Obelisco Macuteo
L’Obelisco Macuteo è il piccolo monolite di granito rosso piantato al centro della fontana di piazza della Rotonda, esattamente davanti al pronao del Pantheon. Il fusto misura 6,34 metri, che diventano 14,52 metri contando il basamento della fontana e la croce che lo sormonta: numeri modesti rispetto ai giganti di piazza San Pietro o del Laterano, e proprio per questo quasi nessuno dei molti che attraversano la piazza ogni giorno si ferma a considerare che cosa siano quei segni incisi sul granito. Sono geroglifici, e portano i cartigli di Ramesse II: il monolite venne tagliato a Assuan e innalzato a Eliopoli tredici secoli prima di Cristo, poi imbarcato per Roma in età imperiale per decorare il santuario di Iside e Serapide del Campo Marzio, poi sepolto dal crollo della città antica, poi ritrovato nel Trecento e piantato davanti a una chiesetta di rione Colonna dedicata a un vescovo bretone, e infine issato nel 1711 sopra una fontana cinquecentesca rifatta apposta per accoglierlo. Il nome che porta non viene dall’Egitto né da Roma antica: viene da quella chiesetta, San Macuto, dove il monolite restò piantato per oltre tre secoli prima dell’ultimo trasloco. Le righe che seguono raccontano da dove viene, come è arrivato qui, che cosa c’è scritto sopra, chi ha costruito la fontana che lo sostiene e perché piazza della Rotonda sia uno dei posti di Roma dove il riuso dei materiali antichi si legge meglio che altrove.
Dove si trova l’Obelisco Macuteo e come raggiungerlo
L’Obelisco Macuteo si trova in piazza della Rotonda, nel rione Colonna, al centro della vasca della fontana che occupa il lato della piazza opposto al pronao del Pantheon: è all’aperto, in uno spazio pubblico pedonale, visibile gratuitamente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non esiste biglietto, non esiste orario, non esiste cancello. Questa è la prima cosa da chiarire, perché molti lo confondono con un elemento interno del Pantheon e credono di doverlo pagare: l’obelisco e la fontana sono arredo urbano a tutti gli effetti, la basilica è un’altra cosa e ha regole sue.

La posizione esatta nella piazza
La piazza è un rettangolo irregolare di circa sessanta metri per quaranta, con il Pantheon che ne chiude il lato meridionale e case di età diversa sugli altri tre. La fontana con l’obelisco non è al centro geometrico dello spazio ma spostata verso il lato opposto al tempio, in asse con il pronao: chi esce dal portico e alza lo sguardo se la trova davanti, e chi arriva dalla via del Pantheon o dalla salita de’ Crescenzi la incontra di fianco. È una disposizione voluta, perché la fontana e l’obelisco furono pensati come quinta scenografica del tempio e non come oggetto autonomo: il monolite serve a fare da contrappunto verticale alla massa orizzontale del pronao, e a chiudere la prospettiva di chi guarda dal fondo della piazza.
Con i mezzi pubblici
Non esiste una fermata della metropolitana a piazza della Rotonda e non ci sarà mai: il sottosuolo del Campo Marzio è talmente denso di stratificazioni archeologiche che ogni ipotesi di scavo profondo in quel punto è stata abbandonata. Il modo più semplice è arrivare in autobus a Largo di Torre Argentina, dove convergono molte linee di superficie che attraversano il centro storico, e da lì camminare cinque o sei minuti lungo via dei Cestari o via del Seminario. In alternativa si arriva a Corso Vittorio Emanuele II, sempre servito da autobus, e si sale verso il Pantheon passando per piazza Sant’Eustachio. Chi viaggia in metropolitana può scendere a Barberini o a Spagna e camminare, ma si parla di venti minuti buoni a piedi in un centro storico affollato. Gli orari e i percorsi delle linee cambiano con una certa frequenza per cantieri e deviazioni, quindi conviene controllare il percorso aggiornato il giorno stesso sull’app del gestore del trasporto pubblico.
A piedi, che è il modo giusto
Piazza della Rotonda è il centro geometrico di un quadrante interamente pedonale o quasi, e ogni tappa importante del Campo Marzio è a meno di dieci minuti di cammino. Dalla Fontana di Trevi sono circa dieci minuti, da Piazza Navona cinque, da Piazza Colonna quattro, da Largo Argentina sei o sette. Chi vuole fare il percorso sensato per capire questo obelisco dovrebbe arrivare dalla parte di piazza della Minerva, dove c’è l’Obelisco della Minerva, perché i due monoliti vengono dallo stesso santuario antico e distano meno di duecento metri l’uno dall’altro.
Che cos’è l’Obelisco Macuteo: tre oggetti diversi in uno
L’Obelisco Macuteo è un monolite di granito rosso di Assuan alto 6,34 metri, inciso su tutti e quattro i lati con i cartigli e la titolatura di Ramesse II, faraone della XIX dinastia vissuto nel XIII secolo avanti Cristo. Questa è la definizione corretta di quello che si vede oggi, ma è anche una definizione parziale, perché il monumento che si guarda dalla piazza è in realtà la somma di tre oggetti nati in tre epoche diverse e mai pensati per stare insieme.
Primo oggetto: il monolite egizio
Il fusto è l’unico elemento davvero antico. Fu estratto dalle cave di granito rosso della regione di Assuan, in Alto Egitto, lavorato e inciso per conto di Ramesse II e innalzato nel santuario solare di Eliopoli, la città sacra a Ra che sorgeva dove oggi si estendono i quartieri nord-orientali del Cairo. Le fonti concordano nel dire che il fusto ha perso in altezza rispetto all’originale: si parla di circa un metro perduto fra rotture e riduzioni, il che porterebbe la misura antica intorno ai sette metri e mezzo. Non è un obelisco grande nemmeno per i parametri egizi: era un monolite da coppia, cioè uno dei due che fiancheggiavano un ingresso, e non un pezzo isolato da piazzale.
Secondo oggetto: la vasca cinquecentesca
Sotto l’obelisco c’è una fontana progettata da Giacomo Della Porta e realizzata da Leonardo Sormani a partire dal 1575, cioè millequattrocento anni dopo che l’obelisco era arrivato a Roma e più di duemilacinquecento anni dopo che era stato inciso in Egitto. Nacque come fontana autonoma, con una vasca mistilinea di marmo, quattro mascheroni e nessun obelisco sopra: per centotrentasei anni è stata semplicemente la fontana di piazza della Rotonda, punto e basta.
Terzo oggetto: il basamento settecentesco
Fra la vasca e il fusto c’è il pezzo che tiene insieme il tutto: un basamento di travertino disegnato nel 1711 da Filippo Barigioni per conto di papa Clemente XI, con quattro delfini a sostenere i fianchi, gli stemmi papali sui lati e una scogliera artificiale che raccorda la mole del monolite alla vasca preesistente. Senza questo pezzo di raccordo il montaggio non avrebbe funzionato, perché un obelisco non si appoggia su una vasca da fontana come un vaso su un tavolo: serve una struttura che scarichi il peso e che nasconda la giuntura fra due oggetti di scala completamente diversa.
Che cosa lo distingue dagli altri obelischi romani
Roma conserva tredici obelischi egizi antichi, più una manciata di obelischi romani e moderni, e il Macuteo appartiene alla fascia bassa per dimensioni. L’Obelisco Lateranense supera i trentadue metri di fusto, l’Obelisco Vaticano sta sopra i venticinque, l’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo sfiora i ventiquattro. Il Macuteo, con i suoi 6,34 metri, appartiene invece alla famiglia dei piccoli monoliti del Campo Marzio, la stessa dell’Obelisco della Minerva, che di metri ne misura 5,47. Non è un difetto: sono obelischi di scala diversa perché venivano da contesti diversi, e nessuno di loro fu pensato per stare al centro di un piazzale di centomila metri quadrati.
L’origine egiziana: Eliopoli, Ramesse II e il santuario di Amon-Ra
L’Obelisco Macuteo fu innalzato a Eliopoli sotto Ramesse II, faraone che regnò per circa sessantasette anni nel XIII secolo avanti Cristo e che fu, con distacco, il più prolifico costruttore di obelischi della storia egizia. I cartigli sul piramidione e le colonne di geroglifici lungo i fianchi riportano il prenome e il nome del sovrano e la sua titolatura reale, con gli epiteti che lo legano alla divinità solare: le formule lo definiscono figlio di Ra, secondo lo schema standard della propaganda ramesside.
Perché Eliopoli
Eliopoli, in egizio Iunu, era la città sacra del culto solare e la sede del grande santuario di Ra, poi sincretizzato con Amon. Era il posto dove gli obelischi avevano il loro senso teologico più pieno: il monolite di granito con la punta rivestita di metallo era una pietrificazione del raggio di sole, un elemento che catturava la prima luce del mattino e la rifletteva sul recinto sacro. Piantarne uno a Eliopoli non era decorazione, era liturgia. Ramesse II ne piantò parecchi, e il gran numero di monoliti eliopolitani spiega perché gli imperatori romani abbiano potuto attingere a quel santuario come a un magazzino: quando i Romani presero a portare obelischi in Italia, Eliopoli era già in declino e i suoi monumenti erano disponibili.
Il problema del gemello
Gli obelischi egizi venivano innalzati quasi sempre a coppie, ai due lati del pilone d’ingresso di un tempio, e il Macuteo non fa eccezione. Il problema è che le fonti non concordano su quale sia il suo gemello. Una parte della letteratura divulgativa e la scheda inglese di riferimento indicano come gemello l’obelisco Matteiano, oggi a Villa Celimontana, un frammento di granito rosso alto 2,68 metri e quindi ridotto a poco più di un terzo del suo sviluppo originario. Altre fonti, altrettanto divulgative, abbinano invece il Matteiano all’obelisco del giardino di Boboli a Firenze. La questione non è chiusa e conviene riportarla come aperta: quello che si può dire con sicurezza è che Macuteo e Matteiano vengono entrambi da Eliopoli, entrambi portano i cartigli di Ramesse II ed entrambi passarono per il santuario egizio del Campo Marzio. Che siano esattamente i due elementi della stessa coppia è un’ipotesi molto diffusa, non un dato accertato in modo definitivo.
Che cosa si legge davvero sul granito
Chi si avvicina alla vasca vede le incisioni sul lato rivolto verso il Pantheon, ma non le legge: sono geroglifici in colonne verticali, molto erosi nella parte bassa per il dilavamento e per i secoli passati all’aperto in un contesto urbano. Le traduzioni disponibili nella letteratura divulgativa riportano formule di titolatura regale e riferimenti al rapporto di filiazione fra il faraone e il dio solare. Non esiste un testo narrativo, non c’è una cronaca di imprese: gli obelischi egizi portano quasi sempre dediche e titolature, non racconti. Chi cerca sul monolite la storia di una battaglia resterà deluso.
L’Iseo Campense: come un obelisco egizio finì nel Campo Marzio
L’Obelisco Macuteo arrivò a Roma per decorare l’Iseo Campense, il grande santuario di Iside e Serapide che occupava una fascia del Campo Marzio fra l’area dei Saepta e il tempio di Minerva, cioè grosso modo il territorio compreso oggi fra piazza del Collegio Romano, via del Piè di Marmo, piazza della Minerva e via del Seminario. È il dato chiave per capire perché nel raggio di trecento metri dal Pantheon esistano due obelischi egizi, una quantità di frammenti egizi e egittizzanti e una toponomastica che ancora ne conserva traccia.
Un tempio egizio in mezzo a Roma
Il culto isiaco arrivò a Roma nel primo secolo avanti Cristo e fu a lungo osteggiato dal Senato, che nel 53 avanti Cristo ordinò la demolizione dei sacelli privati dedicati alla dea. Il santuario vero e proprio fu costruito nel 43 avanti Cristo, ma la sua storia fu intermittente: soppressioni e riabilitazioni si alternarono sotto Agrippa e Tiberio, finché Caligola non restituì al culto una posizione stabile. Un incendio distrusse il complesso nell’80 dopo Cristo e Domiziano lo ricostruì su scala molto maggiore, con interventi successivi di Adriano e in età severiana. Il santuario restò attivo fino al V secolo, cioè per quasi cinquecento anni.
Domiziano e l’importazione
L’arrivo del Macuteo a Roma viene collocato intorno all’80 dopo Cristo, in coincidenza con la ricostruzione domizianea del santuario dopo l’incendio. Domiziano fu, insieme ad Augusto, l’imperatore che più investì nel trasporto di monoliti egizi verso Roma, e la sua operazione ebbe un carattere diverso da quella augustea: Augusto aveva portato obelischi come trofei del suo dominio sull’Egitto e li aveva piantati in contesti civili, come l’Obelisco di Montecitorio nel grande orologio solare del Campo Marzio; Domiziano li usò invece come arredo di un santuario di culto egizio, dentro un recinto dove i riferimenti nilotici erano il tema stesso del luogo. Per Domiziano gli obelischi non erano bottino: erano ambientazione.
Gli altri monoliti dello stesso santuario
Dall’Iseo Campense vengono, secondo le ricostruzioni più accreditate, diversi degli obelischi che oggi si vedono a Roma e altrove. L’Obelisco Agonale di piazza Navona, alto 16,38 metri e inciso con geroglifici composti in età romana per Domiziano, proviene dall’area del santuario prima di essere trasferito al Circo di Massenzio e poi issato da Bernini sulla Fontana dei Quattro Fiumi. L’Obelisco della Minerva, con i cartigli del faraone Apries che regnò fra il 589 e il 570 avanti Cristo, fu ritrovato nel Seicento nell’orto dei domenicani e sta oggi sul dorso dell’elefantino berniniano davanti alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Ci sono poi l’obelisco di Dogali, quelli di Boboli e di Urbino, il Matteiano di Villa Celimontana e una quantità di sculture oggi divise fra i Musei Vaticani, il Louvre e i Musei Capitolini. Il Macuteo è un pezzo di questo insieme disperso: uno dei pochi rimasti a poche decine di metri dal punto in cui stava in antico.
Le tracce rimaste nella toponomastica
Chi cammina fra il Pantheon e il Collegio Romano incontra una serie di indizi che non sembrano tali. Via del Piè di Marmo prende il nome da un enorme piede marmoreo calzato di sandalo, frammento di una statua colossale del santuario, che si trova all’angolo con via Santo Stefano del Cacco. Via della Gatta deve il nome a una piccola scultura felina di marmo posta su un cornicione di palazzo Grazioli, quasi certamente proveniente dallo stesso contesto egizio. Santo Stefano del Cacco prende il nome, secondo la lettura corrente, da una statua di Anubi o di un cinocefalo scambiata dai romani per un macaco. Sono quattro o cinque indizi in quattrocento metri: il quartiere egizio del Campo Marzio è ancora là sotto e affiora nei nomi delle strade.
Il nome Macuteo: la chiesa di San Macuto e tre secoli di attesa
L’Obelisco Macuteo si chiama così perché rimase per oltre tre secoli piantato in piazza di San Macuto, davanti alla chiesa omonima, a circa duecento metri dal punto in cui si trova oggi: il nome non ha nulla di egizio e nulla di romano antico, è un toponimo di rione. È il caso più chiaro, fra gli obelischi di Roma, di un monumento battezzato dal luogo dove aspettava invece che dal luogo dove sta.
Il ritrovamento del Trecento
Il monolite riemerse durante i lavori che interessarono l’area di Santa Maria sopra Minerva, la chiesa domenicana costruita sopra le rovine del santuario isiaco. Sulla data le fonti divergono di un anno: parte della letteratura italiana indica il 1373, la scheda inglese di riferimento indica il 1374. Non è una differenza che cambi il quadro, ma è giusto riportarla invece di scegliere arbitrariamente. Quello che conta è il contesto: siamo nel pieno dell’assenza papale da Roma, la città era ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, i grandi cantieri erano fermi e il ritrovamento di un obelisco non produsse alcun progetto monumentale. Il monolite fu semplicemente rialzato poco lontano, su quattro dadi di pietra messi alla buona, davanti alla chiesa di San Macuto.
Chi era San Macuto
La chiesa che ha dato il nome all’obelisco è dedicata a un vescovo bretone, Maclovio o Malo, originario del Galles meridionale e poi emigrato in Bretagna, dove fondò un monastero a Aleth: la città che gli crebbe intorno si chiama oggi Saint-Malo. È l’unica chiesa in Italia dedicata a questo santo, la cui memoria cade il 15 novembre, ed è attestata a Roma già dal 1192. La presenza di una chiesa bretone nel cuore del Campo Marzio si spiega con le comunità nazionali che nel Medioevo si organizzavano intorno a un proprio luogo di culto, come fecero i francesi con la Chiesa di San Luigi dei Francesi qualche isolato più a ovest.
Perché restò lì tanto tempo
Tre secoli e mezzo di sosta davanti a una chiesa di quartiere non sono una dimenticanza: sono la regola. Fino a Sisto V, cioè fino agli anni Ottanta del Cinquecento, Roma non aveva né la tecnologia né il programma urbanistico per rialzare obelischi su piazze monumentali. L’impresa di Domenico Fontana con l’Obelisco Vaticano nel 1586 cambiò tutto: dimostrò che si poteva fare, e dopo quella data i papi presero a usare gli obelischi come segnali urbani nei loro piani di riassetto. Il Macuteo restò fuori da quella prima ondata, probabilmente perché era piccolo, perché era già in piedi e perché piazza di San Macuto non era un nodo strategico. Toccò a Clemente XI, più di un secolo dopo, decidere di spostarlo dove avrebbe fatto la differenza.
La fontana di Giacomo Della Porta: il 1575, l’Acqua Vergine e i mascheroni
La fontana che oggi regge l’Obelisco Macuteo fu costruita a partire dal 1575, centotrentasei anni prima che l’obelisco ci arrivasse sopra, su commissione di papa Gregorio XIII e su disegno di Giacomo Della Porta, con l’esecuzione scultorea affidata a Leonardo Sormani e i lavori conclusi due anni dopo. Nacque come fontana e basta: al posto dell’obelisco c’era il vuoto.
Il programma delle fontane gregoriane
La costruzione rientra in un’operazione più ampia. Il restauro dell’acquedotto dell’Acqua Vergine, portato a termine nel 1570, aveva rimesso in pressione la rete che serviva il Campo Marzio e aveva reso possibile un programma di fontane pubbliche in una parte di città che per secoli era dipesa dal Tevere e dai pozzi. Gregorio XIII ne fece una politica: un’intera serie di fontane, in buona parte disegnate da Della Porta, comparve nelle piazze del centro fra gli anni Settanta e Ottanta del Cinquecento. Alla stessa famiglia appartengono la Fontana delle Tartarughe di piazza Mattei e le fontane gemelle che ancora fiancheggiano la scena di Piazza Navona. Non erano ornamenti: erano il punto in cui una parte di città andava a prendere l’acqua.
Com’era fatta la fontana originaria
Il progetto di Della Porta prevedeva una vasca mistilinea in marmo grigio africano, con quattro archi circolari interrotti da mascheroni scolpiti. I mascheroni non erano generici: portavano i draghi, che sono l’emblema araldico dei Boncompagni, la famiglia di Gregorio XIII. Chi guardava la fontana nel 1577 leggeva quindi immediatamente chi l’aveva pagata, secondo una convenzione che a Roma vale per quasi tutto: il committente firma con lo stemma, e lo stemma va messo dove la gente passa. La fontana era circondata da una balaustra e rialzata su gradini, come molte fontane romane dell’epoca, per proteggerla dal traffico di carri e dal fango della piazza.
L’abbassamento del 1662
Nel 1662 il livello della piazza venne abbassato, e con quell’operazione sparirono la balaustra e i gradini. È un passaggio importante e quasi sempre trascurato, perché racconta una cosa che vale per tutto il centro di Roma: il piano di calpestio medievale e rinascimentale era molto più alto di quello antico, e ogni intervento papale di riassetto tendeva a scavare per riavvicinarsi alla quota romana. Chi guarda oggi il pronao del Pantheon vede le colonne partire da un piano quasi coincidente con quello della piazza: non è stato sempre così, e nei secoli di mezzo la base del tempio era sepolta sotto metri di detriti, con i fusti che sembravano usciti dal terreno.
Il 1711: Clemente XI, Filippo Barigioni e il rifacimento della vasca
Nel 1711 papa Clemente XI fece trasferire l’Obelisco Macuteo da piazza di San Macuto a piazza della Rotonda e lo fece collocare sopra la fontana di Della Porta, affidando a Filippo Barigioni il progetto del nuovo basamento e il rifacimento della parte alta della vasca. È la data che ha prodotto il monumento come lo vediamo, ed è una data che dice parecchio sul modo settecentesco di lavorare con l’esistente.
Il lavoro di Barigioni
Filippo Barigioni ricevette un problema tecnico preciso: piantare un monolite di sei metri e mezzo di granito al centro di una vasca cinquecentesca che non era stata progettata per sostenere nulla. La soluzione fu un basamento di travertino che si innalza dal centro della vasca, con quattro delfini a raccordare la base dell’obelisco al piano dell’acqua e con gli stemmi papali sui fianchi. I delfini non sono un capriccio: sono l’elemento che permette di passare visivamente dal rettangolo del piedistallo alla curva della vasca, e insieme un riferimento iconografico all’acqua che a Roma ha una tradizione lunghissima, dalla Barcaccia di piazza di Spagna in giù. La scogliera artificiale che accompagna i delfini serve allo stesso scopo: rendere plausibile il montaggio.
Che cosa c’è scritto sulla base
Sul basamento corre l’iscrizione che commemora l’operazione e che si legge ancora bene: CLEMENS XI PONT MAX FONTIS ET FORI ORNAMENTO ANNO SAL MDCCXI, cioè Clemente XI pontefice massimo, a ornamento della fontana e della piazza, nell’anno di salvezza 1711. Vale la pena leggerla con attenzione, perché dichiara senza infingimenti la natura dell’intervento: il papa non dice di aver restituito un monumento antico alla sua dignità, dice di aver ornato una fontana e una piazza. È un’ammissione di funzione decorativa che il Settecento fa senza imbarazzo e che il gusto ottocentesco e novecentesco avrebbe invece mascherato dietro il linguaggio della tutela.
La croce e la stella
In cima al piramidione non c’è la punta egizia, ma una croce impostata sopra una stella. La stella è un elemento dell’arme degli Albani, e la combinazione croce più insegna araldica papale è la formula standard con cui i pontefici della Controriforma e del Settecento hanno chiuso tutti gli obelischi romani: il monolite pagano viene esplicitamente sormontato dal segno cristiano, e la punta che in Egitto captava la luce del sole diventa il piedistallo di una croce. È lo stesso schema applicato all’Obelisco Vaticano, al Lateranense, al Flaminio e all’Agonale, con varianti araldiche a seconda del papa che firma. Chi guarda l’Obelisco Macuteo dal basso vede quindi, dall’alto verso il basso, una croce cristiana, una stella araldica del Settecento, un piramidione egizio del XIII secolo avanti Cristo, un basamento settecentesco con stemmi papali e una vasca cinquecentesca: cinque livelli di committenza in otto metri di altezza.
Piazza della Rotonda, o la stratificazione dei riusi
Piazza della Rotonda è il posto di Roma dove il riuso dei materiali e dei significati si legge in modo più compatto: in uno spazio di sessanta metri per quaranta convivono un tempio romano del II secolo diventato chiesa cristiana nel 609, una fontana cinquecentesca rifatta nel Settecento e un obelisco egizio del XIII secolo avanti Cristo arrivato qui per decorare un santuario di Iside e finito a fare da contrappunto verticale al Pantheon. Nessuno di questi oggetti sta dove è nato e nessuno fa oggi quello per cui era stato fatto. È questa la cosa che vale la pena guardare, molto più delle misure e delle date.
Il tempio che diventa chiesa
Il Pantheon è sopravvissuto perché ha cambiato mestiere. Costruito da Agrippa fra il 27 e il 25 avanti Cristo come edificio rettangolare orientato a sud, danneggiato dall’incendio dell’80 dopo Cristo, restaurato da Domiziano e infine ricostruito integralmente da Adriano fra il 118 e il 125 nella forma rotonda che conosciamo, ruotata di centottanta gradi rispetto all’orientamento originario, nel 609 fu donato dall’imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV e consacrato come Santa Maria ad Martyres. Da quel momento il tempio di tutti gli dèi divenne una chiesa mariana, e il fatto di essere una chiesa lo protesse dallo smontaggio sistematico che ridusse in calce mezza Roma antica. Nel 1878 divenne monumento nazionale e accolse le tombe di Vittorio Emanuele II e di Umberto I, aggiungendo un terzo strato di funzione: tempio pagano, basilica cristiana, sacrario dinastico. Tutta la storia del Pantheon come edificio è raccontata nella scheda dedicata al Pantheon, e qui non serve ripeterla: quello che interessa in questa pagina è il rapporto fra il tempio e l’obelisco piantato di fronte.
La fontana che cambia scopo
La fontana di Della Porta nacque nel 1575 come infrastruttura: era il punto in cui il quartiere prendeva l’acqua dell’Acqua Vergine, e la sua forma, con la vasca bassa e accessibile e i mascheroni erogatori, corrispondeva a quella funzione. Nel 1711 quella funzione passa in secondo piano: la vasca viene rifatta nella parte alta, al centro compare un basamento che occupa lo spazio dove prima c’era il vuoto e la fontana diventa il piedistallo di un monumento. L’acqua continua a scorrere, ma l’oggetto non è più una fontana con un obelisco sopra: è un obelisco con una fontana sotto. Il cambio di gerarchia è l’operazione vera del 1711, e chi guarda la piazza oggi lo percepisce subito, perché racconta la fontana come base e non come protagonista.
L’obelisco che cambia religione
Il terzo riuso è il più radicale. Un monolite inciso per celebrare il legame di un faraone con il dio solare viene prelevato da Eliopoli, portato in Italia per decorare il santuario di una divinità egizia trapiantata a Roma, sepolto per otto o nove secoli sotto le macerie del Campo Marzio, ritrovato per caso durante i lavori di una chiesa domenicana, rialzato davanti a una chiesa bretone e infine sormontato da una croce per volontà di un papa marchigiano. Ogni passaggio conserva il pezzo e ne cancella il senso precedente. È questo che i romani hanno fatto sistematicamente per duemila anni, e piazza della Rotonda è il posto dove lo si vede meglio perché tutti gli strati sono simultaneamente in vista, a distanza di pochi metri, senza bisogno di scendere in un sotterraneo o di leggere un pannello.
Che cosa questo comporta per chi guarda
La conseguenza pratica è che piazza della Rotonda non si legge come un’opera d’arte unitaria: si legge come una sequenza di decisioni prese da persone diverse che non si sono mai parlate e che avevano scopi incompatibili. Agrippa e Adriano volevano un tempio, Domiziano voleva un santuario egizio, Bonifacio IV voleva una chiesa, Gregorio XIII voleva l’acqua corrente, Clemente XI voleva un ornamento e una firma, il Regno d’Italia voleva un sacrario. Il risultato tiene insieme perché ognuno ha lavorato sull’esistente invece che contro. Questo è il capitolo che conviene portarsi via da qui, e vale per moltissimi altri punti del centro storico: dalla Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola costruita sull’isolato del Collegio Romano al Campidoglio michelangiolesco piantato sopra l’arx repubblicana.
Una curiosità sull'Obelisco Macuteo
L’Obelisco Macuteo è stato per centotrentasei anni un monumento senza fontana e la fontana di piazza della Rotonda è stata per centotrentasei anni una fontana senza obelisco: i due pezzi hanno vissuto in parallelo, a duecento metri di distanza, dal 1575 al 1711, senza che nessuno avesse previsto di metterli insieme. Chi guarda oggi il complesso lo percepisce come un progetto unitario, e invece è un montaggio.
Come si vede che è un montaggio
Ci sono indizi materiali. Il marmo della vasca cinquecentesca e il travertino del basamento settecentesco hanno colore e grana diversi, e in una giornata di luce laterale lo scarto si nota anche senza avvicinarsi. La linea di attacco fra la parte bassa della vasca e la parte rifatta nel Settecento è percepibile lungo il profilo. E soprattutto le proporzioni non tornano del tutto: il basamento di Barigioni è visibilmente un pezzo di raccordo, costruito per risolvere un problema di misura fra due oggetti che non si accordavano, e la scogliera con i delfini serve a dissimulare questa forzatura. Chi conosce le fontane romane progettate insieme al loro elemento centrale, come la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini in piazza Navona, dove l’obelisco nasce dalla scogliera come da un unico gesto, coglie la differenza in un istante.
Il confronto istruttivo con piazza Navona
Il paragone con la Fontana dei Quattro Fiumi è il modo più veloce per capire che cosa distingua un montaggio da un progetto. Bernini nel 1651 aveva a disposizione un obelisco frammentario e un sito libero, e disegnò scogliera, statue e monolite come un’unica macchina, con la roccia traforata che regge il fusto in apparente equilibrio impossibile. Barigioni sessant’anni dopo aveva un obelisco integro e una vasca già costruita da altri, e fece il possibile con quello che aveva. Il risultato di piazza della Rotonda è meno spettacolare e più onesto: non finge di essere nato tutto insieme.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco Macuteo
I quattro mascheroni che si vedono oggi sulla fontana dell’Obelisco Macuteo non sono quelli cinquecenteschi: sono copie ottocentesche realizzate da Luigi Amici, e gli originali di Leonardo Sormani sono conservati al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Chi fotografa i volti grotteschi che sputano acqua nella vasca sta fotografando scultura del XIX secolo, non del XVI.
Quando avvenne la sostituzione
Le fonti non concordano sull’anno esatto: una scheda istituzionale indica il 1880, altre ricostruzioni parlano del 1886. La sostanza non cambia, e la ragione è la stessa in entrambi i casi: i mascheroni originali, esposti da tre secoli all’acqua calcarea dell’Acqua Vergine e alle intemperie, erano corrosi al punto da rendere illeggibili i dettagli, e la soluzione adottata nell’Ottocento fu quella allora corrente in tutta Europa, cioè sostituire l’originale con un calco e ricoverare il pezzo antico in museo. Oggi questa pratica si discute molto, ma nell’Ottocento era considerata semplicemente buona amministrazione.
Il resto del monumento, invece, è antico
Va detto per chiarezza, perché il discorso sulle copie rischia di generare un sospetto eccessivo: il fusto dell’obelisco è autentico e antico, con le sue incisioni originali, e non è mai stato sostituito. Quello che è ottocentesco sono i mascheroni; quello che è settecentesco sono il basamento, i delfini, gli stemmi e la croce; quello che è cinquecentesco è l’impianto della vasca. Il granito con i cartigli di Ramesse II è la parte più vecchia e anche la meno toccata.
Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco Macuteo
Il consiglio pratico più utile per l’Obelisco Macuteo è arrivare prima delle otto del mattino o dopo le dieci di sera, perché fra le dieci e le venti piazza della Rotonda è una delle aree più affollate d’Italia e l’obelisco diventa semplicemente invisibile dietro la folla che staziona attorno alla vasca. La piazza è aperta e gratuita a ogni ora, quindi la scelta dell’orario non costa nulla ed è l’unica variabile che cambia davvero l’esperienza.
Il percorso che dà senso alla visita
Guardare il Macuteo da solo serve a poco. Il percorso sensato dura quaranta minuti e mette in fila tre monoliti dello stesso santuario: si parte dall’Obelisco della Minerva davanti alla basilica domenicana, si passa per via del Piè di Marmo e via della Gatta per vedere i frammenti egizi inglobati nel tessuto urbano, si arriva in piazza della Rotonda e si chiude in piazza Navona davanti all’Obelisco Agonale. Chi ha mezz’ora in più aggiunge l’Obelisco di Montecitorio, che appartiene a un’altra storia, quella augustea, e serve proprio a mostrare la differenza fra due modi di usare gli obelischi.
Il rapporto con la visita al Pantheon
Il Pantheon ha un biglietto e un orario, l’obelisco no. Al momento della scrittura l’ingresso costa 5 euro intero e 2 euro ridotto per i cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni, è gratuito per i minori di 18 anni e per i residenti a Roma, e la prima domenica del mese l’accesso è libero ma va fatta la fila per il biglietto non nominativo, senza prenotazione online. L’orario è dalle 9 alle 19 con biglietteria fino alle 18 e ultimo ingresso alle 18:30, e la chiusura è prevista solo il 25 dicembre e il primo gennaio. Trattandosi di una basilica in attività, gli orari possono cambiare per celebrazioni, quindi conviene verificare il giorno stesso sul sito ufficiale prima di presentarsi.
Le regole della piazza
Il regolamento di polizia urbana di Roma Capitale, approvato dall’Assemblea Capitolina nel 2019, vieta di sedersi sui bordi delle fontane monumentali, di salirvi sopra e di immergersi in acqua, con sanzioni pecuniarie. In piazza della Rotonda questo divieto viene fatto rispettare con una certa costanza dagli agenti in servizio, e vale anche per chi vuole semplicemente appoggiarsi al bordo per una fotografia. Conviene saperlo prima invece che scoprirlo dopo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Piazza della Rotonda è stata per secoli un mercato, e fino all’Ottocento inoltrato lo spazio che oggi è occupato da tavolini e da folla era pieno di banchi di verdura, di pollame e di uccelli in gabbia: il fatto è arcinoto agli studiosi e quasi mai raccontato ai visitatori, che immaginano una piazza monumentale da sempre.
Il mercato e la sua fama
Papa Eugenio IV, fra il 1431 e il 1439, dovette far sgomberare un intrico di baracche e botteghe cresciuto attorno alle colonne del pronao: l’operazione è ricordata come uno dei primi atti di liberazione di un monumento antico dal tessuto parassitario. Ma il mercato non sparì: si riorganizzò nella piazza. Nell’Ottocento l’area era nota soprattutto per il mercato degli uccelli, con gabbie di pappagalli, usignoli e civette esposte accanto ai banchi degli ortaggi. La viaggiatrice inglese Charlotte Anne Eaton, che visitò Roma e pubblicò le sue impressioni nel 1820, descrisse la piazza in termini durissimi per la sporcizia e per la promiscuità fra il tempio e le derrate.
Perché conta per l’obelisco
Il dettaglio non è folclore. Quando Clemente XI nel 1711 piantò l’obelisco sulla fontana, lo piantò in mezzo a un mercato: il monumento non nacque come elemento di un salotto urbano ma come segnale verticale dentro uno spazio di lavoro sporco e rumoroso. L’iscrizione parla di ornamento della fontana e della piazza proprio perché la piazza aveva bisogno di essere ornata. La piazza monumentale e silenziosa che i visitatori immaginano è un prodotto del Novecento, non del Settecento.
La foto giusta da fare all'Obelisco Macuteo
La foto giusta all’Obelisco Macuteo si fa dal lato nord della piazza, con l’obelisco in primo piano e il pronao del Pantheon alle sue spalle, tenendo la macchina bassa: da quella posizione il monolite si stacca contro il timpano del tempio e si legge la sovrapposizione fra i due monumenti, che è esattamente il soggetto. Da qualunque altro punto si ottiene o un obelisco senza contesto o un Pantheon con un palo davanti.
La luce
La facciata del Pantheon guarda a nord, quindi resta in ombra per quasi tutto il giorno mentre la piazza è illuminata: è una condizione di forte contrasto che mette in difficoltà l’esposizione. Le due finestre migliori sono la prima mattina, quando la luce radente colpisce le case del lato ovest e rimbalza sulla piazza addolcendo il contrasto, e il crepuscolo, quando l’illuminazione artificiale del pronao si equilibra con il cielo ancora azzurro. A mezzogiorno il granito rosso dell’obelisco appare slavato e i geroglifici scompaiono.
Il dettaglio che quasi nessuno riprende
Vale la pena dedicare uno scatto ravvicinato ai geroglifici sul lato rivolto verso il tempio, con la luce laterale del mattino che li rivela: sono la parte più antica del monumento e la meno fotografata, perché tutti puntano all’insieme. Un secondo dettaglio che rende bene è la coppia di delfini del basamento, con la scogliera e lo stemma, ripresa da vicino in modo da escludere completamente il Pantheon: fuori contesto il gruppo settecentesco si legge molto meglio.
Che cosa evitare
Evitare il grandangolo spinto dal centro della piazza, che deforma tutto e produce un obelisco storto e un pronao schiacciato. Evitare di salire sul bordo della vasca, che oltre a essere vietato dal regolamento comunale non migliora l’inquadratura. Evitare le ore centrali dei fine settimana, quando la densità di persone rende impossibile qualunque campo libero sotto i due metri di altezza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di piazza della Rotonda e del suo obelisco si concentra in poche date che hanno cambiato l’aspetto del luogo: il 609 della consacrazione cristiana del Pantheon, il ritrovamento del monolite nel 1373 o 1374, la costruzione della fontana nel 1575, l’abbassamento della piazza nel 1662, il trasferimento dell’obelisco nel 1711 e la sostituzione dei mascheroni negli anni Ottanta dell’Ottocento.
Dall’antichità al Medioevo
Il santuario isiaco nasce nel 43 avanti Cristo, brucia nell’80 dopo Cristo e viene ricostruito da Domiziano, che in quella occasione porta a Roma il monolite. Il complesso resta in funzione fino al V secolo, poi si spegne con il culto che lo abitava. Nel 609 il Pantheon viene donato da Foca a Bonifacio IV e consacrato come Santa Maria ad Martyres: è l’atto che salva l’edificio e che fissa il nome popolare di Santa Maria Rotonda, da cui deriva quello della piazza.
Il Trecento e il Quattrocento
Fra il 1373 e il 1374 il monolite riemerge durante i lavori nell’area di Santa Maria sopra Minerva e viene rialzato su quattro dadi davanti a San Macuto. Fra il 1431 e il 1439 Eugenio IV libera il pronao dalle baracche e dalle botteghe addossate alle colonne. Nel 1467 apre in piazza l’Albergo del Sole, che viene ricordato come uno dei più antichi esercizi alberghieri della città.
Dal Cinquecento al Settecento
Nel 1570 si conclude il restauro dell’Acqua Vergine, nel 1575 parte il cantiere della fontana di Della Porta e Sormani, che termina due anni dopo. Nel 1662 la piazza viene abbassata e perdono balaustra e gradini. Negli anni Sessanta del Seicento Alessandro VII e Bernini sistemano e ampliano lo spazio. Nel 1711 Clemente XI fa trasferire l’obelisco e affida a Barigioni il nuovo basamento: è la data che chiude la formazione del monumento.
Dall’Ottocento a oggi
Fra il 1809 e il 1814 l’amministrazione napoleonica progetta senza esito la demolizione degli isolati attorno al Pantheon. Nel 1873 un piano urbanistico propone l’allargamento della piazza, anch’esso non realizzato. Nel 1878 il Pantheon diventa monumento nazionale. Negli anni Ottanta dell’Ottocento i mascheroni originali vengono sostituiti da copie di Luigi Amici. Nel 1928 vengono rimosse le colonnette decorative. Seguono restauri nel 1974 e fra il 1991 e il 1992. Il 22 aprile 2024 si apre l’ultimo cantiere di restauro della fontana, concluso nello stesso anno, che ha restituito colore e leggibilità alle superfici.
Chi è passato dall'Obelisco Macuteo
Dall’Obelisco Macuteo sono passati, come committenti o come testimoni, i nomi che hanno disegnato questa piazza: Gregorio XIII e Giacomo Della Porta per la fontana, Alessandro VII e Gian Lorenzo Bernini per la sistemazione seicentesca, Clemente XI e Filippo Barigioni per l’obelisco, e la lunghissima fila dei viaggiatori del Grand Tour che hanno disegnato, inciso e descritto questo angolo più di qualunque altro a Roma.
I committenti
Gregorio XIII Boncompagni firmò la fontana con i draghi del proprio stemma. Alessandro VII Chigi, con Bernini come regista, diede alla piazza la forma di invaso scenografico. Clemente XI Albani mise al centro l’obelisco e la propria stella araldica sotto la croce. Tre papi in centotrentasei anni, tre firme sovrapposte nello stesso punto: è il meccanismo standard della committenza romana, dove ogni pontefice lavora sul lascito del predecessore aggiungendovi la propria insegna.
Gli artisti
Giacomo Della Porta, architetto delle fontane gregoriane e continuatore del cantiere di San Pietro, disegnò l’impianto. Leonardo Sormani eseguì la parte scultorea e i mascheroni. Filippo Barigioni progettò il basamento settecentesco con i delfini e la scogliera. Luigi Amici realizzò nell’Ottocento le copie dei mascheroni che oggi si vedono. Sui nomi dei singoli scalpellini che eseguirono i delfini le fonti accessibili non danno indicazioni concordi, e conviene dirlo invece di attribuirli a caso.
I viaggiatori e gli incisori
Piazza della Rotonda è uno dei soggetti più ricorrenti della veduta romana fra Sei e Ottocento, da Gaspar van Wittel in poi, e compare nelle Vedute di Roma di Giovanni Battista Piranesi, che la incise con l’obelisco già al suo posto e con il mercato attivo attorno alla fontana. Charlotte Anne Eaton la descrisse nel 1820 con giudizio severo. Stendhal, che pure amava il Pantheon al punto da definirlo il più bel resto dell’antichità romana, la frequentò come tutti i viaggiatori del suo tempo. Chi guarda oggi queste immagini nota che l’obelisco c’è sempre, dal Settecento in poi, e che tutto il resto cambia continuamente: le bancarelle, le insegne, i lampioni, la quota del terreno, perfino le colonnette della fontana.
I restauri e lo stato attuale del monumento
L’ultimo restauro della fontana con l’Obelisco Macuteo è partito il 22 aprile 2024 nell’ambito di una campagna della Sovrintendenza Capitolina che ha interessato anche le fontane gemelle di piazza Farnese, e si è concluso nello stesso anno restituendo alle superfici il colore originario. L’intervento si aggiunge a quelli documentati nel 1974 e fra il 1991 e il 1992.
Come si presenta oggi
Dopo il cantiere del 2024 il complesso è visibile senza recinzioni, con l’acqua in funzione e le superfici pulite. Il fusto dell’obelisco resta eroso nella parte bassa, come è normale per un monolite rimasto all’aperto per gran parte di tremila anni, e i geroglifici si leggono meglio nella metà superiore. Chi visita la piazza dovrebbe comunque considerare che nuovi cantieri di manutenzione possono aprirsi senza preavviso, e in quel caso la fontana viene transennata e svuotata per qualche settimana.
Domande frequenti sull'Obelisco Macuteo
Quanto costa vedere l’Obelisco Macuteo?
Vedere l’Obelisco Macuteo è completamente gratuito, perché il monumento si trova all’aperto al centro della fontana di piazza della Rotonda, in uno spazio pubblico pedonale sempre accessibile. Il biglietto riguarda soltanto l’ingresso al Pantheon, che al momento della scrittura costa 5 euro intero e 2 euro ridotto per i cittadini europei fra 18 e 25 anni, con gratuità per i minori di 18 anni.
Che orari ha l’Obelisco Macuteo?
L’Obelisco Macuteo non ha orari di apertura: si trova in una piazza pubblica ed è visibile ventiquattro ore su ventiquattro, illuminato anche di notte. Il Pantheon di fronte apre invece dalle 9 alle 19, con biglietteria fino alle 18 e ultimo ingresso alle 18:30, e chiude solo il 25 dicembre e il primo gennaio. Trattandosi di una basilica in attività, gli orari possono variare per celebrazioni.
Quanto è alto l’Obelisco Macuteo?
L’Obelisco Macuteo misura 6,34 metri di fusto, che diventano 14,52 metri considerando il basamento della fontana e la croce che lo sormonta. Alcune fonti arrotondano l’altezza del monolite a circa sei metri e mezzo e segnalano che il pezzo ha perso circa un metro rispetto alle dimensioni egizie originarie, a causa di rotture e riduzioni avvenute nel corso dei secoli.
Perché si chiama Obelisco Macuteo?
L’Obelisco Macuteo prende il nome dalla chiesa di San Macuto, davanti alla quale rimase innalzato per oltre tre secoli dopo il ritrovamento trecentesco e fino al trasferimento del 1711. La chiesa, in rione Colonna, è l’unica in Italia dedicata al vescovo bretone Maclovio, da cui prende nome anche la città francese di Saint-Malo, ed è attestata a Roma già dal 1192.
Come si arriva all’Obelisco Macuteo con i mezzi pubblici?
All’Obelisco Macuteo si arriva scendendo dagli autobus a Largo di Torre Argentina o su Corso Vittorio Emanuele II e camminando cinque o sei minuti, perché piazza della Rotonda non ha una fermata della metropolitana e non è raggiungibile in auto per via della zona a traffico limitato. Percorsi e deviazioni delle linee di superficie cambiano spesso, quindi conviene verificarli il giorno stesso.
Quanto tempo serve per vedere l’Obelisco Macuteo?
Per vedere l’Obelisco Macuteo bastano dieci minuti, il tempo di girare attorno alla vasca e osservare i geroglifici, il basamento con i delfini e l’iscrizione di Clemente XI. Chi vuole capirlo davvero dovrebbe però mettere in conto quaranta minuti per un percorso che colleghi anche l’Obelisco della Minerva e l’Obelisco Agonale di piazza Navona, che vengono dallo stesso santuario egizio del Campo Marzio.
L’Obelisco Macuteo è adatto ai bambini ed è accessibile?
L’Obelisco Macuteo si trova in una piazza pianeggiante, pedonale e priva di gradini sul lato della fontana, quindi è raggiungibile senza difficoltà con passeggini e sedie a rotelle. È bene ricordare ai bambini che il regolamento di polizia urbana di Roma Capitale vieta di sedersi sui bordi delle fontane monumentali, di salirvi sopra e di immergersi in acqua, con sanzioni pecuniarie.
Da dove viene l’Obelisco Macuteo?
L’Obelisco Macuteo viene da Eliopoli, in Egitto, dove fu innalzato sotto Ramesse II nel XIII secolo avanti Cristo, e arrivò a Roma intorno all’80 dopo Cristo per decorare l’Iseo Campense, il santuario di Iside e Serapide ricostruito da Domiziano nel Campo Marzio. Dopo la fine del santuario restò sepolto per secoli, finché non riemerse nel Trecento vicino a Santa Maria sopra Minerva.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
L’Obelisco Macuteo funziona come chiave di lettura di un quartiere intero, non come meta a sé. Chi lo inserisce in un percorso che tocca la Minerva, il Piè di Marmo, il Pantheon e piazza Navona porta a casa il quartiere egizio del Campo Marzio e il modo in cui Roma ha continuato a riusare gli stessi materiali per venti secoli; chi si limita a fotografarlo di passaggio porta a casa un palo di granito davanti a un tempio. La differenza fra le due visite non è il tempo, che cambia di mezz’ora, ma l’ordine in cui si mettono le tappe.
Chi organizza un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste del Campo Marzio e con le piazze storiche, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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