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Obelisco Vaticano

L’Obelisco Vaticano è il monolito di granito rosso piantato al centro di piazza San Pietro, davanti alla facciata della basilica di San Pietro, nel cuore della Città del Vaticano. Fra i tredici obelischi antichi rimasti a Roma è quello con il primato più singolare: è l’unico che non sia mai caduto. Tutti gli altri, prima o poi, sono finiti a terra, spezzati e sepolti, e sono stati riesumati a pezzi nei secoli. Questo no. Da quando Caligola lo fece arrivare da Alessandria d’Egitto e lo fece piantare sulla spina del circo imperiale che occupava la valle vaticana, il fusto è rimasto verticale senza interruzione: ha visto sparire il circo, crescere una necropoli, sorgere e poi cadere la basilica costantiniana, e nel 1586 si è spostato di poche centinaia di metri restando in piedi quasi tutto il tempo. È anche un obelisco anomalo per un’altra ragione: non ha geroglifici. Non uno. Le pagine che seguono raccontano da dove viene, perché è muto, che cosa c’era davvero dentro il globo di bronzo che lo sormontava, come fu spostato, che cosa è aneddoto nella storia più famosa che lo riguarda e perché oggi la piazza lo usa come ago di un orologio solare.

Dove si trova l’Obelisco Vaticano e come raggiungerlo

L’Obelisco Vaticano si trova esattamente al centro dell’ovato di piazza San Pietro, il grande invaso racchiuso dal colonnato di Gian Lorenzo Bernini, in territorio della Città del Vaticano ma aperto liberamente al pubblico e, per espressa previsione dell’articolo 3 del Trattato del Laterano del 1929, soggetto ai poteri di polizia delle autorità italiane fino ai piedi della scalinata della basilica. Nella pratica si arriva ai suoi leoni di bronzo senza biglietto, senza prenotazione e senza attraversare una frontiera nel senso ordinario: si cammina da via della Conciliazione e ci si trova dentro.

A piedi dal centro di Roma

Il percorso classico è lungo via della Conciliazione, aperta fra il 1936 e il 1950 demolendo la cosiddetta spina di Borgo: da Castel Sant’Angelo si arriva in dieci minuti scarsi, con l’obelisco in asse fra i palazzi ben prima della facciata. Chi parte da piazza Navona attraversa ponte Sant’Angelo e impiega circa venti minuti; dal Pantheon la passeggiata è di poco più lunga. L’ingresso in asse non è l’unico e nemmeno il più interessante: arrivando da via di Porta Angelica, sul lato nord, si entra nell’ovato di sbieco e l’obelisco appare improvvisamente contro il colonnato, con un effetto scenografico molto diverso da quello frontale.

Con i mezzi pubblici

La fermata della metropolitana più vicina è Ottaviano, sulla linea A, da cui si cammina per circa dieci minuti lungo via Ottaviano fino a piazza del Risorgimento e poi a via di Porta Angelica. La stazione ferroviaria Roma San Pietro, sulla rete regionale, si trova sul lato opposto del colle. Diverse linee di autobus urbani lasciano a poche centinaia di metri dalla piazza. Chi arriva da Termini può prendere la metro A in direzione Battistini e scendere a Ottaviano: è la soluzione più prevedibile nelle giornate di grande afflusso, quando gli autobus di superficie sono i primi a subire deviazioni.

I controlli all’ingresso della piazza

Per accedere all’ovato di piazza San Pietro si passa da varchi con controllo di sicurezza, che possono essere attivi su alcuni o su tutti gli accessi a seconda del giorno e delle celebrazioni in corso. Nelle giornate ordinarie il transito è rapido; nei giorni di udienza generale, nelle grandi solennità e nei periodi giubilari le file possono allungarsi considerevolmente e la piazza viene talvolta sottratta al libero transito per ragioni liturgiche o di ordine pubblico. Non esiste un biglietto per stare in piazza e per guardare l’obelisco: il biglietto serve, semmai, per la cupola della basilica, per la necropoli sotto la navata centrale e per i Musei Vaticani, che hanno ingresso da tutt’altra parte, in viale Vaticano.

Chi arriva in auto farà bene a rinunciarci: l’area è densamente regolamentata e la sosta scarsa e cara. Nei giorni di celebrazione papale conviene informarsi in anticipo sugli orari di chiusura dei varchi, perché la piazza può essere transennata diverse ore prima dell’evento.

L'obelisco Vaticano al centro di piazza San Pietro
L'obelisco senza geroglifici che Sisto V fece spostare nel 1586 al centro di piazza San Pietro. Foto di СССР, licenza CC BY-SA 2.5 ca, via Wikimedia Commons.

Che cos’è l’Obelisco Vaticano: misure, materiale, peso

L’Obelisco Vaticano è un monolito di granito rosso alto circa 25,3 metri nel solo fusto, che con il basamento e la croce sommitale raggiunge poco più di 40 metri complessivi: le fonti oscillano di pochi centimetri sul fusto (25,3 o 25,37 metri a seconda della rilevazione) e indicano un’altezza totale di quasi 40 metri, con un valore preciso di 40,28 metri riportato da alcune schede. Il peso del solo fusto è stimato in poco più di 320 tonnellate: la cifra più ricorrente nelle fonti italiane è 327 tonnellate, mentre altre pubblicazioni arrotondano a 330 o addirittura a 350. Quando si leggono cifre diverse conviene ricordare che nessuno ha mai messo l’obelisco su una bilancia: sono tutte stime ricavate dal volume e dalla densità del granito.

La base, i leoni e la croce

Il fusto poggia su un basamento ottenuto separando la pietra dal piedistallo per mezzo di quattro leoni di bronzo, opera dello scultore Prospero Antichi, che fungono da appoggio agli angoli. I leoni non sono decorazione neutra: il leone è l’emblema araldico di Sisto V, il papa che volle lo spostamento, e la loro presenza equivale a una firma. Sulla sommità, al posto della sfera di bronzo antica, si eleva una grande croce di bronzo con i simboli della famiglia papale. Il piedistallo reca quattro iscrizioni latine composte dal cardinale Silvio Antoniano che commentano teologicamente l’operazione, e più in basso, in caratteri più piccoli, un riconoscimento del ruolo di Domenico Fontana.

Le iscrizioni moderne

Sul lato rivolto verso oriente si legge ECCE CRVX DOMINI FVGITE PARTES ADVERSAE VICIT LEO DE TRIBV IVDA, cioè “ecco la croce del Signore, fuggite parti avverse, ha vinto il leone della tribù di Giuda”: è la formula più citata e quella che i visitatori fotografano più spesso. Sul lato opposto corre l’acclamazione CHRISTVS VINCIT CHRISTVS REGNAT CHRISTVS IMPERAT. Le altre due facce ricordano che Sisto V trasportò l’obelisco “dedicato in empio culto agli dèi delle genti” fino alla soglia degli Apostoli e lo consacrò alla croce invitta, nell’anno 1586, secondo del suo pontificato. È un programma polemico esplicito: l’obelisco viene dichiarato purificato da una superstizione impura e riconsacrato.

L’unico obelisco di Roma che non è mai caduto

L’Obelisco Vaticano è l’unico fra gli obelischi antichi di Roma che non sia mai crollato a terra: è rimasto verticale dal momento in cui fu innalzato nella valle vaticana, in età di Caligola, fino a oggi, con la sola interruzione delle settimane del 1586 in cui fu deliberatamente abbassato, trasportato e rialzato. La differenza rispetto agli altri non è un dettaglio da collezionisti di primati: è la ragione per cui questo monolito ha una biografia continua e verificabile, mentre gli altri hanno lunghi buchi di secoli in cui nessuno sa dove fossero.

Che cosa è successo agli altri

Gli obelischi romani hanno quasi tutti la stessa parabola: innalzati fra Augusto e i Severi, abbattuti fra tarda antichità e alto Medioevo, sepolti sotto i detriti, ritrovati a pezzi fra Rinascimento e Ottocento e rialzati con integrazioni moderne. Il monolito che oggi domina piazza del Popolo restò per secoli a terra nel Circo Massimo prima di essere rimesso in piedi proprio sotto Sisto V; quello lateranense, il più alto di tutti, fu ritrovato spezzato in tre tronconi. Anche gli obelischi di Villa Torlonia, che sono ottocenteschi e non antichi, raccontano quanto a lungo il gusto romano per gli obelischi sia sopravvissuto alla scomparsa di quelli veri.

L’origine egiziana e il caso dell’obelisco anepigrafe

L’Obelisco Vaticano è anepigrafe, cioè privo di geroglifici su tutte e quattro le facce: è l’unico obelisco egiziano di Roma che non porti alcuna iscrizione faraonica, e questa mancanza è il suo vero enigma. Un obelisco egizio senza testo è una contraddizione in termini, perché il testo era l’obelisco: le colonne verticali di geroglifici dichiaravano il nome del sovrano che aveva offerto il monolito al dio solare e ne fissavano per sempre la memoria. Un monolito muto è un monolito senza committente e senza data.

Perché è un caso particolare

La domanda che gli studiosi si pongono è duplice: l’obelisco non ebbe mai iscrizioni, oppure le ebbe e furono cancellate? Entrambe le ipotesi sono sul tavolo e nessuna delle due è dimostrata. La prima immagina un monolito estratto e innalzato senza mai essere completato con il testo. La seconda immagina una rasatura delle facce, eseguita in Egitto in età tolemaica o romana, per riutilizzare il pezzo in un contesto nuovo. Una terza linea di lettura suggerisce che il monolito non sia affatto un obelisco faraonico ma un’opera tarda realizzata su committenza romana in Egitto, dove le maestranze e le cave erano ancora attive: in questo caso l’assenza di geroglifici non sarebbe una perdita ma una scelta, coerente con un monumento pensato fin dall’origine per un pubblico che leggeva il latino.

Quello che dicono le fonti antiche

Plinio il Vecchio, che nel trentaseiesimo libro della Naturalis Historia dedica agli obelischi una trattazione fondamentale, indica per questo monolito la provenienza da Eliopoli, la grande città del culto solare nel delta del Nilo. Prima di arrivare a Roma il monolito fu sistemato nel Forum Iulii di Alessandria d’Egitto, il complesso monumentale dedicato alla memoria di Cesare che i Romani eressero nella città portuale. Alcune ricostruzioni aggiungono che il progetto originario prevedeva un fusto ben più alto, forse intorno ai quarantacinque metri, e che il monolito si fratturò durante la prima messa in opera alessandrina: è un’ipotesi che spiegherebbe le proporzioni tozze rispetto agli obelischi faraonici canonici, ma non è confermata da testimonianze dirette e va presa per quello che è, una ricostruzione moderna.

L’unica iscrizione antica che porta davvero

Muto in egiziano, il monolito parla invece in latino. Alla base del fusto si conservano due iscrizioni romane che ne registrano la dedica originaria: DIVO CAESARI DIVI F AVGVSTO TI CAESARI DIVI AVGVSTI F AVGVSTO SACRVM, cioè “sacro al divo Cesare Augusto, figlio del divo, e a Tiberio Cesare Augusto, figlio del divo Augusto”. È una dedica al primo imperatore divinizzato e al suo successore, e colloca il monumento in un preciso orizzonte politico giulio-claudio. Il paradosso vale la pena di essere gustato: l’obelisco più celebre della cristianità non porta una sola parola di egiziano ma conserva incisa, a due passi dai leoni di Sisto V, la consacrazione a due imperatori romani divinizzati.

La nave di Caligola: come un monolito di 300 tonnellate attraversò il Mediterraneo

L’Obelisco Vaticano arrivò a Roma via mare su una nave costruita appositamente, che le fonti antiche descrivono come la più grande mai vista sul Mediterraneo fino a quel momento. La data dell’arrivo oscilla nelle fonti fra il 37 e il 40 dopo Cristo: il 37 è l’anno in cui Caligola divenne imperatore e fece avviare il circo negli horti ereditati dalla madre Agrippina Maggiore, e diverse schede collegano l’arrivo del monolito a quel cantiere iniziale; altre fonti, fra cui la voce enciclopedica italiana più consultata, indicano il 40. Non essendoci un documento che chiuda la questione, le due date vanno riportate entrambe.

Le lenticchie come zavorra

Plinio il Vecchio, nel sedicesimo libro della Naturalis Historia, riferisce un dettaglio che ha reso celebre questo viaggio: la nave che trasportava l’obelisco portava come zavorra centoventimila moggi di lenticchie. Il motivo è tecnicamente elegante. Un carico secco, granulare, uniformemente distribuibile nella stiva serviva a stabilizzare lo scafo attorno a un peso enorme e concentrato, e poteva essere spostato o alleggerito con relativa facilità durante la navigazione e all’arrivo. Non si trattava di un capriccio: era il modo in cui si controllava l’assetto di una nave costruita per un solo viaggio e per un solo carico.

Che fine fece la nave

La nave restò a Ostia come una curiosità, e occupava una porzione consistente del bacino portuale. Poi ebbe una seconda vita, o meglio una seconda morte. Plinio e Svetonio raccontano che l’imperatore Claudio, impegnato nella costruzione del grande porto artificiale alla foce del Tevere, fece affondare proprio quella nave riempiendola di calcestruzzo, la fissò con pali e vi costruì sopra una torre altissima sul modello del faro di Alessandria, destinata a guidare di notte i naviganti. È uno dei casi meglio documentati di riutilizzo monumentale di uno scafo nell’antichità: lo stesso legno che portò l’obelisco fino a Roma finì sotto le fondamenta del faro di Portus.

Il circo di Caligola e di Nerone, dove l’obelisco visse i suoi primi quindici secoli

L’Obelisco Vaticano fu innalzato sulla spina del circo privato che Caligola fece costruire dal 37 dopo Cristo all’interno degli Horti Agrippinae, i giardini ereditati dalla madre, e che Nerone riorganizzò e usò a sua volta: l’impianto, noto nelle fonti come circus Gai et Neronis, misurava circa 540 metri di lunghezza per un centinaio di larghezza e occupava la valle fra il colle Vaticano e il Tevere, nell’area oggi coperta dalla basilica e dagli edifici alle sue spalle.

Che cos’era la spina e perché ci voleva un obelisco

La spina era il muro basso e allungato che correva al centro della pista e attorno al quale i carri giravano. Ci si collocavano vasche, statue, segnacoli per contare i giri e, quando l’imperatore poteva permetterselo, un obelisco. Non era ornamento gratuito: il monolito serviva da riferimento visivo e da elemento simbolico che legava la corsa dei carri al corso del sole, associazione ben visibile anche nel Circo Massimo, dove Augusto aveva collocato un obelisco portato dall’Egitto dopo la conquista.

La tradizione del martirio di Pietro

Qui serve un’avvertenza netta, perché è il punto in cui più spesso si confonde la tradizione con la storia. Che nell’area del circo vaticano si siano svolte esecuzioni di cristiani dopo il grande incendio del 64 dopo Cristo è cosa che si appoggia a un testo antico: Tacito, nel quindicesimo libro degli Annales, descrive con durezza le esecuzioni ordinate da Nerone, gli uomini coperti di pelli e sbranati dai cani, i crocifissi, i condannati bruciati come torce per illuminare la notte, e precisa che Nerone offrì per lo spettacolo i propri giardini e vi organizzò giochi circensi. Tacito però non nomina Pietro e non nomina l’obelisco. L’idea che il monolito abbia assistito al martirio dell’apostolo, e che il suo essere rimasto in piedi lo renda l’ultimo testimone oculare di quel giorno, è una tradizione cristiana antica e tenace, non un fatto accertato. La testimonianza più antica sulla sepoltura di Pietro in Vaticano è quella del presbitero Gaio, vissuto fra secondo e terzo secolo, riportata da Eusebio di Cesarea, che parla di trofei degli apostoli in Vaticano e sulla via Ostiense. Dire “l’obelisco vide morire Pietro” è una frase bellissima e va lasciata al suo statuto: è tradizione, non certezza.

Dove stava esattamente

Fino al 1586 l’obelisco rimase dove era stato piantato, sul fianco meridionale della vecchia basilica, accanto alla rotonda di Sant’Andrea, costruzione circolare di età romana riusata come cappella e nota come Santa Maria della Febbre. Lo si vede in questa posizione nelle vedute cinquecentesche, fra cui i disegni di Maarten van Heemskerck: il monolito compare isolato, accanto a edifici che oggi non esistono più.

Una curiosità su Obelisco Vaticano

Per oltre mille anni i romani credettero che il globo di bronzo posto sulla sommità dell’Obelisco Vaticano contenesse le ceneri di Giulio Cesare, e quando nel 1586 la sfera fu calata a terra e aperta si scoprì che non conteneva nulla. È il crollo di una delle credenze più longeve della topografia romana, avvenuto sotto gli occhi di una folla che si era radunata apposta.

Una convinzione medievale radicata

La leggenda circolava nelle guide medievali per pellegrini e nei Mirabilia Urbis Romae. Secondo alcune versioni la sfera conservava le ceneri di Cesare, secondo altre quelle di Traiano, nelle versioni di devozione quelle di san Pietro, e il monumento veniva comunemente chiamato la guglia di Cesare. Da questo intreccio deriverebbe, secondo un’etimologia popolare ancora diffusa, il termine aguglia usato per gli obelischi, poi passato a guglia: l’ipotesi linguistica più solida riconduce però la parola al latino acucula, piccolo ago, e la connessione con l’aquila imperiale va considerata una paretimologia.

Che cosa successe quando la aprirono

Nel 1586, nel corso delle operazioni di spostamento, la sfera fu rimossa dalla sommità e verificata. Era vuota. Sisto V la donò alla città di Roma, e da quel momento il globo cominciò un suo piccolo pellegrinaggio urbano: fu collocato dapprima presso la fontana del Marforio, nel 1692 sulla balaustra della piazza del Campidoglio e infine, nella prima metà dell’Ottocento, portato all’interno del Palazzo dei Conservatori, dove si conserva ancora oggi nelle collezioni dei Musei Capitolini insieme al puntale che lo sorreggeva. Le fonti divergono sull’anno esatto dell’ingresso in palazzo, indicato ora al 1848 ora al 1850.

Una cosa che non ti dice nessuno su Obelisco Vaticano

L’Obelisco Vaticano non si trova sull’asse della basilica di San Pietro: è spostato di circa un metro e mezzo verso nord rispetto all’asse dell’edificio attuale, uno scarto misurato in 1,56 metri che nessuna guida racconta e che quasi nessun visitatore percepisce a occhio nudo. La piazza più simmetrica del mondo ha, al suo centro esatto, un errore.

Perché accadde

La spiegazione è cronologica prima che tecnica. Nel 1586 la nuova basilica non esisteva ancora nella forma odierna: il cantiere procedeva da decenni partendo dalla zona absidale, e la vecchia basilica costantiniana era ancora in piedi e in uso nella porzione occidentale. Fontana prese come riferimento quello che vedeva, cioè l’asse della costruzione antica, e piazzò l’obelisco di conseguenza. Vent’anni dopo, quando Carlo Maderno allungò la chiesa verso oriente e vi costruì la facciata, l’asse definitivo dell’edificio risultò leggermente diverso e il monolito si trovò fuori centro. C’era anche una ragione pratica per non correggere: spostare l’obelisco sull’asse nuovo lo avrebbe avvicinato troppo agli isolati che allora chiudevano la piazza a sud, la cui demolizione fu decisa solo molto più tardi.

Come Bernini risolse il problema

Quando settant’anni dopo Bernini dovette dare forma alla piazza, si trovò con un obelisco già piantato, immobile e fuori asse, e con una facciata larga e bassa che lui stesso definiva quatta. La soluzione fu accettare il vincolo e ruotare l’asse maggiore dell’ovale per renderlo parallelo alla facciata, scaricando la deformazione residua sulla parte trapezoidale. È un esempio da manuale di quello che lo stesso Bernini formulava come principio: l’abilità dell’architetto si conosce soprattutto nel convertire i difetti del luogo in bellezza. Il difetto, in questo caso, era un monolito di trecento tonnellate che nessuno aveva intenzione di spostare una seconda volta.

Lo spostamento del 1586 e la macchina di Domenico Fontana

Il 10 settembre 1586 l’Obelisco Vaticano fu innalzato al centro di piazza San Pietro dopo essere stato trasportato per circa 250 o 260 metri dalla sua posizione originaria: fu il primo obelisco antico a essere rimesso in piedi in epoca moderna, e l’impresa fece di Domenico Fontana l’architetto più celebre d’Europa nel giro di una stagione.

L’idea veniva da lontano

Non fu Sisto V il primo a pensarci. L’idea di spostare il monolito davanti alla basilica era già circolata con Niccolò V, nel Quattrocento, all’interno di un progetto complessivo di riordino dell’area vaticana che non ebbe seguito. Nei decenni successivi la questione tornò più volte sul tavolo, sempre con lo stesso ostacolo: nessuno sapeva come si facesse, e le competenze antiche erano andate perdute. Quando Felice Peretti divenne papa nel 1585 con il nome di Sisto V, il progetto rientrò in un piano urbanistico che ridisegnò Roma con strade rettilinee, acquedotti e obelischi collocati come segnali visivi davanti alle grandi basiliche, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano.

La macchina: il castello di travi

Il dispositivo progettato da Fontana, che i contemporanei chiamarono il castello, era una torre di travi di legno massiccio legate con cerchiature di ferro, montata attorno all’obelisco e capace di sostenerne il peso mentre veniva sollevato dal piedistallo antico. Il monolito fu fasciato con stuoie e assi, imbragato con funi che passavano attraverso decine di bozzelli, sollevato, calato su un’impalcatura orizzontale e trascinato su rulli lungo un piano inclinato fino al nuovo piedistallo, dove la manovra fu ripetuta al contrario. Il sistema era una moltiplicazione ordinata di macchine semplici: argani, leve, carrucole e piani inclinati, gli stessi strumenti che avevano egizi e romani. La novità di Fontana fu organizzativa quanto meccanica: la sincronizzazione di centinaia di uomini su decine di argani, ciascuno con un compito codificato e un segnale di comando.

I numeri, e perché non coincidono

Le cifre variano a seconda della fonte, e conviene riportarle tutte. La tradizione italiana più diffusa parla di tredici mesi di lavori preparatori, 900 uomini, 75 cavalli e 40 argani; la voce enciclopedica inglese indica 800 uomini, 160 cavalli e 45 argani; altre pubblicazioni riportano 800 operai e 140 cavalli. La divergenza nasce dal fatto che le cifre circolate nei secoli derivano da riletture successive del resoconto originale e non sempre distinguono fra gli uomini impiegati nella singola giornata del sollevamento e quelli coinvolti nell’intero cantiere. Su un punto le fonti concordano: l’abbassamento, il trasporto e il rialzamento occuparono l’intera stagione, mentre l’erezione finale fu compiuta in un solo giorno, il 10 settembre.

Il libro che rese Fontana famoso

Nel 1590 Domenico Fontana pubblicò a Roma, per i tipi di Domenico Basa, il volume Della trasportatione dell’obelisco Vaticano et delle fabriche di Nostro Signore papa Sisto V, corredato da grandi tavole incise che illustravano passo per passo il castello, le imbragature, il piano inclinato e la disposizione degli argani: uno dei primi trattati moderni di ingegneria illustrata, oggi integralmente digitalizzato da più biblioteche. Dopo il successo vaticano a Fontana furono affidati gli spostamenti di altri tre obelischi romani.

L’acqua alle funi: come va raccontata la storia più famosa

L’episodio dell’“acqua alle funi” è l’aneddoto più ripetuto sull’Obelisco Vaticano e va presentato per quello che è: una tradizione popolare priva di riscontro documentario contemporaneo, non un fatto accertato. La versione corrente racconta che durante il sollevamento del 10 settembre 1586 vigesse l’obbligo assoluto del silenzio, con la pena di morte per chi avesse gridato; che le funi di canapa cominciassero a scaldarsi e a cedere; e che un marinaio ligure, Benedetto Bresca, di Bordighera o di Sanremo secondo le varianti, gridasse nel proprio dialetto di bagnare le corde, salvando l’operazione. Arrestato e poi graziato, avrebbe ottenuto per sé e per i discendenti il privilegio di fornire al Vaticano le palme per la Domenica delle Palme. Il privilegio delle palme da parte di famiglie liguri è reale e documentato: che la sua origine sia l’obelisco è la spiegazione tramandata, non una notizia verificata.

Che cosa regge e che cosa no

Il fondamento fisico è corretto: la canapa bagnata si contrae, e bagnare le funi sotto tensione è pratica marinaresca sensata. Quello che manca è la documentazione dell’episodio nel momento in cui sarebbe accaduto: il resoconto dettagliatissimo che Fontana pubblicò quattro anni dopo, e che descrive ogni fase del cantiere con la precisione di chi vuole dimostrare la propria competenza, non contiene nulla di simile. Il racconto compare nella pubblicistica successiva e si arricchisce di dettagli che cambiano da versione a versione: la località di origine del marinaio, il testo esatto del grido, la presenza o meno del boia.

La croce di Sisto V e la questione delle reliquie

Sulla sommità dell’Obelisco Vaticano, al posto dell’antica sfera di bronzo, Sisto V fece collocare nel 1586 una grande croce di bronzo, e la vicenda delle reliquie che vi sarebbero state inserite è più complicata di come viene di solito riassunta. La sostituzione del globo con la croce era il cuore simbolico dell’intera operazione: un monumento pagano non veniva distrutto ma rovesciato di senso, e il segno cristiano prendeva materialmente il posto del segno imperiale.

L’indulgenza e la deduzione

Sisto V concesse un’indulgenza a chi, davanti all’obelisco, avesse venerato la croce di Cristo recitando un Pater e un’Ave: le fonti parlano di dieci anni e altrettante quarantene. Proprio l’esistenza di questa indulgenza fece dedurre che nella croce di bronzo fosse stata inserita una particella della Vera Croce, in data 26 settembre 1586. È una deduzione, non una notizia diretta: nessuno aveva documentato l’inserimento, e si concluse che dovesse esserci una reliquia perché altrimenti l’indulgenza non si spiegava.

Il restauro che non trovò nulla

Quando la croce fu sottoposta a restauro, la reliquia non fu trovata. Il dato è riportato concordemente dalle voci enciclopediche italiana e inglese ed è uno di quei dettagli che raramente arrivano al pubblico, perché smontano un racconto tondo. La conclusione ragionevole è che l’indulgenza del 1586 riguardasse la venerazione della croce in quanto segno, e non il culto di una reliquia contenuta al suo interno.

La reliquia del 1740

Una reliquia della Vera Croce fu collocata nella croce sommitale il 12 aprile 1740, prelevata da un reliquiario della basilica di San Pietro che a sua volta proveniva da quello di Santa Croce in Gerusalemme. La notizia è riportata dal Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica di Gaetano Moroni, l’imponente repertorio ottocentesco che resta una delle fonti principali per la storia minuta delle cose vaticane. Dunque, per riassumere: la reliquia nella croce oggi c’è, ma ci arrivò nel Settecento, non con Sisto V.

Immagine: la sommità dell’obelisco con la croce di bronzo, vista dal basso in controluce, con il piramidion di granito che si assottiglia verso l’alto.

La meridiana di piazza San Pietro: l’obelisco come gnomone

L’Obelisco Vaticano funziona da gnomone, cioè da ago proiettore d’ombra, di una meridiana tracciata nella pavimentazione di piazza San Pietro nel 1817 dall’astronomo monsignor Filippo Luigi Gilii durante il pontificato di Pio VII: è, secondo la descrizione fornita dallo stesso sito ufficiale della Santa Sede, uno dei più grandi orologi solari mai realizzati.

Com’è fatta

La meridiana consiste in una linea retta di granito grigio incassata nel selciato, che parte dalla base dell’obelisco e corre verso il colonnato, intervallata da dischi di marmo. I due dischi estremi segnano i solstizi del 22 giugno e del 22 dicembre, quando l’ombra è rispettivamente la più corta e la più lunga. Altri cinque dischi marcano il passaggio del sole attraverso le coppie di segni zodiacali: Leone e Gemelli, Vergine e Toro, Bilancia e Ariete, Scorpione e Pesci, Sagittario e Acquario. La coppia funziona perché il sole attraversa la stessa declinazione due volte l’anno, salendo e scendendo, e lo stesso disco serve per due momenti diversi del calendario. I dischi sono stati sostituiti più volte, con interventi documentati nel 1852, fra il 1878 e il 1880 e nel 1924: quelli visibili oggi non sono tutti originali del 1817.

Come si legge

Il punto da osservare non è l’ombra del fusto ma quella della croce sommitale, l’estremità più alta. A mezzogiorno vero locale l’ombra della croce cade sulla linea di granito e la sua lunghezza indica la declinazione solare, dunque la stagione. Il mezzogiorno vero non coincide quasi mai con quello dell’orologio da polso, perché entrano in gioco l’equazione del tempo, il fuso orario e l’ora legale: in estate lo scarto può superare l’ora e mezza.

Il consiglio che ti do per visitare Obelisco Vaticano

Il momento migliore per vedere l’Obelisco Vaticano è la prima mattina di un giorno feriale, fra l’apertura dei varchi e le nove, quando la piazza è quasi vuota, la luce radente esalta il granito e si può camminare fino alla base senza aggirare gruppi: nelle ore centrali, e in qualunque giornata di udienza generale o celebrazione, la piazza cambia completamente natura e l’obelisco diventa un punto di riferimento in mezzo alla folla anziché un monumento da guardare.

I dischi del centro del colonnato

Fra l’obelisco e ciascuna delle due fontane, incassati nel selciato, si trovano due dischi di pietra che segnano i centri di costruzione dell’ovale berniniano. Mettendosi esattamente sopra uno di essi e guardando verso il colonnato, le quattro file di colonne si allineano perfettamente e l’osservatore vede una sola fila anziché quattro. È il trucco prospettico più celebre della piazza ed è gratuito: costa solo la pazienza di trovare il disco e di aspettare che qualcuno si sposti. Da lì, voltandosi verso l’obelisco, si ottiene anche la migliore inquadratura d’insieme con la cupola sullo sfondo.

Come incastrarlo in una giornata

L’obelisco non richiede molto tempo: richiede il tempo giusto. La piazza è pianeggiante e percorribile in sedia a rotelle, con pavimentazione in sampietrini e lastre, ma non offre un metro d’ombra fuori dal colonnato: in luglio e agosto la sosta a metà giornata è faticosa, e conviene portare acqua e cappello. Chi ha prenotato i Musei Vaticani al mattino farà bene a passare prima in piazza, perché l’uscita dai musei avviene in tutt’altro punto e il rientro comporta un giro considerevole attorno alle mura. Chi punta alla Cappella Sistina nel pomeriggio può tenere la piazza per il tramonto. Per la salita alla cupola, alla necropoli vaticana o al tesoro della basilica servono biglietti e, in alcuni casi, prenotazione con congruo anticipo: gli orari cambiano con la stagione e con il calendario liturgico, e conviene verificarli direttamente presso la Fabbrica di San Pietro prima di programmare la giornata.

Che cosa si vede qui e che cosa altrove

Sul sito esiste già una pagina dedicata alla basilica di San Pietro, che approfondisce l’interno, la cupola e le opere: qui il fuoco resta sul solo obelisco e sulla piazza che lo circonda. Vale la pena ricordare che la tradizione vaticana sul luogo del martirio di Pietro ha una concorrente storica, quella che lo colloca sul colle del Gianicolo, dove sorge il Tempietto del Bramante: le due convivono da secoli e nessuna delle due è dimostrata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

La piazza di Bernini fu costruita attorno all’Obelisco Vaticano e non viceversa: quando l’architetto ricevette l’incarico da Alessandro VII, nel 1656, il monolito era già al suo posto da settant’anni e costituiva un vincolo non negoziabile, tanto che l’intero impianto geometrico dell’ovato dovette essere calibrato su di esso.

L’ovato tondo e non l’ellisse

La figura scelta da Bernini non è un’ellisse ma un ovato tondo, cioè l’unione di due semicirconferenze che si intersecano nei rispettivi centri, raccordate da due archi di cerchio. Non era scelta accademica: l’ovato tondo si traccia con la corda e i picchetti e si trasmette al capomastro senza ambiguità, mentre un’ellisse vera sarebbe stata più difficile da disegnare a terra e inconsueta nell’architettura sacra del tempo. Ed è proprio la geometria dell’ovato tondo a generare quei due centri di costruzione segnati dai dischi nel selciato.

Le cifre della piazza

Il colonnato è formato da 284 colonne alte 16 metri disposte su quattro file, secondo i dati forniti dal sito ufficiale della basilica, sormontate da 140 statue di santi alte più di tre metri; altre fonti, contando anche le sculture dei bracci di collegamento, arrivano a 162. Le due parti della piazza misurano circa 12.300 metri quadrati per il trapezio davanti alla facciata e circa 35.300 metri quadrati per l’ovato, e il complesso fu portato a compimento nel 1667. Bernini abbassò inoltre il piano di calpestio davanti alla basilica per ridurre il dislivello con la base dell’obelisco: la differenza di quota finale è di circa sei metri su duecento di distanza, cioè una pendenza del tre per cento, sufficiente a smaltire l’acqua piovana senza gradinate.

La croce, la cupola e l’allineamento

C’è un allineamento che i visitatori non notano quasi mai. La statua del Cristo che corona la facciata, opera di Bernini fra quelle degli apostoli, ha la croce collocata sulla stessa retta verticale che collega la croce della cupola dietro e la croce dell’obelisco davanti. Tre croci su un unico asse, a distanze diversissime, lette come un unico segno da chi guarda dal punto giusto della piazza: una regia visiva che tiene insieme l’opera di Michelangelo, quella di Maderno, quella di Bernini e un monolito egiziano di duemila anni.

La foto giusta da fare a Obelisco Vaticano

La fotografia migliore dell’Obelisco Vaticano non è quella frontale dal centro della piazza, ma quella scattata da uno dei due dischi che segnano i centri dell’ovato, dove le quattro file di colonne si allineano in una sola e il monolito entra nell’inquadratura di taglio: è l’unico punto in cui si fotografano contemporaneamente il trucco prospettico di Bernini e l’elemento più antico della piazza.

L’ora e la luce

La facciata della basilica guarda a oriente e prende il sole al mattino: nelle prime ore la pietra si accende e il granito rosso mostra il proprio colore, mentre nel pomeriggio la facciata va in ombra e il contrasto si appiattisce. Per una silhouette della croce sommitale serve il tardo pomeriggio, sul lato occidentale, contro il sole basso. Di notte, con la basilica illuminata, conviene l’esposizione lunga appoggiando la macchina su un parapetto, dato che i treppiedi in piazza non sono sempre ammessi.

L’inquadratura dei dettagli

Tre dettagli rendono più di una veduta d’insieme: i leoni di bronzo alla base, fotografati di tre quarti dal basso per restituirne la funzione di appoggio; l’iscrizione antica alla base del fusto, la dedica ad Augusto e Tiberio, leggibile con un teleobiettivo moderato e luce radente; il disco marmoreo della meridiana con la linea di granito grigio, ripreso dall’alto con una scarpa o una mano nell’inquadratura per dare la scala.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

L’Obelisco Vaticano è rimasto nello stesso punto della valle vaticana per oltre millecinquecento anni e poi al centro di piazza San Pietro per altri quattrocentoquaranta: attorno alla sua base si sono svolti alcuni fra gli eventi più fotografati della storia recente.

L’antichità e il Medioevo

Fra il 37 e il 40 dopo Cristo il monolito viene innalzato sulla spina del circo imperiale. Nel 64, secondo il racconto di Tacito, l’area dei giardini neroniani è teatro delle esecuzioni dei cristiani accusati dell’incendio di Roma. Verso la metà del secondo secolo il circo è dismesso e l’area viene lottizzata per le sepolture. Nel quarto secolo Costantino fa costruire la grande basilica sopra la memoria della tomba dell’apostolo, interrando la necropoli e creando la spianata chiamata platea Sancti Petri. Per tutto il Medioevo l’obelisco è un punto di riferimento dei pellegrini e alimenta la leggenda delle ceneri imperiali.

Il Cinquecento

Nel 1500, per il giubileo, Alessandro VI fa aprire fra ponte Sant’Angelo e il palazzo vaticano la via Alessandrina, il primo rettifilo moderno di Roma, demolendo per farlo la Meta Romuli, un sepolcro monumentale a piramide. Nel 1586 avviene lo spostamento dell’obelisco: il globo è calato e trovato vuoto, il monolito è rialzato il 10 settembre, la croce prende il posto della sfera e le iscrizioni di Sisto V riconsacrano il monumento.

Il Seicento e la nascita della piazza

Fra il 1656 e il 1667 Bernini realizza il colonnato e l’ovato, dando alla piazza la forma che conosciamo e assumendo l’obelisco come centro geometrico. Nel Settecento, il 12 aprile 1740, viene collocata nella croce sommitale la reliquia della Vera Croce. Nel 1817 Filippo Luigi Gilii traccia la meridiana che usa l’obelisco come gnomone.

Il Novecento

Nel 1929 i Patti Lateranensi stabiliscono lo statuto particolare della piazza, che fa parte della Città del Vaticano ma resta aperta al pubblico e soggetta ai poteri di polizia italiani fino ai piedi della scalinata. Fra il 1936 e il 1950 la demolizione della spina di Borgo apre via della Conciliazione e cancella l’asse alessandrino. Fra il 1939 e il 1949 si svolgono gli scavi sotto la basilica che riportano alla luce la necropoli vaticana. Il 13 maggio 1981, durante un’udienza generale, Giovanni Paolo II viene ferito da colpi di arma da fuoco a pochi metri dall’obelisco. Dal 1982 data la consuetudine dell’albero di Natale accanto al presepe. Nell’aprile 2005 i funerali di Giovanni Paolo II riempiono la piazza e le strade circostanti; il 27 marzo 2020, in piena pandemia, la piazza deserta sotto la pioggia durante la benedizione Urbi et Orbi straordinaria produce una delle immagini più diffuse del secolo, anche in quel caso con l’obelisco al centro dell’inquadratura.

Chi è passato da Obelisco Vaticano

Davanti all’Obelisco Vaticano sono passati, nell’ordine, imperatori romani, pellegrini medievali, architetti del Rinascimento, viaggiatori del Grand Tour e capi di Stato del Novecento: è probabilmente il singolo punto di Roma davanti al quale è transitato il maggior numero di persone documentate per nome nella storia europea.

Gli antichi

Caligola lo fece portare e innalzare, Nerone corse attorno a esso con i carri nel circo di famiglia. Plinio il Vecchio ne registrò la provenienza e il viaggio nella Naturalis Historia, e la sua testimonianza resta la fonte antica principale. Claudio ne riutilizzò la nave per il faro del porto. Costantino decise di costruire la basilica accanto al monolito anziché spostarlo, e con quella scelta lo consegnò ai secoli successivi.

Artisti e architetti

Maarten van Heemskerck lo disegnò nel 1532 nella sua collocazione originaria, accanto alla rotonda di Sant’Andrea e al cantiere della nuova basilica, lasciando una delle testimonianze visive più preziose sull’aspetto dell’area prima dello spostamento. Domenico Fontana lo spostò e ne fece un libro. Gian Lorenzo Bernini vi costruì attorno la piazza, accettandone la posizione fuori asse. Giovanni Battista Piranesi lo incise nelle sue vedute settecentesche di piazza San Pietro, contribuendo a fissarne l’immagine nell’immaginario europeo. Prospero Antichi ne scolpì i leoni, il cardinale Silvio Antoniano ne scrisse le iscrizioni, Ignazio Danti assistette Fontana nella parte astronomica e di misura.

I papi

Niccolò V ne immaginò per primo lo spostamento. Sisto V lo realizzò e ne fece il manifesto del proprio pontificato. Alessandro VII commissionò a Bernini la piazza che lo circonda. Pio VII autorizzò la meridiana. Pio XI e Pio XII firmarono e videro applicare i Patti che ne definirono lo statuto giuridico. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco lo ebbero alle spalle o davanti in migliaia di udienze e celebrazioni.

Viaggiatori e scrittori

Il Grand Tour rese piazza San Pietro tappa obbligata, e l’obelisco compare nei taccuini di generazioni di viaggiatori nordeuropei. Goethe, che visse a Roma fra il 1786 e il 1788 e la cui abitazione romana è oggi museo, dedicò alla basilica e alla piazza pagine del suo Viaggio in Italia; Stendhal, Dickens e Henry James descrissero tutti, con giudizi assai diversi, l’effetto dell’arrivo nell’ovato.

Domande frequenti su Obelisco Vaticano

Quanto costa vedere l’Obelisco Vaticano?

Vedere l’Obelisco Vaticano è completamente gratuito: il monumento si trova al centro di piazza San Pietro, che è aperta liberamente al pubblico e non richiede biglietto né prenotazione. Si paga invece per la salita alla cupola della basilica, per la visita alla necropoli vaticana e per i Musei Vaticani, che hanno ingresso separato in viale Vaticano. L’accesso alla piazza avviene attraverso varchi con controllo di sicurezza.

Quanto è alto l’Obelisco Vaticano?

L’Obelisco Vaticano misura circa 25,3 metri nel solo fusto di granito e raggiunge poco più di 40 metri contando il basamento con i leoni di bronzo e la croce sommitale. Alcune rilevazioni indicano 25,37 metri per il fusto e 40,28 metri per l’altezza complessiva. Il peso del monolito è stimato in poco più di 320 tonnellate, con cifre che nelle diverse fonti oscillano fra 327 e 350 tonnellate.

Perché l’Obelisco Vaticano non ha geroglifici?

L’Obelisco Vaticano è anepigrafe, cioè privo di iscrizioni geroglifiche su tutte e quattro le facce, ed è l’unico obelisco egiziano di Roma in questa condizione. Non è noto se il monolito non abbia mai avuto iscrizioni oppure se queste siano state cancellate prima del trasferimento a Roma. Porta invece una dedica latina al divo Augusto e a Tiberio, incisa alla base del fusto in età romana.

È vero che l’Obelisco Vaticano non è mai caduto?

Sì, l’Obelisco Vaticano è l’unico fra gli obelischi antichi di Roma che non sia mai crollato: è rimasto verticale dall’età di Caligola fino a oggi, con la sola eccezione delle settimane del 1586 in cui fu deliberatamente abbassato per essere trasportato al centro della piazza. Tutti gli altri obelischi romani caddero fra tarda antichità e Medioevo e furono ritrovati e rialzati in epoche successive.

Che cosa c’era nel globo di bronzo dell’Obelisco Vaticano?

Il globo di bronzo che sormontava l’Obelisco Vaticano era vuoto: quando fu calato a terra nel 1586, durante lo spostamento, si scoprì che non conteneva nulla, smentendo la credenza medievale secondo cui vi fossero conservate le ceneri di Giulio Cesare o, in altre versioni, di Traiano o di san Pietro. La sfera è oggi esposta ai Musei Capitolini, nel Palazzo dei Conservatori, insieme al puntale che la sosteneva.

Chi spostò l’Obelisco Vaticano al centro della piazza?

L’Obelisco Vaticano fu spostato al centro di piazza San Pietro nel 1586 dall’architetto Domenico Fontana per volere di papa Sisto V, con un trasferimento di circa 250 metri dalla posizione originaria accanto alla vecchia basilica. L’erezione finale avvenne il 10 settembre 1586. Le fonti divergono sui numeri impiegati: si parla di 800 o 900 uomini, di 75, 140 o 160 cavalli e di 40 o 45 argani.

È vero l’episodio dell’acqua alle funi?

L’episodio dell’acqua alle funi legato all’Obelisco Vaticano va considerato una tradizione popolare e non un fatto storicamente accertato: il racconto del marinaio ligure che avrebbe gridato di bagnare le corte violando l’obbligo del silenzio non compare nel dettagliato resoconto che Domenico Fontana pubblicò nel 1590. Il principio fisico è corretto, ma la scena si consolidò nella pubblicistica dei secoli successivi.

Che cos’è la linea di marmo a terra vicino all’Obelisco Vaticano?

La linea di granito grigio con dischi di marmo che parte dalla base dell’Obelisco Vaticano è una meridiana tracciata nel 1817 dall’astronomo Filippo Luigi Gilii, che usa l’obelisco come gnomone. I due dischi estremi segnano i solstizi del 22 giugno e del 22 dicembre, mentre altri cinque indicano il passaggio del sole nelle coppie di segni zodiacali. Il riferimento da osservare è l’ombra della croce sommitale.

L’Obelisco Vaticano è accessibile alle persone con disabilità?

La piazza che ospita l’Obelisco Vaticano è pianeggiante e percorribile in sedia a rotelle, con una pendenza complessiva di circa il tre per cento fra la base del monolito e la scalinata della basilica. La pavimentazione in sampietrini e lastre può risultare scomoda. Nell’ovato non esistono zone d’ombra, quindi nelle giornate estive conviene programmare la visita nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

L’Obelisco Vaticano è il monumento che quasi tutti attraversano e quasi nessuno guarda: si arriva in piazza puntando alla basilica o ai musei, si passa a tre metri da un monolito egiziano di duemila anni e non lo si registra. Chi gli dedica dieci minuti, leggendo le iscrizioni e cercando la meridiana prima di entrare in basilica, si porta a casa un’idea diversa di tutto il complesso: la piazza è stata costruita attorno a quel granito e non il contrario. Nel disegno di una giornata romana funziona bene al mattino presto, collegato a Castel Sant’Angelo e al lungotevere, oppure al tramonto come chiusura di un percorso che arrivi dal centro storico.

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