Casa delle Letterature

La Casa delle Letterature si trova a Roma in piazza dell'Orologio 3, dentro il complesso monumentale dell'ex Oratorio dei Filippini, l'edificio che Francesco Borromini costruì fra il 1637 e il 1667 accanto alla chiesa di Santa Maria in Vallicella, quella che tutti chiamano la Chiesa Nuova. Voglio dirlo subito, perché è la prima cosa che va chiarita e la prima che quasi nessuno chiarisce: la Casa delle Letterature non è un museo, non ha un biglietto, non ha un percorso di visita con le frecce per terra e non ha una biglietteria dove mettersi in fila. È una casa civica di Roma Capitale dedicata alla letteratura contemporanea, con una biblioteca specializzata, sale per gli incontri, un cortile e un programma di appuntamenti che si segue leggendo il calendario, non comprando un ticket. Chi ci arriva pensando di trovare una collezione da guardare rimane spiazzato per dieci minuti. Chi ci arriva sapendo che cos'è, ci resta un pomeriggio intero.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Ho accompagnato per anni gruppi lungo la dorsale barocca che va da piazza Navona a Campo de' Fiori, e ogni volta che passavamo davanti al portone di piazza dell'Orologio qualcuno alzava lo sguardo verso la torre e chiedeva che cosa fosse quel campanile strano, tutto ferro e curve, con l'orologio in cima e un mosaico dorato sotto il quadrante. Rispondevo che era Borromini, che la torre è del 1648, che il mosaico raffigura la Madonna della Vallicella su disegno di Pietro da Cortona e che sotto quella torre, dietro quel portone, c'è una biblioteca pubblica dedicata ai libri scritti negli ultimi cent'anni. A quel punto qualcuno chiedeva sempre se si potesse entrare. La risposta è sì, ed è gratis, e questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere una pagina lunga su un luogo che nelle guide di Roma occupa in genere tre righe o nemmeno quelle.

Dove si trova la Casa delle Letterature e come ci si arriva

L'indirizzo è piazza dell'Orologio 3, nel Municipio I, a poche decine di metri da corso Vittorio Emanuele II e a un tiro di schioppo dalla Chiesa Nuova. La piazza è piccola, irregolare, incastrata fra via dei Banchi Nuovi, via del Governo Vecchio e la salita di Monte Giordano: uno di quei larghi romani che non sembrano progettati ma cresciuti, dove le automobili girano a fatica e i muri sono ancora quelli del Cinquecento e del Seicento. Ci si arriva senza alcuna difficoltà a piedi, ed è il modo che consiglio a chiunque, perché il percorso di avvicinamento fa parte dell'esperienza almeno quanto la biblioteca.

A piedi da piazza Navona e da Campo de' Fiori

Da piazza Navona si esce dal lato di Sant'Agnese in Agone, si prende via di Tor Millina, si sbuca in via del Governo Vecchio e la si percorre tutta in direzione del Tevere: sette, otto minuti di camminata lenta, con le vetrine dei rigattieri, i portoni con gli stemmi consunti e quel misto di botteghe storiche e locali nuovi che è ormai il carattere della strada. Via del Governo Vecchio finisce esattamente su piazza dell'Orologio: la torre appare all'improvviso sulla sinistra, e la prima volta è un piccolo colpo di teatro. Da Campo de' Fiori il tempo è quasi identico: si taglia verso via dei Cappellari o via del Pellegrino, si attraversa corso Vittorio all'altezza della Chiesa Nuova e si gira dietro l'abside, entrando nel dedalo dei Filippini da via dei Filippini o da via della Chiesa Nuova.

Autobus, tram e stazioni della metropolitana

Corso Vittorio Emanuele II è a meno di duecento metri e resta la spina dorsale del trasporto pubblico di superficie in questa parte di centro: le linee che lo percorrono fermano davanti alla Chiesa Nuova o poco più avanti, all'altezza di sant'Andrea della Valle, e da qualunque fermata si arriva a piazza dell'Orologio in tre o quattro minuti a piedi. Chi viene in metropolitana deve mettere in conto una camminata: le stazioni della linea A più utili sono Barberini e Spagna, entrambe distanti una ventina di minuti a piedi, mentre chi arriva dalla stazione Termini fa prima con un autobus di superficie che con qualsiasi combinazione sotterranea. In questi anni la zona è interessata dai cantieri della metro C, e conviene sempre verificare deviazioni e fermate provvisorie prima di mettersi in viaggio: il centro storico romano è un organismo che cambia pelle di continuo.

Il portone di piazza dell'Orologio 3

L'ingresso della Casa delle Letterature non è monumentale e non è pensato per essere spettacolare: è un portone che si apre sulla piazza, con la targa e il campanello, e dietro c'è il corpo del complesso filippino. Chi si aspetta un atrio di marmi policromi resta deluso; chi conosce Borromini sa che l'austerità è parte del progetto, e che il gioco vero, in questo edificio, è tutto nelle proporzioni, nella luce e nel modo in cui il mattone è lavorato. La Casa occupa una porzione ben precisa del complesso: non tutto l'ex Oratorio, che ospita anche altri istituti di cui parlerò più avanti.

Che cos'è davvero la Casa delle Letterature: una casa civica, non un museo

Insisto sul punto perché è la fonte di tutti gli equivoci. La Casa delle Letterature è un centro cittadino interamente dedicato alle letterature italiana e straniera del Novecento e del nuovo millennio. Dipende dall'amministrazione capitolina, si inserisce nella rete dell'Istituzione Biblioteche di Roma Capitale e lavora in collaborazione con università, istituzioni culturali, associazioni pubbliche e private, italiane e straniere. La sua ragione sociale non è conservare oggetti e mostrarli: è mettere in contatto chi scrive e chi legge, in una città che di letteratura vive da secoli ma che fino al 2000 non aveva un indirizzo civico dedicato esclusivamente a questo.

Niente biglietto, niente percorso di visita

Non esiste un biglietto della Casa delle Letterature. Non esiste una tariffa ridotta, non esiste l'audioguida, non esiste il bookshop d'uscita. Esiste un calendario di incontri, presentazioni, letture, convegni, laboratori e mostre documentarie, e la regola quasi invariabile è l'ingresso libero fino a esaurimento dei posti, con prenotazione consigliata quando l'evento è molto atteso. Esiste inoltre una biblioteca che si frequenta come si frequenta una biblioteca: si entra, ci si siede, si consulta, in certi casi si prende in prestito. Questa è la differenza fondamentale rispetto a un museo, ed è anche la ragione per cui la Casa delle Letterature non compare nei circuiti turistici organizzati: non c'è nulla da vendere.

Il pubblico che la frequenta

Il pubblico è misto in un modo che a Roma si vede raramente. Ci sono gli studenti universitari della Sapienza e di Roma Tre che vengono a lavorare in sala, ci sono i residenti del rione che scendono per la presentazione della sera, ci sono i redattori e i traduttori che passano per un titolo introvabile, ci sono i turisti colti che hanno letto il nome da qualche parte e vogliono capire, e ci sono gli scrittori, che qui vengono a parlare e qualche volta anche solo a sedersi. La Casa delle Letterature funziona bene proprio perché non è un luogo di consumo culturale rapido: è un luogo dove si sta.

Che cosa aspettarsi in concreto

Se ci si arriva in un giorno qualunque, senza eventi in programma, si trova una biblioteca specializzata e un edificio seicentesco. Se ci si arriva in una sera di programmazione, si trova una sala piena, un autore che parla, un moderatore che lo incalza e settanta, ottanta, cento persone che ascoltano. Entrambe le cose valgono il viaggio, ma sono esperienze diverse, e conviene sapere in anticipo quale delle due si sta cercando: il calendario si consulta sui canali dell'Istituzione Biblioteche di Roma e sul portale culturale di Roma Capitale.

La nascita della Casa delle Letterature nel maggio del 2000

La Casa delle Letterature è stata fondata nel maggio del 2000 ed è stata la prima "Casa" del sistema culturale cittadino romano. Questo dettaglio, che a prima vista sembra una nota d'archivio, è invece la chiave per capire tutto il resto. Alla fine degli anni Novanta l'amministrazione capitolina elaborò un'idea semplice e piuttosto radicale: invece di costruire nuovi contenitori, prendere edifici storici sottoutilizzati e assegnarli a un linguaggio, uno per volta. Una casa per la letteratura, poi una per il cinema, una per il jazz, una per l'architettura, una per la memoria e la storia, una per la traduzione. Non musei, non teatri, non centri congressi: case. Il vocabolario non era casuale, e neppure innocente.

Perché si chiama "casa" e non "centro"

Chiamare "casa" un'istituzione pubblica significa dichiarare che chi entra non è un visitatore ma un ospite, e che l'edificio non ha una collezione da difendere ma una comunità da accogliere. È una parola calda che nel lessico burocratico italiano stona, e proprio per questo funziona. La Casa delle Letterature nasce con questa ambizione dichiarata: essere un punto di incontro privilegiato fra gli scrittori e il pubblico, uno spazio di aggregazione per gruppi, tendenze, associazioni e istituzioni, un centro di interazione fra le letterature, le arti e i linguaggi della comunicazione culturale, un polo espositivo, una struttura per la divulgazione e la conservazione del patrimonio letterario, un luogo di lettura, e — la formula che preferisco fra quelle usate per descriverla — un'oasi da visitare, una stazione culturale nel centro di Roma.

La prima della serie

Essere stata la prima significa che tutte le altre case romane, quando sono nate, avevano già un precedente da guardare. La Casa delle Letterature ha fatto da prototipo, con i pregi e i limiti dei prototipi: ha dimostrato che un'istituzione leggera, senza collezioni permanenti e senza costi museali, poteva reggere un programma denso e attirare un pubblico fedele; ha anche mostrato quanto fragile sia un modello che dipende interamente dalla continuità della programmazione e dalla tenuta dei bilanci comunali. Nei venticinque anni e passa della sua storia la Casa ha attraversato amministrazioni diverse, riorganizzazioni, cambi di assessorato e periodi di sospensione. È sopravvissuta a tutti, il che, per un'istituzione culturale pubblica italiana, è già un risultato notevole.

Il rapporto con l'Istituzione Biblioteche di Roma

Oggi la Casa delle Letterature lavora dentro il perimetro dell'Istituzione Biblioteche di Roma Capitale, la rete che gestisce le biblioteche comunali della città. Questo la colloca in una posizione ibrida e interessante: è una biblioteca a tutti gli effetti, con un catalogo, un patrimonio e regole di consultazione e di prestito, ma è anche un centro di produzione culturale che progetta rassegne, cura festival, invita autori dall'estero. La doppia natura è la sua forza. Una biblioteca che programma incontri è una cosa comune; una biblioteca che cura un festival internazionale è un'altra cosa, e a Roma è un caso quasi unico.

Il complesso borrominiano che ospita la Casa delle Letterature

Adesso parliamo dell'edificio, perché la Casa delle Letterature vive dentro uno dei capolavori assoluti dell'architettura barocca romana e questa non è una nota di colore. Fra il 1637 e il 1640 i confratelli della Congregazione dell'Oratorio di san Filippo Neri scelsero Francesco Borromini come architetto del nuovo Oratorio da costruire accanto alla loro chiesa, Santa Maria in Vallicella. I lavori proseguirono fino al 1667, l'anno stesso della morte dell'architetto. È dunque un cantiere lungo trent'anni, che accompagna l'intera maturità di Borromini e ne registra le ossessioni.

Perché i Filippini scelsero Borromini

La scelta non era scontata. Borromini non era l'architetto aulico per eccellenza, non aveva la mano felice e mondana di Bernini, e la sua fama era già quella di un uomo difficile. I filippini, però, erano meno legati alla tradizione architettonica di rappresentanza e videro in lui l'artista impegnato nei confronti della professione, esercitata con grande disciplina: parole che descrivono bene sia il carattere di Borromini sia lo spirito della Congregazione, nata dal magistero di un santo che detestava la pompa. Fu un incontro fra un committente sobrio e un architetto rigoroso, e produsse un edificio che è insieme austero e vertiginoso.

"Un corpo umano con le braccia aperte"

Borromini stesso definì l'Oratorio "un corpo umano con le braccia aperte, come che abbracci ogni uno che entri". La frase è celebre e viene ripetuta in tutti i manuali, ma vale la pena fermarsi a considerarla mentre si sta davanti alla facciata, perché descrive esattamente ciò che si vede: il corpo centrale suddiviso in cinque settori da lesene su pianta concava, le ali che si aprono, il gioco fra la porzione centrale del primo ordine, curva verso l'esterno, e la profondità della nicchia dell'ordine superiore. Il timpano, per la prima volta nella storia dell'architettura, ha una sagoma mistilinea, che genera insieme movimento curvilineo e movimento angolare. È una facciata che respira. Ed è la facciata sotto la quale si passa per andare a leggere un romanzo contemporaneo, il che ha del comico e insieme del sublime.

Il mattone come materia da plasmare

La Congregazione chiese esplicitamente che la facciata fosse costruita in mattoni. Per Borromini, che amava i materiali semplici — il mattone, lo stucco, l'intonaco — non fu una limitazione ma un'occasione. Realizzò una "fodera" di laterizio sulla muratura mista, con arrotatura dei mattoni, stuccatura e stilatura dei giunti, e giocò sulle differenze di tessitura e di colore: la zona centrale della facciata e le sue lesene sono in mattoni sottili, di colore giallo paglierino, con giunti finissimi da due o tre millimetri; le parti restanti sono in mattoni normali di colore rosato, con giunti stilati intorno al centimetro, scandite da lesene anch'esse in laterizio, con riquadri che imitano il bugnato. La soluzione d'angolo dispone lesene giganti in mattoni sottili in modo da annullare l'angolo, sostituito da una porzione muraria concava. È virtuosismo puro, e nasce dalla frequentazione quotidiana del cantiere.

La sagramatura, ovvero il mattone levigato

Il laterizio dell'Oratorio è accuratamente levigato in opera con la tecnica della sagramatura: il mattone viene lisciato e trattato fino a diventare una superficie continua, quasi una pelle. Se ci si avvicina alla facciata e si guarda di taglio, controluce, la si vede: è una parete che riflette la luce come un tessuto, non come una muratura. Nei particolari costruttivi delle cornici e delle aperture questa qualità plastica diventa evidente. Consiglio sempre di dedicare cinque minuti a questa osservazione prima di entrare: cambia il modo in cui si guarda tutto il resto dell'edificio.

La distribuzione degli ambienti nell'edificio della Casa delle Letterature

Borromini concepì la distribuzione dei vari ambienti — oratorio, sacrestia, biblioteca — secondo criteri di funzionalità e di coerenza rappresentativa. Paolo Portoghesi ha sintetizzato la cosa con una formula esatta: nel complesso filippino si rileva "un tono aulico negli spazi collettivi, dimesso e accogliente quello degli ambienti destinati alla residenza privata". L'architetto incorporò la sacrestia fra un cortile e un giardino, creando una successione di spazi principali affiancati da due lunghi corridoi. Chi frequenta la Casa delle Letterature cammina dentro questa geometria senza quasi accorgersene.

L'oratorio vero e proprio

L'aula dell'oratorio, quella che oggi porta il nome di sala Borromini, ha una disposizione biassiale, determinata dall'altare sull'asse longitudinale e dall'ingresso progettato sull'asse trasversale. È una soluzione anomala e insieme logica: l'oratorio non era una chiesa, era il luogo dove si tenevano le prediche, le letture spirituali e la musica, e Borromini progettò uno spazio che funzionasse come sala d'ascolto prima ancora che come spazio liturgico. Se si pensa che oggi, nello stesso complesso, si ascoltano scrittori che leggono ad alta voce, la continuità funzionale è quasi commovente.

Il cortile

Il cortile interno è uno dei luoghi più belli e meno fotografati del centro di Roma. È un rettangolo regolare, porticato, con la muratura in laterizio e una luce che nelle ore centrali del giorno taglia il pavimento in diagonale. Non ha statue, non ha fontane monumentali, non ha nulla di ciò che una piazza barocca romana esibisce di solito: ha proporzioni. Ed è precisamente per questo che ci si ferma.

Le gallerie interne e il giardino degli aranci

Fra i servizi della Casa delle Letterature ci sono spazi per la libera lettura, sia nelle gallerie interne del centro sia nel giardino degli aranci. Il giardino degli aranci di cui si parla qui non è il celebre parco dell'Aventino, ma un ambiente interno al complesso: e questa è una delle piccole confusioni toponomastiche romane che vale la pena chiarire, perché ogni tanto qualcuno arriva in piazza dell'Orologio convinto di trovare il belvedere di Santa Sabina. Leggere all'aperto, seduti dentro un complesso borrominiano, con il rumore del traffico di corso Vittorio attutito dai muri, è una delle esperienze romane che consiglio con più convinzione e che quasi nessuno conosce.

La Torre dell'Orologio sopra la Casa delle Letterature

La torre che dà il nome alla piazza e che segnala da lontano la Casa delle Letterature fu costruita da Borromini nel 1648. È un oggetto architettonico singolare anche nel catalogo di un architetto abituato a inventare: una struttura verticale che si assottiglia verso l'alto, con volute e ferri battuti che disegnano nell'aria un contorno mobile, e in cima il quadrante dell'orologio. Non è un campanile, anche se tutti la chiamano così: è una torre civile, un segnale urbano, un modo per marcare la presenza della Congregazione nel tessuto denso del rione.

Il mosaico della Madonna della Vallicella

Sotto il quadrante dell'orologio è collocato un mosaico raffigurante la Madonna della Vallicella, opera realizzata su disegno di Pietro da Cortona. È il dettaglio che consiglio di cercare per primo quando si arriva in piazza: si vede bene dal marciapiede opposto, meglio ancora nelle ore in cui il sole batte sulla torre e accende le tessere dorate. L'immagine rimanda all'affresco miracoloso conservato nella Chiesa Nuova, e stabilisce un legame visivo fra la torre e la chiesa, cioè fra la piazza laica e il cuore devozionale del complesso.

Perché la piazza si chiama così

Il nome di piazza dell'Orologio deriva esattamente da questa torre. In passato lo stesso spazio urbano è stato chiamato piazza dei Rigattieri e piazza di Monte Giordano: il primo nome ricorda i mercanti di cose usate che vi avevano bottega, il secondo la vicina altura su cui sorge il palazzo degli Orsini, uno dei grandi caposaldi feudali del centro. Che una piazza cambi nome tre volte in cinque secoli è normale a Roma; che finisca per prendere il nome da un orologio è invece un segno preciso di come funzionava la città moderna. L'orologio pubblico è uno strumento di disciplina collettiva: da quando c'è, il rione ha un'ora ufficiale.

Guardare la torre dal punto giusto

Il punto migliore per osservare la torre non è sotto la torre stessa, dove la prospettiva schiaccia tutto, ma all'imbocco di via del Governo Vecchio, arrivando da piazza Navona. Da lì la torre si stacca sul cielo con la sua sagoma di ferro, il mosaico è leggibile, e la facciata dell'edificio della Casa delle Letterature entra nell'inquadratura per intero. Ci ho portato decine di persone e la reazione è sempre la stessa: un passo indietro istintivo, per far entrare tutto nel campo visivo.

Filippo Neri, la Chiesa Nuova e il contesto in cui vive la Casa delle Letterature

Non si capisce l'edificio della Casa delle Letterature senza capire chi lo ha voluto. Nel 1551 Filippo Neri fondò a Roma la Congregazione dell'Oratorio, riconosciuta nel 1575 da papa Gregorio XIII. Ai suoi seguaci fu assegnata una vecchia chiesa in pessimo stato, dedicata alla Natività della Madonna e ricordata in zona fin dal XIII secolo, nota nel Quattro e Cinquecento come Santa Maria in Puteo albo. La chiesa fu ricostruita da capo, e la nuova costruzione prese il nome che porta ancora oggi nel linguaggio comune dei romani: la Chiesa Nuova.

Un santo poco solenne

Filippo Neri è una figura che consiglio di conoscere prima di visitare questa parte di Roma, perché spiega l'atmosfera del quartiere meglio di qualunque descrizione architettonica. Era un uomo che diffidava della solennità, che educava i giovani con l'allegria e con la musica, che rifiutò gli onori ecclesiastici e che scelse un metodo pastorale fondato sulla conversazione. L'Oratorio, come istituzione, nasce dalla pratica del parlare insieme: riunioni informali, letture, canti, commenti. In termini contemporanei diremmo che Filippo Neri aveva inventato il format dell'incontro pubblico. Che quattro secoli e mezzo dopo, nello stesso edificio, si tengano presentazioni di libri e conversazioni con scrittori è una coincidenza che a me sembra tutt'altro che casuale.

Il cantiere della Chiesa Nuova

La ricostruzione fu lunga e coinvolse molti protagonisti. Il progetto iniziale è di Matteo di Città di Castello; alle decorazioni a stucchi e marmi lavorarono Domenico Fontana e Giovanni Antonio Dosio; dal 1586 la direzione passò a Martino Longhi il Vecchio, con il finanziamento del cardinale Pierdonato Cesi. L'abside semicircolare, il transetto e la cupola furono inaugurati nel 1591. Giacomo Della Porta aveva fornito un progetto già nel 1585, e Giovan Battista Guerra sovrintese ai lavori successivi, quando le cappelle laterali vennero arretrate per creare vere e proprie navate. La facciata, opera di Fausto Rughesi, fu costruita fra il 1594 e il 1605; la scalinata fu completata nel 1614; il campanile è del 1666, di Camillo Arcucci; il fianco destro fu rivestito nel 1675 da Carlo Rainaldi.

Pietro da Cortona e Rubens a due passi dalla Casa delle Letterature

Filippo Neri aveva chiesto che l'interno restasse imbiancato, senza decorazioni. La sua volontà fu disattesa in grande stile: fra il 1647 e il 1666 Pietro da Cortona affrescò la volta, la cupola con i peducci e l'abside, e nel 1650 aggiunse alla cupola una lanterna per aumentare la luce interna. La volta raffigura la Madonna e san Filippo Neri, in riferimento a una visione del 1576. Sull'altare maggiore, dal 1608, campeggia l'immagine miracolosa della Madonna della Vallicella, protetta da un dispositivo ingegnoso: Peter Paul Rubens dipinse su ardesia una pala con angeli e cherubini adoranti disposti in cerchi concentrici, e su una lastra di rame una Madonna con il Bambino che, attraverso un sistema di corde e pulegge, si sposta per scoprire l'immagine venerata. Rubens dipinse per la stessa chiesa altre due opere su ardesia: i Santi Gregorio Magno, Papia e Mauro sulla parete sinistra, i Santi Flavia Domitilla, Nereo e Achilleo sulla destra. Sono a meno di cento metri dalla porta della Casa delle Letterature e si vedono gratis.

La piazza davanti alla Casa delle Letterature e la fontana della Terrina

Piazza dell'Orologio è cambiata parecchio negli ultimi anni e conviene sapere perché. La chiesa e l'Oratorio si affacciavano un tempo su una piccola piazza chiusa, scomparsa con l'apertura di corso Vittorio Emanuele II nel 1885: uno di quegli sventramenti postunitari che hanno dato a Roma una viabilità moderna e le hanno tolto una quantità di spazi intimi. Nella piazza della Chiesa Nuova, quella che si formò dopo lo sventramento, furono collocati il monumento a Pietro Metastasio e la fontana della Terrina.

La storia della Terrina

La fontana della Terrina è uno degli oggetti più itineranti di Roma. Nata per Campo de' Fiori, ne fu rimossa e sostituita con una copia nel 1899, quando si dovette fare posto al monumento a Giordano Bruno, e trasferita in piazza della Chiesa Nuova. Nel corso dei lavori per la stazione della metro C è stata spostata di nuovo, e collocata in via provvisoria al centro di piazza dell'Orologio, cioè proprio davanti alla Casa delle Letterature. È una vasca larga, coperta, che ricorda una zuppiera — da qui il soprannome — e che ha attraversato più traslochi di quanti ne facciano molti romani in una vita.

Il cantiere della metro C e il centro storico

Il cantiere della linea C ha effetti sensibili su questa porzione di città: percorsi pedonali modificati, transenne, riduzioni di carreggiata, spostamenti di arredo urbano. Non è una parentesi breve e non conviene farsene un dramma: Roma è una città che scava da tremila anni e ogni scavo produce sia disagi sia scoperte archeologiche. Per chi va alla Casa delle Letterature la conseguenza pratica è una sola: controllare il percorso prima di partire e mettere in conto qualche deviazione a piedi.

La biblioteca della Casa delle Letterature

Il cuore quotidiano della Casa delle Letterature è la sua biblioteca, ed è qui che conviene entrare nel dettaglio, perché è la parte meno raccontata e più utile. I servizi librari si articolano su due raccolte distinte, con regole diverse e funzioni diverse: la Biblioteca Letteraria e la Biblioteca del Terzo Millennio. Non è una distinzione burocratica, è una scelta culturale precisa, e capirla significa capire come è stata pensata l'istituzione.

Una biblioteca specializzata, non generalista

Le biblioteche comunali di quartiere hanno il compito di offrire un po' di tutto: narrativa, saggistica, manualistica, ragazzi, cinema, musica. La Casa delle Letterature no. È una biblioteca specializzata sulla letteratura del Novecento e del nuovo millennio, e questa specializzazione è visibile appena si scorre uno scaffale. Chi cerca il manuale di diritto tributario sbaglia indirizzo; chi cerca l'opera completa di un narratore italiano del secondo Novecento, o la traduzione italiana di un poeta straniero pubblicata da un editore piccolo e ormai chiuso, ha buone probabilità di trovarla.

Consultazione e prestito: due regimi diversi

La distinzione fondamentale è questa: la Biblioteca Letteraria è a disposizione del pubblico per la sola consultazione, mentre la Biblioteca del Terzo Millennio è disponibile sia per il prestito sia per la consultazione. Tradotto in pratica: i volumi del fondo storico si leggono in sede, quelli della raccolta contemporanea si possono portare a casa. È una scelta di conservazione, non una scortesia: un fondo d'autore acquisito in blocco perde valore documentario se viene disperso nel circuito del prestito.

Come ci si comporta in sala

Valgono le regole di qualunque biblioteca pubblica seria, che elenco perché mi capita ancora di vedere gente sorpresa. Si parla a voce bassa o non si parla. Le telefonate si fanno fuori. Gli zaini ingombranti si lasciano dove indicato. I libri non si rimettono da soli sullo scaffale, si lasciano sul tavolo o nel punto di raccolta, perché la ricollocazione errata di un volume equivale a perderlo. Le fotografie ai libri si fanno solo se consentite e senza flash. E soprattutto: si chiede. Il personale di una biblioteca specializzata è la risorsa più sottoutilizzata d'Italia; una domanda ben posta al banco vale mezza giornata di ricerche a vuoto nel catalogo.

Il Fondo Enzo Siciliano, cuore della Casa delle Letterature

La Biblioteca Letteraria della Casa delle Letterature è stata realizzata con l'acquisizione del Fondo Enzo Siciliano: circa ventimila volumi, messi a disposizione del pubblico per la sola consultazione. Ventimila volumi sono una biblioteca privata di dimensioni imponenti, il tipo di raccolta che si costruisce in cinquant'anni di lavoro intellettuale a tempo pieno e che, alla morte del proprietario, di solito si disperde fra eredi, mercato antiquario e scatoloni in cantina. Che sia rimasta intera e sia diventata pubblica è un fatto raro e prezioso.

Chi era Enzo Siciliano

Enzo Siciliano nacque a Roma il 27 maggio 1934, da genitori originari di Bisignano, in provincia di Cosenza, e morì a Roma il 9 giugno 2006. Si laureò in filosofia. La sua formazione fu segnata da alcuni dei grandi protagonisti della cultura italiana del Novecento: Giacomo Debenedetti, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci. Esordì nella narrativa nel 1963 con i Racconti ambigui. Fu condirettore della rivista Nuovi Argomenti e direttore del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Nel 1998 vinse il Premio Strega con I bei momenti, romanzo sulla vita di Mozart. Fra i suoi libri vanno ricordati almeno La notte matrigna, del 1975, Campo dei fiori, del 1993, che è un affresco letterario e storico della vita culturale italiana degli anni Settanta e Ottanta, Non entrare nel campo degli orfani, del 2002, e il postumo La vita obliqua, ambientato in una Calabria dura e ancestrale.

Siciliano alla Rai e la sera del Macbeth

Prima dell'esordio letterario Siciliano era stato insegnante e funzionario Rai; della Rai fu presidente dal 10 luglio 1996 al 21 gennaio 1998. In quella veste prese una decisione che fece scalpore: mandare in onda in diretta l'apertura della stagione lirica del Teatro alla Scala di Milano, con il Macbeth, in prima serata su Rai Uno, al posto del telegiornale delle 20. Era la prima volta che accadeva nella storia della televisione italiana. Racconto sempre questo episodio quando spiego la biblioteca, perché dice con precisione che tipo di uomo abbia messo insieme quei ventimila libri: uno che pensava che la cultura avesse diritto al prime time.

Che cosa significa consultare un fondo d'autore

Consultare un fondo d'autore non è come consultare uno scaffale di biblioteca. È entrare nella mente di un lettore. L'ordine, le edizioni scelte, le presenze e soprattutto le assenze raccontano un percorso intellettuale. In una raccolta come questa si trovano le prime edizioni degli amici e dei maestri, le riviste, i libri di poesia comprati quando nessuno li comprava, i saggi di critica, le traduzioni straniere. Chi studia il secondo Novecento italiano ha qui una fonte primaria, non un doppione di ciò che si trova altrove. E chi non studia nulla può comunque provare l'esperienza, che raccomando, di sfogliare un volume che è passato per le mani di uno scrittore vero.

La Biblioteca del Terzo Millennio della Casa delle Letterature

L'altra raccolta è la Biblioteca del Terzo Millennio: libri di narrativa, poesia e saggistica letteraria pubblicati in prima edizione dall'anno 2000 in poi, disponibili sia per il prestito sia per la consultazione. È un criterio di acquisizione tanto semplice da sembrare banale e in realtà molto acuto. Non "libri recenti", formula elastica che invecchia da sola, ma libri usciti in prima edizione dopo una data fissa. Il risultato, a un quarto di secolo di distanza, è una fotografia in continua crescita della letteratura del nostro tempo.

Una raccolta che invecchia bene

Nel 2000 quella soglia sembrava una linea sul presente; oggi comprende già venticinque anni di produzione editoriale, cioè un periodo storico. Vuol dire che chi entra oggi alla Casa delle Letterature può seguire, scaffale dopo scaffale, l'evoluzione della narrativa italiana dagli anni Zero a oggi: l'esplosione della non fiction narrativa, il ritorno del romanzo storico, la stagione della letteratura di migrazione, la crescita della poesia dei piccoli editori, l'affermarsi delle scrittrici. Non c'è bisogno di una mostra per raccontare tutto questo: bastano gli scaffali, se sono stati costruiti con un criterio.

Il valore dei piccoli editori

Una raccolta costruita su prime edizioni ha un pregio che le librerie non hanno più: conserva i libri degli editori medio-piccoli, quelli che restano in commercio diciotto mesi e poi spariscono dalle vetrine. Molta della letteratura italiana viva degli ultimi vent'anni è passata da case editrici di piccola dimensione, spesso con tirature di poche migliaia di copie. Trovare quei titoli in una biblioteca pubblica del centro di Roma, e poterli anche prendere in prestito, è un servizio che vale molto più di quanto costi.

Prestito, tessera e circuito cittadino

Il prestito nelle biblioteche comunali romane funziona attraverso l'iscrizione al sistema dell'Istituzione Biblioteche di Roma: ci si iscrive gratuitamente con un documento e si ottiene il diritto di prendere in prestito nelle biblioteche della rete. Esiste anche una tessera a pagamento, la Bibliocard, che aggiunge servizi e agevolazioni. Consiglio a chiunque viva a Roma anche solo per qualche mese di iscriversi: la rete comunale è ampia, il catalogo è unico e i libri si possono spesso richiedere da una biblioteca all'altra. Per le condizioni aggiornate conviene sempre verificare sul sito dell'Istituzione Biblioteche di Roma, perché regolamenti e durate del prestito cambiano nel tempo.

Il programma di incontri della Casa delle Letterature

Alla Casa delle Letterature il pubblico trova iniziative culturali permanenti, e l'elenco ufficiale di ciò che vi si svolge è più vario di quanto immagini chi non ci è mai stato: esposizioni, mostre bibliografiche e documentarie a carattere tematico oppure dedicate alla vita e all'opera di autori della cultura italiana e internazionale; mostre di artisti, pittori, scultori e fotografi; performance musicali e teatrali; proiezioni; convegni e conferenze su temi, autori, filosofi e pensatori italiani e stranieri; laboratori e seminari di scrittura e di lettura.

Le presentazioni di libri

La presentazione di un libro è il format più abusato d'Italia e, quando è fatta male, è una delle esperienze più deprimenti che si possano fare in pubblico: l'autore che riassume la trama, il moderatore che loda, quattordici persone in sala di cui undici parenti. Alla Casa delle Letterature funziona in modo diverso perché la sala è quella giusta e perché il pubblico è competente. Un pubblico che ha letto pone domande scomode, e le domande scomode sono l'unica cosa che rende viva una presentazione. Consiglio a chi capita qui per la prima volta di restare fino alla fine, quando si apre il turno degli interventi: è lì che si capisce chi è davvero in sala.

I reading e la lettura ad alta voce

I reading sono un'altra cosa ancora, e nel complesso filippino hanno una risonanza particolare. Sentire un testo letto ad alta voce dentro un edificio progettato come sala d'ascolto è un'esperienza fisica prima che intellettuale. Il ritmo della prosa italiana, che è una lingua di vocali aperte e di frasi lunghe, si rivela solo quando esce dalla pagina. Se capitate in una serata di letture, andateci anche se non conoscete l'autore: si impara più in un'ora di ascolto che in tre recensioni.

Convegni, seminari e laboratori di scrittura

Accanto agli eventi serali la Casa delle Letterature ospita attività di formazione: laboratori e seminari di scrittura e di lettura, spesso in collaborazione con università, associazioni e istituzioni culturali. È la parte meno visibile del programma e forse la più utile, perché costruisce lettori invece di limitarsi a intrattenerli. Chi vuole partecipare deve muoversi per tempo: i posti sono limitati per ragioni pratiche e la prenotazione è quasi sempre necessaria.

Le mostre bibliografiche e documentarie della Casa delle Letterature

La mostra bibliografica è un genere espositivo che in Italia si pratica poco e male, e che invece alla Casa delle Letterature è di casa. Consiste nel raccontare un autore, un tema o una stagione culturale attraverso i libri, le riviste, le carte, le fotografie e i documenti, invece che attraverso opere d'arte. Il vantaggio è che si tratta di materiali che parlano da soli a chi sa leggerli; lo svantaggio è che richiedono didascalie scritte bene, e che una mostra bibliografica con didascalie mediocri è una teca di carta muta.

Perché una vetrina di libri può emozionare

Ho visto persone commuoversi davanti alla prima edizione di un romanzo che avevano letto da ragazzi. L'oggetto libro conserva una carica affettiva che l'opera d'arte, paradossalmente, ha perduto: perché il libro lo abbiamo avuto in mano, perché la copertina di una certa collana significa un'epoca, perché il carattere tipografico di certi editori è parte del ricordo di lettura. Le mostre bibliografiche funzionano su questo registro e la Casa delle Letterature lo sa.

Le esposizioni di artisti e fotografi

Accanto alle mostre di libri, la Casa ospita anche esposizioni di pittori, scultori e fotografi, e performance musicali e teatrali. La logica è quella dichiarata fin dalla fondazione: presentare le letterature nel loro mescolarsi con gli altri linguaggi della comunicazione culturale. Non è una formula generica. Significa che il confine fra il testo e l'immagine, fra la pagina e la voce, fra la scrittura e la scena, è considerato qui un territorio da attraversare e non una frontiera da presidiare.

LETTERATURE Festival Internazionale di Roma e la Casa delle Letterature

Se dovessi indicare la ragione per cui la Casa delle Letterature conta molto più del suo metraggio, indicherei questa: la Casa cura il programma di LETTERATURE Festival Internazionale di Roma, la storica manifestazione romana che ogni estate porta in città alcuni dei nomi più importanti della narrativa mondiale. Il festival è promosso dall'Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, curato dall'Istituzione Biblioteche di Roma Capitale, con il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura, e ha visto negli anni la collaborazione del Parco archeologico del Colosseo, della SIAE e della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Simona Cives e il comitato scientifico

Il programma del festival è curato da Simona Cives, responsabile della Casa delle Letterature. Il comitato scientifico, negli anni recenti, ha riunito Paolo Di Paolo, Melania Mazzucco, Davide Orecchio, Igiaba Scego e Nadia Terranova; il coordinamento artistico e la regia degli interventi sono stati affidati a Fabrizio Arcuri. È una struttura curatoriale che si vede nella qualità del programma: le serate hanno un tema, gli autori sono accostati con criterio e i testi scritti per l'occasione hanno un filo comune.

Le sedi del festival

Il festival ha cambiato più volte sede, restando sempre dentro un'idea molto romana di spettacolo all'aperto d'estate. Nelle edizioni recenti si è svolto allo Stadio Palatino, in via di San Gregorio 30, dentro il Parco archeologico del Colosseo: cinque serate estive, inizio alle 21, ingresso gratuito senza prenotazione fino a esaurimento dei posti, con diretta streaming sui canali social delle Biblioteche di Roma. Nel 2025 l'edizione numero ventiquattro, intitolata "Ritorni", si è tenuta al Teatro India, sul lungotevere Vittorio Gassman. Leggere un romanzo ad alta voce dentro uno stadio imperiale, con il Palatino alle spalle, è il genere di cortocircuito che solo questa città può permettersi.

Le edizioni tematiche

Le edizioni recenti hanno avuto titoli e dediche precise. Nel 2022 la ventunesima edizione si è intitolata "Tempo nostro". Nel 2023 la ventiduesima, "La memoria del mondo", ha reso omaggio al centenario della nascita di Italo Calvino. Nel 2024 la ventitreesima, "Questa è la Storia", ha celebrato Elsa Morante nel cinquantenario del romanzo La Storia, uscito nel 1974. Nel 2025 la ventiquattresima, "Ritorni", ha compreso una serata per i cento anni dalla nascita di Andrea Camilleri. È una programmazione che tiene insieme l'anniversario e l'attualità, il canone e l'inedito, e che si rivolge a un pubblico largo senza abbassare la mira.

Le anteprime del festival alla Casa delle Letterature

Non tutto il festival si svolge nelle grandi sedi estive. Una parte importante, e per certi versi la più preziosa, si tiene proprio nelle sale della Casa delle Letterature, in piazza dell'Orologio: conversazioni con ospiti internazionali, anteprime, incontri a numero chiuso in cui l'autore parla davanti a settanta o cento persone invece che davanti a mille. Nell'edizione del 2022 la Casa ha ospitato quattro conversazioni con ospiti internazionali nel mese di giugno; nel 2023 l'anteprima ospitata dalla Casa delle Letterature ha visto Bernardine Evaristo, Ali Smith, Brenda Lozano e Anna Maria Gehnyei.

Perché l'anteprima vale più della serata grande

Lo dico senza retorica: la serata da mille posti è bellissima, ma è uno spettacolo. L'incontro nella sala della Casa delle Letterature è una conversazione. Chi ha assistito a entrambi i formati sa che nel secondo caso l'autore si comporta diversamente, risponde per esteso, si contraddice, cambia idea a metà frase. È la differenza fra ascoltare una lettura e assistere a un pensiero mentre si forma. Se dovete scegliere una sola data del programma estivo romano, io consiglio sempre l'anteprima in piazza dell'Orologio.

Come si prenota

Gli eventi alla Casa delle Letterature sono in genere gratuiti e a ingresso libero fino a esaurimento dei posti, con prenotazione consigliata. La formula si ripete con costanza nei comunicati e va presa alla lettera: "consigliata" significa che senza prenotazione si entra se resta posto, e per gli ospiti internazionali molto attesi il posto non resta. Le modalità di prenotazione cambiano da rassegna a rassegna, perché spesso l'evento è organizzato insieme a partner esterni; conviene sempre leggere la scheda dell'appuntamento sul portale culturale di Roma Capitale prima di presentarsi.

Gli scrittori stranieri e la vocazione internazionale della Casa delle Letterature

La vocazione internazionale è scritta nel programma fin dalla fondazione: il lavoro di ideazione e di cura dei progetti si avvale della collaborazione con istituzioni, università e associazioni culturali pubbliche e private, italiane e straniere, e questa rete di relazioni è dichiarata necessaria all'approccio internazionale e interdisciplinare della Casa. In pratica significa che gli autori stranieri arrivano qui grazie a una filiera che comprende gli istituti di cultura, gli editori italiani, i traduttori e le ambasciate.

Il ruolo degli istituti di cultura stranieri

Roma ospita una delle più fitte concentrazioni al mondo di accademie e istituti culturali stranieri: l'Accademia di Francia a Villa Medici, l'Accademia Americana sul Gianicolo, l'Accademia Britannica, l'Accademia di Spagna a San Pietro in Montorio, l'Accademia d'Ungheria, l'Istituto Svizzero, l'Accademia Tedesca a Villa Massimo e molte altre. Ognuna di queste istituzioni ospita ogni anno borsisti, fra cui scrittori e traduttori. La Casa delle Letterature dialoga con questo ecosistema, ed è il motivo per cui in una serata qualunque si può trovare in sala un autore che vive a Roma da sei mesi grazie a una borsa e che nel proprio paese è celebre senza che qui lo sappia nessuno.

Autori che sono passati per il programma della Casa

L'elenco degli autori portati a Roma dal programma curato dalla Casa delle Letterature negli ultimi anni dà l'idea del livello. Fra gli stranieri: Margaret Atwood, Jeanette Winterson, Colson Whitehead, Javier Cercas, Andrew O'Hagan, Mircea Cărtărescu, Fernando Aramburu, Julie Otsuka, Valeria Luiselli, Bernardine Evaristo, Ali Smith, David Diop, Maaza Mengiste, William T. Vollmann, Burhan Sönmez, Katja Petrowskaja, Jean-Baptiste Del Amo, Sam Riviere, Brenda Lozano, Alicia Giménez-Bartlett, Claire Messud, Peter Cameron, Tatiana Țîbuleac, Amira Ghenim, Laurent Petitmangin, Temim Fruchter, Roy Chen, A. K. Blakemore e Paul Lynch, vincitore del Booker Prize nel 2023. Fra gli italiani: Dacia Maraini, Antonio Scurati, Paolo Giordano, Nicola Lagioia, Mario Desiati, Silvia Avallone, Maurizio De Giovanni, Alessandro Piperno, Bernardo Zannoni, Chiara Valerio, Giulia Caminito, Antonio Franchini, Melania Mazzucco, Igiaba Scego, Nadia Terranova, Paolo Di Paolo, Davide Orecchio, Ascanio Celestini e Laura Morante.

La traduzione come questione politica

Portare un autore straniero in Italia significa averlo tradotto, e la traduzione in Italia è un mestiere sottopagato e decisivo. Una casa civica che programma incontri internazionali fa, indirettamente, politica culturale della traduzione: sostiene gli editori che rischiano su un nome sconosciuto, dà visibilità ai traduttori, allarga il canone. È un lavoro invisibile e cumulativo, di cui si vedono gli effetti a dieci anni di distanza.

La Casa delle Letterature nel sistema delle case civiche di Roma

Ho detto che la Casa delle Letterature è stata la prima delle case romane. Vale la pena passare in rassegna le altre, perché insieme compongono un sistema che nessuna altra città italiana ha nella stessa forma e che è ancora poco conosciuto dagli stessi romani.

La Casa delle Traduzioni

La Casa delle Traduzioni, in via degli Avignonesi, è dedicata ai traduttori letterari: ha una biblioteca specializzata, ospita seminari e mette a disposizione una foresteria per traduttori stranieri che lavorano su autori italiani. È l'istituzione gemella e complementare rispetto alla Casa delle Letterature: una si occupa di chi scrive, l'altra di chi riscrive in un'altra lingua. Fanno parte entrambe della rete dell'Istituzione Biblioteche di Roma Capitale.

La Casa del Cinema e la Casa del Jazz

La Casa del Cinema occupa l'ex Casina delle Rose a Villa Borghese e programma proiezioni, retrospettive, incontri con registi e, d'estate, un'arena all'aperto. La Casa del Jazz si trova in viale di Porta Ardeatina, dentro un parco di duemilacinquecento metri quadrati confiscato alla criminalità organizzata, ed è forse il caso più interessante di tutti: un bene sottratto alla mafia trasformato in auditorium. La logica è la stessa della Casa delle Letterature, applicata a linguaggi diversi.

Casa della Memoria e della Storia, Casa dell'Architettura, Casa Internazionale delle Donne

La Casa della Memoria e della Storia, in via San Francesco di Sales a Trastevere, riunisce associazioni legate alla Resistenza, alla deportazione e alla storia del Novecento. La Casa dell'Architettura occupa l'ex Acquario Romano in piazza Manfredo Fanti, edificio ottocentesco di Ettore Bernich, e ospita mostre e convegni di architettura. La Casa Internazionale delle Donne, nel complesso del Buon Pastore in via della Lungara, è uno dei più grandi centri europei dedicati all'associazionismo femminile. Ognuna di queste realtà ha una storia propria e problemi propri; tutte insieme raccontano un'idea di città in cui la cultura ha indirizzi civici e non solo cartelloni.

Che cosa hanno in comune

Hanno in comune tre cose: un edificio storico riusato, una specializzazione tematica netta e un accesso in genere gratuito. Sono il contrario del grande contenitore polivalente. Quando funzionano, funzionano perché sono piccole e riconoscibili; quando entrano in crisi, entrano in crisi perché dipendono da bilanci pubblici e da personale ridotto. La Casa delle Letterature ha attraversato entrambe le fasi e continua a stare in piedi.

La Biblioteca Vallicelliana, vicina di casa della Casa delle Letterature

Nello stesso complesso, al secondo piano dell'Oratorio dei Filippini, si trova la Biblioteca Vallicelliana, che è una delle più antiche biblioteche pubbliche di Roma e oggi un istituto periferico del Ministero della Cultura. Fra le due istituzioni corrono pochi metri di muratura seicentesca e circa quattro secoli di storia, il che rende piazza dell'Orologio uno dei punti a più alta densità libraria d'Italia.

Achille Stazio e il lascito del 1581

La prima traccia documentale della Vallicelliana risale al 1581, quando l'umanista portoghese Achille Stazio, con un lascito testamentario a favore di Filippo Neri e della Congregazione dell'Oratorio, donò un patrimonio di circa millesettecento volumi a stampa e trecento manoscritti. Erano in prevalenza opere sulla Chiesa del Cinquecento, negli anni della Riforma e della Controriforma. Da quel lascito nasce tutto il resto.

Leone Allacci e i fondi manoscritti

Nel 1669 giunse alla Vallicelliana il fondo manoscritto di Leone Allacci, intellettuale greco e custode della Biblioteca Vaticana: circa duecentotrentasette manoscritti latini e greci. Nel corso del Seicento si aggiunsero altre donazioni da personalità oratoriane ed ecclesiastiche, formando una raccolta prevalentemente storico-ecclesiastica e teologica. Oggi la biblioteca conserva circa centoquarantamila volumi, in gran parte compresi fra il XVI e il XIX secolo.

Dal 1874 a oggi

Nel 1874 la Vallicelliana divenne biblioteca di diritto pubblico. Dal 1883 al 1946 la Società romana di storia patria ne curò la direzione scientifica. Il passaggio dalla proprietà ecclesiastica a quella statale è la stessa vicenda che ha investito l'intero complesso filippino dopo il 1870, e spiega perché oggi in un solo edificio convivano un istituto ministeriale, un archivio comunale, un istituto storico e una casa civica della letteratura.

Visitare la Vallicelliana

La Vallicelliana è una biblioteca di conservazione e di studio: si accede per ricerca, con le procedure previste dai regolamenti ministeriali, e in occasione di aperture straordinarie, mostre o eventi si può visitare la grande sala monumentale, che è uno degli interni borrominiani più impressionanti di Roma. Chi va alla Casa delle Letterature farebbe bene a verificare se la Vallicelliana è visitabile nello stesso giorno: sono due esperienze diversissime a trenta metri l'una dall'altra, e insieme raccontano quattro secoli di vita del libro nella stessa muratura.

L'Archivio Storico Capitolino, l'altro grande inquilino accanto alla Casa delle Letterature

Nello stesso complesso, con ingresso su piazza dell'Orologio 4, ha sede dal 1922 l'Archivio Storico Capitolino, che raccoglie la documentazione prodotta dal comune di Roma ed è oggi un'unità organizzativa della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. È l'istituzione che conserva la memoria amministrativa della città, ed è un vicino di casa formidabile per chiunque frequenti la Casa delle Letterature per ragioni di ricerca.

Come nacque l'Archivio

L'idea di un archivio unitario comunale romano nacque all'indomani della presa di Roma del 1870. Fra il 1874 e il 1898 il consiglio comunale della nuova capitale del Regno d'Italia fece confluire in un unico istituto i vari antichi archivi pontifici: l'Archivio notarile urbano, con documenti dal 1348 al 1871; l'Archivio della Camera capitolina, dal 1515 al 1847; l'Archivio del comune pontificio, dal 1847 al 1870. A questi si aggiunsero via via tutti gli atti del comune postunitario. La Camera Capitolina, al cui vertice stavano i Conservatori dell'Urbe, era una delle due magistrature civili che governarono Roma dal Rinascimento al 1847, e si occupava soprattutto di annona, ordine pubblico, manutenzione del patrimonio cittadino e opere pubbliche.

La Biblioteca Romana e l'Emeroteca

Dell'Archivio fanno parte, oltre alle collezioni di atti amministrativi, due raccolte straordinarie. La Biblioteca Romana comprende oggi circa ottantamila volumi relativi a Roma, alla sua storia e alla sua economia; vi confluì intorno al 1930 la Biblioteca del Popolo romano, fondata nel 1523 e aggregata all'Archivio capitolino nel 1879. Ne fanno parte circa seicento cinquecentine, una raccolta di piante topografiche della città e cartelle di incisioni e disegni. L'Emeroteca romana, creata nel 1970, contiene circa duemila testate di periodici e duecentosettantotto collezioni di quotidiani editi a Roma, in maggioranza posteriori all'Unità, ma comprende anche una raccolta di giornali del Comune pontificio dal 1815 al 1851.

Le pergamene Orsini e il libro d'oro

L'Archivio conserva inoltre archivi familiari acquistati o donati. Il più celebre è quello della famiglia Orsini, acquistato nel 1904: più di quattromiladuecento fra registri e faldoni, con migliaia di documenti pergamenacei. C'è poi il Libro d'oro della nobiltà romana, istituito da Benedetto XIV nel 1746 e ricompilato fra il 1839 e il 1847, perché l'originale depositato in Campidoglio era stato bruciato durante la Repubblica Romana giacobina del 1798-99. Parte di questi materiali è stata digitalizzata ed è consultabile online.

Perché interessa anche a chi viene per la letteratura

Perché uno scrittore che voglia ambientare un romanzo nella Roma dell'Ottocento, o un saggista che studi la trasformazione urbana della capitale, trova qui le fonti primarie: le delibere, i catasti, le piante, i giornali. La contiguità fisica fra una biblioteca di letteratura contemporanea e un archivio storico comunale è una fortuna, e chi lavora sul serio la sfrutta. L'Archivio è aperto al pubblico dal lunedì al venerdì con orari propri, che conviene verificare sul sito dell'Archivio Storico Capitolino.

L'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e gli altri usi dell'edificio

Dal 1924 il complesso ospita anche l'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, con affaccio su piazza dell'Orologio, e su via dei Filippini ha avuto sede per anni un teatro. Ricapitolando: in un solo isolato convivono una congregazione religiosa fondata nel Cinquecento, una chiesa monumentale, una biblioteca statale, un archivio comunale, un istituto di ricerca storica, una casa civica della letteratura e uno spazio teatrale. Non conosco molti edifici al mondo con una stratificazione funzionale così densa.

Trent'anni di tribunali

C'è un capitolo poco noto in questa storia. L'edificio fu requisito dallo Stato nel 1870, dopo la fine del potere temporale, e per trent'anni fu sede di tribunali. Le stesse sale in cui i filippini avevano cantato gli oratori e in cui oggi si presentano romanzi hanno ospitato udienze, cancellerie, faldoni processuali. È un promemoria salutare: gli edifici storici non hanno una destinazione naturale, hanno una successione di destinazioni, e ciascuna lascia tracce.

Il complesso oggi

Oggi la convivenza è regolata da assetti amministrativi distinti: la Vallicelliana dipende dal Ministero della Cultura, l'Archivio Capitolino dalla Sovrintendenza Capitolina, la Casa delle Letterature dall'assessorato alla Cultura di Roma Capitale attraverso l'Istituzione Biblioteche. Ognuno ha orari, regole d'accesso e calendari propri. È il motivo per cui non esiste un "biglietto del complesso dei Filippini" e non esiste una visita unitaria: si entra da porte diverse, per ragioni diverse.

Il rione intorno alla Casa delle Letterature

C'è una piccola questione toponomastica che vale la pena affrontare, perché ricorre in tutte le descrizioni e genera confusione. La chiesa di Santa Maria in Vallicella e l'Oratorio dei Filippini sono comunemente assegnati al rione Parione, e la Biblioteca Vallicelliana viene descritta come situata nel rione Parione; piazza dell'Orologio, però, viene spesso attribuita al rione Ponte. La ragione è semplice: il confine fra i due rioni passa esattamente da queste parti, e il complesso filippino gli sta a cavallo. Non è un errore delle fonti, è una linea amministrativa che taglia un isolato.

Via del Governo Vecchio

Via del Governo Vecchio è una delle strade più belle e più fraintese del centro. Il nome deriva dal palazzo che ospitò il governatorato pontificio prima del trasferimento a Palazzo Madama. È una via stretta, con palazzetti cinquecenteschi, portali in travertino e una vocazione commerciale che negli ultimi decenni è passata dai rigattieri e dagli abiti usati ai locali serali. Percorrerla di giorno, quando è quasi vuota, è tutta un'altra esperienza rispetto a percorrerla di sera.

Monte Giordano e i Banchi Nuovi

Il nome di Monte Giordano ricorda il rilievo artificiale su cui gli Orsini costruirono il loro caposaldo urbano, oggi Palazzo Taverna. Via dei Banchi Nuovi conserva invece la memoria della Roma finanziaria del Cinquecento: i "banchi" erano i banchieri, in gran parte fiorentini e senesi, che avevano bottega sulla direttrice fra ponte Sant'Angelo e il centro. Camminare qui significa attraversare in duecento metri la Roma feudale e la Roma bancaria, che poi sono le due forze che hanno costruito questa città molto più della devozione.

Palazzo Bennicelli

Sulla piazza si affaccia anche Palazzo Bennicelli, edificio con una storia curiosa: fu voluto da monsignor Virginio Spada per destinarlo a sede del Banco di Santo Spirito, che ne affidò il progetto a Borromini. I lavori cominciarono nel 1660, ma due anni dopo, alla morte del monsignore, la sede del Banco fu costruita altrove e il palazzo rimase agli Spada. L'aspetto attuale è il risultato di un rimaneggiamento di fine Ottocento operato da Gaetano Koch per i conti Bennicelli, che lo avevano acquistato dagli Spada. Significa che sulla piazza della Casa delle Letterature ci sono due cantieri borrominiani, uno concluso e uno interrotto.

Che cosa c'è a cinque minuti

A cinque minuti a piedi dalla Casa delle Letterature si trovano la Chiesa Nuova con i Rubens e il Pietro da Cortona, il Museo di Roma a Palazzo Braschi, la statua parlante di Pasquino, piazza Navona con la Fontana dei Quattro Fiumi, la basilica di Sant'Andrea della Valle, Campo de' Fiori con il mercato del mattino e il ponte Sant'Angelo con le statue berniniane. È una densità di monumenti che, in qualunque altra città europea, giustificherebbe da sola un weekend.

Come si usa concretamente la Casa delle Letterature

Passiamo alle istruzioni pratiche, che sono la parte che di solito manca. La Casa delle Letterature si usa in tre modi diversi, e conviene decidere in anticipo quale interessa, perché richiedono preparazioni differenti.

Primo modo: entrare e guardare

Il modo più semplice è presentarsi negli orari di apertura e chiedere di poter dare un'occhiata. Non si tratta di una visita guidata e non c'è nulla di organizzato per i visitatori occasionali: si entra, si vede l'atrio, si intravede il cortile, si guardano gli scaffali e le eventuali esposizioni in corso. Dura venti minuti e vale come contorno a una passeggiata nel rione. Gli orari di apertura possono variare nel corso dell'anno e in occasione di eventi: vanno verificati prima di uscire di casa, ed è una regola che vale per tutte le biblioteche comunali romane.

Secondo modo: usarla come biblioteca

Se l'obiettivo è consultare o prendere in prestito, la preparazione cambia. Serve un documento d'identità per l'iscrizione al sistema bibliotecario, conviene aver già cercato i titoli nel catalogo online delle Biblioteche di Roma e conviene avere un piano B, perché i volumi del fondo Siciliano si consultano in sede e non si portano via. Portate qualcosa per prendere appunti: nelle sale di consultazione le regole sull'uso dei dispositivi possono essere restrittive, e un taccuino non ha mai bisogno di una presa di corrente.

Terzo modo: andare a un evento

È il modo che consiglio a chi ha una sola occasione. Si sceglie una data sul calendario, si prenota se richiesto, si arriva con venti o trenta minuti di anticipo. L'anticipo non è pedanteria: le sale hanno una capienza limitata e la formula "fino a esaurimento dei posti" si traduce, per gli ospiti importanti, in una coda sul marciapiede. Arrivare presto significa anche potersi sedere nelle prime file, che in una sala storica con acustica imperfetta fa una differenza sostanziale.

Accessibilità

Gli eventi della Casa delle Letterature sono in genere segnalati come accessibili. Trattandosi però di un edificio del Seicento, con cortili, soglie e scale storiche, chi ha esigenze specifiche di mobilità farebbe bene a telefonare o scrivere prima, per farsi indicare il percorso migliore e l'ingresso più comodo. È un accorgimento che vale per l'intero centro storico romano, dove il sampietrino resta il nemico numero uno di chiunque si muova su ruote.

Quando andare alla Casa delle Letterature

Non tutti i momenti dell'anno sono uguali, e la differenza è più marcata di quanto si immagini.

L'autunno e la primavera

Da ottobre a dicembre e da marzo a maggio la programmazione è nel pieno: presentazioni, incontri, seminari, cicli di conferenze. È il periodo in cui la Casa funziona a regime e in cui è più probabile trovare qualcosa di interessante in calendario in una sera qualunque della settimana. È anche il periodo in cui il centro storico è più vivibile: temperature ragionevoli, luce bella, meno folla.

L'estate e l'Estate Romana

D'estate la programmazione si sposta all'aperto e dentro il grande contenitore dell'Estate Romana, la rassegna diffusa che da decenni riempie la città di arene, palchi e festival da giugno a settembre. È in questa cornice che si colloca LETTERATURE Festival Internazionale di Roma, con le sue serate nelle sedi monumentali. Chi si trova a Roma a luglio ha quindi due opzioni: le grandi serate del festival e le anteprime nelle sale di piazza dell'Orologio.

Le ore della giornata

Per la biblioteca, il mattino è il momento migliore: sale più vuote, personale più disponibile, luce naturale nelle gallerie. Per gli eventi, la fascia canonica è quella del tardo pomeriggio e della sera. Per l'edificio e per la piazza, consiglio la prima ora del pomeriggio in una giornata di sole, quando la luce taglia il cortile e il mattone di Borromini prende quel colore fra il rosa e il paglierino che nessuna fotografia rende davvero.

La Casa delle Letterature per chi scrive

C'è una categoria di visitatori per cui questa pagina dovrebbe essere obbligatoria: chi scrive, o crede di volerlo fare. La Casa delle Letterature è, in senso stretto, un servizio pubblico per aspiranti scrittori, e quasi nessuno lo sa.

Vedere gli scrittori da vicino

Il primo servizio è gratuito e implicito: qui si vedono gli scrittori da vicino, si sente come parlano dei propri libri, si capisce che cosa sanno spiegare e che cosa no. È un'educazione sentimentale utilissima, perché smonta la mitologia. Uno scrittore che risponde a una domanda difficile in pubblico è un artigiano che discute del proprio mestiere, non un oracolo. Chi passa sei mesi a frequentare presentazioni impara sulla scrittura più che in un anno di manuali.

Leggere quello che si pubblica adesso

Il secondo servizio è la Biblioteca del Terzo Millennio. Chi vuole scrivere oggi deve sapere che cosa si pubblica oggi, non che cosa si pubblicava nel 1975. Avere accesso libero e gratuito a una raccolta di prime edizioni dal 2000 in poi significa poter leggere trenta esordi italiani in un mese senza spendere seicento euro in libreria. È il modo più economico che conosco per farsi un'idea dello stato reale della narrativa italiana.

I laboratori

Il terzo servizio sono i laboratori e i seminari di scrittura e di lettura che la Casa organizza, spesso in collaborazione con altri soggetti culturali. Non sostituiscono una scuola di scrittura a pagamento, e non è il loro scopo; servono a mettere in circolo persone che leggono e scrivono nella stessa città, il che è esattamente ciò di cui ha bisogno chi comincia.

La Casa delle Letterature per chi studia

Anche gli studenti e i ricercatori hanno ragioni serie per frequentare questa sede, e non sono le stesse degli scrittori.

Un fondo d'autore a portata di mano

Ventimila volumi appartenuti a un critico e narratore che ha attraversato da protagonista mezzo secolo di cultura italiana costituiscono una fonte per la storia letteraria del Novecento. Chi lavora su Moravia, su Pasolini, su Nuovi Argomenti, sulla critica militante degli anni Settanta, sul rapporto fra letteratura e televisione in Italia, trova qui un contesto documentario che altrove va ricostruito a pezzi.

La prossimità con archivio e biblioteca storica

Nello stesso isolato ci sono l'Archivio Storico Capitolino, con la sua Biblioteca Romana e la sua Emeroteca, e la Biblioteca Vallicelliana, con i suoi manoscritti. Per un ricercatore significa poter passare in una mattina dalla stampa periodica romana dell'Ottocento a un fondo d'autore contemporaneo senza prendere un autobus. A Roma, dove le distanze uccidono le giornate di lavoro, questa concentrazione è un lusso.

Lavorare in sala

Le sale di lettura e le gallerie interne offrono posti per studiare in un ambiente silenzioso e gratuito, in una zona della città dove ogni metro quadrato al chiuso costa caro. Consiglio di considerarla una risorsa quotidiana e non un'attrazione: le biblioteche pubbliche vivono di frequentazione abituale, e il modo migliore di sostenerle è usarle.

Il quartiere intorno alla Casa delle Letterature, fra libri e botteghe

Il rione ha una vocazione libraria antica e ancora viva. Fra via del Governo Vecchio, via dei Banchi Nuovi, via del Pellegrino e le strade intorno a Campo de' Fiori sopravvivono librerie indipendenti, antiquari, legatori e botteghe di restauro. È un tessuto fragile, sotto pressione per gli affitti e per la trasformazione turistica del centro, ma non è ancora scomparso.

La Roma dei rigattieri

Il vecchio nome della piazza — piazza dei Rigattieri — ricorda che qui si vendeva l'usato, e in una certa misura è ancora così: i mercatini dell'abbigliamento vintage di via del Governo Vecchio sono i discendenti diretti di quei banchi. Chi ha un'ora libera dopo la biblioteca può fare un giro che tiene insieme un fondo librario del Novecento e una giacca degli anni Sessanta, e la cosa ha una sua coerenza.

Il mercato di Campo de' Fiori

A pochi minuti c'è il mercato mattutino di Campo de' Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno posta nel 1889 nel punto in cui fu bruciato nel 1600. È un mercato molto turistico e va preso per quello che è, ma resta uno degli spettacoli urbani più antichi della città: qui il mercato si tiene, con interruzioni, dalla metà dell'Ottocento, e la piazza è luogo di scambio da secoli.

Mangiare in zona senza farsi male

Do un consiglio generale e nessun nome, perché i locali aprono e chiudono e una raccomandazione datata è peggio di nessuna raccomandazione. La regola nel centro storico romano è semplice: allontanarsi di due isolati dalle piazze monumentali, diffidare dei menù tradotti in sei lingue esposti sulla porta, evitare i posti con il buttadentro, preferire le sale piccole con la lista corta. Fra piazza dell'Orologio e il Tevere questa regola funziona ancora, perché il rione conserva una quota di residenti.

Errori da evitare quando si va alla Casa delle Letterature

Elenco gli equivoci più frequenti, perché evitarli fa risparmiare tempo e delusioni.

Confonderla con un museo letterario

Il primo errore è arrivare aspettandosi cimeli: la scrivania di un poeta, la penna di un romanziere, la ricostruzione di uno studio. Non è quel tipo di istituzione. La Casa delle Letterature conserva libri e produce incontri; l'oggetto feticcio non le interessa. Chi cerca le case-museo di scrittori a Roma deve rivolgersi altrove, per esempio alle case dei poeti romantici inglesi presso piazza di Spagna.

Presentarsi senza aver guardato il calendario

Il secondo errore è arrivare a caso. Una casa civica vive di programmazione: la stessa sede, nello stesso mese, può essere semivuota il martedì e piena il giovedì. Guardare il calendario prima è la differenza fra una visita e un'esperienza.

Pensare che sia solo per addetti ai lavori

Il terzo errore, e il più comune, è l'autoesclusione. Molte persone pensano che una biblioteca specializzata in letteratura contemporanea sia riservata a chi ha una laurea in lettere. È falso. Gli incontri sono aperti a tutti e gratuiti, e la sala si popola di persone che semplicemente leggono. Se avete letto tre romanzi nell'ultimo anno, siete pubblico di questa casa.

Trattarla come un pit stop

Il quarto errore è entrare, fare due passi, uscire. È un luogo che ripaga la lentezza. Ci si siede, si prende un volume, si guarda il cortile, si legge mezz'ora. Il valore non è nel vedere ma nello stare.

La Casa delle Letterature e l'Estate Romana

Vale la pena spendere qualche riga sul rapporto fra questa istituzione e l'Estate Romana, perché è un rapporto strutturale e non occasionale. L'Estate Romana è la rassegna diffusa che dagli anni Settanta riempie la città di eventi all'aperto durante i mesi caldi: arene cinematografiche, concerti, teatro, festival letterari, iniziative nei parchi e nei siti archeologici. Nata come esperimento di politica culturale, è diventata l'identità estiva della città.

La letteratura dentro il cartellone estivo

Il festival LETTERATURE, curato dalla Casa delle Letterature, è la voce letteraria di questo cartellone: cinque serate, autori italiani e stranieri, testi scritti per l'occasione, letture affidate ad attori, musica dal vivo. Nelle edizioni recenti hanno letto brani in scena interpreti come Carlo Cecchi, Iaia Forte e Michele Riondino, e hanno suonato musiciste come Rita Marcotulli e Ginevra Nervi. È uno dei pochi appuntamenti letterari in Italia che riesca a riempire mille posti senza rinunciare alla qualità dei nomi.

Gratuito, e non è un dettaglio

Le serate del festival sono state a ingresso gratuito, fino a esaurimento dei posti, con trasmissione in diretta streaming sui canali social delle Biblioteche di Roma e su YouTube. In un panorama in cui i grandi festival letterari italiani hanno biglietti, abbonamenti e file, una manifestazione internazionale gratuita in una capitale europea è una scelta politica precisa, e va detto.

Una curiosità su Casa delle Letterature

La curiosità che racconto sempre riguarda la musica. Nel 1600, in questo stesso complesso, fu eseguita la Rappresentatione di Anima et di Corpo di Emilio de' Cavalieri, considerata uno dei primi esempi in assoluto della forma musicale che avrebbe preso il nome di oratorio. Il nome del genere musicale, cioè, viene dal luogo: si chiama oratorio perché nasce nell'Oratorio dei Filippini. Ogni volta che al mondo qualcuno esegue un oratorio di Händel, di Bach o di Haydn, sta usando una parola che deriva da questo indirizzo romano.

C'è una simmetria che trovo perfetta. In questo edificio è nata una forma d'arte fondata sull'ascolto di un testo narrato ad alta voce con accompagnamento musicale; quattrocento anni dopo, nello stesso edificio, ci si riunisce per ascoltare autori che leggono i propri testi ad alta voce, talvolta con musica dal vivo. La destinazione d'uso della muratura, nel frattempo, è cambiata sei o sette volte: chiesa, congregazione, tribunale, archivio, istituto di ricerca, biblioteca, casa civica. La funzione profonda, invece, è rimasta la stessa. Si viene qui per ascoltare qualcuno che racconta.

Aggiungo un dettaglio che completa il quadro e che quasi nessuno collega. La forma dell'oratorio musicale nasce da un'esigenza pastorale di Filippo Neri: attirare i giovani con la musica, tenerli in un luogo piacevole, insegnare loro qualcosa senza annoiarli. Era, in termini moderni, una strategia di pubblico. La Casa delle Letterature fa oggi la stessa identica cosa con gli strumenti del nostro tempo: incontri gratuiti, autori riconoscibili, sedi belle, streaming. Il metodo di san Filippo Neri, insomma, è ancora in servizio, anche se nessuno lo dichiara.

Una cosa che non ti dice nessuno su Casa delle Letterature

Quello che non vi dice nessuno è che questo è uno dei pochi posti del centro storico di Roma in cui potete stare seduti al chiuso, gratis, per ore, senza consumare nulla e senza che nessuno vi guardi storto. Sembra poco. Non è poco. Nel raggio di cinquecento metri da piazza dell'Orologio, ogni sedia disponibile ha un prezzo: il caffè al tavolo, il ristorante, il museo, il bar con vista. La città storica è diventata, nella pratica, un luogo dove per fermarsi bisogna pagare. Una biblioteca pubblica gratuita, in questo contesto, non è solo un servizio culturale: è un'infrastruttura civica di sopravvivenza.

Provate a pensare a che cosa significa per uno studente fuori sede, per un pensionato del rione, per un lavoratore che ha due ore fra un impegno e l'altro, per un turista con la pioggia addosso e il museo chiuso. Un edificio di Borromini in cui ci si può sedere gratis a leggere è una cosa che, se esistesse a Parigi o a Vienna, sarebbe segnalata su tutte le guide come l'esperienza segreta della città. A Roma sta lì, con la sua targa e il suo campanello, e ci entra chi lo sa.

La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda i libri stessi. In una biblioteca specializzata sul contemporaneo, il fondo d'autore contiene volumi che sono passati per le mani di uno scrittore, con tutto ciò che questo comporta: pagine sfogliate mille volte, dorsi consumati, edizioni scelte per ragioni personali. Nelle case della letteratura capita spesso che i libri arrivino con dediche, biglietti, tracce d'uso, e ogni volume di questo tipo è due libri in uno: il testo pubblicato e la storia della sua circolazione fra persone reali. Consultare un fondo così non è come scaricare un file; è una forma di contatto.

La terza cosa, la più prosaica, è che gli orari e la programmazione di una casa civica dipendono da bilanci pubblici e da organici ridotti. Verificate sempre prima di andare, e non prendetela come una critica: prendetela come il funzionamento reale delle istituzioni culturali italiane, che stanno in piedi grazie a poche persone molto competenti e cronicamente sottodimensionate.

Il consiglio che ti do per visitare Casa delle Letterature

Il mio consiglio è di costruire una mezza giornata intorno alla Casa delle Letterature invece di infilarla in un itinerario. Ecco come la organizzo io, e funziona da anni.

Si comincia alle dieci del mattino dalla Chiesa Nuova: si entra in Santa Maria in Vallicella, si guarda la volta di Pietro da Cortona, ci si mette davanti all'altare maggiore per capire il congegno di Rubens con la lastra di rame e l'immagine miracolosa sotto, poi si osservano le due pale su ardesia nel transetto. Mezz'ora, gratis. Si esce, si gira intorno all'abside e si arriva in piazza dell'Orologio: cinque minuti dedicati alla facciata dell'Oratorio, cercando le differenze di colore e di giunto fra i mattoni della parte centrale e quelli delle ali, e cinque minuti alla torre, cercando il mosaico della Madonna della Vallicella sotto il quadrante.

A quel punto si entra alla Casa delle Letterature. Se avete un titolo in mente, chiedetelo al banco; se non l'avete, chiedete che cosa vale la pena vedere in quel momento, perché mostre e vetrine cambiano. Dedicate almeno un'ora e mezza alla biblioteca: sedetevi davvero, non limitatevi a girare fra gli scaffali. Poi uscite e camminate lungo via del Governo Vecchio fino a piazza Navona, oppure nella direzione opposta fino ai Banchi Nuovi e al Tevere.

Se potete scegliere il giorno, sceglietelo in base al calendario degli eventi e tornate la sera per un incontro. E se siete a Roma d'estate, il consiglio si sposta: puntate sulle anteprime del festival ospitate qui, in piazza dell'Orologio, più che sulle grandi serate. Sono più intime, si prenotano più facilmente e la conversazione è più vera. Ultimo suggerimento pratico: portate una borsa capiente. Uscire da qui senza il desiderio di comprare tre libri non succede quasi mai, e le librerie del rione sono a due passi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che questo edificio è di Borromini. Lo dicono tutte le guide, lo ripete ogni cartello, lo sa chiunque abbia fatto un corso di storia dell'arte. Quello che quasi nessuno aggiunge è che la facciata dell'Oratorio dei Filippini è, tecnicamente, uno dei documenti più importanti della storia della costruzione in laterizio in Europa, e che questa qualità non è un vezzo estetico ma la conseguenza di un vincolo di committenza.

La Congregazione chiese esplicitamente il mattone. Non il travertino, non il marmo: il mattone, materiale povero, materiale da muratura di servizio. Per un architetto della metà del Seicento era una limitazione seria, perché la facciata di un edificio religioso romano era per definizione un fatto di ordini classici e di pietra. Borromini rovesciò il problema. Rivestì la muratura mista con una fodera di laterizio, fece arrotare i mattoni, stuccare e stilare i giunti, e usò la variazione di formato, colore e spessore dei giunti come si usa il chiaroscuro: mattoni sottili di colore giallo paglierino con giunti di due o tre millimetri nella zona centrale e nelle sue lesene, mattoni normali di colore rosato con giunti stilati di circa un centimetro nelle parti laterali. Il risultato è una facciata policroma senza un grammo di marmo.

C'è poi la questione degli angoli, che è la parte che mi diverte di più da mostrare. Le lesene giganti d'angolo sono realizzate in mattoni sottili in modo da annullare lo spigolo, che viene sostituito da una porzione muraria concava. In altre parole: Borromini ha fatto sparire l'angolo dell'edificio. Un fabbricato con la pianta rettangolare che agli occhi si presenta senza spigoli. È un virtuosismo che nasce dalla frequentazione quotidiana del cantiere e dalla conoscenza tecnica dei materiali, non dal disegno a tavolino, e per questo continua a stupire i costruttori più che gli storici dell'arte.

Aggiungo il particolare che quasi nessuno cita: la sagramatura. Il laterizio è stato levigato in opera, cioè trattato sul posto fino a ottenere una superficie continua, quasi tessile. Andate a vederla di taglio, in una giornata di sole basso, con la guancia quasi contro il muro. Vedrete la parete accendersi di una luce morbida, senza ombre nette. È il segreto di come questa facciata riesca a essere insieme severa e sensuale, e spiega perché generazioni di architetti moderni — da chi ha lavorato sul mattone a vista nel Novecento in poi — siano venuti a studiarla di persona. Chi frequenta la Casa delle Letterature ci passa davanti ogni volta e, in genere, non lo sa.

La foto giusta da fare a Casa delle Letterature

La foto giusta non è la facciata frontale. La facciata frontale dell'Oratorio, ripresa di fronte, è un rettangolo che appiattisce tutto il lavoro sulle curve: la concavità della pianta, il gioco del timpano mistilineo, il respiro delle ali. Se avete una sola inquadratura, non sprecatela così.

La foto giusta si scatta all'imbocco di via del Governo Vecchio, arrivando da piazza Navona, tenendosi sul lato destro della strada. Da lì la Torre dell'Orologio si stacca netta contro il cielo, con la sagoma di ferro battuto e il quadrante in alto, e nell'inquadratura entra anche una porzione della facciata e la quinta dei palazzetti della via, che dà profondità. L'ora migliore è il tardo pomeriggio nei mesi freddi e la prima mattina d'estate: quando il sole è basso il mattone si accende, e la torre proietta un profilo leggibile. Se avete un obiettivo che consente di stringere, cercate il mosaico della Madonna della Vallicella sotto il quadrante: è il dettaglio che nessuno fotografa e che racconta più di ogni panoramica.

La seconda foto, quella che consiglio a chi ha tempo e il permesso di stare all'interno, è il cortile. Vale la regola opposta rispetto all'esterno: niente grandangolo, niente tentativo di far entrare tutto. Scegliete un tratto di portico, un arco, la linea d'ombra sul pavimento, e componete su quello. Le architetture di Borromini si fotografano per frammenti, perché sono costruite per frammenti: ogni porzione contiene la regola dell'insieme.

Due avvertenze, e le do sul serio. Dentro una biblioteca non si fotografano le persone e non si fotografano i libri senza chiedere: il diritto d'autore sulle edizioni recenti esiste e il rispetto per chi sta studiando anche. E durante gli incontri con gli autori, la regola non scritta ma inflessibile è di non usare il flash e di non alzarsi per fotografare da vicino l'ospite: siete in una sala, non a una conferenza stampa. La foto migliore di una serata alla Casa delle Letterature, comunque, resta quella della sala piena vista dal fondo, con le teste in controluce e il tavolo illuminato in fondo. Racconta esattamente che cos'è questo posto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo isolato è una delle più fitte di Roma, e vale la pena scorrerla per intero perché spiega la stratificazione che si respira entrando.

Nel 1551 Filippo Neri fonda a Roma la Congregazione dell'Oratorio; nel 1575 papa Gregorio XIII la riconosce ufficialmente e le assegna la vecchia chiesa della zona, in pessime condizioni. Nel 1581 l'umanista portoghese Achille Stazio lascia per testamento a Filippo Neri e alla Congregazione circa millesettecento volumi a stampa e trecento manoscritti: è l'atto di nascita della Biblioteca Vallicelliana. Nel 1591 vengono inaugurati l'abside, il transetto e la cupola della nuova chiesa. Nel 1600 si esegue qui la Rappresentatione di Anima et di Corpo di Emilio de' Cavalieri, uno dei primi esempi della forma musicale dell'oratorio. Nel 1608 si decide di collocare sull'altare maggiore l'immagine miracolosa della Madonna della Vallicella, con il dispositivo dipinto da Rubens.

Fra il 1637 e il 1640 Borromini viene scelto come architetto dell'Oratorio; il cantiere prosegue fino al 1667. Nel 1648 viene costruita la Torre dell'Orologio, con il mosaico su disegno di Pietro da Cortona sotto il quadrante. Fra il 1647 e il 1666 Pietro da Cortona affresca volta, cupola e abside della Chiesa Nuova, e nel 1650 aggiunge la lanterna alla cupola. Nel 1660 comincia, sulla stessa piazza, il cantiere borrominiano del palazzo voluto da monsignor Virginio Spada per il Banco di Santo Spirito, interrotto due anni dopo alla morte del committente. Nel 1666 si completa il campanile della chiesa; nel 1669 arriva alla Vallicelliana il fondo manoscritto di Leone Allacci, con circa duecentotrentasette codici latini e greci. Nel 1675 Carlo Rainaldi riveste il fianco destro della chiesa.

Nel 1870, con la fine del potere temporale, l'edificio viene requisito dallo Stato e per trent'anni ospita tribunali. Nel 1874 la Vallicelliana diventa biblioteca di diritto pubblico e il consiglio comunale della nuova capitale avvia la costituzione dell'archivio storico municipale. Nel 1885 l'apertura di corso Vittorio Emanuele II cancella la piccola piazza chiusa su cui si affacciavano chiesa e Oratorio, cambiando per sempre la percezione del complesso. Nel 1922 l'Archivio Storico Capitolino si insedia nell'Oratorio; nel 1924 arriva l'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo. Nel 1970 nasce l'Emeroteca romana dell'Archivio; nel 1904 era stato acquistato l'archivio della famiglia Orsini, con oltre quattromiladuecento fra registri e faldoni.

Nel maggio del 2000 nasce la Casa delle Letterature, prima Casa del sistema culturale cittadino romano. Negli anni successivi la Casa costruisce la sua biblioteca specializzata attorno al fondo di Enzo Siciliano e alla raccolta di prime edizioni dal 2000 in poi, e comincia a curare il programma di LETTERATURE Festival Internazionale di Roma, arrivato nel 2025 alla ventiquattresima edizione. Nel frattempo la fontana della Terrina, già trasferita da Campo de' Fiori a piazza della Chiesa Nuova nel 1899, viene spostata in via provvisoria al centro di piazza dell'Orologio per i lavori della metro C. Quattrocentosettantacinque anni in un isolato: pochi indirizzi al mondo reggono un confronto simile.

Chi è passato da Casa delle Letterature

Comincio dai fantasmi, perché sono i più illustri. Da questo complesso è passato Filippo Neri, che vi fondò la sua comunità e vi impose un metodo pastorale fatto di conversazione e musica. Vi ha lavorato per trent'anni Francesco Borromini, che qui ha costruito una delle sue opere maggiori e ne ha lasciato la descrizione più poetica: "un corpo umano con le braccia aperte, come che abbracci ogni uno che entri". Vi hanno lasciato un segno Pietro da Cortona, autore del disegno del mosaico sulla torre e degli affreschi nella chiesa accanto, e Peter Paul Rubens, con le sue tavole su ardesia. Vi ha risuonato la musica di Emilio de' Cavalieri nel 1600. Vi hanno depositato le proprie carte Achille Stazio e Leone Allacci. Non è male, come lista di predecessori, per una biblioteca di letteratura contemporanea.

Poi c'è Enzo Siciliano, che di questo luogo è il padrone di casa postumo. I ventimila volumi della sua biblioteca privata costituiscono il fondo su cui è stata costruita la Biblioteca Letteraria della Casa delle Letterature. Siciliano, nato a Roma nel 1934 e morto nel 2006, era stato allievo e interlocutore di Giacomo Debenedetti, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani e Attilio Bertolucci; condirettore di Nuovi Argomenti, direttore del Gabinetto Vieusseux, presidente della Rai fra il 1996 e il 1998, vincitore del Premio Strega nel 1998 con I bei momenti. Attraverso i suoi libri, in questa casa sono entrate — materialmente, sotto forma di volumi con dediche, riviste e carte — le persone che hanno fatto la cultura italiana del secondo Novecento.

Il legame con il Premio Strega merita due parole, perché è il filo che collega questa casa alla vita letteraria romana in senso stretto. Lo Strega è nato a Roma nel 1947, per iniziativa della scrittrice Maria Bellonci e di Guido Alberti, proprietario dell'azienda produttrice del liquore che dà il nome al riconoscimento. La giuria si chiama ancora oggi degli Amici della domenica, dal giorno scelto per le prime riunioni: incontri nati fra l'inverno e la primavera del 1944, quando — come scrisse Maria Bellonci — cominciarono a radunarsi "amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro". Il primo vincitore, nel 1947, fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere; la finale si tiene tradizionalmente nel ninfeo di Villa Giulia. Fra i romanzi premiati ci sono Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Il nome della rosa di Umberto Eco. La Casa delle Letterature non organizza il premio, ma vive nello stesso ecosistema: i vincitori e i finalisti dello Strega sono ospiti abituali del programma curato dalla Casa, e nelle serate del festival la presenza del vincitore dell'anno è ormai una consuetudine.

Veniamo ai contemporanei, cioè agli scrittori che hanno davvero attraversato queste sale e i palchi del festival curato da qui. Fra gli autori stranieri: Margaret Atwood, Jeanette Winterson, Bernardine Evaristo, Ali Smith, Colson Whitehead, Javier Cercas, Andrew O'Hagan, Mircea Cărtărescu, Fernando Aramburu, Julie Otsuka, Valeria Luiselli, Brenda Lozano, David Diop, Maaza Mengiste, William T. Vollmann, Burhan Sönmez, Katja Petrowskaja, Jean-Baptiste Del Amo, Sam Riviere, Alicia Giménez-Bartlett, Claire Messud, Peter Cameron, Tatiana Țîbuleac, Amira Ghenim, Laurent Petitmangin, Temim Fruchter, Anna Metcalfe, Roy Chen, A. K. Blakemore e Paul Lynch, che nel 2023 ha vinto il Booker Prize. Fra gli italiani: Dacia Maraini, Antonio Scurati, Paolo Giordano, Nicola Lagioia, Mario Desiati, Silvia Avallone, Maurizio De Giovanni, Alessandro Piperno, Bernardo Zannoni, Chiara Valerio, Giulia Caminito, Antonio Franchini, Melania Mazzucco, Igiaba Scego, Nadia Terranova, Paolo Di Paolo, Davide Orecchio, Ascanio Celestini e Laura Morante. Alle letture e alla parte scenica hanno preso parte interpreti come Carlo Cecchi, Iaia Forte e Michele Riondino, e musiciste come Rita Marcotulli e Ginevra Nervi.

Va nominata anche chi tiene insieme tutto questo: il programma è curato da Simona Cives, responsabile della Casa delle Letterature, con un comitato scientifico che ha riunito Paolo Di Paolo, Melania Mazzucco, Davide Orecchio, Igiaba Scego e Nadia Terranova, e con la regia degli interventi artistici affidata a Fabrizio Arcuri. Le istituzioni culturali si giudicano dalle firme dei programmi, non dalle facciate.

Infine, e non è una chiusa retorica, da questa casa passa ogni anno un numero molto più grande di persone senza nome: studenti, lettori, traduttori alle prime armi, pensionati del rione, aspiranti scrittori che si siedono in fondo alla sala e non fanno domande. Una casa civica esiste per loro. Gli autori celebri sono l'occasione; il pubblico che torna è il risultato. Se ci andate e vi sedete, per una sera, siete parte dell'elenco anche voi.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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