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Chiesa di Santa Maria Maddalena

La Chiesa di Santa Maria Maddalena si affaccia sulla piccola piazza omonima nel rione Colonna, a meno di due minuti a piedi dal Pantheon, e conserva quello che è comunemente considerato l’unico prospetto pienamente rococò di Roma: una facciata concava, interamente modellata a stucco, terminata nel 1735 e attribuita tradizionalmente a Giuseppe Sardi. È una rarità vera, non una formula di comodo: il rococò, lo stile leggero e curvilineo che fra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Settecento ha invaso mezza Europa, a Roma non ha quasi attecchito, soprattutto nell’architettura sacra, e questa chiesetta incastrata fra i vicoli di Campo Marzio resta il caso più clamoroso in senso contrario. La chiesa è anche la casa madre dei Camilliani, i Chierici Regolari Ministri degli Infermi fondati da Camillo de Lellis, che qui è morto il 14 luglio 1614 e qui riposa. Le righe che seguono raccontano com’è fatta la facciata e perché sia un caso isolato, che cosa si vede dentro (una navata ellittica, una cantoria dorata, una sacrestia che è un capolavoro a sé), chi era San Camillo, che rapporto c’è davvero fra la croce rossa camilliana e la Croce Rossa che conosciamo oggi, e come si organizza una visita senza perdere tempo.

Dove si trova la Chiesa di Santa Maria Maddalena e come raggiungerla

La chiesa si trova in piazza della Maddalena 53, nel rione Colonna, a circa centocinquanta metri dal Pantheon: si esce da piazza della Rotonda dal lato opposto al portico, si imbocca via della Maddalena e in poche decine di passi la piazzetta si apre sulla destra. L’ingresso della Casa Generalizia dei Camilliani, annessa alla chiesa, si apre al civico 53, accanto al portale principale, con un portale sormontato da timpano spezzato al centro del quale compare la croce raggiante dell’Ordine.

La facciata rococò della chiesa di Santa Maria Maddalena
La facciata curva della chiesa di Santa Maria Maddalena, a pochi metri dal Pantheon. Foto di Wilfredor, licenza CC0, via Wikimedia Commons.

A piedi dal Pantheon e dal centro storico

Il percorso più naturale parte dal Pantheon: dalla piazza della Rotonda, dove svetta l’Obelisco Macuteo sopra la fontana cinquecentesca, si prende via della Maddalena e si arriva in meno di due minuti. Da piazza Navona servono circa sette minuti attraversando il corso del Rinascimento e passando accanto alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio; da Piazza Colonna e da Montecitorio bastano cinque o sei minuti scendendo per via degli Uffici del Vicario. Da Fontana di Trevi il percorso è di poco più di dieci minuti a passo tranquillo, tagliando per via delle Muratte, via del Corso e via delle Colonnelle.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una fermata di metropolitana nelle immediate vicinanze: l’intera area del Pantheon è una delle zone del centro storico di Roma più lontane dalla rete metropolitana. Le stazioni utilizzabili sono Barberini e Spagna sulla linea A, entrambe a una dozzina di minuti di cammino, e in alternativa si arriva con gli autobus di superficie che servono largo di Torre Argentina e corso Vittorio Emanuele II, a pochi minuti a piedi dalla piazza. Chi arriva da Termini può prendere la metro A fino a Barberini e scendere verso il centro a piedi, oppure usare una delle linee di superficie che attraversano il centro storico in direzione di Largo di Torre Argentina, che resta il nodo di interscambio più comodo di tutta la zona.

In automobile la zona è sostanzialmente preclusa: l’area del Pantheon ricade nella zona a traffico limitato del centro storico e le vie circostanti sono in gran parte pedonali o a percorrenza riservata ai residenti. Chi arriva da fuori Roma fa bene a lasciare la macchina in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana e completare il percorso con i mezzi pubblici: fermarsi a cercare un posto in questa parte di Campo Marzio significa quasi sempre perdere più tempo di quanto ne serva a fare tutta la passeggiata a piedi.

Gli orari di apertura e le messe

Secondo quanto indicato dai Camilliani, che gestiscono la chiesa, Santa Maria Maddalena è aperta dal lunedì al sabato dalle 8,00 alle 12,00 e dalle 18,00 alle 19,45, con la Santa Messa alle 19,00, mentre la domenica l’apertura è dalle 8,00 alle 12,30 e dalle 18,00 alle 19,45, con messe alle 9,30, alle 11,30 e alle 19,00. Trattandosi di una chiesa officiata, gli orari possono cambiare in occasione di celebrazioni, concerti, restauri o festività: prima di una visita programmata conviene una telefonata alla Casa Generalizia, il cui recapito telefonico è indicato dall’Ordine e dal portale turistico del Comune di Roma. L’ingresso in chiesa è libero e gratuito.

La facciata rococò: perché è un unicum romano

La facciata di Santa Maria Maddalena fu portata a termine nel 1735, quasi quarant’anni dopo il completamento del corpo della chiesa, ed è l’elemento per cui l’edificio compare in ogni manuale di storia dell’architettura: è concava, a due ordini, interamente rivestita di decorazione a stucco, e presenta un repertorio di volute, conchiglie, festoni e cornici mosse che nella Roma settecentesca non ha paragoni diretti.

Che cosa vuol dire, concretamente, rococò

Il rococò non è semplicemente un barocco più carico: è una sensibilità diversa. Il barocco romano del Seicento lavora per masse, per contrasti di luce e ombra, per gesti architettonici ampi e teatrali; il rococò lavora invece per superfici, per linee ondulate continue, per un ornato minuto che tende a coprire l’intera parete senza gerarchie forti. Le forme preferite sono la conchiglia (la rocaille da cui lo stile prende il nome), la voluta asimmetrica, il cartiglio sfrangiato, la cornice che non chiude mai del tutto. È uno stile nato nella Francia della Reggenza e poi diffuso soprattutto nell’Europa centrale, in Baviera, in Boemia, in Austria, e nell’Italia del nord, dal Piemonte alla Lombardia al Veneto.

A Roma questo linguaggio non ha quasi mai fatto presa nell’architettura, e meno che mai in quella delle chiese. Le ragioni indicate più spesso sono due, e vanno prese entrambe con la cautela che meritano le spiegazioni generali: da un lato il peso della committenza ecclesiastica, tendenzialmente conservatrice e legata a un’idea di decoro sacro maturata nel Seicento; dall’altro la forza di gravità del modello barocco romano stesso, quello di Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, talmente autorevole da rendere difficile qualunque svolta radicale. Il risultato è che il Settecento romano produce il barocchetto, cioè una versione più leggera e addolcita del linguaggio precedente, ma non un rococò pieno.

Una facciata concava, tutta modellata a stucco

Il primo dato che colpisce è la curvatura. Il prospetto non è piano ma rientrante, e questo produce due effetti immediati: allarga otticamente la piazzetta, che è piccola, e crea un gioco di ombre che cambia continuamente nel corso della giornata. Il secondo dato è il materiale: la decorazione è in stucco, non in marmo o in travertino intagliato, e lo stucco consente una modellazione morbida, quasi plastica, che il taglio della pietra non permetterebbe se non a costi enormi. La superficie è trattata come una pasta lavorata a rilievo, e proprio da qui nasce il soprannome che i romani le appiccicarono addosso.

Chi guarda la facciata con attenzione riconosce anche dei motivi che richiamano il repertorio di Francesco Borromini, in particolare nel modo in cui le cornici si piegano e nel trattamento dei coronamenti: un debito non sorprendente, visto che Borromini è l’architetto romano che più di ogni altro ha lavorato sulla superficie curva e sul dettaglio ornamentale come parte integrante della struttura. Chi volesse fare il confronto sul posto ha due termini di paragone a distanza di pochi minuti di autobus, la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza e la Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, entrambe di Borromini e entrambe costruite attorno all’idea di parete curva.

Chi ha progettato davvero la facciata

La paternità della facciata è materia di discussione fra gli studiosi, e vale la pena dirlo con chiarezza invece di ripetere la formula da depliant. Le guide e i repertori più diffusi assegnano l’opera a Giuseppe Sardi, architetto nato a Sant’Angelo in Vado nel 1688 e morto a Roma nel 1770, formatosi come capomastro muratore e attivo anche come mercante di quadri, cui si devono fra l’altro la facciata settecentesca di Santa Maria in Cosmedin, poi smantellata a fine Ottocento nel ripristino romanico, e la chiesa dei Santi Quaranta Martiri e San Pasquale Baylon a Trastevere.

Una parte della critica, però, ha messo in dubbio questa attribuzione. Fra il 1732 e il 1734 l’architetto portoghese Manuel Rodrigues dos Santos diresse in qualità di architetto dell’Ordine il completamento dei lavori alla chiesa, e la studiosa Alessandra Marino, in un saggio uscito nei Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura nel 1990, ha proposto di assegnare proprio a lui l’ideazione della decorazione della facciata, notando fra l’altro come la formazione di dos Santos nell’arte dell’ebanisteria spieghi bene un ornato sovrapposto a una struttura preesistente, simile a quello degli arredi lignei intagliati dell’epoca. Anche la storica dell’architettura Nina Mallory, in un lavoro sull’architettura rococò romana pubblicato nel 1977, ha sostenuto che Sardi difficilmente può esserne l’autore. Chi visita la chiesa oggi troverà ancora dappertutto il nome di Sardi: è la versione tradizionale, ma non è un dato chiuso.

Una curiosità sulla Chiesa di Santa Maria Maddalena

I romani del Settecento la chiamavano la chiesa di zucchero. Non era un complimento: il soprannome nasce dal fatto che la decorazione a stucco, minuta e ondulata, ricordava la glassa montata sopra una torta, e quindi qualcosa di dolciastro, effimero, decisamente fuori posto su un edificio sacro. Accanto a questo nomignolo la critica del tempo produsse anche una formula ancora più feroce, tramandata dalle fonti locali, che bollava la facciata come il non plus ultra del gusto stravolto, vale a dire il punto più basso a cui il gusto potesse arrivare.

Una precisazione doverosa sulle demolizioni mai avvenute

Circola spesso il racconto secondo cui nell’Ottocento sarebbe stato messo a punto un progetto vero e proprio per demolire la facciata e sostituirla con qualcosa di più sobrio, giudicandola di cattivo gusto. È una notizia che le fonti consultabili non confermano in modo documentato: quello che risulta con certezza è l’esistenza di una lunga tradizione di critiche durissime allo stile della facciata, dal soprannome di chiesa di zucchero alla formula sul gusto stravolto, e il fatto che nel 1855 furono eseguiti lavori di sistemazione all’interno, nella cappella delle Reliquie. Chi vuole raccontare bene questa chiesa farà quindi meglio a parlare di una facciata a lungo detestata, il che è vero e documentato, piuttosto che di una demolizione programmata, per la quale servirebbe un riscontro d’archivio.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa di Santa Maria Maddalena

La chiesa che si vede oggi non è nata come la vediamo, ed è il risultato di un cantiere durato quasi un secolo, con almeno sei architetti che si sono passati il progetto di mano in mano: un dettaglio che nessuna targa racconta e che spiega molte delle stranezze dell’edificio.

Un cantiere lungo settant’anni

La ricostruzione della chiesa prese avvio nei primi decenni del Seicento, dopo che i Camilliani avevano ottenuto da papa Urbano VIII, nel 1628, l’autorizzazione ad aprire davanti all’edificio una piazza nuova, come recita l’iscrizione ancora leggibile sul convento, per maggiore ornamento della Città e servizio e comodità di detta chiesa. I lavori procedettero a lotti, cappella per cappella, e si trascinarono a lungo: ancora nel 1695 si demolivano case addossate al fianco destro dell’edificio. La fabbrica poté dirsi compiuta nel 1699, ma la consacrazione avvenne soltanto il 4 maggio 1727, e la facciata arrivò otto anni più tardi.

Nell’elenco degli architetti che si avvicendarono compaiono Francesco Grimaldi, Carlo Fontana, cui si attribuiscono la cupola e la volta realizzate attorno al 1673, Giovanni Antonio De Rossi, che lavorò soprattutto sull’impianto interno, Giulio Carlo Quadri e Francesco Felice Pozzoni, che portò a termine il corpo della chiesa nel 1699. Il convento adiacente, sul fianco sinistro, fu avviato attorno al 1678 su progetto del palermitano Paolo Amato e completato nei primi anni Ottanta del Seicento da Carlo Francesco Bizzaccheri, con forme molto sobrie su tre ordini: il contrasto fra la severità del convento e l’esuberanza della facciata della chiesa è uno degli aspetti più istruttivi dell’intero complesso.

La chiesa fu spostata dentro l’isolato

Il dettaglio urbanistico che quasi nessuno nota è che la chiesa non occupa il sedime dell’edificio medievale che l’ha preceduta. Quando i Camilliani ottennero di allargare la piazza antistante, demolendo a proprie spese le case che la ingombravano, la chiesa venne spostata verso l’estremità dell’isolato, per sfruttare lo spazio guadagnato, mentre il convento andò a occupare il fianco sinistro. In altre parole, la piazza della Maddalena non è il vuoto lasciato dal caso: è un’operazione di regia urbana studiata a tavolino, nella quale la scenografia della facciata concava trova finalmente la sua ragione d’essere. Guardare la facciata senza sapere che la piazza è stata costruita apposta per guardarla significa perdersi metà del progetto.

L’interno: la navata ellittica e le cappelle

L’interno di Santa Maria Maddalena è a navata unica di forma ellittica, con cappelle ai lati, transetto sotto la cupola e una profonda abside, e rappresenta uno degli esempi più riusciti di integrazione fra un impianto tardobarocco di fine Seicento e una decorazione rococò aggiunta nei decenni successivi. Chi entra dalla piazza abbagliata di sole impiega qualche secondo ad abituarsi alla penombra, e poi si accorge che lo spazio è molto più articolato di quanto la facciata lasciasse prevedere.

Le cappelle di destra

La prima cappella a destra è dedicata a San Francesco di Paola, e conserva sull’altare una tela con San Francesco di Paola che resuscita un bambino, realizzata da Biagio Puccini nel 1720. Segue la Cappella della Madonna della Salute, del 1718, su disegno dell’architetto romano Francesco Ferruzzi e realizzata da Giuseppe e Giovan Battista Luraghi: l’immagine mariana qui venerata, un tempo collocata sull’altare maggiore, è la Madonna col Bambino detta Salus Infirmorum, donata alla chiesa da Settimia de’ Nobili nel 1614. Gli inserti decorativi nella lunetta sopra il dipinto, con angeli in volo che reggono la corona e festoni con la colomba dello Spirito Santo, sono attribuiti a Giuseppe Ghezzi e datati al 1759; lo stemma ricorda che la cappella è di giuspatronato dei marchesi Simonetti.

La terza cappella a destra, in origine dedicata all’Assunta, è oggi la Cappella di San Camillo de Lellis e custodisce le spoglie del santo, qui traslate nel 1742. Il progetto iniziale fu di Francesco Rosa e venne completato da Francesco Nicoletti; le fonti storiche indicano il 1749 come anno di ultimazione, pochi anni dopo la canonizzazione avvenuta il 29 giugno 1746. Sulla volta si ammira l’affresco con San Camillo in gloria di Sebastiano Conca, datato al 1744, mentre sull’altare è collocata la pala con San Camillo de Lellis al quale appare il Crocefisso, di Placido Costanzi, realizzata attorno al 1749. Quattro colonne di alabastro reggono un timpano ondulato e danno alla cappella un’aria di solennità che stacca nettamente dalla leggerezza del resto della chiesa.

Le cappelle di sinistra

Sul lato sinistro, la seconda cappella è dedicata a San Lorenzo Giustiniani, eretta nel 1694 per volontà di Francesco Giovanni Farsetti, con sull’altare il dipinto San Lorenzo Giustiniani adora il Bambino realizzato da Luca Giordano nel 1704: è probabilmente l’opera pittorica di maggiore richiamo dell’intera chiesa per chi arriva con un interesse specifico per la pittura napoletana del Seicento e del primo Settecento. Segue la Cappella di San Nicola di Bari, costruita fra il 1694 e il 1696 per il banchiere genovese Paolo Girolamo della Torre, rivestita di marmi pregiati e con sull’altare la tela San Nicola di Bari avanti a Gesù e alla Vergine di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio. La dedicazione non è casuale: la vita di San Nicola fu l’argomento d’esame di Camillo de Lellis per l’ammissione al sacerdozio, e il santo di Bari restò per lui un riferimento di carità per tutta la vita. L’ultima cappella è quella della Madonna Assunta, realizzata da Francesco Nicoletti, con sull’altare una Madonna Assunta di Gerolamo Pesce della prima metà del Settecento.

L’altare maggiore e l’abside

L’altare maggiore è il fulcro verso cui convergono prospetticamente tutte le linee della navata e della crociera. La parete di fondo accoglie il dipinto con Santa Maria Maddalena in preghiera e la croce camilliana portata in gloria dagli angeli, opera del parmense Michele Rocca del 1698: in origine la tela era rettangolare e ricevette la centina soltanto in un secondo momento, quando Felice Fardichini ne intagliò la ricca cornice dorata conclusa in alto da motivi floreali, colombe e una conchiglia. Sopra il dipinto, un gruppo di angeli scolpiti da Pietro Pacilli porta in volo la croce, inserito in un timpano concavo che segue l’andamento della cornice alla base del catino absidale.

Sulle due pareti concave dell’abside si trovano due grandi bassorilievi in marmo, Le Marie al Sepolcro a sinistra e Noli me tangere a destra, opera di Francesco Gesuelli, iniziati nel 1756 e collocati l’anno successivo. Nel catino absidale domina l’affresco con La predicazione di Cristo alle turbe del bolognese Aureliano Milani. L’insieme è un buon esempio di come il Settecento romano sappia ancora costruire un fondale unitario, mescolando pittura, scultura in marmo e intaglio dorato senza che nessuno dei tre linguaggi prevalga sugli altri.

L’organo e la cantoria: il pezzo che quasi nessuno guarda

Sulla controfacciata di Santa Maria Maddalena si trova una doppia cantoria sormontata da un organo a canne dentro una cassa lignea intagliata e dorata, un complesso che gli stessi Camilliani definiscono un modello unico nel suo genere e che la maggior parte dei visitatori non guarda mai, perché si entra dando le spalle proprio a quella parete.

Chi ha costruito l’organo

Sull’organo vero e proprio le fonti raccontano una storia articolata, e conviene riportarla per intero perché circolano versioni imprecise. I Camilliani indicano come autore dello strumento il tedesco Hans Conrad Werle, organaro di notevole fama che firmò diversi strumenti a Roma e nel Lazio, e collocano la prima prova ufficiale dell’organo al 21 luglio 1726. La scheda enciclopedica più dettagliata disponibile ricostruisce invece una vicenda a più mani: strumento costruito nel 1706 da Giuseppe Testa, cassa e apparato decorativo dello stesso anno su disegno di Giulio Carlo Quadri e realizzazione di Giovan Domenico Barbiani, poi profonda modifica da parte del tirolese Johann Conrad Werle nel 1735, ulteriore intervento di Giacomo Pinacci nel 1790 e lavori della ditta Paoli agli inizi del Novecento, con conseguente perdita della fisionomia fonica originaria.

Le due ricostruzioni non sono inconciliabili, perché il Werle indicato dai Camilliani e il Johann Conrad Werle della scheda enciclopedica sono con ogni evidenza la stessa persona, e la differenza riguarda il peso attribuito al suo intervento, autore dello strumento per una fonte, rimaneggiatore radicale di un organo preesistente per l’altra. Quanto alla parte sonora, l’organo fu integralmente ricostruito in stile neobarocco contemporaneo dai Fratelli Ruffatti nel 1977, mantenendo il materiale fonico del Werle: oggi è a trasmissione meccanica e dispone di ventuno registri su due manuali e pedale.

Una precisazione su una attribuzione che circola online

Va detto chiaramente che nelle fonti consultabili non compare alcun organo cinquecentesco in questa chiesa, né alcun organaro di nome Hans Donati collegato alla Maddalena. La confusione nasce con tutta probabilità dall’assonanza con il nome di Hans Conrad Werle, che è invece perfettamente documentato. Chi cerca strumenti antichi e storia della liturgia musicale romana trova un quadro d’insieme molto più completo al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, che conserva una delle collezioni organologiche più importanti d’Italia.

La sacrestia: il barocchetto romano nasce qui

La sacrestia di Santa Maria Maddalena, realizzata fra il 1738 e il 1741, è considerata un esempio unico del barocchetto romano, lo stile di passaggio fra il barocco e il rococò, e secondo i Camilliani fu proprio qui che Gerolamo Pesce lo inaugurò. Per molti visitatori è la sorpresa più forte dell’intera visita, perché l’ambiente si è conservato pressoché intatto nella sua configurazione settecentesca.

Da refettorio a sacrestia

Originariamente questa sala era il refettorio del seminario camilliano. Durante il processo di canonizzazione di San Camillo, fra il 1743 e il 1746, fu trasformata in sacrestia, e con questa funzione è arrivata fino a oggi. È un passaggio di destinazione d’uso che dice molto sulle priorità dell’Ordine in quegli anni: la canonizzazione del fondatore comportava un afflusso di pellegrini e un incremento delle celebrazioni, e serviva uno spazio di servizio adeguato al nuovo status della chiesa.

La volta di Gerolamo Pesce

La volta fu dipinta ad affresco e a tempera da Gerolamo Pesce nel 1739 e rappresenta San Camillo in gloria con San Filippo Neri. La composizione, racchiusa sui lati da una balaustra sinuosa che le fa da cornice, ha uno slancio ascensionale verso lo sfondo di cielo. C’è un dettaglio iconografico che vale la pena cercare: dei due santi in primo piano, uno ha l’aureola e l’altro no, e non è una distrazione del pittore. Filippo Neri era già stato canonizzato, Camillo de Lellis no, e la differenza di trattamento registra con precisione la situazione canonica al momento in cui l’affresco fu dipinto, cioè pochi anni prima della beatificazione del 1742.

Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa di Santa Maria Maddalena

Il consiglio più utile è di non trattare questa chiesa come una tappa da tre minuti fra il Pantheon e piazza Navona, ma di arrivarci con almeno mezz’ora e, soprattutto, di arrivarci negli orari giusti. La chiesa chiude a metà giornata, e chi passa da piazza della Maddalena alle due del pomeriggio trova il portone sbarrato: l’apertura del mattino si ferma alle 12,00 nei giorni feriali e alle 12,30 la domenica, e si riapre soltanto alle 18,00.

Il momento migliore della giornata

Per la facciata il momento ideale è il tardo pomeriggio, quando la luce radente scava gli stucchi e la curvatura del prospetto diventa leggibile anche in fotografia. A mezzogiorno, con il sole alto, la decorazione si appiattisce e la facciata perde buona parte del suo effetto. Per l’interno vale il ragionamento opposto: la chiesa si illumina dai finestroni della navata, e la fascia oraria mattutina restituisce meglio l’insieme delle dorature e dei marmi. Chi ha tempo per una sola visita e vuole entrambe le cose sceglie la tarda mattinata, verso le 11,00, che è un buon compromesso.

Chiedere di vedere la sacrestia e il museo

La sacrestia e il museo dell’Ordine non sono aperti liberamente come la chiesa. Il museo, che si trova nella Casa Generalizia annessa e conserva reliquie e oggetti quotidiani appartenuti a San Camillo, si visita su richiesta: l’Ordine indica come modalità l’invio di una mail all’ufficio comunicazione oppure una telefonata al recapito della Casa Generalizia. Chi arriva senza preavviso rischia di vedere solo la chiesa, che già da sola vale la deviazione, ma perde la parte più singolare del complesso. Un contatto qualche giorno prima cambia completamente la visita, soprattutto per chi viaggia in gruppo.

Come incastrarla in un itinerario

La collocazione è talmente centrale che la Maddalena si inserisce in qualunque giro del centro storico senza costi di percorso. Un itinerario che funziona bene parte dal Pantheon, prosegue alla Maddalena, tocca la Basilica di Santa Maria sopra Minerva con il suo Obelisco della Minerva, e si chiude con la Chiesa di Sant’Ignazio: quattro tappe in un raggio di trecento metri, tutte a ingresso libero, che coprono duemila anni di architettura romana dal tempio di Adriano al Settecento. Chi ha più tempo aggiunge Piazza Navona e la Chiesa di San Luigi dei Francesi con i Caravaggio, a cinque minuti di distanza.

San Camillo de Lellis, il gigante della carità

Camillo de Lellis nacque a Bucchianico, in Abruzzo, il 25 maggio 1550 e morì a Roma il 14 luglio 1614, nel convento della Maddalena: la chiesa che stiamo raccontando è quindi il luogo della sua morte oltre che quello della sua sepoltura, ed è la ragione per cui l’intero edificio è costruito attorno alla sua memoria.

Una biografia che comincia male

La sua non è la storia di un santo precoce. Figlio di un ufficiale al servizio della Spagna e di una madre che lo partorì a quasi sessant’anni, Camillo fu un ragazzo irrequieto, avviato alla carriera militare e poi allontanato dalle armi nel 1570 da un’ulcera al piede che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Per curarsi arrivò a Roma, all’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, il 7 marzo 1571; venne assunto come inserviente e licenziato poco dopo per scarsa propensione al lavoro, dopo appena centotrentuno giorni. Tornò a fare il soldato di ventura, prima per Venezia poi per la Spagna, e si rovinò al gioco dei dadi.

La svolta arrivò il 2 febbraio 1575, mentre lavorava per i Cappuccini di Manfredonia: la conversione, avvenuta secondo il racconto tradizionale lungo la strada di ritorno da San Giovanni Rotondo, lo spinse alla vita religiosa. La piaga al piede gli impedì però di restare fra i Cappuccini, e lo riportò a Roma e al San Giacomo, dove stavolta rimase quattro anni come servitore, dal 23 ottobre 1575 al 20 giugno 1579, e poi ancora dall’ottobre 1579 al primo settembre 1584 come economo e Maestro di Casa, per un totale di nove anni. Fu lì che maturò l’idea di una assistenza professionale e organizzata ai malati.

La nascita dei Ministri degli Infermi

Nell’agosto del 1582, insieme ai primi cinque compagni, Camillo fondò la Compagnia dei Ministri degli Infermi. I primi statuti furono approvati da papa Sisto V il 18 marzo 1586. Il 21 settembre 1591, con la bolla Illius qui pro gregis, papa Gregorio XIV elevò la Compagnia a Ordine di voti solenni, colpito dall’eroismo con cui Camillo e i suoi compagni avevano assistito i malati. L’elemento che distingue ancora oggi i Camilliani dagli altri ordini religiosi è il quarto voto, che si aggiunge ai tre consueti di povertà, castità e obbedienza: l’assistenza agli infermi, come recita la formula, ancorché appestati, anche con pericolo della vita.

Camillo era stato ordinato sacerdote il 26 maggio 1583, sotto la guida spirituale di Filippo Neri, e si trasferì poi nel convento annesso alla Maddalena per prestare servizio soprattutto presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, la struttura più vasta di Roma, senza mai abbandonare del tutto il San Giacomo. Dal 1571 al 1614, cioè per quasi quarantaquattro anni, visse ed esercitò il suo ministero nella città di Roma, tanto che gli storici lo considerano a tutti gli effetti un santo romano di adozione.

Beatificazione, canonizzazione e patronati

Camillo de Lellis fu beatificato il 7 aprile 1742 e canonizzato il 29 giugno 1746, entrambe le volte da papa Benedetto XIV. Nel 1886 Leone XIII lo dichiarò, insieme a san Giovanni di Dio, patrono degli ospedali e dei malati; il 28 agosto 1930 Pio XI lo proclamò, sempre insieme a Giovanni di Dio, patrono degli infermieri; Paolo VI lo proclamò patrono della regione Abruzzo nel 1964 e protettore particolare della sanità militare italiana nel 1974. La memoria liturgica cade il 14 luglio, anniversario della morte. Una sua grande statua si trova nella navata centrale della basilica di San Pietro, scolpita da Pietro Pacilli, lo stesso autore degli angeli che sovrastano l’altare maggiore della Maddalena.

Il Cubiculum e il cuore del santo

Dentro la Casa Generalizia si conserva il Cubiculum, l’antica infermeria della casa, cioè la stanza in cui Camillo morì il 14 luglio 1614, oggi adibita a cappella interna. Lì è custodita la reliquia del cuore del santo, inizialmente traslata a Bucchianico e poi riportata a Roma. Nel 2012, in occasione dei lavori di ampliamento del museo per il quarto centenario, il cuore ha ricevuto una nuova collocazione espositiva. Il corpo, invece, riposa nella chiesa, nella cappella a lui dedicata: fra il 16 giugno e il 27 luglio 2012, per la prima volta dopo quattro secoli, le spoglie tornarono temporaneamente a Bucchianico.

La croce rossa dei Camilliani e la Croce Rossa moderna

La croce rossa che i Camilliani portano cucita sull’abito dal 1586 è precedente di quasi tre secoli alla Croce Rossa internazionale nata dalla Convenzione di Ginevra del 1864, ma il rapporto fra le due è raccontato in giro con una disinvoltura che merita di essere corretta, perché su questo punto si leggono affermazioni molto più forti di quanto le fonti consentano.

Che cosa dice il documento

Il dato certo e documentabile è uno. Con il breve Cum nos nuper del 26 giugno 1586, papa Sisto V concesse a Camillo e ai suoi compagni la facoltà di portare in perpetuo, sul lato destro delle vesti, una croce di panno grosso di colore rossiccio, detto in volgare tané. Il breve era la conseguenza diretta dell’approvazione della Compagnia avvenuta il 18 marzo dello stesso anno: i religiosi chiedevano che, come il loro istituto si distingueva dagli altri, così si distinguesse anche il loro abito. Il colore originario, quindi, non era il rosso pieno ma il tané, un castano rossiccio; il rosso vero e proprio arrivò soltanto in seguito.

Che cosa dice l’Ordine, e con quali cautele

Sulla relazione con la Croce Rossa moderna, gli stessi Camilliani, in un testo curato dall’archivio storico dell’Ordine, usano un linguaggio prudente che vale la pena riportare. La ricostruzione parte dal fatto accertato che il 24 giugno 1859, durante la battaglia di Solferino e San Martino, nella vicina Castiglione delle Stiviere operavano religiosi camilliani che si prodigarono nell’assistenza ai feriti, e che a quella battaglia assistette anche il giovane svizzero Jean Henry Dunant, dalla cui esperienza nacque l’idea che portò alla Croce Rossa. Da qui l’Ordine osserva che a Dunant sarebbe stato facile trarre ispirazione da un simbolo che campeggiava sul petto dei Camilliani da oltre tre secoli, ma formula l’affermazione al condizionale e conclude che l’importanza non sta tanto nel simbolo quanto nella comunanza di intenti fra le due realtà.

Dove passa il confine fra fatto e racconto

Riassumendo in modo netto: è documentato che i Camilliani portano una croce rossa sull’abito dal 1586 per concessione di Sisto V; è documentato che religiosi camilliani prestarono soccorso ai feriti nei giorni di Solferino; è documentato che Dunant fu a Solferino e che da quell’esperienza nacque il suo libro Un souvenir de Solférino. Non è invece documentato, e l’Ordine stesso non lo afferma, che Dunant abbia scelto l’emblema della Croce Rossa copiandolo da quello camilliano. La spiegazione ufficiale dell’emblema ginevrino è un’altra, cioè l’inversione dei colori della bandiera svizzera. Chi racconta questo luogo dicendo che la Croce Rossa è nata qui sta saltando un passaggio: quello che si può dire con onestà è che l’idea di un segno visibile che identifichi chi soccorre i feriti era già in circolazione in Europa da quasi tre secoli, e che i Camilliani ne sono stati i primi portatori istituzionali.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Santa Maria Maddalena è la chiesa regionale degli abruzzesi residenti a Roma, e lo è da prima ancora che i Camilliani la ricevessero: il vincolo con l’Abruzzo attraversa tutta la storia dell’edificio e spiega scelte che altrimenti sembrerebbero arbitrarie.

Che cosa sono le chiese regionali e nazionali di Roma

Roma ha un tessuto di chiese legate a una regione italiana o a una nazione straniera, nate come punto di riferimento per le comunità di forestieri che vivevano in città: luoghi dove si parlava il proprio dialetto, si celebravano i santi di casa, si trovava assistenza e, in caso di bisogno, sepoltura. La Chiesa di San Luigi dei Francesi è l’esempio più celebre del versante nazionale. La Maddalena è l’equivalente abruzzese, e la sua identità è oggi certificata dalla diocesi di Roma.

La foto giusta da fare alla Chiesa di Santa Maria Maddalena

La fotografia da portare a casa da Santa Maria Maddalena è la facciata frontale, scattata dal lato opposto della piazza nel tardo pomeriggio, quando la luce radente rende leggibile la curvatura del prospetto e il rilievo degli stucchi. È uno scatto meno banale di quanto sembri, perché la piazza è stretta e la tentazione di allargare troppo il grandangolo rovina le proporzioni.

Da dove scattare

Il punto migliore è l’angolo della piazza verso via delle Colonnelle, che consente di inquadrare la facciata quasi frontalmente lasciando un po’ di aria ai lati. Chi ha un obiettivo poco luminoso farà bene a appoggiarsi a un muro o a un tavolino: nelle ore di luce calante i tempi si allungano e la decorazione a stucco, tutta giocata su dettagli piccoli, perdona poco il micromosso. Chi vuole invece raccontare la sorpresa dell’arrivo può scattare da via della Maddalena, con la facciata che spunta di scorcio in fondo al vicolo, fra i muri delle case.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Santa Maria Maddalena si concentra in tre stagioni: l’arrivo dei Camilliani nel 1586, il lungo cantiere fra Sei e Settecento, e la stagione delle canonizzazioni di metà Settecento che ha dato alla chiesa l’aspetto attuale.

1586: la chiesa passa a Camillo de Lellis

Nel 1586 la chiesa, sorta su una cappella trecentesca già di proprietà dell’Arciconfraternita del Gonfalone, viene affidata con l’ospedale annesso a Camillo de Lellis come sede della Compagnia dei Ministri degli Infermi, fondata quattro anni prima. All’Ordine e al suo convento fu assegnato l’intero isolato circostante, compreso fra piazza della Maddalena, via del Collegio Capranica e via delle Colonnelle. È l’atto di nascita del complesso così come lo vediamo oggi.

24 dicembre 1598: la piena del Tevere

Il 24 dicembre 1598 una delle piene più rovinose della storia del Tevere invase questa parte di Campo Marzio. Alla chiesa è legato il racconto secondo cui la statua lignea quattrocentesca della Maddalena fu vista galleggiare in piedi sulle acque che irrompevano nell’edificio e spostarsi da una cappella laterale fino all’altare maggiore, dove si fermò al sicuro. Si tratta di una tradizione devozionale, non di un fatto storico accertato: la piena, quella sì, è documentatissima ed è ricordata da lapidi sparse per tutto il centro di Roma. La statua esiste, si vede ancora, ed è il punto in cui storia e racconto si toccano.

1742 e 1746: beatificazione, traslazione, canonizzazione

Nel 1742 le spoglie di San Camillo vengono traslate nella terza cappella di destra, in coincidenza con la beatificazione del 7 aprile di quell’anno. Nel 1744 Sebastiano Conca affresca la volta della cappella. Il 29 giugno 1746 Benedetto XIV proclama santo Camillo de Lellis, e i lavori nella cappella proseguono fino al 1749 circa, l’anno della pala di Placido Costanzi. Fra il 1738 e il 1741, nel pieno di questa stagione, viene decorata la sacrestia, e fra il 1743 e il 1746, durante il processo di canonizzazione, il vecchio refettorio del seminario assume la funzione che ha ancora oggi.

Chi è passato dalla Chiesa di Santa Maria Maddalena

Per una chiesa così piccola, l’elenco delle persone che hanno lasciato un segno qui è sorprendentemente lungo, e comprende santi, architetti, pittori e almeno una coppia di sconosciuti la cui storia si è conservata per caso.

Gli architetti

Sul cantiere della Maddalena si sono succeduti Francesco Grimaldi, Carlo Fontana, Giovanni Antonio De Rossi, Giulio Carlo Quadri, Francesco Felice Pozzoni, Mattia de Rossi, Carlo Francesco Bizzaccheri, Paolo Amato, Francesco Ferruzzi, Francesco Rosa, Francesco Nicoletti, Manuel Rodrigues dos Santos e Giuseppe Sardi. È una lista che da sola racconta il passaggio dal barocco pieno al barocchetto e infine al rococò, e che fa di questa chiesa una specie di manuale in scala uno a uno dell’architettura romana fra Seicento e Settecento.

I pittori e gli scultori

Fra i pittori compaiono Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, autore della pala di San Nicola di Bari e della decorazione della vicina Chiesa del Gesù, Luca Giordano, Sebastiano Conca, Placido Costanzi, Michele Rocca, Aureliano Milani, Biagio Puccini, Giuseppe Ghezzi e Gerolamo Pesce. Fra gli scultori e gli intagliatori, Pietro Pacilli, Francesco Gesuelli, Felice Fardichini e Alessandro Richenbach. È una concentrazione di nomi che in una chiesa più grande e più centrale genererebbe file all’ingresso, e che qui si visita in silenzio e da soli.

I romani che venivano a prendere l’acqua

Fino alla fine dell’Ottocento, in occasione dell’anniversario della morte di San Camillo, i romani venivano alla Maddalena per ricevere una speciale acqua benedetta nella quale era mescolata una piccola quantità di polvere ricavata dalla tomba del santo, ritenuta rimedio contro ogni genere di male. È una pratica devozionale che oggi non esiste più, ma che aiuta a capire il ruolo che questa chiesa ha avuto nella vita quotidiana della città, in un’epoca in cui il confine fra medicina e devozione era molto più sottile di oggi.

Che cosa c’è intorno alla Maddalena

La Maddalena si trova nel punto di massima densità monumentale del centro storico di Roma: nel raggio di cinquecento metri si contano una decina di luoghi che altrove basterebbero da soli a giustificare un viaggio.

Il Pantheon e la sua piazza

A due passi c’è il Pantheon, l’edificio della Roma antica meglio conservato in assoluto, e davanti a esso la fontana cinquecentesca sormontata dall’Obelisco Macuteo, il monolite egizio che proviene dal vicino santuario di Iside e Serapide del Campo Marzio. Il contrasto fra la solennità del Pantheon e la leggerezza della facciata della Maddalena, a centocinquanta metri di distanza, è uno degli accostamenti più istruttivi che il centro di Roma possa offrire.

Sant’Ignazio, la Minerva e il Gesù

In direzione opposta si arriva in pochi minuti alla Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, con la volta di Andrea Pozzo e la celebre finta cupola dipinta, e alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, l’unica chiesa gotica del centro di Roma, davanti alla quale si erge l’Obelisco della Minerva sull’elefantino berniniano. Proseguendo ancora si raggiunge la Chiesa del Gesù, la chiesa madre dei gesuiti, dove la volta del Baciccio offre un metro di paragone diretto con la pala che lo stesso pittore lasciò alla Maddalena.

Domande frequenti sulla Chiesa di Santa Maria Maddalena

Quanto costa entrare nella Chiesa di Santa Maria Maddalena?

L’ingresso alla Chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma è libero e gratuito, come in quasi tutte le chiese officiate del centro storico. Non esiste biglietteria né prenotazione obbligatoria per la sola chiesa. Il museo dell’Ordine, ospitato nella Casa Generalizia annessa, si visita invece su richiesta, contattando in anticipo l’ufficio comunicazione dei Camilliani per concordare giorno e orario.

Quali sono gli orari della Chiesa di Santa Maria Maddalena?

Secondo quanto indicato dai Camilliani, la Chiesa di Santa Maria Maddalena è aperta dal lunedì al sabato dalle 8,00 alle 12,00 e dalle 18,00 alle 19,45, con messa alle 19,00, e la domenica dalle 8,00 alle 12,30 e dalle 18,00 alle 19,45, con messe alle 9,30, alle 11,30 e alle 19,00. Trattandosi di una chiesa in attività, gli orari possono variare per celebrazioni o lavori: conviene verificarli con la Casa Generalizia.

Come si arriva alla Chiesa di Santa Maria Maddalena con i mezzi?

La Chiesa di Santa Maria Maddalena si raggiunge più comodamente a piedi dal Pantheon, da cui dista circa centocinquanta metri lungo via della Maddalena. Non ci sono fermate di metropolitana vicine: le stazioni utilizzabili sono Barberini e Spagna sulla linea A, a una decina di minuti di cammino, oppure si usano gli autobus di superficie che servono largo di Torre Argentina e corso Vittorio Emanuele II.

Quanto tempo serve per visitare la Chiesa di Santa Maria Maddalena?

Per visitare la Chiesa di Santa Maria Maddalena bastano venti o trenta minuti, sufficienti a guardare la facciata dalla piazza, percorrere la navata, fermarsi alla cappella di San Camillo e alzare lo sguardo verso la cantoria della controfacciata. Chi ha concordato in anticipo la visita al museo dell’Ordine e alla sacrestia deve mettere in conto almeno un’ora complessiva.

Perché la Chiesa di Santa Maria Maddalena è chiamata chiesa di zucchero?

La Chiesa di Santa Maria Maddalena fu soprannominata chiesa di zucchero dai romani del Settecento perché la decorazione a stucco della sua facciata ricordava la glassa di una torta. Era una critica, non un complimento: lo stile rococò veniva giudicato mondano e poco adatto a un edificio sacro, tanto che la facciata fu anche definita il non plus ultra del gusto stravolto.

Dove è sepolto San Camillo de Lellis?

San Camillo de Lellis è sepolto nella Chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma, nella terza cappella di destra, in origine dedicata all’Assunta e poi intitolata a lui, dove le spoglie furono traslate nel 1742. La reliquia del cuore si trova invece nel Cubiculum della Casa Generalizia annessa, cioè nella stanza in cui il santo morì il 14 luglio 1614.

La Croce Rossa è nata dai Camilliani della Maddalena?

No, la Croce Rossa internazionale non nasce dai Camilliani, anche se i religiosi della Maddalena portano una croce rossa sull’abito dal 1586 per concessione di papa Sisto V. È documentato che camilliani soccorsero i feriti nei giorni della battaglia di Solferino del 1859, la stessa da cui Henry Dunant trasse l’idea della Croce Rossa, ma nessuna fonte documenta che l’emblema ginevrino derivi da quello camilliano.

Si possono fare fotografie nella Chiesa di Santa Maria Maddalena?

Nella Chiesa di Santa Maria Maddalena non risulta affisso un divieto generalizzato di fotografare, ma valgono le regole comuni alle chiese officiate di Roma: niente flash, niente treppiedi, niente scatti durante le messe. Per riprese che vadano oltre la fotografia personale, comprese quelle a scopo professionale, è necessario chiedere il permesso ai religiosi camilliani che gestiscono la chiesa.

La Chiesa di Santa Maria Maddalena è adatta ai bambini ed è accessibile?

La Chiesa di Santa Maria Maddalena è una visita breve e semplice, adatta anche a famiglie con bambini proprio per la sua durata contenuta e per la facciata molto riconoscibile. L’ingresso è preceduto da una breve scalinata, quindi per chi ha problemi di mobilità conviene informarsi in anticipo con la Casa Generalizia sulle modalità di accesso disponibili.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

La Maddalena funziona meglio come tappa dentro una passeggiata che come meta autonoma: è a due minuti dal Pantheon, costa nulla, richiede mezz’ora e offre una cosa che a Roma non si trova altrove, cioè una facciata rococò autentica. Chi organizza una giornata nel centro storico farà bene a inserirla fra il Pantheon e Sant’Ignazio, e a programmarla nella fascia oraria in cui la chiesa è effettivamente aperta, che è la parte più facile da sbagliare di tutta la visita.

Chi mette insieme un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste del Campo Marzio e del rione Colonna, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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