Studio Pirandello – Casa Museo di Luigi Pirandello

Via Antonio Bosio 13/b, quartiere Nomentano, a poche decine di metri da via Nomentana e dal muro di cinta di Villa Torlonia: l'appartamento all'ultimo piano di questo villino è l'ultima casa abitata da Luigi Pirandello, e oggi è la Casa Museo che l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo custodisce per conto dello Stato. Il portone reca anche il civico 15, perché l'edificio ha due numerazioni e il recapito ufficiale dell'Istituto è indicato come via Antonio Bosio 13B - 15, 00161 Roma. Telefono e fax 06 44291853, posta elettronica posta@studiodiluigipirandello.it. Gli uffici sono aperti dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17, il martedì fino alle 19, chiusi il sabato, la domenica e nei giorni festivi; l'apertura al pubblico viene sospesa nelle settimane centrali dell'estate, e il sito ufficiale dell'Istituto indica per quest'anno la chiusura dal 23 luglio al 21 agosto. La visita alla casa avviene esclusivamente per appuntamento: si scrive all'indirizzo di posta elettronica dell'Istituto e si concorda giorno e ora. Non risulta pubblicata una tariffa di ingresso; il costo, se previsto, va chiesto al momento della prenotazione. Si arriva con la metropolitana B, stazioni Bologna o Policlinico, dieci o dodici minuti a piedi da entrambe, oppure con i tram 3 e 19 che percorrono viale Regina Margherita e hanno una fermata all'incrocio con via Nomentana; le linee di superficie che risalgono via Nomentana lasciano davanti a Villa Torlonia, e da lì si attraversa e si imbocca via Antonio Bosio.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Per orientarsi fra le altre visite possibili in città, la guida alle attrazioni turistiche di Roma raccoglie i luoghi aperti al pubblico quartiere per quartiere.

Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello
Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Che cosa è davvero lo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Conviene mettere subito in chiaro un equivoco che manda fuori strada parecchi visitatori. Questa non è una casa museo nel senso in cui lo sono le grandi dimore aristocratiche trasformate in percorso espositivo, con biglietteria, bookshop e custodi in divisa. È un appartamento di tre ambienti dentro un villino di proprietà dello Stato che ospita anche uffici pubblici, e la sua ragione d'essere è duplice: da una parte la conservazione dei luoghi in cui Pirandello ha vissuto gli ultimi tre anni e mezzo di vita, dall'altra il lavoro quotidiano di un istituto di ricerca che custodisce archivi, cataloga carte, digitalizza fotografie e pubblica studi. Chi entra qui entra in un centro di studi che accetta visitatori, non in un museo che ospita anche una biblioteca. La differenza si sente appena varcata la soglia, e a mio parere è la ragione principale per cui vale la pena venirci.

La collezione non è stata costruita da un curatore. È quello che c'era in casa il 10 dicembre 1936, il giorno in cui Pirandello morì nella camera da letto che si visita ancora oggi. I mobili sono i suoi, comprati in parte nel 1910 e in parte al momento del trasloco del 1933; i libri sono i suoi, con le sue postille a matita; i quadri appesi alle pareti sono in buona parte opera del figlio Fausto, pittore della Scuola romana; gli abiti nell'armadio sono quelli che indossava. Nessuna ricostruzione filologica, nessun allestimento: una casa lasciata dov'era, per un impegno preso con lo Stato dagli eredi nel 1942 e non sempre onorato con la cura che avrebbe meritato.

Il villino di via Antonio Bosio: l'edificio e la sua storia

L'edificio è un villino costruito attorno agli anni dieci del Novecento, in quel tratto del Nomentano che si urbanizzò rapidamente fra il 1907 e il 1925, quando la città cominciò a mangiarsi i terreni della vigna Torlonia e le proprietà ecclesiastiche lungo la via Nomentana. Architettonicamente non ha nulla di memorabile, e chi arriva aspettandosi il liberty fiorito della vicina Casina delle Civette resterà deluso: è una palazzina borghese di tre piani, intonaco chiaro, giardino sul davanti, scale strette. Pirandello stesso, che di case ne aveva cambiate molte, non la scelse per bellezza ma per praticità e per prezzo.

La famiglia Pirandello aveva già abitato in questo villino negli anni fra il 1913 e il 1918, quando lo scrittore insegnava al Magistero e i tre figli erano ancora ragazzi. Poi ci furono altri indirizzi romani, fra cui via Alessandro Torlonia, sempre nello stesso quadrante. Nel 1933 Pirandello tornò qui, e questa volta da solo: prese l'appartamento all'ultimo piano, mentre al piano inferiore viveva il figlio Stefano con la propria famiglia e nella stanza attigua al suo appartamento alloggiava Francesco Armellini, l'autista e factotum che gli faceva anche da segretario per le faccende pratiche. Una disposizione domestica che dice molto della sua vecchiaia: vicino ai figli, ma con una porta da chiudere.

La vicenda dell'edificio dopo la morte dello scrittore è la parte che i visitatori conoscono meno e che spiega perché la casa esista ancora. I figli subentrarono nel contratto di locazione, e per due anni non successe nulla. Poi, il 10 novembre 1938, l'intero villino fu acquistato dallo Stato e destinato a sede dell'Ufficio Centrale Metrico: il Ministero delle Corporazioni intimò l'immediato sgombero. Gli eredi si trovarono davanti a una scelta secca, e la risolsero con una proposta che oggi chiameremmo un baratto culturale: donare allo Stato tutto quanto era contenuto nello Studio, mobili, quadri, libri, manoscritti e oggetti personali, a condizione che lo Stato consegnasse i locali al Ministero dell'Educazione Nazionale con l'impegno di mantenerli esattamente come si trovavano. L'atto fu siglato il 28 dicembre 1942, in piena guerra, mentre Roma cominciava a conoscere gli allarmi aerei.

L'impegno fu formalmente mantenuto, la manutenzione no. Per quasi vent'anni la casa restò chiusa e si degradò lentamente, con l'umidità che lavorava sulle rilegature e i tarli sui mobili. Ci vollero il venticinquesimo anniversario della morte e una campagna di pressione condotta dai figli dello scrittore insieme a un gruppo di intellettuali perché nel 1961 il Ministero della Pubblica Istruzione affidasse la custodia dello Studio all'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo, costituito in quello stesso anno. Da allora la casa è aperta, curata e studiata.

Come arrivare allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Con la metropolitana

La linea B serve la zona con due stazioni quasi equidistanti. Da Policlinico si risale viale Regina Elena e poi viale Regina Margherita fino all'incrocio con via Nomentana: dieci minuti buoni, tutti in piano, senza un solo attraversamento complicato. Da Bologna si scende per viale delle Province oppure si taglia per via Michele di Lando e via Alessandro Torlonia: stessa durata, percorso meno lineare ma più ombreggiato d'estate, cosa che a luglio non è un dettaglio. Chi arriva da Termini impiega meno di un quarto d'ora di metropolitana più la camminata.

Con il tram e con l'autobus

I tram 3 e 19 percorrono viale Regina Margherita da un capo all'altro e fermano all'altezza di via Nomentana. Da quella fermata si risale via Nomentana verso Villa Torlonia e si imbocca via Antonio Bosio: cinque o sei minuti. Il 19 è la linea più lunga della rete tranviaria romana e collega piazza del Risorgimento, dunque il Vaticano, con la periferia orientale: chi ha in programma una mattinata ai Musei Vaticani e un pomeriggio pirandelliano può fare l'intero trasferimento senza cambiare mezzo, e ci mette meno di quanto tema. Le linee di superficie che risalgono via Nomentana lasciano davanti agli ingressi di Villa Torlonia.

A piedi e in automobile

Chi alloggia fra piazza Bologna, il Policlinico e il quartiere Trieste arriva a piedi in un quarto d'ora. Dal centro storico la camminata è lunga ma bella se si passa per Porta Pia e si prosegue lungo via Nomentana: quaranta minuti abbondanti, con le facciate dei villini di primo Novecento a fare da quinta. In automobile è un'altra faccenda: via Antonio Bosio è una strada stretta e residenziale, il parcheggio è a strisce blu e per gran parte della giornata semplicemente non c'è. Il consiglio pratico è lasciare l'automobile e prendere la metropolitana.

Orari, prenotazione e biglietti dello Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

L'Istituto osserva orari da centro di ricerca, non da museo: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17, con prolungamento al martedì fino alle 19, chiuso sabato, domenica e festivi. Sono gli orari validi tanto per la visita alla casa quanto per la consultazione degli archivi e della biblioteca, e sono un vincolo serio per chi viene a Roma per un fine settimana: qui il sabato e la domenica non si entra. Nelle settimane centrali dell'estate l'apertura al pubblico viene sospesa, e per quest'anno il sito ufficiale indica il periodo compreso fra il 23 luglio e il 21 agosto.

La prenotazione non è un consiglio, è la condizione dell'accesso. Si scrive a posta@studiodiluigipirandello.it indicando quante persone siete e in quali giorni potreste venire; l'Istituto risponde proponendo un appuntamento. Chi arriva senza aver scritto trova un portone chiuso e nessuno a cui chiedere. Vale lo stesso per la consultazione dell'Archivio e della Biblioteca, che seguono un regolamento pubblicato dall'Istituto stesso e richiedono di dichiarare in anticipo su che cosa si intende lavorare.

Sul biglietto la posizione da tenere è prudente: l'Istituto non pubblica una tariffa, e la questione va posta direttamente quando si concorda l'appuntamento. Mettete in conto, se non altro per correttezza, che state chiedendo tempo a una struttura con due dipendenti e un consiglio direttivo che lavora gratuitamente. Un piccolo contributo, se richiesto, è la cosa più sensata del mondo.

Perché Pirandello viveva a Roma e non in Sicilia

La domanda torna a ogni visita, e merita una risposta che non sia sbrigativa. Pirandello nacque il 28 giugno 1867 nella contrada Caos, alle porte di Girgenti, in una famiglia di proprietari e commercianti di zolfo di tradizione garibaldina. La Sicilia gli diede la materia prima di quasi tutta la sua narrativa, i personaggi delle novelle, il paesaggio morale dei suoi paesi immaginari. Ma la Sicilia dell'ultimo Ottocento non offriva a un giovane con ambizioni letterarie nessuna carriera possibile.

Nel 1886 si iscrisse all'Università di Palermo, nel novembre 1887 passò alla facoltà di lettere di Roma, e nel 1889 se ne andò a Bonn, dove il 21 marzo 1891 si laureò con una tesi sul dialetto di Girgenti sotto la guida del filologo Wendelin Förster. Un dettaglio che vale la pena tenere a mente quando si guarda la sua biblioteca: il futuro Nobel per il teatro era un filologo romanzo di formazione tedesca, uno che aveva studiato i suoni di una parlata siciliana con gli strumenti della linguistica storica. La precisione maniacale con cui nelle sue commedie i personaggi discutono il significato delle parole viene da lì.

Tornò a Roma e ci restò per il resto della vita. Nell'aprile del 1898 ottenne l'incarico di estetica e stilistica all'Istituto Superiore di Magistero femminile, e lo tenne fino al 1922: ventiquattro anni di lezioni, prima per necessità economica e poi per abitudine, davanti a platee di studentesse che sarebbero diventate maestre. Fu quello stipendio, non i diritti d'autore, a mantenere la famiglia negli anni difficili. Roma, per Pirandello, non fu mai una città di conquista: fu il luogo dove si lavorava, dove c'erano le redazioni delle riviste, i teatri, gli editori e i concorsi statali. La Sicilia restò dentro le pagine.

Il disastro della zolfara e la malattia di Antonietta Portulano

Nel gennaio del 1894, a Girgenti, Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre. Fu un matrimonio combinato secondo gli usi di quell'ambiente, ma non infelice nei primi anni: nacquero Stefano nel 1895, Rosalia detta Lietta nel 1897, Fausto Calogero nel 1899. La dote di Antonietta e i capitali di famiglia erano investiti nella miniera di zolfo di Aragona.

Nel 1903 un allagamento e una frana distrussero la miniera. In un colpo solo sparirono la dote della moglie e il patrimonio del padre. Antonietta, che era già di carattere fragile, ebbe un tracollo da cui non si riprese mai: negli anni successivi la sua condizione si aggravò in una gelosia delirante che investì il marito e poi la figlia, e la casa dei Pirandello divenne un luogo in cui la realtà veniva quotidianamente contestata da chi ci viveva dentro. Nel 1919 lo scrittore acconsentì al ricovero, e Antonietta passò gli ultimi quarant'anni della sua vita in una clinica romana sulla via Nomentana, dove morì nel 1959, a ottantotto anni, ventitré anni dopo il marito.

Su questo punto circola una versione romanzata che va maneggiata con cura. Si legge spesso che Il fu Mattia Pascal sarebbe stato scritto nelle notti di veglia accanto alla moglie inferma: è una tradizione biografica affascinante e priva di riscontri documentari, e conviene raccontarla per quello che è. Quello che si può dire con fondamento è un'altra cosa, e a mio giudizio è più interessante: l'esperienza quotidiana di una persona amata che vede un mondo diverso da quello che vedono gli altri, e che a quel mondo crede fermamente, precede e nutre l'intera riflessione pirandelliana sulla verità come costruzione soggettiva. Non è la fonte di un romanzo. È la scuola di tutta un'opera.

La visita allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello, ambiente per ambiente

L'appartamento è composto da un ampio soggiorno-studio, da una camera da letto e da una terrazza. Tre ambienti, non di più: chi arriva pensando a un percorso museale di un'ora e mezza deve ricalibrare le aspettative. La visita dura meno, ma è densa, e la qualità dipende quasi interamente da chi vi accompagna: qui si entra con una persona dell'Istituto che apre le stanze e racconta, e la differenza fra una visita mediocre e una memorabile la fa la conversazione.

Il soggiorno-studio della Casa Museo di Luigi Pirandello

È la stanza in cui Pirandello lavorava, leggeva, riceveva. Ha una parete di grandi vetrate che la riempiono di luce fino al primo pomeriggio, e questo spiega perché nelle fotografie d'epoca lo si veda quasi sempre seduto in quell'angolo. L'arredamento è quello portato qui nel 1933 e riflette due momenti diversi del gusto dello scrittore: pezzi in stile fiorentino acquistati intorno al 1910, e mobili di linea razionale comprati negli anni successivi. La convivenza dei due registri, il neorinascimentale un po' pomposo e il moderno essenziale, non è disarmonica come si potrebbe temere: dice di un uomo che i mobili se li portava dietro e ci aggiungeva quello che serviva.

La scrivania, le librerie e i savonarola

Nella stanza sono una scrivania, due librerie a vetrine, due sedie savonarola, un grande divano, poltrone, una seconda scrivania e scaffalature. La scrivania principale è il punto attorno a cui ruota la visita, e va guardata con attenzione: non è un mobile monumentale, è un piano da lavoro. Le due librerie a vetrine conservano i volumi nell'ordine in cui li teneva lui, che è un ordine funzionale, non alfabetico. I savonarola, quelle sedie pieghevoli a X con lo schienale intagliato che nel primo Novecento erano l'arredo obbligato di ogni studio di letterato italiano, oggi fanno quasi tenerezza: erano il modo in cui la borghesia colta si vestiva da Rinascimento.

La macchina da scrivere di Pirandello

La piccola portatile che si vede nello Studio è l'oggetto più fotografato della casa, e ha un valore documentario preciso: Pirandello la usava davvero, non era un soprammobile. Chi conosce i suoi manoscritti sa che lavorava molto a mano, con una grafia minuta e nervosa, e che la macchina interveniva in una seconda fase, quella della messa a punto. Guardatela pensando ai tempi di lavoro: negli anni fra il 1922 e il 1936 quest'uomo scrisse decine di testi teatrali, corresse bozze, tenne una corrispondenza vastissima e viaggiò per mezzo mondo con una compagnia.

Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello
La macchina da scrivere di Luigi Pirandello (Federico Scarchilli)

La biblioteca personale: circa duemila volumi

La biblioteca di Luigi Pirandello conservata nello Studio comprende all'incirca duemila volumi appartenuti allo scrittore. Non è una biblioteca da collezionista: è una biblioteca di lavoro, e si vede. Ci sono dizionari ed enciclopedie, e fra questi pezzi di peso come il Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1717 e il Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, strumenti da filologo di mestiere. Ci sono i volumi postillati e annotati di sua mano, che sono la parte più preziosa per gli studiosi perché mostrano il modo in cui leggeva. Ci sono i libri con dedica, mandati dagli autori: fra i nomi documentati dall'Istituto compaiono Italo Svevo, Sibilla Aleramo, Massimo Bontempelli, André Gide e Albert Einstein. Ci sono le traduzioni delle sue opere nelle lingue più diverse, arrivate a valanga dopo il 1922. E ci sono le riviste d'epoca, dagli anni dieci agli anni trenta, con titoli che raccontano un intero sistema culturale: Cinema, Il Dramma, Pègaso, Scenario.

I quadri dello Studio Pirandello e la pittura di Fausto

Fra i quadri appesi alle pareti dello Studio figurano quattro opere del figlio Fausto Pirandello, che fu uno dei pittori più solidi della Scuola romana e che ebbe con il padre un rapporto complicato, fatto di ammirazione e di insofferenza per l'ombra lunga di quel cognome. Nella collezione dell'Istituto è documentato un olio su tavola intitolato Bagnanti, datato 1929: chi conosce la pittura di Fausto sa che i corpi pesanti, la materia densa e i colori terrosi delle sue bagnanti sono l'opposto esatto della grazia novecentista che andava di moda in quegli anni. Vedere quel quadro nella casa del padre, e non in una galleria, cambia il modo in cui lo si legge.

La camera da letto e gli oggetti personali

La camera da letto è arredata con linee essenziali e apre sulla terrazza. Vi si conservano gli abiti, i cappelli, il bastone e la divisa della Reale Accademia d'Italia, cioè la feluca e il ricamo che spettavano agli accademici nominati dal regime. È la stanza in cui Pirandello morì il 10 dicembre 1936. Nei cassetti sono rimaste perfino le medicine. Dico una cosa impopolare: è l'ambiente che mi mette più a disagio di tutta la casa, e proprio per questo è quello che consiglio di non attraversare in fretta. La divisa accademica appesa a pochi passi dal letto in cui è morto è, senza che nessuno l'abbia progettata così, la sintesi visiva più onesta della sua ultima stagione.

La terrazza

La terrazza completa l'appartamento e affaccia sul quartiere. Non è un belvedere e non promette panorami: serve a capire che cosa vedeva Pirandello quando alzava gli occhi dal foglio, cioè tetti, antenne, alberi di un giardino romano e il profilo dei pini. Chi ha letto I giganti della montagna troverà interessante immaginare l'ultimo atto incompiuto scritto con quella vista davanti.

Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello
Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Gli archivi dello Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

La parte che i visitatori distratti non vedono è quella che rende questo indirizzo importante per la cultura italiana. Nello stesso appartamento, e nei locali dell'Istituto, sono conservati fondi archivistici dichiarati di notevole interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio e sottoposti alla tutela prevista dalla normativa di settore. Non è materiale decorativo: è la documentazione su cui si fanno le edizioni critiche.

L'Archivio Luigi Pirandello

Comprende manoscritti autografi, fra cui quelli di Enrico IV e di 'U Ciclopu, la traduzione in siciliano del Ciclope di Euripide che Pirandello fece per Angelo Musco, e poi lettere scambiate con le personalità del tempo, bozze corrette, appunti e frammenti. L'archivio è stato riordinato di recente e dispone di un inventario aggiornato. Per chi studia il teatro del Novecento, la possibilità di vedere le correzioni su una bozza di Enrico IV vale il viaggio da sola.

L'archivio fotografico e iconografico

Centinaia di documenti fra positivi e negativi, originali e riproduzioni: ritratti dello scrittore, fotografie con i familiari, immagini di scena, materiali di compagnia. Circa mille negativi sono stati sottoposti a restauro conservativo e ricollocati in custodie di cartoncino non acido. In questo fondo si trova anche la fotografia del duello del 1926 fra Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti nel giardino di casa Pirandello, che è probabilmente il documento più curioso dell'intera raccolta.

Il Fondo Marta Abba

Donato all'Istituto in due momenti, nel 2016 con un nucleo di lettere degli anni compresi fra il 1926 e il 1936, e nel 2018 con documenti, fotografie e copioni. Nel 2018 la Soprintendenza lo ha dichiarato di interesse storico particolarmente importante. È il fondo che permette di studiare da vicino il rapporto fra Pirandello e l'attrice che fu la sua ultima ragione di lavoro, e va tenuto insieme all'altro versante della corrispondenza, quello delle lettere di Pirandello a lei, che finì all'Università di Princeton e fu pubblicato integralmente solo negli anni novanta.

Gli altri fondi conservati

L'Istituto custodisce inoltre l'Archivio Ugo Betti, con manoscritti autografi di opere teatrali, narrative e poetiche, appunti, minute, abbozzi, soggetti cinematografici e carteggi: Betti, magistrato e drammaturgo, fu una delle voci più originali del teatro italiano del Novecento e la sua fortuna critica dipende in buona parte da queste carte. C'è poi l'Archivio Alessandro d'Amico, donato nel 2012, di uno dei maggiori curatori pirandelliani; il fondo di Franca Angelini, studiosa e docente, con archivio e biblioteca donati nel 2015 e dichiarati di notevole interesse nel 2019; e l'Archivio Lucio d'Ambra, arrivato nel luglio del 2024 e già dichiarato di interesse storico particolarmente importante nel 2022. Cinque archivi di persone diverse dentro la casa di una sesta: l'Istituto ha costruito negli anni un piccolo sistema di conservazione per il teatro italiano contemporaneo.

La biblioteca di studi e il catalogo

Accanto ai libri di Pirandello, l'Istituto ha messo insieme negli anni una biblioteca specializzata di studi critici sulla sua opera e sulla sua biografia, che è lo strumento di lavoro di chi ci viene a fare ricerca. Il catalogo di questa biblioteca è consultabile in linea attraverso il servizio bibliotecario della Regione Lazio. Per la consultazione in sede valgono gli stessi orari degli uffici e lo stesso obbligo di appuntamento.

La collezione digitale e l'audioteca

Dal 2010, con il contributo di una fondazione bancaria e con successive tranche nel 2012 e nel 2017, l'Istituto ha avviato e proseguito la digitalizzazione del patrimonio. Il risultato è consultabile a distanza e comprende sezioni dedicate ai manoscritti teatrali, all'archivio fotografico, ai volumi con dedica, ai volumi annotati e postillati, alle copertine d'autore, alla documentazione sul Premio Nobel e ai rapporti con la Reale Accademia d'Italia. C'è anche una sezione dedicata alle tracce dantesche nella biblioteca e negli archivi, che è il genere di ricerca che si può fare solo su una raccolta rimasta intatta. Un consiglio operativo per chi arriva da lontano: date un'occhiata alla collezione digitale prima di venire, così saprete che cosa chiedere una volta qui.

Pirandello narratore: Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila

Il fu Mattia Pascal, 1904

Uscì a puntate sulla Nuova Antologia nel 1904 e nello stesso anno fu pubblicato in volume. È il romanzo che fece di Pirandello uno scrittore riconoscibile, ed è ancora oggi il suo libro più letto. La trama la sanno quasi tutti: Mattia Pascal, uomo qualunque di un paese immaginario, scappa dopo una vita coniugale insopportabile, vince al casinò di Montecarlo, scopre dai giornali di essere stato dichiarato morto perché un cadavere trovato nella gora del mulino è stato identificato come il suo, e decide di rinascere con un altro nome, Adriano Meis. La libertà assoluta dura poco: senza documenti non si può denunciare un furto, non ci si può sposare, non si può esistere. Torna a casa, trova la moglie risposata con l'amico Pomino, e sceglie di restare quello che ormai è, il fu Mattia Pascal, bibliotecario di un fondo di libri che nessuno consulta.

Quello che pochi notano è quanto il romanzo sia romano nella sua parte centrale: Adriano Meis vive a Roma, in una pensione, in mezzo a spiritisti e piccoli borghesi, e la città funziona come il luogo perfetto dove un uomo senza identità può sparire fra le identità degli altri. Pirandello scriveva di Roma perché ci abitava, e la conosceva nel modo in cui la conosce chi la usa: tram, uffici, affitti, portinerie.

Uno, nessuno e centomila, 1925 e 1926

Il romanzo che Pirandello considerava la sintesi completa di tutto quello che aveva fatto ebbe una gestazione lunghissima: le prime tracce risalgono almeno al 1909, la pubblicazione a puntate cominciò nel dicembre del 1925 sulla Fiera Letteraria e l'edizione in volume arrivò nel 1926. Vitangelo Moscarda, trentenne che vive di rendita bancaria, scopre per un'osservazione della moglie che il suo naso pende verso destra. Da quel dettaglio parte una demolizione sistematica: se il mio corpo non è quello che credo, allora nemmeno io sono quello che credo, e ognuno di quelli che mi conoscono ha in testa un Moscarda diverso. Uno, nessuno, centomila. Il finale, con Moscarda che liquida la banca, dona i beni e finisce a vivere in un ospizio da lui stesso fondato, guarito dal nome, è una delle pagine più radicali della prosa italiana del Novecento.

Lo definì il più amaro dei suoi romanzi, profondamente umoristico, di scomposizione della vita. Chi vuole capire che cosa intendesse con umorismo deve leggere il saggio del 1908, L'umorismo, dove la distinzione fra avvertimento del contrario e sentimento del contrario spiega mezzo teatro europeo del secolo.

Sei personaggi in cerca d'autore e il fiasco del Teatro Valle

La sera del 9 maggio 1921, al Teatro Valle di Roma, andò in scena la prima rappresentazione di Sei personaggi in cerca d'autore. Fu un disastro clamoroso. Il pubblico non capì, o capì benissimo e si offese: un palcoscenico vuoto, una compagnia che prova, sei figure che entrano dalla platea sostenendo di essere personaggi rifiutati da un autore e di pretendere di essere rappresentati. Nessuna scenografia, nessuna storia raccontata come si deve, nessun quarto muro. Fra i detrattori e gli ammiratori si rischiò lo scontro fisico, e lo scrittore lasciò il teatro accompagnato dalla figlia mentre in strada continuavano le grida.

La cosa che raramente si racconta è la rapidità del ribaltamento. Quattro mesi e mezzo dopo, il 27 settembre 1921, lo stesso testo andò in scena al Teatro Manzoni di Milano e fu un trionfo. Da lì partì la carriera internazionale di Pirandello: Londra, New York, Parigi, Berlino. Nel 1925 l'autore rimise mano al testo e vi aggiunse una prefazione che è tuttora una delle riflessioni più lucide mai scritte da un drammaturgo sul proprio mestiere.

Sul Teatro Valle una precisazione la devo fare, perché è la domanda che mi rivolgono più spesso: la sala di via del Teatro Valle e la casa di via Antonio Bosio appartengono a due stagioni diverse della vita di Pirandello, e nel 1921 lo scrittore non abitava qui. Questa casa è quella degli ultimi tre anni, quelli del Nobel e della morte. Chi cerca i luoghi dei Sei personaggi deve cercarli in centro.

Il Teatro d'Arte di Roma e Marta Abba

Nel 1924 un gruppo di giovani intellettuali, fra cui Stefano Pirandello, propose al padre di mettersi alla testa di una compagnia stabile. Nacque così il Teatro d'Arte di Roma, con sede in una sala ricavata nei sotterranei di Palazzo Odescalchi, a piazza Santi Apostoli. L'inaugurazione fu il 2 aprile 1925, con un programma doppio: Sagra del Signore della Nave di Pirandello e Gli dei della montagna di Lord Dunsany. Pirandello ne fu direttore artistico e capocomico, cioè si assunse anche il rischio d'impresa.

Fu un'esperienza splendida e rovinosa. I costi di ristrutturazione della sala raddoppiarono rispetto alle previsioni, e la sala stessa aveva soltanto trecentoquarantotto posti, un numero che non permetteva di rientrare nemmeno con il tutto esaurito. La critica fu tiepida. Le sovvenzioni promesse dal regime non arrivarono mai per intero. La compagnia si tenne in piedi con le tournée: le capitali europee, il Brasile, l'Argentina, le piazze italiane. Si sciolse il 15 agosto 1928 a Viareggio, con una replica de La donna del mare di Ibsen; poi il nucleo proseguì come Compagnia Pirandello. Nell'ottobre dello stesso anno Pirandello lasciò l'Italia per Berlino, insieme a Marta Abba.

Marta Abba, milanese, nata nel 1900, fu scritturata nel 1925 dopo che una recensione di Marco Praga ne aveva segnalato le qualità sceniche. Divenne prima attrice della compagnia e destinataria di una serie di testi scritti per lei: Diana e la Tuda, L'amica delle mogli, Trovarsi, Come tu mi vuoi. Fra il 1926 e il 1936 Pirandello le scrisse circa cinquecento lettere, un corpus che è insieme documento letterario e autoritratto di un uomo di sessant'anni innamorato e consapevole del ridicolo. Lei si trasferì negli Stati Uniti dopo il matrimonio del 1938, continuò a recitare fino al 1952 e morì a Milano nel 1988, il giorno prima di compiere ottantotto anni. Una parte delle carte che la riguardano è oggi conservata proprio in questa casa.

Il Premio Nobel del 1934 ricevuto in questa casa

Il 9 novembre 1934 l'Accademia di Svezia annunciò l'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Luigi Pirandello, con la motivazione che indicava lo schietto e geniale rinnovamento dell'arte drammatica e scenica. Il telegramma del segretario permanente Per Hallström raggiunse lo scrittore a Roma, in questo appartamento: è la ragione principale per cui via Antonio Bosio compare in ogni cronologia pirandelliana. La cerimonia si tenne a Stoccolma il 10 dicembre 1934.

Al banchetto ufficiale Pirandello parlò in francese, e disse una cosa che vale la pena riportare per il modo in cui rovesciava l'aspettativa: sostenne di essersi formato alla scuola della vita e non a quella dell'accademia, e di essere diventato per questo del tutto inadatto a vivere, capace soltanto di pensare e di sentire. Attribuì la propria opera alle delusioni amare, alle esperienze dolorose e alle ferite, e la fece dipendere dalla sincerità umana più che dall'abilità tecnica. Un discorso che, letto oggi, sembra la difesa preventiva di un uomo che sapeva quanto poco gli restasse da vivere.

C'è una coincidenza che nella biografia di un maestro dell'assurdo suona come una beffa costruita apposta: la cerimonia di Stoccolma cadde il 10 dicembre 1934, e Pirandello morì il 10 dicembre 1936. Stesso giorno, due anni esatti dopo.

Pirandello e il fascismo, senza sconti e senza processi

Su questo capitolo si sono costruite due leggende opposte, ed entrambe sono false. La prima dice che Pirandello fu un fascista convinto e che il regime lo coprì di onori meritati; la seconda dice che aderì solo per opportunismo e che in fondo non c'entrava nulla. I documenti raccontano una storia più scomoda di tutte e due.

Nel settembre del 1924, mentre l'Italia era ancora scossa dal rapimento e dall'assassinio di Giacomo Matteotti e il regime traballava, Pirandello scrisse a Mussolini chiedendo di essere iscritto al Partito Nazionale Fascista. Il testo del telegramma dichiarava una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Il momento scelto non fu casuale ed egli stesso lo presentò come una presa di posizione controcorrente: aderire quando aderire costava, non quando conveniva. Sia chiaro che cosa significa: uno degli scrittori più celebrati d'Europa si schierò pubblicamente con il governo nel momento in cui quel governo era sotto accusa per l'omicidio di un deputato dell'opposizione. Non è un dettaglio che si possa attenuare.

Da quel momento i rapporti furono ambigui e mai comodi. Il regime gli negò per anni le sovvenzioni promesse al Teatro d'Arte, e la compagnia morì anche per quello. Nel 1927, secondo una testimonianza riferita da più biografi e che va presa per quello che è, cioè una testimonianza e non un documento d'archivio, Pirandello strappò la tessera del partito davanti al segretario generale al culmine di una discussione. Nel 1929 fu nominato accademico d'Italia, e la divisa che si vede nella camera da letto viene da quella nomina. La polizia politica continuò a tenerlo d'occhio.

Nel 1935, dopo l'aggressione all'Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni, il regime lanciò la campagna dell'oro alla patria: gli italiani consegnavano le fedi nuziali e gli oggetti preziosi allo Stato. Pirandello consegnò la medaglia del Premio Nobel. È il gesto che più di ogni altro complica il ritratto, ed è anche la ragione per cui in questa casa si conserva il diploma del Nobel ma non la medaglia. Quel metallo finì nel crogiolo insieme alle fedi di milioni di persone.

Che cosa se ne fa il visitatore di oggi? A mio parere, né un processo né un'assoluzione. Si tiene insieme la grandezza dell'opera e la miseria di una scelta politica, senza scambiarle l'una per l'altra e senza usare la prima per lavare la seconda. I giganti della montagna, l'opera lasciata incompiuta sul tavolo, è fra l'altro il testo in cui il conflitto fra la poesia e il potere che la disprezza diventa esplicito. Chi cerca in Pirandello un cantore del regime resta a mani vuote; chi cerca un oppositore anche.

Il 10 dicembre 1936: la morte nella casa di via Antonio Bosio

Negli ultimi giorni di novembre del 1936 Pirandello seguiva a Cinecittà le riprese di un film tratto da Il fu Mattia Pascal, la versione francese diretta da Pierre Chenal che sarebbe uscita l'anno seguente. Gli stabilimenti erano nuovi, enormi e gelidi. Ne tornò con un raffreddore che degenerò in broncopolmonite. Aveva sessantanove anni e un cuore già affaticato.

Morì la mattina del 10 dicembre 1936 nella camera da letto di questa casa, con pochissime persone intorno. Il regime offrì funerali di Stato: la famiglia li rifiutò, perché c'era un testamento, scritto nel 1911, che non lasciava margini di interpretazione. Vale la pena leggerne le parole, perché sono fra le più asciutte mai dettate da uno scrittore italiano: carro d'infima classe, quello dei poveri, nudo, e nessuno ad accompagnarlo, né parenti né amici; il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. E poi l'ordine di bruciare il corpo e di lasciare disperdere le ceneri.

La volontà fu rispettata solo a metà, e la vicenda successiva ha del pirandelliano. Il corpo fu cremato, ma la dispersione delle ceneri era vietata dalla legge e osteggiata dalla Chiesa: l'urna finì al cimitero del Verano e vi restò undici anni. Nel 1947 la città di Agrigento ne reclamò il ritorno; per il trasporto fu messo a disposizione un aereo militare americano, e durante quel viaggio accaddero episodi che nessun autore avrebbe osato inventare, dai passeggeri siciliani che si rifiutarono di volare insieme alla cassa per scaramanzia fino al proseguimento in treno, dove viaggiatori ignari usarono il baule come tavolo da gioco. Ad Agrigento il vescovo non volle benedire un vaso greco, e le ceneri furono trasferite in una piccola bara bianca. La sistemazione definitiva arrivò solo nel 1962, sotto il pino della contrada Caos, e anche in quell'occasione una parte del contenuto finì dispersa dal vento verso il mare. Il modo più involontario e più esatto di esaudire l'ultima riga del testamento.

Una curiosità su Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

La strada in cui Pirandello scelse di morire porta il nome di un uomo che aveva passato la vita a scendere sotto terra per cercare i morti degli altri. Antonio Bosio, nato a Malta nel 1575 e morto a Roma il 6 settembre 1629, fu il primo esploratore sistematico delle catacombe romane: entrò per la prima volta nella catacomba di Domitilla il 10 dicembre 1593 insieme all'amico Pompeo Ugonio, e nei trentasei anni successivi ne identificò più di trenta, portandosi dietro disegnatori per documentare affreschi e sarcofagi. La sua Roma sotterranea uscì postuma nel 1632 e fondò l'archeologia cristiana come disciplina. Giovanni Battista de Rossi, che di quella disciplina fu il grande sistematore ottocentesco, lo definì il Cristoforo Colombo della Roma sotterranea.

La toponomastica di questo tratto del Nomentano non è casuale: le strade comprese fra Villa Torlonia e viale XXI Aprile furono intitolate ad archeologi e storici della Campagna romana, e così accanto a via Antonio Bosio corrono via Giovanni Battista de Rossi e via Marcantonio Boldetti, cioè i nomi dei tre uomini che tirarono fuori dal buio le catacombe. È un caso, naturalmente. Ma è il tipo di caso che a Pirandello sarebbe piaciuto moltissimo: l'autore che ha costruito un'opera intera sull'idea che l'identità sia una maschera imposta dagli altri passò gli ultimi anni in una via intitolata a chi aveva riportato alla luce nomi cancellati, e vi morì il 10 dicembre, lo stesso giorno del mese in cui Bosio, tre secoli e mezzo prima, era sceso per la prima volta sottoterra.

C'è una seconda curiosità, meno letteraria e più concreta, che riguarda i libri. Fra i materiali digitalizzati dall'Istituto compare una sezione dedicata alle copertine d'autore: xilografie e dipinti eseguiti da Pirandello sulle coperte di alcuni volumi della sua biblioteca. Pirandello dipingeva, e non per gioco; il figlio Fausto diventò pittore in un ambiente domestico dove i colori erano di casa. Alcuni di quei volumi con la copertina dipinta sono stati sottoposti a restauro conservativo con finanziamento pubblico, il che significa che oggi lo Stato italiano tutela ufficialmente le rilegature dipinte a mano da un premio Nobel per la letteratura. Se cercate un dettaglio da raccontare a cena dopo la visita, quello è il migliore che abbia trovato.

Una cosa che non ti dice nessuno su Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Nelle vetrine di questa casa il diploma del Premio Nobel c'è. La medaglia no, e non perché sia stata rubata o prestata a una mostra. Nel 1935 Pirandello la consegnò alla campagna dell'oro alla patria, la raccolta con cui il regime finanziava la guerra d'Etiopia rispondendo alle sanzioni internazionali, e quel disco d'oro da centonovantasei grammi seguì la sorte di tutto il resto: fusione. Il visitatore che entra aspettandosi la teca con la medaglia esce con una lezione di storia che nessun pannello didascalico gli avrebbe dato meglio. Chi guida la visita, se glielo chiedete, ve lo racconta senza reticenze, e questo è uno dei motivi per cui considero l'Istituto un luogo serio.

La seconda cosa che non vi dirà nessuno riguarda una storia che tutti ripetono. Vi capiterà di leggere ovunque che Il fu Mattia Pascal nacque nelle notti passate a vegliare la moglie inferma, come se il romanzo fosse il diario cifrato di una tragedia domestica. È una tradizione biografica priva di riscontri documentari, nata probabilmente per dare un'origine romanzesca a un romanzo sull'identità. La verità è meno commovente e più interessante: la malattia di Antonietta Portulano non produsse un libro, produsse un metodo. Vivere per anni accanto a una persona che vede un mondo diverso e ci crede fermamente insegna, meglio di qualunque filosofia, che la realtà è quello che ciascuno costruisce. Da lì viene Così è (se vi pare), da lì viene Uno, nessuno e centomila, da lì viene l'intera drammaturgia della verità plurale.

Terza cosa, di ordine pratico e altrettanto poco nota: questo indirizzo non è soltanto una casa museo, è un istituto culturale iscritto all'albo della Regione Lazio dal 2008 e riconosciuto come persona giuridica dal 1998, con un consiglio direttivo che presta servizio gratuitamente e due sole dipendenti a occuparsi materialmente di archivi, biblioteca, digitalizzazione e visite. Quando prenotate una visita non state comprando un servizio: state chiedendo a una struttura minuscola di dedicarvi un'ora del proprio orario di lavoro. Presentarsi puntuali, avvisare in caso di disdetta e aver letto qualcosa prima di arrivare non sono cortesie, sono il minimo.

Il consiglio che ti do per visitare Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Il consiglio principale è di venirci di martedì. È l'unico giorno in cui l'orario si prolunga fino alle 19, e il tardo pomeriggio è il momento migliore per due ragioni: la luce che entra dalle grandi vetrate del soggiorno-studio a quell'ora è bassa e calda, e le persone dell'Istituto hanno finito la parte più pesante del lavoro d'ufficio e sono più disposte a fermarsi a parlare. Ho fatto questa visita in orari diversi e la differenza è netta.

Il secondo consiglio riguarda la preparazione. Questa non è una casa che si spiega da sola. Chi arriva senza aver letto niente vede tre stanze con dei mobili vecchi e se ne va dopo venti minuti convinto che non ne valesse la pena; chi arriva avendo letto anche solo Il fu Mattia Pascal e la prefazione del 1925 ai Sei personaggi vede tutt'altro. Se avete poco tempo per prepararvi, leggete la prefazione: sono venti pagine e vi mettono in mano la chiave di tutto il resto. In alternativa, guardate prima la collezione digitale dell'Istituto e arrivate con due o tre domande precise su un manoscritto o su una fotografia. Le domande precise sbloccano racconti che nessuna visita standard vi darebbe.

Terzo consiglio, quello che do sempre ai gruppi che accompagno: non venite qui da soli, nel senso di non venire qui come unica meta della giornata. La visita dura poco e la zona ne offre altre a distanza pedonale. Costruite un pomeriggio che unisca questa casa e i musei di Villa Torlonia, che sono a cinque minuti: la Casina delle Civette con le sue vetrate e il Casino Nobile raccontano la stessa Roma degli anni in cui Pirandello abitava qui, vista dal lato del potere invece che da quello della scrittura. Il contrasto fra la casa di tre stanze di un premio Nobel e la villa che il regime mise a disposizione del capo del governo è la migliore lezione di storia che si possa fare in questo quartiere.

Quarto e ultimo: scrivete per prenotare con largo anticipo, almeno una decina di giorni, e proponete più date alternative. L'Istituto lavora con orari d'ufficio e con due persone; una richiesta flessibile ottiene risposta molto più facilmente di una richiesta rigida. E se il vostro viaggio a Roma cade in un fine settimana, mettete in conto che qui non si entra: valutate di spostare un giorno o rinunciate, ma non presentatevi sperando in un'eccezione.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questa sia l'ultima casa di Pirandello lo sanno tutti. Che sia di proprietà dello Stato e che nello stesso villino ci siano stati e ci siano uffici pubblici, molti meno. Eppure è il fatto che spiega la forma stessa del museo: l'appartamento si è salvato perché nel 1938 lo Stato comprò l'edificio per farne la sede dell'Ufficio Centrale Metrico e ordinò lo sgombero, e gli eredi risposero offrendo in dono tutto quello che c'era dentro pur di ottenere in cambio il vincolo di conservazione. Senza quell'ordine di sgombero, con ogni probabilità i mobili sarebbero stati divisi fra i figli e la casa affittata a chiunque, e oggi in via Antonio Bosio ci sarebbe una targa e basta.

Il seguito è meno edificante e va detto lo stesso. L'atto del 28 dicembre 1942 fu formalmente rispettato ma non accompagnato da alcun piano di manutenzione: per quasi vent'anni la casa restò chiusa e si degradò. Solo nel 1961, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte, e solo dopo una nuova sollecitazione dei figli dello scrittore e di un gruppo di intellettuali, il Ministero della Pubblica Istruzione affidò la custodia a un istituto appositamente costituito. Fra la donazione e la tutela effettiva passarono diciannove anni. È una storia italiana esemplare, e mi pare doveroso raccontarla per intero invece di limitarsi alla parte commovente.

C'è poi un secondo fatto risaputo che quasi nessuno cita: l'Istituto che gestisce la casa non è nato per gestire una casa. Nacque nel 1961 su iniziativa di Umberto Bosco, dantista e futuro direttore dell'Enciclopedia Dantesca, e sull'onda di un congresso internazionale di studi pirandelliani; il primo comitato direttivo metteva insieme studiosi e uomini di teatro, da Franca Angelini ad Alessandro d'Amico, da Diego Fabbri a Paolo Grassi, da Rossella Falk a Renzo Ricci, da Luigi Squarzina a Bonaventura Tecchi. Lo scopo statutario, formulato allora e mai cambiato, parla di promuovere ricerche e studi sulla vita e sull'opera di Pirandello e sul teatro contemporaneo. L'atto costitutivo del 1961 fu rinnovato e perfezionato il 26 luglio 1979, e il riconoscimento della personalità giuridica arrivò con decreto ministeriale del 4 dicembre 1997, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 febbraio 1998. La casa museo, in tutto questo, è la conseguenza di un progetto di ricerca, non il suo scopo.

La foto giusta da fare a Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Chiedete prima se si può fotografare, sempre: qui non c'è un regolamento affisso all'ingresso come nei musei civici, e la risposta dipende dall'ambiente e da che cosa avete in mano. Detto questo, la fotografia che vale la pena portarsi via da questa casa è una sola, e non è la macchina da scrivere.

La macchina da scrivere è l'immagine che tutti fanno, ed è anche quella che circola in rete: piccola, portatile, appoggiata sul piano, perfetta per un'inquadratura frontale. È una bella fotografia e ve la farete comunque. Ma è un ritratto di oggetto, e dice poco. La fotografia giusta è quella che tiene insieme la scrivania e la finestra: vi mettete di lato, con le vetrate del soggiorno-studio sulla destra e il piano di lavoro in primo piano, e lasciate che la luce entri nell'inquadratura invece di combatterla. Quello che ne esce non è la foto di un mobile, è la foto di un punto di vista: esattamente quello che aveva davanti agli occhi un uomo che alzava la testa dal foglio.

Se avete una macchina che vi permette di lavorare sui tempi, provate un'esposizione lunga senza flash, appoggiando la fotocamera a una superficie stabile. Le stanze sono luminose ma non sfacciate, e il flash appiattisce tutto, rovina i colori dei quadri di Fausto e infastidisce chi vi accompagna. Se avete solo il telefono, aumentate leggermente l'esposizione e allontanatevi di un passo: la tentazione di riempire l'inquadratura con l'oggetto è la rovina di ogni fotografia d'interno.

Una raccomandazione che vale come opinione netta: nella camera da letto, se vi lasciano fotografare, non fotografate il letto. È l'inquadratura più facile e la più insulsa, e ha qualcosa di voyeuristico che non aggiunge nulla. Fotografate invece la divisa della Reale Accademia d'Italia appesa. Quel capo di vestiario, in questa casa, contiene una storia intera: l'onore ricevuto da un regime, la nomina del 1929, la medaglia del Nobel finita in fonderia sei anni dopo. Una fotografia che fa pensare vale dieci fotografie che documentano.

Fuori, prima di andarvene, girate l'angolo e fate uno scatto alla targa stradale. Via Antonio Bosio, con il nome dell'esploratore delle catacombe, sotto il numero civico della casa di Pirandello: è la fotografia che chiude il racconto e che nessuno pensa mai a fare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo, in ordine di clamore, è il duello. Nel 1926 Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli si batterono con la spada nel giardino di casa Pirandello, e la fotografia di quel duello è conservata nell'archivio fotografico dell'Istituto. All'origine c'era una polemica letteraria degenerata in uno schiaffo dato in pubblico; i duelli con la spada erano ormai vietati ma tollerati purché condotti con discrezione, e la formula era quella del primo sangue, cioè vinceva chi feriva per primo. I due si riconciliarono. Che due dei maggiori scrittori italiani del Novecento si siano affrontati con le armi in mano nel giardino di un terzo, e che il terzo sia il futuro premio Nobel, è il genere di episodio che sembra inventato per un romanzo e invece è documentato da una lastra.

Il secondo avvenimento è il telegramma del novembre 1934. In questa casa, in queste stanze, arrivò la comunicazione dell'Accademia di Svezia. Provate a immaginare la scena senza retorica: un uomo di sessantasette anni, solo in un appartamento all'ultimo piano di un villino di periferia, con il figlio al piano di sotto e l'autista nella stanza accanto, che apre un telegramma e scopre di aver vinto il Nobel. Nessuna folla, nessuna cerimonia. La cerimonia sarebbe arrivata a Stoccolma un mese dopo, il 10 dicembre.

Il terzo è la morte, il 10 dicembre 1936, nella camera da letto che si visita. Con essa il rifiuto dei funerali di Stato offerti dal regime e l'applicazione del testamento del 1911: il carro d'infima classe, nessun accompagnamento, la cremazione. Fu il gesto pubblico più radicale della sua vita, e lo fece da morto.

Il quarto avvenimento non ha nulla di romanzesco e pesa più di tutti: il 10 novembre 1938 lo Stato comprò il villino per farne la sede dell'Ufficio Centrale Metrico e il Ministero delle Corporazioni intimò lo sgombero. Fu quell'ordine burocratico a provocare la donazione del 28 dicembre 1942 e quindi la nascita, tortuosa e tardiva, di questa casa museo. La conservazione della memoria di Pirandello a Roma nasce da una pratica di esproprio.

Il quinto è il 1961: nel venticinquesimo anniversario della morte la custodia dello Studio passa all'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo, appena costituito. Da quel momento la casa smette di essere un deposito chiuso e diventa un luogo di studio. Il sesto, molto più recente e altrettanto importante, è la stagione dei restauri e delle digitalizzazioni: dal 2010 in avanti, con il sostegno di fondazioni private, sono stati restaurati volumi, documenti e circa mille negativi fotografici, ed è stata costruita la collezione digitale che oggi permette a uno studioso di Buenos Aires di leggere una postilla di Pirandello senza salire queste scale.

Chi è passato da Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Cominciamo dai familiari, perché in questa casa erano parte del paesaggio quotidiano. Stefano Pirandello, il primogenito, viveva al piano di sotto con la propria famiglia: scrittore e drammaturgo di suo, firmò a lungo con lo pseudonimo Stefano Landi per non pesare sul cognome del padre, e fu lui a proporgli nel 1924 di mettersi alla testa del Teatro d'Arte. Fausto Pirandello, il secondogenito maschio, saliva qui con i suoi quadri: quattro sue opere sono appese alle pareti dello Studio, e nella collezione è documentato un olio su tavola del 1929. Lietta, la figlia, era stata al centro del delirio geloso della madre e visse a lungo lontano dall'Italia. E c'era Francesco Armellini, l'autista e factotum, che occupava la stanza accanto e che fu una delle poche presenze costanti degli ultimi anni.

Poi ci sono gli ospiti. Il soggiorno-studio era una stanza di conversazione, e vi passarono familiari e personalità della cultura del tempo. Fra i nomi ricorrenti nella documentazione dell'Istituto c'è Lucio d'Ambra, scrittore, giornalista e regista cinematografico, il cui archivio è arrivato in questa casa nel 2024, chiudendo un cerchio a quasi un secolo di distanza. C'è Eduardo De Filippo, che con Pirandello ebbe un rapporto di lavoro e di ammirazione e che tradusse in napoletano Il berretto a sonagli. C'è Marta Abba, prima attrice del Teatro d'Arte e destinataria delle circa cinquecento lettere scritte fra il 1926 e il 1936.

Nel giardino, nel 1926, passarono Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli, e ci passarono con la spada in mano. Bontempelli, teorico del realismo magico e direttore della rivista 900, era all'epoca uno degli intellettuali più influenti d'Italia; Ungaretti veniva dall'esperienza del fronte e da Il porto sepolto. La riconciliazione fu immediata, l'amicizia sopravvisse.

Dopo il 1961 la casa ha cambiato genere di frequentazione, ma non ha smesso di riceverne. Ci sono passati gli studiosi che hanno fatto la fortuna critica di Pirandello nel secondo Novecento: Umberto Bosco, che l'Istituto lo fondò; Alessandro d'Amico, curatore delle edizioni maggiori, il cui archivio personale è qui dal 2012; Franca Angelini, che insegnò letteratura italiana alla Sapienza e il cui fondo è arrivato nel 2015. Ci passano ogni anno dottorandi, registi in cerca di una lettura, traduttori che vengono a controllare una variante su un autografo. È una casa che ha continuato a lavorare dopo la morte del padrone, il che, per chi ha scritto Sei personaggi in cerca d'autore, sembra quasi un finale scritto apposta.

Che cosa scriveva Pirandello negli anni di via Antonio Bosio

Gli ultimi tre anni non furono un ritiro. Fra il 1933 e il 1936 Pirandello continuò a lavorare a ritmo pieno: rivedeva i testi per le edizioni definitive, seguiva le traduzioni che uscivano in mezzo mondo, teneva una corrispondenza fittissima e scriveva. Le Novelle per un anno, il grande progetto di trecentosessantacinque racconti uno per ogni giorno, restarono incompiute ma occuparono la sua scrivania fino all'ultimo: la raccolta si fermò intorno alle duecentoquaranta novelle, ed è oggi il serbatoio da cui il cinema italiano ha attinto per decenni, dai fratelli Taviani in avanti.

Il cantiere più importante di quegli anni fu però I giganti della montagna, il mito teatrale rimasto incompiuto, la cui ultima parte non fu mai messa per iscritto. La tradizione familiare vuole che l'autore ne avesse dettato o raccontato il finale al figlio Stefano nelle ultime ore, e che quel finale ruotasse intorno all'immagine di un albero: una tradizione che va riportata come tale, perché il testo scritto si interrompe prima. Quello che resta è comunque una delle opere più visionarie del teatro europeo del Novecento, dove una compagnia di attori povera e ostinata porta la poesia a un pubblico di giganti che non la vuole. Scriverla in questa casa, negli anni della divisa accademica appesa in camera da letto, dice molto più di qualunque dichiarazione politica.

Il teatro in siciliano e la lingua di Pirandello

Un capitolo che si trascura sempre e che in questa casa ha un riscontro materiale è quello della produzione in dialetto. Fra il 1916 e il 1920 Pirandello scrisse o riscrisse in siciliano una serie di testi per Angelo Musco e per la compagnia di Nino Martoglio, e tradusse in siciliano il Ciclope di Euripide con il titolo 'U Ciclopu, il cui manoscritto autografo è conservato negli archivi dell'Istituto. Non era folclore: era il lavoro di un filologo che si era laureato a Bonn con una tesi sui suoni della parlata di Girgenti e che sapeva perfettamente quanta verità stia dentro una lingua che nessuno usa per scrivere. Chi visita la casa e chiede di questo aspetto ottiene quasi sempre una conversazione più interessante della media.

Quanto costa una giornata pirandelliana a Roma e come si risparmia

La visita a questa casa, per come è organizzata, non pesa sul bilancio di una giornata romana: l'Istituto non pubblica una tariffa e l'accesso avviene per appuntamento. Il costo vero della giornata lo fanno gli altri ingressi e i trasporti. Un biglietto integrato dei musei di Villa Torlonia consente di vedere Casino Nobile e Casina delle Civette con un titolo unico, e le tariffe aggiornate si trovano sul sito del sistema museale civico. Per i trasporti, un titolo giornaliero della rete urbana copre metropolitana, tram e autobus e si ripaga già con tre corse.

Il risparmio più intelligente, comunque, non è tariffario ma di programmazione: concentrare in un unico pomeriggio tutte le mete di questo quadrante evita di attraversare la città due volte. Chi ha diritto a riduzioni, gli under diciotto e i cittadini dell'Unione Europea in fascia agevolata, deve portare un documento: nei musei civici il controllo è puntuale.

Quanto dura la visita allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Mettete in conto fra quaranta minuti e un'ora. Tre ambienti si girano in un quarto d'ora scarso; il resto del tempo lo fa il racconto, e il racconto si allunga in proporzione alle domande che portate. Ho visto visite di venti minuti e visite di un'ora e mezza nella stessa casa, con lo stesso accompagnatore: la differenza era interamente nel visitatore.

Chi viene per consultare l'archivio o la biblioteca ragiona su un'altra scala: si prende una mattina intera, si arriva alle 10 e si lavora fino alla chiusura, avendo concordato prima che cosa si intende vedere. Il martedì, con l'orario prolungato fino alle 19, è il giorno che rende di più. Tenete presente che si tratta di materiale d'archivio soggetto a regolamento: non si sfoglia, si richiede.

Se dovete incastrare la visita in una giornata romana, il modello che funziona meglio è questo: mattina ai musei di Villa Torlonia, pranzo nella zona di piazza Bologna o lungo via Nomentana, primo pomeriggio qui, tardo pomeriggio a piedi verso il quartiere Coppedè o verso le catacombe di Sant'Agnese. Sono tutti spostamenti sotto i venti minuti a piedi o una fermata di tram.

La Casa Museo di Luigi Pirandello con i bambini e con i ragazzi

Sarò franco: con i bambini piccoli, sotto i dieci anni, questa non è una visita che consiglio. Non ci sono postazioni interattive, non ci sono ricostruzioni, non c'è nulla da toccare, e la casa richiede un silenzio che a quell'età è una tortura. Ci sono a Roma decine di luoghi più adatti, a cominciare dai parchi e dai musei scientifici.

Con i ragazzi delle superiori, invece, funziona benissimo, e per una ragione precisa: Pirandello è nei programmi di quinta, e vedere la scrivania di un autore che si sta studiando produce un effetto che nessuna lezione ottiene. Il consiglio per gli insegnanti è di non arrivare con la classe intera per una visita generica ma di costruire un percorso su un testo: chi ha letto Il fu Mattia Pascal guarda la biblioteca con occhi diversi, chi ha letto i Sei personaggi capisce che cosa significhi un archivio di copioni. L'Istituto lavora con le scuole e organizza attività didattiche: se ne parla in fase di prenotazione, con largo anticipo, perché i posti e le disponibilità sono limitati.

Con i ragazzi delle medie il risultato dipende tutto da quanto siete disposti a lavorare voi. Se raccontate la storia del duello nel giardino, quella della medaglia del Nobel fusa e quella del viaggio delle ceneri, tenete l'attenzione senza sforzo: sono tre racconti che funzionano a qualunque età. Se vi limitate a dire che qui abitava un grande scrittore, li perdete alla seconda stanza.

Accessibilità dello Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Il punto va affrontato con onestà, perché riguarda parecchie persone. L'appartamento è all'ultimo piano di un villino di primo Novecento, e un edificio di quel tipo e di quell'epoca non nasce accessibile. Chi ha difficoltà motorie, chi usa una sedia a rotelle o chi accompagna una persona anziana deve chiedere in fase di prenotazione quali siano le condizioni effettive di accesso: quante rampe di scale, se ci sia un ascensore e di che dimensioni, se esistano soluzioni alternative. Sono informazioni che l'Istituto fornisce, e chiederle prima evita un viaggio a vuoto.

Una volta dentro, gli spazi sono ridotti: tre ambienti arredati, con passaggi stretti fra mobili originali che non si possono spostare. Anche i gruppi numerosi ne risentono, ed è un altro motivo per cui la visita si concorda in anticipo. Per chi ha difficoltà uditive, la visita è essenzialmente parlata: se avete bisogno di un supporto, segnalatelo per posta elettronica quando prenotate.

Per chi non può salire, resta una strada che non è un ripiego: la collezione digitale dell'Istituto mette a disposizione manoscritti, fotografie, volumi annotati e documentazione sul Nobel, consultabili da casa. Non è la stessa cosa che vedere la scrivania. Ma è più di quanto offra la maggior parte dei musei italiani.

Che cosa vedere intorno allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Villa Torlonia, a cinque minuti a piedi

Attraversata via Nomentana si entra in Villa Torlonia, il parco che fu residenza della famiglia Torlonia e poi, dal 1925 al 1943, dimora romana di Mussolini per un affitto simbolico. Il complesso comprende il Casino Nobile, la Casina delle Civette con la sua straordinaria raccolta di vetrate liberty, la Serra Moresca e i due obelischi di Villa Torlonia fatti erigere da Alessandro Torlonia in memoria dei genitori. È il complemento naturale di questa visita: nello stesso quartiere e negli stessi anni, la casa di tre stanze di uno scrittore e la villa del capo del governo.

Le catacombe e la Roma sotterranea del quadrante nord

Il tema toponomastico della zona non è un vezzo: poco più a nord, lungo la via Salaria, si aprono le catacombe di Priscilla, uno dei cimiteri cristiani più antichi e più ricchi di pittura di Roma, e sotto la via Nomentana corre il complesso di Sant'Agnese. Chi vuole capire perché la strada di Pirandello porti il nome di Antonio Bosio dovrebbe scendere in una di queste gallerie nello stesso giorno: il contrasto fra il buio delle catacombe e la luce delle vetrate del soggiorno-studio vale l'itinerario.

Il quartiere Coppedè e i villini del Nomentano

A una decina di minuti a piedi verso ovest si apre il quartiere Coppedè, il gruppo di edifici che Gino Coppedè costruì fra il 1913 e il 1927 mescolando medioevo, barocco e liberty in un modo che non ha uguali in Italia. È esattamente contemporaneo del villino di via Antonio Bosio, e serve a capire quale fosse il gusto architettonico della Roma in cui Pirandello trovò casa. Passeggiare lungo via Alessandro Torlonia e via Michele di Lando restituisce lo stesso quadro in versione minore e più autentica.

Villa Ada e il verde a nord

Chi vuole chiudere la giornata all'aperto ha Villa Ada a poco più di un chilometro, il secondo parco pubblico di Roma per estensione, con i suoi laghetti e il bunker sabaudo. In estate ospita una rassegna di concerti che va avanti da decenni.

Un itinerario pirandelliano e letterario a Roma

Questa casa è il punto d'arrivo di una geografia letteraria romana che merita di essere percorsa per intero. Se avete due o tre giorni e un interesse serio per gli scrittori del Novecento, ecco come la costruirei.

Si parte da Casa Moravia, l'appartamento sul Lungotevere della Vittoria dove Alberto Moravia visse dal 1963 alla morte, oggi visitabile e mantenuto con la stessa filosofia di questa casa: gli oggetti dove li aveva lasciati il proprietario. Si prosegue con il Museo Mario Praz a palazzo Primoli, che è il caso opposto, cioè la casa di un collezionista costruita come opera d'arte totale, e che qualunque lettore de La casa della vita deve vedere almeno una volta.

Si aggiunge la Casa delle Letterature in piazza dell'Orologio, che non è una casa museo ma un centro di attività letteraria con una biblioteca specializzata, e la Casa della Memoria e della Storia in Trastevere per il versante novecentesco e civile. Per il Novecento delle arti figurative, il Museo Hendrik Christian Andersen e il Museo Pietro Canonica a Villa Borghese raccontano due studi d'artista conservati, ed è interessante confrontarli con lo studio di uno scrittore. Il Museo Carlo Bilotti, sempre a Villa Borghese, conserva opere di Giorgio de Chirico, cioè dell'artista che di Pirandello fu quasi coetaneo nel modo di trattare il doppio e l'enigma.

Chi vuole chiudere il cerchio sulla vicenda delle ceneri può salire al cimitero del Verano, dove l'urna rimase undici anni prima del viaggio siciliano del 1947. Per il versante teatrale, i palcoscenici che raccontano la Roma di Pirandello e quella di oggi vanno dal Teatro Sala Umberto al Teatro Brancaccio, entrambi ancora in attività e con cartelloni che ospitano regolarmente allestimenti pirandelliani. Per la musica e la parola contemporanee c'è l'Auditorium Parco della Musica e, per il teatro di tradizione classica, il Teatro Olimpico. Chi si interessa di libri antichi e di storia delle biblioteche, dopo aver visto i duemila volumi di Pirandello, troverà pane per i suoi denti alla Biblioteca Casanatense, in via di Sant'Ignazio, la più antica biblioteca pubblica di Roma per fondazione domenicana.

Quando andare allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello e quando evitarlo

Il periodo migliore va da ottobre a giugno, con una preferenza per l'autunno e per la primavera. In luglio e agosto la città si svuota e l'Istituto sospende l'apertura al pubblico nelle settimane centrali dell'estate: per quest'anno il sito ufficiale indica la chiusura dal 23 luglio al 21 agosto. Chi programma un viaggio in quel periodo deve semplicemente togliere questa voce dall'elenco.

Nella settimana, il martedì resta il giorno migliore per l'orario prolungato. Il lunedì mattina è il momento in cui gli uffici hanno più arretrato da smaltire; il venerdì pomeriggio, per ragioni che chiunque abbia lavorato in un ufficio conosce, è il meno produttivo per una conversazione lunga. Nel fine settimana non si entra, punto.

Ci sono due date che meritano un'attenzione speciale. La prima è il 10 dicembre, anniversario della morte e insieme anniversario della cerimonia del Nobel: intorno a quella data l'Istituto e le istituzioni culturali romane organizzano spesso incontri e iniziative, e conviene controllare in anticipo. La seconda è il 28 giugno, anniversario della nascita. In entrambi i casi l'affluenza è maggiore e l'appuntamento va chiesto con settimane di anticipo.

Perché vale la pena visitare la Casa Museo di Luigi Pirandello

Roma ha centinaia di musei e una manciata di case. La differenza fra le due categorie è che in un museo si guardano oggetti selezionati da qualcuno, in una casa si guarda quello che restava a una persona il giorno in cui ha smesso di viverci. Qui ci sono le medicine nel cassetto, il bastone accanto agli abiti, i libri che si aprono dove li apriva lui. Non è un allestimento, è un'interruzione.

Aggiungo una considerazione che riguarda il mestiere di chi accompagna: questa casa è uno dei pochi luoghi romani in cui si può spiegare a un gruppo che cosa significhi concretamente conservare. I volumi restaurati per i danni delle muffe e dei tarli, i mille negativi ricollocati in custodie di cartoncino non acido, gli inventari rifatti, la digitalizzazione finanziata a tranche successive: sono operazioni invisibili al pubblico e sono la ragione per cui fra cent'anni si potrà ancora leggere una postilla a matita. Chi esce da qui avendo capito questo ha imparato più di quanto avrebbe imparato in tre grandi musei.

Domande veloci su Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Dove si trova esattamente lo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

In via Antonio Bosio 13/b, nel quartiere Nomentano, all'ultimo piano di un villino di primo Novecento a pochi passi da via Nomentana e da Villa Torlonia. Il recapito ufficiale dell'Istituto indica via Antonio Bosio 13B - 15, 00161 Roma, perché l'edificio ha due numerazioni civiche.

Serve prenotare per visitare la Casa Museo di Luigi Pirandello

Sì, sempre. La visita avviene per appuntamento e si concorda scrivendo a posta@studiodiluigipirandello.it. Non esiste un ingresso libero a orari fissi come nei musei civici.

Quali sono gli orari dello Studio Pirandello

Dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 17, il martedì fino alle 19. Chiuso il sabato, la domenica e nei giorni festivi. Nelle settimane centrali dell'estate l'apertura al pubblico viene sospesa: per quest'anno il sito ufficiale indica il periodo fra il 23 luglio e il 21 agosto.

Quanto costa il biglietto per la Casa Museo di Luigi Pirandello

L'Istituto non pubblica una tariffa d'ingresso. La questione va posta direttamente quando si concorda l'appuntamento per posta elettronica.

Quanto dura la visita allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Fra quaranta minuti e un'ora, a seconda di quanto si dialoga con chi accompagna. Gli ambienti sono tre e si percorrono in pochi minuti: il valore è nel racconto.

Si può visitare la Casa Museo di Luigi Pirandello il sabato o la domenica

No. L'Istituto osserva orari d'ufficio dal lunedì al venerdì e nel fine settimana resta chiuso. Chi viene a Roma solo per il fine settimana deve rinunciare o spostare il viaggio di un giorno.

Si possono fare fotografie dentro lo Studio Pirandello

Chiedete al momento della visita: non c'è un regolamento affisso e la risposta dipende dall'ambiente. Il flash, in ogni caso, è da evitare per rispetto dei quadri e di chi vi accompagna.

La Casa Museo di Luigi Pirandello è accessibile in sedia a rotelle

L'appartamento è all'ultimo piano di un villino di primo Novecento e gli spazi interni sono stretti. Le condizioni effettive di accesso vanno chieste all'Istituto in fase di prenotazione, prima di mettersi in viaggio.

Quante stanze si visitano

Tre ambienti: il soggiorno-studio, la camera da letto e la terrazza. È un appartamento, non un palazzo.

Che cosa si vede nello Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

Gli arredi originali del 1933, la scrivania, le due librerie a vetrine, i savonarola, la macchina da scrivere portatile, circa duemila volumi della biblioteca personale, i quadri fra cui quattro opere del figlio Fausto, gli abiti, i cappelli, il bastone e la divisa della Reale Accademia d'Italia, e il diploma del Premio Nobel.

C'è la medaglia del Premio Nobel di Pirandello

No. Nel 1935 Pirandello la consegnò alla campagna dell'oro alla patria promossa dal regime durante la guerra d'Etiopia, e fu fusa. In casa resta il diploma.

Pirandello è morto in questa casa

Sì. Morì la mattina del 10 dicembre 1936, nella camera da letto dell'appartamento, per una broncopolmonite contratta poche settimane prima mentre seguiva a Cinecittà le riprese di un film tratto da Il fu Mattia Pascal.

Dove sono le ceneri di Pirandello

Ad Agrigento, nella contrada Caos, sotto un pino, dove furono sistemate definitivamente nel 1962. Prima erano rimaste undici anni al cimitero del Verano a Roma e poi, dal 1947, ad Agrigento in altra collocazione.

Chi gestisce la Casa Museo di Luigi Pirandello

L'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo, costituito nel 1961 su iniziativa di Umberto Bosco, cui il Ministero della Pubblica Istruzione affidò la custodia dello Studio in occasione del venticinquesimo anniversario della morte dello scrittore.

Si possono consultare gli archivi e la biblioteca

Sì, negli stessi orari degli uffici e previo appuntamento, secondo un regolamento pubblicato dall'Istituto. Occorre dichiarare in anticipo su quali materiali si intende lavorare.

Che cosa contengono gli archivi dello Studio Pirandello

L'Archivio Luigi Pirandello con manoscritti autografi, fra cui Enrico IV e 'U Ciclopu, lettere, bozze e appunti; l'archivio fotografico e iconografico; il Fondo Marta Abba; l'Archivio Ugo Betti; l'Archivio Alessandro d'Amico; il fondo di Franca Angelini; l'Archivio Lucio d'Ambra.

Si può consultare qualcosa da casa

Sì. L'Istituto ha digitalizzato una parte consistente del patrimonio e la pubblica nella propria collezione digitale: manoscritti teatrali, fotografie, volumi con dedica, volumi annotati, copertine d'autore, documentazione sul Nobel.

La Casa Museo di Luigi Pirandello è adatta ai bambini

Poco, sotto i dieci anni: non ci sono attività interattive e la visita richiede silenzio e attenzione. Funziona molto bene con gli studenti delle superiori, soprattutto se hanno letto un testo prima di venire.

Come si arriva allo Studio Pirandello con i mezzi pubblici

Metropolitana linea B, stazioni Bologna o Policlinico, dieci o dodici minuti a piedi da entrambe. Tram 3 e 19 lungo viale Regina Margherita, con fermata all'incrocio con via Nomentana. Le linee di superficie che percorrono via Nomentana lasciano davanti a Villa Torlonia.

C'è un parcheggio vicino alla Casa Museo di Luigi Pirandello

Solo strisce blu su strade residenziali strette, e nelle ore centrali della giornata trovare posto è improbabile. Il consiglio è di usare la metropolitana.

Che differenza c'è fra questa casa e la Casa Natale di Pirandello in Sicilia

La casa natale è quella della contrada Caos, alle porte di Agrigento, dove Pirandello nacque nel 1867 e dove oggi riposano le sue ceneri. Lo Studio di via Antonio Bosio è invece l'ultima dimora, quella degli anni fra il 1933 e il 1936, ed è l'unica che conservi gli arredi, i libri e gli oggetti nella disposizione in cui li lasciò.

Pirandello ha scritto i Sei personaggi in questa casa

No. Sei personaggi in cerca d'autore andò in scena al Teatro Valle il 9 maggio 1921, quando lo scrittore abitava altrove. In questa casa si trasferì definitivamente nel 1933, e qui scrisse fra l'altro le pagine di I giganti della montagna, rimasto incompiuto.

Dove ricevette la notizia del Premio Nobel

Proprio qui. Il telegramma dell'Accademia di Svezia arrivò a Roma in questo appartamento nel novembre del 1934; la cerimonia si tenne a Stoccolma il 10 dicembre dello stesso anno.

Che cosa vedere vicino allo Studio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello

I musei di Villa Torlonia con la Casina delle Civette, a cinque minuti a piedi; il quartiere Coppedè a una decina di minuti; le catacombe di Priscilla lungo la via Salaria; Villa Ada per il verde.

Si organizzano visite per gruppi e per scuole

Sì, l'Istituto lavora con le scuole e riceve gruppi, ma gli spazi sono ridotti e la disponibilità limitata: la richiesta va inoltrata con largo anticipo per posta elettronica.

Qual è il giorno migliore per visitare lo Studio Pirandello

Il martedì, unico giorno con orario prolungato fino alle 19. Il tardo pomeriggio offre la luce migliore nel soggiorno-studio e il momento più tranquillo per parlare con chi accompagna.

Che cosa conviene leggere prima della visita

La prefazione del 1925 ai Sei personaggi in cerca d'autore, che in venti pagine spiega il metodo dell'autore, e almeno uno fra Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila. Chi ha tempo aggiunga L'umorismo del 1908.

Chiudo con l'opinione che mi sono fatto accompagnando qui gruppi molto diversi, dagli studenti ai lettori accaniti. Questa non è una visita spettacolare e non lo sarà mai: chi cerca meraviglia a Roma ha l'imbarazzo della scelta e farebbe bene ad andare altrove. È però una delle poche visite romane che cambiano il modo in cui si leggerà un libro. Si esce da via Antonio Bosio con l'immagine fisica di un uomo che a sessantasei anni ricomincia da capo in tre stanze, che riceve il Nobel da solo davanti a un telegramma, che consegna la medaglia a una guerra coloniale e che lascia scritto di essere portato via su un carro da poveri. Tenete tutte queste cose insieme, senza sceglierne una: è esattamente quello che il suo teatro chiede di fare con i personaggi.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoStudio Pirandello - Casa Museo di Luigi Pirandello - Via Antonio Bosio, 15, 00161 Roma RM, Italia
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