Orto Botanico di Roma
Ci sono a Roma dei luoghi che si comportano come una porta di servizio: ci passi davanti mille volte, li ignori, e il giorno in cui finalmente entri ti accorgi che dietro quel cancello discreto si nascondeva mezza città. L'Orto Botanico di Roma è esattamente questo. Sta in fondo a un largo silenzioso di Trastevere, a due passi dal Tevere e dal chiasso di Porta Settimiana, e appena varchi la soglia il rumore si spegne come se qualcuno avesse abbassato una manopola. Dodici ettari di collina, tremila e passa specie vegetali, platani con quattro secoli sulle spalle e una scalinata barocca che sale verso il Gianicolo come se andasse a prendersi il panorama. Io ci porto la gente da anni, e la reazione è sempre la stessa: prima lo stupore, poi la domanda inevitabile, «ma come fa a essere vuoto?».
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Orto Botanico di Roma: dodici ettari di verde alle pendici del Gianicolo
Cominciamo dai numeri, perché qui i numeri raccontano già una storia. L'Orto Botanico di Roma occupa circa dodici ettari sul versante nord-orientale del Gianicolo, il colle che chiude Trastevere a occidente e che, tecnicamente, non fa parte dei sette colli canonici di Roma: una di quelle ingiustizie toponomastiche che i romani hanno smesso da tempo di contestare. Dodici ettari significano centoventimila metri quadrati, cioè una superficie paragonabile a diciassette campi da calcio, tutta in salita, tutta piantumata, tutta percorribile a piedi in una mattinata se non ti fermi ogni tre metri a leggere i cartellini. Cosa che invece farai, perché i cartellini sono la parte più divertente.
La conformazione del terreno è il primo fatto botanico rilevante, molto prima di qualsiasi pianta. La zona bassa, quella che si stende davanti alla mole di Palazzo Corsini, è pianeggiante, larga, esposta al sole per gran parte della giornata: lì stanno le palme, i grandi prati, le vasche d'acqua, le aiuole dei semplici. Da un certo punto in poi il terreno si impenna e diventa collina vera, con un dislivello che supera i cinquanta metri dall'ingresso alla sommità. Quel versante guarda a nord-est, cioè prende poco sole diretto e resta fresco e umido anche ad agosto. Il risultato è che dentro lo stesso recinto convivono due climi diversi: sotto puoi coltivare cose mediterranee e assolate, sopra puoi permetterti felci, bambu, muschi e sottobosco. È una fortuna geografica che i botanici hanno saputo sfruttare con una certa spregiudicatezza.
La struttura dipende oggi dal Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, l'Università di Roma, e questo è un dettaglio che cambia tutto. Non è un parco pubblico, non è una villa comunale, non è un giardino d'ornamento: è un laboratorio scientifico all'aria aperta che per gentile concessione lascia entrare anche noi. Le piante non stanno dove stanno per ragioni estetiche ma per ragioni tassonomiche, ecologiche, didattiche. Se ti sembra che certe aiuole abbiano un ordine misterioso, hai ragione: quell'ordine esiste, si chiama sistematica, e una volta capito il criterio l'Orto Botanico di Roma smette di essere un bel posto e diventa un libro aperto.
Perché l'Orto Botanico di Roma non è un giardino qualunque
La differenza tra un giardino e un orto botanico è la stessa che passa tra una biblioteca e una libreria d'arredamento. In un giardino le piante servono a fare bella figura; in un orto botanico servono a essere studiate, conservate, moltiplicate e all'occorrenza salvate. Qui dentro esistono collezioni che hanno valore di banca genetica: esemplari di specie rare, minacciate o addirittura scomparse in natura, tenuti in vita perché un giorno possano tornare da dove sono venuti. È una funzione che nessun cartello urla, ma che spiega perché certi angoli sono recintati e certe piante hanno etichette con codici che sembrano targhe automobilistiche.
C'è poi la funzione didattica, che è imponente e quasi invisibile al visitatore della domenica. Ogni anno passano di qui scolaresche a centinaia, con percorsi guidati costruiti apposta, e si tengono corsi, conferenze, mostre, simposi. Se capiti in un giorno feriale di primavera e trovi il Bambuseto invaso da una fila di bambini in pettorina fluorescente, non stai assistendo a un'invasione: stai assistendo al mestiere principale di questo posto. Il turista, qui, è un ospite gradito ma non è il pubblico primario, e questa è precisamente la ragione per cui l'esperienza resta così poco addomesticata.
Come arrivare all'Orto Botanico di Roma: Largo Cristina di Svezia 24
L'indirizzo è Largo Cristina di Svezia 24, e già l'indirizzo è un racconto. Il largo si apre alle spalle di via della Lungara, la strada dritta che Giulio II fece tracciare all'inizio del Cinquecento per collegare il Vaticano a Trastevere: una delle prime operazioni di urbanistica rettilinea della Roma moderna, pensata per far viaggiare comodamente carrozze e cardinali. Percorrendola oggi passi davanti alla Farnesina di Agostino Chigi, poi davanti al carcere di Regina Coeli, poi davanti al portone di Palazzo Corsini. Tre edifici che raccontano tre Rome diverse: quella dei banchieri rinascimentali, quella dello Stato ottocentesco, quella dei principi collezionisti. E in fondo a questo terzetto, dietro un cancello, c'è l'Orto Botanico di Roma.
Chi arriva a piedi dal centro fa la cosa più sensata: attraversa il Tevere a Ponte Sisto, si infila in via di Ponte Sisto, sbuca in piazza Trilussa e prosegue verso nord fino a Porta Settimiana, quell'arco stretto e severo che segna il vecchio confine murario del rione. Passata la porta si è già su via della Lungara, e da lì l'ingresso è questione di due minuti. È una camminata di dieci minuti scarsi da Campo de' Fiori e di venti da Piazza Navona, tutta in piano tranne il gradino morale di doversi staccare dalle vetrine.
Chi invece scende dall'alto, cioè dal Gianicolo, arriva con l'approccio opposto e per me più suggestivo. Dal piazzale Garibaldi o dal Fontanone dell'Acqua Paola si vede l'Orto dall'alto, come una macchia verde compatta tra i tetti di Trastevere e il fiume, e si capisce immediatamente la sua estensione, che dall'interno è difficile da percepire. Attenzione però: dall'alto non si entra. L'ingresso è uno solo, in basso, e chi tenta la discesa a occhio finisce a girare intorno al muro di cinta per venti minuti maledicendo la topografia. Lo dico per esperienza altrui, naturalmente.
Il rione Trastevere intorno all'Orto Botanico di Roma
Il pezzo di Trastevere in cui si trova l'Orto Botanico di Roma non è il Trastevere delle cartoline. Non c'è Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici dorati, non ci sono i vicoli con i tavolini fuori e le lucine. C'è invece una fascia stretta e un po' austera compresa tra il fiume e la collina, fatta di conventi, ospedali storici, palazzi nobiliari, il muro lunghissimo di Regina Coeli e alcune strade, come via dei Riari o via Corsini, che hanno mantenuto un'aria appartata quasi provinciale. È il Trastevere che non fa rumore, e per questo è anche quello dove si respira meglio.
Consiglio di percorrere almeno una volta via dei Riari, che costeggia il lato meridionale dell'Orto. È una via poco battuta, con il muro dell'Orto da un lato e case basse dall'altro, e sopra il muro sporgono le cime dei bambu e dei platani. In primavera, quando passi di lì con le finestre aperte, senti il rumore delle foglie dall'altra parte e ti sembra assurdo che una cosa così grande possa nascondersi dietro un muro così ordinario. Roma fa spesso questo scherzo: mette le meraviglie dietro l'intonaco più anonimo che riesce a trovare.
Le origini dell'Orto Botanico di Roma nei giardini dei Semplici papali
La storia dell'Orto Botanico di Roma comincia molto prima di Trastevere, e comincia in Vaticano. L'antenato riconosciuto è il Simpliciarius Pontificius Vaticanus, cioè il giardino dei semplici dei papi, un orto di piante medicinali attestato già sotto il pontificato di Bonifacio VIII, quindi a cavallo tra Duecento e Trecento. I «semplici», per chi non mastica il lessico medievale, erano i medicamenta simplicia: le sostanze curative allo stato puro, cioè le piante da cui si ricavavano i rimedi prima che lo speziale li combinasse in composti. Ogni monastero degno di questo nome ne aveva uno, perché ogni monastero doveva saper curare i propri monaci.
Alla fine del Duecento un'iscrizione oggi conservata in Campidoglio menziona un Pomerius voluto da papa Nicolò III sul colle Vaticano. Non era ancora un orto botanico in senso moderno: era un terreno agricolo, vigna, frutteto ed erba medica, destinato a rifornire la corte papale nel sito oggi occupato dai Giardini Vaticani e dai palazzi. Ma il principio è già quello che conta: il papato considera il verde coltivato una funzione dello Stato, non un lusso. Da questa idea, per una linea sottile e ostinata, discende il posto in cui oggi compriamo il biglietto.
Il salto di qualità arriva nel Cinquecento. Il primo vero orto botanico romano fu voluto da Alessandro VI, il papa Borgia, e ricostruito poi da Pio IV, che gli assegnò anche un guardiano con funzioni di guida: il che, se ci pensi, fa di quell'anonimo custode il mio più antico predecessore documentato in questa città, e mi commuove ogni volta. Pio V ingrandì ulteriormente il giardino e lo affidò a un botanico vero, Michele Mercati. Poi, come capita a Roma, un periodo di abbandono. Poi la rinascita sotto Alessandro VII.
Il significato della parola «semplici» nell'Orto Botanico di Roma
Mi soffermo un momento sulla parola, perché nel giardino la ritroverai scritta e vale la pena capirla. La medicina antica e medievale distingueva tra simplicia e composita. I primi erano gli ingredienti singoli forniti dalla natura: una radice, una corteccia, un fiore, una foglia. I secondi erano le miscele preparate dallo speziale. Coltivare i semplici significava quindi possedere la materia prima della farmacia, e chi controllava l'orto controllava, in larga misura, la salute della comunità. Non era giardinaggio: era infrastruttura sanitaria.
Questo spiega anche perché i primi orti botanici europei nascano quasi tutti dentro le università, e precisamente dentro le facoltà di medicina. Padova e Pisa se ne contendono il primato attorno al 1544 e 1545, Firenze segue a ruota. Servivano a insegnare agli studenti di medicina a riconoscere le piante, perché sbagliare una foglia poteva significare uccidere un paziente. L'errore botanico era, letteralmente, un errore clinico. Da questa esigenza pratica e severa nasce la disciplina che oggi ci fa passeggiare tra le aiuole con aria contemplativa.
Il Simpliciarius Pontificius Vaticanus e i primi orti dei papi
Vale la pena fermarsi su Alessandro VII Chigi, perché è il papa che più di ogni altro ha a che fare con la nostra storia. Regnò dal 1655 al 1667, fu il committente del colonnato di San Pietro e uno dei grandi protettori del Bernini, e amava sinceramente la botanica. Sotto di lui il giardino botanico vaticano divenne uno dei principali d'Europa, e ci riuscì per una ragione molto concreta: l'acqua. Paolo V aveva fatto ripristinare l'antico acquedotto traianeo portando l'acqua da Bracciano fino al Gianicolo, dando vita a quella che chiamiamo Acqua Paola. Un orto botanico senza acqua abbondante è una collezione di piante morte; con l'Acqua Paola, invece, si poteva osare.
Nel 1660 Alessandro VII donò all'Università il primo terreno destinato a questo uso, ancora chiamato all'epoca «giardino dei semplici». Lo ricavò sottraendolo al pomario del convento di San Pietro in Montorio, sul Gianicolo, appena sotto il Fontanone. È una data che vale la pena tenere a mente perché segna il passaggio di consegne: da quel momento l'orto smette di essere una proprietà privata del pontefice e diventa una struttura universitaria. Il sapere botanico esce dalle mura vaticane ed entra nell'aula.
Serviva, perché fino ad allora la situazione era paradossale. La prima cattedra universitaria di botanica a Roma era stata istituita nel 1513, quindi con notevole anticipo su mezza Europa, e studenti e docenti potevano usare il giardino vaticano per le loro osservazioni. Ma quel giardino restava, come dicono le fonti con espressione deliziosa, «privatissimo»: si entrava per concessione, non per diritto. Avere una cattedra senza avere un orto era come avere un corso di anatomia senza avere un tavolo.
La botanica prende il suo nome nell'Orto Botanico di Roma
C'è un dettaglio che mi diverte raccontare, e che quasi nessuno conosce. Il direttore del giardino vaticano dal 1601 al 1629 fu Giovanni Faber, medico e naturalista di origine tedesca, membro dell'Accademia dei Lincei e amico di Galileo. Secondo gli studi sulla storia dell'istituzione, fu proprio lui il primo a chiamare la propria materia «Botanica». Cioè: la parola che oggi usiamo con disinvoltura per indicare una scienza intera avrebbe cominciato la sua carriera in questa città, nel giardino che è l'antenato diretto dell'Orto Botanico di Roma.
Faber, tra parentesi, è anche l'uomo a cui si deve la diffusione di un'altra parola che tutti usiamo: fu lui, nel 1625, a proporre il termine microscopium per lo strumento che Galileo aveva costruito. Un signore che in vita sua ha battezzato la botanica e il microscopio ha diritto a un ricordo migliore di quello che ha. Quando cammino nel Giardino dei Semplici penso sempre che gli dovremmo una targa, e magari una panchina all'ombra.
Michele Mercati, Andrea Cesalpino e Giovanni Faber: i direttori degli orti papali
La lista dei direttori degli orti botanici papali è breve ma pesantissima. Michele Mercati la apre, restando in carica dal 1566 al 1593. Era di San Miniato, allievo di Cesalpino a Pisa, medico personale di più pontefici, e soprattutto uomo di una curiosità enciclopedica che lo portò a fondare la Metallotheca vaticana, una collezione di minerali e fossili. Fu tra i primissimi in Europa a sospettare che le cosiddette «pietre del fulmine» — le selci scheggiate che i contadini trovavano nei campi e attribuivano ai fulmini — fossero in realtà utensili fabbricati da uomini antichissimi. Aveva ragione con tre secoli di anticipo, e nessuno gli diede retta.
Dopo di lui, con ogni probabilità, arriva Andrea Cesalpino, tra il 1593 e il 1600. Qui il nome è di quelli che pesano davvero: Cesalpino è l'autore del De plantis libri XVI, pubblicato nel 1583, il primo tentativo organico di classificare le piante secondo criteri razionali, basati sulla struttura del frutto e del seme anziché sull'uso medicinale o sull'ordine alfabetico. Linneo lo chiamò «primus verus systematicus» e gli dedicò il genere Caesalpinia. Fu anche, in un'altra vita parallela, uno dei precursori della teoria della circolazione del sangue. A Roma fece il medico di Clemente VIII e, appunto, il direttore dell'orto.
Chiude la sequenza Giovanni Faber, dal 1600 al 1629. Con lui l'orto papale entra nell'orbita dell'Accademia dei Lincei di Federico Cesi, cioè in quel laboratorio di intelligenze che stava letteralmente inventando il metodo scientifico moderno. Fu Faber a occuparsi della parte zoologica del Tesoro Messicano, la monumentale opera sui prodotti naturali del Nuovo Mondo che i Lincei impiegarono decenni a pubblicare. Il filo che unisce questi tre uomini è chiaro: l'orto botanico di Roma nasce come strumento di ricerca d'avanguardia, non come giardino di delizie. Poi arriveranno le rose, ma dopo.
Perché questi nomi contano ancora oggi nell'Orto Botanico di Roma
Camminando tra le aiuole ordinate del Giardino dei Semplici si vede all'opera, senza saperlo, l'eredità di Cesalpino. L'idea che le piante vadano raggruppate per parentela e non per utilità è nata lì, e ha reso possibile tutto il resto: la nomenclatura binomiale di Linneo, la sistematica, e in ultima analisi la genetica. Ogni cartellino che leggi, con il nome in latino diviso in genere e specie seguito dal nome dell'autore, è il pronipote diretto di quel modo di pensare.
Mi piace far notare ai visitatori che il cartellino non è burocrazia: è il documento d'identità della pianta e vale in tutto il mondo. Un botanico giapponese e uno cileno, davanti alla stessa etichetta, capiscono esattamente la stessa cosa. È uno dei pochissimi sistemi linguistici universali che l'umanità sia riuscita a costruire e a mantenere funzionante per quasi tre secoli, e sta scritto su targhette di metallo infilate nel terriccio di un giardino di Trastevere.
Da via Panisperna al Gianicolo: l'Orto Botanico di Roma nel 1883
Prima di arrivare qui, l'orto universitario ha traslocato più volte, con la disinvoltura di un inquilino romano cronicamente sfrattato. Dopo la donazione di Alessandro VII cambiò sede a più riprese, e nell'Ottocento si trovava a via Panisperna, sul Viminale, nella zona che qualche decennio dopo sarebbe diventata celebre per tutt'altre ragioni scientifiche. Lì aveva un giardino d'inverno, cioè una serra, costruita apposta.
La svolta arriva con l'Unità d'Italia e con la nuova capitale. Nel 1883 lo Stato acquisisce la proprietà del giardino di Villa Corsini alla Lungara, e l'Orto Botanico di Roma approda finalmente alla dimensione e alla sede che ha ancora oggi. Della vasta proprietà Riario-Corsini, circa dodici ettari passano all'Orto botanico e i restanti quattro circa al Comune. È un'operazione tipica di quegli anni: lo Stato liberale mette le mani sui grandi patrimoni nobiliari ed ecclesiastici e li converte in istituzioni pubbliche. Una collezione d'arte diventa una galleria nazionale, un parco privato diventa un orto botanico universitario.
Il primo direttore della nuova sede fu Pietro Romualdo Pirotta, professore di botanica all'Università di Roma dal 1883. Fu lui a curare il trasferimento delle collezioni da via Panisperna, ad adattare il vecchio giardino d'inverno — che è l'attuale serra storica — e a farne costruire altre due. Soprattutto, potenziò enormemente il patrimonio di specie. Pirotta non era un burocrate: fu socio dell'Accademia nazionale delle scienze detta dei XL dal 1910, membro dal 1913 della prima commissione ministeriale per la creazione del Parco nazionale d'Abruzzo, e nel 1924 fondò gli Annali di Botanica, rivista che esiste tuttora.
Il trasloco delle piante, un'impresa che nessuno racconta
Trasferire un orto botanico è una delle operazioni più assurde che si possano immaginare, e vale la pena fermarcisi. Non stai spostando quadri o libri: stai spostando organismi vivi, molti dei quali radicati da decenni, che dopo il viaggio devono ricominciare a crescere in un terreno diverso, con un'esposizione diversa, un'umidità diversa e vicini di aiuola diversi. Le perdite sono inevitabili, i tempi si misurano in stagioni e non in giorni, e il risultato si vede vent'anni dopo.
Pirotta ereditò però un vantaggio enorme: il giardino Corsini non era un terreno vergine ma un parco già strutturato, con alberi secolari, muri, fontane, scalinate e canalizzazioni funzionanti. In pratica, prese un giardino barocco decaduto e lo riscrisse in linguaggio scientifico, conservandone l'ossatura. È per questo che l'Orto Botanico di Roma non somiglia a un orto botanico progettato a tavolino, tutto rettangoli e settori: ha la pianta irregolare e sorprendente di un parco nobiliare, con la logica di un laboratorio innestata sopra. Questa doppia natura è esattamente il suo fascino.
Villa Corsini e il giardino che ospita l'Orto Botanico di Roma
Il palazzo che si affaccia sull'Orto, e che si vede benissimo dall'ingresso, è Palazzo Corsini alla Lungara. Nasce nel Quattrocento come residenza dei Riario, la potentissima famiglia del cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV; passa poi di mano più volte finché nel Settecento non arriva ai Corsini, cioè alla famiglia fiorentina che aveva appena dato alla Chiesa papa Clemente XII. Il cardinale Neri Maria Corsini incaricò l'architetto Ferdinando Fuga di trasformare la vecchia residenza in un palazzo moderno, e i lavori si svolsero tra il 1736 e il 1754 circa.
Fuga si trovò davanti un problema che gli architetti romani conoscono bene: lo spazio non c'era. Via della Lungara è stretta, non si poteva arretrare la facciata, e quindi il palazzo si sviluppò in lunghezza anziché in profondità, con una facciata lunghissima e un corpo sottile. Ma dietro, verso la collina, c'era il giardino: ed è lì che Fuga poté scatenarsi, progettando un sistema di terrazzamenti, scalinate, fontane e prospettive che risaliva il fianco del Gianicolo e trasformava il pendio da ostacolo in spettacolo.
Oggi il palazzo ospita la Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Corsini e l'Accademia Nazionale dei Lincei, quella stessa Accademia fondata da Federico Cesi nel 1603 di cui faceva parte Giovanni Faber, e alla quale apparteneva Galileo Galilei. Il cerchio, se ci pensi, si chiude in modo quasi sfacciato: l'accademia che ospitò i primi botanici papali ha oggi la sua sede nel palazzo il cui giardino è diventato l'Orto Botanico di Roma. Roma è una città che ama fare rima con sé stessa.
Il giardino di Palazzo Corsini prima dell'Orto Botanico di Roma
Bisogna immaginarselo diverso da come è oggi. Nella parte pianeggiante davanti al palazzo c'era un giardino all'italiana, con aiuole geometriche e siepi potate, di cui però già a metà Ottocento non restava documentazione sicura. Il gusto settecentesco prevedeva anche molte collezioni in vaso, agrumi soprattutto, che d'inverno venivano ricoverati nelle limonaie. La varietà delle specie era, per gli standard di oggi, piuttosto scarsa: un giardino nobiliare serviva a stupire gli ospiti, non a documentare la biodiversità.
Dopo la metà dell'Ottocento e fino al passaggio allo Stato, il giardino restò sostanzialmente senza manutenzione. Chi lo vide in quegli anni descrisse un parco romanticamente decaduto, con le fontane silenziose, i vialetti invasi dall'erba e i lecci cresciuti a dismisura. Paradossalmente, quell'abbandono ci ha salvato la parte migliore: nessuno intervenne sul bosco in cima alla collina, che è arrivato fino a noi come ultimo relitto di bosco mediterraneo sempreverde del Gianicolo. A volte, per conservare una cosa, la soluzione migliore è dimenticarsene per cinquant'anni.
Cristina di Svezia, la regina che visse e morì dove oggi c'è l'Orto Botanico di Roma
Il largo su cui si apre l'ingresso porta il nome di Cristina di Svezia, e non è una gentilezza toponomastica casuale: la regina visse davvero in questo palazzo, e qui morì. La sua storia è tra le più straordinarie del Seicento europeo, e vale la pena raccontarla per intero perché spiega perché una sovrana luterana del Nord finisca a fare da nume tutelare a un giardino di Trastevere.
Cristina nacque nel 1626, figlia unica di Gustavo II Adolfo di Svezia, il grande condottiero protestante della Guerra dei Trent'anni. Il padre morì in battaglia a Lützen nel 1632, quando lei aveva sei anni, e la bambina divenne regina. Fu educata come un principe maschio: latino, greco, filosofia, scherma, equitazione, arte militare. Chiamò a corte Cartesio, il quale ebbe la pessima idea di accettare: le lezioni si tenevano alle cinque del mattino in pieno inverno svedese, e il filosofo si ammalò di polmonite e morì a Stoccolma nel 1650. Cristina, con involontaria efficacia, è tra le pochissime persone al mondo che possano essere accusate di aver ucciso un filosofo con un orario.
Nel 1654, a ventisette anni, fece una cosa che l'Europa non le perdonò mai del tutto: abdicò. Rinunciò al trono di Svezia, si convertì al cattolicesimo — scandalo assoluto, essendo la figlia del campione del protestantismo — e nel 1655 entrò a Roma in trionfo da Porta del Popolo, attraverso il portale che Alessandro VII fece decorare da Bernini per l'occasione. L'iscrizione che si legge ancora oggi sull'arco interno, «felici faustoque ingressui», fu incisa per lei. Poche persone possono vantare una porta della città modificata in loro onore.
La corte di Cristina di Svezia dove oggi si trova l'Orto Botanico di Roma
Si stabilì infine a Palazzo Riario alla Lungara, cioè nel futuro Palazzo Corsini, e ne fece uno dei centri intellettuali più vivaci d'Europa. Vi raccolse una biblioteca enorme, una collezione di dipinti di primissimo ordine, manoscritti, monete, statue antiche. Attorno a lei si riunivano letterati, musicisti, scienziati e artisti: Alessandro Scarlatti e Arcangelo Corelli suonarono per lei, Gian Lorenzo Bernini la frequentò e le fu amico sincero. Le accademie che animò dopo la sua morte diedero origine, nel 1690, all'Arcadia, la più influente istituzione letteraria italiana del Settecento.
Non era una donna facile. Rifiutò ostinatamente il matrimonio, vestiva in modo giudicato scandaloso, spendeva più di quanto avesse, tentò a più riprese di farsi eleggere regina di Napoli e persino di Polonia, e nel 1657 fece giustiziare a Fontainebleau il proprio scudiero Gian Rinaldo Monaldeschi in un episodio oscuro che le costò la simpatia della corte francese. Ma difese pubblicamente gli ebrei di Roma, si oppose alla persecuzione dei presunti eretici e finanziò artisti e musicisti con generosità sconsiderata.
Morì il 19 aprile 1689 in questo palazzo, a sessantadue anni. Fu sepolta nelle Grotte Vaticane, una delle pochissime donne a cui sia stato concesso, e Carlo Fontana le progettò il monumento in San Pietro. Quando cammini nel viale delle palme dell'Orto Botanico di Roma stai calpestando, con buona approssimazione, il giardino in cui la regina passeggiava discutendo di filosofia. Il fatto che oggi ci crescano bambu e sequoie non toglie nulla alla scena: semmai gliene aggiunge.
Ferdinando Fuga e la Scalinata delle Undici Fontane dell'Orto Botanico di Roma
Se dovessi indicare un solo elemento architettonico da vedere qui dentro, non avrei dubbi: la Scalinata delle Undici Fontane. È il pezzo forte dell'arredo settecentesco superstite del giardino Corsini, si attribuisce a Ferdinando Fuga e al suo cantiere, e sale il fianco della collina in una serie di rampe fiancheggiate da vasche e zampilli. Undici fontane, appunto, alimentate a cascata: l'acqua scende da una vasca all'altra seguendo la pendenza, e il suono che ne risulta accompagna la salita per tutta la sua lunghezza.
Il principio è quello dei giardini barocchi romani e laziali, e ha un antenato illustre nel viale delle Cento Fontane di Villa d'Este a Tivoli. L'idea è che l'acqua non sia un ornamento aggiunto ma il tessuto connettivo del giardino: guida il percorso, riempie il silenzio, rinfresca l'aria e stabilisce il ritmo del passo. Nel caso della nostra scalinata, il dislivello viene sfruttato per creare un moto perpetuo apparente, con l'acqua che sembra inseguire il visitatore mentre sale. Chi la percorre in luglio capisce immediatamente che il barocco romano aveva scoperto il condizionatore d'aria con tre secoli d'anticipo, e per giunta senza consumare corrente.
Lo stile è quello tardo-barocco che sfuma nel rococò, con il gusto per le superfici mosse, per il finto rustico, per gli effetti di sorpresa. Fuga era un fiorentino trapiantato a Roma, protagonista assoluto della prima metà del Settecento: sua è la facciata di Santa Maria Maggiore, suo Palazzo della Consulta al Quirinale, sua la Coffee House del palazzo pontificio. Aveva un talento particolare per far sembrare grandiose le cose costruite in poco spazio, che è esattamente il talento che serviva alla Lungara.
Come si sale la Scalinata delle Undici Fontane dell'Orto Botanico di Roma
Il mio consiglio è di salirla lentamente e di fermarsi almeno tre volte a girarsi indietro. La prospettiva che si apre verso il basso, con il palazzo che rimpicciolisce e le chiome degli alberi che si aprono, cambia radicalmente ogni dieci gradini, ed è chiaramente studiata per farlo. I giardini barocchi sono macchine ottiche: sono progettati per essere percorsi in una direzione precisa e per rivelare la loro geometria un pezzo alla volta.
Non è una scalinata monumentale nel senso di Trinità dei Monti: è più intima, più ombrosa, più vissuta dalla vegetazione, che nei secoli se n'è appropriata. Muschi, capelveneri e felci hanno colonizzato le vasche e i bordi, e in certi punti la pietra è verde di alghe. Un restauratore ortodosso ne soffrirebbe; io la trovo perfetta così, perché in un orto botanico è giusto che siano le piante ad avere l'ultima parola sull'architettura.
Un avvertimento pratico che do sempre: i gradini bagnati scivolano, soprattutto d'inverno e nelle prime ore del mattino quando l'umidità della notte non è ancora evaporata. Scarpe con la suola decente, mano libera per il corrimano dove c'è, e nessuna fretta. Non c'è nulla di meno elegante di un capitombolo in un giardino del Settecento.
Il Ninfeo e la fontana dei Tritoni dell'Orto Botanico di Roma
In cima alla collina, addossato al pendio, si trova il grande nicchione che chiude prospetticamente il giardino verso l'alto. È l'elemento che nella tradizione dei giardini italiani si chiama ninfeo: una struttura architettonica a esedra, spesso con nicchie e statue, concepita come dimora simbolica delle ninfe e, in pratica, come punto di arrivo scenografico del percorso in salita. Chiude la vista, la incornicia, e dice al visitatore che il giardino finisce lì.
All'interno dell'Orto si trova anche una fontana con figure di tritoni, tradizionalmente ricondotta all'ambito berniniano. Uso volutamente questa formula prudente, «ambito», perché è quella che si usa quando l'attribuzione a una bottega è plausibile ma la mano diretta del maestro non è documentata. I tritoni — divinità marine dal busto umano e la coda pesciforme, figli di Poseidone e Anfitrite — sono un soggetto che Bernini rese celebre a Roma con la Fontana del Tritone di piazza Barberini, terminata attorno al 1643, dove il tritone inginocchiato sulle conchiglie soffia l'acqua da una buccina.
Il particolare che rende credibile la vicinanza berniniana è, se vogliamo, biografico: Bernini frequentava Cristina di Svezia in questo stesso palazzo, e l'idea che qualcuno del suo giro abbia lasciato un'opera nel giardino della regina non è affatto peregrina. Ma resta un'attribuzione tradizionale, e io preferisco raccontarla come tale: una probabilità elegante, non un fatto certificato. Le guide che spacciano ipotesi per certezze fanno un cattivo servizio ai loro ascoltatori.
Perché i ninfei sono ovunque nei giardini romani
Il ninfeo è un'invenzione antica che il Rinascimento recupera con entusiasmo. I Romani costruivano ninfei monumentali attorno alle sorgenti e ai castelli d'acqua degli acquedotti, sia in città che nelle ville: erano insieme luoghi di culto, sale da pranzo estive e macchine di frescura. Chi ha visitato Villa Adriana a Tivoli o le grotte di Sperlonga sa di cosa parlo. Quando l'architettura del Cinquecento riscopre i modelli antichi, il ninfeo torna prepotentemente in scena come elemento obbligato di ogni villa che si rispetti.
A Roma il fenomeno esplode perché la città ha, letteralmente, acqua in eccesso. I grandi acquedotti restaurati tra Cinquecento e Seicento — l'Acqua Vergine, l'Acqua Felice, l'Acqua Paola — portavano in città portate enormi, e il papa distribuiva le concessioni d'acqua ai nobili come oggi si distribuiscono le licenze. Avere una fontana zampillante nel proprio giardino significava avere un rapporto privilegiato con il potere pontificio. Il barocco romano non è solo un fatto di gusto: è idraulica applicata alla politica.
La Fontana dello Scoglio e le acque dell'Orto Botanico di Roma
Un altro pezzo d'acqua che merita una sosta è la cosiddetta Fontana dello Scoglio, chiamata così per la forma della sua vasca, modellata a imitazione di una roccia naturale. È l'espressione di un gusto tipicamente barocco, quello del rustico artificiale: l'architetto costruisce con la pietra qualcosa che finge di non essere stato costruito affatto, e la finzione è tanto più apprezzata quanto più è evidente. Un gioco intellettuale, non un errore di stile.
Attorno alla vasca la vegetazione ha fatto il suo mestiere. Le felci prosperano nelle fessure, i muschi rivestono ogni superficie che resti umida abbastanza a lungo, e in primavera si formano piccole comunità di piante spontanee che nessuno ha piantato lì. Se ti fermi qualche minuto in silenzio vedrai passare merli, cinciallegre, forse un pettirosso in inverno, e con un po' di fortuna una delle testuggini d'acqua che popolano le vasche. Non sono un dettaglio esotico: sono parte dell'ecosistema che l'Orto ha involontariamente creato dentro la città.
Tutta l'irrigazione dell'Orto Botanico di Roma, e i piccoli ruscelli che alimentano le colture acquatiche, dipendono dall'acquedotto dell'Acqua Paola che scorre sopra la collina. È lo stesso principio che nel Seicento aveva reso possibile il grande giardino botanico vaticano di Alessandro VII. Cioè: dopo quattro secoli, la ragione tecnica per cui questo posto funziona è ancora esattamente la stessa. Cambia la scienza, cambiano le piante, resta l'acqua.
L'Acqua Paola: l'acquedotto che disseta l'Orto Botanico di Roma
Merita qualche riga in più, perché senza di essa questo giardino non esisterebbe. L'Acqua Paola prende il nome da papa Paolo V Borghese, che tra il 1608 e il 1612 fece ripristinare l'antico acquedotto Traiano, costruito nel 109 dopo Cristo per portare a Roma le acque della zona di Bracciano, dal versante nord-occidentale del lago. L'opera antica correva per una sessantina di chilometri e serviva soprattutto la riva destra del Tevere, cioè proprio Trastevere e il Gianicolo, che gli altri acquedotti raggiungevano male.
Il terminale monumentale dell'Acqua Paola è il celebre Fontanone, cioè la Fontana dell'Acqua Paola sul Gianicolo, inaugurata nel 1612 su progetto di Giovanni Fontana e Flaminio Ponzio, con successivi interventi di Carlo Fontana. È quella che tutti riconoscono per la vasca enorme e per la vista che si gode dal piazzale antistante, ed è a poche centinaia di metri in linea d'aria dalla sommità dell'Orto. La quantità d'acqua che ne usciva era tale che i romani, sempre pronti alla battuta, la ribattezzarono per le sue abbondanti mostre d'acqua rispetto alla qualità, giudicata inferiore a quella dell'Acqua Vergine.
Per un orto botanico questa abbondanza è tutto. Molte delle collezioni che vedi qui — le felci, i bambu, le piante acquatiche, le tropicali in serra — sono specie assetate, che in un clima mediterraneo con estati secche di tre mesi non sopravvivrebbero senza irrigazione costante. Il fatto che l'acqua arrivi per gravità da un acquedotto seicentesco anziché da una pompa elettrica è, oltre che affascinante, ecologicamente sensato. È la più antica infrastruttura funzionante di questo giardino.
Le vasche e le piante acquatiche dell'Orto Botanico di Roma
Nella parte bassa del giardino l'acqua si raccoglie in vasche dove crescono le collezioni di piante acquatiche. Ninfee soprattutto, con la loro fioritura estiva che va dal bianco al rosa al giallo, ma anche piante palustri, canne, iris d'acqua, papiri. Il papiro, tra parentesi, è un ottimo pretesto per una piccola lezione: Cyperus papyrus è la pianta con cui gli antichi fabbricavano i rotoli su cui è stata scritta gran parte della letteratura classica, tagliando il midollo del fusto in strisce sottili, sovrapponendole a strati incrociati e pressandole.
Le ninfee hanno un altro pregio didattico: sono l'esempio da manuale di adattamento alla vita acquatica. La foglia galleggiante ha gli stomi — i pori per lo scambio dei gas — sulla faccia superiore anziché su quella inferiore come in quasi tutte le altre piante, per l'ovvia ragione che sotto c'è l'acqua e non l'aria. È uno di quei dettagli che rendono l'evoluzione tangibile anche a chi non ha mai aperto un libro di botanica. Lo racconto sempre ai bambini, e funziona sempre.
I platani monumentali dell'Orto Botanico di Roma
Nella parte alta del giardino, dove il terreno sale e la vegetazione si infittisce, ci sono alberi che meritano di essere guardati con il rispetto che si deve alle cose più vecchie di noi. I platani e i lecci secolari di questa zona sono accreditati di un'età compresa tra i trecentocinquanta e i quattrocento anni. Facciamo il conto insieme: significa che quando furono messi a dimora, o cominciarono a crescere spontaneamente, regnava un papa del Seicento, Cristina di Svezia non era ancora arrivata a Roma e Bernini stava lavorando al colonnato di San Pietro.
Il platano orientale, Platanus orientalis, e il suo ibrido diffusissimo Platanus × acerifolia, hanno una caratteristica che li rende immediatamente riconoscibili anche a chi non distingue una quercia da un pioppo: la corteccia si sfalda a placche irregolari, lasciando chiazze chiare su fondo scuro, così che il tronco sembra dipinto a mimetica. Non è un difetto ma una strategia: il platano cresce rapidamente in circonferenza e la corteccia, poco elastica, non riesce a seguire l'espansione, quindi si stacca. È anche un modo efficace per liberarsi degli inquinanti depositati, ragione per cui i platani sopportano l'aria delle città meglio di quasi ogni altro albero.
Chi cammina sotto le loro chiome nel pieno dell'estate romana capisce cosa significa davvero il termine «ombra». La temperatura percepita sotto un platano maturo può essere di parecchi gradi inferiore a quella misurata a venti metri di distanza in pieno sole: la chioma intercetta la radiazione diretta e la traspirazione fogliare raffredda l'aria per evaporazione. Un albero grande è, letteralmente, una macchina refrigerante che funziona a energia solare e produce ossigeno come sottoprodotto.
Come si misura l'età di un albero nell'Orto Botanico di Roma
La domanda arriva sempre, e la risposta è più interessante di quanto si pensi. Il metodo canonico è la dendrocronologia, cioè il conteggio degli anelli annuali di accrescimento, che su un albero vivo si esegue con una trivella di Pressler: un cilindro cavo che estrae una carota di legno di pochi millimetri di diametro senza danneggiare la pianta. Ogni anello corrisponde a un anno, e la sua larghezza racconta com'è andata quella stagione: anelli larghi per annate piovose e miti, anelli stretti per siccità e freddo.
Sugli esemplari monumentali però la trivella si usa con parsimonia, e spesso l'età si stima con formule che mettono in relazione la circonferenza del tronco misurata a petto d'uomo con il tasso medio di accrescimento della specie in quelle condizioni. È una stima, con margini d'errore che possono superare il decennio. Per questo le fonti serie parlano di «trecentocinquanta-quattrocento anni» e non di una data precisa: chi ti dà l'anno esatto di nascita di un albero secolare, quasi sempre, sta improvvisando.
C'è poi un aspetto che trovo commovente e che racconto sempre. Gli anelli di questi platani contengono, registrati con precisione, i climi di quattro secoli di Roma: le estati torride, gli inverni gelidi in cui il Tevere ghiacciò, le grandi siccità. È un archivio meteorologico scritto nel legno, molto più antico e affidabile di qualunque registrazione strumentale, che sta lì in piedi in mezzo a un giardino e che quasi nessuno pensa a interrogare.
Il viale delle palme dell'Orto Botanico di Roma
Dall'ingresso, il percorso più naturale conduce lungo il viale centrale fiancheggiato dalle palme, che è probabilmente l'immagine più fotografata di tutto l'Orto Botanico di Roma. È un impianto esotico ottocentesco, coerente con il gusto del tempo: la seconda metà dell'Ottocento fu l'epoca in cui l'Europa si innamorò delle palme, e ogni città che volesse sembrare moderna e cosmopolita ne piantò a decine sui lungomare e nei giardini pubblici.
La collezione comprende specie di provenienze diversissime, e vale la pena guardare i cartellini perché le differenze sono clamorose una volta che sai cosa cercare. Ci sono palme con tronco unico e colonnare e palme cespitose che emettono più fusti dalla base; ci sono foglie palmate, cioè aperte a ventaglio con i segmenti che partono da un punto, e foglie pennate, cioè disposte come le barbe di una piuma lungo un asse centrale. La Chamaerops humilis, unica palma spontanea del bacino mediterraneo occidentale, è palmata e cespitosa; le Phoenix, cioè le palme da dattero e le loro parenti, sono pennate.
Una precisazione che faccio sempre e che sorprende quasi tutti: le palme non sono alberi. Botanicamente sono monocotiledoni, imparentate molto più strettamente con le graminacee, i gigli e le orchidee che con le querce. Non hanno un vero legno né un cambio che produca anelli annuali di accrescimento; il tronco, che si chiama correttamente stipite, cresce in altezza ma non ingrossa dopo la formazione. Ecco perché una palma tagliata non mostra anelli e perché una palma danneggiata alla cima, dove sta l'unico apice vegetativo, non si riprende più.
Il punteruolo rosso e le palme dell'Orto Botanico di Roma
Chi vive in Italia da vent'anni ha visto morire una quantità impressionante di palme, e la ragione ha un nome: Rhynchophorus ferrugineus, il punteruolo rosso delle palme, un coleottero curculionide originario dell'Asia meridionale arrivato nel Mediterraneo attorno agli anni Novanta e in Italia nei primi anni Duemila. La femmina depone le uova nella corona della palma; le larve, che possono superare i cinque centimetri, scavano gallerie all'interno dello stipite divorando i tessuti dell'apice vegetativo. Quando i sintomi diventano visibili dall'esterno, la pianta è già in gran parte distrutta.
Le collezioni degli orti botanici hanno sofferto come e più delle alberature urbane, e il tema è tutt'altro che chiuso. La lotta si fa con trappole a feromoni, trattamenti mirati, monitoraggio e, nei casi disperati, con l'abbattimento e la distruzione degli esemplari infestati per impedire la diffusione. È una vicenda che racconto sempre, perché mostra il lato meno idilliaco del giardino: un orto botanico è anche una linea di difesa fitosanitaria, e chi ci lavora combatte guerre di cui il pubblico non sa nulla.
Il Bambuseto dell'Orto Botanico di Roma, tra i più ricchi d'Europa
Se c'è un luogo qui dentro capace di far dimenticare completamente in che città ci si trova, è il bambuseto. I boschetti di bambu dell'Orto Botanico di Roma sono considerati tra i più ricchi d'Europa per numero di specie, e attraversarli è un'esperienza sensoriale prima ancora che botanica: la luce si fa verde e filtrata, il rumore della città sparisce del tutto, e i culmi scricchiolano piano quando il vento li muove, con un suono che sembra fatto apposta per calmare i nervi.
Il bambu non è un albero, e qui la sorpresa è ancora più grossa che con le palme: è un'erba. Appartiene alla famiglia delle Poaceae, le graminacee, cioè la stessa del grano, del riso, del mais e del prato di casa tua. È semplicemente un'erba che ha deciso di diventare gigantesca e di lignificare i propri fusti, che si chiamano culmi e sono cavi con setti trasversali ai nodi. Alcune specie tropicali superano i trenta metri d'altezza e i venti centimetri di diametro, il che significa che esistono erbe più alte di un edificio di dieci piani.
La caratteristica più celebre del bambu è la velocità di crescita, che nelle specie più rapide può superare, in condizioni ottimali, il mezzo metro al giorno, con punte da record misurate in laboratorio ancora superiori. Il segreto è che il culmo non cresce solo dall'apice come un albero: ogni segmento tra due nodi si allunga contemporaneamente grazie a un meristema intercalare, come se una scala telescopica si estendesse da tutti i suoi elementi insieme. Il diametro finale del culmo, però, è già stabilito quando il germoglio esce da terra: un bambu non ingrossa mai. Esce già della larghezza che avrà per sempre.
La fioritura del bambu e il suo mistero
C'è poi il fenomeno che affascina anche i botanici di professione: la fioritura gregaria. Molte specie di bambu fioriscono a intervalli lunghissimi — a seconda della specie si parla di cicli che vanno da qualche decennio fino a intervalli superiori al secolo — e lo fanno in modo sincronizzato in tutto il mondo. Cioè: piante propagate per divisione dei rizomi e trapiantate in continenti diversi, in climi diversi, fioriscono nello stesso periodo, perché sono cloni dello stesso individuo e portano lo stesso orologio interno.
Dopo la fioritura, in molte specie, la pianta muore. È una strategia riproduttiva che i biologi chiamano monocarpia o semelparità: l'organismo investe tutte le proprie risorse in un unico, colossale evento riproduttivo, e poi si spegne. Nelle regioni asiatiche dove il bambu è alimento e materiale da costruzione, queste fioriture di massa hanno storicamente provocato carestie e improvvise esplosioni demografiche dei roditori attirati dalla quantità enorme di semi. Un fenomeno botanico che diventa un fatto storico ed economico.
Raccontarlo nel bambuseto di Trastevere, con il traffico di via della Lungara a duecento metri, è uno dei momenti in cui mi diverto di più a fare questo mestiere. Le persone si guardano attorno con un'espressione nuova: hanno smesso di vedere un bel posto verde e hanno cominciato a vedere degli organismi con una biografia.
Il Giardino Giapponese di Ken Nakajima nell'Orto Botanico di Roma
Nella parte alta del giardino si trova quello che per molti visitatori è il colpo di scena della visita: un giardino giapponese progettato dall'architetto Ken Nakajima, lo stesso autore del giardino dell'Istituto Giapponese di Cultura di Roma, in via Antonio Gramsci ai margini di Villa Borghese. Nakajima è stato uno dei grandi progettisti di giardini giapponesi fuori dal Giappone nel secondo Novecento, e la sua firma su questo spazio non è un dettaglio decorativo ma una garanzia di grammatica corretta.
Perché un giardino giapponese ha una grammatica, ed è ferrea. Nulla è casuale: la posizione delle rocce, il tracciato del sentiero, il punto in cui l'acqua cade, l'apertura o la chiusura della visuale. Il principio guida è il shakkei, il «paesaggio preso in prestito», cioè l'integrazione deliberata di elementi esterni al giardino — una collina, un albero lontano, un profilo di tetti — nella composizione interna. Il progettista non recinta il mondo: lo arruola.
Un altro principio è l'asimmetria studiata. Nel giardino europeo classico l'ordine si esprime con la simmetria, gli assi, la geometria: due filari uguali, una fontana al centro, un obelisco in fondo alla prospettiva. Nel giardino giapponese l'ordine si esprime con l'equilibrio dinamico tra elementi diversi per dimensione, forma e peso visivo. Tre rocce non saranno mai identiche né allineate; formeranno un triangolo scaleno che l'occhio percepisce come naturale ma che è stato calcolato con precisione millimetrica.
Come si guarda il Giardino Giapponese dell'Orto Botanico di Roma
Il mio suggerimento pratico è semplice: rallenta. Un giardino giapponese non si attraversa, si percorre a tappe, e ogni tappa corrisponde a un punto di vista progettato. Se cammini a passo normale guardando avanti, ne ricaverai l'impressione generica di un posto grazioso con un laghetto. Se invece ti fermi nei punti in cui il sentiero cambia direzione — e nota che cambia direzione più spesso del necessario, non per caso — scoprirai che ogni curva è stata messa lì per costringerti a girare la testa verso una scena precisa.
Presta attenzione anche all'acqua e alle sue voci. In un giardino ben progettato l'acqua produce suoni diversi in punti diversi: il gorgoglio basso di un ruscello lento, il rumore più acuto di una cascatella, il tonfo periodico di uno shishi-odoshi dove c'è. La composizione è tanto sonora quanto visiva, e questa è una dimensione che i giardini europei, con la loro predilezione per i grandi getti spettacolari, hanno esplorato molto meno.
Il momento migliore, se puoi scegliere, è la primavera, quando fioriscono i ciliegi ornamentali e gli aceri giapponesi mettono le foglie nuove. Ma io ho un debole per l'autunno, quando gli Acer palmatum passano dal verde al rosso e all'arancione con quella gradualità che i giapponesi hanno codificato in una pratica apposita, il momijigari, la caccia alle foglie rosse. È una delle poche attività al mondo che consista letteralmente nel guardare degli alberi cambiare colore, ed è una civiltà che ha capito qualcosa.
Il Roseto dell'Orto Botanico di Roma e il roseto comunale dell'Aventino
Anche il roseto sta nella parte alta, e a differenza di quanto molti si aspettano non è un roseto ornamentale ma una collezione, cioè un insieme organizzato per documentare la storia e la diversità del genere Rosa. Ci sono le rose botaniche, cioè le specie selvatiche da cui tutto è cominciato, e le varietà coltivate che dalle specie derivano attraverso secoli di selezione e ibridazione. Guardare una rosa canina accanto a un ibrido di tè moderno è come guardare un lupo accanto a un barboncino: stessa origine, quattromila anni di intervento umano nel mezzo.
Roma ha con le rose un rapporto antico e un altro luogo dedicato loro, il Roseto Comunale sull'Aventino, che si affaccia sul Circo Massimo con una delle viste più belle della città e che apre al pubblico nella stagione della fioritura, indicativamente tra la primavera e l'inizio dell'estate, ospitando il concorso internazionale «Premio Roma» per le nuove varietà. Quel terreno, prima di diventare roseto, era stato il cimitero ebraico della città, e in ricordo di questo le aiuole sono disposte secondo un disegno che richiama la menorah, il candelabro a sette bracci. È un dettaglio che pochissimi romani conoscono e che dice molto su come questa città stratifichi le sue memorie.
La differenza tra i due luoghi è netta e vale la pena spiegarla. L'Aventino è lo spettacolo: migliaia di piante, un colpo d'occhio travolgente, un mese di gloria all'anno. L'Orto Botanico di Roma è lo studio: meno piante, ma scelte per raccontare la genealogia della rosa. Chi ha tempo per entrambi li visiti entrambi, nell'ordine che preferisce; chi ne può vedere solo uno scelga in base a cosa cerca, l'emozione o la comprensione.
Un po' di storia della rosa da raccontare nell'Orto Botanico di Roma
Le rose che compriamo dal fioraio oggi discendono in gran parte da un evento preciso e relativamente recente: l'arrivo in Europa, tra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento, delle rose cinesi rifiorenti. Fino ad allora le rose europee — gallica, damascena, alba, centifolia — fiorivano una volta l'anno e basta. Le rose della Cina portavano un carattere genetico prezioso, la capacità di rifiorire più volte nella stagione, e l'incrocio tra i due gruppi produsse gli ibridi rifiorenti e poi, nel 1867 con la varietà «La France», il primo ibrido di tè, che segna convenzionalmente l'inizio dell'era delle rose moderne.
C'è un prezzo, però, e i coltivatori lo sanno bene: nella corsa verso la rifiorenza, la forma perfetta del bocciolo e i colori nuovi, molte varietà moderne hanno perso gran parte del profumo. Le rose antiche, che fioriscono per tre settimane e poi si riposano fino all'anno dopo, profumano in modo incomparabilmente più intenso. Se in maggio ti capita di passare accanto a una rosa damascena, chiudi gli occhi e annusa: stai respirando esattamente ciò che respiravano i giardini persiani mille anni fa, e che ancora oggi finisce, distillato, nell'acqua di rose e in metà dei profumi del mondo.
Il Giardino dei Semplici dell'Orto Botanico di Roma
Nella parte bassa, nella zona che confina con via dei Riari, è stato realizzato un giardino dei semplici costruito sul modello di quelli d'epoca, che raccoglie le principali specie contenenti principi attivi. È il cuore concettuale di tutto l'Orto Botanico di Roma, perché è il punto in cui il giardino torna a essere ciò che fu all'origine: una farmacia vivente ordinata per l'uso.
Le aiuole sono geometriche, delimitate, catalogate, ed è una scelta filologicamente corretta: gli orti dei semplici medievali e rinascimentali erano organizzati in riquadri regolari, spesso in numero e disposizione simbolici, per consentire di trovare rapidamente la pianta giusta e di coltivarla nelle condizioni che le servivano. Non c'era spazio per il pittoresco: era un ambiente di lavoro, e il lavoro consisteva nel non sbagliare.
Camminando tra i riquadri si incontrano nomi che hanno cambiato la storia della medicina. La digitale, Digitalis purpurea, da cui si estraggono i glicosidi cardioattivi che ancora oggi si usano in cardiologia, e che in dosi appena superiori sono un veleno mortale. Il salice, Salix alba, la cui corteccia contiene la salicina da cui deriva l'acido acetilsalicilico, cioè l'aspirina. L'artemisia, da una cui specie asiatica si ricava l'artemisinina, principio antimalarico che è valso il Nobel per la medicina nel 2015. Sono piante ordinarie, che potresti calpestare senza accorgertene, e senza le quali sarebbero morte molte più persone.
Veleno e medicina: la lezione del Giardino dei Semplici
La frase che ripeto sempre in questa zona è di Paracelso, medico e alchimista svizzero del Cinquecento, e suona più o meno così: è la dose che fa il veleno. Non esistono sostanze buone e sostanze cattive; esistono quantità appropriate e quantità letali. La stessa digitale che salva un cuore aritmico lo ferma se sbagli la misura, e questo vale per la maggior parte delle piante officinali qui coltivate.
Da qui discende una raccomandazione che faccio con una certa insistenza, perché il tema del «naturale quindi innocuo» è uno dei più pericolosi equivoci contemporanei. Alcune delle sostanze più tossiche conosciute sono di origine vegetale: la ricina del ricino, l'aconitina dell'aconito, la stricnina, la cicuta con cui morì Socrate. Un giardino dei semplici è affascinante proprio perché non fa questa distinzione consolatoria: mette insieme, negli stessi riquadri, ciò che cura e ciò che uccide, e lascia al sapere umano il compito di distinguerli.
Per questo, tra parentesi, in un orto botanico non si toccano né si raccolgono le piante. Non è solo una questione di rispetto per una collezione scientifica: è che alcuni di questi esemplari sono seriamente tossici anche al contatto o all'ingestione di piccole quantità. Guardare, leggere il cartellino, fotografare. Il resto lo lasciamo ai farmacologi.
Il Giardino degli Aromi dell'Orto Botanico di Roma e le targhe in braille
Accanto al giardino dei semplici si trova il Giardino degli Aromi, che è forse la cosa di cui questo posto può andare più fiero, e che quasi nessuna guida cita. È stato pensato per le persone non vedenti e ipovedenti: le piante sono disposte in modo da poter essere raggiunte e toccate, i percorsi sono studiati per essere seguiti con il bastone, e i cartellini portano iscrizioni in braille accanto a quelle in nero.
L'idea di fondo è semplice e brillante insieme. Un orto botanico è tradizionalmente un'esperienza visiva: si guardano le forme, i colori, le proporzioni. Ma le piante aromatiche parlano a un altro senso, e lo fanno in modo violento e immediato. Strofina una foglia di rosmarino, di menta, di salvia, di lavanda, di elicriso tra le dita e ti arriva addosso un'informazione che nessuna descrizione visiva potrebbe eguagliare. Per una persona che non vede, questo giardino non è una versione ridotta della visita: è una visita completa, in un linguaggio diverso.
Vale la pena spiegare da dove vengono quegli odori. Sono oli essenziali, cioè miscele di composti organici volatili — terpeni, in gran parte — che la pianta produce in ghiandole specializzate sulla superficie fogliare. Non li fabbrica per farci piacere: servono a respingere gli insetti erbivori, a inibire la germinazione delle piante concorrenti, a proteggere i tessuti dall'eccesso di radiazione solare e, in alcuni casi, ad attirare gli impollinatori. L'intero repertorio della cucina mediterranea è, dal punto di vista della pianta, un arsenale chimico difensivo che noi abbiamo deciso di trovare delizioso.
Perché il Giardino degli Aromi è un modello di accessibilità
Chi si occupa di accessibilità culturale sa che la strada più facile e più sbagliata è quella della versione ridotta: la stessa esperienza, ma semplificata, per chi non può fruirne pienamente. La strada difficile e giusta è la progettazione universale, cioè costruire spazi che funzionino bene per tutti attraverso canali diversi. Il Giardino degli Aromi appartiene alla seconda categoria, e per questo funziona anche per i vedenti: chiunque ci passi si ritrova a toccare e ad annusare, cosa che in un giardino ornamentale nessuno oserebbe.
Lo consiglio con particolare convinzione a chi porta bambini piccoli, e a chi accompagna persone anziane con problemi di memoria. L'olfatto ha un privilegio anatomico noto: le sue vie nervose raggiungono il sistema limbico, sede della memoria emotiva, più direttamente di qualunque altro senso. È per questo che un odore può restituire in un istante un ricordo d'infanzia intero. In un giardino di aromi questo meccanismo si attiva di continuo, e ho visto persone commuoversi davanti a un cespuglio di salvia per motivi che riguardavano la cucina della loro nonna e non la botanica.
Le serre dell'Orto Botanico di Roma: la Serra Corsini e la Serra Tropicale
Nella zona bassa si incontrano le serre, che sono insieme un pezzo di storia dell'architettura del ferro e un'infrastruttura scientifica attiva. La serra storica dell'Orto Botanico di Roma è quel «giardino d'inverno» costruito per la vecchia sede di via Panisperna e riadattato qui da Pirotta dopo il 1883, a cui si aggiunsero altre due serre negli anni successivi. Le serre monumentali in ferro e vetro sono un genere architettonico ottocentesco a pieno titolo, figlio della rivoluzione industriale, della disponibilità di vetro a basso costo e della passione per le piante esotiche.
La serra tropicale è, per la maggior parte dei visitatori, un piccolo shock climatico. Si entra e la temperatura sale, l'umidità sale ancora di più, gli occhiali si appannano e per qualche secondo si ha la sensazione di aver cambiato continente. È esattamente l'effetto voluto: quelle condizioni ricostruiscono l'ambiente di foresta pluviale in cui vivono le piante ospitate, dove l'umidità relativa resta stabilmente altissima e la temperatura non scende quasi mai sotto i venti gradi.
Dentro si vedono cose che in Italia non crescono all'aperto: aracee dalle foglie enormi e traforate, felci arboree, piante epifite che nel loro ambiente originario vivono aggrappate ai rami degli alberi senza essere parassite, semplicemente per stare più vicine alla luce che sul suolo della foresta non arriva mai. Le radici aeree che vedi penzolare non stanno cercando terra: stanno assorbendo umidità direttamente dall'aria. È uno degli spettacoli evolutivi più eleganti che si possano osservare senza prendere un aereo.
Come funziona una serra e perché non è banale
Il principio della serra è noto ma spesso raccontato male. Il vetro lascia passare la radiazione solare a onda corta, che riscalda le superfici interne; queste riemettono calore sotto forma di infrarosso a onda lunga, per il quale il vetro è molto meno trasparente. Il calore, in parte, resta intrappolato. A questo si aggiunge il fatto, altrettanto importante, che l'involucro impedisce il rimescolamento con l'aria esterna, eliminando le perdite per convezione.
Gestire una serra botanica è però un lavoro complicatissimo, che i visitatori non immaginano. Bisogna controllare temperatura, umidità, ventilazione e ombreggiatura per specie che provengono da climi diversi e che convivono nello stesso volume d'aria. Bisogna combattere i parassiti in un ambiente caldo e umido che è il loro paradiso, e farlo spesso con la lotta biologica, cioè introducendo insetti predatori, perché i trattamenti chimici in uno spazio chiuso pieno di piante rare sono un rischio. Chi lavora nelle serre di un orto botanico fa un mestiere che sta a metà tra il giardiniere, il meteorologo e l'infermiere di terapia intensiva.
Le orchidee dell'Orto Botanico di Roma
Tra le collezioni ospitate nelle serre, quella delle orchidee merita un capitolo suo. Le Orchidaceae sono una delle due o tre famiglie vegetali più ricche del pianeta, con un numero di specie stimato ben oltre le venticinquemila, e sono anche una delle famiglie evolutivamente più sofisticate che esistano. Se qualcuno ti dice che le piante sono organismi passivi, portalo davanti a un'orchidea e lascialo lì per un quarto d'ora.
Il capolavoro delle orchidee è l'impollinazione. Molte specie non producono nettare e non offrono nulla in cambio: si limitano a ingannare. Le orchidee del genere Ophrys, che crescono spontanee anche nei prati del Lazio, hanno fiori che imitano l'aspetto, la peluria e soprattutto i feromoni sessuali delle femmine di certe specie di imenotteri. Il maschio arriva, tenta l'accoppiamento con il fiore, si ricopre di polline e vola via verso il prossimo inganno. La pianta ottiene l'impollinazione senza pagare un solo grammo di zucchero.
C'è poi la storia che non manco mai di raccontare, perché è la più bella dimostrazione del potere predittivo della biologia evoluzionistica. Nel 1862 Charles Darwin ricevette dal Madagascar un'orchidea, Angraecum sesquipedale, il cui sperone nettarifero era lungo circa trenta centimetri, con il nettare accumulato solo in fondo. Darwin dedusse che doveva esistere, su quell'isola, un insetto con una spirotromba altrettanto lunga, e lo scrisse. Fu deriso. Nel 1903, ventun anni dopo la sua morte, venne descritta una falena sfingide del Madagascar con una proboscide di lunghezza adeguata, e fu chiamata Xanthopan morganii praedicta: «la predetta». La conferma diretta dell'impollinazione arrivò molto più tardi, con la fotografia e il video. Darwin aveva ragione, e aveva ragione partendo da un fiore.
Perché le orchidee sono difficili da coltivare
Molte orchidee sono epifite, cioè vivono aggrappate alla corteccia degli alberi, e le loro radici sono adattate a un ambiente arioso e drenato, non al terriccio compatto. È il motivo per cui l'orchidea regalata che poi muore in casa, quasi sempre, muore per eccesso d'acqua e per marciume radicale, non per sete. Le radici hanno un tessuto spugnoso e biancastro chiamato velamen che assorbe rapidamente l'umidità e poi deve poter asciugare.
C'è un secondo motivo, più profondo, ed è la ragione per cui le orchidee sono così rare in natura nonostante producano semi in quantità astronomiche, fino a milioni per capsula. Quei semi sono minuscoli, poco più che polvere, e privi di riserve nutritive. Per germinare hanno bisogno di incontrare un fungo specifico che entri in simbiosi con loro e li nutra nelle prime fasi di vita, un rapporto che si chiama micorriza orchidoide. Senza il fungo giusto, niente orchidea. Ecco perché strappare un'orchidea selvatica da un prato è un gesto doppiamente distruttivo, e perché la loro coltivazione in orto botanico richiede laboratori di germinazione in vitro.
Le succulente dell'Orto Botanico di Roma
Accanto alle serre si trovano le collezioni di piante succulente, che sono l'esatto rovescio delle tropicali: dove quelle vivono nell'acqua fino al collo, queste hanno costruito un'intera architettura corporea attorno al problema di non averne. Succulenta significa semplicemente «carnosa», e indica una pianta che immagazzina acqua in tessuti specializzati di foglie, fusti o radici.
La cosa più interessante di questa collezione non è l'aspetto bizzarro delle piante, per quanto ci sia da divertirsi, ma il fatto che documenti uno dei fenomeni più eleganti dell'evoluzione: la convergenza. I cactus, famiglia Cactaceae, sono originari quasi esclusivamente delle Americhe. Le Euphorbia succulente africane appartengono a una famiglia completamente diversa, imparentata più con la stella di Natale che con un cactus. Eppure certe euforbie africane sembrano cactus in modo talmente convincente che ingannano quasi tutti: fusto verde e carnoso, forma colonnare, costole, spine, foglie assenti.
Il motivo è che non si sono copiate: hanno risolto lo stesso problema con gli stessi strumenti fisici. Ridurre le foglie elimina la superficie da cui si perde acqua; ingrossare il fusto crea un serbatoio; le costole permettono di gonfiarsi e sgonfiarsi come una fisarmonica al variare delle riserve idriche; le spine difendono il serbatoio dagli erbivori assetati e proiettano un po' d'ombra. Come si distinguono, allora? Il trucco che insegno sempre: le spine dei cactus nascono da strutture caratteristiche chiamate areole, piccoli cuscinetti feltrosi, mentre le euforbie non hanno areole e producono, se incise, un lattice bianco irritante. Una regola pratica: se sanguina bianco, non è un cactus.
La respirazione notturna delle succulente
C'è un ultimo dettaglio che vale la pena conoscere perché è splendido. Le piante grasse hanno adottato in gran parte un metabolismo particolare, chiamato metabolismo acido delle Crassulaceae, o CAM dalla sigla inglese. Le piante normali aprono gli stomi di giorno per assorbire anidride carbonica mentre fanno fotosintesi, perdendo però acqua per traspirazione proprio nelle ore più calde. Un suicidio, in un deserto.
Le CAM invertono l'orario: tengono gli stomi chiusi durante il giorno e li aprono di notte, quando l'aria è fresca e umida, immagazzinando l'anidride carbonica sotto forma di acidi organici. Di giorno, a stomi sigillati, liberano quella riserva e la usano per la fotosintesi alla luce del sole. Risultato: fotosintetizzano di giorno respirando di notte, e risparmiano una quantità d'acqua enorme. È come fare la spesa alle tre del mattino per non uscire con quaranta gradi. Una soluzione che nessun ingegnere avrebbe progettato meglio.
Le cycas e le piante che vengono da lontano nell'Orto Botanico di Roma
Tra le collezioni dell'Orto Botanico di Roma quella delle cycas ha uno statuto speciale, perché non è una collezione di piante ma una collezione di fossili viventi. Le Cycadales sono un ordine antichissimo di gimnosperme, comparso nel Paleozoico e diventato dominante nel Mesozoico, al punto che i paleobotanici hanno chiamato quel periodo «l'era delle cicadi». Cioè: quando i dinosauri camminavano sulla Terra, il paesaggio vegetale era in buona parte fatto di piante come queste.
A prima vista una cycas sembra una palma, con il fusto tozzo e la corona di foglie pennate e rigide. Non ha nulla a che vedere con le palme. Le palme sono angiosperme, piante a fiore, cioè il gruppo evolutivamente più recente e di gran lunga più numeroso; le cycas sono gimnosperme, come le conifere, e producono semi nudi portati in strutture chiamate coni o strobili, non racchiusi in un frutto. La somiglianza è un altro caso di convergenza, che questa volta separa gruppi divisi da oltre duecento milioni di anni di storia evolutiva.
Hanno altre due particolarità notevoli. La prima è che sono dioiche: esistono individui maschili e individui femminili, con coni di forma diversa, e per ottenere semi servono entrambi. La seconda è che vivono in simbiosi con cianobatteri fissatori di azoto, ospitati in radici speciali dette corallodi che crescono verso l'alto anziché verso il basso. In pratica si fabbricano il concime da sole, prendendo l'azoto dall'aria. È una tecnologia che l'agricoltura umana ha imparato a imitare, sotto forma di rotazione con le leguminose, solo negli ultimi secoli.
La conservazione delle specie rare nell'Orto Botanico di Roma
Molte cicadi sono oggi tra i gruppi di piante più minacciati al mondo, vittime della distruzione degli habitat e del collezionismo. È qui che entra in gioco la funzione meno visibile e più importante di un orto botanico moderno: costituire una banca genetica per le specie in via di estinzione e, dove possibile, ripromuoverne la diffusione. Non si tratta di tenere in vita degli esemplari in vetrina, ma di conservare popolazioni geneticamente diversificate, scambiare semi con altri istituti attraverso i cataloghi internazionali che gli orti botanici si scambiano da secoli, e all'occorrenza fornire materiale per progetti di reintroduzione in natura.
Questo scambio di semi ha un nome tecnico, index seminum, ed è una delle tradizioni scientifiche più antiche e meno note che esistano: gli orti botanici europei pubblicano da secoli l'elenco dei semi che hanno disponibili e li spediscono gratuitamente ai colleghi che li richiedono. È una rete di cooperazione mondiale che ha attraversato guerre, rivoluzioni e cambi di regime senza interrompersi mai. Quando cammini qui dentro, stai attraversando un nodo di quella rete.
Il Bosco Romano dell'Orto Botanico di Roma
Nella parte superiore della collina è stata conservata la struttura arborea originale, lasciata a bosco mediterraneo di sempreverdi. La zona è chiamata Bosco Romano, e dalle radure tra i lecci e i platani secolari si aprono scorci panoramici sulla città che valgono da soli la salita. È, con ogni probabilità, l'ultimo relitto del bosco di tipo mediterraneo sempreverde che in origine ricopriva completamente il colle del Gianicolo.
Fermiamoci un secondo su questa frase, perché è più importante di quanto sembri. Roma è una città continuamente abitata da quasi tre millenni, e il suo territorio è stato disboscato, coltivato, urbanizzato, ricostruito decine di volte. Trovare, dentro le mura, un lembo di vegetazione che conserva la struttura del bosco originario è un fatto raro quanto ritrovare un edificio intatto del primo secolo. È un documento storico che però non è fatto di pietra ma di organismi vivi, che si rinnovano e si sostituiscono restando riconoscibili come comunità.
Il protagonista è il leccio, Quercus ilex, la quercia sempreverde per eccellenza del Mediterraneo. Ha foglie coriacee, piccole, lucide sopra e feltrose sotto, con i margini a volte spinosi sugli esemplari giovani e più lisci sui rami alti — un adattamento contro gli erbivori che la pianta abbandona quando cresce abbastanza da non essere più raggiungibile. Quella struttura fogliare, detta sclerofilla, è la risposta evolutiva all'estate secca: riduce la traspirazione, resiste alla radiazione intensa e permette alla pianta di restare verde tutto l'anno, sfruttando le piogge autunnali e primaverili invece di dormire in inverno come fanno le latifoglie caducifoglie del Nord Europa.
Il sottobosco e i suoi abitanti nell'Orto Botanico di Roma
Sotto i lecci la luce che arriva al suolo è poca, e la vegetazione si adatta di conseguenza. Si incontrano alloro, corbezzolo, viburno, edera che sale sui tronchi, pungitopo — quello con i falsi rami appiattiti che sembrano foglie e le bacche rosse che decorano i presepi — e in primavera le fioriture rapide delle geofite, cioè delle piante che passano l'anno sottoterra come bulbo o rizoma e sfruttano la finestra di luce che si apre prima che le chiome si richiudano.
La fauna, poi, è più ricca di quanto si immagini. Merli, capinere, cinciallegre, cinciarelle, pettirossi in inverno, verzellini, storni; picchi rossi maggiori, che si sentono tambureggiare in primavera; gazze e cornacchie grigie, che a Roma sono ormai dominanti; falchi pellegrini e gheppi che passano sopra il colle, e in estate i rondoni. Al tramonto, i pipistrelli. Un bosco urbano di dodici ettari, con acqua corrente e senza cani liberi, è un'isola ecologica preziosissima in un tessuto costruito come quello di Trastevere.
Il consiglio, in questa zona, è di stare fermi e zitti per cinque minuti. È l'unica tecnica di osservazione naturalistica che funzioni davvero e l'unica che nessuno applica mai. Cinque minuti di immobilità in una radura del Bosco Romano restituiscono più fauna di un'ora di camminata veloce, e restituiscono anche qualcos'altro: la percezione precisa del punto in cui il rumore della città ricomincia.
La valletta delle felci e le piante acquatiche dell'Orto Botanico di Roma
Sul versante ombroso e umido si apre la valletta delle felci, un ambiente che in una città con l'estate romana non dovrebbe esistere e che invece esiste grazie alla combinazione fortunata di esposizione a nord-est, ombra degli alberi e acqua costante dell'Acqua Paola. È uno degli angoli più freschi dell'intero giardino e, nelle giornate di luglio, uno dei più affollati per ragioni che non hanno nulla di botanico.
Le felci sono piante antichissime, comparse molto prima delle piante a fiore, e hanno una caratteristica che le rende didatticamente irresistibili: non producono semi. Si riproducono per spore, minuscoli granuli che si formano in strutture chiamate sporangi, raggruppati in gruppetti detti sori, quelle macchioline scure e regolari che si vedono sul rovescio delle fronde e che molti visitatori scambiano per una malattia o per un attacco di parassiti. Non è una malattia: è, letteralmente, il sistema riproduttivo della pianta.
La parte affascinante è che la spora, cadendo, non produce direttamente una nuova felce. Produce un piccolo organismo verde a forma di cuore, largo pochi millimetri, chiamato protallo, che vive autonomamente e sul quale si formano gli organi sessuali. La fecondazione richiede acqua liquida, perché lo spermatozoo deve nuotare fino alla cellula uovo, e solo da quell'incontro nasce la felce che conosciamo. Le felci vivono quindi due vite alternate, e la loro dipendenza dall'acqua per la riproduzione spiega perché prosperino solo in luoghi come questa valletta e perché non abbiano mai conquistato i deserti.
Le conifere dell'Orto Botanico di Roma: sequoie, metasequoia e Wollemia
Al di sotto della zona boscata, in direzione del palazzo, è installata la collezione di conifere, e qui l'Orto Botanico di Roma si toglie qualche soddisfazione notevole. Ci sono una Araucaria australiana con le sue parenti Wollemia e Agathis; una sequoia gigante americana, Sequoiadendron giganteum; almeno quattro sequoie sempreverdi, Sequoia sempervirens, cioè l'altra specie esistente del gruppo; una metasequoia cinese, Metasequoia glyptostroboides, detta anche abete d'acqua; e alcuni Taxodium, il distico, il mucronato e le forme messicane.
Ogni nome di questa lista ha una storia. Le due sequoie sono i giganti del pianeta: la Sequoia sempervirens della costa californiana detiene il record di altezza tra tutti gli organismi viventi, con esemplari che superano i centoquindici metri, mentre la Sequoiadendron giganteum della Sierra Nevada detiene il record di massa, con individui che pesano migliaia di tonnellate e vivono oltre tremila anni. Vederle da giovani, in un giardino di Trastevere, è un esercizio di immaginazione temporale: quegli alberi, se nessuno li disturba, saranno ancora lì fra dieci generazioni.
La metasequoia è forse la storia più bella. Era conosciuta solo come fossile, descritta nel 1941 da resti risalenti a milioni di anni fa, e la si riteneva estinta da tempo immemorabile. Pochi anni dopo, tra il 1943 e il 1946, alberi viventi appartenenti a quella stessa specie furono individuati in una remota vallata della Cina centrale, dove i contadini li conoscevano benissimo e li chiamavano «abeti d'acqua». Semi raccolti in quella valle furono distribuiti negli anni successivi agli orti botanici di tutto il mondo, e praticamente ogni metasequoia che oggi cresce in Occidente discende da quella spedizione. Una specie tornata dai fossili alla vita in meno di un decennio.
La Wollemia, l'albero ritrovato nel 1994
Se la metasequoia è la storia più bella, la Wollemia nobilis è la più recente e forse la più incredibile. Nel 1994 un guardaparco australiano, esplorando un canyon profondo e inaccessibile nel Wollemi National Park, a poco più di cento chilometri da Sydney, si imbatté in alberi che non riusciva a identificare. Erano conifere appartenenti a un genere ritenuto estinto da milioni di anni, imparentate con le araucarie, con una corteccia bollosa che assomiglia a cioccolato fondente e un'architettura di rami del tutto anomala.
Gli esemplari selvatici noti sono pochissime decine, in una località la cui posizione esatta resta segreta e protetta per evitare l'introduzione di patogeni e il collezionismo. La strategia di conservazione adottata è stata geniale nella sua semplicità: propagare la pianta e venderla in tutto il mondo, così che milioni di esemplari coltivati rendessero irrilevante il valore commerciale di quelli selvatici. Poter vedere una Wollemia in un giardino romano significa toccare con mano il fatto che il pianeta ha ancora dei segreti, e che li nasconde bene.
La Sapienza e la funzione scientifica dell'Orto Botanico di Roma
Vale la pena ricordarlo con chiarezza: l'Orto Botanico di Roma dipende dal Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, e questa dipendenza non è un dettaglio amministrativo ma la ragione stessa della sua esistenza. Le sue funzioni dichiarate sono didattiche, di educazione ambientale e di ricerca scientifica: qui si tengono mostre, corsi, conferenze e simposi, e ogni anno passano quasi centomila visitatori, con un'attività scolastica intensissima che si misura in centinaia di visite guidate.
Una linea di ricerca particolarmente adatta a questo luogo riguarda l'ecologia dell'ambiente urbano, disciplina che studia come gli organismi vivano dentro le città. È un campo di enorme attualità: le città sono ecosistemi anomali, con temperature superiori alla campagna circostante per il fenomeno dell'isola di calore, suoli compattati e impermeabilizzati, illuminazione notturna che altera i cicli biologici, inquinanti atmosferici e comunità di specie profondamente rimescolate dall'uomo. Studiare tutto questo da dentro un'isola verde di dodici ettari circondata da Trastevere è, metodologicamente, una condizione ideale.
Aggiungo un pensiero che mi sta a cuore. Le città italiane sono piene di istituzioni scientifiche che nessuno visita perché nessuno sa che si possono visitare. Gli orti botanici universitari sono il caso più clamoroso: sono aperti al pubblico, sono economici, sono bellissimi e sono quasi vuoti, mentre a duecento metri la gente fa la fila per due ore sotto il sole. Non è una critica alla fila: è un invito ad approfittare di un'asimmetria che, francamente, è tutta a nostro vantaggio.
Cosa significa che l'Orto Botanico di Roma è un museo vivente
L'espressione «museo vivente» ricorre spesso nella letteratura su questi luoghi ed è più precisa di quanto sembri. Un museo tradizionale conserva oggetti che non cambiano, e il suo compito è impedire che cambino: il restauro combatte il tempo. Un orto botanico conserva organismi che crescono, invecchiano, si ammalano e muoiono, e il suo compito è accompagnarne il ciclo garantendo la continuità della collezione. Se un quadro si perde, si è perso per sempre; se una pianta muore, se ne può ripiantare un'altra dalla stessa provenienza, purché qualcuno abbia conservato i semi.
Questo cambia radicalmente la percezione del visitatore consapevole. Il giardino che vedi oggi non è quello che vedeva Pirotta nel 1885, né quello che vedrà tuo nipote fra quarant'anni. Alcuni alberi sono gli stessi — i platani secolari, i lecci — e fanno da ancoraggio, ma tutto il resto è un flusso. Visitare un orto botanico più volte nell'arco di una vita è l'unico modo per rendersene conto, ed è una delle ragioni per cui suggerisco sempre di tornarci in stagioni diverse.
Porta Settimiana, via della Lungara e il Trastevere dell'Orto Botanico di Roma
Uscendo dall'Orto Botanico di Roma e girando verso sud si arriva in un minuto a Porta Settimiana, che è l'oggetto più antico del quartiere immediato. Si apriva nelle Mura Aureliane, la cinta costruita tra il 271 e il 275 dopo Cristo dall'imperatore Aureliano per difendere una Roma che dopo tre secoli di sicurezza si era improvvisamente riscoperta vulnerabile. La porta fu poi rifatta da Alessandro VI Borgia attorno al 1498 e ritoccata sotto Pio VI nel Settecento, assumendo l'aspetto attuale con la merlatura e la torretta.
Da Porta Settimiana parte via della Lungara, l'asse rettilineo che Giulio II fece aprire all'inizio del Cinquecento. Il nome le viene proprio dalla sua lunghezza inconsueta per l'epoca: era una delle strade più lunghe della città e collegava, quasi senza curve, il Borgo vaticano al cuore di Trastevere. In una Roma di vicoli tortuosi cresciuti sopra le rovine, una strada dritta era un manifesto politico prima ancora che una comodità: significava che il papa poteva attraversare la città in linea retta.
Sull'altro lato della strada, quasi di fronte all'Orto, si trova la Villa Farnesina, costruita tra il 1506 e il 1510 da Baldassarre Peruzzi per il banchiere senese Agostino Chigi, l'uomo più ricco di Roma. All'interno lavorarono Raffaello e la sua bottega, Sebastiano del Piombo, il Sodoma e lo stesso Peruzzi. È uno dei luoghi in cui il Rinascimento romano raggiunge la sua massima leggerezza, e sta letteralmente dall'altro lato della carreggiata rispetto al nostro cancello. La combinazione delle due visite in una mattinata è tra le migliori che si possano organizzare in questa città.
Regina Coeli e il muro che nessuno guarda
Percorrendo via della Lungara verso nord si costeggia per un tratto lunghissimo un muro alto e continuo, interrotto da poche finestre sbarrate: è il carcere di Regina Coeli, tuttora in funzione. Nacque come convento delle monache carmelitane, fondato nel Seicento, e fu trasformato in istituto penitenziario dopo l'Unità d'Italia, entrando in funzione nel 1881, cioè praticamente negli stessi anni in cui l'Orto Botanico prendeva possesso del giardino Corsini.
C'è un modo di dire romano che vale la pena conoscere: «Chi nun ha provato Regina Coeli, nun sa che cos'è Roma». Non è un incoraggiamento a delinquere; è l'affermazione, tipicamente romana e piuttosto disillusa, che una città la si conosce davvero solo attraverso i suoi rovesci. Il fatto che un giardino botanico universitario, un carcere e una villa rinascimentale affrescata da Raffaello stiano nello stesso tratto di cinquecento metri di strada è, se ci pensi, la sintesi più concisa possibile di che cosa sia questa città.
Il Gianicolo sopra l'Orto Botanico di Roma
Il colle che si sale dentro l'Orto è lo stesso che, poche centinaia di metri più su, ospita uno dei luoghi più amati dai romani. Il Gianicolo prende il nome dal dio Giano, il bifronte che guardava contemporaneamente avanti e indietro, e per gli antichi non faceva parte della città vera e propria: era la sentinella sulla riva destra, il punto da cui si vedeva arrivare il pericolo etrusco.
Sul piazzale Giuseppe Garibaldi c'è il monumento equestre all'eroe dei due mondi, inaugurato nel 1895, e poco più in là il monumento ad Anita Garibaldi, del 1932, sotto il quale la donna è sepolta. Il colle è denso di memoria risorgimentale perché qui, nella primavera e nell'estate del 1849, si combatté la difesa della Repubblica Romana contro il corpo di spedizione francese inviato a restaurare il potere papale. Villa Corsini, sulla sommità — da non confondere con il palazzo alla Lungara, pur essendo della stessa famiglia — fu il centro di uno degli scontri più sanguinosi del 3 giugno 1849 e venne distrutta. I busti in marmo dei garibaldini che fiancheggiano la passeggiata sono i volti di quella generazione.
C'è poi il cannone. Dal 1904 un colpo a salve viene sparato dal Gianicolo ogni giorno a mezzogiorno, per dare a tutta Roma un segnale orario unico: prima di allora le campane delle chiese suonavano il mezzogiorno ciascuna per conto proprio, con esiti caotici. Se sei nell'Orto Botanico di Roma alle dodici in punto lo senti benissimo, ed è uno dei modi più romani che esistano di sapere che ora è. Il tono giusto, quando succede, è quello di chi non si scompone: i romani, quel colpo, hanno smesso di sentirlo da un secolo.
L'Orto Botanico di Roma con i bambini
Metto le mani avanti: se avete figli sotto i dieci anni e siete a Roma per tre giorni, questo posto vi salverà almeno mezza giornata, e forse anche il matrimonio. Le ragioni sono semplici e le elenco con una certa convinzione, perché le ho verificate su un numero considerevole di famiglie sull'orlo di una crisi di nervi.
La prima è lo spazio. Dopo due giorni passati a dire «non toccare», «stai vicino», «attenzione al motorino», dodici ettari recintati e senza traffico sono una liberazione fisiologica per tutti. La seconda è la varietà: il bambuseto è una foresta in cui giocare, la valletta delle felci è un posto fresco e misterioso, le vasche hanno pesci e tartarughe, la scalinata delle fontane è un percorso a ostacoli offerto dalla storia dell'arte. La terza, e la più sottovalutata, è che qui i bambini possono fare rumore senza che nessuno li fulmini con lo sguardo, cosa che in una basilica o in un museo non accade mai.
Il Giardino degli Aromi merita una menzione speciale in chiave familiare. Toccare e annusare è esattamente il modo in cui i bambini piccoli conoscono il mondo, e qui è consentito e anzi previsto. Il gioco che funziona sempre è quello dell'indovinello olfattivo: si strofina una foglia, si fa annusare a occhi chiusi e si chiede di cosa sa. Menta, rosmarino e limone li indovinano tutti; la salvia e l'alloro creano dibattiti feroci. Ne escono con una nozione di botanica applicata che non dimenticheranno, il che è più di quanto si possa dire di molte visite guidate destinate agli adulti.
Le regole da spiegare prima di entrare
Poche e chiare, e conviene dirle al cancello anziché urlarle dopo. Non si raccolgono fiori, foglie o frutti: alcuni esemplari sono rari e alcuni sono tossici. Non si sale sugli alberi, soprattutto su quelli monumentali, la cui corteccia è più fragile di quanto sembri. Non si entra nelle aiuole: il suolo compattato dai passi soffoca le radici superficiali, ed è uno dei danni più seri e meno visibili che un giardino subisca. Non si dà da mangiare a pesci e tartarughe.
Vale poi la pena spiegare, con parole adatte all'età, perché queste regole esistono. Un bambino a cui dici «non si può» obbedisce controvoglia; un bambino a cui dici «quell'albero ha quattrocento anni, ha visto i papi in carrozza, e se ci saliamo gli facciamo male» diventa il più severo custode del giardino e passerà il resto della visita a rimproverare gli altri. È una trasformazione che ho osservato decine di volte e che mi diverte ogni volta.
L'Orto Botanico di Roma d'estate, all'ombra
Diciamolo con franchezza: Roma in luglio e agosto è dura. Il centro storico è quasi privo di alberi, il travertino e il sanpietrino accumulano calore per tutto il giorno e lo restituiscono fino a notte, e le grandi piazze che ammiriamo in fotografia sono, alle due del pomeriggio, delle padelle. Sapere dove sta l'ombra vera è, in estate, la competenza più utile che un visitatore possa avere.
L'Orto Botanico di Roma è una delle risposte migliori, per ragioni misurabili. Un bosco maturo abbassa la temperatura percepita in modo sostanziale rispetto all'ambiente urbano circostante, sia intercettando la radiazione solare diretta sia raffreddando l'aria per evapotraspirazione: le foglie rilasciano vapore acqueo e ogni grammo evaporato sottrae calore. Aggiungi l'acqua corrente delle fontane e dei ruscelli, il fatto che il versante principale guardi a nord-est e che i sentieri siano in terra battuta e non in asfalto, e ottieni un microclima che nel resto del rione semplicemente non esiste.
La mia strategia estiva, collaudata, è questa: entrare nella prima fascia di apertura del mattino, quando l'aria della notte è ancora trattenuta sotto le chiome, dedicare le prime ore alla parte alta e boscata, che è la più fresca, e scendere verso la parte pianeggiante e le serre man mano che il sole sale, tenendosi le zone d'acqua per ultime. Portare una bottiglia e riempirla ai nasoni che si incontrano lungo la strada. E rassegnarsi a un fatto: dopo un'ora e mezza qui dentro, uscire su via della Lungara sarà uno choc termico che vi farà rimpiangere ogni scelta di vita.
Le stagioni dell'Orto Botanico di Roma
Un orto botanico è l'unico monumento di Roma che cambia completamente quattro volte l'anno, e questa è la ragione per cui vale la pena tornarci. Il Colosseo in gennaio e in giugno è lo stesso Colosseo; questo giardino, no.
La primavera è la stagione più spettacolare e la più affollata, per quanto qui «affollata» significhi qualcosa di molto diverso da quello che significa altrove. Tra marzo e maggio si succedono le fioriture dei ciliegi ornamentali nella zona del giardino giapponese, delle glicini, degli alberi di Giuda con il loro rosa violento sui rami ancora nudi, delle rose nel roseto, e delle innumerevoli erbacee che riempiono le aiuole dei semplici. È anche il momento in cui le foglie nuove hanno quel verde chiaro e translucido che dura poche settimane e poi non torna più fino all'anno dopo.
L'estate è la stagione dell'ombra, come si è detto, e delle fioriture acquatiche: le ninfee nelle vasche danno il meglio proprio quando tutto il resto soffre. L'autunno è la mia stagione preferita e la più sottovalutata di tutte: gli aceri giapponesi virano al rosso, i platani e i caducifogli passano al giallo e all'ocra, la luce si abbassa e diventa obliqua, l'aria è ancora tiepida e il giardino è quasi deserto. L'inverno, infine, spoglia la struttura: cadute le foglie, si vedono le architetture dei rami, i tronchi, la scalinata delle fontane senza il velo verde, e la vista sulla città dalla parte alta si apre come non fa in nessun altro periodo dell'anno.
Il calendario delle fioriture nell'Orto Botanico di Roma
Un avvertimento onesto: le date di fioritura non sono un orario ferroviario. Dipendono dall'andamento climatico dell'annata, e negli ultimi decenni si sono progressivamente anticipate in modo misurabile, tanto che la fenologia — la disciplina che studia proprio la tempistica degli eventi biologici stagionali — è diventata uno degli indicatori più usati per documentare il riscaldamento globale. Le mandorle e i mandorli fioriscono a Roma prima di quanto facessero cinquant'anni fa, e non è un'impressione dei nonni: è un dato registrato.
Questo, se ci pensi, dà a un orto botanico un ruolo aggiuntivo e imprevisto. Le sue collezioni sono osservate e annotate da decenni, con date, misure e note, e quegli archivi diventano oggi materiale prezioso per capire come il clima urbano stia cambiando. Le piante non hanno opinioni sul clima: hanno risposte, e le registrano puntualmente aprendo i boccioli. Sono i testimoni più affidabili di cui disponiamo, perché non possono mentire e non hanno interessi da difendere.
Orari, biglietti e informazioni pratiche per l'Orto Botanico di Roma
Qui sarò deliberatamente prudente, e spiego perché. Orari e condizioni d'accesso dell'Orto Botanico di Roma variano con la stagione — le aperture invernali sono più brevi di quelle estive — e sono soggetti a chiusure settimanali, a chiusure per festività e a variazioni legate agli eventi e alla manutenzione. Anche le condizioni di biglietteria cambiano nel tempo e prevedono riduzioni e gratuità per determinate categorie. Fissare cifre e orari in una pagina scritta oggi significa garantire a qualcuno una porta chiusa fra sei mesi, e non ho intenzione di essere responsabile di quella delusione. Verifica sempre prima di partire sui canali ufficiali dell'istituzione universitaria che lo gestisce.
Quello che posso dirti con sicurezza riguarda tutto il resto. Metti scarpe chiuse con la suola scolpita: i percorsi sono in terra battuta, in ghiaia e in pietra, spesso in pendenza, e dopo la pioggia diventano fangosi e scivolosi. Metti in conto almeno due ore per una visita che non sia una corsa, tre se ti interessa davvero leggere i cartellini, e un tempo indefinito se ti porti un libro e decidi di sederti da qualche parte, cosa che ti consiglio caldamente.
Sul fronte dell'accessibilità motoria, va detto onestamente che il giardino è costruito su un pendio e che la parte alta comporta scale e sentieri ripidi. La zona pianeggiante davanti al palazzo, con le palme, i semplici, gli aromi, le vasche e la zona delle serre, è molto più agevole ed è già di per sé una visita ricca. Chi ha difficoltà a camminare può quindi godersi comunque una buona metà dell'esperienza senza affrontare la salita, e la parte accessibile comprende peraltro alcune delle collezioni più interessanti.
Cosa portare e cosa evitare all'Orto Botanico di Roma
Porta acqua, soprattutto d'estate. Porta un cappello per la zona pianeggiante, che è assolata. Porta, se ce l'hai, una lente d'ingrandimento tascabile: sembra un vezzo da naturalista ottocentesco, e invece trasforma la visita, perché quasi tutto ciò che è interessante in una pianta — la struttura di un fiore, i sori di una felce, il velamen di un'orchidea, le areole di un cactus — sta su una scala di pochi millimetri. Porta un taccuino se sei di quelli.
Evita i tacchi, per ovvie ragioni topografiche. Evita di programmare la visita in coda a una giornata già piena: questo posto va affrontato con energia residua, altrimenti diventa una passeggiata generica in un parco e ti perdi il novanta per cento di quello che c'è. Ed evita, se puoi, di venire con la pioggia battente: non tanto per il fango, quanto perché la parte alta diventa impraticabile e le zone d'acqua, paradossalmente, perdono ogni fascino quando piove anche sopra.
Cosa vedere vicino all'Orto Botanico di Roma
La posizione è una delle migliori di Roma per costruire una giornata sensata senza mai prendere un mezzo. Sull'altro lato di via della Lungara c'è la Villa Farnesina, con la Loggia di Amore e Psiche e la Galatea di Raffaello, e non credo di dover aggiungere altro. Nello stesso Palazzo Corsini, all'ingresso di via della Lungara, c'è la Galleria Nazionale d'Arte Antica con la collezione Corsini, che è uno dei rarissimi casi in Italia di quadreria settecentesca conservata nella sua disposizione originale, con i quadri appesi fitti dal pavimento al soffitto come si usava allora.
Scendendo verso il cuore di Trastevere si arriva in pochi minuti a Santa Maria in Trastevere, con i mosaici absidali del XII secolo e quelli di Pietro Cavallini di fine Duecento, e poco più in là a Santa Cecilia in Trastevere, con il Giudizio Universale di Cavallini nel coro delle monache e la statua della santa di Stefano Maderno del 1600. Verso l'Isola Tiberina si incontra San Bartolomeo all'Isola, e verso nord, oltrepassando il fiume, si è già in vista di Castel Sant'Angelo.
Salendo invece, la passeggiata del Gianicolo porta al Fontanone dell'Acqua Paola, al piazzale Garibaldi con il suo panorama e al Tempietto del Bramante nel chiostro di San Pietro in Montorio, che è forse il singolo edificio più influente dell'architettura rinascimentale in rapporto alle sue dimensioni ridicole: pochi metri di diametro che hanno riscritto il modo in cui l'Occidente ha pensato le cupole per i tre secoli successivi. Il tutto sta dentro un raggio di venti minuti a piedi dal cancello dell'Orto Botanico di Roma.
Una curiosità su Orto Botanico di Roma
La curiosità che preferisco riguarda una parola, e l'ho già anticipata, ma qui la metto al suo posto perché merita di essere raccontata per bene. Giovanni Faber, il medico bavarese che diresse il giardino botanico papale dal 1600 al 1629 e che è uno degli antenati diretti di questa istituzione, sarebbe stato il primo a chiamare la propria materia «Botanica». Prima di lui si parlava di storia delle piante, di erbari, di scienza dei semplici; con lui la disciplina prende il nome che porta ancora oggi in tutte le lingue europee.
Lo stesso Faber, nel 1625, propose ai suoi colleghi dell'Accademia dei Lincei il termine microscopium per lo strumento che Galileo aveva costruito e che allora veniva chiamato in modi vari e goffi, tra cui «occhialino». La parola attecchì, e ancora oggi la usiamo in ogni laboratorio del mondo. Un solo uomo, in un solo decennio, ha dato un nome a una scienza e a uno strumento che di quella scienza sarebbe diventato il simbolo.
Trovo che questo dica qualcosa di importante sull'epoca e sul luogo. All'inizio del Seicento, in questa città, un gruppo di uomini stava letteralmente costruendo il vocabolario con cui avremmo pensato la natura per i quattro secoli successivi. Non avevano le parole e le fabbricavano man mano, come esploratori che disegnano la mappa mentre camminano. E il posto in cui camminavano, in senso molto concreto, è l'antenato del giardino in cui compri il biglietto oggi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Orto Botanico di Roma
Nessuno ti dice che questo giardino è, di fatto, il risultato di un abbandono. Dopo la metà dell'Ottocento e fino al passaggio allo Stato, il giardino Corsini restò senza alcuna manutenzione. Nessuno potava, nessuno diserbava, nessuno rifaceva i vialetti. In una logica ordinaria è un disastro; nella logica di lungo periodo è stata la nostra fortuna, perché quel disinteresse ha salvato dalla riprogettazione la parte alta della collina, che è arrivata fino a noi come ultimo relitto del bosco mediterraneo sempreverde che probabilmente ricopriva l'intero Gianicolo.
Se qualcuno, in quei decenni, avesse avuto i soldi e la voglia di rimettere a posto il giardino secondo il gusto ottocentesco, oggi al posto del Bosco Romano avremmo un parco all'inglese con prati, radure artificiali e alberature esotiche. Sarebbe stato certamente grazioso e completamente privo di valore scientifico. Il fatto che i Corsini fossero, in quegli anni, poco interessati o poco liquidi ci ha regalato un documento ecologico che nessuna quantità di denaro potrebbe ricostruire, perché un bosco di lecci secolari non si compra: si aspetta per quattro secoli.
C'è una morale che estendo volentieri all'intera città. Roma è piena di cose sopravvissute non perché qualcuno le abbia protette ma perché nessuno si è preso la briga di distruggerle. Il Pantheon è in piedi perché fu trasformato in chiesa; il Colosseo ha perso metà del rivestimento perché fu usato come cava, ma il resto è rimasto perché smisero di aver bisogno di pietra. Il Bosco Romano dell'Orto Botanico di Roma appartiene alla stessa categoria: è arrivato fino a noi per distrazione, e adesso lo custodiamo apposta.
Il consiglio che ti do per visitare Orto Botanico di Roma
Il consiglio principale è controintuitivo e lo ripeto a ogni gruppo: non partire dall'ingresso, parti dalla cima. Appena entrato, ignora la tentazione del viale delle palme, tieni la destra e sali subito verso la parte alta, prendendo la Scalinata delle Undici Fontane oppure i sentieri del bosco. Ci sono due ragioni. La prima è fisica: la salita si affronta molto meglio con le gambe fresche e, se sei venuto la mattina presto, con l'aria ancora fresca. La seconda è drammaturgica: scendere è più bello che salire, perché il giardino si apre progressivamente sotto di te e ogni curva rivela qualcosa.
Il secondo consiglio riguarda il tempo. Metti in conto almeno due ore e mezza e non programmare nulla di rigido subito dopo. Questo è un posto che punisce la fretta in modo particolarmente crudele: se lo attraversi in quaranta minuti ne uscirai dicendo che è «carino», che è il verdetto più mortificante che si possa emettere su dodici ettari di storia naturale. Se invece ti siedi venti minuti nel bambuseto senza fare niente, ne uscirai raccontandolo per anni.
Il terzo consiglio è di scegliere consapevolmente il momento della giornata. La prima ora di apertura è la migliore in assoluto: luce radente, silenzio quasi totale, uccelli attivi, temperatura minima e i pochi visitatori concentrati intorno all'ingresso. Il tardo pomeriggio è la seconda scelta, con una luce dorata che nella parte alta fa cose notevoli. Le ore centrali sono le peggiori d'estate e le più anonime nel resto dell'anno. E se puoi scegliere il giorno, scegli un feriale fuori stagione: avrai la sensazione, non del tutto ingiustificata, che qualcuno abbia aperto il giardino apposta per te.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: l'Orto Botanico di Roma non è un parco pubblico, è un dipartimento universitario, e quasi nessuno dei suoi visitatori ne trae le conseguenze. Le persone entrano, camminano, fotografano e se ne vanno con l'idea di essere state in un bel giardino, senza rendersi conto di aver attraversato un'infrastruttura scientifica attiva in cui si fa ricerca, si conservano specie minacciate, si formano studenti e si scambiano semi con istituti di tutto il mondo.
La conseguenza pratica è che le priorità di questo luogo non sono quelle di un'attrazione turistica, e questo spiega molte cose che altrimenti sembrerebbero difetti. Spiega perché certi settori possano essere chiusi o in riordino, perché non ci sia la segnaletica ridondante e rassicurante dei parchi commerciali, perché alcune zone appaiano meno curate di altre e perché ogni tanto ti imbatta in cassoni, vasi accatastati, teli e attrezzi. Non è trascuratezza: è un cantiere permanente, come lo è ogni laboratorio.
La seconda conseguenza è di ordine morale, e la dico senza retorica. Il biglietto che paghi qui non è la tariffa di un intrattenimento: è un contributo, per quanto piccolo, al mantenimento di una collezione scientifica che ha quasi quattro secoli di storia alle spalle e che sopravvive con risorse pubbliche costantemente insufficienti, come tutte le istituzioni di questo tipo in Italia. Visitare gli orti botanici universitari è uno dei modi più efficienti che conosco per far arrivare qualche soldo a chi tiene in vita cose che, una volta perse, non tornano.
La foto giusta da fare a Orto Botanico di Roma
La fotografia che tutti tentano è quella del viale delle palme, ed è comprensibile: è simmetrica, esotica e riconoscibile. È però anche la più difficile da rendere bene, perché a mezzogiorno la luce è piatta e il contrasto tra il cielo bruciato e le fronde scure manda in crisi qualunque sensore. Se vuoi farla, falla nella prima ora del mattino o nell'ultima del pomeriggio, mettendo il sole basso alle spalle o di fianco, e abbassati di un paio di metri per far convergere le linee.
La foto che invece consiglio davvero è un'altra, ed è la Scalinata delle Undici Fontane ripresa dal basso verso l'alto, in una giornata leggermente coperta o nelle ore in cui il versante è in ombra. La luce diffusa tiene insieme i verdi dei muschi, il grigio della pietra e il bianco dell'acqua senza bruciare nulla, e le rampe che si susseguono creano una prospettiva a cannocchiale che dà immediatamente la profondità del giardino. Con un tempo di posa lungo, se hai un appoggio stabile, l'acqua diventa un filo continuo e la scena acquista un'aria da incisione settecentesca che è esattamente ciò che quel luogo è.
La terza inquadratura, quella che nessuno fa e che secondo me racconta il posto meglio di ogni altra, è la contrapposizione. Sali nella parte alta, trova una radura del Bosco Romano da cui si vedano insieme le chiome degli alberi e, dietro, le cupole e i tetti di Roma. In un solo fotogramma avrai il bosco mediterraneo e la città eterna, cioè le due cose che questo colle tiene insieme da duemilacinquecento anni. Nessuna didascalia sarà necessaria.
Un dettaglio da non trascurare quando fotografi
Fotografa i cartellini. Sembra un consiglio da impiegato catastale e invece è il più utile di tutti: quando tornerai a casa e guarderai le immagini, non ricorderai il nome di quella pianta assurda che ti aveva colpito, e il cartellino fotografato subito prima o subito dopo risolve il problema per sempre. È il metodo che usano i botanici in campagna da quando esistono le fotocamere digitali, ed è l'unico modo per non trasformare l'album della visita in una collezione di begli oggetti anonimi.
E dedica almeno qualche scatto al piccolo: la corteccia a placche di un platano, i sori sul rovescio di una fronda di felce, la sezione di un culmo di bambu, le spine di un'euforbia. Le fotografie di dettaglio invecchiano meglio delle panoramiche, perché le panoramiche le fanno tutti e sono sempre uguali, mentre un dettaglio ben visto è una cosa che hai visto tu.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che segna questo luogo è la morte di una regina. Cristina di Svezia si spense in questo palazzo il 19 aprile 1689, dopo aver passato qui gran parte dei trentaquattro anni del suo esilio romano. Fu un evento che l'Europa intera registrò, perché con lei scompariva un personaggio che era stato contemporaneamente sovrana, apostata, mecenate, collezionista e scandalo permanente. Le sue collezioni, disperse dopo la morte, finirono in mezza Europa: parte dei manoscritti alla Biblioteca Vaticana, parte dei dipinti in Spagna e in Francia, tra cui alcuni capolavori oggi in musei di primo piano. Il giardino in cui si passeggiava restò dov'era, e siamo noi a camminarci adesso.
Il secondo avvenimento è il grande cantiere settecentesco. Tra il 1736 e il 1754 circa, il cardinale Neri Maria Corsini, nipote di papa Clemente XII, affidò a Ferdinando Fuga la trasformazione del palazzo e la sistemazione del giardino. Da quel cantiere nascono la scalinata delle fontane, il nicchione in cima alla collina, il sistema di terrazzamenti e l'intero impianto scenografico che ancora oggi struttura la visita. È il momento in cui il giardino assume la forma che, sotto l'attuale vegetazione scientifica, continuiamo a percorrere.
Il terzo avvenimento è il 1883. Con l'Unità d'Italia e con Roma capitale, lo Stato acquisisce la proprietà del giardino di Villa Corsini: dodici ettari vanno all'Orto botanico universitario, i restanti quattro circa al Comune. È l'atto di nascita dell'Orto Botanico di Roma nella forma che conosciamo, e coincide con l'arrivo di Pietro Romualdo Pirotta, professore di botanica dallo stesso anno, che trasferisce le collezioni da via Panisperna, adatta il vecchio giardino d'inverno a serra e ne fa costruire altre due.
Gli anni della trasformazione scientifica
Il lavoro di Pirotta nei decenni successivi al 1883 non fu un semplice trasloco ma una rifondazione. Accrebbe enormemente il numero di specie coltivate, portandolo verso quelle migliaia di unità che ancora oggi caratterizzano la collezione, e collocò l'Orto dentro la rete internazionale degli istituti botanici. La sua statura scientifica si misura anche fuori da queste mura: socio dell'Accademia nazionale delle scienze detta dei XL dal 1910, membro dal 1913 della prima commissione ministeriale incaricata di creare il Parco nazionale d'Abruzzo, fondatore nel 1924 degli Annali di Botanica.
Vale la pena notare la coincidenza cronologica: mentre a Trastevere si costruiva un orto botanico moderno, in Italia si stavano ponendo le basi della conservazione della natura come politica pubblica. Non è un caso. Gli stessi uomini, la stessa cultura scientifica e lo stesso decennio. La creazione dei primi parchi nazionali italiani negli anni Venti e la maturazione degli orti botanici universitari sono due rami dello stesso albero, che è l'idea che la natura vada studiata e protetta perché è patrimonio collettivo.
Il quarto avvenimento, meno databile e più diffuso nel tempo, è l'apertura al pubblico e la trasformazione in luogo di educazione ambientale. Un giardino che nasce privatissimo — quello dei papi, «privatissimo» lo dicono le fonti — diventa universitario nel 1660, statale nel 1883 e, nel corso del Novecento, accessibile a chiunque paghi un biglietto e voglia capirci qualcosa. Quattro secoli per passare dal recinto del pontefice alla scolaresca in pettorina fluorescente. Detta così, è una delle storie più incoraggianti che questa città abbia da raccontare.
Chi è passato da Orto Botanico di Roma
Il nome più ingombrante è quello di Cristina di Svezia, e non solo perché il largo dell'ingresso porta il suo nome. Qui visse per gran parte del suo lunghissimo esilio romano e qui morì nel 1689, e attorno a lei passò in questo palazzo una porzione notevole dell'intelligenza europea del Seicento. Gian Lorenzo Bernini la frequentò e le fu amico, ricambiato con una stima che la regina non concedeva facilmente. Arcangelo Corelli e Alessandro Scarlatti fecero musica per lei; il primo, in particolare, le dedicò la sua prima raccolta di sonate a tre, pubblicata a Roma nel 1681, e sotto la sua protezione contribuì a definire la forma del concerto grosso.
Prima di lei, e nel filo diretto che porta a questa istituzione, passarono i botanici degli orti papali: Michele Mercati, che diresse dal 1566 al 1593 e che intuì con tre secoli d'anticipo la natura preistorica delle selci scheggiate; Andrea Cesalpino, con ogni probabilità direttore tra il 1593 e il 1600, autore del De plantis e primo classificatore razionale del regno vegetale, che Linneo avrebbe onorato dedicandogli un genere; Giovanni Faber, in carica dal 1600 al 1629, linceo, amico di Galileo, l'uomo che diede il nome alla botanica e al microscopio.
Ai papi, poi, questo luogo deve la propria esistenza materiale. Bonifacio VIII sotto il cui pontificato si menziona il giardino dei semplici vaticano; Nicolò III con il suo Pomerius; Alessandro VI e Pio IV che fondarono e rifondarono il primo vero orto botanico romano; Pio V che lo ingrandì affidandolo a Mercati; Paolo V che portò l'Acqua Paola sul Gianicolo rendendo possibile ogni coltivazione su questa collina; e soprattutto Alessandro VII Chigi, che nel 1660 donò all'Università il primo terreno destinato a questo uso, sottraendolo al pomario di San Pietro in Montorio.
Le presenze più recenti e quelle laterali
Nel Settecento la scena appartiene ai Corsini: papa Clemente XII, che portò la famiglia fiorentina al vertice della Chiesa, e suo nipote il cardinale Neri Maria Corsini, colto, ambizioso e collezionista, che chiamò qui Ferdinando Fuga. L'architetto fiorentino, che a Roma lasciò la facciata di Santa Maria Maggiore e Palazzo della Consulta, è a tutti gli effetti la mano che ha disegnato il paesaggio in cui camminiamo.
Nell'Ottocento e nel Novecento passano di qui i botanici, a partire da Pietro Romualdo Pirotta, e le generazioni di studenti della Sapienza che in questo giardino hanno imparato a riconoscere le famiglie vegetali. È una folla anonima e imponente: se metti in fila tutti quelli che qui hanno preparato un esame di botanica sistematica dal 1883 a oggi, ottieni una popolazione da cittadina di provincia.
C'è infine una presenza contemporanea che merita di essere nominata: Ken Nakajima, l'architetto giapponese autore del giardino giapponese di questo Orto e di quello dell'Istituto Giapponese di Cultura a Roma. È l'unico progettista vivente in epoca recente ad aver lasciato qui dentro una firma d'autore riconoscibile, e lo ha fatto importando una grammatica del paesaggio completamente estranea alla tradizione romana e riuscendo, cosa niente affatto scontata, a farla convivere con un giardino barocco senza che nessuna delle due lingue perdesse la propria dignità. In un luogo dove convivono già lecci del Seicento, bambu asiatici, sequoie californiane e cicadi che hanno visto i dinosauri, un dialogo in più tra culture era, dopotutto, esattamente ciò che ci voleva.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Largo Cristina di Svezia, 24
Roma Roma Città, Roma Città
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.
