Keats-Shelley House
La Keats-Shelley House occupa il secondo piano del palazzo al numero 26 di piazza di Spagna, l’edificio addossato al lato destro della scalinata che sale verso Trinità dei Monti per chi guarda la chiesa dal basso. È una casa museo piccola, cinque ambienti in tutto, dedicata ai poeti romantici inglesi che ebbero a che fare con Roma, e in particolare a John Keats, che in una di quelle stanze morì di tubercolosi la sera del 23 febbraio 1821, a venticinque anni, assistito dal pittore Joseph Severn. Il museo esiste dal 1909 e nacque da un’iniziativa anglo-americana, non italiana: un gruppo di scrittori e diplomatici che nei primi anni del Novecento trovò l’appartamento ridotto a stanze in affitto e decise di comprarlo per salvarlo. Oggi conserva una delle biblioteche di letteratura romantica più ricche d’Europa, centinaia di manoscritti autografi, ritratti, maschere e oggetti personali, e il legame più forte con il resto della città passa per il Cimitero acattolico del Testaccio, dove Keats è sepolto e dove furono portate anche le ceneri di Percy Bysshe Shelley. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede davvero dentro la casa, come ci si arriva, quanto costa, che cosa accadde in quelle stanze nell’inverno fra il 1820 e il 1821 e perché quella vicenda ha lasciato un segno così duraturo nella memoria letteraria europea.
Dove si trova la Keats-Shelley House e come raggiungerla
La Keats-Shelley House si trova in piazza di Spagna 26, immediatamente a destra della scalinata di Trinità dei Monti per chi la guarda dalla piazza, e l’ingresso è una porta stretta che quasi tutti superano senza accorgersene mentre salgono i gradini. È uno degli indirizzi più fotografati di Roma e insieme uno dei musei meno visitati del centro storico: la sproporzione fra il numero di persone che ogni giorno si siedono sui gradini a pochi metri dalla porta e il numero di quelle che entrano è una delle stranezze più evidenti della zona.
Il riferimento visivo per non sbagliare portone
Chi arriva dalla piazza deve guardare l’edificio di colore rossastro che chiude il lato destro della gradinata, quello con le finestre che affacciano direttamente sui primi gradini e sulla fontana. Sulla facciata ci sono targhe commemorative che ricordano la morte del poeta, ed è questo il segnale più affidabile: la porta del museo è al piano terra di quel palazzo, mentre le sale espositive si trovano al piano superiore, raggiungibili soltanto per scale. Il palazzo è noto in città anche come Casina Rossa, per il colore dell’intonaco che lo distingue dagli edifici vicini.
Con la metropolitana e gli autobus
La fermata più comoda è Spagna, sulla linea A della metropolitana, a due minuti di cammino dall’ingresso: l’uscita della stazione sbuca nella piazza stessa, quindi non c’è praticamente nulla da camminare. Chi arriva da Termini prende la linea A in direzione Battistini e scende alla seconda fermata dopo Repubblica. In alternativa, la fermata Flaminio, sempre sulla linea A, permette di scendere dal lato di piazza del Popolo e di raggiungere piazza di Spagna con una passeggiata di dieci minuti lungo via del Babuino, che è anche il modo più bello di avvicinarsi al museo, perché attraversa il cuore del quartiere dove gli stranieri di lingua inglese vivevano nell’Ottocento.
Gli autobus di superficie che servono la zona fermano in genere lungo via del Tritone, in largo Chigi o sul lungotevere, perché piazza di Spagna e le strade attorno sono pedonali o a traffico fortemente limitato. Chi arriva in auto deve mettere in conto che nell’area non esiste sosta libera e che i parcheggi in struttura più vicini, in zona Villa Borghese e via Ludovisi, richiedono comunque una camminata: la soluzione più semplice resta la metropolitana, soprattutto in alta stagione, quando il traffico attorno al Tridente è lento a qualunque ora.
A piedi dagli altri punti del centro
Dalla Fontana di Trevi si arriva in una decina di minuti risalendo via del Lavatore e via di Propaganda. Dal Pincio e da Villa Borghese si scende direttamente per la scalinata, e in questo caso il museo si incontra alla fine della discesa, sulla sinistra. Da piazza del Popolo la distanza è di circa un chilometro lungo via del Babuino. Chi ha in programma anche Villa Medici trova la casa museo esattamente ai piedi della salita che porta all’Accademia di Francia, il che rende naturale unire le due visite nella stessa mattinata.
Le scale e l’accessibilità
Il museo si trova al secondo piano e per raggiungerlo bisogna salire una rampa di scale: le indicazioni pratiche diffuse dalla struttura e riprese dalle guide parlano di trentanove gradini, senza ascensore. Il personale è disponibile ad assistere chi ha difficoltà motorie nel superare la rampa, e una volta arrivati al piano le sale sono percorribili anche in carrozzina, ma si tratta di una soluzione che va concordata in anticipo contattando il museo, non di un’accessibilità automatica. È l’informazione più importante da verificare prima di partire per chi viaggia con persone anziane o con problemi di deambulazione, perché la scalinata interna è ripida e stretta come in molti palazzi storici del centro.

Orari, biglietti e organizzazione della visita
La Keats-Shelley House osserva, secondo le informazioni pubblicate dalla struttura, un orario dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.45 e chiusura domenicale. È un orario spezzato dalla pausa di pranzo, un dettaglio che spiazza molti visitatori abituati all’orario continuato dei grandi musei statali e che va tenuto presente nel costruire il programma della giornata: presentarsi alle 13.15 significa trovare la porta chiusa per quasi un’ora.
Quanto costa il biglietto
Sul prezzo del biglietto le fonti non concordano perfettamente, e conviene dirlo con chiarezza. Le informazioni diffuse dal museo indicano un biglietto intero intorno ai 6 euro e un ridotto di 5 euro per gli under 18, per gli over 65, per gli studenti muniti di documento e per i soci di alcune associazioni culturali come Touring Club, FAI e ICOM; l’ingresso risulta gratuito per i bambini sotto i 6 anni e per i visitatori con disabilità. Alcune fonti terze riportano invece un intero di 7 euro, verosimilmente per un adeguamento successivo della tariffa. Trattandosi di un museo privato gestito da un’associazione, la tariffa può essere aggiornata senza grande pubblicità: conviene controllare il prezzo in corso sul sito ufficiale prima di andare, e mettere in conto la possibilità di un euro di differenza rispetto a quanto si legge in giro.
Prenotazione, durata e regole pratiche
La prenotazione è possibile ma non obbligatoria: le dimensioni contenute delle sale fanno sì che nelle ore di punta la visita risulti più piacevole se si arriva appena dopo l’apertura o nel primo pomeriggio, quando i gruppi scolastici sono più rari. La durata media di una visita attenta è di circa un’ora, che può allungarsi verso le due ore per chi si ferma a leggere le didascalie, a guardare il filmato introduttivo e a scorrere le lettere esposte. Le fotografie sono consentite senza flash, mentre le borse ingombranti vanno lasciate all’ingresso: il museo ha spazi stretti e il personale è rigoroso su questo punto, per ragioni di conservazione oltre che di sicurezza.
Lo sconto incrociato con la Casa di Goethe
Un dettaglio poco noto che vale qualche euro: fra la Keats-Shelley House e la Casa di Goethe di via del Corso esiste una convenzione che consente di ottenere una riduzione sul biglietto del secondo museo conservando la ricevuta del primo, entro un numero limitato di giorni. Le due case museo raccontano lo stesso fenomeno da due lati diversi, quello tedesco del Grand Tour di fine Settecento e quello inglese del Romanticismo di inizio Ottocento, e visitarle nello stesso viaggio dà una profondità che nessuna delle due, da sola, riesce a restituire. Anche qui vale la regola generale: la convenzione e le sue condizioni possono cambiare, e conviene chiederne conferma alla biglietteria.
La Casina Rossa: il palazzo prima del museo
L’edificio che ospita la Keats-Shelley House è un palazzo di origine seicentesca, rimaneggiato nella facciata negli anni Venti del Settecento, quando la costruzione della scalinata di Trinità dei Monti su progetto di Francesco De Sanctis, realizzata fra il 1723 e il 1726, ridisegnò completamente l’assetto di questo angolo della piazza. La casa si trovò così incastrata contro il fianco destro della nuova gradinata monumentale, in una posizione che ne fece uno degli indirizzi più ambiti della zona.
Dalla proprietà religiosa all’affitto per stranieri
Prima delle soppressioni di fine Settecento l’immobile fu legato a una proprietà di ordine religioso, e passò poi a mani private nel quadro delle trasformazioni patrimoniali di quegli anni. All’inizio dell’Ottocento il palazzo era già quello che oggi chiameremmo un edificio ad affitti brevi: appartamenti e camere che una proprietaria affittava a stranieri di passaggio, in una piazza che nel frattempo era diventata il centro assoluto della colonia inglese e nordeuropea di Roma. Nel 1820 la proprietaria era una vedova di nome Anna Angeletti, che affittava stanze a inquilini fra i quali figurava anche un medico scozzese, James Clark, che abitava nella stessa piazza e che avrebbe avuto un ruolo determinante nella storia che stiamo raccontando.
Perché gli inglesi stavano tutti qui
La concentrazione di stranieri in questo settore della città non era casuale. Piazza di Spagna era la piazza delle ambasciate e delle locande, il punto di arrivo delle carrozze che scendevano dal nord e il quartiere dove si trovavano i banchieri, i vetturini, i cambiavalute e i modelli che posavano per gli artisti. Attorno alla piazza gravitava l’intero sistema di servizi che rendeva possibile il Grand Tour, e la presenza di una comunità britannica tanto folta da farsi chiamare dai romani, con una certa ironia, il ghetto degli inglesi, spiega perché un giovane poeta malato, arrivato da Londra alla ricerca di un clima più mite, finisse per prendere alloggio esattamente qui e non altrove.
John Keats a Roma: il viaggio, la malattia, la fine
John Keats arrivò a Roma il 15 novembre 1820 insieme al pittore Joseph Severn, e prese alloggio al secondo piano della casa in piazza di Spagna 26, dove sarebbe morto tre mesi e otto giorni dopo. Aveva ventiquattro anni all’arrivo e ne compì venticinque il 31 ottobre precedente, durante il viaggio: era malato di tubercolosi polmonare, una malattia che nella sua famiglia aveva già ucciso la madre e il fratello minore Tom, e che lui stesso, avendo studiato medicina e praticato come apprendista chirurgo, aveva riconosciuto in sé con lucidità terribile quando nel febbraio del 1820 aveva visto il colore del sangue sputato sul lenzuolo.
Il viaggio verso l’Italia
La partenza dall’Inghilterra avvenne nel settembre del 1820 su un piccolo veliero mercantile diretto a Napoli. Il viaggio fu lungo e faticoso, con maltempo e soste forzate lungo la costa inglese, e all’arrivo nel golfo di Napoli i passeggeri furono trattenuti per una quarantena sanitaria a bordo, imposta dalle autorità napoletane per il timore di contagi provenienti dall’Inghilterra: settimane di reclusione in uno spazio angusto che peggiorarono gravemente le condizioni del malato prima ancora che mettesse piede in Italia. Da Napoli il gruppo proseguì via terra fino a Roma, un percorso di più giorni in carrozza lungo strade che allora attraversavano l’agro pontino e i monti, con il freddo dell’autunno avanzato.
Joseph Severn, l’amico che lo accompagnò
Joseph Severn, nato nel 1793, era un pittore giovane che aveva vinto una medaglia d’oro della Royal Academy l’anno prima e che conosceva Keats solo superficialmente quando accettò di accompagnarlo in Italia. Non era un amico di lunga data né un parente: era semplicemente l’unico disponibile a partire, in un momento in cui le persone più vicine al poeta non potevano o non volevano farlo. Si trovò così, a ventisei anni, a fare da infermiere a tempo pieno a un uomo che moriva lentamente in una città straniera di cui non parlava la lingua, con risorse economiche limitate e senza alcuna preparazione. Le lettere che scrisse in quei mesi agli amici in Inghilterra sono il documento più diretto che possediamo su quelle settimane, e sono anche il motivo per cui la stanza al secondo piano di piazza di Spagna è entrata nella storia della letteratura invece di sparire nell’anonimato di mille altre camere d’affitto.
Il dottor James Clark e le cure sbagliate
Il medico che seguì Keats a Roma fu James Clark, scozzese, residente nella stessa piazza, appassionato di letteratura e sinceramente affezionato al paziente. Clark si occupò di lui con dedizione, ma la sua diagnosi iniziale fu che il problema principale del poeta fosse di natura digestiva e nervosa più che polmonare, e le cure che prescrisse furono quelle che la medicina dell’epoca considerava appropriate: salassi ripetuti per abbassare la pressione sanguigna e una dieta durissima, ridotta secondo le testimonianze a poco più di un’acciuga e un pezzo di pane al giorno. Su un malato di tubercolosi in fase avanzata, questo significava indebolire ulteriormente un organismo già allo stremo. Nella prima fase Clark incoraggiò anche l’esercizio fisico, in contrasto con il riposo assoluto prescritto a Londra, e Keats riuscì inizialmente a uscire di casa, a camminare sul Pincio e a noleggiare cavalli per qualche cavalcata lungo la via Flaminia.
Non ha senso giudicare Clark con il metro della medicina contemporanea: il bacillo responsabile della tubercolosi sarebbe stato identificato da Robert Koch solo nel 1882, sessantun anni dopo quella morte, e nessuna terapia efficace esisteva. Va detto piuttosto che le cure allora disponibili accelerarono quasi certamente un esito che nessuno avrebbe potuto evitare, e che Clark fu tra i pochi a comprendere fin dall’inizio la gravità reale della situazione, come emerge dalle sue comunicazioni ai familiari e agli amici del poeta.
L’emorragia del dicembre 1820
Il 10 dicembre 1820 Keats ebbe una grave emorragia polmonare, e da quel momento non lasciò più la stanza. I due mesi e mezzo successivi furono un peggioramento continuo, scandito da febbre, tosse, emorragie, salassi, disturbi intestinali e da una sofferenza psicologica altrettanto acuta: la convinzione di avere fallito come poeta, dopo le stroncature che avevano accolto in Inghilterra alcune sue opere, e la separazione definitiva da Fanny Brawne, la donna con cui era fidanzato e che non avrebbe più rivisto. Severn, esausto per le notti insonni, ottenne a un certo punto l’aiuto di un’infermiera inglese che gli permise di dormire qualche ora.
Il 23 febbraio 1821
John Keats morì la sera del 23 febbraio 1821, intorno alle undici, nella stanza che affaccia sui gradini di Trinità dei Monti, con Severn accanto. Aveva venticinque anni. Fu sepolto due giorni dopo nel cimitero per stranieri non cattolici vicino alla Piramide Cestia, quello che allora si chiamava cimitero degli inglesi e che oggi si chiama Cimitero acattolico. Aveva lasciato istruzioni precise sulla propria lapide, e su quelle istruzioni si è costruita una parte non piccola della sua fama postuma, di cui si parla più avanti.
Una curiosità su Keats-Shelley House
Dopo la morte di Keats, in applicazione delle norme sanitarie in vigore nello Stato pontificio, tutto ciò che si trovava nella stanza fu bruciato e le pareti furono raschiate e riverniciate. È un fatto documentato e riportato concordemente dalle fonti: il letto, i materassi, le lenzuola, i mobili, la carta da parati, gli oggetti personali che erano stati a contatto con il malato, tutto finì distrutto, per ordine delle autorità e con la supervisione dello stesso medico curante, perché la tisi era considerata contagiosa e la prassi imponeva la bonifica completa dell’ambiente.
Perché si bruciava tutto
Vale la pena capire la logica di quella disposizione, perché a prima vista sembra una crudeltà gratuita inflitta alla memoria di un uomo appena morto. La medicina del primo Ottocento oscillava fra due spiegazioni della tisi, quella contagionista e quella che la riteneva costituzionale ed ereditaria, ma le autorità sanitarie degli Stati italiani, e in particolare quelle romane e napoletane, applicavano da tempo un protocollo di distruzione dei materiali del malato che derivava dall’esperienza secolare delle epidemie di peste. Non era una misura pensata per Keats: era la regola ordinaria, applicata a chiunque morisse di tisi in una camera d’affitto, e la proprietaria dell’immobile aveva anzi tutto l’interesse a farla rispettare, dovendo poi riaffittare quelle stanze. Dalle fonti risulta inoltre che la vedova Angeletti presentò un conto per i danni subiti, una nota di spese che nella sua freddezza contabile racconta molto di come una morte simile venisse percepita all’epoca: un guaio economico prima che una tragedia letteraria.
Che cosa resta di autentico nella stanza
La conseguenza diretta di quel rogo è che quasi nulla di ciò che si vede oggi nella stanza di Keats è l’oggetto originale che stava lì nel febbraio del 1821. Il letto esposto è un letto a barca in noce di epoca coerente, un esemplare del periodo scelto per restituire l’aspetto dell’arredo perduto, non il letto su cui il poeta è morto. La carta da parati è una ricostruzione basata sulle descrizioni. L’elemento davvero autentico e strutturale è il camino, quello davanti al quale Severn scaldava il cibo e vegliava, insieme naturalmente alle pareti, al pavimento, al soffitto e alla finestra: cioè lo spazio in sé, le sue proporzioni, la luce che vi entra e la vista che si ha da quella finestra. Sapere questo non toglie nulla all’emozione della visita, anzi la rende più precisa: si entra in un volume d’aria autentico riempito di oggetti evocativi, non in una scenografia intatta, e la differenza è esattamente il fuoco acceso nel 1821 per ordine di una autorità sanitaria.
Una cosa che non ti dice nessuno su Keats-Shelley House
Il museo non fu fondato dagli inglesi ma, in origine, per iniziativa di un americano, e questa è la parte della storia che quasi nessuna guida racconta. Nel 1903 il poeta e direttore di rivista statunitense Robert Underwood Johnson, di passaggio a Roma, andò a vedere la casa dove Keats era morto e la trovò in condizioni desolanti, ridotta ad appartamenti in affitto e occupata, fra gli altri, proprio da scrittori americani residenti in città. Decise che quel luogo andava salvato e si mise a organizzare l’operazione con metodi da giornalista e da promotore culturale, non da archeologo o da funzionario.
La riunione del 1903
Johnson convocò nella capitale un gruppo composto da una dozzina di intellettuali americani residenti a Roma, da un inglese di rilievo e dai rispettivi coniugi. La riunione fu presieduta dal diplomatico britannico Rennell Rodd, e vi presero parte figure note nel mondo letterario anglosassone dell’epoca fra cui la saggista Agnes Repplier e il giornalista Norman Hapgood. Edith Wharton appoggiò l’iniziativa pur non potendo essere presente. Da quella riunione nacque il progetto di raccogliere i fondi necessari attraverso tre comitati nazionali distinti, uno negli Stati Uniti guidato dallo stesso Johnson, uno nel Regno Unito guidato da Rennell Rodd e uno in Italia affidato allo studioso americano H. Nelson Gay, residente a Roma e specialista di storia del Risorgimento.
Il patrocinio di un re e di un presidente
La raccolta fondi ottenne il sostegno pubblico di due capi di Stato, il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt e il re del Regno Unito Edoardo VII, un dettaglio che spiega molto sulla scala dell’operazione: non si trattava di un’iniziativa privata di appassionati, ma di una campagna internazionale con appoggi ai massimi livelli istituzionali di due potenze. L’acquisto dell’immobile si concluse il 30 dicembre 1906, con un esborso che le fonti dell’associazione indicano in quattordicimila dollari dell’epoca più un’ipotesi di mutuo di ottomila dollari.
L’inaugurazione del 1909
Dopo tre anni di restauri, la casa fu inaugurata ufficialmente il 3 aprile 1909 alla presenza del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Fra gli invitati figuravano discendenti dei poeti, l’ambasciatore statunitense Lloyd Griscom, lo stesso Rennell Rodd e lo scrittore Rudyard Kipling. È una scena che merita di essere immaginata: il re d’Italia che inaugura, in pieno centro di Roma, un museo dedicato a due poeti inglesi, finanziato da americani e britannici, in una casa che un secolo prima era stata semplicemente una pensione per stranieri. Da allora la gestione è affidata alla Keats-Shelley Memorial Association, che resta un ente privato di diritto non italiano, motivo per cui il museo non rientra nei circuiti dei musei civici o statali e non aderisce alle domeniche gratuite né alle card cumulative comunali.
Le due casse portate a Montecassino
C’è un secondo capitolo poco raccontato, ed è quello della seconda guerra mondiale. Con l’Italia entrata in guerra contro il Regno Unito e gli Stati Uniti, un museo di proprietà anglo-americana nel centro di Roma diventava un bene nemico a rischio di sequestro e dispersione. Il materiale più prezioso della collezione fu nascosto, e due piccole casse contenenti i pezzi più importanti furono affidate nel dicembre del 1942 all’abbazia di Montecassino, considerata allora il luogo più sicuro. Dentro c’erano, fra l’altro, l’ultimo disegno di Severn che ritrae Keats morente, prime edizioni delle raccolte del poeta, ciocche di capelli di Keats e di Shelley e lettere autografe di Shelley, di Byron e di Mary Shelley. Le casse tornarono a Roma nel giugno del 1944, dopo l’arrivo degli Alleati, e il loro contenuto era salvo: l’abbazia dove erano state nascoste, nel frattempo, era stata rasa al suolo dai bombardamenti del febbraio 1944.
Le stanze del museo e che cosa contengono
Il museo si sviluppa su cinque ambienti principali al secondo piano, con soffitti a cassettoni, boiserie scure e un’atmosfera che ricorda più una biblioteca privata inglese che un museo italiano. Le finestre affacciano da un lato sulla scalinata e dall’altro su piazza di Spagna, e questa doppia vista è parte integrante dell’esperienza: si guarda la piazza dalla stessa altezza e dalla stessa angolazione da cui la guardava un malato costretto a letto nell’inverno del 1820.
La sala Severn
La prima sala è dedicata a Joseph Severn ed espone la sua produzione pittorica legata al poeta e alla cerchia romantica: ritratti di Keats e dei suoi fratelli, immagini di Fanny Brawne, ritratti di Leigh Hunt e di William Wordsworth. Qui si trova anche una maschera dal vero di Keats, cioè un calco preso sul volto del poeta ancora in vita, realizzato a Londra alcuni anni prima del viaggio in Italia, e una serie di prime edizioni delle sue opere. La sala serve da introduzione perché racconta il mondo di relazioni in cui Keats viveva prima di ammalarsi, un ambiente di pittori, editori, giornalisti e poeti che si sosteneva a vicenda e che la critica dell’epoca trattò spesso con disprezzo.
La stanza di Keats
La stanza dove Keats morì è l’ambiente che quasi tutti vengono a vedere, ed è anche il più piccolo e il più silenzioso. Ci si entra e si capisce subito la scala reale della vicenda: una camera modesta, un soffitto a rosoni, una finestra, un camino. Sul letto a barca in noce e sugli oggetti esposti, compresa la maschera funebre del poeta, vale quanto già detto a proposito del rogo del 1821. Ciò che colpisce di più non sono però gli oggetti, ma la finestra: da lì si vedono i primi gradini della scalinata e la Fontana della Barcaccia, e il rumore dell’acqua che entra dalla finestra è lo stesso che sentiva il malato nelle settimane in cui non poteva più alzarsi. Chi cerca il punto di contatto più diretto e meno mediato con quella storia lo trova qui, e non in una vetrina.
Il salone
La sala principale, il salone, conserva il nucleo più consistente della collezione: manoscritti, disegni, prime edizioni e una serie di oggetti che raccontano il culto letterario nato attorno ai due poeti nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Fra i pezzi che i visitatori ricordano più a lungo ci sono un sonetto dedicato a Keats scritto di pugno da Oscar Wilde, uno scritto autografo di Walt Whitman, una lettera di Elizabeth Barrett Browning e una maschera da carnevale che secondo la tradizione conservata dal museo fu indossata da Lord Byron a Venezia. Sono oggetti che a prima vista possono sembrare eccentrici rispetto al tema, e che invece raccontano con precisione come la memoria dei romantici sia stata costruita nel tempo dai loro ammiratori successivi.
La biblioteca romantica
La biblioteca della Keats-Shelley House è considerata una delle raccolte di letteratura romantica più importanti d’Europa. Le cifre riportate dalla struttura e dalle guide parlano di un patrimonio dell’ordine delle migliaia di volumi, con stime che oscillano attorno agli ottomila titoli in alcune fonti e superano i diecimila in altre, comprese prime edizioni e opere rare, oltre a un fondo di circa quattrocento manoscritti autografi fra lettere e documenti della cerchia romantica. La discrepanza fra le cifre dipende verosimilmente dai criteri di conteggio e dalle acquisizioni successive: in ogni caso si tratta di una raccolta specialistica di rilievo internazionale, consultabile da studiosi su richiesta e non semplicemente di un arredo scenografico.
Gli oggetti che spiazzano
Fra i pezzi conservati ce n’è uno che mette alla prova la sensibilità di chi visita: un contenitore che, secondo la tradizione della collezione, custodisce un frammento osseo attribuito a Shelley, recuperato dopo la cremazione del corpo sulla spiaggia toscana nel 1822. Accanto, ciocche di capelli dei poeti conservate come reliquie. È un aspetto della cultura romantica e vittoriana che oggi appare morboso e che allora era assolutamente normale: i capelli e i frammenti corporei dei grandi scomparsi circolavano come oggetti di devozione laica, scambiati fra amici e collezionisti esattamente come gli autografi. Vedere questi oggetti in vetrina è il modo più efficace per capire che cosa significasse il culto dei poeti nell’Ottocento, ed è anche un buon motivo per accompagnare con qualche parola di spiegazione i visitatori più giovani.
Il consiglio che ti do per visitare Keats-Shelley House
Il consiglio più utile riguarda l’ordine della giornata: visitare prima la casa e poi, nello stesso giorno o nel giorno successivo, il Cimitero acattolico al Testaccio. Invertire l’ordine funziona molto meno bene. La casa racconta la malattia e la morte, il cimitero racconta che cosa ne è rimasto, e percorrere i due luoghi nella sequenza cronologica giusta trasforma due visite separate in un’unica esperienza coerente, che dura mezza giornata e che vale largamente più della somma delle sue parti.
L’ora giusta per entrare
La stanza di Keats riceve luce dalla finestra che dà sulla scalinata, e nelle ore centrali della giornata è più luminosa e più calda. Al tempo stesso, piazza di Spagna nelle ore centrali è affollatissima e la salita alla porta del museo diventa un piccolo esercizio di pazienza. Il compromesso migliore è entrare poco dopo l’apertura del mattino, quando la piazza è ancora percorribile, oppure nella prima mezz’ora del pomeriggio subito dopo la riapertura delle 14: in entrambi i casi si trova un museo quasi vuoto, che è la condizione in cui questo luogo funziona meglio, perché le stanze sono piccole e bastano dieci persone a riempirle.
Leggere qualcosa prima di entrare
Il secondo consiglio è di arrivare avendo almeno un’idea di che cosa Keats avesse scritto. Non serve una preparazione da specialisti: basta sapere che la sua produzione poetica si concentra in un arco di pochissimi anni, che comprende un poema giovanile di ambientazione mitologica greca, una serie di odi composte nel 1819 che sono considerate fra i vertici assoluti della poesia inglese e una raccolta pubblicata nel 1820 che contiene i suoi testi narrativi più celebri, e che tutto questo fu scritto da un uomo che morì prima di compiere ventisei anni. Con questa cornice in testa, le vetrine del salone smettono di essere una fila di documenti ingialliti e diventano leggibili. Senza, il rischio è di uscire con l’impressione di avere visto una stanza triste e basta.
Abbinare la visita al resto del quartiere
Il museo si presta perfettamente a essere inserito in una passeggiata più ampia nel Tridente, e anzi è uno dei pochi luoghi al coperto della zona che regge bene come tappa in una giornata di pioggia o di caldo eccessivo. Un percorso che funziona parte da piazza del Popolo, scende per via del Babuino, arriva in piazza di Spagna, entra alla Keats-Shelley House, prosegue con una sosta all’Antico Caffè Greco di via Condotti e si chiude salendo la scalinata fino a Trinità dei Monti e al Pincio per il tramonto. In due ore e mezza si attraversa l’intero quartiere degli stranieri di Roma, quello che fra Settecento e Ottocento ha ospitato praticamente tutti gli artisti e gli scrittori nordeuropei passati per la città.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Nel nome del museo compaiono due poeti, ma solo uno dei due ha davvero abitato in questa casa. Percy Bysshe Shelley non mise mai piede in questo appartamento come residente: a Roma soggiornò nel 1819, due anni prima della morte di Keats, e il legame che giustifica la sua presenza nel nome dell’istituzione è di altra natura, fatto di un’opera scritta in memoria dell’altro, di una morte prematura simmetrica e di una sepoltura nello stesso cimitero.
Shelley a Roma nel 1819
Shelley visse a Roma nella primavera del 1819 con la moglie Mary, l’autrice di Frankenstein, e proprio in città portò avanti la scrittura del suo grande dramma lirico dedicato al mito di Prometeo, lavorando secondo la sua stessa testimonianza fra le rovine vegetate delle Terme di Caracalla, che allora erano un enorme rudere invaso dalla vegetazione e frequentato da pochi viaggiatori. Il soggiorno romano dei coniugi Shelley si chiuse però in tragedia: nel giugno del 1819 il loro figlio William, di tre anni, morì a Roma e fu sepolto nello stesso cimitero per stranieri non cattolici che due anni dopo avrebbe accolto Keats. I due lutti sono legati alla stessa città e allo stesso recinto di cipressi, a distanza di pochissimo tempo.
L’elegia per Keats
Alla notizia della morte di Keats, Shelley compose nel 1821 una lunga elegia pastorale in sua memoria, pubblicata quello stesso anno a Pisa. È un testo che piange il poeta scomparso, attacca duramente la critica letteraria inglese ritenendola corresponsabile della sua fine e costruisce attorno alla figura di Keats l’immagine del genio giovane distrutto dall’ottusità del proprio tempo. Quell’immagine, più della realtà clinica della tubercolosi, è ciò che ha plasmato la fama postuma di Keats per tutto l’Ottocento, e il fatto che nella stessa elegia Shelley immagini il cimitero romano come luogo di sepoltura è una coincidenza che diventa quasi premonitoria, considerato quello che gli sarebbe accaduto l’anno successivo.
La morte di Shelley nel 1822
Percy Bysshe Shelley morì l’8 luglio 1822, a ventinove anni, quando la piccola imbarcazione su cui navigava affondò in una burrasca al largo della costa toscana, fra Livorno e il golfo della Spezia. Il corpo fu ritrovato sulla spiaggia giorni dopo e, in applicazione delle norme sanitarie toscane sulla quarantena dei cadaveri restituiti dal mare, fu cremato all’aperto sulla riva vicino a Viareggio, alla presenza di Byron e dell’avventuriero Edward Trelawny. Le ceneri furono portate a Roma e sepolte nel Cimitero acattolico. È il secondo rogo che ricorre in questa storia, a diciassette mesi di distanza dal primo, e anche il secondo fu imposto da una norma sanitaria.
E Byron?
Lord Byron, il terzo grande nome che si incontra nelle vetrine del museo, non morì in Italia ma in Grecia nel 1824, a Missolungi, dove si era recato a sostenere la guerra di indipendenza greca contro gli ottomani. Non ha quindi con questa casa alcun legame di residenza, e la sua presenza nella collezione si spiega con l’intreccio biografico e letterario che lo legava a Shelley, con cui condivise gli anni italiani fra Venezia, Ravenna e Pisa, e con la logica stessa dell’istituzione, che raccoglie testimonianze dell’intera generazione romantica inglese passata per l’Italia. Gli oggetti byroniani conservati qui, dalla corrispondenza autografa alla maschera veneziana, rientrano in questa cornice più ampia.
La foto giusta da fare a Keats-Shelley House
La foto che racconta davvero questo museo non è quella della facciata dalla piazza, che è la cartolina che tutti hanno già visto, ma quella scattata dall’interno verso l’esterno: la finestra della stanza di Keats con la scalinata e la Barcaccia sullo sfondo, cioè esattamente l’inquadratura che aveva davanti agli occhi un uomo che non poteva più alzarsi dal letto. È un’immagine che si può fare senza flash, con calma, e che contiene in un solo scatto il dentro e il fuori, il museo e la città.
La facciata dal centro della scalinata
Per l’esterno, il punto migliore non è la piazza ma il quinto o sesto gradino della scalinata, salendo sul lato destro: da lì si inquadra la facciata rossastra di taglio, con le finestre del museo e la ringhiera, e si evita la deformazione prospettica che si ottiene fotografando dal basso. Nelle prime ore del mattino la luce arriva radente sulla facciata e il colore dell’intonaco esce molto meglio che a mezzogiorno, quando il sole a picco lo appiattisce.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questa casa si concentra attorno a pochissime date, ma sono date pesanti. Il 15 novembre 1820 Keats e Severn vi presero alloggio. Il 10 dicembre dello stesso anno l’emorragia polmonare segnò la fine di qualsiasi speranza. Il 23 febbraio 1821 il poeta vi morì. Nei giorni successivi il contenuto della stanza fu bruciato per ordine sanitario e le pareti furono raschiate e riverniciate. Dopo di che, per più di ottant’anni, non accadde nulla di documentabile: l’appartamento tornò a essere quello che era sempre stato, un alloggio in affitto in una piazza affollata.
1903, 1906, 1909: la nascita del museo
La seconda serie di date è quella della fondazione: la ricognizione di Robert Underwood Johnson e la riunione costitutiva del 1903, l’acquisto dell’immobile il 30 dicembre 1906, i tre anni di restauro e l’inaugurazione ufficiale del 3 aprile 1909 alla presenza di Vittorio Emanuele III. In sei anni una casa d’affitto degradata diventò un museo internazionale, in un’epoca in cui l’idea stessa di casa museo letteraria era ancora una novità in Europa.
La guerra e il salvataggio della collezione
La terza data cruciale è il dicembre 1942, quando due casse con i pezzi più preziosi lasciarono Roma per l’abbazia di Montecassino, e il giugno 1944, quando tornarono intatte dopo la liberazione della città. In mezzo c’è la distruzione dell’abbazia sotto i bombardamenti del febbraio 1944: il materiale era già stato trasferito altrove insieme al resto dei beni custoditi nel monastero, e questo permise alla collezione di sopravvivere a una delle vicende più drammatiche della guerra in Italia.
Il Novecento e il bicentenario del 2021
Nel secondo dopoguerra il museo ha proseguito la propria attività come istituzione privata, ampliando la biblioteca, ospitando studiosi e costruendo un programma di eventi culturali. Il febbraio del 2021 ha segnato il bicentenario esatto della morte di Keats, ricordato a Roma e in Gran Bretagna con iniziative, letture e pubblicazioni, in un periodo in cui le restrizioni sanitarie legate alla pandemia limitarono però pesantemente la partecipazione del pubblico: una coincidenza amara per un anniversario legato alla morte di un malato.
Chi è passato da Keats-Shelley House
Il primo nome, quello senza il quale non esisterebbe nulla di tutto questo, è Joseph Severn. Non fu solo l’accompagnatore di Keats: restò a Roma quasi tutta la vita, costruì qui una carriera di pittore, fu tra i promotori dell’accademia artistica britannica in città, e nel 1861 fu nominato console britannico a Roma proprio negli anni caldi del processo di unificazione italiana, incarico che tenne fino al 1872. Morì a Roma il 3 agosto 1879, a ottantacinque anni, e fu sepolto nel Cimitero acattolico accanto a Keats: cinquantotto anni dopo quella morte, l’uomo che gli era stato accanto tornò a stargli accanto per sempre. Il suo ultimo disegno del poeta morente, conservato nel museo, resta l’immagine più nota della scena.
Oscar Wilde e i pellegrini letterari
Per tutto l’Ottocento e il Novecento la casa e la tomba di Keats sono state meta di un pellegrinaggio letterario continuo. Oscar Wilde venne a Roma da giovanissimo e dedicò a Keats un sonetto scritto davanti alla sua tomba, il cui autografo è oggi esposto nel salone del museo: è uno dei pezzi più significativi della collezione, perché documenta il passaggio di testimone fra il romanticismo e l’estetismo di fine secolo. Nella stessa logica si spiegano gli autografi di Walt Whitman e di Elizabeth Barrett Browning conservati qui: non oggetti appartenuti a Keats, ma tracce del culto che si è formato attorno a lui.
I fondatori e gli ospiti del 1909
Fra chi ha varcato questa porta vanno ricordati i protagonisti della fondazione: Robert Underwood Johnson, Rennell Rodd, H. Nelson Gay, Agnes Repplier, Norman Hapgood, oltre a Rudyard Kipling e all’ambasciatore americano Lloyd Griscom presenti all’inaugurazione del 1909 insieme al re d’Italia. È una lista che dice bene quanto la casa fosse diventata, in pochi anni, un luogo di rappresentanza culturale internazionale e non soltanto una reliquia letteraria.
Il legame con il Cimitero acattolico
La visita alla Keats-Shelley House resta incompleta senza il Cimitero acattolico di Roma, nel rione Testaccio, addossato alla Piramide Cestia e alle mura aureliane. È lì che Keats fu sepolto due giorni dopo la morte, nella parte più antica del recinto, un prato di erba e margherite fra i cipressi che è rimasto uno degli angoli più silenziosi di Roma nonostante il traffico che scorre a poche decine di metri.
La tomba di Keats e la sua iscrizione
La lapide di Keats fu fatta incidere da Joseph Severn e da Charles Armitage Brown secondo le indicazioni lasciate dal poeta stesso, che aveva chiesto che sulla pietra non comparisse il suo nome ma soltanto una frase, diventata poi celeberrima, sulla caducità della propria fama. È probabilmente l’epitaffio più citato di tutta la letteratura inglese, e ha finito per produrre l’effetto opposto a quello che dichiarava. Accanto alla tomba, una lapide aggiunta in seguito dagli amici del poeta prende posizione contro la critica letteraria che lo aveva stroncato, e leggere le due iscrizioni una dopo l’altra è il modo migliore per capire quanto quella vicenda avesse ferito chi gli era stato vicino.
Severn, Shelley e gli altri
Accanto a Keats riposa Joseph Severn, sepolto lì nel 1879, e poco lontano si trova la tomba di suo figlio, morto in tenera età. Le ceneri di Percy Bysshe Shelley sono sepolte nella parte nuova del cimitero, in una posizione elevata contro le mura, sotto una lapide con un’iscrizione latina che lo definisce cuore dei cuori. Nello stesso recinto riposano anche il piccolo William Shelley, morto a Roma nel 1819, e, in epoche più recenti, figure della cultura italiana come Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda e Andrea Camilleri: è uno dei luoghi più densi di storia culturale europea che esistano in città, e anche uno dei meno affollati.
Come arrivare al cimitero dalla casa museo
Dal museo il modo più rapido per raggiungere il Testaccio è la metropolitana: si prende la linea A a Spagna, si cambia a Termini con la linea B e si scende a Piramide, da cui l’ingresso del cimitero in via Caio Cestio si raggiunge a piedi in pochi minuti. Il cimitero è aperto quasi tutti i giorni con orari che variano fra giorni feriali e festivi e prevede un contributo volontario per l’ingresso: gli orari precisi e l’entità del contributo consigliato vanno verificati sul sito della struttura prima di andare, perché cambiano nel tempo e la chiusura pomeridiana è anticipata rispetto a quella di molti altri luoghi della città. Attorno al cimitero, il rione Testaccio offre una Roma completamente diversa da quella di piazza di Spagna, e chi ha tempo può proseguire verso il Monte dei cocci, la collina artificiale formata dai frammenti delle anfore dell’antico porto fluviale.
Domande frequenti su Keats-Shelley House
Che cos’è la Keats-Shelley House di Roma?
La Keats-Shelley House è la casa museo di piazza di Spagna 26, a Roma, dedicata ai poeti romantici inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley. Occupa il secondo piano dell’edificio addossato alla scalinata di Trinità dei Monti, cioè l’appartamento dove Keats morì di tubercolosi il 23 febbraio 1821, e conserva manoscritti, prime edizioni, ritratti e una grande biblioteca di letteratura romantica.
Quanto costa il biglietto della Keats-Shelley House?
Il biglietto della Keats-Shelley House costa secondo le informazioni della struttura circa 6 euro per l’intero e 5 euro per il ridotto, riservato a under 18, over 65, studenti con documento e soci di alcune associazioni culturali, con ingresso gratuito per i bambini sotto i 6 anni e per i visitatori con disabilità. Alcune fonti terze indicano un intero di 7 euro: conviene controllare la tariffa in corso sul sito ufficiale prima della visita.
Quali sono gli orari della Keats-Shelley House?
La Keats-Shelley House osserva un orario dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.45 e chiusura la domenica. L’orario è spezzato dalla pausa di mezzogiorno, quindi presentarsi fra le 13 e le 14 significa trovare chiuso. Essendo un museo privato, il calendario può subire variazioni e chiusure straordinarie durante le festività: conviene verificarlo prima di partire.
Come si arriva alla Keats-Shelley House con i mezzi pubblici?
La Keats-Shelley House si raggiunge con la fermata Spagna della linea A della metropolitana, a circa due minuti a piedi dall’ingresso, perché l’uscita della stazione sbuca nella piazza stessa. In alternativa si può scendere a Flaminio, sempre sulla linea A, e camminare per dieci minuti lungo via del Babuino. Gli autobus di superficie fermano lungo via del Tritone, dato che la piazza è pedonale.
Quanto tempo serve per visitare la Keats-Shelley House?
Per visitare la Keats-Shelley House bastano indicativamente sessanta minuti, che diventano due ore per chi legge con attenzione le didascalie, guarda il filmato introduttivo e si sofferma sui documenti esposti nel salone. Il museo è composto da cinque ambienti al secondo piano, quindi il percorso è breve, ma la densità del materiale conservato ripaga una visita lenta più di quanto suggerisca la metratura.
La Keats-Shelley House è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
La Keats-Shelley House si trova al secondo piano e per raggiungerla occorre salire una rampa di circa trentanove gradini senza ascensore. Il personale offre assistenza per superare le scale e una volta al piano le sale sono percorribili anche in carrozzina, ma la visita va concordata in anticipo contattando il museo. L’ingresso risulta gratuito per i visitatori con disabilità.
Si possono fare fotografie dentro la Keats-Shelley House?
Alla Keats-Shelley House le fotografie sono consentite senza flash, per motivi di conservazione dei documenti e dei materiali esposti. Le borse ingombranti vanno lasciate all’ingresso e il treppiede è di fatto impraticabile per le dimensioni ridotte delle sale. Lo scatto più interessante è quello dalla finestra della stanza di Keats verso la scalinata e la Fontana della Barcaccia.
Dove è sepolto John Keats a Roma?
John Keats è sepolto nel Cimitero acattolico di Roma, nel rione Testaccio, accanto alla Piramide Cestia, dove fu portato due giorni dopo la morte avvenuta in piazza di Spagna il 23 febbraio 1821. Nello stesso recinto riposano Joseph Severn, l’amico pittore che lo assistette fino alla fine, e le ceneri di Percy Bysshe Shelley, annegato al largo della costa toscana nel 1822 e cremato sulla spiaggia.
La Keats-Shelley House è adatta ai bambini?
La Keats-Shelley House non è un museo pensato per i bambini piccoli, perché non ha percorsi interattivi, gli spazi sono stretti e il tema centrale è la morte di un giovane malato, con alcuni oggetti in vetrina che richiedono una spiegazione. Funziona invece molto bene con ragazzi delle superiori che studiano letteratura inglese, per i quali la stanza di Keats ha un impatto che nessun manuale riesce a produrre.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La Keats-Shelley House rende al massimo se non la si tratta come una tappa isolata ma come il primo capitolo di un percorso che si chiude al Testaccio, davanti a due lapidi sotto i cipressi. È una mezza giornata che non richiede prenotazioni complicate né code, costa pochissimo e restituisce una Roma diversa da quella dei grandi monumenti: la città degli stranieri che ci sono venuti a cercare qualcosa, la salute, la luce, la poesia, e che in qualche caso ci sono rimasti per sempre.
Chi costruisce un itinerario più ampio nel centro storico, incrociando questa tappa con le altre soste del Tridente e della zona di Villa Borghese, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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