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Santi Michele e Magno

In breve. La chiesa dei Santi Michele e Magno si trova sul pendio sopra Borgo Santo Spirito, a fianco del colonnato di San Pietro, con il civico 21 che le schede di riferimento collocano su Largo degli Alicorni.

La chiesa dei Santi Michele e Magno si trova sul pendio sopra Borgo Santo Spirito, a fianco del colonnato di San Pietro, con il civico 21 che le schede di riferimento collocano su Largo degli Alicorni. È la chiesa nazionale dei Paesi Bassi, usata dalla comunità olandese di Roma, proprietà della Santa Sede. L’ingresso è libero, senza biglietto e senza prenotazione, nei giorni e negli orari di apertura che la comunità pubblica sul proprio sito.

I romani la chiamano ancora la chiesa dei Frisoni, gli olandesi la chiamano Friezenkerk. Nasce come cappella della Schola Frisonum, la casa dei pellegrini venuti dalle coste del Mare del Nord nell’Alto Medioevo, e ha conservato un campanile romanico in mattoni che è il pezzo più antico e più riconoscibile del complesso. Dentro c’è la memoria funebre del pittore Anton Raphael Mengs, uno dei nomi grossi del Settecento europeo.

Le informazioni pratiche riportate qui risultano alla data del 29 settembre 2026 dalle fonti indicate nel testo, e la fonte primaria resta il sito ufficiale della chiesa, friezenkerk.nl, scritto in olandese. Orari, messe e aperture straordinarie dipendono da una comunità piccola e dal calendario del Vaticano: prima di salire la scalinata apposta, controllate sul sito o scrivete dalla pagina dei contatti, perché le chiusure improvvise capitano.

Santi Michele e Magno in Borgo
I Santi Michele e Magno, sulla scalinata di Borgo Santo Spirito. Foto di © Ra Boe / Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0 de, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Il punto è il fondo di Borgo Santo Spirito, la strada che corre parallela al Tevere fra l’ospedale di Santo Spirito in Sassia e il braccio meridionale del colonnato di Piazza San Pietro. Una scalinata ripida stacca dalla strada e sale verso la facciata bianca, sulle prime pendici del colle che porta al Gianicolo. Da sotto si vede soprattutto il campanile, e molti passano senza capire che lassù c’è una chiesa aperta.

La facciata è semplice e settecentesca: un portico d’ingresso con un vano sopra, lesene doriche molto piatte, un timpano triangolare oggi vuoto che sembra aver ospitato un affresco. Tutto è intonacato di bianco acceso. Non cercate marmi, statue o portali scolpiti. La sobrietà dipende dal restauro del 1756-1759, affidato all’architetto Carlo Murena, che diede alla chiesa l’aspetto che ha ancora adesso, e dal fatto che per secoli è stata una chiesa di quartiere.

Il campanile romanico supera i venti metri, è in mattoni a vista, con tre piani sopra la linea del tetto. Su due facce opposte di ogni piano si aprono arcate a tre fornici. Le guide delle chiese romane lo datano al XII secolo, in relazione con la ricostruzione consacrata nel 1141, e ricordano un restauro nel 1993. Per chi guarda Borgo oggi, dopo le demolizioni del Novecento, è uno dei pochi segni verticali del borgo medievale che sopravvivono.

Dentro trovate una basilica a tre navate con la navata centrale di sei campate, un soffitto piano in legno a cassettoni dipinto di grigio, bianco e arancio, con al centro un grande rilievo in stucco con le chiavi di San Pietro. Otto tondi affrescati del Settecento mostrano santi legati al Nord Europa e alla storia della chiesa. L’insieme è ordinato, luminoso, piccolo. Si gira in venti minuti, e il resto del tempo lo spendete a leggere lapidi.

Come si entra: orari, messe in olandese e chi la gestisce

L’ingresso è gratuito. Non esiste una biglietteria, non esistono prevendite e nessun portale vende un accesso a questa chiesa: se qualcuno vi propone un biglietto, state pagando una visita guidata di terzi, non l’ingresso. La chiesa appartiene alla Santa Sede e dal 1989 è la chiesa nazionale dei Paesi Bassi, affidata alla comunità olandese di Roma con un rettore, oggi Antoine Bodar secondo il sito ufficiale, e volontari che curano aperture e accoglienza.

Il sito ufficiale, nella pagina per i visitatori aggiornata a maggio 2026, indica la chiesa aperta dal martedì al sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17, la domenica dalle 10 alle 12.30 intorno alla messa, e chiusa il lunedì. Una comunità piccola può cambiare gli orari con le stagioni, con le festività olandesi e con le esigenze della vicina Basilica vaticana: controllate prima di salire apposta.

La messa domenicale è celebrata in lingua olandese, alle 10.30 secondo il sito ufficiale. È una liturgia cattolica di rito romano, quindi chi non parla la lingua riconosce la struttura e può seguirla senza difficoltà. Durante la celebrazione la chiesa non si visita: si entra per partecipare oppure si aspetta la fine. Per le altre funzioni, per i matrimoni e per le celebrazioni dei gruppi di pellegrini olandesi, il calendario va chiesto alla comunità.

Il sito ufficiale chiede ai gruppi che vogliono partecipare alla messa domenicale di annunciarsi il prima possibile, e accoglie nei giorni feriali anche gruppi che arrivano con un proprio sacerdote. Il canale da usare è la pagina dei contatti di friezenkerk.nl, dove si scrive in olandese o in inglese. Per un gruppo organizzato scrivete con largo anticipo e indicate numero di persone, lingua e orario, perché lo spazio interno è piccolo e i volontari sono pochi.

Un’avvertenza pratica sull’accesso. Il sito ufficiale descrive l’ingresso così: un cancello e una scala alta, a una ventina di metri dal braccio sinistro del colonnato, con un secondo cancello in cima, e poi a sinistra la porta della chiesa. Chi si muove in carrozzina o con difficoltà deve chiedere prima se esiste un accesso alternativo dal livello superiore, verso Largo degli Alicorni: il dato non è pubblicato in modo chiaro, e presentarsi alla base delle scale senza saperlo significa rinunciare alla visita. Con passeggino o valigie conviene lo stesso discorso.

Una curiosità sui Santi Michele e Magno

Il secondo santo della dedica è frutto di un equivoco. Magno è un vescovo italiano martire, le cui reliquie furono deposte qui al momento della consacrazione del 1141 da papa Innocenzo II. I pellegrini frisoni, però, lo scambiarono per Magnus Forteman, un eroe della loro storia nazionale vissuto, secondo i racconti, nell’VIII secolo. Un vescovo del Lazio diventato capitano del Nord per omonimia: a Roma non è l’unico caso, ma è uno dei più chiari.

Conviene tenere distinti i livelli. I documenti dicono che le reliquie di un San Magno furono collocate nella chiesa rifatta nel XII secolo. La tradizione frisone dice che quel Magno era il loro condottiero. La leggenda aggiunge che Magnus Forteman guidò i frisoni al fianco di Carlo Magno nella presa di Roma e che l’imperatore, per gratitudine, concesse alla Frisia la famosa libertà frisone, un privilegio politico rivendicato per secoli.

Quella libertà è storia vera in un altro senso: i frisoni medievali la usarono davvero per rifiutare signori feudali e tasse, e il racconto dell’impresa romana serviva a darle un’origine gloriosa e antica. La chiesa di Borgo, con le reliquie di un Magno qualsiasi, diventò la prova materiale di una leggenda utile. È un meccanismo che si ritrova in mezza Europa, dove le reliquie certificano genealogie inventate e diritti contesi.

San Michele, il primo titolare, ha invece una logica tutta romana. L’arcangelo guerriero protegge i luoghi alti e le porte, e a Borgo la sua presenza torna in più punti, a cominciare dall’angelo che dà il nome a Castel Sant’Angelo. Una chiesa di pellegrini armati, costruita sul pendio che guarda la basilica di Pietro, sotto la protezione del capo delle milizie celesti: la scelta ha senso anche senza documenti che la spieghino.

Una cosa che non ti dice nessuno sui Santi Michele e Magno

Varcando il cancello d’ingresso, giuridicamente, state entrando in un luogo che non appartiene allo Stato italiano come il resto della strada. Dal 1929, con i Patti Lateranensi, la chiesa gode dello status di extraterritorialità a favore della Santa Sede, come altri edifici di Borgo e di Roma legati al Vaticano. Non è territorio della Città del Vaticano in senso stretto, ma è un immobile che le leggi italiane trattano come sede estera.

La stessa data segna la fine della parrocchia. La chiesa era diventata parrocchiale nel 1508, e nel 1929 quella funzione venne soppressa. Per sessant’anni l’edificio rimase in una specie di limbo, aperto per la confraternita e per poco altro, finché nel 1989 fu assegnato alla comunità olandese come chiesa nazionale. Un ritorno curioso: i discendenti di quei pellegrini del Nord hanno ripreso possesso del luogo che i loro antenati avevano lasciato più di cinque secoli prima.

Ancora meno citato è il riconoscimento internazionale. Nel 1990 l’UNESCO ha esteso il sito del centro storico di Roma alle proprietà extraterritoriali della Santa Sede in città, e la chiesa dei Frisoni rientra in quell’elenco. Pochi visitatori lo sanno, e quasi nessuna guida turistica lo scrive. Il marchio del patrimonio mondiale su un edificio così piccolo dice più sul suo statuto giuridico che sul suo peso artistico.

Questo statuto spiega anche perché gli orari seguono logiche diverse da quelle delle chiese parrocchiali della diocesi. Qui non comanda il parroco del quartiere, comanda una comunità straniera ospite di un bene vaticano, con i propri volontari, il proprio calendario liturgico e le proprie feste nazionali. Per questo il sito da consultare è olandese e non quello del Vicariato, e per questo le aperture possono saltare in coincidenza con eventi della comunità.

La Schola Frisonum e le altre scholae di Borgo

Nell’Alto Medioevo la zona fra San Pietro e il Tevere si riempì di scholae peregrinorum, case nazionali che accoglievano i pellegrini venuti dal Nord Europa. C’erano i sassoni, i franchi, i longobardi e i frisoni. Ogni schola aveva la sua chiesa, un ospizio, un cimitero e un gruppo di uomini armati che, all’occorrenza, difendeva la basilica. Le fonti ricordano quella dei frisoni per la prima volta nel 799, mentre la chiesa compare nei documenti nell’854.

Le eredi di quelle istituzioni si vedono ancora a poche centinaia di metri. La schola dei sassoni ha dato il nome e l’origine a Santo Spirito in Sassia, quella dei franchi sopravvive nel territorio del Camposanto Teutonico, dentro le mura vaticane. Se volete capire la geografia della Roma dei pellegrini medievali, fate il giro di questi tre luoghi in fila, a piedi, e la mappa del Rione Borgo diventa leggibile.

La tradizione frisone sostiene che una chiesa precedente fosse stata fondata da San Bonifacio, l’evangelizzatore della Germania morto proprio in Frisia nel 754. È una tradizione, non un dato d’archivio, e le fonti non concordano sul ruolo diretto del santo a Roma. Vale lo stesso per il racconto secondo cui i frisoni delle scholae furono fra i difensori della basilica durante l’incursione saracena della metà del IX secolo.

Quella incursione, che saccheggiò la basilica di Pietro, è invece un fatto solido, ed è all’origine delle mura leonine volute da papa Leone IV, di cui il Passetto di Borgo è l’erede più visibile. Borgo nasce come cittadella fortificata dei pellegrini. La chiesa dei Frisoni è uno dei pochi edifici che conserva, nel titolo e nella comunità che la usa, la memoria di quella funzione originaria.

Il campanile romanico, da vicino

Il campanile è il motivo per cui vale la pena fermarsi anche a chiesa chiusa. È una torre in laterizio del XII secolo, del tipo che a Roma accompagna le chiese ricostruite dopo il sacco normanno, con piani sovrapposti separati da cornici e aperture ad arco che si alleggeriscono salendo. Chi ha visto i campanili di Santa Maria in Trastevere o di San Giorgio al Velabro riconosce subito la stessa famiglia costruttiva.

Guardatelo con calma dalla strada. Le arcate a tre fornici si aprono su due facce opposte di ogni piano, e le altre due facce restano più chiuse: è una scelta che bilancia peso e leggerezza, e che serviva a far uscire il suono delle campane verso Borgo e verso la basilica. Le proporzioni sono slanciate per una chiesa così piccola, segno che la torre doveva farsi vedere dal fondo della strada dei pellegrini.

Il restauro del 1993 ha ripulito il mattone e consolidato la struttura. Oggi la torre si legge bene, con il colore caldo del laterizio che contrasta con il bianco della facciata settecentesca. Quel contrasto racconta in un colpo d’occhio le due vite della chiesa: la fondazione medievale dei pellegrini del Nord e il rifacimento romano del Settecento, due epoche che convivono sullo stesso pendio senza cercare di somigliarsi.

Borgo intorno alla chiesa, ieri e oggi

Per capire dove vi trovate, immaginate Borgo prima degli anni Trenta del Novecento. Fra il Tevere e San Pietro correvano due strade parallele, Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, separate da un blocco di case chiamato spina. La basilica si scopriva all’ultimo momento, sbucando in piazza. Le demolizioni per via della Conciliazione hanno cancellato quella sorpresa e aperto il grande cannocchiale che oggi porta dritto alla facciata.

Borgo Santo Spirito, la strada su cui si affaccia la scalinata, è rimasta più fedele al disegno antico. Da una parte il grande complesso ospedaliero di Santo Spirito, dall’altra i palazzi più bassi e la salita verso il colle. Camminandola si capisce ancora il ritmo del quartiere dei pellegrini: ospizi, chiese nazionali, botteghe, ospedali, tutto orientato verso la tomba di Pietro, a poche centinaia di metri.

Oggi il quartiere vive di due popolazioni che non si incontrano quasi mai. Da una parte il flusso di visitatori diretti al Vaticano, dall’altra gli abitanti, i religiosi degli istituti e chi lavora negli uffici della Santa Sede. La chiesa dei Frisoni si trova sul confine fra questi due mondi: in cima a una scalinata che quasi tutti guardano dal basso, e che pochi salgono davvero.

Il consiglio che ti do per visitare i Santi Michele e Magno

Venite di martedì o di mercoledì, in tarda mattinata, dopo aver visto San Pietro, e non di domenica. Nei giorni feriali la chiesa apre anche al mattino, e il sito ufficiale segnala che il martedì pomeriggio è di solito presente un sacerdote della comunità. La domenica mattina c’è la messa in olandese, lo spazio è occupato dalla comunità, e il giro fra lapidi e altari diventa scortese verso chi sta pregando.

Evitate il mercoledì mattina se contate di passare prima da Piazza San Pietro: l’udienza generale del papa, quando si tiene in piazza, chiude accessi e riempie Borgo di gruppi, pullman e transenne. Nelle giornate di grandi celebrazioni vaticane anche la scalinata della chiesa può diventare un punto di passaggio o di osservazione. Controllate il calendario delle celebrazioni della Santa Sede prima di fissare la giornata, e in caso scegliete un giovedì.

Salite a piedi la scala d’ingresso con calma, e fermatevi a metà. Da lì il campanile si vede di scorcio, e voltandovi indietro avete la strada che corre verso il Tevere da una parte e il colonnato dall’altra. È il punto da cui si capisce perché i frisoni scelsero questa posizione: sopra la strada dei pellegrini, a vista della basilica, protetti dal pendio. Dieci secondi di sosta danno più contesto di un pannello.

Dentro, dedicate tempo alle lapidi e alle memorie funebri, non ai quadri. La pittura è settecentesca, decorosa e di bottega romana, e non è il motivo della visita. Le iscrizioni, invece, raccontano chi viveva a Borgo fra Seicento e Ottocento, e la memoria di Mengs è il pezzo che giustifica la salita per chi si interessa di storia dell’arte. Leggete i tondi con i santi del Nord: sono la carta d’identità della chiesa.

Se volete la visita guidata dei volontari, scrivete almeno due settimane prima. Chi viaggia con un gruppo deve considerare che lo spazio interno regge poche decine di persone e che la scalinata è uno strozzamento: con quaranta partecipanti servono due turni. Portate un contributo per le offerte, perché una chiesa senza biglietto vive di quello, e non date per scontato che il volontario parli italiano. L’inglese di solito funziona.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Nel complesso c’è anche una scala santa, distinta dalla scala da cui si entra. Secondo la scheda storica più dettagliata sulla chiesa, quella della wiki Churches of Rome, è una rampa ripida di trentatré gradini che da Borgo Santo Spirito sale a una cappella laterale, restaurata nel 2000. La porta sulla strada, con un tondo a mosaico sopra, resta chiusa: la scala si raggiunge dall’alto, dall’interno. Chi la sale in ginocchio, alle condizioni stabilite dalla Chiesa, può ottenere l’indulgenza plenaria per concessione speciale.

Per un visitatore italiano questa informazione di solito non arriva: le guide generaliste non la citano quasi mai, e chi passa in strada vede solo una porta chiusa. Se trovate aperta la cappella e vedete qualcuno salire in ginocchio, lasciategli spazio e non fotografatelo da vicino. È una pratica religiosa, non una scena folcloristica, e la scala è stretta e ripida.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la cripta. Fra il 1618 e il 1628 sotto la chiesa venne sistemato un sepolcreto con ambienti separati per uomini, donne e bambini, segnalati con le scritte latine virorum, mulierum e infantium. È un documento di come funzionava la sepoltura urbana prima dei cimiteri ottocenteschi, quando ogni chiesa di quartiere era anche il cimitero del suo vicinato. La cripta non fa parte della visita ordinaria.

Terzo fatto: la chiesa ha rischiato di sparire più di una volta. Danneggiata nel sacco normanno del 1084, ricostruita e consacrata nel 1141, restaurata a metà Settecento, colpita da un grave incendio nel 1860, poi svuotata della parrocchia nel 1929. L’ultimo grande restauro si è concluso nel 2011. Dieci secoli di vita per un edificio piccolo, senza committenti potenti, sono una prova di resistenza che si legge nei muri se si sa dove guardare.

Dentro la chiesa: che cosa guardare, altare per altare

L’altare maggiore ha una pala di Niccolò Ricciolini con i due santi titolari, Michele e Magno, lavoro della prima metà del Settecento. Sotto, un sarcofago porta un’iscrizione latina secondo cui quella è la pietra su cui la Vergine presentò il Figlio al Tempio secondo l’uso degli ebrei. È un’attribuzione devota, da mettere sul piano della tradizione e non dei documenti. Leggetela come si legge un’etichetta di reliquia medievale.

Nella navata sinistra l’altare dei Santi Pietro e Paolo ha una pala di Ludovico Stern, pittore romano del Settecento. Nella navata destra l’altare dell’Immacolata ha una buona rappresentazione in stucco. L’organo è stato attribuito di recente a Giovanni Corrado Verlé, organaro del Settecento. Nessuno di questi pezzi giustifica da solo il viaggio, ma insieme danno l’immagine coerente di una chiesa romana rifatta in una sola campagna di lavori.

I tondi affrescati lungo la navata sono otto e raffigurano, fra gli altri, San Bonifacio, papa Leone III, San Willibrordo, San Carlo Borromeo, San Teodoro, San Suitberto e il beato Antonio Fatati. È una galleria mirata: Bonifacio, Willibrordo e Suitberto sono gli apostoli dei Paesi Bassi e della Germania settentrionale, Leone III è il papa di Carlo Magno. La scelta dei soggetti racconta l’identità nordica della chiesa meglio di qualunque pannello.

Il fonte battesimale arriva dai Paesi Bassi. Era stato scolpito nel 1925 per una chiesa di Maastricht e ha una copertura in metallo dorato dell’artista Bert Kreijen, con l’immagine di San Servazio, patrono di quella città. È uno dei pochi arredi del Novecento, e mostra come la comunità olandese abbia portato a Roma pezzi di casa propria, invece di comprare arredi sul mercato antiquario romano.

La comunità ha intitolato a Tito Brandsma una sala per i visitatori, con un busto moderno dell’artista Josephine Kortman-Hilders. Brandsma era un carmelitano olandese, giornalista e professore, morto nel lager di Dachau nel 1942 e canonizzato nel 2022. La sala funziona come spazio di accoglienza per i visitatori e per la comunità. Se è aperta, entrate: è il punto dove la chiesa smette di essere un monumento e torna a essere una comunità viva.

La foto giusta da fare ai Santi Michele e Magno

La foto è dal basso, in Borgo Santo Spirito, qualche metro prima della scalinata, con l’obiettivo puntato verso l’alto e il campanile in verticale. Mettete la scala nella parte bassa dell’inquadratura, la facciata bianca a metà e il campanile in alto, con un pezzo di colonnato che entra da un lato. In verticale, non in orizzontale: la composizione funziona solo se la salita si legge dal primo gradino alla cella campanaria.

La luce buona è quella del pomeriggio, quando il sole gira verso ovest e prende il mattone del campanile di lato. A mezzogiorno la facciata bianca brucia e il campanile diventa una sagoma piatta. Chi fotografa con il telefono abbassi l’esposizione toccando la facciata, e recuperi le ombre dopo. Con il cielo coperto la foto perde colore ma guadagna dettaglio sulle arcate del campanile, che è la parte che vale.

La seconda foto è dall’alto, dal pianerottolo davanti al portico, verso Borgo Santo Spirito e il Tevere. Da lì si legge l’allineamento della strada verso il fiume e la cupola di San Pietro resta di lato, quindi girate il corpo verso il colonnato se volete tenerla nell’inquadratura. Rispettate chi sale: la scala è stretta, e piazzarsi in mezzo con il cavalletto blocca tutti.

Chi cerca un precedente illustre lo trova nell’incisore olandese Maurits Cornelis Escher, che negli anni in cui visse a Roma ritrasse questa chiesa. Il foglio si trova alla National Gallery of Canada. Provate a guardarlo prima di venire e a ritrovare il suo punto di vista: è un esercizio che obbliga a osservare la struttura dell’edificio, e porta a casa una foto meno banale di quella che fanno tutti dal fondo della strada.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 799 è la prima data utile: le fonti ricordano la Schola Frisonum, la casa dei pellegrini frisoni in Borgo. È l’anno in cui papa Leone III, raffigurato in uno dei tondi della navata, subì l’aggressione a Roma e fuggì verso Carlo Magno, che l’anno seguente fu incoronato imperatore in San Pietro. La schola dei frisoni vive dentro quella stagione, quando Roma e il mondo carolingio erano legati a doppio filo.

Nell’854 la chiesa compare nei documenti. Pochi anni prima, a metà del secolo, l’incursione saracena aveva saccheggiato la basilica di Pietro, e la risposta papale fu la costruzione delle mura leonine, che chiusero Borgo in una cittadella. Le scholae straniere si trovarono così dentro il perimetro fortificato. Per i frisoni significava sicurezza, e insieme dipendenza crescente dal papato, che da quel momento controllò lo spazio dei pellegrini.

Nel 1084 i normanni di Roberto il Guiscardo, arrivati per liberare papa Gregorio VII, saccheggiarono la città, e la chiesa fu danneggiata o distrutta. La ricostruzione si concluse con la consacrazione del 1141 da parte di papa Innocenzo II, che vi depose le reliquie di San Magno. Il campanile romanico appartiene a quella fase. Da allora l’edificio ha mantenuto la stessa pianta basilicale, cambiando pelle ma non struttura.

Nel 1446 papa Eugenio IV soppresse la schola: i pellegrini frisoni erano ormai pochi e le istituzioni nazionali medievali venivano assorbite dalle strutture della basilica vaticana. Nel 1508 la chiesa divenne parrocchia di quartiere. Fra il 1618 e il 1628 fu sistemata la cripta sepolcrale, e fra il 1756 e il 1759 Carlo Murena diresse il restauro che le ha dato l’aspetto attuale, con la facciata bianca e il soffitto piano.

Nel 1860 un grave incendio danneggiò seriamente l’edificio, e i restauri successivi durarono anni. Nel 1929 i Patti Lateranensi la resero extraterritoriale e la parrocchia venne soppressa. Negli anni Trenta Borgo fu stravolto dalle demolizioni per l’apertura di via della Conciliazione, che cancellarono la spina medievale fra Borgo Vecchio e Borgo Nuovo. La chiesa, defilata sul pendio, si salvò perché stava fuori dal tracciato.

Nel 1989 la chiesa fu affidata alla comunità olandese e divenne chiesa nazionale dei Paesi Bassi. Nel 1990 entrò nel perimetro del patrimonio mondiale UNESCO insieme alle altre proprietà extraterritoriali della Santa Sede. Nel 1993 fu restaurato il campanile, nel 2000 la scala santa, e nel 2011 si concluse l’ultimo grande restauro. In poco più di vent’anni l’edificio è passato da chiesa dimenticata a punto di riferimento per i pellegrini olandesi.

Chi è passato dai Santi Michele e Magno

I pellegrini frisoni, prima di tutti. Uomini venuti dalle coste basse del Mare del Nord, dalle isole e dalle terre bonificate, che per secoli attraversarono l’Europa a piedi per arrivare alla tomba di Pietro. Qui trovavano un letto, una chiesa dove si parlava la loro lingua e un posto dove essere sepolti se morivano lontano da casa. La chiesa di oggi resta, in fondo, un servizio alla stessa comunità con mezzi diversi.

Anton Raphael Mengs, il pittore nato nel 1728 ad Aussig, in Boemia, morto a Roma nel 1779. Fu pittore di corte a Dresda e a Madrid, al servizio di Carlo III di Spagna, e uno dei protagonisti del ritorno all’antico nella pittura europea del Settecento. La sua memoria funebre nella chiesa ha un ritratto in medaglione sorretto da putti, attribuito dalle guide specializzate allo scultore Vincenzo Pacetti. Per chi studia il Neoclassicismo è una tappa obbligata.

Nicola Spedalieri, prete e filosofo siciliano morto nel 1795, ha anche lui una memoria con ritratto dipinto nella chiesa. Fu uno dei pensatori cattolici che nel Settecento provarono a confrontarsi con le idee sui diritti dell’uomo, una posizione che gli costò polemiche in vita. Accanto a lui c’è la memoria barocca di Leonardo Santi, del 1668, con un ritratto dipinto di buona qualità. Due nomi minori che raccontano la Borgo colta e clericale del loro tempo.

Niccolò Ricciolini e Ludovico Stern, i due pittori degli altari, sono passati di qui come artigiani di una Roma che nel Settecento produceva pale d’altare a ciclo continuo per centinaia di chiese. Carlo Murena, l’architetto del restauro settecentesco, lavorò in quella stessa stagione. Nessuno di loro è un nome da manuale scolastico, ma il loro lavoro dà alla chiesa quella coerenza di insieme che spesso manca nelle chiese più famose.

Tito Brandsma, il carmelitano olandese morto a Dachau, non è sepolto qui ma è presente con il busto della sala che porta il suo nome. La comunità olandese lo ha scelto come figura di riferimento, e la sua canonizzazione nel 2022 ha portato a Roma molti pellegrini dai Paesi Bassi. Per loro la Friezenkerk è la casa naturale durante i giorni romani, il punto di incontro prima e dopo le celebrazioni in Vaticano.

Maurits Cornelis Escher, infine, l’incisore dei mondi impossibili, che visse a Roma fra le due guerre e disegnò questa chiesa. Il suo sguardo sull’edificio è un documento curioso: prima delle scale infinite e delle geometrie paradossali, Escher guardava architetture reali, e questa fu una di quelle scelte. Per un olandese a Roma la chiesa dei Frisoni era, già allora, un punto di riferimento identitario oltre che un soggetto.

Le altre chiese nazionali di Roma, per confronto

Roma è piena di chiese nazionali, e metterle in fila aiuta a capire che cosa ha di particolare quella dei Frisoni. La più vicina per storia è Santa Maria dell’Anima, chiesa della nazione tedesca che per secoli accolse anche i fiamminghi e gli olandesi, e dove è sepolto Adriano VI, l’unico papa nato nei Paesi Bassi. Chi arriva dall’Olanda di solito visita entrambe nella stessa giornata.

Poi ci sono le grandi: San Luigi dei Francesi, con i Caravaggio, Sant’Antonio dei Portoghesi, Santa Maria in Monserrato degli spagnoli, San Stanislao dei Polacchi. E le piccole, come San Nicola dei Lorenesi, San Claudio dei Borgognoni e San Girolamo dei Croati. Ognuna ha orari e comunità propri.

Le chiese delle nazioni orientali completano il quadro: San Biagio degli Armeni e Sant’Atanasio dei Greci, con i loro riti. E ci sono le chiese delle nazioni italiane prima dell’Unità, come San Giovanni dei Fiorentini, Santo Spirito dei Napoletani e San Bartolomeo dei Bergamaschi, che per un romano del Seicento erano stranieri quanto un olandese.

La differenza è di età. Quasi tutte le chiese nazionali romane nascono fra Quattrocento e Seicento, quando le monarchie europee costruiscono a Roma le loro rappresentanze religiose. La chiesa dei Frisoni appartiene a un altro mondo, quello delle scholae carolingie, e ha settecento anni di vantaggio. È anche per questo che è così piccola: nasce come ospizio di pellegrini, non come ambasciata di un regno.

Come si arriva a piedi da San Pietro e da Castel Sant’Angelo

Da Piazza San Pietro la strada è brevissima. Uscite dal colonnato sul lato sinistro guardando la basilica, cioè dal braccio meridionale, e scendete verso Borgo Santo Spirito: secondo il sito ufficiale il cancello d’ingresso, con la scala, si trova a una ventina di metri dal braccio del colonnato. Nei giorni di grande afflusso i varchi di sicurezza della piazza cambiano posizione, quindi seguite le indicazioni delle forze dell’ordine invece della mappa del telefono.

Da Castel Sant’Angelo e da Ponte Sant’Angelo si percorre Borgo Santo Spirito dall’inizio, passando davanti al complesso ospedaliero di Santo Spirito, fino in fondo. Sono circa dieci minuti a passo tranquillo, in piano, con il colonnato che si avvicina. È il percorso che fecero per secoli i pellegrini arrivati dal ponte, e ha ancora senso farlo in quel verso.

Per il trasporto pubblico non indichiamo linee, perché i percorsi degli autobus in zona Vaticano cambiano spesso con cantieri, grandi eventi e deviazioni. Usate il calcolatore di percorso dell’azienda dei trasporti di Roma il giorno stesso, e considerate che quasi tutte le soluzioni portano a Piazza Risorgimento, a Lungotevere in Sassia o alla testata di via della Conciliazione, da cui si arriva a piedi in pochi minuti.

In auto non venite. A Borgo i parcheggi in superficie sono rarissimi, le strade sono strette, e nelle giornate di celebrazioni vaticane la viabilità è chiusa a tratti senza preavviso per chi arriva da fuori. Chi è in città con un mezzo proprio lo lasci in un parcheggio di Prati e prosegua a piedi. Il quartiere si gira a piedi in mezza giornata, e la macchina qui diventa solo un problema.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

Secondo il sito ufficiale la chiesa è chiusa il lunedì e la domenica pomeriggio, e nei giorni feriali fa pausa fra le 13 e le 14. Possono saltare aperture per festività della comunità, per celebrazioni private e nei periodi in cui i volontari mancano. Il gestore non indica chiusure estive fisse, ma agosto, in una comunità di volontari stranieri, è un mese da verificare con particolare cura prima di mettersi in cammino.

Non aspettatevi un museo. Non ci sono pannelli in italiano, audioguide o percorsi segnalati, e le spiegazioni, quando ci sono, arrivano dal volontario presente o dai materiali in vendita. Non aspettatevi neppure capolavori: la pittura è di buon livello romano del Settecento, niente di più. Chi viene per il nome di Mengs trova una memoria funebre, non un quadro del pittore.

Ora la posizione della redazione, controcorrente rispetto alle guide olandesi che raccontano la Friezenkerk come un tesoro nascosto: l’interno è sopravvalutato. È una sala settecentesca pulita e ben tenuta, ma senza un’opera che da sola valga la salita. Il valore del luogo sta tutto fuori e prima: nel campanile del XII secolo, nella scala santa, nella storia della schola. Chi entra per l’arte resta tiepido, chi entra per la storia esce contento.

Non aspettatevi silenzio totale, infine. La chiesa si trova a ridosso del flusso di visitatori di San Pietro, e dalla strada salgono voci di gruppi, altoparlanti delle guide e rumore dei pullman. Dentro il tono cambia, ma la scalinata è un luogo di passaggio. Se cercate raccoglimento, venite nel primo pomeriggio di un giorno feriale fuori stagione, quando Borgo si svuota per qualche ora.

Mangiare in zona

Borgo e la zona intorno a via della Conciliazione sono una delle aree più difficili di Roma per mangiare bene. Il flusso di visitatori di San Pietro è continuo, non torna, e i locali lo sanno. Il risultato è una concentrazione di ristorazione costruita sul passaggio. Non tutto è da evitare, ma i segnali per riconoscere le trappole sono chiari e conviene impararli prima di sedersi, perché qui il conto arriva sempre dopo.

Primo segnale: il menù con le foto dei piatti, plastificato e tradotto in cinque lingue. Un locale che deve mostrarvi l’immagine di una carbonara parla a chi non sa che cosa sia. Secondo segnale: la persona sulla porta che vi ferma e vi invita a entrare. Un posto con clienti abituali non ha bisogno di buttadentro. Terzo: la signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede, messa lì come richiamo scenico, non come garanzia.

Quarto segnale: la cucina aperta senza pausa dalla mattina a notte, che vuol dire piatti preparati in anticipo e rigenerati. Quinto: le voci senza prezzo, come il pesce del giorno o il piatto dello chef, e i menù diversi fra dentro e fuori, con i tavoli sul marciapiede che costano di più. Nei locali davanti ai monumenti il prezzo tende ad adattarsi al cliente. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare, e fatevelo scrivere.

I romani in questa zona non ci mangiano, e non è snobismo. Chi lavora in Vaticano o negli uffici di Prati cerca posti con una cucina che ha orari fissi, un menù corto che cambia con le stagioni, e un listino esposto. Spostandosi di dieci minuti verso Prati, oltre Piazza Risorgimento, la situazione cambia molto. Il criterio resta sempre lo stesso: guardate chi è seduto e in che lingua ordina.

Per non andare a tentativi, abbiamo una mappa aggiornata dei locali che frequentiamo davvero a Roma e dintorni, senza sponsorizzazioni, costruita nel tempo e corretta quando un posto cambia gestione o qualità: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. A Borgo conviene prenotare anche a pranzo nei giorni di grandi celebrazioni in piazza, quando anche i posti buoni si riempiono presto.

Che cosa abbinare in giornata

La combinazione naturale è con San Pietro. Si visita la Basilica la mattina presto, prima dei gruppi, si guarda l’obelisco al centro della piazza, poi si scende verso la chiesa dei Frisoni e si chiude al Camposanto Teutonico, se gli orari lo permettono. Chi ha prenotato gli Scavi di San Pietro trova qui una tappa coerente con la storia dei pellegrini.

Chi ha la mattina occupata dai Musei Vaticani e dalla Cappella Sistina può fare il percorso inverso nel pomeriggio: uscita dai Musei, discesa verso la piazza, chiesa dei Frisoni prima della chiusura, poi Borgo Santo Spirito fino a Castel Sant’Angelo. La guida di quartiere Prati e Borgo aiuta a costruire il giro e a non perdere le tappe minori.

Salendo verso il Gianicolo, invece, si arriva a Sant’Onofrio al Gianicolo e poi, lungo la passeggiata, alla Fontana dell’Acqua Paola e a San Pietro in Montorio. È una salita vera, da fare con scarpe comode e acqua, ma porta a uno dei panorami più larghi sulla città e chiude la giornata con la vista, invece che con una coda.

Per restare nella Roma dei pellegrini, attraversate il Tevere e andate alla Santissima Trinità dei Pellegrini, che per secoli accolse chi arrivava per i giubilei. Chi preferisce la storia della medicina trova nel complesso di Santo Spirito l’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria. E chi vuole vedere il quartiere nato a fine Ottocento può spingersi fino a San Gioacchino in Prati, il cantiere di un altro mondo.

Domande frequenti

Si paga per entrare nella chiesa dei Santi Michele e Magno?

No, l’ingresso è libero e non esiste una biglietteria. La chiesa è proprietà della Santa Sede e dal 1989 è la chiesa nazionale dei Paesi Bassi, affidata alla comunità olandese di Roma. Le offerte sono gradite perché la chiesa vive di contributi volontari. Le visite guidate proposte dai volontari vanno richieste tramite il sito ufficiale, che non indica in italiano condizioni e contributi.

Quali sono gli orari di apertura?

Il sito ufficiale friezenkerk.nl, aggiornato a maggio 2026, indica dal martedì al sabato 9-13 e 14-17, la domenica 10-12.30 con la messa delle 10.30, lunedì chiuso. Gli orari dipendono da una comunità piccola e possono cambiare con le stagioni e le festività: confermateli sul sito prima di muovervi.

Le messe sono in olandese?

Sì, la messa domenicale è celebrata in olandese, alle 10.30 secondo il sito ufficiale. È una liturgia cattolica di rito romano, quindi chiunque può partecipare anche senza conoscere la lingua. Durante la messa la chiesa non si visita come turisti. Per altre celebrazioni, matrimoni e messe dei gruppi di pellegrini bisogna rivolgersi alla comunità tramite il sito.

Perché si chiama anche chiesa dei Frisoni?

Perché nasce come cappella della Schola Frisonum, la casa dei pellegrini frisoni ricordata dalle fonti nel 799. I frisoni erano la popolazione delle coste del Mare del Nord fra gli attuali Paesi Bassi e la Germania. Per questo gli olandesi la chiamano Friezenkerk, e per questo dal 1989 è stata affidata alla comunità olandese di Roma come chiesa nazionale.

Anton Raphael Mengs è sepolto qui?

Nella chiesa si trova la memoria funebre del pittore Anton Raphael Mengs, morto a Roma nel 1779, con un ritratto in medaglione sorretto da putti che le guide specializzate attribuiscono allo scultore Vincenzo Pacetti. È il monumento più citato dell’interno. Chi si aspetta quadri di Mengs resterà deluso: nella chiesa non risultano sue opere pittoriche esposte.

La scalinata è davvero una scala santa?

Sì, ma non è la scala da cui si entra. La scala santa è una rampa ripida e separata, di trentatré gradini secondo le schede storiche, che collega Borgo Santo Spirito a una cappella laterale. La porta sulla strada resta chiusa e la scala si raggiunge dall’interno. Chi la sale in ginocchio alle condizioni stabilite dalla Chiesa può ottenere l’indulgenza plenaria.

La chiesa è in Vaticano o in Italia?

La chiesa si trova nel Rione Borgo, in territorio italiano, ma dal 1929 gode dello status di extraterritorialità a favore della Santa Sede previsto dai Patti Lateranensi. Non si passano controlli di frontiera e si entra liberamente dalla strada. Dal 1990 rientra nel sito UNESCO del centro storico di Roma insieme alle altre proprietà extraterritoriali della Santa Sede.

È accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’ingresso dalla strada passa per una scala alta fra due cancelli, quindi chi si muove in carrozzina o con difficoltà non può salire da Borgo Santo Spirito. Un eventuale accesso alternativo dal livello superiore, verso Largo degli Alicorni, non è indicato in modo chiaro nelle fonti pubblicate. Scrivete alla comunità tramite il sito ufficiale prima della visita per sapere come organizzarvi.

Quanto tempo serve per la visita?

Per l’interno bastano venti o trenta minuti, compresa la lettura delle lapidi e della memoria di Mengs. Se aggiungete la sosta sulla scalinata, uno sguardo al campanile dalla strada e una visita guidata dei volontari, contate un’ora. La chiesa si inserisce bene in una giornata dedicata a San Pietro, a Borgo e a Castel Sant’Angelo, senza bisogno di una mezza giornata apposta.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, messe e modalità di accesso riportati qui risultano dalle fonti richiamate nel testo alla data indicata in apertura: trattandosi di una chiesa gestita da una comunità straniera di volontari, ricontrollateli sul sito ufficiale prima di partire. Segnalateci quello che trovate cambiato.

Mettere in fila una giornata fra San Pietro, Borgo e il Gianicolo significa incastrare udienze del mercoledì, varchi di sicurezza che si spostano, chiese piccole con orari corti, prenotazioni ai Musei e salite che sulla mappa non si vedono, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni, aeroporti, spostamenti fra una regione e l’altra e mete italiane fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile quando si deve montare un itinerario di più giorni è Italy Planner, che raccoglie guide pratiche per organizzare un viaggio in Italia città per città.

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