San Nicola dei Lorenesi
San Nicola dei Lorenesi occupa un angolo di Largo Febo, alle spalle di piazza Navona, a una cinquantina di passi dal fianco di Santa Maria dell’Anima. È la chiesa nazionale dei lorenesi, cioè dei sudditi dei ducati di Lorena e di Bar, e oggi è una delle cinque chiese francofone di Roma. Dall’esterno non promette niente: facciata a due ordini, portale, nicchie vuote, una finestra. Chi passa di lì la scambia per un palazzo con un timpano. Dentro c’è una delle volte affrescate più importanti del primo Settecento romano, firmata da Corrado Giaquinto, e una finta abside dipinta che inganna l’occhio a tre metri di distanza. Il problema è entrare: la chiesa non ha orario da museo, apre soprattutto per gli uffici liturgici e la comunità che la officia vive con ritmi propri. Questa pagina spiega che cosa c’è dentro, quali date reggono e quali no, e come organizzarsi per trovare il portone aperto invece di fotografare la facciata e andarsene.
Dove si trova San Nicola dei Lorenesi e come arrivare
L’indirizzo è Largo Febo 17, rione Parione. Largo Febo è lo slargo che si apre subito a nord di piazza Navona, fra l’abside di Santa Maria dell’Anima e via di Santa Maria dell’Anima, in un punto in cui la topografia romana diventa confusa perché le strade cambiano nome ogni trenta metri. Alcune schede riportano il civico 9 invece del 17: il portone è uno solo e si trova sul lato corto dello slargo, con la dedica latina incisa in facciata.

Con i mezzi pubblici
Nessuna linea di metropolitana serve questa zona, e non è un dettaglio secondario: piazza Navona è uno dei punti del centro storico più lontani da una fermata di metro. Le opzioni realistiche sono due, e sono entrambe pedonali per l’ultimo tratto. La prima è scendere a Barberini sulla linea A e camminare venti minuti buoni attraverso il Tridente. La seconda è arrivare in autobus su corso Vittorio Emanuele II o su corso del Rinascimento e completare a piedi in cinque minuti.
Le linee di superficie che percorrono corso Vittorio Emanuele II scaricano a poche centinaia di metri, all’altezza di Sant’Andrea della Valle o della Cancelleria. Da lì si risale per via della Cuccagna o per il fianco di Palazzo Braschi e si sbuca in piazza Navona. I percorsi degli autobus romani cambiano spesso per cantieri, manifestazioni e chiusure del centro, quindi la verifica va fatta il giorno stesso sull’applicazione dell’azienda di trasporto. Il quadro generale dei mezzi romani, con i biglietti e le trappole ricorrenti, lo trovate nella nostra pagina su come muoversi a Roma.
A piedi, che è il modo giusto
Questa parte di Roma si attraversa a piedi e basta. Dal Pantheon sono sette minuti passando davanti a San Luigi dei Francesi e a Sant’Agostino. Da Campo de’ Fiori sono otto, attraversando corso Vittorio. Da Castel Sant’Angelo sono dodici, lungo via dei Coronari, che è la strada più bella del percorso e anche quella con le vetrine più care.
In auto, in taxi e in bicicletta
L’auto privata qui non serve e in gran parte dei casi non passa: l’area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, con varchi elettronici attivi in fasce ampie e sanzioni automatiche. I parcheggi in struttura più vicini sono lungo il lungotevere e verso il Gianicolo, e costano quanto un pranzo. Il taxi scarica su corso del Rinascimento o su via di Tor Millina e l’ultimo tratto si fa comunque a piedi. In bicicletta il centro storico si gira bene la mattina presto e male nelle ore centrali, quando il flusso pedonale rende ogni vicolo una coda: la nostra valutazione onesta degli itinerari ciclabili romani la trovate nella pagina su Roma in bici.
Che cosa si vede entrando, e che cosa no
La chiesa è una sola aula rettangolare coperta da volta a botte, con due cappelle laterali poco profonde che formano una specie di transetto appena accennato, sormontato da una cupola su pennacchi. Non c’è navata laterale, non c’è deambulatorio, non c’è cripta visitabile. In quattro passi si arriva all’altare maggiore. La dimensione è quella di una cappella gentilizia grande, e questo spiazza chi arriva pensando a una chiesa nazionale sul modello di San Luigi dei Francesi.
La volta
La volta della navata porta l’affresco con san Nicola che fa sgorgare l’acqua dalla roccia. È il pezzo forte, ed è anche la ragione per cui gli storici dell’arte conoscono questa chiesa mentre i turisti no. Guardarla richiede di mettersi al centro dell’aula e alzare la testa per qualche minuto, con la luce giusta, che qui non è mai abbondante.
La finta abside
Dietro l’altare maggiore una pittura in prospettiva simula un’abside circolare che nella realtà non esiste. La parete è piatta. Un secondo esercizio prospettico orna la cupola. Sono due dispositivi barocchi di illusione ottica, dello stesso genere di quelli che rendono famosa la volta di Sant’Ignazio di Loyola, applicati qui a una scala minuscola e per questo quasi mai citati nei manuali divulgativi.
I marmi
Il rivestimento interno è a marmi policromi, con dominanti verdi e rosa, e appartiene a una campagna decorativa di metà Settecento. È un lavoro di intarsio che in fotografia rende poco e dal vivo molto, perché il colore cambia con la luce che entra dalla finestra sopra il portale. La sobrietà dell’esterno e la ricchezza dell’interno sono in rapporto inverso, e questa è la prima cosa che colpisce chi apre il portone.
Che cosa non si vede
Non si visita la cripta, dove secondo le fonti francesi sono sepolti diversi lorenesi morti a Roma. Non si visitano gli ambienti dell’edificio annesso, che appartengono al complesso e non sono aperti. Non esiste un percorso di visita segnalato, non c’è biglietteria, non c’è bookshop, non ci sono pannelli. La chiesa si vede tutta in dieci minuti e si capisce in quaranta, se qualcuno spiega.
Perché esiste una chiesa dei lorenesi a Roma
La logica delle chiese nazionali romane è amministrativa prima che devozionale. Nella Roma dei papi ogni comunità straniera stabile, cioè mercanti, artigiani, scrittori di documenti pontifici, studenti, artisti, si organizzava in confraternita, e la confraternita aveva bisogno di una chiesa propria per le messe, le sepolture, l’assistenza ai connazionali poveri e la rappresentanza politica. I lorenesi erano a Roma in numero consistente: le ricostruzioni dell’associazione che oggi cura la chiesa indicano per il primo Seicento un ordine di grandezza di alcune migliaia di persone su una città che ne contava circa centomila.
Prima c’era San Luigi
Fino alla fine del Cinquecento francesi e lorenesi stavano insieme nella stessa congregazione, quella di San Luigi, che costruì San Luigi dei Francesi. Una parte della spesa fu coperta dal duca Carlo III di Lorena, cognato di Enrico III di Francia, proprio per garantire allo stato lorenese una rappresentanza presso la Santa Sede. Il problema è che dentro San Luigi i lorenesi erano ospiti, e una cappella non equivale a una chiesa.
La confraternita autonoma
La data della separazione è discussa. Le voci enciclopediche italiana e francese collocano nel 1587 la nascita di una confraternita lorenese indipendente, intitolata a san Nicola e a santa Caterina, con il nome di Confraternité de Saint-Nicolas et de Sainte-Catherine de la Nation de Lorraine et de Barrois. L’associazione che cura oggi la chiesa e la rassegna sulle chiese nazionali pubblicata dal Giornale dell’Arte retrodatano invece al 1508 la fondazione di una confraternita lorenese propria. Le due date non sono per forza incompatibili, perché una cosa è un sodalizio devozionale e un’altra è un ente riconosciuto con diritto di possedere una cappella, ma nessuna delle fonti divulgative chiarisce il passaggio. Chi vuole andare a fondo deve passare alla bibliografia specialistica.
San Nicola in Agone
La chiesa concessa ai lorenesi non era nuova. Si chiamava San Nicola in Agone, dove in agone è il riferimento all’area dello stadio di Domiziano, il circus agonalis da cui deriva per corruzione il nome stesso di Navona. Le fonti antiche la dicono già dedicata anche a santa Caterina. Il papa che la concesse fu Gregorio XV Ludovisi, con una bolla che le fonti datano al 1622 oppure al 1623 a seconda di quale si legge.
Che cosa vuol dire chiesa nazionale, in concreto
Vuol dire che la proprietà e la manutenzione non dipendono dalla diocesi di Roma ma da un ente legato allo stato di provenienza. Dopo il 1766, quando i ducati di Lorena e di Bar passarono alla Francia, San Nicola entrò nei Pieux Établissements de la France à Rome et Lorette, l’ente che amministra tuttora il patrimonio ecclesiastico francese in Italia. È il motivo per cui una chiesa di Largo Febo viene restaurata con fondi del ministero della cultura francese e non con fondi italiani.
Il cantiere di François Desjardins, e le date che non tornano
L’architetto che ricostruì la chiesa fu un lorenese, François Desjardins, il cui nome compare anche nella forma du Jardin e nell’italianizzazione Francesco Giardini. Su di lui la letteratura divulgativa dice pochissimo, e le schede che circolano si limitano a ripetere il nome. Nella storia dell’architettura romana del Seicento resta una figura marginale, un professionista al servizio della propria comunità nazionale, che lavora su un lotto stretto con un budget da confraternita.
Le tre date che circolano
Sulla cronologia del cantiere le fonti non concordano, e la divergenza va detta invece che nascosta. La voce italiana indica la consacrazione nel 1632 e il completamento nel 1636. La voce francese dà per conclusa la ricostruzione nel 1632 e poi, nella sezione architettonica, colloca i lavori fra il 1635 e il 1636. La rassegna del Giornale dell’Arte fa cominciare il cantiere nel 1623, dopo la demolizione dell’edificio preesistente, e lo conclude nel 1635. L’associazione francese degli amici della chiesa indica l’avvio nel 1635 e una facciata del 1636.
Come leggerle senza sbagliare
La ricostruzione più economica è che il cantiere sia stato lungo e discontinuo, come quasi tutti i cantieri di confraternita: demolizione e avvio negli anni Venti, consacrazione a lavori strutturali conclusi nel 1632, rifiniture e facciata fino al 1636. Chi scrive una data sola sta semplificando. Noi riportiamo tutte quelle che abbiamo trovato, con l’indicazione della fonte, e lasciamo il lettore libero di capire che il dato non è fermo.
La pianta e la croce di Lorena
La descrizione francese della chiesa nota che la combinazione di aula, due cappelle appena accennate e transetto poco sporgente disegna in pianta una forma che richiama la croce di Lorena, cioè la croce a due bracci che è l’emblema del ducato. È una lettura simbolica affascinante e va presa per quello che è: una interpretazione proposta da chi racconta la chiesa dal punto di vista lorenese, non un dato progettuale documentato da un disegno d’archivio. Chi entra e guarda la pianta ci vede quello che vuole vederci.
Il rapporto con il Gesù
La facciata a due ordini con portale centrale, nicchie laterali e finestra superiore appartiene alla famiglia di modelli che discende dal Gesù, cioè dal prototipo controriformato che ha imposto per un secolo e mezzo lo schema della facciata di chiesa romana. Qui il modello è ridotto all’osso, senza volute vistose e senza apparato scultoreo. Chi vuole vedere che cosa succede quando lo stesso schema viene invece portato al limite può confrontare con Sant’Andrea della Valle, a cinque minuti di strada.
Corrado Giaquinto, la volta e il motivo per cui questa chiesa conta
Corrado Giaquinto nasce a Molfetta nel 1703 e muore a Napoli nel 1766. La sua carriera lo porta a Roma, poi a Torino, poi a Madrid come primo pittore di corte di Ferdinando VI, e infine di nuovo a Napoli. In mezzo c’è il cantiere di San Nicola dei Lorenesi, che le ricostruzioni indicano come la sua prima grande impresa pubblica romana e quindi come il punto in cui un pittore di formazione napoletana entra nel giro delle committenze internazionali.
Perché lo chiamarono
L’occasione fu la beatificazione di Pietro Fourier, il canonico regolare lorenese fondatore della congregazione di Nostra Signora, proclamato beato nel 1730 sotto Clemente XII. Per la comunità lorenese di Roma era l’evento identitario del secolo, e la confraternita decise di rifare l’apparato decorativo della propria chiesa. Il cantiere pittorico viene collocato fra il 1731 e il 1733.
Che cosa dipinse
Le fonti elencano, con qualche variazione fra loro, l’affresco della volta della navata con san Nicola che fa sgorgare l’acqua dalla roccia, le quattro virtù cardinali sui pennacchi della cupola, le tre virtù teologali, una Trinità con san Nicola e, in controfacciata, l’angelo che libera un prigioniero. La decorazione della cupola viene descritta come una scena di paradiso. Sulla ripartizione esatta fra abside, pennacchi e calotta le descrizioni divergono nei dettagli, e chi cerca una mappa precisa deve rivolgersi alla letteratura specialistica.
Il ritorno del 1750
Per il giubileo del 1750 Giaquinto torna in questa chiesa e dipinge due quadri d’altare, san Nicola davanti agli ufficiali di Costantino e san Nicola che placa la tempesta. Il secondo, ridotto in cattivo stato di conservazione, fu sostituito da una copia nel 1827. Chi guarda oggi quella tela sta guardando una copia ottocentesca, e quasi nessuna scheda lo dice.
Gli altri nomi
Prima di Giaquinto la chiesa era stata decorata da artisti lorenesi attivi a Roma. Il principale è François Nicolas de Bar, che le fonti romane chiamano anche Nicolò Lorense: sua la pala dell’altare maggiore con san Nicola, i tre fanciulli e un prigioniero, collocata fra il 1676 e il 1686, e sua la tavola delle nozze mistiche di santa Caterina d’Alessandria, fra il 1660 e il 1670. Nel 1730 la cappella della Visitazione venne ridedicata al nuovo beato e la pala con san Pietro Fourier e la Vergine, dell’anconetano Francesco Antonozzi, prese il posto di una Visitazione dipinta nel 1680 da un lorenese rimasto anonimo. L’intarsio marmoreo del 1748 viene riferito a Giovanni Andrea Volponi e Giuseppe Maria Bay.
Una curiosità su San Nicola dei Lorenesi
La facciata di questa chiesa è rivestita con materiale che viene dallo stadio di Domiziano. Lo scrive Mariano Armellini nel suo repertorio delle chiese romane del 1891, ed è una notizia che chiude un cerchio topografico preciso: piazza Navona ha la forma che ha perché ricalca l’arena dello stadio, e le chiese costruite attorno hanno usato per secoli le strutture antiche come cava di pietra. La chiesa nazionale di una comunità venuta dal nord della Francia è materialmente fatta, in parte, di un edificio di spettacolo del primo secolo.
Il riscontro nelle fondazioni
Un cronista contemporaneo al cantiere, Pompilio Totti, registrò che nelle fondazioni della nuova chiesa furono impiegate pietre enormi provenienti dal vecchio circo agonale. La notizia viene ripresa dalla rassegna del Giornale dell’Arte sulle chiese nazionali romane. È il tipo di dettaglio che si può verificare solo con uno scavo, ma la coerenza fra la fonte seicentesca e la descrizione ottocentesca della facciata dà al racconto una solidità superiore alla media.
Dove si vede lo stadio, oggi
Chi vuole capire di che cosa stiamo parlando può scendere nei sotterranei dello stadio di Domiziano, che si visitano da un ingresso su via di Tor Sanguigna, a due minuti da Largo Febo. Lì si vedono gli archi in laterizio e in travertino della struttura originale, al livello antico, sotto la quota della città moderna. Fare le due cose in sequenza, prima i sotterranei e poi la chiesa, è il modo migliore per dare senso a una nota che altrimenti resta un’informazione senza corpo.
Una cosa che non ti dice nessuno su San Nicola dei Lorenesi
Quell’abside che si vede dietro l’altare maggiore non c’è. È dipinta. La parete di fondo della chiesa è piatta e un trompe-l’oeil costruito in prospettiva simula una conca absidale con il suo aggetto, le sue ombre e la sua profondità. Funziona a tal punto che la maggior parte delle persone che entrano esce senza essersene accorta, e questo è il vero motivo per cui nessuno lo racconta: chi non lo sa non lo vede, e chi scrive schede in trecento parole copia da chi non lo sapeva.
Come ci si accorge dell’inganno
Il modo pratico per smascherarlo è spostarsi lateralmente. La prospettiva dipinta è calibrata su un punto di vista solo, di solito il centro dell’aula all’altezza dell’ingresso. Camminando verso il muro laterale destro o sinistro la finta conca comincia a deformarsi, le ombre smettono di avere senso e il volume collassa sulla parete. Trenta secondi di movimento laterale valgono più di qualsiasi spiegazione.
Lo stesso trucco in grande
La quadratura prospettica è una specialità romana fra Sei e Settecento, e il caso più famoso è la finta cupola di Sant’Ignazio di Loyola, una tela piatta che simula un tamburo che non fu mai costruito. Qui il meccanismo è lo stesso ma la scala è domestica, e il risultato è più difficile da cogliere perché lo spazio è piccolo e l’occhio ha meno margine per confrontare. Una seconda quadratura orna la cupola.
Perché lo fecero
La ragione è banale e vale per metà delle chiese romane: mancavano i soldi e mancava lo spazio. Costruire un’abside vera avrebbe richiesto di sfondare verso l’edificio confinante, cosa impossibile in un tessuto urbano saturo come quello di Parione. Dipingerla costava una frazione e produceva lo stesso effetto scenico durante la liturgia, quando l’aula era illuminata a candele e l’occhio non aveva modo di controllare. La finzione barocca nasce quasi sempre da un vincolo, non da un capriccio.
Il paragone che aiuta
Chi vuole capire la differenza fra spazio vero e spazio dipinto può mettere in fila tre tappe nello stesso pomeriggio: la finta abside qui, la vera curvatura borrominiana di Sant’Ivo alla Sapienza, e la prospettiva architettonica che chiude il coro di Santa Maria della Pace. Sono tre modi diversi di risolvere lo stesso problema, cioè fare sembrare grande un luogo che non lo è, e stanno tutte e tre dentro un raggio di seicento metri. Il quadro d’insieme del linguaggio barocco romano è nella nostra pagina su Roma barocca.
Il consiglio che ti do per visitare San Nicola dei Lorenesi
Il consiglio è uno: arrivare in coincidenza di un ufficio liturgico, oppure scrivere prima. San Nicola dei Lorenesi non è una chiesa parrocchiale con orario continuato e non è un museo. Nelle classificazioni ecclesiastiche risulta chiesa rettoria, cioè un luogo di culto senza territorio parrocchiale proprio, collegato per la cura pastorale alla parrocchia di Sant’Agostino in Campo Marzio. Il portone apre quando c’è qualcuno che lo apre.
Gli orari che risultano pubblicati
Le informazioni pubblicate dai canali francofoni di Roma indicano messa la domenica alle 11.00 e dal lunedì al venerdì alle 19.00, con una messa prefestiva il sabato sera. L’adorazione eucaristica è indicata dal lunedì al venerdì nel tardo pomeriggio e la domenica prima di cena, e i vespri sono celebrati ogni giorno in serata. Le stesse fonti aggiungono che la chiesa può essere aperta in altri momenti su richiesta. Gli orari precisi variano fra le fonti di una mezz’ora in più o in meno, quindi vanno intesi come indicazione e non come tabella ferroviaria.
La finestra pratica
La fascia più affidabile per trovare aperto è il tardo pomeriggio nei giorni feriali, quando si susseguono adorazione, vespri e messa serale. Presentarsi un’ora prima della messa serale è di solito sufficiente. La domenica mattina funziona, con l’avvertenza che durante la celebrazione non si gira per la chiesa e non si fotografa: si assiste o si aspetta fuori.
Che cosa evitare
Evitare di programmare la visita a metà mattina o a metà pomeriggio nei giorni feriali, che è esattamente la fascia in cui i turisti passano da piazza Navona e in cui questa chiesa ha la probabilità più alta di essere chiusa. Evitare anche il periodo centrale di agosto, quando le comunità religiose romane riducono le attività. Chi ha un solo giorno a Roma e vuole essere sicuro di entrare da qualche parte in zona farebbe meglio a puntare su San Luigi dei Francesi, che ha orari pubblicati e stabili, e tenere San Nicola come bonus.
Come si chiede di entrare
La richiesta si fa per posta elettronica all’associazione che cura la chiesa, oppure telefonando al numero pubblicato dalle schede turistiche comunali. Una richiesta precisa, con data, numero di persone e motivo, ottiene risposta molto più spesso di un messaggio generico. Il sito dell’associazione degli amici della chiesa, Les Amis de Saint-Nicolas-des-Lorrains à Rome, è il canale più diretto e risponde in francese e in italiano.
Quanto tempo mettere in conto
Venti minuti bastano per vedere la chiesa con attenzione, volta compresa. Quaranta servono se si vuole studiare la finta abside e confrontare le due campagne pittoriche. Inserita in un giro che comprenda Santa Maria dell’Anima, Santa Maria della Pace con il chiostro del Bramante e San Luigi dei Francesi, la sosta occupa mezza giornata.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Roma ha cinque chiese cattoliche francesi e quasi nessuno sa elencarle. Sono San Luigi dei Francesi, che tutti conoscono per i Caravaggio, la Trinità dei Monti in cima alla scalinata di piazza di Spagna, Sant’Ivo dei Bretoni, i Santi Claudio e Andrea dei Borgognoni e San Nicola dei Lorenesi. Quattro su cinque nascono da comunità regionali distinte, bretoni, borgognoni, lorenesi, che nella Roma d’antico regime si consideravano nazioni separate dalla Francia del re.
La geografia politica dentro la geografia urbana
La mappa di queste chiese è la mappa di un’Europa che non esiste più. Il ducato di Lorena era uno stato sovrano incastrato fra Francia e Impero, con una politica estera propria e una rappresentanza propria presso la Santa Sede. Avere una chiesa a Roma era un atto diplomatico quanto devozionale. La fusione con la Francia arriva solo nel 1766, alla morte di Stanislao Leszczyński, e da quel momento la chiesa lorenese diventa, per via amministrativa, un bene francese.
I Pieux Établissements
L’ente che gestisce oggi il patrimonio si chiama Pieux Établissements de la France à Rome et Lorette, ha sede a Roma ed è collegato all’ambasciata di Francia presso la Santa Sede. È la ragione per cui i restauri di questa chiesa vengono finanziati da amministrazioni francesi, dalla regione Lorena e da una associazione di privati con sede a Nancy, e non dalla soprintendenza italiana. Un pezzo di centro storico romano è, in termini di manutenzione, territorio francese.
Il parallelo tedesco a cinquanta metri
Lo stesso meccanismo produsse, a due passi, Santa Maria dell’Anima, chiesa nazionale dei tedeschi, e il quadrante a nord di piazza Navona si ritrova così con due chiese nazionali affacciate quasi sullo stesso slargo. Chi cammina da Largo Febo verso via della Pace attraversa in cento metri l’area di influenza di due stati che nel Seicento erano spesso in guerra fra loro. Il fenomeno prosegue poco più in là con Sant’Antonio dei Portoghesi.
La foto giusta da fare a San Nicola dei Lorenesi
La fotografia che funziona non è la facciata. La facciata è modesta, occupa uno slargo stretto e non ha distanza sufficiente per essere inquadrata senza deformarla. La fotografia che vale è la volta, ripresa dal basso stando al centro dell’aula, con la macchina tenuta orizzontale e l’inquadratura che comprende almeno un tratto della cornice architettonica, in modo che l’affresco abbia un bordo e non galleggi nel vuoto.
Le condizioni tecniche
La luce interna è scarsa e viene da poche aperture, quindi servono sensibilità alta e mano ferma, oppure un appoggio. Il treppiede nella maggior parte delle chiese romane non è ammesso senza autorizzazione, e in uno spazio piccolo come questo è anche fisicamente ingombrante. Il flash è vietato ovunque ci siano pitture murali, e qui in particolare non serve a niente perché la volta è a diversi metri di distanza. Chi fotografa con il telefono ottiene risultati accettabili appoggiando i gomiti al petto e scattando in modalità notturna.
La foto della finta abside
La seconda immagine da portare via è il confronto fra due scatti della parete di fondo, uno dal centro dell’aula e uno da un lato. Messi affiancati mostrano il funzionamento della quadratura prospettica meglio di qualsiasi didascalia, perché nel secondo la finta conca si appiattisce visibilmente. È un esercizio da due minuti e produce l’unica documentazione davvero originale che si possa fare in questa chiesa.
Le regole di comportamento
Durante le celebrazioni non si fotografa. Fuori dalle celebrazioni la fotografia senza flash è in genere tollerata, ma resta a discrezione di chi custodisce il luogo e va sospesa al primo richiamo. Se c’è adorazione eucaristica in corso, cioè il Santissimo esposto sull’altare, la macchina resta nella borsa: è la condizione in cui la comunità che officia questa chiesa passa buona parte del pomeriggio, e non è il momento di girare con il telefono alzato.
Fuori, la sera
Chi cerca una fotografia d’atmosfera la trova più facilmente all’esterno dopo il tramonto, quando Largo Febo si svuota e la facciata prende la luce calda dei lampioni mentre sul fondo si intravede il traffico pedonale di piazza Navona. È un’immagine di contrasto fra la piazza affollata e lo slargo vuoto a venti metri di distanza. Per il quadro generale di che cosa funziona a Roma dopo il buio abbiamo una pagina su Roma di notte.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questa chiesa è quella di una comunità straniera che costruisce, decora, perde il proprio stato di riferimento e sopravvive dentro un’amministrazione diversa. Quello che segue è l’ossatura, con l’indicazione esplicita dei punti su cui le fonti divergono.
1587: nasce la confraternita lorenese
I lorenesi residenti a Roma si separano dalla congregazione di San Luigi e costituiscono un sodalizio proprio, intitolato a san Nicola e a santa Caterina, con il diritto di possedere una cappella dentro San Luigi dei Francesi. Alcune fonti francesi retrodatano al 1508 l’esistenza di una confraternita lorenese, e la questione resta aperta.
1622 o 1623: la concessione di Gregorio XV
Papa Gregorio XV concede con bolla ai lorenesi la chiesa di San Nicola in Agone, presso piazza Navona, già dedicata anche a santa Caterina. La voce francese indica il 1622 e il regno del duca Enrico II, quella italiana e la rassegna del Giornale dell’Arte indicano il 1623.
1623 al 1636: la ricostruzione
La chiesa preesistente viene demolita e ricostruita su progetto di François Desjardins. La consacrazione con il nuovo nome di San Nicola dei Lorenesi è collocata nel 1632, il completamento nel 1635 o nel 1636 a seconda della fonte. Nelle fondazioni, secondo un cronista contemporaneo, finiscono blocchi dello stadio di Domiziano.
1649: la sepoltura di Charles Mellin
Il pittore lorenese Charles Mellin, attivo a Roma e a Napoli, muore e viene sepolto in questa chiesa. Una scheda enciclopedica in lingua inglese lo chiama Nicolas Mellin: è un errore, il nome è Charles.
1730: la beatificazione di Pietro Fourier
Clemente XII proclama beato Pietro Fourier, e la cappella della Visitazione viene ridedicata a lui. La pala di Francesco Antonozzi sostituisce una Visitazione del 1680 di autore lorenese anonimo. È l’evento che innesca il rifacimento decorativo.
1731 al 1733: il cantiere di Giaquinto
Corrado Giaquinto affresca la volta della navata, la cupola, i pennacchi e la controfacciata. È la sua prima grande commissione pubblica a Roma e il lavoro che lo porta nel circuito europeo.
1748 e 1750: marmi e quadri d’altare
Viene eseguito l’intarsio marmoreo policromo, riferito a Giovanni Andrea Volponi e Giuseppe Maria Bay. Per il giubileo del 1750 Giaquinto dipinge due quadri d’altare con episodi della vita di san Nicola.
1766: la Lorena passa alla Francia
Con la riunione dei ducati di Lorena e di Bar alla corona francese, la chiesa entra nei Pieux Établissements de la France à Rome et Lorette. Da questo momento la gestione è francese.
Dagli anni Novanta al 2006: il restauro
Una lunga campagna di restauro, condotta sotto la responsabilità dei Pieux Établissements con il concorso del ministero della cultura francese, della regione Lorena, dell’associazione degli amici e della Fondation du patrimoine, riporta in condizione la chiesa e gli affreschi. Alla conclusione dei lavori la cura pastorale passa a una comunità religiosa di origine francese.
Chi è passato da San Nicola dei Lorenesi
Le persone legate a questa chiesa non sono papi e non sono grandi famiglie romane. Sono una comunità di stranieri, un pittore pugliese all’inizio della carriera e un santo lorenese che non ci mise mai piede. È un elenco corto e molto caratterizzato.
Corrado Giaquinto
Il pittore di Molfetta arriva qui intorno ai ventotto anni e ne esce con la reputazione che gli aprirà Torino e poi la corte di Spagna. La volta di San Nicola è il suo biglietto da visita romano. Chi conosce il suo lavoro spagnolo e poi entra in questa chiesa riconosce la stessa mano in una fase più fresca e meno protocollare.
François Nicolas de Bar
Pittore lorenese attivo a Roma nella seconda metà del Seicento, noto nelle fonti romane come Nicolò Lorense. Le sue due pale sono ciò che resta della prima stagione decorativa, quella fatta dagli artisti della comunità per la comunità. È il caso tipico dell’artista straniero che a Roma lavora per i propri connazionali e che la storiografia generale ignora.
Charles Mellin
Nato a Nancy, morto a Roma nel 1649, Mellin è il lorenese più importante fra quelli sepolti qui. Lavorò a Roma e a Napoli e per molto tempo parte della sua produzione fu confusa con quella di Nicolas Poussin, con cui condivideva il giro romano dei francesi. La sua sepoltura in questa chiesa è coerente con la funzione delle chiese nazionali, che erano anche cimiteri di comunità.
Pietro Fourier
Il canonico regolare lorenese, fondatore della congregazione di Nostra Signora e riformatore dell’istruzione femminile, non venne mai in questa chiesa. La sua beatificazione del 1730 è però la ragione per cui la chiesa ha l’aspetto che ha, perché fu quell’evento a far aprire la borsa alla confraternita. È un passaggio indiretto e decisivo.
Carlo III di Lorena
Il duca che finanziò una parte di San Luigi dei Francesi per garantire alla Lorena una rappresentanza a Roma è il punto di partenza di tutta la vicenda. Senza quella scelta, e senza il malessere dei lorenesi nell’essere ospiti in casa francese, questa chiesa non sarebbe nata.
Gregorio XV
Il papa Ludovisi, pontefice per poco più di due anni, firmò la bolla che consegnò San Nicola in Agone ai lorenesi. È lo stesso pontificato che canonizza Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila e Filippo Neri, e che quindi rimette in moto una stagione di cantieri romani legati ai nuovi culti.
I lorenesi senza nome
Gli artigiani, i mercanti, gli scrittori di documenti pontifici e gli studenti che pagarono questa chiesa quota su quota restano anonimi. Sono loro il committente vero. Chi entra oggi guarda il lavoro di Giaquinto, ma il denaro che lo ha pagato veniva dalle botteghe di una comunità straniera di media consistenza, non da un cardinale.
La chiesa oggi: chi la tiene aperta
Dopo la conclusione del restauro, nel 2006, la cura pastorale della chiesa è stata affidata a una comunità religiosa di origine francese, la Comunità di San Giovanni. Il dato compare sia sulla voce enciclopedica francese sia sulle pagine dei servizi di accoglienza francofoni a Roma, ed è coerente con il ritmo liturgico pubblicato, fatto di messa quotidiana, adorazione e vespri.
Che cosa comporta per il visitatore
Comporta che la chiesa funzioni come luogo di preghiera prima che come monumento. Non c’è personale di accoglienza, non ci sono didascalie, non c’è una guida cartacea in distribuzione. Chi arriva durante l’adorazione entra in una stanza silenziosa dove qualcuno prega, e si comporta di conseguenza. Chi si aspetta un sito gestito resta spiazzato, e la delusione dipende dall’aspettativa sbagliata più che dal luogo.
Il restauro e chi lo ha pagato
La campagna di restauro è stata condotta sotto la responsabilità dei Pieux Établissements, con la direzione di un architetto dei monumenti storici francese e con un finanziamento misto pubblico e privato. Hanno contribuito il ministero della cultura francese, la regione Lorena, l’associazione degli amici e la Fondation du patrimoine. La documentazione scientifica di riferimento sulla decorazione è lo studio pubblicato dall’École française de Rome nel volume sulle fondazioni nazionali nella Roma pontificia, consultabile su Persée.
Che cosa vedere intorno, in ordine di distanza
Il quadrante fra piazza Navona, il Pantheon e il lungotevere contiene la concentrazione più alta di chiese e palazzi di Roma, e si percorre tutto a piedi in mezza giornata. Il criterio per organizzarsi è la distanza reale, non la fama, perché qui tutto è a meno di dieci minuti da tutto.
A meno di due minuti
Santa Maria dell’Anima è praticamente attaccata, chiesa nazionale tedesca con il sepolcro di Adriano VI. Santa Maria della Pace è dietro l’angolo, con le sibille di Raffaello e il portico di Pietro da Cortona, e ha orari molto limitati che vanno verificati prima. Il chiostro del Bramante si apre sullo stesso complesso ed è oggi uno spazio espositivo. Piazza Navona è a venti metri, con la fontana dei Quattro Fiumi.
A cinque minuti
San Luigi dei Francesi con la cappella Contarelli, che è la tappa più affollata della zona e richiede pazienza. Sant’Agostino in Campo Marzio, con la Madonna dei Pellegrini, un altro Caravaggio, e molta meno gente. Palazzo Altemps, sede del Museo Nazionale Romano, con la collezione Ludovisi. Pasquino, la statua parlante, sull’angolo opposto della piazza. Il Museo di Roma a Palazzo Braschi, che racconta la città dal Settecento in poi.
A dieci minuti
Il Pantheon, con tutto quello che comporta in termini di file e di prenotazione. Santa Maria sopra Minerva, l’unica chiesa gotica di Roma, con l’elefantino del Bernini davanti. Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Borromini con apertura limitatissima. Sant’Eustachio. Santa Maria Maddalena, con la facciata rococò. Campo de’ Fiori e, poco oltre, la galleria Spada con la prospettiva borrominiana, che è il parente famoso della finta abside di cui parliamo qui.
Poco più in là
Castel Sant’Angelo lungo via dei Coronari. Ponte Sisto verso Trastevere. Palazzo della Cancelleria e Sant’Andrea della Valle su corso Vittorio. La fontana della Terrina, che i romani chiamano zuppiera, davanti alla Chiesa Nuova, dove si trova anche il celebre quadro motorizzato di Rubens. Per chi vuole mettere in fila i cantieri dei due grandi rivali del Seicento romano ci sono le nostre pagine su Bernini a Roma e Borromini a Roma, e per i quadri quella su Caravaggio a Roma.
Se il budget è zero
Quasi tutto quello che abbiamo elencato qui sopra si visita senza biglietto, perché sono chiese. È una delle poche zone di Roma in cui si può passare sei ore a guardare capolavori senza spendere niente, a parte l’acqua. Il censimento completo di quello che a Roma non si paga lo trovate nella nostra pagina su Roma gratis, e per i periodi in cui la zona cambia faccia c’è la pagina sull’Estate Romana.
Accessibilità e servizi
L’ingresso della chiesa è preceduto da alcuni gradini, come in quasi tutti gli edifici storici del centro, e non risulta dichiarato un percorso accessibile alternativo. L’aula interna è piana e priva di dislivelli, quindi chi riesce a superare la soglia si muove senza difficoltà. Non risultano servizi igienici a disposizione dei visitatori.
Il contesto della zona
Largo Febo e i vicoli attorno sono lastricati in sampietrini, che sono la superficie peggiore per una carrozzina, un bastone o un passeggino. I marciapiedi, dove esistono, sono stretti e interrotti. Chi si muove con difficoltà motorie farebbe bene a programmare percorsi che sfruttino le strade più larghe, come corso del Rinascimento e corso Vittorio Emanuele II, e ad accettare che qualche vicolo resti fuori. Il quadro completo sulla città è nella nostra pagina su Roma accessibile.
Mangiare in zona: piazza Navona è il campo minato
Attorno a piazza Navona la densità di ristorazione rivolta al passaggio è la più alta di Roma insieme a quella di Fontana di Trevi. Non vuol dire che sia impossibile mangiare bene: vuol dire che la percentuale di locali costruiti sul turista che passa una volta sola è altissima, e che il margine di errore per chi non conosce la zona è enorme. Serve un metodo, non una raccomandazione.
I segnali che dicono di girare al largo
Il primo segnale è il menu con le fotografie dei piatti. Un locale che deve mostrare l’immagine di una carbonara sta parlando a chi non tornerà mai, e nessun romano ordina guardando una figura. Il secondo è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede: è un richiamo scenico studiato per fermare il passante, non un indizio sulla cucina che sta dentro, e in molti casi quella pasta non finisce nei piatti serviti. Il terzo è la persona piazzata all’ingresso che invita a sedersi, chiama in tre lingue e allunga il menu plastificato: un locale con clientela propria non ha bisogno di reclutare per strada.
Gli orari come spia
Il quarto segnale è l’orario continuato. Un locale aperto senza interruzione dalle dieci del mattino a mezzanotte non ha una brigata che lavora su servizi definiti, con una preparazione la mattina e una pausa fra pranzo e cena. Ha una linea che scalda porzioni a ciclo continuo per intercettare il flusso. A Roma la cucina vera chiude fra le tre e le sette, e quella chiusura è una informazione, non un disservizio.
La posizione e il prezzo
Il quinto segnale riguarda i tavoli affacciati direttamente sulla piazza monumentale. Chi paga un affitto per una vista su una fontana del Bernini recupera quel costo sul conto, e lo fa spesso con strumenti opachi: voci senza prezzo indicato sul menu, il coperto e il servizio conteggiati separatamente e sommati, il pesce venduto a peso senza che il peso sia dichiarato prima, listini diversi fra la sala interna e il dehors. Su piazza Navona questo meccanismo è sistematico e da decenni. Chiedere il prezzo prima di ordinare non è scortesia: è l’unica difesa.
Le catene a insegna ripetuta
Nel centro di Roma si è consolidata una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in cinque o sei punti della città, la coda gestita col numerino e il personale in divisa. Funziona come attrazione turistica, con la propria fila fotografata e il proprio passaparola, e i romani non ci vanno. Non è snobismo, è un fatto di prodotto: quel modello vende una esperienza standardizzata e prevedibile, che è esattamente ciò che chi abita in città non cerca quando esce a cena. Chi ci va sapendo che cosa compra non sbaglia; chi ci va pensando di mangiare come si mangia a Roma sbaglia bersaglio.
Il criterio, uno solo
Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano, che non hanno il menu in mano perché sanno già, e che sono lì alle due meno un quarto invece che a mezzogiorno e mezzo, il posto regge. Se la sala è fatta solo di zaini, cartine e passeggini, si passa oltre. Il criterio vale in tutta Roma e vale doppio nei duecento metri attorno a una piazza monumentale.
Dove si cammina per mangiare meglio
Allontanarsi funziona quasi sempre. Cinque minuti verso il Pantheon cambiano poco, perché il flusso è lo stesso. Dieci minuti verso Campo de’ Fiori e le strade a sud migliorano la media. Passare il fiume su Ponte Sisto e mangiare a Trastevere fuori dalle vie principali è una strategia che funziona, a patto di evitare anche lì l’asse più battuto. Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata.
Caffè e colazione
Per il caffè valgono regole diverse e più semplici: al banco si paga la tariffa comunale, al tavolo si paga il servizio, e la differenza in una piazza monumentale può essere di cinque volte. Prendere il caffè in piedi al bancone è la norma romana e costa poco ovunque, anche a cento metri da piazza Navona. Il ragionamento completo sul come si sceglie dove mangiare a Roma lo trovate nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per i locali storici in quella sui caffè e le botteghe storiche di Roma.
Domande frequenti su San Nicola dei Lorenesi
Dove si trova esattamente San Nicola dei Lorenesi?
San Nicola dei Lorenesi si trova in Largo Febo 17, nel rione Parione, subito a nord di piazza Navona e accanto all’abside di Santa Maria dell’Anima. Alcune schede riportano il civico 9, ma il portone è uno solo e porta in facciata la dedica latina alla nazione dei lorenesi. Il modo più semplice per arrivarci è uscire da piazza Navona dal lato della fontana del Nettuno.
Quanto costa entrare a San Nicola dei Lorenesi?
L’ingresso a San Nicola dei Lorenesi è gratuito, come in tutte le chiese romane aperte al culto, e non esiste biglietteria né prenotazione a pagamento. Il problema non è il costo ma l’orario, perché la chiesa non ha apertura continuata. Se trovate online un prezzo riferito a questa chiesa si tratta di una visita guidata venduta da un operatore terzo, non di un biglietto ufficiale.
Quali sono gli orari di apertura di San Nicola dei Lorenesi?
Gli orari di San Nicola dei Lorenesi non seguono uno schema museale: la chiesa apre in occasione degli uffici liturgici. Le fonti francofone indicano messa la domenica alle 11.00, dal lunedì al venerdì alle 19.00 e una messa prefestiva il sabato sera, con adorazione eucaristica nel tardo pomeriggio e vespri quotidiani. Le stesse fonti precisano che la chiesa può essere aperta in altri momenti su richiesta.
Chi ha affrescato la volta di San Nicola dei Lorenesi?
La volta di San Nicola dei Lorenesi è opera di Corrado Giaquinto, pittore nato a Molfetta nel 1703, che vi lavorò fra il 1731 e il 1733 dipingendo la navata, la cupola, i pennacchi e la controfacciata. Fu la sua prima grande commissione pubblica romana e il trampolino verso Torino e la corte di Spagna. Nel 1750 tornò a dipingere due quadri d’altare per il giubileo.
Perché a Roma esiste una chiesa dei lorenesi?
Nella Roma dei papi ogni comunità straniera stabile aveva la propria confraternita e la propria chiesa nazionale, che serviva per le messe, le sepolture e la rappresentanza politica presso la Santa Sede. I lorenesi, sudditi di un ducato sovrano fra Francia e Impero, si separarono dai francesi di San Luigi e ottennero da Gregorio XV la chiesa di San Nicola in Agone. Dal 1766 l’edificio è amministrato da un ente francese.
L’abside di San Nicola dei Lorenesi è vera?
L’abside che si vede dietro l’altare maggiore di San Nicola dei Lorenesi non esiste: è una pittura in prospettiva che simula una conca absidale su una parete piatta, e un secondo esercizio illusionistico orna la cupola. Il modo per accorgersene è spostarsi lateralmente di qualche metro e osservare la finta profondità che si appiattisce. È lo stesso principio della finta cupola di Sant’Ignazio, a scala ridotta.
Chi gestisce oggi San Nicola dei Lorenesi?
La proprietà e la manutenzione di San Nicola dei Lorenesi dipendono dai Pieux Établissements de la France à Rome et Lorette, l’ente che amministra il patrimonio ecclesiastico francese in Italia, affiancati da una associazione di privati con sede a Nancy nata nel 1956. Dopo il restauro concluso nel 2006 la cura pastorale è affidata a una comunità religiosa francese e le celebrazioni sono in francese.
Quanto tempo serve per visitare San Nicola dei Lorenesi?
Per visitare San Nicola dei Lorenesi bastano venti minuti, perché la chiesa è una sola aula con due cappelle laterali e si percorre in pochi passi. Quaranta minuti servono a chi vuole studiare la volta di Giaquinto e verificare il funzionamento della finta abside spostandosi lateralmente. Inserita in un giro con Santa Maria dell’Anima, Santa Maria della Pace e San Luigi dei Francesi, occupa una mezza giornata.
San Nicola dei Lorenesi è adatta ai bambini?
San Nicola dei Lorenesi offre poco ai bambini piccoli, perché non ci sono percorsi didattici, pannelli o attività, e lo spazio è ridotto. L’unica cosa che funziona davvero è il gioco della finta abside: chiedere a un bambino di camminare da un lato all’altro e dire quando la nicchia smette di sembrare vera. Fuori, piazza Navona a venti metri offre spazio per muoversi.
Chi ha scritto questa pagina
La pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, recapiti e condizioni di accesso riportati qui sono controllati alla data di pubblicazione sulle fonti indicate nel testo, che per questa chiesa sono in gran parte francesi: prima di partire conviene ricontrollarli, perché le chiese rette da comunità religiose cambiano ritmo senza preavviso. Se trovi un dato fuori posto, segnalacelo.
Costruire un itinerario romano significa far quadrare chiese che aprono solo per la messa, enti stranieri che rispondono in un’altra lingua, distanze brevi su pavimentazioni difficili e piazze in cui il prezzo del pranzo dipende da dove ci si siede. Chi affronta questo lavoro per sé o per un gruppo trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che raccoglie materiali pensati sia per chi accompagna visite di mestiere sia per chi organizza in autonomia e vuole evitare di arrivare davanti a un portone chiuso.
Per il quadro d’insieme su collegamenti ferroviari, aeroporti, noleggi e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi fino alla costa e alla Tuscia, è una buona risorsa Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
