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Obelisco della Minerva

L’Obelisco della Minerva è il più piccolo dei tredici obelischi antichi di Roma e, con ogni probabilità, il più fotografato in rapporto alla propria altezza: un monolite di granito rosso di poco più di cinque metri e mezzo, piantato sul dorso di un elefantino di marmo che sembra uscito da un libro di favole e che invece nasce da un progetto di Gian Lorenzo Bernini, eseguito da Ercole Ferrata e inaugurato nel 1667. Il monumento occupa il centro di piazza della Minerva, alle spalle del Pantheon e davanti alla facciata sobria della Basilica di Santa Maria sopra Minerva, l’unica chiesa gotica del centro storico di Roma. I romani lo chiamano il pulcino della Minerva, con un soprannome che nasce da un equivoco fonetico e che nel tempo ha finito per coprire il nome ufficiale. Attorno a questo piccolo gruppo scultoreo circolano almeno due leggende molto raccontate e poco verificate, e una quantità di dettagli veri che quasi nessuno nota. Le righe che seguono ricostruiscono da dove viene davvero questo obelisco, chi lo fece scolpire quasi duemilaseicento anni fa, come finì sottoterra in un orto di frati, perché Bernini scelse un elefante, che cosa dice esattamente l’iscrizione sulla base e che cosa va creduto e che cosa no fra le storie che si sentono raccontare in piazza.

Dove si trova l’Obelisco della Minerva e come raggiungerlo

L’Obelisco della Minerva occupa il centro di piazza della Minerva, nel rione Pigna, a meno di cento metri dal fianco orientale del Pantheon: uscendo dalla piazza della Rotonda e girando dietro l’abside della Rotonda si arriva in meno di due minuti a piedi. La piazza è piccola, quasi raccolta, e chi non la conosce rischia di attraversarla senza accorgersi di essere passato accanto a uno dei monumenti più celebri del barocco romano, perché il gruppo scultoreo è basso, tarchiato e molto meno appariscente degli obelischi monumentali di piazza del Popolo o del Laterano.

L'obelisco della Minerva sull'elefantino del Bernini
Il piccolo obelisco egizio portato dall'elefantino disegnato dal Bernini, in piazza della Minerva. Foto di Wolfgang Moroder, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

L’indirizzo esatto e i punti di riferimento

Il monumento si trova in piazza della Minerva, delimitata sul lato lungo dalla basilica domenicana e dal complesso conventuale che le sta accanto, sul lato opposto dall’Hotel della Minerva e, sull’angolo verso via dei Cestari, da una fila di botteghe che vendono paramenti sacri e articoli religiosi, una specializzazione commerciale antica di questo tratto di strada. Chi arriva da via del Corso può scendere per via del Seminario o per via dei Pastini; chi arriva da Largo di Torre Argentina imbocca via del Piè di Marmo o via dei Cestari e in tre o quattro minuti è in piazza. Il punto di riferimento più semplice resta comunque il Pantheon: l’obelisco è esattamente dietro.

Mezzi pubblici: la verità sulla metropolitana

Piazza della Minerva non ha una fermata di metropolitana nelle vicinanze immediate, e questo è il primo dato che conviene sapere prima di programmare la visita: il centro storico fra il Pantheon, piazza Navona e Campo de’ Fiori non è servito da stazioni sotterranee, per ragioni archeologiche e di sottosuolo. Le fermate della linea A più utili restano Barberini e Spagna, entrambe a una camminata di un quarto d’ora abbondante, mentre dalla linea B la soluzione più comoda è scendere a Colosseo e proseguire con un autobus di superficie. In alternativa, i mezzi di superficie che convergono su Largo di Torre Argentina lasciano a pochissimi minuti a piedi. Le linee e i percorsi cambiano con una certa frequenza, soprattutto durante i cantieri del centro: conviene controllare il percorso aggiornato sull’applicazione o sul sito dell’azienda di trasporto il giorno stesso della visita.

A piedi, che resta la soluzione migliore

Il modo più sensato di arrivare all’Obelisco della Minerva è a piedi, inserendolo in un percorso che tocchi le altre tappe del Campo Marzio: dal Pantheon si arriva in due minuti, dalla chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in cinque, dalla chiesa del Gesù in sei o sette, da piazza Colonna in una decina. È un quadrante di città che si percorre bene solo camminando, e che in automobile è di fatto inaccessibile: l’area è zona a traffico limitato con varchi elettronici attivi in fasce orarie precise, e i parcheggi in superficie sono praticamente inesistenti. Chi arriva in macchina fa bene a lasciarla in un parcheggio di scambio e a completare il tragitto con i mezzi.

Quanto costa e quando si può vedere

Vedere l’Obelisco della Minerva non costa nulla e non richiede prenotazione: il monumento si trova in una piazza pubblica, all’aperto, visibile ventiquattro ore su ventiquattro e trecentosessantacinque giorni l’anno. Non ci sono biglietti, non ci sono tornelli, non ci sono orari di apertura. L’unica limitazione possibile è di natura eccezionale: ponteggi durante i restauri, transenne in occasione di lavori sul selciato o di eventi, oppure delimitazioni temporanee attorno al basamento. La basilica alle spalle, invece, ha orari propri, e chi vuole vedere anche quella deve regolarsi di conseguenza.

Che cos’è l’Obelisco della Minerva: due oggetti di duemila anni di distanza

L’Obelisco della Minerva è formato da due elementi cronologicamente lontanissimi fra loro: un obelisco egizio in granito rosso alto circa 5,47 metri, scolpito nel VI secolo avanti Cristo, e un basamento seicentesco a forma di elefante, progettato da Gian Lorenzo Bernini ed eseguito nel 1667. Il complesso, comprensivo di plinto, animale, obelisco e croce di coronamento, raggiunge circa 12,69 metri di altezza complessiva, secondo la misurazione più ricorrente nelle fonti. È questa somma di antico e barocco a renderlo un caso interessante e non soltanto un monumento grazioso.

Perché si chiama obelisco “della Minerva”

Il nome non ha nulla a che vedere con la dea romana della sapienza, se non alla lontana e per via toponomastica. L’obelisco prende il nome dalla piazza e dalla chiesa che lo ospitano, e la chiesa si chiama Santa Maria sopra Minerva perché la tradizione la voleva costruita sopra i resti di un tempio dedicato a Minerva, identificazione che gli studi moderni hanno ridimensionato: nell’area sorgeva piuttosto il complesso sacro egizio dell’Iseo Campense, con il tempio di Iside e Serapide, e forse un tempio di Minerva Chalcidica nelle vicinanze. In altre parole il nome dell’obelisco deriva da un’attribuzione topografica antica, tramandata dal Medioevo e poi accettata come denominazione ufficiale. Nei documenti e nelle guide si trova anche la forma obelisco Minerveo.

Il più piccolo dei tredici obelischi antichi di Roma

Roma conserva tredici obelischi antichi di età egizia o romana, più un certo numero di obelischi moderni: è il primato mondiale, davanti allo stesso Egitto. In questa classifica l’obelisco della Minerva occupa l’ultimo posto per dimensioni, con i suoi 5,47 metri di fusto, contro i quasi 32 metri dell’obelisco Lateranense, il più alto del mondo. La piccolezza non è un difetto: è anzi la ragione per cui il monolite poté essere sollevato e posizionato con relativa facilità sul dorso di una statua, operazione impensabile per un obelisco di venti o trenta metri. La scala ridotta ha permesso a Bernini un’invenzione che con un monolite monumentale sarebbe stata un’impresa ingegneristica pura.

Granito rosso di Assuan e geroglifici

Il fusto è in granito rosso, la pietra dura che gli Egizi estraevano dalle cave di Assuan, nell’Alto Egitto, e che veniva poi trasportata lungo il Nilo fino al luogo di destinazione. Le quattro facce recano geroglifici incisi, leggibili ancora oggi su buona parte della superficie, che contengono i titoli e la titolatura reale del faraone committente. La superficie mostra i segni del tempo e dei molti spostamenti subiti: scheggiature, abrasioni, zone in cui l’incisione è quasi svanita e altre in cui i segni restano nitidi. È un oggetto che ha attraversato la storia egizia, quella romana, un lungo periodo di sepoltura sotto terra e tre secoli e mezzo di esposizione all’aria di una piazza cittadina.

L’origine egiziana: il faraone Apries e la città di Sais

L’obelisco della Minerva fu fatto scolpire dal faraone Apries, sovrano della XXVI dinastia egizia, che regnò all’incirca fra il 589 e il 570 avanti Cristo, e fu innalzato nella città di Sais, nel Delta del Nilo, capitale di quella dinastia. La datazione corrente lo colloca intorno al 580 avanti Cristo. È un dato che spiazza molti visitatori: il monolite che oggi vediamo su un elefante barocco era già antico di seicento anni quando arrivò a Roma, e di più di duemila quando Bernini ci mise mano.

Chi era Apries

Apries, il cui nome egizio è reso come Wahibra, apparteneva alla dinastia saitica, l’ultima grande stagione di un Egitto ancora indipendente prima della conquista persiana. Il suo regno, collocato nel pieno del VI secolo avanti Cristo, fu segnato da campagne militari nel Levante, da un rapporto complesso con le comunità greche insediate nel Delta e da una fine politica turbolenta, che vide l’ascesa del suo successore Amasi. Le fonti greche, Erodoto in testa, ne parlano diffusamente, e il nome ricorre anche nella tradizione biblica. Per la storia di questo obelisco conta soprattutto il fatto che Apries fu un committente attivo di architettura sacra, e che Sais, la sua capitale, era un centro religioso di primo piano.

Sais e il tempio di Neith

Sais, nel Delta occidentale, era la sede del culto della dea Neith, divinità arcaica della guerra, della caccia e della tessitura, spesso assimilata dai Greci ad Atena e dai Romani a Minerva. Diverse fonti collegano l’obelisco proprio al santuario di Neith, e alcune ricostruzioni indicano che l’iscrizione geroglifica contenga dediche ad Atum e a Neith. Vale la pena fermarsi un attimo su questa coincidenza: un obelisco che con ogni probabilità stette davanti al tempio di una dea assimilabile a Minerva finisce, venticinque secoli dopo, nella piazza che porta il nome di Minerva a Roma. Non c’è alcun disegno dietro questa corrispondenza, nessun umanista del Seicento la progettò, ed è quindi una pura coincidenza storica. Ma è la coincidenza più bella dell’intera vicenda, e chi visita la piazza farebbe bene a tenerla presente.

Un obelisco che non era solo

Secondo una ricostruzione riportata da più fonti, l’obelisco della Minerva faceva parte di una coppia, come accadeva regolarmente nella prassi egizia, dove gli obelischi venivano innalzati a due a due ai lati dell’ingresso di un tempio. Il gemello sarebbe oggi a Urbino, in piazza del Rinascimento, dove fu trasferito nel Settecento per intervento del cardinale Alessandro Albani. L’informazione compare in più repertori sugli obelischi romani, con qualche variazione sulle date e sulle circostanze del trasferimento, e va quindi presa come una ricostruzione consolidata ma non come un dato documentario incontrovertibile. Resta il fatto che a Urbino esiste davvero un obelisco egizio, dimensionalmente e stilisticamente affine, proveniente dall’area dell’Iseo Campense di Roma.

L’Iseo Campense: il santuario egizio sotto il rione Pigna

L’obelisco della Minerva arrivò a Roma per essere collocato nell’Iseo Campense, il grande santuario dedicato a Iside e Serapide che occupava una vasta area del Campo Marzio, all’incirca fra l’attuale piazza del Collegio Romano, via del Piè di Marmo e la zona di Santa Maria sopra Minerva. Era uno dei complessi sacri più ricchi della città, letteralmente popolato di sculture, obelischi, sfingi, leoni e arredi egizi o egittizzanti, e il sottosuolo di questo quadrante ne restituisce pezzi da secoli.

Chi portò questo obelisco a Roma: le fonti non concordano

Sull’imperatore che fece trasferire il monolite dall’Egitto a Roma le fonti divulgative danno versioni diverse, e conviene dirlo apertamente invece di scegliere arbitrariamente. Una parte della letteratura indica Domiziano, sotto il quale l’Iseo Campense fu ricostruito e monumentalizzato dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo, e collega quindi l’arrivo dell’obelisco al I secolo dopo Cristo. Un’altra ricostruzione, che circola in repertori specialistici sugli obelischi romani, attribuisce il trasporto a Diocleziano, fra la fine del III e l’inizio del IV secolo. La formulazione più prudente, e quella che si trova nelle schede istituzionali, è che l’obelisco proviene dall’Iseo Campense e vi giunse in età imperiale: chi cerca una data precisa per il trasporto non la troverà, perché non esistono documenti che la fissino.

Gli altri obelischi della stessa provenienza

Dall’area dell’Iseo Campense provengono diversi altri obelischi che oggi si vedono in giro per la città e per l’Italia: quello che sormonta la fontana davanti al Pantheon in piazza della Rotonda, quello detto di Dogali oggi presso le Terme di Diocleziano, quello di Boboli portato a Firenze, e con ogni probabilità altri frammenti riutilizzati o dispersi. Vale a dire che chi passeggia fra il Pantheon e piazza della Minerva cammina sopra i resti di un santuario egizio, e vede affiorare in superficie, a distanza di poche decine di metri l’uno dall’altro, due pezzi dello stesso arredo antico che la storia ha separato e ricollocato in epoche diverse e per ragioni diverse.

Il ritrovamento del 1665 nell’orto dei domenicani

L’obelisco della Minerva fu ritrovato nel 1665 nel giardino del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, durante lavori di scavo per le fondazioni di un muro di recinzione. Era rimasto sepolto sotto terra per secoli, probabilmente caduto e poi progressivamente coperto dal rialzamento del piano di calpestio, fenomeno costante nel centro di Roma. Il ritrovamento fu del tutto casuale, come quasi tutte le grandi riscoperte archeologiche romane di età moderna.

Il papa che decise: Alessandro VII Chigi

Sul soglio pontificio c’era allora Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, senese, uno dei papi più coinvolti personalmente nella trasformazione urbanistica di Roma. A lui si deve il colonnato di San Pietro, la sistemazione di numerose piazze, la cattedra di San Pietro, il riordino di via del Corso e una lunga serie di interventi puntuali di cui l’elefantino della Minerva è forse il più minuto e insieme il più celebre. Alessandro VII aveva un gusto personale spiccato per l’erudizione antiquaria, per i geroglifici, per l’idea che l’antichità egizia contenesse una sapienza anticipatrice della rivelazione cristiana. Su questo terreno intellettuale, l’obelisco appena riemerso non poteva che diventare un’occasione irresistibile.

I progetti scartati, cani compresi

Prima che si arrivasse all’elefante, la sistemazione del monolite fu oggetto di discussione e di proposte alternative. I domenicani, proprietari del terreno in cui era stato rinvenuto, avrebbero suggerito una soluzione fortemente identitaria: un basamento accompagnato da cani, animale emblematico dell’ordine per via del gioco di parole fra Dominicani e domini canes, i cani del Signore. La proposta non fu accolta. Circolarono anche altre ipotesi di collocazione e di supporto, in un dibattito che coinvolse la corte pontificia, i frati e gli eruditi di riferimento. Il fatto che si sia discusso a lungo di come esporre un obelisco alto poco più di cinque metri dà la misura di quanto l’operazione fosse considerata significativa sul piano simbolico, non solo decorativo.

Il progetto di Bernini e l’esecuzione di Ercole Ferrata

Il basamento a forma di elefante dell’Obelisco della Minerva fu ideato da Gian Lorenzo Bernini ed eseguito materialmente nel 1667 da Ercole Ferrata, scultore lombardo di stanza a Roma e fra i collaboratori più fidati della bottega berniniana. È una distinzione che conviene tenere ferma, perché molte guide attribuiscono la scultura direttamente a Bernini: l’invenzione, il modello e la regia sono suoi, il marmo lo lavorò Ferrata. Nel cantiere barocco romano questa divisione del lavoro era la norma, non l’eccezione.

Bernini nel 1667: un artista al culmine e in difficoltà

Quando il gruppo della Minerva venne messo in opera, Bernini aveva quasi settant’anni ed era l’artista più celebre d’Europa, reduce dal viaggio in Francia alla corte di Luigi XIV, dal colonnato di San Pietro, dalla Fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona e da decenni di lavoro per quattro pontefici. Aveva anche alle spalle stagioni difficili, come la vicenda dei campanili di San Pietro che negli anni Quaranta del Seicento gli era costata prestigio e commesse. L’elefantino appartiene alla sua ultima stagione romana, quella in cui l’invenzione conta più della dimensione, e in cui un monumento piccolo può concentrare un programma iconografico complesso.

Perché un elefante e non qualcos’altro

La scelta dell’elefante come sostegno dell’obelisco non è un capriccio. Alle spalle c’è un modello figurativo preciso: l’Hypnerotomachia Poliphili, il romanzo allegorico pubblicato a Venezia nel 1499 e attribuito al domenicano Francesco Colonna, contiene una celebre xilografia con un elefante di pietra che regge sul dorso un obelisco. Il libro era conosciutissimo negli ambienti eruditi e Alessandro VII lo apprezzava. La somiglianza fra quell’incisione e il gruppo romano è tale che la derivazione è accettata pressoché unanimemente dagli studiosi. C’è poi il significato simbolico: l’elefante era nella tradizione emblematica un animale associato alla forza, alla memoria, alla prudenza e alla pietà, e dunque il supporto ideale per la sapienza rappresentata dall’obelisco geroglifico.

Athanasius Kircher e la lettura dei geroglifici

Alla sistemazione dell’obelisco partecipò sul piano intellettuale anche Athanasius Kircher, il gesuita tedesco che nella Roma di metà Seicento era l’autorità riconosciuta in materia di antichità egizie e di geroglifici. Kircher interpretò le iscrizioni del monolite in chiave sincretistica e cristianizzante, secondo un metodo che oggi sappiamo essere completamente sbagliato: la decifrazione autentica della scrittura geroglifica sarebbe arrivata solo con Champollion, nel 1822, a partire dalla stele di Rosetta. Kircher leggeva nei segni egizi messaggi di sapienza teologica universale, e questa lettura serviva a giustificare la presenza di un monumento pagano davanti a una chiesa. Il paradosso è che quelle interpretazioni erano fantasiose, ma furono proprio esse a garantire la conservazione fisica di monumenti che altrimenti avrebbero potuto essere distrutti o riutilizzati come materiale da costruzione.

L’iscrizione sulla base e che cosa significa davvero

Sulla base dell’Obelisco della Minerva corre un’iscrizione latina che spiega in modo esplicito il senso allegorico del monumento: il testo invita chi guarda a intendere che l’elefante, il più forte degli animali, regge sul dorso i segni della sapienza egizia, e che quindi occorre una mente robusta per sostenere una solida sapienza. Non capita spesso che un monumento barocco dichiari per iscritto la propria chiave di lettura: qui accade, e vale la pena fermarsi a leggerla.

Il testo latino

L’iscrizione, distribuita su più righe, recita: SAPIENTIS AEGYPTI INSCULPTAS OBELISCO FIGURAS AB ELEPHANTO BELLUARUM FORTISSIMA GESTARI QUISQUIS HIC VIDES DOCUMENTUM INTELLIGE ROBUSTAE MENTIS ESSE SOLIDAM SAPIENTIAM SUSTINERE. La traduzione corrente in italiano suona all’incirca così: chiunque tu sia che vedi qui portate dall’elefante, il più forte degli animali, le figure incise sull’obelisco dal sapiente d’Egitto, intendine il significato, e cioè che è proprio di una mente robusta sostenere una solida sapienza. Le versioni italiane che circolano variano nella resa letterale ma concordano perfettamente sul senso.

Il senso dell’allegoria

Il messaggio va letto su due piani. Sul piano immediato è una descrizione di ciò che si vede: un animale forte porta un carico prezioso. Sul piano allegorico è una tesi sulla conoscenza: la sapienza vera non è leggera, pesa, e per reggerla occorre una struttura mentale solida, così come per reggere quell’obelisco occorre un animale robusto. È un’affermazione perfettamente coerente con la cultura di Alessandro VII e con l’ambiente intellettuale gesuitico e domenicano della zona, e ha una destinazione precisa: la piazza dove si trovavano il convento domenicano, sede di studi teologici di primo piano, e poco più in là il Collegio Romano dei gesuiti. Il monumento parla, letteralmente, agli studenti e ai dotti che ci passavano davanti ogni giorno.

La seconda iscrizione e la dedica di Alessandro VII

Sulla base compare anche una seconda epigrafe, di carattere dedicatorio, con cui Alessandro VII consacra alla sapienza divina il monolite egizio ritrovato, datandola all’anno 1667. Il testo intreccia il piano egizio, quello classico e quello cristiano: l’antica sapienza dell’Egitto, la Minerva o Pallade che dà il nome al luogo e la Madre di Dio a cui la basilica è dedicata vengono ricondotte in successione a un’unica sapienza, quella divina. Era un modo di dire che l’antico non veniva rinnegato ma inglobato, ed è la stessa logica che ha permesso a Roma di conservare dodici obelischi egizi mettendo una croce sopra ciascuno.

Una curiosità sull'Obelisco della Minerva

Il soprannome con cui tutti i romani conoscono l’Obelisco della Minerva, cioè “pulcino della Minerva”, nasce da un errore di trasmissione fonetica: il nome originario era “porcino”, riferito all’elefante per le sue forme tozze e rotonde, che al popolo romano ricordavano più un maiale che un pachiderma. Nel dialetto dell’epoca “porcino” si pronunciava e si scriveva anche “purcino”, forma che si confuse rapidamente con “pulcino”, parola di significato del tutto diverso ma foneticamente vicina. Il risultato è che oggi un elefante di marmo che regge un obelisco egizio viene chiamato con il nome di un pulcino.

Perché ai romani sembrò un maiale

Il giudizio popolare non era così ingiusto come può sembrare. L’elefante di Ferrata è volutamente basso e compatto, con le zampe corte e il ventre voluminoso, perché doveva reggere un carico e perché la scala del monumento, contenuta, richiedeva una figura stabile e non slanciata. A questo si aggiunge il blocco di marmo sotto il ventre, di cui si dirà più avanti, che riempie lo spazio fra le quattro zampe e accentua l’impressione di massa piena. Per chi non aveva mai visto un elefante vivo, e in una città in cui il maiale era invece un animale familiare e onnipresente, la somiglianza era immediata.

Il piede di marmo che sta lì accanto

A due minuti dalla piazza, in una via che porta proprio questo nome, si trova il Piè di Marmo: un enorme piede marmoreo calzato di sandalo, resto di una statua colossale di divinità egizia proveniente anch’esso dall’Iseo Campense. È il compagno naturale di una visita all’obelisco, perché racconta la stessa storia con un altro frammento, e perché anche in quel caso i romani hanno preferito nominare la cosa per come appare invece che per quello che è. Chi visita l’elefantino e non fa i duecento metri fino al Piè di Marmo si perde metà del racconto.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco della Minerva

Sotto il ventre dell’elefante dell’Obelisco della Minerva c’è un blocco di marmo pieno, parzialmente mascherato dalla gualdrappa e dai drappeggi, che non è un elemento decorativo ma un sostegno strutturale: serve a scaricare a terra il peso dell’obelisco senza affidarlo interamente alle quattro zampe scolpite. Chi guarda il monumento di sfuggita lo interpreta come un panneggio, e passa oltre. Chi si abbassa di mezzo metro e guarda da vicino vede che quella massa è continua e portante, e che l’intero equilibrio del gruppo dipende da lei.

Il problema statico, spiegato semplicemente

Il problema è di buon senso prima ancora che di ingegneria. Un obelisco monolitico di granito di oltre cinque metri e mezzo è un oggetto che pesa parecchie tonnellate. Scaricarne il peso sul dorso di una figura animale scolpita nel marmo significa concentrare enormi sollecitazioni di compressione su una sezione di pietra relativamente sottile, la schiena, e poi trasmetterle a quattro zampe che nel marmo, materiale fragile a trazione e a flessione, sono strutturalmente il punto debole. Il marmo regge benissimo a compressione e malissimo a taglio: un’imperfezione nella pietra, un cedimento del terreno, una vibrazione, e la zampa si stacca. Un blocco pieno che collega il ventre al plinto risolve il problema alla radice, perché trasforma tutto il gruppo in una massa continua che lavora in compressione, e le zampe smettono di essere elementi portanti per diventare, in sostanza, elementi di forma.

Come si guarda, in pratica

Basta girare attorno al basamento e guardare l’animale di tre quarti, da un angolo basso, tenendo l’occhio all’altezza del ventre. Da lì si capisce in un istante che fra le zampe anteriori e quelle posteriori non c’è vuoto, ma pietra. È un dettaglio che cambia completamente la lettura dell’opera, e che nessuna fotografia frontale restituisce, perché la posa di tre quarti dall’alto, quella che fanno tutti, appiattisce proprio quella zona. Chi vuole capire come è fatto il monumento deve abbassarsi.

Le due leggende del pulcino della Minerva, e che cosa dicono davvero le fonti

Attorno all’Obelisco della Minerva circolano due racconti che ogni guida turistica ripete e che meritano un trattamento diverso l’uno dall’altro: il primo, quello del posteriore dell’elefante rivolto per dispetto al convento domenicano, è un aneddoto tardo e non documentato; il secondo, quello della coperta che nasconderebbe l’assenza di sostegni, contiene un nucleo di verità architettonica che va spiegato correttamente. Distinguere fra i due è il modo migliore per non raccontare sciocchezze in piazza.

Prima leggenda: il dispetto ai domenicani

La storia, nella versione corrente, suona così: i frati domenicani avrebbero imposto a Bernini modifiche al progetto, e Bernini si sarebbe vendicato ruotando l’elefante in modo che il posteriore risultasse rivolto verso il convento, e più precisamente verso le finestre dello studio del frate che gli aveva dato più fastidio, con la coda spostata di lato e la proboscide piegata all’indietro in un gesto di scherno. È una storia irresistibile, e appunto per questo va trattata per quello che è: tradizione popolare, non fatto storico. Nessun documento contemporaneo alla costruzione la riporta, né nelle biografie di Bernini né nei carteggi del cantiere. L’aneddoto compare in forma consolidata soltanto in letteratura successiva e si appoggia soprattutto a un epigramma satirico attribuito a Quinto Settano, pseudonimo letterario del senese Ludovico Sergardi, che scriveva a cavallo fra Sei e Settecento: cioè a un testo satirico, non a una fonte documentaria, e in ogni caso posteriore ai fatti.

Perché la prima leggenda non regge

Oltre alla mancanza di documenti, ci sono due considerazioni di merito. La prima riguarda l’orientamento: un gruppo scultoreo al centro di una piazza ha necessariamente un davanti e un dietro, e qualunque sia la rotazione scelta, il posteriore dell’animale finirà per forza rivolto verso uno degli edifici che affacciano sulla piazza. Dato che la basilica e il convento occupano un intero lato, le probabilità che il sedere guardi da quella parte erano alte a prescindere da qualunque intenzione. La seconda riguarda il contesto: il monumento fu voluto da un papa, collocato in una piazza domenicana, dotato di iscrizioni che celebrano la sapienza, e la basilica alle sue spalle era la chiesa madre dei domenicani a Roma. Un insulto scultoreo permanente a quell’ordine, in quel luogo e in quel contesto, sarebbe stato un fatto politico grave, non una bizza d’artista. Detto questo, la storia è entrata talmente nella tradizione orale della città che ha ormai un valore proprio: va raccontata, purché si dica che è una leggenda.

Seconda leggenda: la coperta che nasconde il vuoto

Il secondo racconto dice che la gualdrappa dell’elefante serve a nascondere l’assenza dei sostegni che Bernini avrebbe voluto evitare e che gli furono imposti. Qui la faccenda si fa più interessante, perché la parte architettonica è vera e la parte narrativa è dubbia. Il fatto vero è quello descritto poco sopra: sotto il ventre c’è un blocco di marmo portante, parzialmente occultato dai drappeggi, e senza quel blocco la statica del gruppo sarebbe un problema serio. La parte da prendere con le pinze è l’aneddoto che la accompagna, secondo cui un frate domenicano, indicato in gran parte delle fonti divulgative come padre Giuseppe Paglia, avrebbe contestato pubblicamente il progetto sostenendo che nessun peso può restare sospeso nel vuoto, obbligando Bernini ad aggiungere un sostegno che il progetto originario non prevedeva e che lo scultore avrebbe poi mascherato per ripicca.

Che cosa si può dire con onestà

Che ci sia stata una discussione tecnica sulla statica del gruppo è plausibile e trova eco in più testi: un progetto del genere, nel Seicento, doveva necessariamente confrontarsi con chi aveva responsabilità sulla piazza e sul convento, e le obiezioni sulla tenuta di un obelisco poggiato su un animale di marmo sarebbero state ragionevoli anche in bocca a un tecnico. Che la discussione si sia svolta con i toni e con i protagonisti del racconto tradizionale è invece un dettaglio narrativo che le fonti contemporanee non permettono di verificare, e la formulazione più corretta è quella che alcune trattazioni adottano espressamente, cioè che si tratta di un aneddoto la cui accuratezza storica resta discutibile. La conclusione utile per il visitatore è duplice: il blocco strutturale esiste ed è visibile, e la storia della ripicca personale che lo spiegherebbe non è dimostrata.

Una terza storia, questa palesemente falsa

Negli ultimi anni ha iniziato a circolare online una terza voce, secondo cui sotto l’obelisco della Minerva si troverebbe una camera segreta con la tomba di Alessandro Magno. Non ha alcun fondamento documentario né archeologico: nasce da un romanzo pubblicato nel 2012 e si è diffusa attraverso i social. Vale la pena citarla soltanto per segnalare come nascono le leggende urbane e per non trovarsi impreparati quando qualcuno la ripete in piazza con aria di rivelazione.

Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco della Minerva

Il consiglio pratico più utile per visitare l’Obelisco della Minerva è andarci molto presto la mattina o dopo il tramonto, perché la piazza è piccola, si trova sul percorso obbligato di chiunque visiti il Pantheon e nelle ore centrali della giornata è semplicemente piena di gente. Non c’è biglietto, non c’è coda, non c’è prenotazione: l’unica variabile che determina la qualità della visita è l’affollamento, e quella si governa scegliendo l’orario.

L’orario che cambia tutto

Fra le sette e le otto e mezza del mattino la piazza è quasi vuota, la luce radente entra da est e illumina il fianco dell’elefante e la faccia dell’obelisco rivolta verso il Pantheon, e si riesce a girare attorno al basamento senza aspettare che qualcuno si sposti. La stessa cosa vale nella mezz’ora successiva al tramonto, con l’illuminazione artificiale accesa e il granito che cambia colore. Nelle ore centrali, soprattutto fra le undici e le sedici in primavera ed estate, la piazza è attraversata da gruppi organizzati in continuazione, e la percezione del monumento cambia completamente.

Abbinare la visita alla basilica

Il modo più sensato di organizzare la sosta è unirla alla visita della basilica alle spalle, che è un edificio di importanza assoluta e che moltissimi visitatori del Pantheon ignorano completamente. La Basilica di Santa Maria sopra Minerva ha una pagina dedicata su questo sito, a cui conviene fare riferimento per orari, accessi e opere conservate all’interno: qui ci si occupa dell’obelisco in piazza, lì della chiesa. La differenza non è formale, perché si tratta di due visite diverse: quella all’obelisco dura dieci minuti, quella alla basilica richiede almeno tre quarti d’ora e ha orari di apertura e regole di abbigliamento propri.

Il percorso che consiglio attorno alla piazza

Un itinerario efficace parte dal Pantheon, gira dietro l’abside, arriva in piazza della Minerva, prosegue per via del Piè di Marmo fino al piede colossale, scende verso la chiesa del Gesù e poi verso Largo di Torre Argentina, oppure risale verso Sant’Ignazio e Palazzo Doria Pamphilj. Sono tutte tappe a meno di cinque minuti l’una dall’altra, e messe in fila raccontano un pezzo coerente di storia romana, dalla Roma egizia del Campo Marzio alla Roma barocca delle grandi chiese degli ordini religiosi.

Accessibilità della piazza

Piazza della Minerva è pianeggiante e pavimentata con il classico sanpietrino romano, il che significa che è raggiungibile senza scalini ma che la superficie è irregolare e può risultare faticosa per chi usa una sedia a rotelle o spinge un passeggino. Il monumento si osserva interamente dall’esterno, senza alcuna barriera di accesso, e il giro attorno al basamento si fa comodamente. Chi ha difficoltà motorie troverà più impegnativo l’avvicinamento, dato che tutta l’area è pedonale e va percorsa a piedi per qualche centinaio di metri da qualunque direzione si arrivi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: l’Obelisco della Minerva e l’obelisco che sormonta la fontana davanti al Pantheon, distanti fra loro poco più di cento metri, provengono dallo stesso santuario antico, l’Iseo Campense, e sono quindi due pezzi dello stesso arredo sacro separati dalla storia e ricollocati in età moderna a due passi l’uno dall’altro senza che nessuno, camminando, se ne accorga. Lo sanno gli specialisti, lo riportano le schede tecniche, e praticamente nessuna visita lo mette in evidenza.

Due obelischi, cento metri, nessun cartello

Chi esce dal Pantheon vede l’obelisco della fontana di piazza della Rotonda, lo fotografa e prosegue. Chi gira l’angolo trova l’elefantino, lo fotografa e prosegue. In nessuno dei due punti c’è qualcosa che dica al visitatore che i due monoliti condividono la stessa provenienza e che sotto i suoi piedi, in quel tratto di strada, correva il recinto di un grande santuario egizio urbano. È forse il modo più immediato per capire come funziona Roma: la città non spiega, sovrappone.

La foto giusta da fare all'Obelisco della Minerva

La fotografia migliore dell’Obelisco della Minerva non è quella frontale che fanno tutti, ma quella scattata dall’angolo sud occidentale della piazza, verso via dei Cestari, tenendosi bassi e inquadrando l’elefante di tre quarti con la cupola del Pantheon che spunta sullo sfondo alle sue spalle. È l’unico punto della piazza da cui i due monumenti entrano nella stessa inquadratura senza che nessuno dei due risulti schiacciato.

Il punto e l’ora

La luce migliore è quella del primo mattino, quando il sole entra basso da est e illumina il fianco dell’animale lasciando la facciata della basilica in ombra: il contrasto stacca l’elefante dal fondo e rende leggibili le pieghe della pelle e il drappeggio. Nel tardo pomeriggio la piazza va in ombra presto, perché gli edifici sono alti e la superficie è ridotta, e la fotografia perde il chiaroscuro. Dopo il tramonto l’illuminazione artificiale dal basso produce un effetto molto diverso, più teatrale e meno documentario, che funziona bene se si cerca un’immagine di atmosfera.

La foto che quasi nessuno fa

Un’inquadratura poco battuta è il dettaglio ravvicinato del blocco strutturale sotto il ventre, con la gualdrappa che scende e le zampe ai lati: è la fotografia che spiega il monumento invece di limitarsi a mostrarlo, e serve a chiunque voglia raccontare la storia della statica e della coperta. Un’altra è quella dei geroglifici sul fusto, scattata con un teleobiettivo dalla distanza, che restituisce la nitidezza dell’incisione egizia meglio di qualunque ripresa d’insieme.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La piazza dell’Obelisco della Minerva ha ospitato eventi che vanno ben oltre la storia del monumento, dal processo a Galileo Galilei nel convento domenicano adiacente fino alle grandi piene del Tevere ricordate dalle lapidi sulla facciata della basilica. È uno di quei luoghi romani in cui la densità dei fatti accaduti è sproporzionata rispetto alle dimensioni dello spazio.

1665: il ritrovamento

Lo scavo casuale per le fondazioni del muro dell’orto dei domenicani riporta alla luce il monolite egizio sepolto, dando l’avvio a tutta la vicenda moderna del monumento e aprendo due anni di progetti, discussioni e cantiere.

1667: l’inaugurazione, senza il papa

Il gruppo viene montato e scoperto al pubblico nel 1667. Sul giorno esatto le fonti divergono: alcune indicano l’11 luglio, altre l’11 giugno, e conviene riportare entrambe le versioni invece di sceglierne una. Su un punto invece concordano tutte: Alessandro VII, che aveva voluto l’opera, era morto il 22 maggio di quello stesso anno e non vide mai il monumento finito. L’elefantino è, di fatto, l’ultima impresa del suo pontificato e una delle ultime commissioni pubbliche affidate a Bernini da un papa Chigi.

Le piene del Tevere

Sulla facciata e sul fianco della basilica alle spalle dell’obelisco sono murate alcune lapidi che registrano il livello raggiunto dalle acque del Tevere durante le grandi inondazioni storiche, fra cui quella del 1422, con misure incise a un’altezza che lascia impressionati. Prima della costruzione dei muraglioni ottocenteschi, l’intero Campo Marzio finiva regolarmente sott’acqua, e questa piazza era uno dei punti in cui il fenomeno veniva registrato con maggiore cura.

Il processo a Galileo

Nel convento domenicano attiguo alla basilica, sede romana del Sant’Uffizio, si svolse nel 1633 l’abiura di Galileo Galilei. L’episodio è precedente di oltre trent’anni alla collocazione dell’obelisco, ma appartiene alla storia di questo isolato e spiega perché la piazza abbia un peso nella memoria culturale europea che il suo aspetto raccolto non lascerebbe immaginare.

Il Novecento: furti e danni

Il monumento ha subito nel tempo episodi di vandalismo e tentativi di asportazione di elementi, fra cui un tentativo di furto segnalato nel dopoguerra. L’episodio più recente e più noto risale al novembre 2016, quando ignoti spezzarono una zanna dell’elefante, provocando una reazione forte in città e un intervento di restauro da parte degli uffici capitolini competenti. La zanna è stata successivamente ricomposta.

Chi è passato dall'Obelisco della Minerva

Da piazza della Minerva sono passati, a vario titolo, un papa che ne volle il monumento, lo scultore più influente d’Europa, un gesuita che credeva di saper leggere i geroglifici, e un pittore surrealista che dall’elefantino trasse una delle sue immagini più celebri.

Alessandro VII e Gian Lorenzo Bernini

Il papa senese e il suo scultore di fiducia sono i due protagonisti dichiarati della vicenda, e la piazza è l’ultimo luogo romano in cui il loro sodalizio, durato oltre un decennio, ha lasciato un segno. Chi vuole seguirne le tracce nel resto della città trova il colonnato di San Pietro, la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona, la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e la Fontana del Tritone.

Athanasius Kircher

Il gesuita di Fulda, che insegnava al vicino Collegio Romano e che aveva messo insieme uno dei musei più stravaganti del Seicento europeo, fornì la cornice interpretativa dell’operazione. Le sue letture dei geroglifici sono oggi storia della scienza sbagliata, ma senza di lui questo obelisco non avrebbe avuto la giustificazione culturale che gli permise di essere innalzato in una piazza cristiana.

Salvador Dalí

L’elefantino della Minerva è alla base della fortuna iconografica degli elefanti con obelisco sul dorso nell’opera di Salvador Dalí, che negli anni Quaranta e Cinquanta li trasformò in figure dalle zampe filiformi, capovolgendo esattamente il principio costruttivo del monumento romano: dove Ferrata aveva riempito lo spazio sotto il ventre per reggere il peso, Dalí lo svuota fino all’impossibile. Chi conosce il gruppo romano legge quei quadri in modo diverso. La piazza compare inoltre in Umberto D., il film diretto da Vittorio De Sica nel 1952, uno dei titoli chiave del neorealismo italiano.

Domande frequenti sull'Obelisco della Minerva

Quanto costa vedere l’Obelisco della Minerva?

Vedere l’Obelisco della Minerva è completamente gratuito, perché il monumento si trova al centro di una piazza pubblica all’aperto, senza recinzioni né biglietteria. Non esiste alcun ticket, nessuna prenotazione e nessun orario di accesso: la piazza è percorribile in qualsiasi momento del giorno e della notte. Un costo può esserci solo se si sceglie una visita guidata del quartiere che comprenda anche altri monumenti.

Che orari ha l’Obelisco della Minerva?

L’Obelisco della Minerva non ha orari, perché è un monumento all’aperto in una piazza sempre accessibile. Ha invece orari la basilica di Santa Maria sopra Minerva alle sue spalle, che apre e chiude secondo il calendario liturgico e che può sospendere le visite durante le celebrazioni: chi vuole vedere anche la chiesa fa bene a verificare gli orari aggiornati presso la basilica prima di programmare la giornata.

Come si arriva all’Obelisco della Minerva con i mezzi pubblici?

All’Obelisco della Minerva non si arriva direttamente in metropolitana, perché piazza della Minerva non ha fermate nelle vicinanze immediate. Le stazioni della linea A più utili sono Barberini e Spagna, a circa un quarto d’ora di cammino, mentre i mezzi di superficie che fermano a Largo di Torre Argentina lasciano a tre o quattro minuti a piedi. Le linee cambiano spesso: conviene verificare il percorso il giorno stesso.

Quanto tempo serve per visitare l’Obelisco della Minerva?

Per l’Obelisco della Minerva bastano dieci o quindici minuti, il tempo di girare attorno al basamento, leggere l’iscrizione latina, osservare da vicino il blocco di sostegno sotto il ventre dell’elefante e guardare i geroglifici sulle quattro facce del fusto. Aggiungendo la visita alla basilica alle spalle si arriva comodamente a un’ora e un quarto complessiva.

Perché si chiama pulcino della Minerva?

L’Obelisco della Minerva viene chiamato pulcino della Minerva per un equivoco fonetico: il soprannome originario era porcino, dato dai romani all’elefante di marmo per le sue forme tozze e rotonde, e nella pronuncia dialettale diventava purcino, forma che si confuse con pulcino. Il nome popolare ha finito per sostituire quasi ovunque la denominazione ufficiale di obelisco Minerveo.

È vero che Bernini rivolse il sedere dell’elefante verso il convento dei domenicani per dispetto?

La storia che Bernini abbia orientato di proposito il posteriore dell’elefante della Minerva verso il convento domenicano è tradizione popolare e non un fatto storico documentato. Nessuna fonte contemporanea al cantiere la riporta, e l’aneddoto si appoggia soprattutto a un epigramma satirico di Quinto Settano, cioè Ludovico Sergardi, posteriore ai fatti. Va raccontata come leggenda, non come cronaca.

A cosa serve la coperta sotto la pancia dell’elefante?

Il drappeggio dell’elefante dell’Obelisco della Minerva maschera un blocco di marmo pieno che collega il ventre dell’animale al basamento e che ha una funzione strutturale reale: scarica a terra il peso del monolite di granito senza affidarlo alle quattro zampe scolpite, che nel marmo sarebbero il punto debole. Il blocco esiste davvero, mentre l’aneddoto della ripicca che lo spiegherebbe non è verificabile.

L’Obelisco della Minerva è adatto ai bambini?

L’Obelisco della Minerva è una delle tappe romane che funzionano meglio con i bambini, perché il soggetto è immediatamente riconoscibile, la sosta è breve, lo spazio è pedonale e non serve biglietto né silenzio. L’elefantino con l’obelisco sul dorso regge bene il racconto anche con i più piccoli, e la vicinanza al Pantheon permette di inserirlo in una passeggiata corta.

Che differenza c’è fra l’Obelisco della Minerva e la basilica di Santa Maria sopra Minerva?

L’Obelisco della Minerva è il monumento all’aperto al centro della piazza, formato da un monolite egizio del VI secolo avanti Cristo e da un elefante marmoreo del 1667; la basilica di Santa Maria sopra Minerva è la chiesa gotica che affaccia sulla stessa piazza, con opere di Michelangelo e Filippino Lippi e le sepolture di Santa Caterina da Siena e del Beato Angelico. Sono due visite distinte, con orari e regole diverse.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

L’Obelisco della Minerva funziona bene come tappa dentro un percorso, non come meta a sé stante: dieci minuti di sosta consapevole valgono più di mezz’ora passata a cercare l’inquadratura giusta in mezzo alla folla. Chi ha poco tempo a Roma lo inserisca nel tratto che va dal Pantheon al Gesù, insieme al Piè di Marmo e alla basilica alle spalle, e scelga il primo mattino. Chi ha più giorni a disposizione può usarlo come punto di partenza per un itinerario sugli obelischi della città, che tocchi piazza del Popolo, piazza Navona e piazza di Spagna e che restituisce, meglio di qualunque museo, il rapporto fra Roma e l’Egitto antico.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro storico, mettendo in fila le tappe del Campo Marzio e le chiese barocche del quadrante, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoPiazza della Minerva Roma Roma Città 00186

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