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Tempietto del Bramante

Il Tempietto del Bramante si trova al centro di un cortile stretto, dentro il complesso di San Pietro in Montorio sul Gianicolo, a poche centinaia di metri dalla Fontana dell’Acqua Paola. È minuscolo: poco più di dieci metri di altezza, una cella interna di circa quattro metri e mezzo di diametro, sedici colonne di granito grigio in cerchio attorno a un cilindro murario coperto da una cupola emisferica. In quello spazio si concentra la dichiarazione di principio più influente dell’architettura europea moderna: il Tempietto è il punto in cui il Rinascimento smette di citare l’antico e comincia a parlare la sua lingua, e da lì la formula del tamburo con peristilio, balaustra e cupola arriva, in quattro secoli di imitazioni, alla basilica di San Pietro in Vaticano, a Saint Paul a Londra, al Panthéon di Parigi e al Campidoglio di Washington. Lo vollero i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, e sorge dove una tradizione devozionale, non una prova archeologica, colloca la crocifissione di Pietro. Oggi il cortile appartiene alla Real Academia de España en Roma, e questo significa orari propri e limitati, diversi da quelli della chiesa accanto. Le righe che seguono raccontano che cos’è davvero questo edificio, chi lo pagò, quando fu costruito (la questione è più aperta di quanto i manuali lascino intendere), che cosa c’è sotto, che cosa Bramante voleva costruirgli intorno e non costruì mai, e come ci si entra.

Dove si trova il Tempietto del Bramante e come raggiungerlo

L’indirizzo è Piazza di San Pietro in Montorio 3, sul fianco orientale del Gianicolo, e l’ingresso al Tempietto avviene attraverso il portone della Real Academia de España en Roma, non attraverso la chiesa. È una distinzione che manda fuori strada molti visitatori: la chiesa di San Pietro in Montorio e il cortile con il Tempietto sono due accessi separati, con orari separati, gestiti da soggetti diversi.

L'interno del Tempietto del Bramante al Gianicolo
La cella e la cupola del Tempietto del Bramante, nel cortile di San Pietro in Montorio. Foto di Palickap, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

La salita da Trastevere

Il modo più naturale di arrivarci è a piedi da Trastevere, salendo via Garibaldi. Si parte dal livello del Tevere, si attraversa il rione passando accanto alla basilica di Santa Maria in Trastevere e si comincia a salire, con tornanti larghi lungo il fianco della collina, fino al terrazzo di piazza San Pietro in Montorio: la scalinata, la facciata quattrocentesca della chiesa e, sulla destra, il portone dell’Accademia. È una salita vera: chi ha difficoltà di deambulazione farà bene a valutare i mezzi pubblici o un taxi fino alla piazza. Le linee di superficie che servono il Gianicolo cambiano percorso di frequente per cantieri e deviazioni, quindi conviene controllare il tragitto aggiornato il giorno stesso.

Il rapporto con la Fontana dell’Acqua Paola e con la passeggiata del Gianicolo

Dalla piazza, continuando a salire per poche centinaia di metri, si arriva alla Fontana dell’Acqua Paola, il grande prospetto di travertino e marmo voluto da Paolo V, e da lì alla passeggiata panoramica del Gianicolo. Il Tempietto non è quasi mai una meta a sé stante: si incastra in un percorso che sale da Trastevere, tocca il cortile, la fontana e il belvedere, e scende dall’altra parte verso l’Orto Botanico di Roma e la Villa Farnesina. Dal belvedere, nelle giornate limpide, la relazione visiva fra il piccolo tempio circolare appena visto e la grande cupola vaticana all’orizzonte è il modo più immediato per capirne la portata.

Orari e ingresso

Secondo quanto pubblicato dalla Real Academia de España en Roma, il Tempietto e gli spazi espositivi dell’Accademia sono visitabili da martedì a domenica dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.30, e l’ingresso è gratuito; il lunedì è giorno di chiusura. Sono gli stessi orari riportati dal portale turistico ufficiale del Comune di Roma. Trattandosi però di un’istituzione culturale con residenze artistiche, mostre e cerimonie, capita che il cortile venga chiuso per allestimenti o eventi senza grande preavviso: prima di salire conviene controllare il sito dell’Accademia o telefonare. Nessuna fonte consultata indica la necessità di prenotare per la visita individuale.

Che cos’è davvero il Tempietto del Bramante: un martyrium travestito da tempio

Il Tempietto del Bramante non è una chiesa e non è una cappella nel senso corrente: è un martyrium, cioè un edificio commemorativo costruito sopra il punto in cui si venera la morte di un martire, e la sua forma è quella di una tholos, il tempio circolare periptero dell’antichità romana, cioè un cilindro circondato da un anello di colonne. La novità storica è esattamente questa: Bramante prende due tradizioni che non si erano mai incontrate e le fonde in un unico organismo.

La tholos antica e il martyrium cristiano

Il martyrium paleocristiano era normalmente un edificio a pianta centrale coperto da una cupola su tamburo: Roma ne conserva esempi straordinari nel Mausoleo di Santa Costanza e in Santo Stefano Rotondo. Il tempio circolare periptero pagano, invece, aveva il colonnato all’esterno e la cella chiusa al centro. Bramante mette insieme le due cose: la cella cupolata del martyrium cristiano e il colonnato esterno del tempio antico. Il risultato non era mai esistito prima e non aveva un nome: i contemporanei presero a chiamarlo semplicemente il tempietto, e il diminutivo si è fissato come nome proprio.

Le dimensioni reali, che sorprendono sempre

Chi conosce il Tempietto solo dalle fotografie e dalle tavole dei manuali si aspetta un edificio grande: è l’effetto del disegno architettonico, che presenta pianta e alzato senza scala percepibile, e dell’abitudine a vedere quella forma replicata nelle cupole monumentali che ne discendono. L’altezza complessiva è di poco superiore ai dieci metri, e le colonne del peristilio misurano circa quattro metri e quarantacinque, una misura che secondo le letture correnti coincide con il diametro della cella. Tradotto: il Tempietto è alto quanto una palazzina di tre piani e largo quanto una stanza grande, ed è da questo scarto fra reputazione monumentale e scala domestica che nasce il colpo che dà dal vivo.

La committenza dei Re Cattolici: perché la Spagna costruiva sul Gianicolo

Il Tempietto del Bramante fu finanziato da Ferdinando II d’Aragona e Isabella I di Castiglia, i sovrani che la storiografia chiama Re Cattolici, ed è la loro committenza architettonica più importante a Roma. Non si tratta di un dettaglio biografico marginale: senza il quadro politico spagnolo di quegli anni il Tempietto non si spiega.

Gli Amadeiti e la rinascita del convento

Il complesso di San Pietro in Montorio nasce come monastero medievale documentato già nel IX secolo, sul luogo dove la tradizione collocava il martirio di Pietro. Nel 1472 papa Sisto IV affidò le strutture ormai in rovina alla congregazione francescana riformata degli Amadeiti, fondata dal beato Amedeo Menez de Silva, nobile portoghese passato in Spagna e poi in Italia. Furono loro a demolire la vecchia chiesa e ad avviare quella nuova, il cui progetto è tradizionalmente attribuito a Baccio Pontelli, senza che l’attribuzione poggi su documenti certi. I primi contributi arrivarono da Luigi XI di Francia, quelli decisivi dalla corona di Castiglia e d’Aragona. La chiesa fu consacrata da Alessandro VI nel 1500, secondo diverse fonti il 6 giugno, in pieno Giubileo.

Il cardinale Bernardino López de Carvajal

L’uomo che a Roma agiva per conto di Ferdinando era il cardinale Bernardino López de Carvajal, una figura centrale nella diplomazia spagnola della Curia fra Quattro e Cinquecento. È a lui che le fonti attribuiscono la posa della prima pietra del Tempietto, il primus lapis previsto dal rituale romano, che secondo il Pontificale doveva essere una pietra appositamente preparata e benedetta, collocata nelle fondazioni prima dell’avvio dei lavori. Questo dettaglio, che sembra liturgico e basta, si rivelerà decisivo quando si parlerà della datazione.

Perché la Spagna aveva bisogno di un monumento a Roma

Fra il 1492 e i primi anni del Cinquecento la monarchia spagnola aveva conquistato Granada, chiudendo otto secoli di presenza musulmana nella penisola iberica, aveva finanziato le spedizioni atlantiche e aveva ottenuto dal papato il titolo di Re Cattolici; a Roma sedeva inoltre, dal 1492, un papa valenzano, Alessandro VI Borgia. In quel contesto, costruire sul luogo del martirio del principe degli apostoli non era un gesto devozionale privato: era un’affermazione di ruolo. Il lavoro monografico di Jack Freiberg dedicato al Tempietto e alla corona spagnola legge l’edificio come il vertice di un programma artistico coordinato, e mostra quanto sia poi diventato un modello iconografico ripreso in monumenti spagnoli successivi, dalla cattedrale di Granada all’Escorial.

Il voto: una tradizione da maneggiare con prudenza

Diverse fonti divulgative, compreso il portale turistico del Comune di Roma, legano la committenza allo scioglimento di un voto fatto dai sovrani in occasione della nascita del primogenito. È un racconto ricorrente e va riportato per onestà, ma non trova conferma uniforme nella letteratura scientifica, che privilegia piuttosto la lettura politica e giubilare. Chi visita farà bene a considerarla una tradizione consolidata più che un fatto documentato.

La datazione del Tempietto del Bramante: il 1502 e il dibattito degli studiosi

La data che si legge in quasi tutti i manuali è il 1502, ma quella data non è mai stata una certezza tranquilla: è stata messa in discussione per buona parte del Novecento ed è tornata a essere sostenuta con argomenti nuovi solo negli ultimi decenni. Vale la pena raccontare il dibattito, perché è un caso di scuola di come si costruisce una cronologia in storia dell’architettura.

Che cosa dice la lapide

Il documento cardine è una lastra di marmo iscritta, ritrovata nelle fondazioni durante i lavori alla cripta del 1628 e descritta in un resoconto di un testimone oculare, fra Pietro di Madre di Dio. Il testo latino, riportato dagli studi, recita: Lapidem Apostolorum Principis martirio sacrum Ferdinandus Hispaniarum Rex et Helisabeth regina Catholici post erectam ab eis aedem posuerunt anno salutis Christianae 1502. In traduzione: Ferdinando re delle Spagne ed Elisabetta regina, Cattolici, posero questa pietra consacrata al martirio del principe degli apostoli, dopo aver eretto il tempio, nell’anno della salvezza cristiana 1502. Lo stesso resoconto descrive, nel muro di fondazione, quattro incavi circolari con monete recanti l’effigie di Ferdinando.

Perché il 1502 è stato messo in discussione

Una parte della critica novecentesca ha dubitato del valore probatorio di quella lastra. L’argomento principale era epigrafico: la scrittura appare rozza, lontana dall’eleganza classicheggiante delle iscrizioni rinascimentali colte, e questo ha fatto sospettare una targa commemorativa tarda invece di un documento coevo. A questo si aggiungeva l’argomento stilistico, che è il vero cuore della questione: il linguaggio del Tempietto, con la sua padronanza assoluta dell’ordine dorico, sembra a molti troppo maturo per un Bramante appena arrivato a Roma da Milano intorno al 1499.

L’ipotesi di una datazione intorno al 1510

Da qui la proposta, ricorrente nella letteratura, di spostare il progetto verso il 1510, rendendolo contemporaneo alle imprese maggiori di Bramante: il cortile del Belvedere, il chiostro di Santa Maria della Pace, il progetto per la nuova basilica vaticana avviato nel 1506. In questa lettura il Tempietto non sarebbe la prima parola romana di Bramante ma una sua opera pienamente matura, e la lapide del 1502 documenterebbe soltanto l’avvio dell’impegno spagnolo. Chi visita il Chiostro del Bramante, completato nel 1504 vicino a piazza Navona, può farsi un’idea diretta del linguaggio bramantesco di quegli anni.

Il ritorno del 1502

Gli studi più recenti hanno riaperto la partita a favore della data tradizionale. L’argomento decisivo è che la lastra non va letta come una targa dedicatoria ma come la pietra di fondazione rituale, il primus lapis deposto dal cardinale Carvajal secondo la procedura del Pontificale romano: un oggetto che per definizione veniva murato nelle fondazioni all’inizio dei lavori e non era destinato a essere visto. Un intervento conservativo ha inoltre rivelato, sul retro, una seconda iscrizione con lettere di impaginazione più classica, il che suggerisce che la grafia rustica della faccia principale fosse una scelta deliberata, un richiamo all’epigrafia paleocristiana adatto a un monumento del martirio apostolico.

Progetto e cantiere sono due date diverse

La sintesi onesta è questa: le fonti non concordano e il dibattito non è chiuso. La Real Academia de España indica che la cripta sarebbe stata consacrata nel 1500 da Alessandro VI e che i lavori proseguirono dal 1502; il portale turistico capitolino colloca l’opera fra il 1502 e il 1509; una parte della critica propone il 1510 o poco prima per il progetto definitivo. È probabile che abbiano ragione un po’ tutti, perché un cantiere di questo tipo si distende su anni e la data della prima pietra non coincide quasi mai con quella dell’edificio finito. Chi scrive una tesina o una didascalia farà bene a usare la formula circa 1502, segnalando che la datazione è discussa.

Come è fatto il Tempietto del Bramante: colonne, metope, balaustra, cupola

Il Tempietto del Bramante è composto da due cilindri concentrici: un colonnato esterno di sedici colonne in granito grigio, sollevato su una gradinata circolare, e una cella muraria al centro, coronata da un tamburo e da una cupola emisferica. Tutto il resto è conseguenza di questa impostazione elementare, e la forza dell’edificio nasce proprio dal fatto che non c’è niente da togliere.

Le sedici colonne e l’ordine

Le colonne del peristilio sono sedici, in granito grigio, e il numero non è casuale: la letteratura lo riconduce all’autorità di Vitruvio, che assegnava al sedici un valore di perfezione numerica. Sono colonne dell’ordine dorico secondo la variante romana, dotate cioè di base, a differenza del dorico greco che poggia direttamente sullo stilobate. Diverse trattazioni le definiscono toscaniche, e la questione terminologica non è oziosa: il Tempietto viene indicato come il primo esempio rinascimentale dell’ordine tuscanico, che è una declinazione italica e semplificata del dorico. Chi legge fonti diverse trova quindi ora dorico ora toscanico, e la discordanza dipende da come si classifica quella variante, non da un disaccordo sui fatti costruttivi.

Il fregio dorico e le metope cristiane

Sopra le colonne corre una trabeazione dorica costruita secondo le prescrizioni vitruviane, con l’alternanza regolare di triglifi e metope. Nel dorico antico le metope ospitavano bucrani, patere e strumenti del sacrificio pagano; qui Bramante sostituisce quel repertorio con immagini schematiche di oggetti liturgici cristiani. È una delle operazioni più raffinate dell’intero edificio: la grammatica formale resta rigorosamente quella antica, il vocabolario iconografico diventa cristiano. Il visitatore che si limita a guardare la sagoma complessiva non se ne accorge, perché i rilievi sono piccoli e in alto; chi si avvicina e alza lo sguardo lungo il perimetro li vede uno per uno, ed è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare in quel cortile.

Il tamburo, le nicchie, la cupola

Il tamburo è scandito da lesene e alterna nicchie rettangolari e nicchie concave coronate da conchiglia. All’esterno la parete della cella alterna nicchie semicircolari e finestre rettangolari; all’interno quattro grandi nicchie ospitano gli ingressi e l’altare. La cupola è emisferica, secondo il modello del Pantheon, e nelle letture correnti il suo raggio corrisponde all’altezza del tamburo. Sopra la cupola svetta una lanterna sormontata da una croce.

Le proporzioni, che sono il vero contenuto dell’edificio

Il Tempietto è costruito su rapporti numerici semplici. L’altezza del corpo inferiore, comprensiva di architrave, fregio e cornice, è uguale alla distanza che separa quella quota dalla sommità della cupola: l’edificio è diviso a metà esatta fra la parte colonnata e la parte cupolata. Il diametro della circonferenza esterna delle colonne è pari a tre mezzi del diametro della cupola, e l’altezza delle colonne coincide con il diametro della cella. Sono relazioni che nessuno percepisce consapevolmente stando lì davanti, ma che producono la sensazione immediata di equilibrio che tutti riferiscono.

Il rapporto con l’architettura antica e con il tempio circolare romano

Il Tempietto del Bramante deriva la propria forma dal tempio circolare periptero dell’antichità romana, un tipo edilizio che Bramante poteva studiare dal vero in almeno tre esemplari conservati a Roma e nei dintorni. La differenza fra il Tempietto e i suoi modelli, però, è più interessante della somiglianza.

I templi rotondi che Bramante aveva sotto gli occhi

Il più vicino era ed è il cosiddetto tempio di Vesta nel Foro Boario, in realtà tempio di Ercole Vincitore, databile attorno al 120 avanti Cristo: una tholos di marmo con colonne corinzie, a pochi passi dall’Arco di Giano. Nel Foro Romano c’era il tempio di Vesta vero e proprio, anch’esso circolare, e a Tivoli c’è il tempio circolare dell’acropoli, detto di Vesta o della Sibilla, del II secolo avanti Cristo, che gli architetti rinascimentali disegnarono ossessivamente. La trabeazione dorica del Tempietto viene messa in relazione dagli studi con quella del Teatro di Marcello, il monumento che per tutto il Rinascimento funzionò come manuale a cielo aperto dell’ordine dorico.

Il dorico e la regola di Vitruvio sulle divinità

La scelta dell’ordine non è estetica ma dottrinale. Vitruvio prescriveva di assegnare gli ordini alle divinità secondo il loro carattere: il dorico, robusto e severo, alle divinità maschili e guerriere; il corinzio, sottile e ornato, a quelle femminili e giovanili. Applicando quella regola a un edificio cristiano, Bramante attribuisce a Pietro l’ordine dorico, cioè il registro della fermezza e della forza virile. È il modo in cui un architetto del Cinquecento dichiara di aver letto Vitruvio sul serio, e non solo di averne copiato i disegni.

Perché non è una copia

Nessun tempio antico ha un tamburo con cupola sopra la cella: la tholos romana era coperta da un tetto conico o da una calotta bassa nascosta. Nessun martyrium cristiano ha un colonnato periptero all’esterno. Il Tempietto è quindi un edificio che non esiste nell’antichità e che non esiste nella tradizione cristiana: è una sintesi progettata. Questo è il motivo per cui viene chiamato il manifesto del Rinascimento maturo, e non semplicemente un bell’esempio di classicismo. Bramante non restituisce l’antico: lo usa come lingua per dire una cosa nuova.

Il cortile circolare che Bramante progettò e che non fu mai costruito

Il Tempietto del Bramante che vediamo oggi è la metà di un progetto: Bramante aveva previsto di circondarlo con un cortile circolare porticato, concentrico all’edificio, che non fu mai realizzato. Lo sappiamo perché Sebastiano Serlio lo pubblicò nel terzo dei suoi libri di architettura, dedicato alle antichità, dove il Tempietto compare fra i monumenti romani con tanto di pianta e alzato del cortile mancante.

Che cosa mostra l’incisione del Serlio

Nella tavola serliana il Tempietto occupa il centro di un recinto circolare scandito da un ordine di colonne, con nicchie e cappelle ricavate nello spessore murario e un asse d’ingresso allineato. Il numero di colonne del portico, nelle ricostruzioni correnti, replica quello del peristilio del Tempietto. L’effetto sarebbe stato quello di un doppio anello concentrico: il visitatore, entrando, si sarebbe trovato dentro un diaframma circolare che inquadrava da ogni punto di vista l’edificio centrale, trasformando il cortile in una macchina prospettica costruita attorno a un unico oggetto.

Perché il cortile non fu mai costruito

Le ragioni non sono documentate con certezza, e chiunque le presenti come acquisite va oltre le fonti. Le ipotesi ricorrenti nella letteratura sono tre, non alternative fra loro: lo spazio del complesso conventuale era insufficiente per un recinto di quel diametro senza demolizioni importanti; i fondi spagnoli si esaurirono o furono dirottati, anche perché Isabella morì nel 1504; Bramante, dal 1506, fu assorbito dal cantiere gigantesco della nuova basilica di San Pietro. Il cortile attuale, rettangolare e stretto, è quello del convento, e costringe il Tempietto in uno spazio che non gli era destinato.

Come cambierebbe la percezione

Vale la pena rendersene conto stando lì dentro, perché è il modo più rapido di capire la differenza fra il Tempietto reale e il Tempietto dei libri. Oggi l’edificio è addossato ai muri del cortile: non si riesce ad arretrare abbastanza per vederlo intero senza deformarlo e la luce arriva dall’alto in modo diseguale. Con il portico circolare ci sarebbe stata una distanza di osservazione costante da ogni lato, un anello d’ombra a fare da fondale alle colonne chiare e un percorso circolare obbligato. Il Tempietto è stato progettato per essere girato intorno a distanza fissa, e quella condizione non si è mai verificata in cinque secoli.

La cripta sotto il Tempietto del Bramante

Sotto il Tempietto del Bramante esiste una cripta circolare, il cui centro segna il punto in cui, secondo la tradizione, sarebbe stata piantata la croce del martirio di Pietro. È la ragione fisica dell’intero edificio: il tempietto in superficie esiste per rendere visibile quel punto sotto terra, esattamente come un ciborio esiste per rendere visibile un altare.

Che cosa si vede scendendo

La cripta è un ambiente piccolo, a pianta circolare, che secondo gli studi potrebbe conservare resti di un edificio preesistente. Al centro del pavimento una lastra protegge e insieme mostra il foro che la devozione indica come alloggiamento della croce. Nel Seicento il pavimento fu aperto proprio per consentire ai fedeli la venerazione della terra che avrebbe sostenuto la croce dell’apostolo: un dispositivo devozionale del tutto analogo a quelli delle grandi basiliche romane, dove la reliquia si mostra attraverso un’apertura nel piano di calpestio.

Le scale e gli stucchi del Seicento

L’accesso attuale alla cripta non è quello originario. Le scale esterne che scendono ai due lati furono realizzate nel XVII secolo, e le fonti collocano l’intervento nel 1628, sotto il regno di Filippo IV di Spagna, quando la cripta venne anche riccamente rivestita di marmi colorati e stucchi dorati. È durante quei lavori che, secondo il resoconto seicentesco, fu ritrovata la lapide di fondazione con la data 1502. La cripta che si vede oggi, quindi, è un ambiente barocco costruito attorno a un nucleo più antico, e non uno spazio bramantesco: distinguere i due strati è l’esercizio più utile da fare scendendo.

L’accesso alla cripta non è sempre garantito

Le fonti consultate non permettono di stabilire se la cripta sia visitabile in ogni giorno di apertura o soltanto in determinate occasioni, e la questione va posta direttamente all’Accademia. Chi ha come obiettivo specifico la discesa in cripta farà bene a telefonare prima, perché l’esperienza dei visitatori riferisce condizioni variabili. In ogni caso le scale sono ripide e strette, e non esiste alternativa priva di gradini per raggiungere quel livello.

La tradizione della crocifissione di Pietro: agiografia, non storia

Il Tempietto del Bramante sorge dove una tradizione medievale colloca la crocifissione a testa in giù di san Pietro, ma quella localizzazione non ha fondamento storico e le fonti antiche indicano un luogo diverso. Va detto chiaramente e subito, perché è la ragione stessa per cui il Tempietto si trova qui e non altrove: senza quella tradizione, i Re Cattolici non avrebbero speso un ducato sul Gianicolo.

Che cosa dicono le fonti antiche

La tradizione più antica sul martirio di Pietro lo colloca nel circo di Nerone, sul colle Vaticano, e la sua sepoltura nella necropoli adiacente, sul luogo dove sorgerà la basilica di San Pietro. È la ricostruzione che la storiografia considera oggi largamente prevalente e che è coerente con gli scavi condotti sotto la basilica vaticana nel Novecento. Il Gianicolo, che è la collina di fronte, dall’altra parte del Tevere rispetto al Vaticano, non compare nelle fonti più antiche in relazione a quel martirio.

Quando nasce la tradizione del Gianicolo

La localizzazione gianicolense viene definita dalla letteratura specialistica come una tradizione piuttosto tarda, cioè medievale, e si salda con la presenza sul colle di un monastero dedicato a Pietro documentato già nel IX secolo. Una volta che una comunità religiosa custodisce un luogo e ne racconta il significato ai pellegrini, la tradizione si consolida da sé, si trasmette nelle guide di Roma e nelle raccolte di mirabilia e diventa, per il visitatore del Quattrocento, un dato acquisito. Nel 1502 nessuno a Roma metteva in dubbio che Pietro fosse morto lassù.

Perché la distinzione conta davvero

Distinguere fra agiografia e storia non toglie niente al Tempietto: lo rende più interessante. Se il punto sotto la cripta fosse davvero il luogo del martirio, il Tempietto ne sarebbe soltanto la custodia. Poiché quel punto è un luogo di memoria costruito dalla devozione, il Tempietto diventa una cosa più complessa: un edificio che afferma una verità teologica e politica servendosi di un linguaggio, quello dell’architettura classica, che di per sé non dimostra nulla. È il modo in cui funzionano i grandi monumenti commemorativi, ieri e oggi.

Una curiosità su Tempietto del Bramante

Andrea Palladio inserì il Tempietto del Bramante nel quarto dei suoi Quattro Libri dell’Architettura, pubblicati a Venezia nel 1570, cioè nel libro dedicato ai templi antichi: è l’unico edificio moderno di un altro architetto che compare in quel trattato. È una curiosità da eruditi che dice tutto sul posto che il Tempietto occupava già nel Cinquecento.

Che cosa significava finire nel libro dei templi antichi

Il quarto libro palladiano è una raccolta di rilievi dei templi di Roma e dell’Italia antica: un repertorio di autorità, il campionario delle cose che un architetto deve imitare. Mettere lì dentro un edificio costruito appena settant’anni prima significa dichiarare che ha già raggiunto lo statuto dell’antico, che non è un’opera contemporanea da giudicare ma un modello da studiare. Palladio lo motiva esplicitamente, scrivendo in sostanza che gli è parso ragionevole collocare l’opera di Bramante fra quelle degli antichi, ed è l’unica eccezione che si concede: per il resto, le sole architetture moderne dei Quattro Libri sono le sue.

Una cosa che non ti dice nessuno su Tempietto del Bramante

Il Tempietto del Bramante che si fotografa oggi non è esattamente l’edificio uscito dal cantiere di Bramante: ha subito almeno cinque interventi documentati fra Seicento e Novecento, e alcuni hanno toccato proprio la parte che nelle immagini fa la sagoma, cioè la cupola e la lanterna. È un fatto noto agli specialisti e quasi sempre assente dalle didascalie.

La cronologia dei restauri

L’Accademia di Spagna indica quattro date principali oltre agli interventi novecenteschi: nel 1605 si intervenne sulla cupola e sul prospetto; nel 1628 fu ampliata la cripta; nel 1826 si mise mano alla copertura; poi seguirono campagne nel 1977 e nel 1997. Le trattazioni sull’edificio segnalano inoltre, per il Seicento, un rialzamento della cupola e una modifica della lanterna, oltre alla realizzazione delle scale che scendono in cripta.

Che cosa vuol dire una cupola rialzata

Se la cupola fu rialzata rispetto al profilo originario, la proporzione fra la parte colonnata e la parte cupolata che oggi misuriamo non è esattamente quella progettata. Le ricostruzioni grafiche pubblicate negli studi mostrano un profilo di partenza più basso e più schiacciato, quindi un edificio ancora più radicalmente emisferico e meno slanciato di quello attuale. È una differenza sottile, invisibile a chi non abbia i due disegni sotto gli occhi, ma cambia il giudizio su che cosa esattamente Bramante intendesse quando riprendeva la calotta del Pantheon.

Che cosa resta sicuramente di Bramante

Restano la pianta, il colonnato con le sue sedici colonne di granito, la trabeazione dorica con le metope, la balaustra e l’impianto del tamburo: cioè tutto quello che conta dal punto di vista del linguaggio architettonico. La conclusione non è che il Tempietto sia un falso, ma che è un edificio vivo, stratificato come tutti gli edifici romani, e che vale la pena guardarlo sapendo dove finisce il Cinquecento e dove comincia il Seicento.

Il consiglio che ti do per visitare Tempietto del Bramante

Il consiglio più utile per visitare il Tempietto del Bramante è arrivare all’apertura, alle 10, in un giorno feriale fra martedì e venerdì: il cortile è piccolo, la luce del mattino entra dall’alto in modo più uniforme e, soprattutto, non ci si trova a condividere quattro metri di camminamento con un gruppo guidato di trenta persone.

Come incastrarlo in mezza giornata

Mezza giornata basta: si sale a piedi da Trastevere, si visita la chiesa di San Pietro in Montorio (ingresso e orari propri, da verificare a parte, perché non coincidono con quelli dell’Accademia), si entra nel cortile del Tempietto, si prosegue fino alla Fontana dell’Acqua Paola e da lì alla passeggiata del Gianicolo. Sono tre o quattro ore con le soste, tutte in discesa nella seconda metà.

Che cosa conviene verificare prima di partire

Tre cose, e tutte e tre cambiano nel tempo: se il cortile è aperto quel giorno (mostre, cerimonie e allestimenti possono chiuderlo), se la cripta è accessibile, e quali siano gli orari della chiesa accanto. Il numero di telefono dell’Accademia è pubblicato sul suo sito insieme all’indirizzo di posta elettronica, ed è il canale più rapido per togliersi il dubbio: una telefonata evita una salita a vuoto sul Gianicolo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti ripetono che il Tempietto del Bramante ha influenzato le cupole di mezza Europa, ma quasi nessuno spiega che cosa significhi in concreto: la formula che si è diffusa è una sequenza precisa di quattro elementi sovrapposti, cioè tamburo, peristilio di colonne attorno al tamburo, balaustra e cupola emisferica con lanterna. Chi ha in mente questa sequenza riconosce la discendenza del Tempietto a colpo d’occhio.

La formula, elemento per elemento

Il tamburo solleva la cupola e le dà visibilità da lontano. Il peristilio che gira attorno al tamburo la stacca dal corpo dell’edificio e la fa leggere come un oggetto autonomo. La balaustra fa da cornice e da transizione. La cupola emisferica chiude la composizione con la forma più semplice possibile. Nessuno di questi elementi è un’invenzione di Bramante preso singolarmente: la novità è la loro combinazione in un organismo coerente, e quella combinazione nasce qui.

Da Roma a Londra e a Parigi

La prima applicazione monumentale è a Roma stessa, nella cupola della basilica vaticana, dove Michelangelo riprende il principio del tamburo con colonne binate e lo porta a scala colossale. Da lì la formula viaggia: la cattedrale di Saint Paul a Londra, completata da Christopher Wren nel 1711, ne è l’adattamento più grandioso in area anglosassone, e il Panthéon di Parigi, costruito da Jacques-Germain Soufflot fra il 1755 e il 1790, ripropone il tamburo su due livelli con peristilio e balaustra in una versione che agli studiosi appare particolarmente fedele.

Il Campidoglio di Washington e le cupole americane

Il caso più spettacolare è quello statunitense. La cupola del Campidoglio di Washington, progettata da Thomas U. Walter e approvata nel 1851, riprende lo schema bramantesco dilatandolo enormemente e costruendolo in ghisa, materiale che nel Cinquecento non esisteva. Da quel modello discendono, in forme più o meno letterali, le cupole di almeno quattordici campidogli di stato americani. È una genealogia che arriva fino al Novecento inoltrato, attraverso la stagione che gli storici dell’architettura chiamano American Renaissance.

La foto giusta da fare a Tempietto del Bramante

La foto giusta da fare al Tempietto del Bramante non è quella frontale: il cortile è troppo stretto perché un obiettivo normale riesca a contenere l’edificio intero senza deformarlo, e il grandangolo spinto fa piegare le colonne verso il centro rovinando proprio quello che si voleva mostrare. La fotografia che funziona è un’altra, e si fa da vicino.

L’inquadratura che riesce davvero

Ci si mette a un paio di metri dalla gradinata, leggermente decentrati rispetto all’ingresso, e si inquadra dal basso verso l’alto la sequenza colonne, trabeazione, balaustra, tamburo, cupola. Si perde la vista d’insieme e si guadagna la cosa che conta: la successione degli elementi sovrapposti, cioè la formula che ha fatto la fortuna dell’edificio. È anche l’inquadratura che rende la scala reale, perché una porzione di muro del cortile resta nel campo e dà il termine di paragone.

Il dettaglio delle metope e la luce giusta

La seconda immagine da portare a casa è un dettaglio ravvicinato del fregio, con due o tre triglifi e le metope in mezzo: serve una focale media o un piccolo teleobiettivo, perché il fregio è in alto, ed è la fotografia che dimostra senza didascalie la sostituzione degli strumenti del sacrificio pagano con quelli della liturgia cristiana. Quanto alla luce, il cortile è chiuso su quattro lati e riceve quasi solo luce zenitale: a metà mattina il sole entra di taglio e disegna gradini e colonne, a mezzogiorno appiattisce i volumi, nel pomeriggio il cortile va in ombra con forti contrasti. La finestra migliore sono le prime due ore di apertura.

Che cosa non riesce, e come rimediare

Non riesce la veduta a tutto campo dell’edificio isolato, quella dei manuali: quella è un disegno, non una fotografia, e nasce dall’incisione di Serlio e dai rilievi successivi. Non riesce quasi mai una foto pulita dell’interno della cella, minuscola e buia. Sull’uso del treppiede e del flash le indicazioni non sono pubblicate in modo esplicito e conviene chiedere all’ingresso, perché in uno spazio così ristretto un treppiede occupa il passaggio di tutti.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il complesso di San Pietro in Montorio ha attraversato cinque secoli di storia romana in prima fila, dal Giubileo del 1500 all’assedio francese del 1849, e il Tempietto è rimasto in mezzo a tutto questo senza spostarsi di un centimetro. Ecco i passaggi documentati.

1472: Sisto IV affida le rovine agli Amadeiti

Il monastero medievale era ridotto male. Sisto IV lo consegna alla congregazione riformata di Amedeo Menez de Silva, che avvia la demolizione della vecchia chiesa e la costruzione di quella nuova. È l’atto che rimette in moto il sito e che, trent’anni dopo, renderà possibile il Tempietto.

1500: la consacrazione nell’anno del Giubileo

Alessandro VI consacra la nuova chiesa nel 1500, secondo diverse fonti il 6 giugno, in pieno anno giubilare, con la città piena di pellegrini. La Real Academia riferisce inoltre che in quell’anno sarebbe stata consacrata la cripta. È il momento in cui il luogo del martirio gianicolense viene ufficialmente rimesso al centro della devozione romana.

1502: la prima pietra del Tempietto

La lapide ritrovata nelle fondazioni porta questa data e i nomi di Ferdinando e Isabella. Il cardinale Carvajal depone il primus lapis secondo il rituale. Da qui parte, con tempi che gli studiosi discutono, il cantiere dell’edificio che cambierà il corso dell’architettura europea.

Il Cinquecento delle grandi opere nella chiesa accanto

Mentre il Tempietto si costruisce e si consolida la sua fama, la chiesa si riempie di capolavori. Sebastiano del Piombo dipinge la Flagellazione e la Trasfigurazione nella prima cappella a destra fra il 1516 e il 1524, lavorando su disegni di figura forniti da Michelangelo. Sull’altare maggiore viene collocata la Trasfigurazione di Raffaello, che vi resta fino al 1797, quando le truppe francesi la requisiscono: oggi è ai Musei Vaticani. Nella chiesa lavorano anche Giorgio Vasari e Daniele da Volterra.

1628: la cripta di Filippo IV

Sotto il regno di Filippo IV di Spagna la cripta viene ampliata, dotata di scale esterne e rivestita di marmi colorati e stucchi dorati; il pavimento viene aperto per consentire la venerazione della terra del martirio. È durante questi lavori che compare la lapide del 1502, descritta da un testimone insieme ai quattro incavi con le monete di Ferdinando.

1849: l’assedio, Garibaldi e i cannoni francesi

Durante la difesa della Repubblica Romana il Gianicolo è la linea del fronte. Il convento di San Pietro in Montorio ospita l’ultimo quartier generale di Garibaldi, la chiesa viene adibita a ospedale e subisce danni gravi dall’artiglieria francese; l’archivio va disperso. Chi vuole ricostruire quelle settimane trova la documentazione al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, a pochi minuti di cammino sulla stessa collina.

1873 e 1876: nasce l’Accademia di Spagna

La Real Academia de España en Roma viene istituita con decreto dell’8 agosto 1873, firmato dal ministro di Stato Emilio Castelar, con un direttore e dodici borsisti; i primi pensionados arrivano nel febbraio 1874. Nel 1876 l’istituzione ottiene la sede stabile nel convento di San Pietro in Montorio, inaugurata ufficialmente il 23 gennaio 1881. Alcune fonti indicano il 1873 e altre il 1876: si riferiscono a due passaggi diversi, la fondazione e l’assegnazione della sede.

Chi è passato da Tempietto del Bramante

Da questo cortile sono passati, in cinque secoli, alcuni dei nomi che hanno fatto l’architettura europea, e non come turisti: ci sono passati per misurare, copiare, discutere e, in un caso, per dirigere una guerra. Vale la pena elencarli distinguendo chi ci lavorò da chi ci venne a imparare.

Donato Bramante

Nato presso Urbino e formatosi in area marchigiana e lombarda, Bramante arriva a Roma da Milano attorno al 1499, dopo la caduta di Ludovico il Moro. Il Tempietto è l’opera che gli apre le porte della committenza romana: pochi anni dopo Giulio II gli affiderà il cortile del Belvedere in Vaticano e, dal 1506, il progetto della nuova basilica di San Pietro. Bramante muore a Roma nel 1514.

Sebastiano Serlio e Andrea Palladio

Serlio misura il Tempietto e lo pubblica nel suo terzo libro, insieme al progetto del cortile mai realizzato: senza di lui non sapremmo nulla di quel cortile. Palladio lo inserisce nel quarto libro fra i templi antichi. Sono i due uomini che hanno trasformato un edificio piccolo e nascosto in un modello europeo, e lo hanno fatto con la carta stampata.

Raffaello, Michelangelo, Sebastiano del Piombo

Raffaello dipinse per l’altare maggiore della chiesa la Trasfigurazione, la sua ultima opera, e la critica discute da tempo la somiglianza fra il tempio a pianta centrale che compare sullo sfondo del suo Sposalizio della Vergine e la soluzione bramantesca: un’eco della stessa cultura architettonica, più che una copia. Michelangelo fornì a Sebastiano del Piombo i disegni di figura per la cappella Borgherini, e la sua cupola vaticana è la più diretta discendente del principio bramantesco. Sebastiano del Piombo lavorò nella chiesa per otto anni.

Gian Lorenzo Bernini

Bernini progettò per questa chiesa la cappella Raimondi, uno dei suoi esperimenti più radicali sull’illuminazione nascosta, realizzata attorno alla metà del Seicento. Il cantiere seicentesco della cripta del Tempietto appartiene allo stesso clima culturale, anche se le fonti consultate non permettono di attribuirne a Bernini la paternità: chi lo dà per certo va oltre quello che i documenti autorizzano.

Gli artisti spagnoli dell’Accademia

Dal 1874 il complesso ospita i pensionados spagnoli, cioè i borsisti selezionati per concorso o per merito artistico. Fra i nomi legati alla prima stagione dell’istituzione le fonti dell’Accademia ricordano il pittore Joaquín Sorolla, mentre la direzione fu affidata negli anni Trenta allo scrittore Ramón María del Valle-Inclán, in carica dal 1933 al 1935. Generazioni di artisti, architetti, restauratori e, più di recente, fotografi e registi hanno quindi lavorato quotidianamente a venti metri dal Tempietto, che è diventato il simbolo grafico dell’istituzione.

Domande frequenti su Tempietto del Bramante

Quanto costa visitare il Tempietto del Bramante?

La visita al Tempietto del Bramante è gratuita: la Real Academia de España en Roma, che gestisce il complesso, non applica alcun biglietto per il cortile e per gli spazi espositivi, e non è prevista prenotazione per il visitatore individuale. Trattandosi di un’istituzione culturale e non di un museo, conviene controllare sul sito dell’Accademia che non ci siano chiusure per mostre o eventi nella giornata scelta.

Quali sono gli orari del Tempietto del Bramante?

Il Tempietto del Bramante è visitabile da martedì a domenica dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.30, e il lunedì è chiuso: sono gli orari pubblicati dalla Real Academia de España en Roma e confermati dal portale turistico del Comune di Roma. Gli orari della chiesa di San Pietro in Montorio, che ha ingresso separato dalla piazza, non coincidono con questi e vanno verificati a parte.

Come si arriva al Tempietto del Bramante?

Al Tempietto del Bramante si arriva in Piazza di San Pietro in Montorio 3, sul Gianicolo, salendo via Garibaldi da Trastevere: circa venti minuti a piedi dal lungotevere, tutti in salita. L’ingresso è il portone della Real Academia de España, accanto alla chiesa. Le linee di superficie che servono il colle cambiano spesso percorso per cantieri: conviene controllare il tragitto il giorno stesso.

Quanto tempo serve per visitare il Tempietto del Bramante?

Per visitare il Tempietto del Bramante bastano venti minuti: il giro completo del colonnato, il fregio con le metope, uno sguardo dentro la cella. Chi ha un interesse specifico per l’architettura rinascimentale ci passerà volentieri un’ora. Inserito in un itinerario con la chiesa accanto, la Fontana dell’Acqua Paola e la passeggiata del Gianicolo, il giro diventa una mezza giornata piena.

Il Tempietto del Bramante è adatto ai bambini?

Il Tempietto del Bramante si visita in pochi minuti e regge bene anche con bambini al seguito, ma non ha percorsi didattici né apparati pensati per loro. Funziona come tappa breve dentro una giornata sul Gianicolo, fra il belvedere, il cannone di mezzogiorno e la passeggiata panoramica. Se la cripta è accessibile, le scale sono strette e ripide.

Si possono fare fotografie al Tempietto del Bramante?

Fotografare il Tempietto del Bramante è normalmente consentito nel cortile. Le fonti consultate non pubblicano però un regolamento esplicito su flash e treppiede: in un cortile di quelle dimensioni un treppiede intralcia il passaggio, quindi conviene chiedere all’ingresso. Per gli spazi espositivi temporanei valgono le regole della singola mostra.

Il Tempietto del Bramante è accessibile alle persone con disabilità?

L’accesso al Tempietto del Bramante avviene attraverso il complesso della Real Academia de España, e fonti divulgative segnalano l’esistenza di un percorso privo di scale per raggiungere il cortile. La cripta sotterranea, invece, si raggiunge soltanto per scale strette e ripide, senza alternative. Poiché il dato non è confermato da una pagina ufficiale dedicata all’accessibilità, conviene contattare direttamente l’Accademia prima della visita.

È vero che San Pietro fu crocifisso dove sorge il Tempietto del Bramante?

No: il punto segnato sotto il Tempietto del Bramante corrisponde a una tradizione devozionale medievale, non a un dato storico accertato. Le fonti antiche collocano il martirio di Pietro nel circo di Nerone, sul colle Vaticano, e la sua sepoltura nella necropoli dove sorgerà la basilica di San Pietro. La localizzazione sul Gianicolo è definita dagli studi una tradizione tarda, legata al monastero documentato lassù dal IX secolo.

Che differenza c’è fra il Tempietto del Bramante e il Chiostro del Bramante?

Il Tempietto del Bramante e il Chiostro del Bramante sono due edifici diversi in due zone diverse di Roma, entrambi dello stesso architetto: il Tempietto è il piccolo martyrium circolare sul Gianicolo, dentro l’Accademia di Spagna; il Chiostro fu costruito attorno al 1504 accanto a Santa Maria della Pace, vicino a piazza Navona, e oggi ospita mostre temporanee.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

Il Tempietto del Bramante rende molto più di quanto prometta, a patto di non trattarlo come una meta isolata: è un oggetto piccolo che va inserito in una salita al Gianicolo fatta con calma, preferibilmente al mattino e in un giorno feriale, mettendo in conto che il portone dell’Accademia potrebbe essere chiuso per un evento e che una telefonata preventiva vale più di qualunque guida. Chi lo vede sapendo che cosa sta guardando, cioè un edificio di dieci metri che ha dettato la forma delle cupole di mezza Europa, porta a casa una delle esperienze romane con il miglior rapporto fra tempo speso e cose capite.

Chi costruisce un itinerario romano più ampio, che colleghi il Gianicolo a Trastevere e alla riva vaticana del Tevere incrociando tappe vicine e orari diversi, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoPiazza di San Pietro in Montorio Roma Roma Città 00153

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