Casa della memoria e della storia

La Casa della memoria e della storia si trova in via di San Francesco di Sales 5, nel rione Trastevere, in quel lembo di Roma che sta fra il Tevere e la salita del Gianicolo e che i romani chiamano ancora, per abitudine, la Lungara. È un indirizzo che quasi nessuno conosce a memoria, e questo dice già molto: non è un monumento, non è una tappa da elenco, non è un luogo che si incontra per caso mentre si passeggia. Ci si arriva perché si è deciso di andarci. Io ci ho messo anni, da guida, a capire che questa è esattamente la sua natura e non un suo difetto.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →

Prima di tutto conviene sgombrare il campo da un equivoco che vedo ripetersi ogni volta che il nome compare in una lista di cose da fare a Roma. La Casa della memoria e della storia non è un museo. Non ha un percorso di visita, non ha vetrine con cimeli disposti in ordine cronologico, non ha un biglietto, non ha un'audioguida, non ha un bookshop all'uscita. È un centro di studi e di incontri, aperto al pubblico e a ingresso libero, dove alcune associazioni e alcuni istituti che si occupano di antifascismo, Resistenza, deportazione e storia del Novecento hanno la loro sede, i loro archivi e i loro programmi di attività. Se ci si presenta aspettandosi un museo, si resta spiazzati. Se ci si presenta sapendo che cosa si va a cercare, si trova moltissimo.

Che cos'è davvero Casa della memoria e della storia

L'istituzione è del Comune di Roma, oggi Roma Capitale, ed è stata inaugurata il 24 marzo 2006. La data non è casuale e ci tornerò più avanti, perché è la chiave per capire tutto il resto. L'idea che la sorregge è semplice e per certi versi ambiziosa: mettere sotto lo stesso tetto le associazioni che custodiscono la memoria diretta dell'antifascismo e della guerra di Liberazione, insieme agli istituti culturali che su quella memoria fanno ricerca, e dare loro uno spazio comune dove lavorare, conservare documenti, organizzare incontri e ricevere il pubblico.

Detto così può sembrare una soluzione burocratica, una razionalizzazione di sedi. In realtà il ragionamento era più fine. Le associazioni dei partigiani, dei deportati, degli internati, dei perseguitati politici erano nate tutte negli stessi mesi, fra il 1944 e il 1946, e per sessant'anni avevano lavorato ciascuna per conto proprio, in appartamenti sparsi per la città, con archivi tenuti in armadi di metallo e testimoni che invecchiavano. Riunirle in un unico luogo pubblico significava due cose: proteggere quei materiali dal rischio concretissimo della dispersione, e trasformare una memoria di reduci in un patrimonio di tutti, consultabile da chiunque, studenti compresi.

Un luogo di lavoro, non una vetrina

Quando entro alla Casa della memoria e della storia con un gruppo, la prima cosa che dico è che stiamo entrando in un posto dove qualcuno sta lavorando. Non è una formula di cortesia. In una stanza c'è chi cataloga fotografie, in un'altra chi prepara una presentazione per la sera, in sala conferenze c'è magari un seminario in corso, in biblioteca c'è uno studente che sta scrivendo una tesi. È l'atmosfera di un istituto di ricerca, non quella di un museo, e va rispettata come tale.

Questa differenza ha una conseguenza pratica che vale la pena mettere subito in chiaro. Il programma è tutto: senza un incontro, una presentazione, una mostra temporanea o un appuntamento in biblioteca, la visita rischia di ridursi a uno sguardo a un atrio e a una scala. Con un appuntamento o con un evento in calendario, invece, diventa una delle esperienze più dense che Roma offra a chi si interessa di Novecento. La programmazione viene pubblicata dall'istituzione e dalle associazioni che vi hanno sede, e conviene sempre verificarla prima di muoversi, perché orari e aperture cambiano con le stagioni e con le attività in corso.

Come si arriva a Casa della memoria e della storia

Via di San Francesco di Sales è una strada corta e in pendenza che sale dalla via della Lungara verso le pendici del Gianicolo. Chi arriva a piedi da piazza Trilussa e da ponte Sisto imbocca via di Santa Dorotea, passa sotto Porta Settimiana e prosegue lungo la Lungara: sono sette o otto minuti di cammino, non di più. Sulla destra si incontrano la Villa Farnesina e poi Palazzo Corsini; sulla sinistra, dopo qualche decina di metri, comincia il muro lunghissimo del carcere di Regina Coeli. Via di San Francesco di Sales si apre proprio lì, subito prima o subito dopo, a seconda della direzione di marcia.

In autobus la soluzione più comoda sono le linee che percorrono il lungotevere della Farnesina e i lungoteveri di Trastevere: la 23 e la 280 lasciano a pochi minuti a piedi. Chi arriva in tram con l'8 scende alle prime fermate di viale Trastevere e cammina una decina di minuti verso nord, attraversando il cuore vecchio del rione. Dalla stazione Termini conviene combinare metro e autobus, oppure prendere direttamente uno dei bus che scendono verso largo di Torre Argentina e proseguire a piedi oltre ponte Sisto. In macchina, semplicemente, non ci si va: la Lungara è stretta, il parcheggio non esiste e la zona a traffico limitato di Trastevere fa il resto.

Il tratto finale a piedi

Il tratto finale è la parte che preferisco. La via della Lungara è una delle strade più cariche di storia di Roma e insieme una delle meno frequentate dai visitatori: fu aperta da papa Giulio II all'inizio del Cinquecento come asse rettilineo che doveva collegare il Vaticano a Trastevere, e conserva ancora quell'andamento dritto e signorile, con i palazzi rinascimentali su un lato e, sull'altro, l'architettura carceraria dell'Ottocento. Camminare da Porta Settimiana verso via di San Francesco di Sales significa attraversare in cinque minuti quattro secoli.

Chi ha problemi di deambulazione tenga presente la pendenza: la via sale, i sampietrini sono quelli classici e in alcuni punti il marciapiede è ridotto al minimo. Non è un percorso proibitivo, ma non è nemmeno una passeggiata in piano. Per informazioni aggiornate sull'accessibilità degli spazi interni conviene contattare direttamente la struttura prima di andare, perché si tratta di un edificio storico riadattato e la situazione va verificata caso per caso.

L'edificio che ospita Casa della memoria e della storia

Il complesso di via di San Francesco di Sales è un ex insediamento conventuale, uno dei tanti che punteggiavano questo settore della città quando la Lungara era una zona di orti, monasteri e ville suburbane. La sua storia edilizia è quella tipica di Roma: costruito per una comunità religiosa, incamerato dallo Stato dopo l'unità d'Italia, riadattato più volte a funzioni pubbliche, restaurato in tempi recenti per ospitare qualcosa che nessuno dei suoi costruttori avrebbe potuto immaginare. Alle sue spalle, sulla collina, sta Villa Lante al Gianicolo, la villa cinquecentesca costruita per Baldassarre Turini, che oggi ospita l'Accademia di Finlandia.

La conversione a sede della Casa della memoria e della storia ha lasciato leggibile la struttura originaria: i corridoi lunghi, le stanze allineate, il cortile, il senso di raccoglimento che gli edifici monastici hanno anche quando cambiano destinazione. Chi ha occhio per l'architettura noterà che non è stato fatto nessuno sforzo per spettacolarizzare gli ambienti. Non ci sono scenografie, non ci sono installazioni immersive, non ci sono luci drammatiche. È una scelta, e a mio parere è la scelta giusta per un luogo che tratta questi argomenti.

Perché proprio qui

La collocazione ha una logica che va oltre la disponibilità di spazi comunali. A poche decine di metri, sulla via della Lungara, c'è il carcere di Regina Coeli, che durante i nove mesi dell'occupazione tedesca di Roma fu uno dei due grandi luoghi di detenzione degli antifascisti romani, insieme al carcere delle SS di via Tasso. Molti degli uomini uccisi alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944 furono prelevati da lì. Aprire un centro dedicato alla memoria della Resistenza romana a due passi da quel muro non è un dettaglio topografico: è una dichiarazione.

C'è poi una ragione più discreta, che riguarda il carattere del quartiere. Trastevere è la Roma delle borgate storiche dentro le mura, un rione popolare fino agli anni Settanta e poi progressivamente trasformato dal turismo e dalla movida. La Resistenza romana ha avuto qui una delle sue radici sociali, insieme a San Lorenzo, al Quadraro, a Centocelle, al Testaccio, al Quarticciolo, al Tiburtino. Radicare la memoria in un rione e non in un palazzo del centro monumentale è un modo di dire da dove veniva quella storia.

La Lungara e Regina Coeli intorno a Casa della memoria e della storia

Il muro che si costeggia arrivando alla Casa della memoria e della storia è quello del carcere di Regina Coeli, in via della Lungara 29. È un complesso nato come convento nel Seicento, voluto da due sorelle Colonna e finanziato da papa Urbano VIII e poi da Innocenzo X, che le monache carmelitane dovettero abbandonare definitivamente nel 1873, dopo l'ennesima legge di soppressione. Dal 1881 è un carcere; il nome viene dalla chiesa dedicata a Maria Regina Coeli che stava lì.

Chi cammina lungo il muro nota le famose bocche di lupo, le schermature che chiudono le finestre delle celle e lasciano vedere solo un pezzo di cielo. Sono la cosa che più colpisce i miei gruppi, e sono anche quella su cui invito sempre a non fare fotografie: dietro quelle aperture ci sono persone detenute oggi, non fantasmi della storia. La discrezione, davanti a un carcere in funzione, non è una formalità.

Le Mantellate: come stanno davvero le cose

Sul lato opposto del complesso corre via delle Mantellate, e qui bisogna essere precisi, perché è il punto su cui circola più confusione. Le Mantellate era il nome con cui i romani chiamavano la sezione femminile di Regina Coeli, dal nome delle religiose che vi prestavano servizio. Finire alle Mantellate, nel parlato romano del Novecento, voleva dire finire in carcere da donna, ed è un'espressione che è entrata nella canzone e nel modo di dire cittadino.

Quella sezione femminile non esiste più. Le detenute romane sono state trasferite, nel corso degli anni Settanta, nel complesso penitenziario di Rebibbia, che sta dall'altra parte della città, in zona Tiburtina, a una decina di chilometri da qui: la casa circondariale femminile di Rebibbia è oggi il più grande istituto penitenziario femminile d'Italia. Regina Coeli, quindi, è oggi un carcere maschile, e via delle Mantellate conserva soltanto il nome. Lo dico perché mi è capitato più volte di sentire raccontare, anche da persone informate, che il carcere femminile sarebbe ancora lì dietro. Non è così, e la correzione conta: nella memoria di un luogo, le date di chiusura pesano quanto quelle di apertura.

Un episodio va ricordato in questo isolato. Nella notte fra il 24 e il 25 gennaio 1944, dal terzo braccio di Regina Coeli, che era sotto controllo tedesco, furono fatti evadere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, condannati a morte e a lunga detenzione. L'operazione fu organizzata dalla Resistenza romana con documenti falsi e nervi saldissimi; vi ebbe un ruolo determinante il giurista Giuliano Vassalli, allora giovane avvocato e dirigente socialista, che sarebbe poi diventato ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale. Due futuri presidenti della Repubblica uscirono da quel portone con un ordine di scarcerazione contraffatto. È accaduto a duecento metri dal luogo di cui stiamo parlando.

Perché Casa della memoria e della storia è stata inaugurata il 24 marzo

La Casa della memoria e della storia ha aperto il 24 marzo 2006. Chiunque a Roma si occupi di queste vicende sa che cosa significa quel giorno: il 24 marzo 1944, nelle cave di pozzolana lungo la via Ardeatina, le SS uccisero 335 uomini. È l'eccidio delle Fosse Ardeatine, il più grave massacro compiuto dai tedeschi in una città italiana durante l'occupazione, e la ferita più profonda nella memoria civile romana.

Scegliere quella data per inaugurare un centro di studi significava collocare l'istituzione dentro una genealogia precisa. Non un anniversario di fondazione amministrativa, non una ricorrenza istituzionale generica: il giorno del lutto cittadino. È il modo in cui il Comune ha detto, senza bisogno di discorsi, a quale storia questa casa risponde.

Che cosa accadde il 23 e il 24 marzo 1944

I fatti vanno raccontati con esattezza, perché su di essi si è depositata una quantità di leggende che ancora oggi circolano. Il pomeriggio del 23 marzo 1944, in via Rasella, una via stretta che sale dal Traforo verso il Quirinale, un gruppo di gappisti dei GAP centrali fece esplodere una carica al passaggio di una colonna del battaglione Bozen, un reparto di polizia tedesco inquadrato nelle forze di occupazione. Nell'attacco e nel conflitto a fuoco successivo morirono trentatré militari di quel reparto.

La rappresaglia fu decisa nelle ore immediatamente successive, con il criterio di dieci italiani uccisi per ogni tedesco morto. Le liste furono compilate attingendo ai detenuti di via Tasso e di Regina Coeli, a persone già condannate a morte, a persone in attesa di giudizio, a persone arrestate per motivi minimi, e agli ebrei romani già in carcere in quanto tali. Il conto finale fu di 335 uccisi, cinque in più del numero previsto: un errore materiale che nessuno si preoccupò di correggere se non uccidendo anche quelli. I corpi furono chiusi nelle cave con cariche esplosive.

Fra i 335 c'erano ufficiali dell'esercito come il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, sacerdoti come don Pietro Pappagallo, professori come Pilo Albertelli, avvocati, operai, commercianti, studenti, militanti di ogni formazione politica del Comitato di Liberazione Nazionale, settantacinque ebrei romani, e uomini che non avevano fatto assolutamente nulla se non trovarsi nella lista sbagliata il giorno sbagliato. Il più giovane aveva quindici anni. Questo è il dato che chiedo sempre di tenere a mente quando si parla della Resistenza romana come di un fatto astratto.

Il Mausoleo e il rapporto con Casa della memoria e della storia

Sul luogo dell'eccidio sorge oggi il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, uno dei monumenti più riusciti dell'architettura italiana del dopoguerra: una grande lastra di cemento sospesa sopra le 335 tombe, che lascia filtrare una lama di luce dal perimetro. Il progetto venne da un gruppo di architetti, Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e Giuseppe Perugini, con il cancello in bronzo di Mirko Basaldella e il gruppo scultoreo di Francesco Coccia. Fu completato nel 1949.

La Casa della memoria e della storia non duplica quel luogo e non pretende di sostituirlo. Fa un'altra cosa: conserva e mette a disposizione i documenti, le testimonianze, gli studi che permettono di capire come si è arrivati lì. Il mausoleo è il luogo del raccoglimento; questo è il luogo in cui si studia. Chi ha tempo per entrambi dovrebbe visitarli nello stesso viaggio, ma non nello stesso pomeriggio, e in quest'ordine: prima i documenti, poi le tombe.

Le associazioni che hanno sede a Casa della memoria e della storia

Il tratto distintivo di questo luogo è che non è gestito da un solo soggetto. Alla sua attività partecipano associazioni che rappresentano la memoria diretta dell'antifascismo, della Resistenza e della guerra di Liberazione, insieme a istituti culturali che su quella memoria fanno ricerca e didattica. Alcune di queste associazioni hanno donato o depositato qui i propri archivi, il che rende la Casa della memoria e della storia, dal punto di vista documentario, molto più di una somma di uffici.

Le sigle che vi si incontrano sono l'ANED, l'Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti; l'ANEI, l'Associazione nazionale ex internati; l'ANPI, l'Associazione nazionale partigiani d'Italia; l'ANPPIA, l'Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti; la FIAP, la Federazione italiana associazioni partigiane; l'Associazione partigiani cristiani, che fa parte della FIVL, la Federazione italiana volontari della libertà; l'IRSIFAR, l'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza; la sezione didattica e alcuni archivi sonori e audiovisivi dell'Associazione culturale Circolo Gianni Bosio; e il coordinamento della storia orale italiana.

Vale la pena leggere quell'elenco lentamente, perché è la fotografia di una società. Non c'è una sola memoria della Resistenza: ci sono i partigiani combattenti, i deportati politici nei campi di concentramento, i militari internati in Germania dopo l'8 settembre, i perseguitati dal regime negli anni Venti e Trenta, i volontari cattolici, gli storici di professione, i raccoglitori di canti e di voci. Tenerle insieme sotto lo stesso tetto è più difficile di quanto sembri e più utile di quanto si creda.

Che cosa non c'è, e perché è bene saperlo

Poiché in rete circolano elenchi approssimativi, aggiungo una precisazione che serve a chi programma una visita di studio. Non tutte le fondazioni e gli istituti romani che si occupano di storia contemporanea hanno sede qui: molti hanno una propria sede autonoma altrove in città e con la Casa della memoria e della storia intrattengono rapporti di collaborazione, non di residenza. Prima di presentarsi in via di San Francesco di Sales per consultare l'archivio di un ente specifico, conviene verificare direttamente presso quell'ente dove si trovino fisicamente le sue carte. È un consiglio banale che risparmia pomeriggi persi.

L'ANPI e Casa della memoria e della storia

L'Associazione nazionale partigiani d'Italia nacque a Roma nel 1944, quando il nord del Paese era ancora occupato e la guerra di Liberazione era in corso. Fu riconosciuta come ente morale già nel 1945. È l'associazione più conosciuta fra quelle presenti, ed è anche quella che ha attraversato la trasformazione più profonda: nata come organizzazione di combattenti, con il passare dei decenni e con la scomparsa progressiva della generazione che aveva combattuto, ha aperto l'iscrizione a chi partigiano non era stato, diventando un'associazione di trasmissione della memoria più che di reduci.

Nelle sale della Casa della memoria e della storia questa transizione è visibile a occhio nudo. Nelle occasioni pubbliche si vedono ancora, sempre più rari, uomini e donne che quegli anni li hanno vissuti da adulti; accanto a loro ci sono ricercatori quarantenni e studenti di liceo. Ho assistito a incontri in cui la testimonianza diretta e la relazione accademica si susseguivano nello stesso pomeriggio, con tutta la tensione che questo comporta: la memoria personale e la ricostruzione storica non dicono sempre la stessa cosa, e il modo in cui vengono messe a confronto è precisamente il lavoro che qui si fa.

La Resistenza romana in cifre e in nomi

La Resistenza a Roma durò poco meno di nove mesi, dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, e si svolse dentro una città occupata, senza montagne in cui salire e senza possibilità di formare grandi bande armate. Fu quindi una resistenza urbana e clandestina, fatta di gruppi di azione patriottica, di stampa clandestina, di reti di assistenza ai prigionieri alleati fuggiti dai campi, di nascondigli per gli ebrei e per i renitenti alla leva, di scioperi, di sabotaggi ferroviari, di informazione militare.

Roma è stata decorata di medaglia d'oro al valor militare per la guerra di Liberazione. Dietro quella medaglia ci sono la difesa di Porta San Paolo del 10 settembre 1943, l'unico episodio in cui reparti regolari e civili romani combatterono insieme contro i tedeschi alle porte della città; le fucilazioni a Forte Bravetta; l'eccidio delle Fosse Ardeatine; il rastrellamento del Quadraro dell'aprile 1944, quando circa settecento uomini furono catturati e avviati al lavoro coatto in Germania; il rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943. Sono gli episodi che formano il nucleo documentario intorno a cui questa istituzione lavora.

L'ANED, la deportazione e Casa della memoria e della storia

L'Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti riunisce i superstiti della deportazione politica e i loro familiari. È una realtà che il pubblico italiano tende a confondere con altre, e la confusione va sciolta con cura perché riguarda la vita di persone diverse. La deportazione politica colpì oppositori, scioperanti, partigiani catturati, renitenti, persone arrestate nei rastrellamenti: furono avviate a Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Ravensbrück, Flossenbürg e negli altri campi del sistema concentrazionario tedesco, con una condizione giuridica e un destino diversi da quelli della deportazione razziale.

Il lavoro dell'ANED è stato per decenni un lavoro di anagrafe: stabilire chi era partito, da dove, con quale convoglio, chi era tornato e chi no. Sembra una contabilità arida ed è invece l'operazione più importante, perché la macchina della deportazione lavorava proprio cancellando i nomi. Restituire un nome, una data di arresto, un numero di matricola e un luogo di morte a una persona che era stata ridotta a una cifra è il gesto che sta all'origine di tutta la storiografia sull'argomento.

Perché conta la distinzione fra le deportazioni

Nella Casa della memoria e della storia convivono associazioni che rappresentano esperienze diverse, e questa convivenza è didatticamente preziosa. Nella stessa giornata si può assistere alla testimonianza di un familiare di deportato politico e alla presentazione di uno studio sulla deportazione degli ebrei romani, e capire che si tratta di due vicende che si intrecciano ma non coincidono: diverse le ragioni dell'arresto, diverse le destinazioni, diverse le percentuali di sopravvivenza, che nella deportazione razziale furono drammaticamente più basse.

Confondere le due cose non è un peccato veniale. Significa perdere di vista la specificità dello sterminio e insieme la specificità della repressione politica. Uno dei motivi per cui consiglio questo luogo agli insegnanti è proprio la possibilità di far toccare con mano questa distinzione, attraverso documenti e non attraverso definizioni imparate a memoria.

L'ANEI e gli internati militari a Casa della memoria e della storia

L'Associazione nazionale ex internati rappresenta una vicenda che per quarant'anni è rimasta ai margini del racconto pubblico italiano, e che solo negli ultimi decenni ha trovato lo spazio che merita. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, i militari italiani catturati dai tedeschi in Italia, nei Balcani, in Grecia, nelle isole dell'Egeo, furono disarmati e avviati nei campi del Reich. Non ricevettero lo statuto di prigionieri di guerra: furono classificati come internati militari italiani, una categoria inventata apposta per sottrarli alle tutele della Convenzione di Ginevra e destinarli al lavoro coatto.

Furono centinaia di migliaia. A ciascuno fu proposto, più volte, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e tornare a casa in divisa. La grande maggioranza rifiutò e restò nei campi fino alla fine della guerra, in condizioni di fame e di sfruttamento durissime. Quel rifiuto, ripetuto individualmente da uomini isolati, senza organizzazione e senza armi, è stato definito una resistenza senza armi, e ha il suo posto pieno nella storia della Liberazione.

Il ritorno e il silenzio

Il capitolo più amaro di questa vicenda è il rientro. Chi tornò nel 1945 trovò un Paese che non aveva strumenti né voglia per ascoltarlo: non erano partigiani, non erano combattenti decorati, erano stati soldati di un esercito sconfitto e prigionieri passivi agli occhi di chi non sapeva. Molti non ne parlarono più. Le testimonianze raccolte a partire dagli anni Ottanta e Novanta, e i diari di prigionia riemersi dai cassetti dopo la morte degli autori, hanno riaperto quel capitolo. Materiali di questo tipo, raccolti dalle associazioni, sono fra quelli che rendono la Casa della memoria e della storia interessante per chi fa ricerca.

Racconto sempre, a questo proposito, che uno dei documenti più impressionanti di quella esperienza è un quaderno di ricette. Uomini che morivano di fame passavano le sere a scrivere, su carta di fortuna, i piatti delle loro case. È una forma di resistenza mentale che nessuna definizione politica riesce a contenere, e che si capisce solo vedendo la calligrafia.

L'ANPPIA e i perseguitati politici a Casa della memoria e della storia

L'Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti riunisce chi fu colpito dalla repressione del regime prima della guerra, e i loro discendenti. È la sigla che allunga all'indietro l'orizzonte cronologico di questo luogo: non si comincia nel 1943, si comincia nel 1922, e in certi casi ancora prima.

Gli strumenti della repressione fascista furono il confino di polizia, l'ammonizione, la diffida, la sorveglianza speciale, il licenziamento, l'espatrio forzato, e soprattutto il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito nel 1926 dopo l'attentato di Bologna a Mussolini e insieme alle cosiddette leggi fascistissime. Quel tribunale, composto da ufficiali della Milizia e presieduto da militari, giudicò migliaia di antifascisti fino alla caduta del regime, comminando decine di migliaia di anni di carcere complessivi e diverse condanne a morte.

Il confino, un'istituzione italiana

Il confino merita una spiegazione, perché ai visitatori stranieri risulta incomprensibile e agli italiani spesso appare come una punizione blanda. Consisteva nel deportare una persona, senza processo e con un provvedimento amministrativo, in un'isola o in un paese remoto del Mezzogiorno, per un periodo che poteva arrivare a cinque anni e che veniva regolarmente rinnovato. Ventotene, Ponza, Tremiti, Lipari, Ustica e decine di piccoli comuni dell'Appennino meridionale furono luoghi di confino.

Non era una villeggiatura: significava perdere il lavoro, la casa, i legami, la possibilità di mantenere la famiglia, ed essere sorvegliati giorno e notte. Ma quelle isole diventarono anche scuole politiche involontarie, dove uomini di formazioni diverse discussero per anni. Il documento più noto uscito dal confino è il Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con Eugenio Colorni: un testo sull'unità federale europea nato in un luogo di punizione. Anche questa è storia che qui viene studiata.

L'IRSIFAR e la ricerca storica a Casa della memoria e della storia

L'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza è la componente propriamente scientifica di questo insieme. Fa parte della rete nazionale degli istituti storici della Resistenza e dell'età contemporanea, una rete nata nell'immediato dopoguerra per raccogliere le carte della guerra civile prima che andassero perdute e diventata nel tempo una delle infrastrutture di ricerca più solide del Paese, con un istituto nazionale a Milano e decine di istituti provinciali e regionali.

Che cosa fa concretamente un istituto del genere. Conserva e inventaria fondi archivistici; pubblica ricerche; organizza seminari e convegni; forma gli insegnanti, il che è una funzione riconosciuta per legge e molto meno nota di quanto dovrebbe; segue le tesi di laurea; risponde alle domande dei familiari che cercano notizie su un parente arrestato o deportato. Quest'ultima è una attività quotidiana e silenziosa che nessun bilancio culturale registra e che per le famiglie coinvolte vale più di qualunque convegno.

Il valore di un archivio locale

La storia della Resistenza romana non si scrive con i grandi archivi nazionali soltanto. Si scrive con i verbali delle sezioni, con le carte delle commissioni per il riconoscimento della qualifica di partigiano, con le lettere, con le fotografie di gruppo, con i registri di un ospedale, con l'elenco degli inquilini di un palazzo. Sono materiali dispersi, prodotti da soggetti minori, e proprio per questo fragili: bastano un trasloco e una cantina allagata per farli sparire.

Il lavoro di raccolta e catalogazione che si fa qui serve esattamente a questo. Ed è il motivo per cui la Casa della memoria e della storia, che al visitatore distratto può sembrare un contenitore di sale conferenze, è in realtà un deposito di materiali che in molti casi esistono in un solo esemplare al mondo.

Il Circolo Gianni Bosio e le voci di Casa della memoria e della storia

Fra le presenze di questa casa, quella del Circolo Gianni Bosio è la più insolita e, per il mio gusto, la più affascinante. Il circolo prende nome da Gianni Bosio, studioso e organizzatore culturale che negli anni Cinquanta e Sessanta fu tra i fondatori della ricerca sulle culture popolari e sul canto sociale in Italia. A Roma il circolo ha lavorato per decenni sulla città cantata e parlata: registrazioni sul campo, interviste, canti di lavoro, canzoni di osteria, voci di borgata, e poi le voci dei migranti che dagli anni Novanta hanno cambiato il suono della città.

Alla Casa della memoria e della storia hanno sede la sezione didattica del circolo e archivi sonori e audiovisivi che sono un patrimonio raro. Rare non perché contengano rivelazioni clamorose, ma perché conservano ciò che normalmente non si conserva: il modo in cui la gente comune raccontava la propria vita quando qualcuno si prendeva la briga di accendere un registratore.

Che cosa è la storia orale

La storia orale non è la raccolta di aneddoti. È una disciplina con un metodo, che si occupa di ciò che le fonti scritte non registrano: la percezione degli eventi, la loro rielaborazione, il modo in cui una comunità costruisce il proprio racconto. Uno storico orale sa che la memoria sbaglia e considera l'errore un dato, non un difetto: se cento persone ricordano un fatto in un modo che i documenti smentiscono, quel modo dice qualcosa di importante sulla comunità che lo ricorda.

Roma ha in questo campo una tradizione forte, e il libro più noto uscito da quella tradizione è dedicato proprio alle Fosse Ardeatine: una ricerca costruita su centinaia di interviste a familiari, sopravvissuti, testimoni, che ricostruisce non solo l'eccidio ma la lunghissima coda di racconti, colpe attribuite, silenzi e polemiche che lo hanno seguito per mezzo secolo. Chi frequenta la Casa della memoria e della storia dovrebbe conoscere quel filone di lavoro: spiega perché in questa città certe discussioni sono ancora così accese.

La biblioteca di Casa della memoria e della storia

Dentro la Casa della memoria e della storia c'è una biblioteca, ed è la porta d'ingresso più semplice per chi vuole capire il posto senza aspettare un evento serale. È una biblioteca specializzata: storia del Novecento italiano, fascismo e antifascismo, Resistenza, guerra di Liberazione, deportazione e internamento, storia di Roma contemporanea, storia orale. Non è una biblioteca di quartiere dove si va a prendere l'ultimo romanzo, anche se fa parte del circuito delle biblioteche pubbliche cittadine.

Il fondo si è formato per accumulo: acquisti, donazioni di studiosi, biblioteche personali di militanti e di storici arrivate qui alla morte del proprietario, pubblicazioni delle associazioni, riviste e periodici di area, letteratura grigia che nelle librerie non si trova. È la ragione per cui vale la pena venirci anche se si ha accesso a biblioteche universitarie più grandi: qui si trovano opuscoli, atti di convegni locali, edizioni fuori commercio e bollettini associativi che altrove non sono stati catalogati.

Come ci si comporta in una biblioteca specializzata

Chi non è abituato a questo tipo di istituti trovi qui qualche regola di buon senso. Si telefona o si scrive prima, spiegando che cosa si cerca; si chiede se il materiale è a scaffale aperto o se va richiesto; si porta un documento; si mettono via penne e si usa la matita se si consultano materiali d'archivio; si concorda in anticipo che cosa si può fotografare. Sono cortesie elementari, ma fanno la differenza fra un pomeriggio produttivo e una porta chiusa.

Aggiungo un consiglio che vale per tutte le biblioteche di questo tipo: arrivare con una domanda precisa. Chi si presenta dicendo che sta studiando la Resistenza ottiene per forza di cose una risposta vaga. Chi si presenta dicendo che sta cercando materiali sull'attività clandestina in un rione specifico, in un arco di mesi definito, mette il bibliotecario nella condizione di essere davvero utile. E il bibliotecario, in luoghi come questo, è la fonte migliore che ci sia.

Gli archivi di Casa della memoria e della storia

La parte meno visibile e più preziosa di questa istituzione sono gli archivi. Alcune delle associazioni che vi hanno sede hanno donato o depositato qui i loro fondi, cioè le carte prodotte nel corso della loro attività dal dopoguerra a oggi, oltre a documentazione più antica raccolta dai soci. Accanto a questi ci sono gli archivi sonori e audiovisivi, che seguono regole di conservazione diverse e pongono problemi tecnici specifici, primo fra tutti l'obsolescenza dei supporti.

Un fondo associativo, per chi non ha dimestichezza con il materiale archivistico, contiene molto più di quanto il nome faccia sospettare: corrispondenza, verbali di assemblea, elenchi di iscritti, pratiche di riconoscimento, fotografie di manifestazioni, manifesti, ritagli di giornale, materiali preparatori di pubblicazioni, carte personali confluite da lasciti privati. È una miniera per chi studia la storia della memoria, cioè il modo in cui il ricordo di un evento viene costruito, celebrato, contestato e riscritto nei decenni successivi all'evento stesso.

La memoria della memoria

Questo è un punto che mi sta a cuore e che spiego sempre. Le carte conservate qui non documentano soltanto il 1943 e il 1944: documentano il 1955, il 1968, il 1985, il 2005, cioè le forme che il ricordo di quegli anni ha assunto nella vita della Repubblica. Le polemiche sui monumenti, le vertenze sui riconoscimenti, i dibattiti sui manuali scolastici, le controversie sui processi ai criminali di guerra tedeschi celebrati con cinquant'anni di ritardo: tutto questo lascia traccia nelle carte di un'associazione.

Per uno storico contemporaneo è materiale di prima qualità, perché consente di studiare non l'evento ma la sua ombra lunga. E per un visitatore curioso è la scoperta che la memoria pubblica non è un dato naturale: è un cantiere, con appalti, litigi e rifacimenti, esattamente come un edificio.

Casa della memoria e della storia e le biblioteche di Roma

La Casa della memoria e della storia è inserita nel sistema delle biblioteche pubbliche di Roma Capitale, il che significa due cose concrete. La prima è che chi possiede la tessera del circuito bibliotecario cittadino ha una porta d'accesso già aperta. La seconda è che il catalogo di questa biblioteca è interrogabile insieme a quello delle altre sedi della rete, e quindi che una ricerca fatta da casa può dire in anticipo se il volume che serve è qui o altrove.

Il sistema bibliotecario romano è una delle infrastrutture culturali meno celebrate e più efficaci della città: decine di sedi distribuite nei quartieri, molte delle quali con specializzazioni tematiche, e una programmazione di incontri che in certe stagioni è più fitta di quella di istituzioni assai più titolate. La Casa della memoria e della storia è, dentro questa rete, il nodo dedicato alla storia contemporanea e alla memoria del Novecento.

Un dettaglio pratico che fa risparmiare tempo

Prima di venire, controllare il calendario. Gli orari di apertura di una struttura di questo tipo variano con il periodo dell'anno, con la disponibilità di personale e con gli eventi in corso; nelle settimane intorno al 27 gennaio e al 25 aprile l'attività si intensifica e alcuni spazi possono essere occupati da iniziative. Non riporto qui orari e recapiti proprio perché sarebbe il modo più rapido per dare un'informazione sbagliata: la fonte da consultare è il sito dell'istituzione e quello del sistema bibliotecario comunale.

Il Giorno della Memoria a Casa della memoria e della storia

Il 27 gennaio in Italia è il Giorno della Memoria, istituito con la legge 211 del 20 luglio 2000, in ricordo dello sterminio degli ebrei e della deportazione. La data corrisponde al giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di Auschwitz. Intorno a quella data la Casa della memoria e della storia concentra una parte consistente della sua programmazione annuale, con incontri, presentazioni di libri, proiezioni, testimonianze, iniziative per le scuole.

La cosa che consiglio a chi si trova a Roma in quei giorni è di scegliere gli appuntamenti meno affollati e più specifici, quelli in cui uno storico presenta una ricerca su un aspetto circoscritto. Le celebrazioni ufficiali hanno la loro funzione, ma è nelle sale piccole che si impara qualcosa. E chi è arrivato fin qui in una sera di gennaio, di solito, è venuto per imparare qualcosa.

Il 16 ottobre 1943, la data romana

Accanto al 27 gennaio, che è una data europea, Roma ha una sua data specifica, e chiunque frequenti la Casa della memoria e della storia la conosce. All'alba del 16 ottobre 1943, un sabato, i reparti tedeschi circondarono l'area del Ghetto e altri quartieri della città e arrestarono oltre milleduecento persone, entrando casa per casa con liste già pronte. I fermati furono radunati al Collegio Militare di via della Lungara, a pochissima distanza da qui, e trattenuti due giorni.

Il 18 ottobre poco più di mille di loro furono caricati su un convoglio alla stazione Tiburtina e deportati ad Auschwitz, dove arrivarono dopo cinque giorni di viaggio. La grandissima maggioranza fu uccisa all'arrivo. Tornarono in sedici, quindici uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino. Nessuno dei bambini deportati quel giorno è tornato.

Il particolare che raggela, e che va detto perché riguarda proprio questa strada, è il luogo del raduno: il Collegio Militare di via della Lungara si trova sulla stessa via che si percorre per arrivare alla Casa della memoria e della storia. Chi cammina lungo la Lungara passa davanti al portone da cui, il 18 ottobre 1943, quelle persone uscirono per salire sui camion. Non c'è nulla da fotografare, non c'è nulla da visitare. C'è solo da saperlo.

Via Tasso e Casa della memoria e della storia

Chi vuole capire la Resistenza romana deve mettere in relazione tre indirizzi: via di San Francesco di Sales 5, via Tasso 145 e via Ardeatina. Il secondo è il Museo storico della Liberazione, all'Esquilino, e occupa i locali che durante l'occupazione furono la sede del comando di polizia di sicurezza tedesco e il suo carcere. Oltre duemila antifascisti vi furono rinchiusi e interrogati fra il settembre 1943 e il giugno 1944; molti finirono fucilati a Forte Bravetta o uccisi alle Fosse Ardeatine.

Il palazzo era stato costruito alla fine degli anni Trenta e affittato all'ambasciata tedesca, che aveva sede nella vicina Villa Wolkonsky. Quando l'occupazione cominciò, le finestre delle stanze trasformate in celle furono murate e i vani divisi. Le celle sono state conservate come i tedeschi le lasciarono ritirandosi, con i graffiti tracciati dai prigionieri ancora sui muri: nomi, date, conti dei giorni, preghiere, messaggi ai familiari.

Due luoghi, due funzioni diverse

La differenza fra i due indirizzi è netta e conviene tenerla presente per organizzare bene un itinerario. Via Tasso è il luogo fisico della repressione: si entra nelle celle, si legge sui muri, si esce diversi da come si è entrati. È un museo, ha un percorso, ha una collezione di documenti, manifesti, cimeli. La Casa della memoria e della storia non ha nulla di tutto questo, e non ne ha bisogno: è il luogo dove quella storia si studia, si discute e si trasmette, non quello dove è accaduta.

Ai gruppi che accompagno propongo, quando c'è tempo, una sequenza in tre tappe distribuite su due giorni: via Tasso per capire che cosa fu la repressione, il Mausoleo delle Fosse Ardeatine per il suo esito, la Casa della memoria e della storia per gli strumenti con cui si legge il tutto. In quest'ordine, il percorso ha un senso. Nell'ordine inverso, funziona come lettura preparatoria. Fatto tutto in un pomeriggio, non funziona affatto.

Le pietre d'inciampo e Casa della memoria e della storia

Camminando per Roma capita sempre più spesso di trovare, incassati nel selciato davanti a un portone, piccoli blocchi di ottone lucido con inciso un nome, una data di nascita, la data e il luogo dell'arresto, la destinazione, la data di morte. Sono le pietre d'inciampo, un progetto dell'artista tedesco Gunter Demnig avviato in Germania negli anni Novanta e diffuso poi in tutta Europa: oggi è considerata la più grande opera d'arte diffusa del continente, con decine di migliaia di pietre posate.

A Roma le prime pietre sono state posate nel 2010, e da allora la loro posa è diventata un appuntamento annuale, in genere fra la fine di gennaio e i primi di febbraio; la città ne conta ormai diverse centinaia. Ogni pietra sta davanti all'ultima abitazione scelta liberamente dalla persona ricordata, e questa è la regola che dà al progetto la sua forza: non un monumento in una piazza, ma un nome davanti a una porta, in mezzo alla vita quotidiana di chi ci passa ogni mattina.

Perché il progetto riguarda anche questo luogo

La preparazione di una posa richiede un lavoro di ricerca che non si improvvisa: bisogna stabilire con certezza il nome, l'indirizzo, la data di arresto, l'itinerario della deportazione e la sorte finale, e bisogna rintracciare i familiari, ai quali il progetto chiede il consenso. È esattamente il tipo di lavoro documentario che le associazioni e gli istituti presenti alla Casa della memoria e della storia svolgono da decenni, ed è il motivo per cui incontri e presentazioni dedicate alle pietre d'inciampo trovano qui una sede naturale.

Il nome del progetto contiene una precisazione che vale la pena spiegare, perché in italiano viene fraintesa. Non si inciampa fisicamente: le pietre sono a filo del selciato. Si inciampa con lo sguardo e con la memoria. La formula usata da Demnig è che ci si china per leggere, e chinandosi si fa un inchino alla persona ricordata. È un dettaglio di progettazione, e spiega perché la posa non è mai in verticale.

Roma dal settembre 1943 al giugno 1944: la cronologia che serve

Per orientarsi in ciò che si ascolta alla Casa della memoria e della storia conviene avere in testa una cronologia essenziale dei nove mesi dell'occupazione. La riassumo come la racconto ai gruppi, con le date che contano davvero.

1943

Il 19 luglio 1943 il quartiere di San Lorenzo e le aree circostanti furono colpiti dal primo bombardamento alleato su Roma, con migliaia di morti: fu il colpo che ruppe l'idea, coltivata fino ad allora, che la città sarebbe stata risparmiata. Il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini, che fu arrestato: il regime cadeva dopo vent'anni. Il 14 agosto Roma fu dichiarata città aperta, dichiarazione che non le risparmiò né bombardamenti successivi né occupazione.

L'8 settembre venne annunciato l'armistizio. Il re e il governo lasciarono la capitale; l'esercito rimase senza ordini. Fra il 9 e il 10 settembre reparti italiani e civili romani combatterono contro le forze tedesche alle porte della città: gli scontri più duri furono alla Magliana, a Porta San Paolo e lungo la via Ostiense. Il 10 settembre Roma era occupata. Il 16 ottobre ci fu il rastrellamento del Ghetto. Nei mesi seguenti si organizzarono i Comitati di Liberazione Nazionale, la stampa clandestina, i gruppi di azione patriottica.

1944

Il 22 gennaio 1944 gli Alleati sbarcarono ad Anzio: la liberazione sembrò questione di giorni e fu invece questione di mesi, perché il fronte si bloccò sulla linea Gustav e nella testa di ponte. Roma visse un inverno di fame, di coprifuoco, di razzie. Il 24 gennaio l'evasione di Pertini e Saragat da Regina Coeli. Il 23 marzo l'azione di via Rasella; il 24 marzo l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Fra il 15 e il 17 aprile il rastrellamento del Quadraro, con circa settecento uomini catturati e deportati al lavoro coatto in Germania.

Il 4 giugno 1944 le truppe alleate entrarono in città e Roma fu liberata, prima capitale dell'Europa occidentale a esserlo. Due giorni dopo, il 6 giugno, gli Alleati sbarcavano in Normandia, e la liberazione di Roma scomparve dalle prime pagine del mondo nell'arco di quarantott'ore. Questo è uno degli elementi che spiegano una certa asimmetria nella memoria internazionale della vicenda romana.

Le rassegne e gli incontri di Casa della memoria e della storia

La programmazione è il cuore pulsante del posto. Nell'arco di un anno la Casa della memoria e della storia ospita presentazioni di libri, seminari, cicli di lezioni, proiezioni, mostre documentarie temporanee, incontri con testimoni, giornate di studio organizzate dalle associazioni residenti o da soggetti esterni che chiedono di usare gli spazi. È attività quasi sempre gratuita e aperta a tutti, e questa gratuità non è un dettaglio: significa che chiunque, senza filtri economici, può entrare in una sala dove si sta discutendo di storia contemporanea a un livello serio.

Il pubblico abituale è un misto interessante. Ci sono i militanti anziani delle associazioni, ci sono i ricercatori, ci sono studenti, ci sono insegnanti, ci sono abitanti del quartiere che passano perché hanno visto la locandina. È un pubblico che fa domande, il che rende il dibattito finale spesso più istruttivo della relazione principale. Chi viene da fuori e ha una serata libera a Roma farebbe bene a considerare questa opzione al posto dell'ennesimo giro nei vicoli.

Le mostre documentarie

Le mostre temporanee che si vedono qui sono quasi sempre mostre di documenti e fotografie, non di oggetti: pannelli, riproduzioni, apparati didascalici, a volte postazioni di ascolto. Sono allestimenti sobri e di costo contenuto, che vivono della qualità del materiale e della cura dei testi. Chi si aspetta scenografie resterà deluso; chi sa leggere una fotografia e una didascalia troverà pane per i suoi denti.

Consiglio, quando capita una mostra fotografica sulla Roma degli anni Quaranta, di dedicare un momento a un esercizio semplice: cercare nelle immagini i luoghi che si conoscono. Riconoscere una via che si è percorsa il giorno prima, in una fotografia scattata sotto l'occupazione, è il modo più diretto per capire che quella storia è avvenuta esattamente qui e non in un altrove astratto.

Le scuole e Casa della memoria e della storia

Una parte rilevante dell'attività è rivolta agli studenti. Le associazioni e gli istituti presenti lavorano da anni con le scuole romane su percorsi che vanno dalla lezione frontale al laboratorio d'archivio, dalla preparazione dei viaggi della memoria ai campi di concentramento fino alla ricerca su una fonte locale. Ci sono formule diverse a seconda dell'età e del tempo disponibile, e vengono concordate con gli insegnanti.

Il laboratorio d'archivio è il formato che difendo con più convinzione. Consiste nel mettere davanti a una classe alcuni documenti veri, o riproduzioni fedeli, e farli leggere: un modulo di richiesta di riconoscimento della qualifica di partigiano, una lettera dal confino, una scheda del casellario politico, un ordine di servizio, un elenco di deportati. Ragazzi che davanti al manuale sbadigliano restano zitti davanti a una calligrafia. La differenza fra leggere che ci furono le leggi razziali e leggere il modulo con cui una famiglia dichiarava la propria razza è tutta lì.

Il problema della generazione senza testimoni

C'è una questione che a Roma si discute apertamente in questi anni ed è bene che chi frequenta la Casa della memoria e della storia la conosca. I testimoni diretti di quegli anni stanno scomparendo. Chi aveva vent'anni nel 1944 oggi ne avrebbe più di cento. Fra pochissimo, la trasmissione della memoria non potrà più contare sull'incontro con chi c'era, che per sessant'anni è stato lo strumento principale della didattica su questi temi.

La risposta, in tutta Europa, sta nel passaggio dalla testimonianza al documento: dalla voce del sopravvissuto all'archivio, alla fonte, al metodo storico. È un passaggio delicato, perché il documento non commuove come una persona che parla, e insieme è un guadagno, perché il documento si può verificare, contestualizzare, discutere. Istituzioni come questa esistono precisamente per gestire quel passaggio, e questa è la ragione più solida per considerarle un investimento e non una spesa.

Fare ricerca a Casa della memoria e della storia

Se sei uno studente universitario, un dottorando, un giornalista, un ricercatore indipendente o semplicemente qualcuno che sta cercando notizie su un parente, ecco come conviene muoversi. Prima di tutto identifica il soggetto giusto: le associazioni presenti sono diverse e ciascuna ha competenze e fondi propri. Chi cerca un deportato politico si rivolge all'ANED; chi cerca un militare internato all'ANEI; chi cerca un condannato dal Tribunale speciale all'ANPPIA; chi cerca il riconoscimento della qualifica partigiana all'ANPI; chi cerca inquadramento storico e bibliografia all'istituto di ricerca.

Poi scrivi. Una mail ben fatta contiene il nome completo della persona cercata, la data e il luogo di nascita, l'ultimo indirizzo noto, la data presunta dell'arresto e qualunque documento di famiglia già in tuo possesso, anche una fotografia con una dedica sul retro. Più dettagli fornisci, più la ricerca ha probabilità di riuscire, perché i fondi sono ordinati per criteri che raramente coincidono con quello che tu stai cercando.

Le altre fonti da incrociare

La ricerca su una singola persona non si esaurisce mai in un solo archivio. Vanno incrociati l'archivio comunale e i registri di stato civile, gli archivi di Stato, le carte del casellario politico centrale per chi fu schedato dal regime, gli elenchi di deportazione, gli archivi delle Ferrovie per i convogli, gli archivi militari per i militari, gli archivi delle comunità religiose e delle parrocchie, e per le vicende romane l'archivio storico della comunità ebraica.

Il punto di forza della Casa della memoria e della storia in questo lavoro non è la quantità di carta che conserva, ma il fatto che riunisce nello stesso edificio persone che sanno dove guardare. Un pomeriggio passato a parlare con chi lavora qui vale, per orientarsi, mesi di ricerche online fatte a tentoni.

Cosa vedere intorno a Casa della memoria e della storia

La zona è di quelle che ripagano abbondantemente una passeggiata. A meno di cinque minuti a piedi, sulla via della Lungara, ci sono la Villa Farnesina, con gli affreschi di Raffaello e della sua bottega, e di fronte Palazzo Corsini con la Galleria Nazionale d'Arte Antica; dietro Palazzo Corsini si apre l'Orto Botanico, uno dei posti più riposanti della città e il modo migliore per staccare dopo una mattinata di argomenti pesanti.

Salendo il Gianicolo si arriva alla passeggiata panoramica, ai busti dei garibaldini e al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, che racconta il 1849, cioè l'altro momento in cui questa collina fu un campo di battaglia. Il collegamento con la Casa della memoria e della storia non è forzato: le due vicende, il 1849 e il 1943, sono i due poli intorno a cui si è costruita l'idea romana di resistenza civile, e i luoghi distano meno di un chilometro.

Scendendo verso il rione

Verso il cuore di Trastevere si incontrano Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici, il Museo di Roma in Trastevere a San Egidio, dedicato alla vita popolare romana, e più in là Santa Cecilia. Attraversando il Tevere si arriva in pochi minuti al Portico d'Ottavia, al Museo Ebraico e alla Sinagoga, cioè al luogo del 16 ottobre 1943.

Se dovessi costruire una giornata intera intorno a questo tema, la disegnerei così: mattina alla Casa della memoria e della storia con un appuntamento preso, pranzo leggero in zona, pomeriggio al Ghetto con una sosta lenta lungo il Portico d'Ottavia e nelle strade laterali per cercare le pietre d'inciampo, e fine giornata al Museo Ebraico. Una giornata così stanca più di quanto si immagini, e per questo sconsiglio di aggiungerci altro.

Informazioni pratiche su Casa della memoria e della storia

L'ingresso è libero e gratuito: non c'è biglietteria, non c'è prenotazione obbligatoria per gli eventi ordinari, salvo quando l'organizzatore la richiede per motivi di capienza. Non essendo un museo, non c'è un orario di visita nel senso comune del termine: ci sono gli orari di apertura degli uffici e della biblioteca, e c'è il calendario degli appuntamenti pubblici, che si concentrano nel tardo pomeriggio e in serata.

Non riporto qui orari, numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica, e lo dico esplicitamente perché è una scelta e non una dimenticanza: sono dati che cambiano, e un dato sbagliato pubblicato in una pagina che resta online per anni fa più danni di un'informazione assente. La cosa giusta da fare è consultare il sito ufficiale dell'istituzione e il portale del sistema bibliotecario di Roma Capitale, che pubblicano il calendario aggiornato.

Quanto tempo serve

Dipende interamente dal motivo per cui si viene. Per assistere a una presentazione, un'ora e mezza. Per una mostra documentaria, quaranta minuti. Per una seduta di studio in biblioteca, mezza giornata. Per una ricerca d'archivio seria, più visite. Chi passa solo per vedere com'è fatto il posto, senza un appuntamento e senza un evento, si fermerà dieci minuti e uscirà pensando che non ci fosse niente da vedere: e in un certo senso avrà ragione, perché ciò che qui c'è da vedere sono le persone al lavoro e i documenti che tirano fuori, non le pareti.

Servizi e comportamento

Gli spazi sono quelli di un istituto pubblico: sale conferenze, sale riunioni, biblioteca, uffici delle associazioni, aree espositive di dimensioni contenute. Non c'è un bar, non c'è un ristorante, non c'è un negozio; per un caffè si scende verso Trastevere. Le regole di comportamento sono quelle di una biblioteca: silenzio nelle sale di studio, telefoni in silenzioso, niente fotografie senza chiedere. E, per quanto possa sembrare superfluo dirlo, si evitano i selfie: non è quel tipo di posto.

Memoria e storia: perché Casa della memoria e della storia si chiama così

Il nome contiene due parole che nel linguaggio comune vengono usate come sinonimi e che nel lessico degli storici indicano cose diverse. La memoria è il ricordo vissuto e trasmesso: appartiene a chi c'era e a chi ne ha ereditato il racconto, è selettiva, emotiva, orientata al presente, e ha pieno diritto di essere così. La storia è la ricostruzione critica dei fatti attraverso le fonti: è verificabile, discutibile, correggibile, e per statuto deve poter smentire la memoria quando i documenti lo impongono.

Mettere le due parole nella stessa insegna è una scelta impegnativa, perché il rapporto fra memoria e storia è conflittuale per natura. Un'associazione di reduci custodisce una memoria; un istituto di ricerca fa storia. Farli convivere sotto lo stesso tetto significa accettare che ogni tanto si discuta, e che la discussione avvenga in pubblico. È esattamente ciò che accade nelle sale di questa casa, ed è la sua qualità più interessante.

Un esempio concreto di quel conflitto

Il caso più noto, a Roma, riguarda via Rasella. Per decenni ha circolato in città la convinzione che i tedeschi avessero affisso manifesti in cui si invitavano gli attentatori a costituirsi per evitare la rappresaglia, e che i gappisti non lo avessero fatto. La ricerca storica ha stabilito che quei manifesti non ci furono e che la rappresaglia fu decisa ed eseguita prima che chiunque potesse costituirsi; le sentenze dei processi hanno confermato la legittimità dell'azione partigiana. Nonostante ciò, la convinzione popolare sopravvive.

Quel divario fra ciò che i documenti dimostrano e ciò che una parte della città continua a credere è, per uno storico, un oggetto di studio a pieno titolo. Non si risolve alzando la voce: si affronta mostrando le carte, spiegando come si stabilisce un fatto, ammettendo che la memoria collettiva ha una vita propria. Se vuoi capire perché un'istituzione come questa serve, questo è il motivo migliore che io possa darti.

Casa della memoria e della storia dentro la Roma di oggi

Ci sono almeno tre modi di guardare a un luogo così. C'è chi lo considera un residuo, una dependance di associazioni novecentesche destinata a esaurirsi con i suoi iscritti. C'è chi lo considera un presidio, un pezzo di infrastruttura civile da difendere. E c'è chi lo considera semplicemente una biblioteca specializzata con un ottimo calendario di incontri. Le tre letture non si escludono, e la mia posizione da guida è che la terza sia il modo migliore per far scoprire la seconda a chi parte dalla prima.

Roma è una città che digerisce tutto, compresa la propria storia recente. Nel giro di un chilometro quadrato, qui, si trovano un carcere in funzione, una villa rinascimentale con gli affreschi di Raffaello, un orto botanico, un'accademia straniera, il collegio militare da cui partirono i deportati del 16 ottobre e un centro di studi sulla Resistenza. Non c'è nessun progetto dietro questa combinazione: c'è la stratificazione, che è il modo in cui Roma tratta il tempo. Sta a chi cammina metterla in ordine.

Il quartiere e i suoi abitanti

Trastevere è cambiato molto. Il rione popolare descritto dalla letteratura e dal cinema del dopoguerra ha lasciato il posto a un quartiere di locali, di case in affitto breve, di studenti stranieri e di turismo notturno; le famiglie storiche si sono trasferite in periferia da decenni. In questo contesto, la parte alta della Lungara resta una delle poche zone che conservano un ritmo diverso, in parte perché non c'è nulla da bere e da comprare lungo quel muro.

È anche il motivo per cui consiglio la passeggiata di sera d'inverno, quando il rione è ancora tranquillo. Si sale da ponte Sisto, si passa sotto Porta Settimiana, si costeggia il muro, si arriva alla svolta di via di San Francesco di Sales con le finestre illuminate della sala conferenze. Non è un itinerario spettacolare. È uno di quelli che restano.

Una curiosità su Casa della memoria e della storia

La curiosità che racconto sempre riguarda la data di nascita. Le istituzioni culturali, di regola, aprono quando sono pronte: quando i lavori finiscono, quando il collaudo passa, quando l'assessore ha l'agenda libera. La Casa della memoria e della storia ha fatto il contrario: ha scelto prima la data e poi ci si è arrivati. Il 24 marzo 2006, sessantaduesimo anniversario delle Fosse Ardeatine, non è un giorno qualunque nel calendario civile romano, ed è l'unico giorno dell'anno in cui l'intera città, comunque la pensi, si ferma sulla stessa cosa.

C'è una conseguenza pratica di quella scelta che quasi nessuno nota: significa che ogni anniversario dell'istituzione coincide con una commemorazione di lutto. Nessuna torta, nessun brindisi, nessuna celebrazione autoreferenziale. Il compleanno di questa casa è il giorno in cui si va alle Fosse Ardeatine. Trovo che sia una delle decisioni più eleganti prese da un'amministrazione comunale romana in materia culturale, e la trovo elegante proprio perché nessuno l'ha mai pubblicizzata.

La seconda curiosità è geografica e la scoprono da soli quelli che hanno il senso dell'orientamento. Da via di San Francesco di Sales, il muro del carcere di Regina Coeli e il portone del Collegio Militare di via della Lungara distano rispettivamente pochi metri e pochi minuti a piedi. Cioè: il centro che studia la deportazione e la Resistenza romana sta a distanza di sguardo sia dal carcere da cui furono prelevati molti dei caduti delle Ardeatine, sia dall'edificio in cui furono radunati gli ebrei romani arrestati il 16 ottobre 1943. Non risulta che questo abbia pesato nella scelta della sede, che dipese dalla disponibilità dell'immobile. Il caso, qualche volta, ha una precisione che la programmazione non raggiunge.

Una cosa che non ti dice nessuno su Casa della memoria e della storia

Quella che non ti dice nessuno è che qui, in certe sere, si litiga. Non nel senso volgare del termine: si discute, anche aspramente, davanti a un pubblico che ascolta. Succede quando una ricerca nuova mette in discussione un elemento consolidato del racconto, quando un familiare presente in sala corregge lo storico che sta parlando, quando due associazioni con storie politiche diverse valutano diversamente lo stesso episodio. In un museo tradizionale questo non accade mai, perché il museo espone una versione già decisa. Qui la versione si sta ancora componendo.

La seconda cosa che non ti dice nessuno è che il posto, materialmente, non è spettacolare. Chi ci arriva con l'idea di un grande centro della memoria trova un edificio sobrio, corridoi di ex convento, sale di dimensioni normali, arredi funzionali, nessuna scenografia. Ho visto persone deluse dopo dieci minuti. Il valore non è nel contenitore ed è tutto nelle persone, nei documenti e nel calendario: se non lo si sa in anticipo, l'incontro fallisce. Questa pagina serve anche a evitare quella delusione.

La terza è la più utile in pratica. Non tutti gli enti romani che si occupano di questa storia hanno sede qui, e le liste che circolano online sono spesso datate: alcuni istituti citati come residenti hanno una propria sede autonoma in altre zone della città e con questa casa collaborano soltanto. Se stai organizzando una consultazione d'archivio, verifica presso l'ente specifico dove si trovino fisicamente le carte prima di prendere un appuntamento. È il consiglio operativo più prezioso che possa darti su questo indirizzo.

Il consiglio che ti do per visitare Casa della memoria e della storia

Il consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: non venire a vuoto. Guarda il calendario prima di muoverti e scegli una data in cui succede qualcosa. Una presentazione, un seminario, una proiezione, una mostra documentaria, l'inaugurazione di un ciclo. Se invece ti interessa la biblioteca, scrivi o telefona prima e concorda l'accesso, spiegando che cosa cerchi. Un'ora di preparazione trasforma questa visita da delusione a scoperta, e non conosco altro luogo a Roma in cui questo rapporto sia così sbilanciato.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine delle cose. Se hai in programma anche via Tasso e le Fosse Ardeatine, distribuiscili su due giorni e non su uno. Sono luoghi che chiedono energia emotiva, e affastellarli produce l'effetto opposto a quello desiderato: una saturazione dopo la quale non si registra più niente. Un luogo al giorno, con il tempo per camminare e per stare in silenzio fra l'uno e l'altro, è la formula che funziona.

Come prepararsi prima di venire

Arriva con qualche nozione già in testa. Non serve una preparazione accademica: basta sapere che cosa successe fra l'8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944, che cosa furono via Tasso e le Fosse Ardeatine, che cosa accadde il 16 ottobre 1943. Con queste quattro coordinate in testa, un incontro serale qui diventa comprensibile e appassionante. Senza, si ascoltano nomi e sigle che non si agganciano a niente.

Se viaggi con adolescenti, preparali un po' di più e scegli con cura l'appuntamento: un seminario metodologico li perderà nei primi cinque minuti, un incontro con una ricerca su una storia individuale li terrà svegli. E se viaggi con bambini piccoli, semplicemente rimanda: non è una questione di divieti, è che non è pensato per loro e non c'è niente di male ad ammetterlo.

Il modo giusto di stare qui

Ultimo consiglio, che riguarda il contegno. Questo non è un luogo di commemorazione solenne, e non serve entrare in punta di piedi come in un sacrario: è un luogo di lavoro, dove si discute, si prendono appunti, si fanno domande, si beve un caffè al bar sotto casa dopo. Il rispetto qui non è il silenzio compunto, è l'attenzione. Prendere sul serio ciò che viene detto, verificare, chiedere quando non si capisce: questo è il modo in cui un posto così vuole essere trattato.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Roma fu la prima capitale dell'Europa occidentale a essere liberata, il 4 giugno 1944. Lo si legge in ogni manuale. Quello che si cita molto meno è la coda cronologica: due giorni dopo, il 6 giugno, cominciò lo sbarco in Normandia, e la notizia della liberazione di Roma sparì dalle prime pagine di tutto il mondo nel giro di quarantott'ore. I corrispondenti che avevano seguito la campagna d'Italia furono trasferiti, i cinegiornali cambiarono fronte, l'attenzione internazionale si spostò e non tornò più indietro.

La conseguenza si vede ancora oggi ed è misurabile nella percezione del pubblico straniero. Milioni di persone sanno che cosa fu la Normandia; pochissime, fuori d'Italia, sanno che cosa furono i nove mesi di occupazione di Roma, il rastrellamento del Ghetto o le Fosse Ardeatine. Nella mia esperienza professionale questo è il buco più grande e più costante nella conoscenza dei visitatori: gente coltissima, informata su tutto, che ignora completamente che questa città sia stata occupata per nove mesi.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda il numero delle vittime delle Fosse Ardeatine. Che siano state 335 lo sanno tutti; che il calcolo previsto ne prevedesse 330, cioè dieci per ciascuno dei trentatré militari tedeschi morti, e che i cinque in più siano il frutto di un errore materiale nella compilazione delle liste, lo sanno molti meno. Quei cinque uomini furono uccisi perché nessuno, quel pomeriggio, volle prendersi la responsabilità di rimandarli in cella. È il dettaglio che dice più di ogni altro sulla natura burocratica di quel massacro, e va raccontato senza aggiungerci una sola parola di commento.

Terzo fatto poco citato: la giustizia. I processi ai responsabili tedeschi dell'eccidio si sono conclusi con condanne definitive soltanto negli anni Novanta e Duemila, cioè oltre mezzo secolo dopo, e furono resi possibili anche dal ritrovamento, nel 1994, di un archivio di fascicoli su crimini di guerra rimasto per decenni chiuso in un deposito romano. Quella vicenda documentaria ha cambiato la storia giudiziaria italiana degli ultimi trent'anni, ed è una delle ragioni per cui, in questa città, gli archivi non sono un argomento per specialisti.

La foto giusta da fare a Casa della memoria e della storia

Comincio con le fotografie da non fare, perché qui contano più delle altre. Non si fotografano le bocche di lupo del carcere di Regina Coeli: dietro quelle finestre ci sono persone detenute oggi, ed è anche una questione di regole, oltre che di decenza. Non si fotografano le persone che lavorano nelle sale senza chiedere. Non si fotografano i documenti d'archivio senza autorizzazione, perché sono soggetti a norme di tutela e di riservatezza che valgono anche quando riguardano fatti di ottant'anni fa.

La fotografia giusta, invece, è quella che nessuno fa: l'insegna e il portone di via di San Francesco di Sales, ripresi dal basso della strada in modo da tenere dentro l'inquadratura la pendenza della via e, sullo sfondo, il verde del Gianicolo che scende dietro il tetto. È un'immagine ordinaria di un edificio ordinario, e questo è esattamente il punto: serve a ricordare che la memoria civile di una città non abita in un monumento ma in un indirizzo, come un ufficio, come una scuola, come una casa. Con la luce del tardo pomeriggio la salita prende un'ombra lunga che dà profondità allo scatto.

Le altre due inquadrature che valgono la pena

La seconda è in via della Lungara, all'imbocco di via di San Francesco di Sales: si mette a fuoco la targa stradale e si lascia sfocato, sullo sfondo, il muro lungo del carcere. È una fotografia che richiede attenzione a non inquadrare postazioni di vigilanza, e proprio per questo va fatta con misura e senza fermarsi troppo. Racconta in un'immagine sola il rapporto fra questa istituzione e ciò che le sta accanto.

La terza è la migliore per chi ha pazienza: una sala conferenze piena durante un incontro, ripresa dal fondo, con le teste del pubblico in controluce e il relatore in fondo. Va chiesto il permesso, va fatta senza flash e senza rumore. È una fotografia banale in qualunque altro contesto e qui significa qualcosa di preciso: che ottant'anni dopo, in una sera di novembre, cinquanta persone si sono sedute in una stanza per ascoltare la storia di quello che è successo nella loro città. Se dovessi scegliere una sola immagine per spiegare questo posto, sceglierei quella.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Bisogna distinguere con onestà due cose: gli avvenimenti accaduti dentro questo edificio e quelli accaduti nel raggio di poche centinaia di metri. L'edificio, come complesso conventuale prima e come sede pubblica poi, non è stato teatro di episodi celebri; la sua vicenda è quella, comune a mezza Roma, di un immobile religioso passato allo Stato dopo l'unità d'Italia e riadattato più volte. L'avvenimento che lo riguarda direttamente è l'inaugurazione del 24 marzo 2006, che ne ha fatto la prima istituzione comunale romana concepita come casa comune delle associazioni della memoria antifascista.

Nel raggio di duecento metri

Qui l'elenco diventa denso. Il carcere di Regina Coeli, aperto nel 1881 nell'ex convento carmelitano di via della Lungara, è stato il principale luogo di detenzione politica della Roma occupata: nel terzo braccio, sotto controllo tedesco, passarono centinaia di antifascisti, e da lì furono prelevati molti degli uomini uccisi alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Nella notte fra il 24 e il 25 gennaio 1944 da quel carcere furono fatti evadere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, futuri presidenti della Repubblica, in un'operazione organizzata dalla Resistenza romana con documenti falsi.

Poco più avanti sulla stessa via, il Collegio Militare fu il luogo in cui vennero radunate le oltre mille persone arrestate nel rastrellamento del 16 ottobre 1943; da lì, due giorni dopo, partirono i camion diretti alla stazione Tiburtina e poi il convoglio per Auschwitz. È il fatto più grave accaduto in questa strada e non ha una targa proporzionata alla sua gravità, il che è a sua volta un dato di storia della memoria.

Più indietro nel tempo

La via della Lungara fu aperta all'inizio del Cinquecento da papa Giulio II come asse rettilineo fra il Vaticano e Trastevere, e su di essa si affacciarono presto la Villa Farnesina, costruita per il banchiere senese Agostino Chigi e affrescata da Raffaello, Baldassarre Peruzzi e Sebastiano del Piombo, e più tardi il palazzo che i Corsini avrebbero trasformato nella loro residenza romana, dove nel Seicento visse Cristina di Svezia, la regina che aveva abdicato e si era trasferita a Roma.

Sulla collina alle spalle, Villa Lante al Gianicolo fu costruita nel primo Cinquecento per Baldassarre Turini, datario di papa Leone X, su disegno attribuito a Giulio Romano; oggi ospita l'Accademia di Finlandia. E nel 1849, durante la Repubblica Romana, tutto il crinale del Gianicolo fu la linea del fronte contro le truppe francesi: le ville della collina furono distrutte dall'artiglieria e ricostruite dopo. Questa strada, in altre parole, ha visto due assedi e un'occupazione nel giro di un secolo.

Chi è passato da Casa della memoria e della storia

Chi è passato di qui, prima di tutto, sono gli ultimi testimoni. Nei primi anni di attività, dopo il 2006, era ancora possibile ascoltare in queste sale uomini e donne che avevano combattuto nella Resistenza romana, che erano stati deportati, che erano stati internati in Germania dopo l'8 settembre, che avevano vissuto il 16 ottobre nascosti in un sottotetto. Molti di loro sono venuti qui decine di volte, davanti a classi scolastiche, con la pazienza infinita di chi ripete la stessa storia per la centesima volta perché sa che per chi ascolta è la prima.

Sono passati e passano gli storici di professione: docenti universitari, ricercatori, archivisti, dottorandi, autori di ricerche presentate qui prima che nelle sedi accademiche. È una delle caratteristiche del posto: molte ricerche sulla Roma del Novecento hanno avuto la loro prima discussione pubblica in queste sale, davanti a un pubblico misto in cui sedevano insieme accademici e persone direttamente coinvolte nei fatti raccontati. Un banco di prova severo, per un autore.

Le altre presenze

Sono passati i familiari. È la categoria di visitatori più silenziosa e più frequente: figli, nipoti e ormai pronipoti di persone arrestate, deportate, uccise, che arrivano con una fotografia, una lettera, una cartolina dal campo, a volte solo un cognome e un sospetto. Chiedono aiuto per capire che cosa è successo al loro parente. È il lavoro meno visibile che si fa qui e, per le famiglie coinvolte, il più importante.

Sono passate migliaia di studenti delle scuole romane, in gita di istruzione o in laboratorio, e i loro insegnanti, che in molti casi hanno usato questo luogo come base per preparare i viaggi della memoria ai campi. Sono passati amministratori e rappresentanti istituzionali nelle date del calendario civile, con le cerimonie di rito. E sono passati, soprattutto, gli abitanti del quartiere e i romani qualunque, quelli che entrano perché hanno letto una locandina e si fermano ad ascoltare.

Se vuoi la mia opinione da guida, sono gli ultimi la ragione per cui questo posto ha senso. Le celebrazioni ufficiali si organizzano ovunque e passano; le testimonianze dirette, purtroppo, stanno finendo; gli archivi resteranno comunque. Ciò che non è garantito è che ci sia ancora qualcuno disposto a entrare, sedersi e ascoltare in una sera di novembre. Finché quella sala si riempie, la Casa della memoria e della storia funziona esattamente per come è stata pensata.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.

RiassuntoCasa della memoria e della storia Via San Francesco di Sales, 5 Roma
Tagsche fare a Romaestate romanaeventi romaFamiglie e Bambini - Roma

Contact Information

IndirizzoCasa della memoria e della storia Casa della memoria e della storia
Via San Francesco di Sales, 5
Roma Roma Città, Roma Città
🎫✦ Più attrazioni

Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto

Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.

★★★★★✓ Conferma immediataBiglietto sul telefono
🚌✦ Sali e scendi

Bus hop-on hop-off: giro di Roma

Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.

★★★★★✓ Conferma immediataBiglietto sul telefono
🛏️✦ Hotel

Dove dormire a Roma: confronta gli hotel

Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.

★★★★★✓ Tante strutture con cancellazione flessibilePrezzi al checkout
Cerca hotel a Roma →
🚐✦ Transfer

Transfer dall aeroporto al centro

Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.

★★★★★✓ Prezzo concordato in anticipoAutista che ti aspetta in aeroporto
🚗✦ Auto

Noleggio auto a Roma e dintorni

Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.

★★★★★✓ Confronto tra più fornitoriRitiro in aeroporto o in città
Confronta i noleggi →
✈️✦ Voli

Voli per Roma: cerca le tariffe

Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.

★★★★★✓ Voli diretti low costAndata e ritorno o solo andata
Cerca voli per Roma →
🔎✦ Voli

Confronta tutte le compagnie per Roma

Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.

★★★★★✓ Confronto tra piu compagnieDate flessibili
Confronta i voli →