e il primo progetto di Palazzo Brancaccio
Il primo architetto chiamato a disegnare Palazzo Brancaccio è Gaetano Koch, e non poteva essere altrimenti: era l'uomo giusto nel momento giusto. Nato a Roma il 9 gennaio 1849 e morto il 14 maggio 1910, Koch è il progettista simbolo della Roma umbertina, quello che più di ogni altro ha dato una faccia alla capitale del nuovo Regno. Si era laureato in architettura e ingegneria civile nel 1872, esattamente mentre la città entrava nella fase di espansione edilizia più intensa dai tempi dell'impero, e fu subito impiegato nell'ufficio tecnico della Società dell'Esquilino, l'impresa che stava costruendo i grandi isolati borghesi attorno a piazza Vittorio.
Il curriculum di Koch è la mappa della Roma di fine Ottocento: il palazzo che oggi ospita la Banca d'Italia in via Nazionale, e che dal suo cognome si chiama comunemente Palazzo Koch; i due enormi edifici a portici che chiudono l'attuale piazza della Repubblica seguendo la curva dell'esedra delle Terme di Diocleziano, costruiti tra il 1887 e il 1898; Palazzo Piombino, oggi sede dell'ambasciata degli Stati Uniti in via Veneto; il palazzo De Parente a piazza Cavour, del 1890. Nel 1905, dopo la morte di Giuseppe Sacconi, Koch collaborò anche alla realizzazione del Vittoriano come direttore dei lavori.
Per Palazzo Brancaccio, Koch lavora tra il 1879 e il 1883. Sua è l'impostazione originaria, il primo corpo di fabbrica, la logica generale dell'impianto. Ed è già una casa di grandi dimensioni. Solo che, molto presto, ai committenti sembra piccola.
Perché il primo Palazzo Brancaccio non bastava
Il motivo è insieme pratico e sociale. Pratico, perché nell'edificio dovevano convivere due nuclei familiari, i Field e i Brancaccio, con relative servitù, ospiti e ambienti di rappresentanza. Sociale, perché nel frattempo la posizione della famiglia a Roma era cresciuta: la principessa era entrata nella corte di Margherita di Savoia, la casa era diventata un luogo di ricevimento, e un luogo di ricevimento della capitale non poteva essere una villa comoda. Doveva essere un palazzo che si vedesse da lontano.
Da qui la decisione, verso la metà degli anni Ottanta dell'Ottocento, di ampliare. E l'ampliamento non viene affidato a Koch, ma a un architetto di tutt'altra formazione e di tutt'altro gusto. È il passaggio che rende Palazzo Brancaccio un edificio doppio, e che spiega perché guardandolo si abbia la sensazione di leggere due libri rilegati insieme.
Luca Carimini e l'ampliamento di Palazzo Brancaccio su via Merulana
Luca Carimini, nato a Roma nel 1830 e morto nel 1890, è una delle figure più affascinanti dell'architettura romana dell'Ottocento, e la sua biografia da sola vale il viaggio. Non veniva dall'accademia: veniva dalla bottega. Rimasto orfano di padre a quattordici anni, in una Roma ancora pontificia, fu messo a imparare il mestiere di scalpellino e decoratore presso un marmista. Verso i vent'anni uno zio capomastro gli aprì una bottega di scalpellino, che in breve prosperò lavorando ad altari, cappelle e monumenti funebri.
Mentre lavorava, studiava: frequentò all'Accademia di San Luca prima la scuola di ornato, poi pittura e scultura. Solo a trentotto anni, nel 1868, l'Archiginnasio della Sapienza lo laureò architetto, su segnalazione di una commissione di cui facevano parte il neoclassico Luigi Poletti e il suo allievo Virginio Vespignani. Da quel momento e fino alla morte, nel 1890, Carimini progettò senza sosta.
A Palazzo Brancaccio è chiamato a lavorare tra il 1886 e il 1890, con un incarico preciso: proseguire la costruzione lungo via Merulana in direzione di San Giovanni in Laterano, e accordare la nuova edificazione con il palazzo già esistente. Non è un compito banale. Significa allungare un edificio di parecchie decine di metri mantenendo la coerenza del prospetto, gestire il dislivello, e insieme lasciare la propria firma. Carimini la lascia soprattutto nella decorazione dell'attico, che è la parte del palazzo dove il suo mestiere di lapicida si vede meglio.
Il gusto di Carimini a Palazzo Brancaccio
Carimini apparteneva alla corrente neoromanica, e coltivava un amore giovanile per il Quattrocento che non lo abbandonò mai. Il suo modo di intendere l'architettura passa dal materiale: la pietra tagliata, il cotto, la modanatura eseguita bene, il dettaglio che si legge da vicino. È l'opposto della progettazione astratta. Chi guarda la parte del palazzo su via Merulana e la trova più «tattile», più artigianale, più ricca di piccoli fatti decorativi, non si sbaglia: sta leggendo la mano di un artigiano diventato architetto.
Nella stessa strada, a poca distanza, Carimini firmò tra il 1884 e il 1888 la chiesa e il convento di Sant'Antonio da Padova all'Esquilino, con la sua facciata in laterizio e pietra che è uno dei pezzi neoromanici più riusciti di Roma. Se vuoi capire Carimini in dieci minuti, cammina da Palazzo Brancaccio fino a quella chiesa e guarda le due cose in sequenza. È la stessa testa che lavora, prima su una casa privata e poi su una chiesa.
Il progettista che non vide finita la sua opera
Carimini muore nel 1890 e non vede realizzata la parte principale del suo progetto per Palazzo Brancaccio. Secondo le ricostruzioni della sua biografia, il disegno fu costruito dopo la sua morte, in un arco di anni che alcuni studiosi collocano tra il 1892 e il 1896. Non fu la sua unica frustrazione tarda: l'incarico per il Palazzo di Giustizia gli era stato affidato e poi revocato, in una delle vicende amministrative più discusse della Roma di allora.
C'è qualcosa di malinconico in questo destino. Il ragazzo messo a bottega a quattordici anni diventa l'architetto dell'ultimo palazzo nobiliare di Roma, e muore prima di vederlo alzarsi. Quando passi davanti al cornicione decorato di via Merulana, ricordati che quello è, in un certo senso, un lavoro postumo.
Chi ha finito Palazzo Brancaccio, e quando
Qui bisogna essere precisi e insieme onesti, perché le date che circolano non coincidono e il visitatore ha diritto di saperlo.
La ricostruzione più diffusa e più documentata è questa: Gaetano Koch progetta e costruisce tra il 1879 e il 1883; Luca Carimini prosegue lungo via Merulana tra il 1886 e il 1890; gli architetti Rodolfo Buti e Sacconi intervengono per completare i lavori in un arco che va dal 1893 fino agli anni Venti del Novecento. Le schede sintetiche indicano spesso come periodo di costruzione il 1886-1912, e il 1912 è la data che viene comunemente citata come conclusione dell'edificio. Il cantiere del teatro annesso, che è parte della stessa vicenda, si chiude nel 1916.
Le divergenze riguardano soprattutto due punti. Il primo è la data finale: c'è chi chiude la vicenda nel 1912, chi la porta fino al 1922, a seconda che si consideri concluso il palazzo o l'intero isolato con tutte le sue pertinenze. Il secondo riguarda il cognome Sacconi, che in questa storia compare due volte e con due persone diverse. C'è Giuseppe Sacconi, l'architetto del Vittoriano, morto nel 1905, il cui nome viene associato alla fase di completamento del palazzo; e c'è Carlo Sacconi, ingegnere, che è la figura costantemente indicata come esecutore materiale del Teatro Brancaccio su disegno di Carimini. Alcune fonti attribuiscono anche il teatro a Giuseppe. Non ho elementi per risolvere la questione al posto degli studiosi, e preferisco segnalarla che nasconderla: se leggi versioni discordanti, non è distrazione tua, è una vera incertezza della letteratura.
Un cantiere lungo più di trent'anni
Quello che conta, al di là del dettaglio erudito, è la durata. Trentatré anni almeno, dal primo incarico alla data di completamento comunemente accettata: un cantiere che attraversa tre decenni, quattro o cinque professionisti, la morte di due dei suoi progettisti e il passaggio da un secolo all'altro. Un edificio così non può essere stilisticamente unitario, e infatti non lo è. È un organismo stratificato, come una chiesa medievale rimaneggiata, solo che la stratificazione è avvenuta in una vita d'uomo invece che in cinque secoli.
Il consiglio che ti do quando lo guardi è di non cercare la coerenza: cerca le giunture. Sono quelle a raccontarti la storia vera, cioè quella di una famiglia che ingrandiva le proprie ambizioni mentre i muratori erano ancora sul ponteggio.
Come leggere la facciata di Palazzo Brancaccio
Il prospetto principale, quello che si vede meglio dal marciapiede opposto di via Merulana, segue una grammatica classica e la applica con ordine. Alla base c'è un basamento in bugnato, cioè un rivestimento in blocchi lavorati che dà all'edificio l'impressione di poggiare su qualcosa di solido. Sopra si sviluppa il piano nobile, scandito da colonne di ordine dorico che segnano il ritmo delle aperture. In alto corre l'attico con la decorazione che porta la firma di Carimini.
La lettura è quella dei manuali, ed è voluta: la famiglia stava dichiarando la propria appartenenza a un mondo, non stava cercando l'originalità. Un palazzo che nel 1890 si presenta con bugnato e ordini classici sta dicendo esplicitamente «io sono un palazzo romano», in una città dove intorno stavano nascendo migliaia di appartamenti privi di qualunque pretesa aristocratica.
Il trucco per fotografare bene la facciata di Palazzo Brancaccio
Via Merulana è larga, ma non abbastanza da permetterti di inquadrare l'intera facciata restando in piano. Se ti attacchi al muro di fronte e punti in alto, ottieni una fotografia con le verticali che convergono come se il palazzo stesse cadendo all'indietro. Il rimedio è semplice: allontanati verso l'incrocio, scatta dal lato lungo con un'inquadratura obliqua che sfrutti la prospettiva della strada, e lascia entrare nel fotogramma anche un pezzo di traffico e di marciapiede. Verrà un'immagine urbana, non una scheda catastale, e sarà molto più fedele a quello che l'edificio è oggi.
Il fianco che quasi nessuno guarda
Il lato verso il colle Oppio è, secondo me, il più interessante e il meno fotografato. Lì il palazzo si affaccia sul verde, il muro di cinta corre lungo la strada in salita, e il rapporto tra costruito e giardino diventa leggibile. È anche il lato dal quale si capisce quanto fosse grande la proprietà originaria: guardando l'estensione del parco pubblico attuale e immaginandolo privato, recintato e pieno di alberi, si ottiene un'idea abbastanza precisa di che cosa possedessero i Brancaccio prima degli anni Trenta.
L'atrio e il percorso interno di Palazzo Brancaccio
Chi ha la fortuna di entrare — e ripeto che oggi accade quasi sempre in occasione di mostre o eventi — trova subito la mossa architettonica più efficace dell'edificio: un atrio con colonne di granito che attraversa tutta la costruzione da parte a parte e sbocca sul giardino posteriore. È un dispositivo antico, quello dell'androne passante, e produce l'effetto che i committenti volevano: dal marciapiede di una strada affollata si vede, in fondo, il verde. La città che si apre su un giardino privato. Nell'Ottocento romano era una dichiarazione di rango.
Il granito non è scelto a caso. È una pietra dura, costosa da lavorare, che nella tradizione romana rimanda direttamente al reimpiego antico, alle colonne monolitiche delle basiliche. Usarlo nell'atrio significa collegare visivamente la casa nuova alla Roma imperiale che stava letteralmente sotto le sue fondamenta.
Lo stemma sul pavimento di Palazzo Brancaccio
Nei pavimenti compare, ripetuta, l'arme di famiglia dei Brancaccio romani: quattro branche di leone d'oro in campo azzurro, nascenti dai fianchi dello scudo e separate da una fascia d'argento. È lo stemma del ramo detto «delle branche asciutte», e il gioco di parole tra il cognome e le branche del leone è, come spesso accade in araldica, del tutto voluto. Se entri, guarda in basso: gli stemmi pavimentali sono uno dei dettagli che i visitatori attraversano senza vedere, e sono la firma della famiglia sul proprio edificio.
I soffitti di Palazzo Brancaccio
La vera ricchezza degli interni non sta alle pareti ma sopra la testa. I soffitti dipinti e decorati sono numerosi, di formati e temi diversi, e costituiscono l'insieme decorativo più consistente del palazzo. Chi arriva con l'aspettativa di trovare grandi affreschi rinascimentali resterà spiazzato: siamo nel pieno dell'eclettismo di fine Ottocento, con un repertorio che pesca dal Cinquecento, dal Settecento e dal gusto dell'epoca, mescolando grottesche, riquadri figurati, dorature e stucchi. È un linguaggio che oggi torna ad essere apprezzato dopo decenni di sufficienza critica, e che dal vivo funziona molto meglio che in fotografia.
Francesco Gai, il pittore di casa a Palazzo Brancaccio
Il nome da ricordare per gli interni è Francesco Gai, romano, nato il 4 maggio 1835 e morto il 17 maggio 1917. Divenne il pittore di famiglia dei principi Brancaccio e dei Field, eseguendo ritratti e occupandosi della decorazione del palazzo. È stato definito, con una formula severa, «il poliedrico erede delle più ovvie convenzionalità accademiche nella Roma del papato in declino»: giudizio duro, tipico di una stagione critica che detestava l'eclettismo, e che vale la pena conoscere per poi farsi un'idea propria.
Gai era stato allievo dell'Accademia di San Luca e aveva lavorato molto per le chiese romane: la Flagellazione sopra la porta del sacello di San Zenone nella basilica di Santa Prassede, la pala con San Giovanni Gualberto che detta il testamento spirituale ai discepoli nella stessa chiesa, restauri nel portico di Santa Maria in Trastevere. Nel 1905 entrò nell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon e ricevette da papa Pio X una medaglia d'oro per la collaborazione nella commissione consultiva sui restauri della Cappella Sistina. Non era, insomma, un artista di secondo piano: era un professionista pienamente inserito nel sistema artistico romano.
La toletta di Venere nell'alcova di Palazzo Brancaccio
L'opera di Gai più citata dentro il palazzo è La toletta di Venere, dipinta per l'alcova della famiglia. Il soggetto è quello che ti aspetti in una camera padronale di fine Ottocento: mitologia amabile, nudo classico, colori chiari. È esattamente il tipo di pittura che per tutto il Novecento è stata considerata insopportabile e che oggi, guardata senza pregiudizi, risulta invece un documento perfetto di come una famiglia dell'epoca immaginasse l'intimità domestica: non intima per niente, anzi, teatrale e allusiva alla cultura classica.
Nella cosiddetta sala degli specchi si trovano i due busti eseguiti da Gai nel 1909, quello del principe Salvatore e quello della principessa. Sono lavori tardi, realizzati due anni dopo la morte di lei: fanno pensare a un ritratto commemorativo più che a una celebrazione mondana, e in questa luce diventano molto più interessanti.
Che cosa aspettarsi dalla decorazione di Palazzo Brancaccio
Il mio avvertimento è questo: non venire qui cercando Roma antica o Roma barocca. Palazzo Brancaccio è un documento della cultura visiva umbertina, cioè di quel momento in cui la borghesia e l'aristocrazia italiane usavano la storia dell'arte come un catalogo da cui prelevare motivi. Se lo giudichi con il metro di Palazzo Farnese, ne esci deluso. Se lo guardi come il progetto coerente di una famiglia che voleva costruirsi una identità visiva in una capitale appena nata, diventa un edificio molto più eloquente di tanti monumenti più celebri.
Le sale storiche di Palazzo Brancaccio
Il repertorio degli ambienti documentati nell'appartamento storico comprende un salone di rappresentanza, un auditorium interno, una sala degli specchi, ambienti chiamati per colore — una sala bianca, una sala verde — e poi la sequenza più intima e più curiosa: il camerino, lo studiolo, l'alcova. Sono nomi che appartengono al lessico tradizionale delle dimore italiane e che qui vengono riutilizzati alla fine dell'Ottocento come se nulla fosse cambiato.
Vale la pena spiegare che cosa significano, perché il visitatore contemporaneo li sente come parole vaghe. Il camerino era una stanza piccola, spesso riccamente decorata, destinata a raccolte, oggetti preziosi o conversazioni riservate. Lo studiolo era il luogo del padrone di casa, tra biblioteca e ufficio, e per tradizione era il vano in cui si concentrava la decorazione più colta. L'alcova era la camera da letto padronale, generalmente separata dal resto con un arco o una struttura architettonica interna. Metti in fila queste tre stanze e hai la geografia della vita privata di una famiglia principesca.
Una precisazione onesta sui nomi delle sale di Palazzo Brancaccio
Nella comunicazione commerciale degli spazi per eventi circolano nomi di sale diversi da quelli storici, alcuni dei quali sono denominazioni d'uso adottate dagli operatori e non nomenclature documentate. È un fenomeno normalissimo in tutte le dimore storiche trasformate in location, e non c'è nulla di scandaloso: semplicemente, la sala che senti chiamare in un certo modo su un sito di ricevimenti può corrispondere a un ambiente che nella letteratura storica ha un altro nome, o nessuno. Se ti interessa la corrispondenza esatta tra i nomi commerciali e gli ambienti storici, chiedila direttamente a chi gestisce lo spazio. Io preferisco dirti quello che è documentato e segnalarti dove finisce la documentazione, piuttosto che riempire il vuoto con affermazioni che non posso verificare.
L'auditorium interno di Palazzo Brancaccio
Che una casa privata avesse al proprio interno un ambiente concepito per l'ascolto e la musica non era un'eccentricità: era l'attrezzatura standard di una famiglia che riceveva. Prima della radio e del disco, la musica in casa era l'intrattenimento serale, e chi aveva mezzi si costruiva lo spazio adatto. La cosa che colpisce, in questo caso, è che a poche decine di metri la stessa famiglia farà costruire un teatro pubblico da millesei posti. Dall'auditorium privato al politeama aperto alla città: c'è tutta la traiettoria sociale dei Brancaccio romani in quel passaggio.
Il giardino di Palazzo Brancaccio e la Coffee House
Dietro l'edificio sopravvive quello che resta del parco originario, ed è la parte del complesso che regala le sorprese maggiori: un laghetto, un gazebo, alberature, e soprattutto una costruzione da giardino chiamata Coffee House, decorata dal pittore Francesco Gai. Il nome inglese non è un vezzo moderno: la coffee house era una tipologia settecentesca ben nota anche a Roma, un padiglione destinato alla conversazione e al rinfresco, staccato dalla casa principale, dove ci si spostava dopo il pranzo.
Che una famiglia di fine Ottocento si costruisca una coffee house nel proprio giardino è un altro dei segnali di quanto il progetto complessivo fosse deliberatamente arcaizzante. Stavano rifacendo, con materiali e tecniche del proprio tempo, la vita di una corte del secolo precedente.
Il ninfeo di Palazzo Brancaccio
Nel giardino sul retro si trova un ninfeo primonovecentesco realizzato su progetto dello stesso Gai, che nella sua carriera si occupò anche di architettura e scultura oltre che di pittura. È strutturato con cinque nicchie, e ai lati della grotta centrale sono collocate due sculture: un Ercole e un David. L'accostamento merita una riflessione, perché non è casuale — l'eroe pagano della forza e l'eroe biblico della fede messi uno di fronte all'altro sono un tema iconografico classico della cultura romana, che unisce mondo antico e mondo cristiano in una sola dichiarazione di legittimità.
Il ninfeo è, di tutto il complesso, l'elemento che più rischia di sfuggire, perché sta in un'area accessibile solo in occasione di eventi. Se ti capita di entrare per una cerimonia o una mostra e senti dire che «di là c'è il giardino», vacci. È il pezzo che i romani stessi conoscono meno del proprio quartiere.
Il verde privato che è diventato pubblico
Bisogna immaginare l'estensione originaria: non un giardino di rappresentanza, ma un vero parco cresciuto sulle rovine delle terme imperiali, con dislivelli, muri antichi affioranti, alberature mature. Un patrimonio botanico e archeologico dentro una proprietà privata, nel cuore della città. Quel parco è quasi tutto scomparso dalla disponibilità della famiglia negli anni Trenta, e la vicenda merita un capitolo a parte.
L'esproprio del parco di Palazzo Brancaccio
Tra il 1935 e il 1936 gran parte del parco di Palazzo Brancaccio viene espropriata e destinata a parco archeologico. È una data che spiega la forma attuale di tutto il quartiere: il verde che oggi sale dal Colosseo verso via Merulana, con i ruderi delle Terme di Traiano che affiorano tra i pini, era in buona parte proprietà privata di questa famiglia.
Gli anni Trenta sono il momento in cui il regime riscrive l'area archeologica centrale di Roma con una energia che ancora oggi si discute: si apre via dell'Impero sui Fori, si isolano monumenti, si demoliscono quartieri interi, si liberano rovine dal costruito. Nel caso del colle Oppio l'operazione produce un risultato che, va detto, il visitatore di oggi ringrazia: senza quell'esproprio, il parco non esisterebbe e i resti termali sarebbero rimasti dentro una proprietà chiusa. Ma è utile ricordare che il verde pubblico su cui i romani portano a spasso il cane era il giardino di casa di qualcuno.
Come si vede oggi il confine dell'antica proprietà di Palazzo Brancaccio
C'è un esercizio che faccio sempre fare a chi accompagno da queste parti. Ci si mette all'incrocio tra viale del Monte Oppio e via Merulana e si guarda il muro di cinta: da lì si segue idealmente il perimetro del parco pubblico fino ai resti delle esedre termali. Tutto quello che sta dentro quel perimetro era, fino a novant'anni fa, giardino privato. Ci vogliono trenta secondi e cambia completamente il modo in cui si guarda il quartiere: non stai passeggiando in un parco urbano qualunque, stai attraversando la porzione confiscata di una tenuta aristocratica.
Palazzo Brancaccio e le Terme di Traiano
Sotto e intorno al palazzo ci sono le Terme di Traiano, il primo dei grandi complessi termali imperiali e per la sua epoca il più grande edificio del genere mai costruito a Roma. Furono progettate da Apollodoro di Damasco — lo stesso architetto impegnato negli stessi anni nel Foro e nei Mercati di Traiano — e inaugurate il 22 giugno del 109 dopo Cristo, pochi anni dopo l'incendio che aveva devastato la Domus Aurea nel 104. La superficie complessiva si aggirava sui sessantamila metri quadrati.
Il complesso restò in uso per secoli. Da fonti tardo antiche sappiamo che nel IV o V secolo era ancora funzionante, e che venne arricchito di statue dal prefetto urbano Felice Campaniano. La tradizione fissa la fine della funzione termale nel 537, quando il re goto Vitige tagliò gli acquedotti per costringere Roma alla resa; scavi più recenti fanno però pensare a un abbandono almeno parzialmente anticipato al V secolo, sulla base del ritrovamento di una necropoli all'interno dell'area, davanti all'esedra nord-orientale. Quando in un complesso termale si comincia a seppellire i morti, vuol dire che il complesso ha già smesso di essere un luogo di vita sociale.
Che cosa resta delle terme attorno a Palazzo Brancaccio
I resti più leggibili sono le grandi esedre semicircolari, i muraglioni in opera laterizia e le sostruzioni. Sembrano frammenti sparsi, ma se li colleghi mentalmente ottieni un perimetro enorme, che comprende gran parte del parco. Il sito è gestito dalla Sovrintendenza Capitolina, ed è uno di quei luoghi che i romani attraversano distrattamente ogni giorno senza rendersi conto di camminare dentro il piano di un edificio antico.
Il legame con il palazzo non è soltanto topografico. È strutturale: le fondazioni ottocentesche si appoggiano a un terreno che è fatto di macerie, volte crollate, riempimenti e murature romane. Costruire lì significava fare i conti con l'archeologia a ogni palata, in un'epoca in cui la tutela era ancora agli inizi.
Palazzo Brancaccio e la Domus Aurea
Scendendo di un livello nella stratigrafia, sotto le terme c'è lei: la Domus Aurea, la residenza che Nerone si fece costruire dopo l'incendio del 64 dopo Cristo, progettata da Severo e Celere. Occupava una estensione stimata attorno agli ottanta ettari e collegava Palatino, Esquilino e Celio, con giardini, vigne, boschi, un lago artificiale e padiglioni. La parte residenziale principale stava proprio sull'Esquilino, cioè da queste parti.
Dopo la morte di Nerone, nel 68, i suoi successori smontarono metodicamente il complesso per «restituire» il terreno ai romani: Vespasiano prosciugò il lago e ci costruì l'anfiteatro che oggi chiamiamo Colosseo, e le Terme di Traiano finirono per coprire il padiglione esquilino. Che è, in pratica, il motivo per cui la Domus Aurea si è conservata: interrata come cantina di un edificio successivo.
Le grottesche nate sotto il colle di Palazzo Brancaccio
L'aneddoto è tra i più belli della storia dell'arte italiana. Alla fine del Quattrocento alcuni artisti — la tradizione fa i nomi di Raffaello e di altri protagonisti del Rinascimento — si calarono con le corde negli ambienti interrati della Domus Aurea per copiarne le pitture. Quegli ambienti sembravano grotte, e i motivi decorativi che vi si trovavano vennero perciò chiamati «grottesche». Da lì passarono nelle Logge Vaticane e da lì in tutta Europa, fino a diventare uno dei repertori decorativi più longevi della cultura occidentale.
Ora fai il collegamento: nei soffitti tardo ottocenteschi di Palazzo Brancaccio ricorrono motivi che discendono, per linea diretta e attraverso quattro secoli di manuali, da pitture che stanno alcuni metri più in basso, sotto lo stesso colle. È una circolarità che mi diverte ogni volta che la racconto: la decorazione della casa nuova cita, senza saperlo del tutto, la casa vecchia sepolta sotto il giardino.
Visitare la Domus Aurea partendo da Palazzo Brancaccio
Una porzione della Domus Aurea sotto le Terme di Traiano è oggi accessibile con visite guidate su prenotazione, in condizioni che cambiano nel tempo perché il monumento è oggetto di un cantiere di conservazione di lunghissimo periodo. Il consiglio pratico: se stai organizzando una giornata sul colle Oppio, la Domus Aurea va prenotata in anticipo, mentre il palazzo va verificato in base agli eventi. Combinare le due cose nella stessa mattinata è possibile e sensato, perché sono a cinque minuti di cammino l'una dall'altra, ma richiede che tu faccia i controlli prima e non sul posto.
La torre di Mecenate e l'incendio visto da Palazzo Brancaccio
Nel parco che i Field acquistarono nel 1879 esisteva una torre chiamata tradizionalmente Torre di Mecenate. La tradizione, che si appoggia a un passo di Svetonio, vuole che da lì Nerone avesse assistito al grande incendio di Roma del 64 dopo Cristo, cantando. È l'immagine più famosa e più discussa della storia romana, e ha attraversato duemila anni di iconografia, letteratura e cinema.
Va detto subito che si tratta di una tradizione, non di un fatto accertato: gli storici moderni discutono da tempo sia sull'attendibilità del racconto sia sull'identificazione della torre. Ma la ragione per cui la leggenda si è fissata proprio qui è geograficamente solidissima: questa è l'area degli Horti Maecenatis, i giardini di Mecenate, cioè uno dei punti più alti e panoramici dell'Esquilino, dal quale nell'antichità si dominava effettivamente la valle in cui l'incendio divampò.
L'Auditorium di Mecenate accanto a Palazzo Brancaccio
A pochissima distanza, in largo Leopardi, si trova il cosiddetto Auditorium di Mecenate, che in realtà gli studiosi ritengono essere un ninfeo più che un auditorium. È una grande aula rettangolare seminterrata di circa 24,10 per 10,60 metri, con abside su uno dei lati corti, riferibile alla creazione della villa verso il 30 avanti Cristo. Fu scavato nel 1874 sotto la direzione di Rodolfo Lanciani, e nel costruirlo gli antichi tagliarono un tratto delle Mura Serviane.
Da Svetonio sappiamo che Augusto, quando si ammalava, dormiva spesso in casa di Mecenate. Dopo la morte del protettore dei poeti, nell'8 avanti Cristo, la villa passò alle proprietà imperiali e fu poi concessa a Tiberio al ritorno dall'esilio di Rodi; a quella fase risalgono le pitture di giardino di terzo stile del ninfeo, imparentate con gli affreschi della villa di Livia. Il sito è visitabile su prenotazione ed è gestito dalla Sovrintendenza Capitolina.
Il punto che voglio farti notare è questo: Palazzo Brancaccio sta al centro di un fazzoletto di terra in cui si sovrappongono i giardini di Mecenate, la reggia di Nerone, le terme di Traiano, un convento moderno e un palazzo umbertino. Cinque strati in duecento metri. Pochi luoghi al mondo condensano tanto.
Il Teatro Brancaccio, la costola pubblica di Palazzo Brancaccio
All'angolo inferiore dell'isolato, su un terreno di proprietà della famiglia, fu costruito nel 1916 un teatro. Il progetto è di Luca Carimini, realizzato dopo la sua morte dall'ingegner Carlo Sacconi una volta completato l'intero palazzo. L'inaugurazione avvenne il 16 gennaio 1916 con il nome di Teatro Morgana; il nome cambiò poi in Politeama Brancaccio, in ricordo della proprietà originaria del sito. L'indirizzo è via Merulana 244, e la sala conta circa 1.600 posti.
Dal 1937 lo spazio venne usato anche come cinema, seguendo un destino comune a moltissimi teatri italiani in quegli anni. Dopo un lungo periodo di decadenza, il teatro — passato di proprietà al Comune di Roma — fu restaurato e riaperto nel 1978 da Gabriele Lavia e Gigi Proietti. La direzione artistica è stata poi tenuta da Gigi Proietti dal 2001 al 2007, da Maurizio Costanzo dal 2007 al 2010, da Stage Entertainment fino al 2012 e da Alessandro Longobardi a partire da quell'anno.
Chi è salito sul palco accanto a Palazzo Brancaccio
L'elenco degli artisti passati da quella sala è una piccola storia dello spettacolo italiano: Ettore Petrolini, Totò, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, il tenore Giuseppe Di Stefano. E poi, con un salto di genere che dice molto sulla trasformazione del teatro nel secondo Novecento, musicisti di ogni provenienza: Fabrizio De André, Louis Armstrong, Adriano Celentano e — data che vale la pena mandare a memoria — Jimi Hendrix nel 1968.
Fermati un attimo su quell'ultimo nome. Nel 1968 Jimi Hendrix suona in un politeama costruito da una famiglia di principi napoletani con soldi americani, sul terreno delle terme di Traiano, accanto alla casa dove si stava allestendo un museo di arte tibetana. Se cercavi una immagine della stratificazione romana, eccola: non è fatta solo di rovine, è fatta anche di chitarre elettriche.
Il Brancaccino, la sala piccola
Al secondo piano il teatro ospita anche una sala secondaria da circa cento posti con programmazione indipendente, chiamata Brancaccino. In passato, sotto le direzioni di Proietti e Costanzo, era stata usata per quella sala la denominazione «nuovo Teatro Morgana», in richiamo esplicito al nome originario della sala grande. È uno degli spazi più interessanti della città per la ricerca teatrale, e il consiglio che ti do è di guardarne il cartellone anche se non conosci i nomi in locandina: il rapporto qualità-prezzo in una sala da cento posti è quasi sempre migliore di quello dei grandi allestimenti.
Perché il teatro conta per capire Palazzo Brancaccio
Il teatro non è un accessorio: è la prova che i Brancaccio avevano capito il proprio tempo. Una famiglia aristocratica che alla vigilia della Prima guerra mondiale investe in un politeama sta dicendo che il futuro della rendita non è più solo la terra e l'affitto, ma lo spettacolo, il pubblico pagante, la città di massa. Il palazzo guarda indietro, al Seicento; il teatro guarda avanti, al Novecento. Sono nati dallo stesso progetto e dalla stessa mano — Carimini li ha disegnati entrambi — e dicono due cose opposte.
Come il Museo Nazionale d'Arte Orientale arrivò a Palazzo Brancaccio
Nel 1957 un accordo tra il Ministero della pubblica istruzione e l'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente dà vita al Museo nazionale d'arte orientale. Il decreto istitutivo motiva l'operazione con parole che vale la pena citare, perché fotografano una consapevolezza precisa: si trattava di dotare «il nostro Paese di un Istituto di cui è privo, pur vantando l'Italia una lunga tradizione di ricerche e di studi orientalistici». Il museo apre al pubblico il 16 giugno 1958, e la sede scelta è l'ammezzato nobile di Palazzo Brancaccio: circa 1.700 metri quadrati, rimasti di proprietà della famiglia e concessi allo Stato.
Il nucleo iniziale era costituito dagli oggetti di proprietà dell'IsMEO, tra cui i materiali provenienti dalle esplorazioni di Giuseppe Tucci in Tibet e Nepal tra il 1928 e il 1954. Poi arrivarono i reperti degli scavi condotti dall'Istituto in Iran, Afghanistan e Pakistan — le missioni di Shahr-i Sokhta in Iran, di Ghazni in Afghanistan, della valle dello Swat in Pakistan — e le collezioni crebbero ancora grazie a una politica di acquisti dello Stato italiano, a scambi internazionali e a un numero notevole di donazioni.
Le donazioni che riempirono Palazzo Brancaccio
L'elenco dei benefattori racconta un pezzo di storia del collezionismo italiano. La collezione di Giovanni Andreino, incentrata sull'arte birmana. La raccolta di Giacomo Mutti, con materiali indiani di provenienza diversificata. Le ceramiche coreane delle dinastie Joseon e Goryeo, donate dalla Repubblica di Corea nel 1960. Gli oggetti cinesi ceduti nel 1970 da Antonia Gisondi e Manlio Flacchi. Le ceramiche iraniche datate tra l'età del ferro e l'età imperiale, donate nel 2017 da Pompeo Carotenuto. Opere di arte contemporanea coreana donate dagli stessi artisti.
E poi, sopra tutte, la donazione di Francesca Bonardi, moglie di Giuseppe Tucci: circa cinquemila oggetti, in parte donati in vita e in parte lasciati per testamento, avendo lei nominato il museo suo erede universale. Cinquemila pezzi da una sola persona: è il tipo di gesto che oggi verrebbe raccontato come una notizia straordinaria e che allora passò quasi in silenzio.
Come era allestito il museo dentro Palazzo Brancaccio
L'allestimento storico seguiva un percorso per aree geografiche e culturali, distribuito su una successione di sale numerate. Nelle sale dalla I alla III stava il Vicino e Medio Oriente antico, con i sigilli cilindrici della collezione Pugliatti, materiali siriani tra cui reperti della missione di scavo a Ebla diretta da Paolo Matthiae, vasi neolitici anatolici della collezione Foglino e ceramiche e metalli iranici dell'età del ferro della collezione Vannini-Caggiati, acquistata nel 1999.
Nella sala IV c'era l'arte islamica, con elementi in cotto e marmo della decorazione del palazzo del sultano ghaznavide Mas'ud III, regnante tra il 1099 e il 1115, provenienti dagli scavi dell'IsMEO a Ghazni negli anni Sessanta, insieme a ceramiche iraniane dall'VIII al XIX secolo, metalli del Khorasan e una piccola raccolta numismatica. Nelle sale V e VIII l'arte del Gandhara, con i rilievi narrativi che decoravano gli stupa provenienti da Saidu Sharif nella valle dello Swat. Nella sala VI il Tibet e il Nepal, con i dipinti arrotolabili su stoffa e le cretulae votive della collezione Tucci. Nella sala VII e nelle sale dalla XI alla XV la Cina e il Giappone. Nella sala X, aperta al pubblico nel 2010, la Corea.
Racconto questi dettagli perché sono il modo migliore per capire che cosa si è perso, in termini di esperienza, con il trasferimento. Quelle collezioni stavano dentro un appartamento principesco: si guardava un bronzo tibetano avendo sopra la testa un soffitto dipinto da un accademico romano dell'Ottocento. Era un cortocircuito, e per molti visitatori era esattamente il motivo per cui quel museo era memorabile.
Giuseppe Tucci, l'uomo dietro il museo di Palazzo Brancaccio
Il museo prese il nome di Giuseppe Tucci nel 2005, e il nome era dovuto. Giuseppe Vincenzo Tucci, nato a Macerata nel 1894 e morto a San Polo dei Cavalieri nel 1984, è stato l'orientalista italiano più importante del Novecento: esploratore, archeologo, studioso di buddhismo, autore di circa trecentosessanta pubblicazioni. Insegnò alla Sapienza dal 1932 al 1969, occupandosi di religioni e filosofie dell'India e dell'Estremo Oriente. Ai suoi tempi veniva definito il maggiore tibetologo del mondo, e nel 1979 ricevette il Premio Balzan per la storia.
Le spedizioni sono il cuore della sua leggenda: otto missioni in Tibet e Ladakh tra il 1928 e il 1948, più cinque spedizioni in Nepal. Sono i viaggi che portarono in Italia i materiali che avrebbero riempito le sale di Palazzo Brancaccio. Nel 1933, insieme al filosofo Giovanni Gentile, fondò a Roma l'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, l'IsMEO, con Gentile presidente e Tucci vicepresidente.
Tucci, il buddhismo e le contraddizioni
Durante la spedizione tibetana del 1935 Tucci si convertì al buddhismo, iniziato da un abate del monastero di Sakya; era convinto di essere stato tibetano in una vita precedente. Di sé diceva: «Sono sinceramente buddhista... credo in tre soli principi: retto pensiero, retta parola, retta azione». È una frase che, in bocca a un uomo del suo tempo e del suo ambiente, suona ancora oggi sorprendente.
La sua figura resta però controversa, e sarebbe disonesto tacerlo. Il rapporto con il fascismo è discusso: accettò finanziamenti governativi per le spedizioni e fu rappresentante culturale in Giappone tra il 1936 e il 1937, in una fase in cui la diplomazia culturale italiana serviva obiettivi politici molto precisi. D'altra parte si adoperò concretamente per sottrarre all'internamento lo psicoanalista tedesco di origine ebraica Ernst Bernhard. È una biografia che non si lascia semplificare, e per questo vale la pena conoscerla per intero prima di giudicarla.
Perché Tucci conta ancora per chi visita Palazzo Brancaccio
Perché senza di lui questo edificio non avrebbe avuto la sua seconda vita. Un palazzo aristocratico costruito con soldi americani da una famiglia napoletana che diventa, dopo la Seconda guerra mondiale, il luogo dove l'Italia conserva la propria memoria delle esplorazioni himalayane: non era scritto da nessuna parte che dovesse succedere. È successo perché un istituto di ricerca aveva bisogno di spazio e una famiglia aveva spazio da concedere. Le vite degli edifici sono fatte anche di coincidenze amministrative.
L'IsMEO e l'IsIAO: l'istituto che visse a Palazzo Brancaccio
L'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondato nel 1933, è stato per sessant'anni il motore delle missioni archeologiche italiane in Asia. Nel 1995 si fuse con l'Istituto italo-africano, nato nel 1906, dando origine all'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, l'IsIAO, presieduto da Gherardo Gnoli. Il nuovo ente contava tre sezioni sul territorio nazionale — a Milano, Ravenna e Fano — e tre all'estero, conduceva missioni archeologiche in Asia e in Africa, organizzava convegni e aveva pubblicato oltre cinquecento titoli.
Aveva anche una biblioteca eccezionale. Il Fondo Tucci contava circa venticinquemila volumi, con xilografie tibetane, testi buddhisti e manoscritti rari provenienti da Dunhuang. Per chi si occupa di studi asiatici, quel fondo è uno dei patrimoni bibliografici più importanti d'Europa.
La fine dell'IsIAO
Nel novembre 2011, per problemi economico-finanziari definiti insuperabili, l'IsIAO fu posto in liquidazione; la chiusura formale arrivò nel gennaio 2012. La biblioteca confluì nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è stata poi resa nuovamente accessibile.
Se ti stai chiedendo che cosa c'entra tutto questo con la visita a un palazzo, la risposta è: c'entra tutto. La fine dell'istituto che aveva creato e alimentato il museo è uno degli anelli della catena che ha portato al trasferimento delle collezioni e allo svuotamento di questo piano. Le porte chiuse che potresti trovare in via Merulana non sono l'effetto di una decisione improvvisa: sono il punto di arrivo di una lunga crisi istituzionale cominciata almeno dieci anni prima.
Il trasferimento: dove sono oggi le collezioni di Palazzo Brancaccio
Nel settembre 2016, per effetto della riforma ministeriale che riorganizzò i musei statali, il Museo d'Arte Orientale confluì insieme ad altri istituti nel nuovo Museo delle Civiltà, con sede all'EUR. Le collezioni, l'archivio fotografico e la biblioteca furono trasferiti nella nuova sede del Palazzo delle Scienze, in piazza Guglielmo Marconi 14, raggiungibile con la stazione EUR Fermi della linea B della metropolitana. La sede di Palazzo Brancaccio cessò la propria attività espositiva il 31 ottobre 2017.
Il Museo delle Civiltà nasce nel 2016 riunendo le collezioni di quattro musei nazionali preesistenti — tra cui il Museo Pigorini, il museo preistorico ed etnografico e il museo dell'alto Medioevo — a cui si sono aggiunte le raccolte asiatiche nel 2017 e le collezioni del museo di arti e tradizioni popolari, ospitate nel palazzo adiacente. Due delle istituzioni originarie occupavano il Palazzo delle Scienze fin dal 1967.
Che cosa si vede oggi delle collezioni ex Palazzo Brancaccio
Qui va detta una verità scomoda ma necessaria: il trasferimento non ha ancora prodotto un allestimento definitivo. All'EUR è visibile una selezione di circa 650 pezzi, presentata in un allestimento temporaneo organizzato per aree geografiche — Vicino e Medio Oriente, mondo islamico, antichità sudarabiche, India, Gandhara, Tibet e Nepal, Sud-est asiatico, Cina, Corea, Giappone, Vietnam — in attesa della sistemazione definitiva.
Seicentocinquanta pezzi su collezioni che ne contano decine di migliaia. Chi va all'EUR sperando di ritrovare il museo che ricordava a via Merulana troverà qualcosa di diverso e più piccolo, per quanto le singole opere esposte siano di grande qualità. È giusto saperlo prima di prendere la metropolitana, e trovo che raccontarlo sia più utile che ripetere formule ottimistiche.
Che cosa vale la pena andare a vedere all'EUR
Se decidi di seguire le collezioni fino alla loro nuova casa, ecco i nuclei che secondo me giustificano da soli il viaggio. I reperti di Shahr-i Sokhta, centro urbano dell'Iran sudorientale, databili tra il IV e il II millennio avanti Cristo. I rilievi in scisto del Gandhara, con le scene della vita del Buddha, i bodhisattva e i donatori: un fenomeno figurativo attestato tra il I e il V secolo dopo Cristo nell'India nordoccidentale, in cui si vede a occhio nudo l'incontro tra il repertorio ellenistico e il contenuto buddhista. Le quattro teste in pietra di Buddha e bodhisattva provenienti da uno dei templi in grotta di Tianlongshan, in Cina. Le ceramiche coreane delle dinastie Goryeo e Joseon. E le ceramiche invetriate del Vietnam settentrionale del lascito Ivanoe Tullio Dinaro, dal XII al XVIII secolo, che sono una rarità assoluta nei musei europei.
Chi ha diretto il museo di Palazzo Brancaccio
La direzione del museo racconta anch'essa una parabola. Il primo direttore fu Domenico Faccenna, dal 6 giugno 1958 al 30 marzo 1977: un archeologo che veniva dalle missioni sul campo e che diede al museo un'impronta scientifica. Gli succedette Donatella Mazzeo, prima come reggente e poi come direttrice, fino al febbraio 2005, per un totale di oltre un quarto di secolo. Dopo di lei comincia un valzer di direttori, reggenti e incarichi ad interim che si susseguono a ritmo sempre più rapido negli anni Duemila e Duemiladieci, fino all'ultimo direttore in carica dal novembre 2015 all'agosto 2016.
Non serve essere esperti di amministrazione pubblica per leggere quella lista: una istituzione che in dieci anni cambia una decina di responsabili, molti dei quali con incarichi provvisori, è una istituzione in difficoltà. La fine della sede di via Merulana era, a quel punto, scritta nei documenti prima ancora che nei fatti.
Che cos'è oggi lo Spazio Field di Palazzo Brancaccio
L'ammezzato nobile che ospitò il museo per quasi sessant'anni non è rimasto vuoto. È diventato un polo espositivo chiamato Spazio Field, con una superficie che supera i 1.800 metri quadrati e che comprende sale affrescate, ambienti decorati e l'alcova della famiglia. La direzione artistica è legata alla gestione dei Saloni di Palazzo Brancaccio.
La formula è quella ormai diffusa in Europa: uno spazio storico che ospita mostre temporanee, spesso di taglio divulgativo o fotografico, talvolta di respiro internazionale. Non è un museo con collezione permanente, è un contenitore. Il che significa che ogni volta che ci torni trovi qualcosa di diverso, e che il valore della visita dipende in larga parte da che cosa è in programma.
Il vantaggio nascosto delle mostre a Palazzo Brancaccio
Ti do un consiglio che pochi ti daranno: quando c'è una mostra qui, il contenitore vale spesso quanto il contenuto. Compri il biglietto per l'esposizione e in cambio ottieni l'accesso a un appartamento principesco che altrimenti non vedresti mai. Perciò, anche se la mostra in cartellone non ti entusiasma sulla carta, considera che stai comprando due cose. Io ci sono entrato per esposizioni che non ricordo più, e ricordo perfettamente i soffitti.
Il corollario pratico: mentre visiti, alza gli occhi. Molte esposizioni allestiscono pannelli, pareti mobili e strutture che a livello dello sguardo coprono l'ambiente storico. Sopra la linea dei pannelli, però, la casa resta intatta. Guardare in alto è letteralmente il modo di vedere due mostre al prezzo di una.
Come si comporta la luce dentro Palazzo Brancaccio
Le sale hanno finestre alte e profonde, tipiche di un piano ammezzato nobile, e una parte guarda verso il giardino. Le mostre, per ragioni di conservazione, tengono spesso le finestre schermate e la luce artificiale bassa. Se il tuo obiettivo è vedere gli ambienti storici, prova a informarti su quali sale del percorso restano illuminate dalla luce naturale: sono quelle in cui i colori delle decorazioni si leggono davvero. Nella penombra da mostra fotografica, un soffitto ottocentesco diventa una macchia scura.
Palazzo Brancaccio come location per eventi
La porzione maggiore della proprietà — gli esterni con quello che resta del parco, il laghetto, il gazebo, la Coffee House e il parcheggio, e all'interno l'atrio e diverse sale — è impiegata come location per matrimoni ed eventi mondani. È il destino di molte dimore storiche italiane, e va guardato senza snobismi: la manutenzione di un edificio simile costa cifre che nessuna famiglia privata può sostenere con la sola rendita, e gli eventi sono ciò che paga i restauri.
Per il visitatore la conseguenza è duplice. Da un lato, alcuni ambienti sono di fatto inaccessibili al pubblico generico. Dall'altro, quando ci si entra per un matrimonio o una presentazione, ci si trova in una condizione privilegiata: sale vuote, tempo per guardare, nessuna folla. Se ricevi un invito per un evento a Palazzo Brancaccio, arriva presto e usa i primi venti minuti per girare invece che per il buffet. Te lo dico da persona che ha imparato la lezione al contrario.
Che cosa chiedere se stai valutando Palazzo Brancaccio per un evento
Se ci stai pensando per ragioni professionali o personali, le domande utili sono poche e concrete: quali ambienti sono effettivamente compresi nella disponibilità e quali no; se il giardino e il ninfeo sono inclusi o si pagano a parte; quali sono i vincoli di tutela sulle sale decorate, perché in un edificio storico non si può appendere, fissare o illuminare qualunque cosa; quali sono le condizioni in caso di pioggia, visto che parte dell'esperienza è all'aperto; e come si gestiscono accessi e carico e scarico, dato che l'ingresso monumentale non è pensato per i furgoni. Sono domande banali, ma sono quelle che fanno la differenza tra un evento riuscito e una serata di improvvisazione.
Quanto tempo dedicare a Palazzo Brancaccio
Dipende interamente da che cosa trovi aperto, e ti do tre scenari realistici.
Scenario minimo, quindici minuti. Non c'è nulla di aperto. Guardi la facciata da via Merulana, giri l'angolo su via Mecenate, sali un pezzo di viale del Monte Oppio per vedere il fianco e il muro di cinta, dai un'occhiata al fronte del teatro. È una tappa architettonica dentro una passeggiata più lunga, e in quella logica funziona benissimo.
Scenario medio, un'ora e mezza. C'è una mostra nello spazio espositivo. Prendi il biglietto, percorri le sale, guardi le opere e insieme gli ambienti, esci e completi con il giro esterno. È la modalità che consiglio a chi ha una mezza giornata da dedicare a questa parte dell'Esquilino.
Scenario pieno, mezza giornata. Combini il palazzo con il colle Oppio e la Domus Aurea prenotata, oppure con San Pietro in Vincoli e il Mosè di Michelangelo, che sta a dieci minuti di cammino. In questo modo il palazzo smette di essere un monumento isolato e diventa il capitolo ottocentesco di un racconto che comincia con Nerone.
Quando andare a Palazzo Brancaccio
La luce migliore sulla facciata di via Merulana è quella del pomeriggio, quando il sole taglia la strada in obliquo e il bugnato del basamento acquista rilievo. La mattina presto il fronte è in ombra e in fotografia risulta piatto. Se invece il tuo obiettivo è il giardino e ci entri per un evento, il tardo pomeriggio di una giornata limpida è imbattibile: il verde in controluce contro i ruderi delle terme è uno degli scorci più belli e meno noti di Roma.
Palazzo Brancaccio quando piove
Con la pioggia il palazzo funziona solo se c'è una mostra: in quel caso è una destinazione al coperto perfetta, e gli ambienti storici sotto un cielo grigio hanno un fascino particolare, perché la luce diffusa esalta gli interni invece di schiacciarli. Se non c'è nulla di aperto, cambia programma: a pochi passi ci sono chiese di grandissimo livello — Santa Prassede con i suoi mosaici, Santa Maria Maggiore, i Santi Silvestro e Martino ai Monti — e restare sotto la pioggia a guardare un portone chiuso non è una esperienza culturale.
Palazzo Brancaccio con i bambini
Sinceramente: da solo, non è una destinazione per bambini. Non ci sono percorsi dedicati, non c'è una collezione da esplorare, e una mostra temporanea può risultare noiosa. Funziona invece benissimo come tappa dentro un itinerario del colle Oppio: il parco offre spazio per correre, i ruderi delle terme si prestano al racconto — il palazzo di Nerone, l'incendio, le terme costruite sopra — e il Colosseo è visibile in fondo alla discesa. In quel contesto, spiegare ai ragazzi che l'ultimo palazzo dei principi romani è stato pagato da una signora americana è una storia che funziona.
Accessibilità di Palazzo Brancaccio
Il tema va posto con onestà: si tratta di un edificio storico costruito tra Ottocento e Novecento, su un terreno in pendenza, e le condizioni di accessibilità dipendono dall'ambiente e dall'evento. Non esistono percorsi standard validi sempre, perché non esiste una apertura standard. Chi ha esigenze di mobilità deve chiedere in anticipo all'organizzatore della mostra o dell'evento quali ingressi vengono usati, se ci sono ascensori o montascale, e quanti gradini separano l'accesso dalle sale. È un consiglio noioso ma è l'unico serio: qualunque affermazione generica sull'accessibilità di questo edificio sarebbe inaffidabile.
Che cosa vedere intorno a Palazzo Brancaccio
La posizione è uno dei punti di forza dell'edificio, e chi ci arriva farebbe male a ripartire subito. Nel raggio di dieci minuti a piedi hai una concentrazione di monumenti che in qualunque altra città sarebbe il centro storico intero.
Salendo il colle Oppio raggiungi in pochi minuti l'ingresso della Domus Aurea e cammini tra i resti delle Terme di Traiano. Scendendo verso via Labicana arrivi al Colosseo in meno di dieci minuti, con una vista sull'anfiteatro dall'alto che è tra le più belle e meno affollate della città. Verso nord, in cinque minuti, sei a San Pietro in Vincoli, dove ti aspetta il Mosè di Michelangelo. Poco più su c'è Santa Prassede, con il sacello di San Zenone e i suoi mosaici del IX secolo, che io considero il singolo ambiente più bello dell'Esquilino.
Percorrendo via Merulana verso nord, in dieci minuti sei a Santa Maria Maggiore; percorrendola verso sud, in un quarto d'ora sei alla basilica di San Giovanni in Laterano. E lungo la strada, in largo Leopardi, c'è l'Auditorium di Mecenate, visitabile su prenotazione.
Palazzo Merulana, il vicino contemporaneo di Palazzo Brancaccio
Sulla stessa via si trova Palazzo Merulana, ricavato dalla ristrutturazione dell'ex Ufficio d'Igiene del Comune di Roma e oggi sede di una collezione d'arte del Novecento italiano. È l'accostamento che consiglio a chi ha una giornata piena: due palazzi sulla stessa strada, uno che rappresenta la fine dell'aristocrazia e uno che rappresenta il collezionismo borghese del secolo successivo, distanti pochi minuti e mentalmente lontanissimi.
Il rione intorno a Palazzo Brancaccio
Il palazzo si trova esattamente sulla cerniera tra due rioni, Monti ed Esquilino, e questa doppia appartenenza si sente camminando. Verso il Colosseo e via Labicana sei in un tessuto antico, con strade strette, scalinate e chiese medievali. Verso piazza Vittorio sei nella Roma umbertina più squadrata, fatta di isolati regolari, portici e grandi palazzi da reddito costruiti in fretta negli anni Ottanta dell'Ottocento.
Nella direzione di piazza Vittorio trovi anche il Nuovo Mercato Esquilino, che è uno dei luoghi più vivi e più internazionali della città, e nei giardini della piazza la celebre Porta Alchemica, ultimo residuo di villa Palombara e uno dei monumenti più enigmatici di Roma. Se ti interessa capire come è cambiato l'Esquilino negli ultimi cent'anni, quella passeggiata di dieci minuti te lo racconta meglio di qualunque libro.
Dove fermarsi a mangiare vicino a Palazzo Brancaccio
Non ti faccio nomi, per una ragione precisa: in questa zona i locali cambiano gestione con una frequenza che rende qualunque elenco vecchio nel giro di un anno, e non voglio mandarti davanti a una serranda abbassata. Ti do invece una regola geografica che funziona sempre. Il tratto di via Merulana e le strade immediatamente affacciate sul colle Oppio sono presidiati da esercizi che vivono di passaggio turistico: prezzi alti, qualità imprevedibile. Se ti sposti di tre o quattro isolati verso Monti, oppure verso l'Esquilino e le strade intorno a piazza Vittorio, cambi completamente fascia di prezzo e trovi cucina di quartiere, romana o internazionale. Tre minuti di cammino in più valgono, qui, dieci euro a testa e una cena decisamente migliore.
Palazzo Brancaccio e la letteratura: via Merulana secondo Gadda
Non si può parlare di questa strada senza citare il romanzo che l'ha resa un luogo letterario. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda apparve in cinque puntate sulla rivista Letteratura nel 1946 e, riveduto e ampliato, uscì in volume da Garzanti nel 1957. La vicenda è ambientata nel marzo del 1927 e ruota attorno a un furto e a un omicidio consumati in un cupo palazzo al civico 219 di via Merulana, che nel romanzo viene chiamato «palazzo degli Ori». Le indagini sono affidate al commissario Francesco Ingravallo, detto don Ciccio, molisano.
Gadda non portò mai a termine il secondo volume che aveva progettato, e il romanzo resta senza soluzione definitiva: il colpevole cambia nelle diverse redazioni e il giallo non si chiude. È una delle grandi opere aperte della letteratura italiana del Novecento, ed è scritta in un impasto linguistico di italiano, romanesco, molisano e termini tecnici che ne fa un monumento espressivo a sé stante.
Il palazzo di Gadda non è Palazzo Brancaccio
Chiariamolo, perché la confusione è frequente tra i visitatori: il «palazzo degli Ori» del romanzo è al civico 219 e non coincide con la dimora dei principi. Sono due edifici diversi sulla stessa strada. Ma il fatto che Gadda abbia scelto proprio via Merulana come teatro della sua vicenda non è casuale. Negli anni Venti quella era la strada che metteva in fila, in poco più di un chilometro, l'aristocrazia residua, la borghesia impiegatizia, i palazzi da reddito e la povertà del rione: esattamente il campionario sociale di cui il romanzo aveva bisogno.
Quando cammini davanti a Palazzo Brancaccio, tieni presente che stai attraversando un paesaggio letterario oltre che urbano. È lo stesso marciapiede che nel romanzo percorrono i brigadieri della questura, ed è un modo diverso e piacevole di guardare la strada.
Le origini del nome della strada
La via moderna segue il tracciato della cinquecentesca via Gregoriana, aperta da papa Gregorio XIII e prolungata da Sisto V per offrire uno scenario adeguato alle processioni e ai cortei pontifici tra Santa Maria Maggiore, San Giovanni, la Scala Santa e Santa Croce in Gerusalemme. Fino al 1871 si chiamava via Coroncina; il nome attuale fu adottato con una delibera del Consiglio comunale del 30 novembre 1871. Il toponimo deriva probabilmente dai prata Meruli, i prati dei merli, un antico fondo situato dove oggi sorge l'ospedale di San Giovanni.
Dal Seicento intorno alla strada sorsero ville patrizie suburbane: l'ultima, del 1830, fu villa Wolkonsky, l'unica sopravvissuta quasi integra mentre tutte le altre venivano cancellate dall'urbanizzazione umbertina. È il contesto in cui va collocato il nostro palazzo: non un edificio isolato, ma l'ultimo superstite di una famiglia di residenze aristocratiche che il piccone ha spazzato via.
La fine dei Brancaccio romani
Il ramo che costruì il palazzo si estinse in due generazioni. Il figlio di Salvatore ed Elizabeth, Marcantonio, nato a Roma il 3 marzo 1879, divenne principe Brancaccio, di Ruffano e di Triggiano; nel 1904 aggiunse anche il titolo di principe di Roviano, per rinuncia dei Massimo. Alla fine degli anni Cinquanta, insieme al cugino marchese Giuseppe Talamo Atenolfi, in qualità di ultimo discendente della casata donò ai Frati Minori Conventuali la chiesa napoletana di Sant'Angelo a Nilo con tutto quello che vi era custodito: quella chiesa era stata fondata nel 1385 dal cardinale Rinaldo Brancaccio come cappella di famiglia.
Il 1º aprile 1959, a ottant'anni, don Marcantonio sposò la cinquantaduenne Fernanda Ceccarelli. Due anni dopo, il 5 novembre 1961, morì a Roma senza discendenti. È stato probabilmente l'ultimo principe romano la cui bara uscì dal palazzo di famiglia su un carro funebre a cavalli, all'antica. Fu sepolto a Napoli, nella chiesa di Sant'Angelo a Nilo, cioè accanto al cardinale quattrocentesco da cui il ramo prendeva il nome.
Che fine ha fatto l'archivio di famiglia
Nel 1981 la principessa vedova donò ai Frati Minori Conventuali di Napoli anche l'archivio di famiglia, composto da un fondo cartaceo con documenti finanziari e burocratici e da un fondo pergamenaceo con atti notarili, bolle, privilegi e diplomi dal 1420 al 1809. Nel 2001 la quadreria conservata nella sacrestia di Sant'Angelo a Nilo — dodici dipinti di diversi autori databili tra Seicento e Settecento — fu spostata nella biblioteca di San Lorenzo Maggiore, dove successivamente è confluito anche l'archivio.
Il castello di San Gregorio da Sassola, comprato dalla principessa americana nel 1889, fu acquistato dal Comune nel 1991 per due miliardi e duecentocinquanta milioni di lire, poco più di un milione di euro. Anche quella pagina si è chiusa così: un patrimonio privato che diventa, un pezzo alla volta, patrimonio pubblico.
Perché questa fine spiega il palazzo
Ecco il punto che raramente viene detto: Palazzo Brancaccio è stato progettato per durare secoli e per ospitare generazioni, e la famiglia che lo costruì si è estinta cinquant'anni dopo il completamento dei lavori. Un edificio pensato come dinastico che sopravvive alla dinastia. Tutto quello che è successo dopo — il museo statale, l'istituto di ricerca, le mostre, i matrimoni — è la conseguenza logica di quel vuoto. Quando ti chiedi perché un palazzo così bello non sia una casa-museo, la risposta è che non c'era più nessuno a farne una casa.
Gli errori da evitare a Palazzo Brancaccio
Ne ho visti fare parecchi, e quasi tutti nascono dalla stessa causa: informazioni vecchie che continuano a circolare come se fossero attuali.
Primo errore: presentarsi senza aver verificato
È il classico. Ci si presenta al portone convinti che ci sia un museo, e non c'è. Non c'è un cartello grande che spiega la situazione, non c'è un banco informazioni, non c'è nessuno a cui chiedere. Il rimedio richiede due minuti di controllo prima di uscire di casa e ti risparmia una delusione e mezz'ora di cammino.
Secondo errore: confondere il palazzo con il teatro
Il Teatro Brancaccio ha vita autonoma, biglietteria propria e ingresso su via Merulana. Comprare un biglietto per uno spettacolo non significa visitare la dimora storica, e viceversa entrare a una mostra nel palazzo non dà accesso al teatro. Sono due mondi confinanti.
Terzo errore: cercare qui l'arte orientale
Le collezioni sono all'EUR, nel Museo delle Civiltà, in piazza Guglielmo Marconi, e ne è esposta soltanto una selezione. Se il tuo interesse è quello, prendi la linea B e scendi a EUR Fermi. Restare su via Merulana sperando in un ripensamento non serve a niente.
Quarto errore: liquidare il palazzo perché è chiuso
Anche senza entrare, questo edificio ha molto da dire a chi sa guardarlo. La sequenza della facciata, il rapporto con il dislivello, la decorazione dell'attico, il muro di cinta sul parco, il modo in cui l'isolato chiude l'angolo con il teatro: sono tutte cose visibili dalla strada e gratuite. Il consiglio che ti do è di trattarlo come un monumento urbano e non come un museo mancato.
Quinto errore: dare per buone le date che si leggono in giro
Sulle date di costruzione, sui nomi degli architetti e persino sull'identità della committente americana le fonti divergono, e ho segnalato le divergenze una per una in questa scheda. Se ti capita di sentire una guida improvvisata affermare con sicurezza assoluta che il palazzo fu costruito da un solo architetto in un solo anno, sappi che sta semplificando una vicenda durata più di trent'anni.
Le domande che mi fanno più spesso su Palazzo Brancaccio
Si può visitare Palazzo Brancaccio?
Non con un ingresso libero e quotidiano. Si entra quando è in corso una mostra nello spazio espositivo dell'ammezzato nobile, oppure in occasione di eventi. Fuori da questi casi, il palazzo si guarda dall'esterno.
Quanto costa entrare a Palazzo Brancaccio?
Non esiste un prezzo fisso, perché non esiste un biglietto del palazzo: esistono i biglietti delle singole mostre, che variano di volta in volta. Diffida di chi ti indica una tariffa unica valida sempre, perché non c'è.
C'è ancora il museo di arte orientale a Palazzo Brancaccio?
No. Il Museo Nazionale d'Arte Orientale «Giuseppe Tucci» aprì qui il 16 giugno 1958 e chiuse la sede di via Merulana il 31 ottobre 2017. Nel settembre 2016 era già confluito, insieme ad altri istituti, nel Museo delle Civiltà all'EUR, dove sono state trasferite collezioni, archivio fotografico e biblioteca.
Perché si chiama l'ultimo palazzo nobiliare di Roma?
Perché dopo di lui nessuna famiglia aristocratica ha più fatto costruire a Roma una dimora gentilizia nuova. È l'ultimo esemplare di una tipologia lunga secoli, realizzato quando quella tipologia era già storicamente finita.
Chi ha progettato Palazzo Brancaccio?
Più di uno. Gaetano Koch tra il 1879 e il 1883, Luca Carimini per l'ampliamento su via Merulana tra il 1886 e il 1890, e poi Rodolfo Buti e Sacconi per il completamento, con lavori che proseguono dal 1893 in avanti. Le date finali variano secondo le fonti tra il 1912 e i primi anni Venti.
È vero che lo ha pagato una americana?
Sì. Il finanziamento venne dalla famiglia Field, di New York, entrata nella famiglia Brancaccio con il matrimonio celebrato a Parigi il 3 marzo 1870, che portò una dote di un milione di dollari dell'epoca. Sulle esatte parentele interne alla famiglia Field le fonti non concordano, come ho spiegato più sopra.
Il giardino di Palazzo Brancaccio si può vedere?
Solo in occasione di eventi. Quello che resta del parco storico, con il laghetto, il gazebo, la Coffee House e il ninfeo, fa parte degli spazi gestiti come location. La porzione maggiore del parco originario è invece pubblica dagli anni Trenta ed è oggi il parco archeologico del colle Oppio, liberamente accessibile.
Vale la pena venire fin qui?
Se c'è una mostra, sì, senza esitazione. Se non c'è, vale la pena passarci dentro un itinerario più ampio del colle Oppio e dell'Esquilino, ma non organizzare una gita apposta. Te lo dico con franchezza, perché preferisco un lettore che si fida di me a un lettore che torna a casa scontento.
Palazzo Brancaccio nelle quattro stagioni
In primavera è il momento migliore in assoluto: il verde del colle Oppio è al massimo, le glicini e i pini fanno da cornice al fianco del palazzo, e la luce è ancora morbida. È anche la stagione in cui gli eventi all'aperto nel giardino cominciano, quindi le possibilità di entrare aumentano.
In estate la zona diventa faticosa nelle ore centrali, perché via Merulana ha poca ombra e il colle Oppio, per quanto alberato, trattiene il caldo. In compenso è la stagione delle iniziative serali: il parco ospita con regolarità rassegne e appuntamenti estivi, e passare da queste parti dopo il tramonto è un'esperienza completamente diversa. Il consiglio pratico è di spostare la visita esterna alle prime ore del mattino o dopo le diciotto.
In autunno l'Esquilino dà il meglio di sé: la luce bassa esalta il bugnato e i cornicioni, i colori del parco cambiano, la città si svuota dei flussi estivi. È la mia stagione preferita per una passeggiata architettonica in questa zona.
In inverno, con le giornate corte, conviene puntare tutto sugli interni: una mostra al chiuso in una casa principesca, con la pioggia fuori, è esattamente ciò per cui questi edifici erano stati costruiti. E il buio precoce ha un vantaggio: le facciate illuminate di via Merulana, di sera, hanno una teatralità che di giorno non si sospetta.
Una curiosità su Palazzo Brancaccio
La curiosità che preferisco riguarda un dettaglio contabile. La dote che nel 1870 entrò nella famiglia Brancaccio era di un milione di dollari, cifra che le ricostruzioni attualizzano attorno ai ventidue milioni di dollari di oggi. È una somma che nella Roma di allora non aveva praticamente confronti nel settore privato: bastava a costruire un palazzo, ad acquistare un intero lotto con chiesa, convento, orto e giardino, e a mantenere per decenni una casa con decine di persone di servizio. Fermati un attimo su questo: l'ultimo palazzo nobiliare di Roma è stato reso possibile da una operazione finanziaria conclusa a Parigi, con capitali generati a New York, per una famiglia napoletana che si trasferiva in una città che era appena diventata capitale.
La curiosità però non finisce con la cifra. Il fatto veramente notevole è che quel denaro non venne investito in titoli, in terreni agricoli o in speculazione edilizia — che erano gli impieghi normali dei capitali a Roma in quegli anni, e che portarono al disastro moltissime famiglie nel crac immobiliare di fine Ottocento. Venne investito in pietra, per uso proprio. Con il senno di poi fu una scelta conservativa e quasi controcorrente, e ha prodotto l'unico risultato ancora visibile: mentre le fortune costruite sulla speculazione di quegli anni sono evaporate senza lasciare traccia, l'edificio pagato con la dote è ancora lì, in piedi, e ospita mostre.
C'è infine un dettaglio che mi diverte raccontare. Il nome della famiglia americana non è rimasto solo nelle carte notarili: lo spazio espositivo che oggi occupa il piano storico si chiama proprio Spazio Field. Vuol dire che nel 2026 chi compra un biglietto per una mostra a Roma pronuncia, senza saperlo, il cognome di una famiglia newyorkese dell'Ottocento. Poche eredità si sono conservate con tanta discrezione e tanta precisione.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palazzo Brancaccio
Nessuno ti dice che questo edificio, per quasi sessant'anni, è stato una anomalia europea: un museo statale ospitato dentro un appartamento privato ancora di proprietà della famiglia originaria. L'ammezzato nobile, circa 1.700 metri quadrati, non era demanio: era e resta proprietà Brancaccio, concessa allo Stato. Significa che i visitatori che dal 1958 al 2017 andavano a vedere i bronzi tibetani stavano camminando in casa d'altri. Il biglietto era statale, i muri e i soffitti erano privati.
Questa configurazione, che sembra un dettaglio giuridico, spiega moltissimo di quello che è successo dopo. Un museo che non possiede la propria sede è strutturalmente fragile: non può ampliarsi a piacimento, non può ristrutturare come vorrebbe, non può programmare a trent'anni. Quando alla fragilità immobiliare si è sommata la crisi dell'istituto di ricerca che aveva creato le collezioni — l'IsIAO, messo in liquidazione nel novembre 2011 e chiuso nel gennaio 2012 — e poi la riforma che nel 2016 ha accorpato i musei statali romani, il destino della sede era segnato. Non è stata una decisione improvvisa presa da qualcuno che non capiva: è stato l'esito di una condizione che stava scritta nel contratto fin dall'inizio.
La conseguenza che il visitatore vede oggi è che le stanze non sono tornate a essere una casa e non sono diventate un museo: sono diventate uno spazio per mostre. È la terza vita di un piano che ne ha già avute due, e sospetto che non sarà l'ultima. Gli edifici molto grandi e molto costosi da mantenere, a Roma, non muoiono mai: cambiano mestiere.
Il consiglio che ti do per visitare Palazzo Brancaccio
Il consiglio che ti do è di ribaltare l'ordine con cui normalmente si organizza una visita. Non partire dall'edificio: parti dal calendario. Prima guarda se c'è una mostra in corso nello spazio espositivo e con quali orari, poi controlla se il Teatro Brancaccio ha qualcosa in programmazione quella sera, e solo a quel punto decidi la giornata. Chi fa il contrario — decide di andare a Palazzo Brancaccio e poi scopre sul posto che cosa c'è — nel novanta per cento dei casi trova un portone chiuso.
Il secondo pezzo del consiglio riguarda il modo di stare dentro le sale, quando ci riesci. Le mostre allestite in ambienti storici tendono a occupare lo spazio con pannelli, pareti mobili e teche che catturano tutta l'attenzione all'altezza degli occhi. La casa, però, non è stata smontata: è sopra e intorno. Perciò, ogni volta che passi da una stanza all'altra, fermati sulla soglia e guarda il soffitto e la parte alta delle pareti prima di guardare le opere. È un gesto di tre secondi e cambia radicalmente il valore della visita, perché ti fa vedere quello per cui nessun altro sta pagando.
Il terzo pezzo è per chi non riesce a entrare, che statisticamente sarà la maggioranza. Fai il giro completo dell'isolato a piedi, con calma, partendo dall'angolo con via Mecenate e risalendo viale del Monte Oppio fino al parco. Sono dieci minuti. In quei dieci minuti vedi la facciata di rappresentanza, il fianco sul giardino, il muro di cinta, il rapporto con le rovine delle terme e l'innesto del teatro. È una lezione di storia urbana all'aperto, non costa nulla, e la maggior parte dei turisti che vengono a Roma non la farà mai.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: sotto il giardino di questo palazzo c'è la casa di Nerone. Lo sanno tutti, viene ripetuto in ogni guida, e proprio per questo nessuno ci pensa davvero. Eppure la sequenza è vertiginosa. Gli Horti Maecenatis, i giardini di Mecenate, occupavano questa sommità dell'Esquilino verso il 30 avanti Cristo, e Augusto vi dormiva quando si ammalava. Dopo l'incendio del 64 dopo Cristo Nerone costruì qui il padiglione principale della Domus Aurea, ottanta ettari di residenza che collegavano tre colli. Nel 104 un incendio la devastò; nel 109 Traiano inaugurò sopra le sue rovine le prime grandi terme di Roma, sessantamila metri quadrati progettati da Apollodoro di Damasco. Poi vennero l'abbandono, le vigne, un convento. E infine, nel 1879, una signora di New York comprò il lotto e ci costruì un palazzo.
Il dettaglio meno citato è che questa stratificazione non è solo cronologica: è fisica e strutturale. Il palazzo poggia su terreni fatti di macerie e volte antiche, il parco pubblico che lo circonda è modellato sulle sostruzioni termali, e la Domus Aurea si è conservata proprio perché fu interrata per fare da fondazione alle terme. In altre parole, ogni strato ha protetto quello precedente distruggendolo. È il meccanismo con cui Roma si conserva: seppellendosi.
C'è poi la circolarità decorativa, che trovo la cosa più bella di tutte. Alla fine del Quattrocento gli artisti si calarono con le corde negli ambienti interrati della Domus Aurea, li scambiarono per grotte, e chiamarono «grottesche» i motivi che vi copiarono. Quel repertorio attraversò le Logge Vaticane, i trattati, i manuali di ornato dell'Ottocento, e arrivò fino alle mani dei decoratori che nel 1890 dipingevano i soffitti di questa casa. I motivi che vedi sopra la testa nelle sale del piano nobile discendono, per via lunghissima, da pitture che stanno pochi metri sotto i tuoi piedi. La casa nuova cita la casa vecchia senza sapere di averla sotto.
La foto giusta da fare a Palazzo Brancaccio
La foto sbagliata è quella che fanno tutti: frontale, dal marciapiede di via Merulana, con il palazzo che non ci sta nell'inquadratura e le verticali che convergono come se l'edificio stesse crollando all'indietro. Viene un'immagine schiacciata, senza profondità, che non racconta niente.
La foto giusta si fa risalendo verso l'angolo alto, sul lato di viale del Monte Oppio, e inquadrando il palazzo in diagonale, con il verde del colle in primo piano e la mole dell'edificio che sale dietro gli alberi. In quella composizione ottieni contemporaneamente le tre cose che questo luogo è: il parco archeologico, il dislivello del colle e l'architettura umbertina. Una sola immagine che spiega perché il palazzo sta lì e non altrove. Se hai la pazienza di aspettare la luce del tardo pomeriggio, il contrasto tra la pietra calda e il verde in controluce fa il resto.
La seconda foto che consiglio è un dettaglio, non un insieme: la decorazione dell'attico su via Merulana, ripresa in verticale con un teleobiettivo o con lo zoom del telefono. È la parte del palazzo su cui si vede meglio la mano di Luca Carimini, lo scalpellino diventato architetto, ed è invisibile a occhio nudo dal marciapiede. Fotografarla e poi guardarla ingrandita a casa è il modo più efficace per capire perché quest'uomo, morto nel 1890 senza vedere finita la sua opera, meriti di essere ricordato.
E se riesci a entrare, la fotografia da portare a casa non è quella delle opere in mostra: è quella di un soffitto, ripreso stando in piedi al centro della sala con il telefono puntato dritto in alto. Sarà una immagine simmetrica, densa, un po' vertiginosa. Sarà anche l'unica prova che eri dentro una casa e non dentro una galleria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'acquisto del 1879: chiesa, convento, orto e giardino di Santa Maria della Purificazione ai Monti passano dal demanio comunale a una privata cittadina americana, come conseguenza dell'eversione dell'asse ecclesiastico. È un atto amministrativo che riassume in poche righe la rivoluzione politica di quegli anni: i beni della Chiesa incamerati dallo Stato, rivenduti, e trasformati in residenza aristocratica laica. Da quell'atto nasce tutto il resto.
Il secondo è il 16 gennaio 1916, con l'inaugurazione del teatro annesso, allora chiamato Teatro Morgana. In piena Prima guerra mondiale, una famiglia principesca apre alla città uno spazio di spettacolo da millesei posti sul proprio terreno. Nei decenni successivi quel palco ospiterà Ettore Petrolini, Totò, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Giuseppe Di Stefano, e poi Louis Armstrong, Fabrizio De André, Adriano Celentano e Jimi Hendrix nel 1968. Dal 1937 la sala funziona anche come cinema. Nel 1978, dopo anni di decadenza, viene restaurata e riaperta da Gabriele Lavia e Gigi Proietti.
Il terzo è la coppia di date che ha cambiato la faccia del quartiere: l'esproprio del parco tra il 1935 e il 1936, quando la maggior parte del giardino privato viene destinata a parco archeologico. È il momento in cui la proprietà smette di essere una tenuta e diventa un edificio in una città, e in cui i romani ereditano il colle Oppio come lo conosciamo.
Il quarto è il 16 giugno 1958, apertura al pubblico del Museo nazionale d'arte orientale, istituito l'anno prima con un accordo tra il Ministero della pubblica istruzione e l'IsMEO. Da quel giorno e per quasi sessant'anni il palazzo diventa il luogo in cui l'Italia conserva e mostra le proprie collezioni asiatiche, dalle esplorazioni tibetane di Giuseppe Tucci ai reperti degli scavi in Iran, Afghanistan e Pakistan.
Il quinto è il 31 ottobre 2017, con la chiusura definitiva della sede museale di via Merulana. Le collezioni, l'archivio fotografico e la biblioteca erano già confluite dal settembre 2016 nel Museo delle Civiltà all'EUR, dove sono in attesa di un allestimento definitivo. È l'avvenimento più recente, ed è quello che determina che cosa troverai tu quando ci andrai.
Chi è passato da Palazzo Brancaccio
Il primo nome è quello della regina Margherita di Savoia, che nella vita di questa famiglia è una presenza costante: la principessa Elizabeth fu sua Dama di Palazzo, e la corte del Quirinale era il mondo per cui questo palazzo fu concepito. Nel 1899 la regina fu ospite del castello di San Gregorio da Sassola, rimodernato apposta per lei dai Brancaccio. Il palazzo romano nasce esattamente dentro questa logica: essere all'altezza di una visita che poteva sempre arrivare.
Poi ci sono i protagonisti professionali. Gaetano Koch, l'architetto della Roma umbertina, autore di Palazzo Koch e dei palazzi porticati di piazza della Repubblica. Luca Carimini, lo scalpellino orfano diventato architetto a trentotto anni, che qui firma l'ampliamento e la decorazione dell'attico e che negli stessi anni costruiva a poche centinaia di metri la chiesa di Sant'Antonio all'Esquilino. Francesco Gai, pittore, scultore e progettista, ritrattista ufficiale dei Brancaccio e dei Field, autore della decorazione interna, della Toletta di Venere nell'alcova, del ninfeo del giardino e dei busti del 1909; lo stesso uomo che papa Pio X premiò con una medaglia d'oro per la collaborazione ai restauri della Cappella Sistina.
Poi c'è la generazione degli studiosi, che ha abitato queste stanze in modo diversissimo. Giuseppe Tucci, il maggiore tibetologo del suo tempo, che tra il 1928 e il 1948 condusse otto missioni tra Tibet e Ladakh e cinque in Nepal, e le cui raccolte hanno riempito queste sale; sua moglie Francesca Bonardi, che lasciò al museo circa cinquemila oggetti nominandolo erede universale. Domenico Faccenna, archeologo di campo, primo direttore del museo dal 1958 al 1977. Donatella Mazzeo, che lo diresse per oltre un quarto di secolo. E Paolo Matthiae, il cui scavo di Ebla ha fornito parte dei materiali siriani esposti nelle prime sale.
E infine, se allarghiamo lo sguardo all'isolato, ci sono i nomi che hanno riempito il teatro accanto: Petrolini, Totò, Fabrizi, Magnani, Di Stefano, e poi Armstrong, De André, Celentano, Hendrix. Gigi Proietti e Gabriele Lavia che riaprono la sala nel 1978, Proietti di nuovo come direttore artistico dal 2001 al 2007, Maurizio Costanzo dal 2007 al 2010. Metti insieme questa lista — una regina, tre architetti, un pittore accademico, un tibetologo, un archeologo di Ebla e Jimi Hendrix — e hai la ragione per cui questo isolato dell'Esquilino, che dall'esterno sembra soltanto un grande palazzo ottocentesco, è uno dei luoghi più densamente abitati dalla storia recente di Roma.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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