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San Girolamo dei Croati

San Girolamo dei Croati si affaccia su via Tomacelli, a un passo da via di Ripetta, nel punto in cui il Campo Marzio si apre verso il Tevere e verso lo spiazzo del Mausoleo di Augusto. È la chiesa nazionale dei croati a Roma, ed è uno degli edifici che il porto di Ripetta guardava in faccia finché il porto è esistito. Chi passa di qui la vede di scorcio, incastrata fra i palazzi, con una facciata cinquecentesca di travertino che non chiama nessuno. Dentro c’è una chiesa di Sisto V, con una cupola che non esiste e un ciclo dipinto sulla vita di san Girolamo che quasi nessun visitatore di Roma ha in programma. Questa pagina mette in fila che cosa è documentato, dove le fonti non vanno d’accordo, come funziona l’apertura e perché in estate quel portone resta chiuso per due mesi e mezzo.

Dove si trova San Girolamo dei Croati e come arrivare

L’indirizzo pubblicato dalle fonti istituzionali e dal collegio che gestisce la chiesa è via Tomacelli 132. La stessa struttura, dal lato opposto dell’isolato, si affaccia su piazza Augusto Imperatore, dove ha sede il collegio croato: chi cerca l’ingresso della chiesa sulla piazza gira a vuoto, perché il portone della chiesa guarda la strada che collega ponte Cavour a via del Corso. Le due indicazioni non sono in contraddizione, sono due facce dello stesso complesso.

Chiesa di San Girolamo dei Croati a Roma
La chiesa di San Girolamo dei Croati, vicino al porto di Ripetta. Foto di Stella aboaf, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Con la metropolitana

La fermata più comoda è Spagna, sulla linea A, da cui si scende per via del Babuino o per via Bocca di Leone fino al Corso e poi si taglia su via Tomacelli: dieci o dodici minuti a passo normale, tutti in piano. In alternativa si scende a Flaminio, sempre linea A, si entra in piazza del Popolo e si prende via di Ripetta, che porta dritto sotto il Mausoleo in poco più di un quarto d’ora. Le due strade parallele, via del Babuino e via di Ripetta, arrivano allo stesso punto.

Il percorso da Flaminio è quello che consigliamo a chi non conosce la zona, perché via di Ripetta è la strada del rione che conserva ancora un tessuto di botteghe e di portoni antichi, mentre il Corso a quell’altezza è ormai una galleria commerciale continua. Chi arriva da Termini prende la linea A in direzione Battistini e scende alla quarta fermata.

Con gli autobus

Via Tomacelli e il lungotevere sono attraversati da diverse linee di superficie che collegano il centro con Prati e con il quadrante nord, e la fermata utile cambia a seconda della direzione. I percorsi del centro storico romano vengono modificati di continuo per cantieri, manifestazioni e chiusure temporanee, quindi la verifica va fatta il giorno stesso sull’applicazione dell’azienda di trasporto. Per orientarsi sul sistema dei mezzi abbiamo una pagina dedicata su come muoversi a Roma.

A piedi, che è il modo giusto

San Girolamo dei Croati funziona come tappa dentro una camminata, non come meta isolata. Il percorso che regge meglio parte da piazza del Popolo, scende per via di Ripetta, passa davanti all’Ara Pacis e al Mausoleo di Augusto, gira su via Tomacelli, entra in chiesa e prosegue verso San Lorenzo in Lucina e piazza Colonna. Poco più di un chilometro e mezzo, tutto in piano, senza una salita.

In auto e in bici

Arrivare in macchina in questa zona è una perdita di tempo e di soldi. Via Tomacelli è dentro il perimetro della zona a traffico limitato del centro storico, i parcheggi in struttura più vicini sono a tariffa oraria alta e la sosta su strada è praticamente inesistente. In bicicletta il lungotevere è percorribile ma va condiviso con il traffico veloce del Muro Torto e dei ponti: chi vuole capire quali itinerari ciclabili romani reggono davvero trova una valutazione onesta nella nostra pagina su Roma in bici.

Il nome della chiesa: Schiavoni, Illirici, Croati

La denominazione di questa chiesa è cambiata tre volte in cinque secoli e mezzo, e ogni cambio è un atto documentato, non una sfumatura lessicale. Chi cerca informazioni trova di volta in volta San Girolamo degli Schiavoni, San Girolamo degli Illirici e San Girolamo dei Croati, e tutte e tre le forme compaiono in fonti serie. Qui riportiamo i passaggi come risultano dagli atti, senza prendere posizione su una materia che è stata e resta politicamente sensibile.

Schiavoni e Illirici, i termini antichi

Schiavoni era il termine con cui a Roma si indicavano genericamente gli slavi della sponda orientale dell’Adriatico, e Illirici era la sua versione dotta, ricavata dal nome della provincia romana. Nessuna delle due parole corrisponde a una nazione moderna: erano etichette larghe, usate nei documenti curiali per comunità che arrivavano dalla Dalmazia, dall’Istria, dalla Bosnia e dall’entroterra balcanico. La confraternita quattrocentesca compare negli atti come società degli slavi, e per secoli la chiesa fu conosciuta con quelle formule.

1901: il breve di Leone XIII

Il primo agosto 1901 Leone XIII eresse con il breve apostolico Slavorum gentem un nuovo collegio sacerdotale presso San Girolamo, e il nome scelto conteneva un riferimento esplicito alla gente croata. La decisione provocò proteste diplomatiche immediate, in particolare dal Montenegro e da chi rappresentava gli interessi dei cattolici serbi, perché l’istituto aveva storicamente accolto clero proveniente da aree diverse e la nuova formula veniva letta come una scelta di campo.

1902: il ritorno alla formula illirica

Il 7 marzo 1902 la Santa Sede tornò sui propri passi e ripristinò la denominazione illirica, formula più ampia e neutra rispetto alle rivendicazioni nazionali in corso. Le fonti che ricostruiscono la vicenda parlano di consultazioni con i vescovi di Bosnia, Zagabria e Diakovo e di pressioni esercitate per via diplomatica. È il passaggio che spiega perché per tutto il Novecento la chiesa compare sulle guide come San Girolamo degli Illirici.

1971: il decreto di Paolo VI

Il 22 luglio 1971, con decreto di Paolo VI, l’istituto assunse il nome di Pontificio Collegio Croato di San Girolamo, e da quel momento la chiesa è comunemente indicata come San Girolamo dei Croati. La data è la più citata nelle fonti che abbiamo consultato e va tenuta a mente per un motivo pratico: i testi anteriori a quell’anno usano l’altra formula, e chi cerca bibliografia deve sapere che sta cercando lo stesso edificio sotto due nomi diversi.

La confraternita, il 1453 e Santa Marina

Prima della chiesa attuale, su questo pezzo di Campo Marzio c’era una chiesa dedicata a Santa Marina, riferita dalle fonti all’XI secolo e indicata con l’aggiunta topografica de Posterula, che rimanda a una piccola porta o passaggio sulle difese fluviali. Era un edificio minore, in cattivo stato, in una zona che il Tevere allagava con regolarità. Le comunità slave che gravitavano attorno al porto di Ripetta si erano organizzate in confraternita già nel Quattrocento.

Il breve di Niccolò V

Le ricostruzioni che abbiamo trovato datano al 21 aprile 1453 il breve apostolico Piis fidelium votis con cui Niccolò V concesse alla confraternita la chiesa di Santa Marina, con facoltà di ricostruirla e di dedicarla a san Girolamo. Alla concessione si accompagnò la nascita di un ospizio e di un ospedale per i pellegrini e i profughi che arrivavano dall’altra sponda dell’Adriatico. L’anno non è casuale: è l’anno della caduta di Costantinopoli.

Perché proprio san Girolamo

La scelta del titolare non fu devozionale soltanto. Girolamo, il traduttore della Bibbia in latino, nacque a Stridone, località di confine fra Dalmazia e Pannonia la cui posizione esatta è discussa da secoli e non è stata mai fissata con certezza. Le comunità dell’Adriatico orientale lo consideravano un santo di casa, e intitolargli una chiesa a Roma significava rivendicare una radice antica dentro la città dei papi.

Il porto davanti alla porta

La collocazione non fu casuale nemmeno quella. Ripetta era lo scalo fluviale che serviva il traffico proveniente da monte, e la fascia di città attorno allo scalo era abitata da comunità di mestiere e di provenienza, con ospizi nazionali, botteghe e alloggi per chi arrivava. Una chiesa nazionale piazzata sul molo significava intercettare i propri connazionali nel momento esatto in cui mettevano piede a Roma.

Il cantiere di Sisto V: giugno 1588, luglio 1589

La chiesa che si vede oggi nasce da un cantiere breve e ben documentato. Sisto V, che era stato cardinale titolare di San Girolamo prima di salire al soglio, ordinò la ricostruzione integrale dell’edificio. Le fonti concordano su un dato che colpisce: i lavori cominciarono nel giugno del 1588 e si chiusero nel luglio del 1589, poco più di dodici mesi per rifare una chiesa dalle fondamenta. La velocità è la firma di quel pontificato.

Chi ha firmato il progetto

L’attribuzione corrente è a Martino Longhi il Vecchio, morto nel 1591, e su questo le fonti che abbiamo consultato sono concordi. Alcune schede affiancano il nome di Domenico Fontana, l’architetto di fiducia di Sisto V, con un ruolo che le stesse fonti non chiariscono: sovrintendenza al cantiere, consulenza, oppure semplice coordinamento del programma edilizio papale. Riportiamo entrambi i nomi segnalando che il primo è l’attribuzione principale e il secondo una presenza di contorno, non dirimente.

L’iscrizione sulla facciata

Sul fronte corre la formula che rivendica l’intervento papale, con il riferimento a Sisto V e al fatto che il tempio fu eretto dalle fondamenta. Nel timpano superiore compare lo stemma sistino, con il leone, le pere, la stella a otto punte e il monte a tre cime, cioè il repertorio araldico dei Peretti che chi cammina per Roma incontra ovunque quel papa abbia messo mano, dagli obelischi alle strade rettilinee.

Un dato che circola e che non abbiamo potuto confermare

Una linea di fonti divulgative sostiene che i marmi impiegati sul fronte provengano dal Settizonio, il fronte monumentale severiano alle pendici del Palatino demolito proprio sotto Sisto V per recuperarne i materiali. La notizia è coerente con le pratiche di quel cantiere papale, che smontò il Settizonio per riusarne i marmi in mezza Roma, ma non siamo riusciti a riscontrarla su documentazione archivistica o su letteratura specialistica. La riportiamo come tradizione corrente, non come dato acquisito.

Il capitolo dei canonici

Con il cantiere Sisto V eresse anche un capitolo, con un arciprete, sei canonici e quattro beneficiati, dando alla chiesa la dignità di collegiata. Il primo arciprete indicato dalle fonti è Aleksandar Komulović, di Spalato, figura di rilievo nella storia della Chiesa dell’Adriatico orientale fra Cinque e Seicento. L’istituzione del capitolo è il passaggio che trasforma una chiesa di confraternita in un organismo ecclesiastico strutturato con entrate proprie.

Che cosa si vede dentro, stanza per stanza

L’interno è una croce latina a navata unica, con tre cappelle per lato e un presbiterio dipinto. L’impianto è quello controriformato standard di fine Cinquecento, pensato per la predicazione e per la visibilità dell’altare, senza colonnati che ostacolino lo sguardo. Chi entra aspettandosi il barocco pieno delle chiese di piazza Navona trova qualcosa di più severo e di più antico, fermo al momento in cui il barocco non era ancora cominciato.

La cupola che non c’è

Il pezzo che vale il biglietto, e qui il biglietto non esiste perché l’ingresso è gratuito, è la finta cupola dipinta all’incrocio del transetto. Non c’è nessuna calotta muraria sopra la testa: c’è una superficie piana o poco curva su cui un pittore ha costruito con la prospettiva l’illusione di uno sfondamento verso il cielo. L’attribuzione più ricorrente è a Giovanni Guerra, con datazione attorno al 1589 e il 1590, e il soggetto è una visione celeste.

Le fonti divergono sull’autore. Alcune schede, compresa quella del portale turistico comunale, assegnano la finta cupola e buona parte del presbiterio ad Andrea Lilio, pittore manierista marchigiano, in collaborazione con Antonio Viviani detto il Sordo di Urbino. Altre, fra cui repertori più analitici, tengono ferma la mano di Giovanni Guerra per la cupola e collocano Lilio soprattutto nelle volte del transetto e in una delle cappelle. Le due ricostruzioni non sono conciliabili e le riportiamo entrambe.

I pennacchi

Nei pennacchi, cioè nei triangoli curvi che raccordano l’incrocio del transetto, sono dipinti i quattro evangelisti, attribuiti con buona concordanza a Paolo Guidotti, pittore attivo fra la fine del Cinquecento e il primo Seicento. È lo schema iconografico consueto di ogni cupola romana, reale o finta che sia, e in questo caso serve anche a rendere credibile l’inganno prospettico: se i pennacchi sono veri, il cervello accetta che sopra ci sia una cupola.

Il presbiterio e le storie di san Girolamo

Nell’abside e sulle pareti del presbiterio corre un ciclo dedicato alla vita del titolare, datato dalle fonti fra il 1589 e il 1590. Le scene indicate sono tre: al centro l’ordinazione sacerdotale di Girolamo, riferita al vescovo Paolino di Antiochia; su un lato il santo che nel deserto spiega la Scrittura; sull’altro la disputa con i padri greci, indicati come Basilio Magno e Gregorio di Nazianzo. Per la volta viene fatto il nome di Paris Nogari, con una gloria del santo datata 1588.

Su questo ciclo la divergenza attributiva si ripete. Una ricostruzione lo assegna a Giovanni Guerra con aiuti, un’altra ad Andrea Lilio con Antonio Viviani e altri collaboratori. La spiegazione più economica è che si tratti di un cantiere collettivo, come quasi tutti i cantieri sistini, con più botteghe al lavoro in contemporanea sotto una regia unica e con confini di mano difficili da stabilire a distanza di quattro secoli senza una campagna di restauro documentata.

Le cappelle di sinistra

La prima cappella a sinistra è dedicata ai santi Cirillo e Metodio, gli apostoli degli slavi, e conserva affreschi riferiti ad Andrea Lilio fra il 1590 e il 1592. La seconda è della Madonna Addolorata e ospita una Pietà su tela attribuita a Giuseppe Puglia detto il Bastaro, con datazione fra il 1631 e il 1633. La terza è dedicata al titolare e conserva un San Girolamo dello stesso pittore e degli stessi anni.

Le cappelle di destra

La prima cappella a destra è dedicata a sant’Antonio da Padova e conserva una tela con Annunciazione e santi datata 1718, riferita a Michelangelo Cerruti. La seconda è la cappella della Madonna della Stella, con affreschi ottocenteschi di Pietro Gagliardi. La terza ospita una Madonna con il Bambino e sant’Anna, anch’essa nel gruppo di tele riferite a Giuseppe Puglia nei primi anni Trenta del Seicento.

La navata dipinta nell’Ottocento

La volta a botte della navata porta un grande affresco con l’esaltazione della Croce e i quattro profeti maggiori, eseguito da Pietro Gagliardi attorno alla metà dell’Ottocento, in una campagna che le fonti collocano fra il 1847 e i primi anni Cinquanta e che fu resa possibile da un lascito di Pio IX. Guardare in alto camminando verso l’altare significa attraversare tre secoli di pittura in trenta metri, dal manierismo di fine Cinquecento al purismo ottocentesco.

La controfacciata

Girandosi verso l’uscita si trova, in alto, un affresco di Gagliardi con i due papi che hanno fatto questa chiesa, Niccolò V e Sisto V, messi uno accanto all’altro a quattro secoli di distanza dai fatti. In basso è collocato un monumento funebre marmoreo riferito alla seconda metà del Seicento. È la parete che tutti saltano perché si guarda solo entrando, e contiene il riassunto visivo della storia dell’edificio.

Una curiosità su San Girolamo dei Croati

La facciata di questa chiesa è stata amputata dal livello della strada. Il fronte cinquecentesco era preceduto da una scalinata che lo sollevava sopra il piano stradale e gli dava la spinta verticale che gli architetti di allora calcolavano con cura. Quando nel tardo Ottocento si alzarono le quote del quartiere per i lavori sul Tevere e per il nuovo assetto viario, quella scalinata si perse quasi del tutto e la facciata si ritrovò appiattita contro il marciapiede.

Che cosa significa in pratica

Significa che la proporzione che vediamo non è quella progettata. Martino Longhi il Vecchio aveva disegnato un fronte da guardare dal basso, salendo, con l’ordine inferiore che si allontanava dall’occhio via via che ci si avvicinava. Oggi si arriva in piano, il portale è a filo di strada e l’edificio sembra più basso e più compresso di quanto sia. È lo stesso effetto che hanno subito decine di chiese romane fra Ottocento e Novecento, e nessuno lo segnala mai.

Il porto sparito

La stessa stagione di lavori ha cancellato il porto di Ripetta, il molo settecentesco disegnato da Alessandro Specchi nel 1704, con le sue rampe curve e la doppia scalinata che scendeva all’acqua. Le fonti collegano la demolizione alla costruzione dei muraglioni e all’apertura di ponte Cavour, completato nel 1901. Della struttura originale non resta praticamente nulla in posto, e restano invece le incisioni di Piranesi e di Vasi e le prime fotografie degli anni Sessanta dell’Ottocento.

Perché la chiesa è girata così

Chi guarda una pianta della zona nota che l’orientamento della chiesa non dialoga con la piazza moderna alle sue spalle. Il motivo è cronologico: l’edificio è del 1589 e guardava il fiume e lo scalo, mentre piazza Augusto Imperatore è un intervento degli anni Trenta del Novecento che ha svuotato l’isolato attorno al Mausoleo e riscritto tutto il tessuto circostante. La chiesa è rimasta ferma mentre la città le ruotava intorno.

Una cosa che non ti dice nessuno su San Girolamo dei Croati

Quasi tutte le schede ripetono che Sisto V ricostruì questa chiesa perché era di origine slava, o dalmata, o croata. La notizia gira da secoli e non regge a una verifica elementare. Felice Peretti nacque a Grottammare, nelle Marche, nel 1521, in una famiglia di condizione modesta, e la sua carriera si svolse dentro l’Ordine dei Minori conventuali fra Marche, Umbria e Roma. L’origine adriatica orientale è una tradizione, non un dato biografico documentato.

Da dove nasce la leggenda

La spiegazione più semplice è che la leggenda serva a spiegare un fatto vero. Sisto V fu davvero il grande benefattore di questa chiesa e vi mise una quantità sproporzionata di risorse e di attenzione per un edificio di comunità straniera. Chi cercava una ragione a quella generosità la trovò nell’origine familiare, e una volta entrata nelle guide la storia si è autoalimentata. La ragione documentata è un’altra, e non ha bisogno di sangue dalmata.

La ragione vera, che è più interessante

Felice Peretti ebbe San Girolamo come titolo cardinalizio a partire dal 1570, cioè per quindici anni prima di diventare papa. Le fonti riferiscono inoltre che già nel 1585, appena eletto, destinò una somma alla congregazione. Un cardinale che riceve un titolo se ne occupa, ne conosce i problemi, ne frequenta i confratelli, e quando diventa papa quella chiesa è la sua chiesa. Il legame è istituzionale e biografico, e non richiede nessuna genealogia di fantasia.

Come ci comportiamo qui

Segnaliamo la tradizione perché il visitatore la incontrerà comunque su cartelli, guide e siti, e diciamo che non l’abbiamo trovata supportata da documentazione. Chi ha interesse specifico per la biografia di Sisto V trova nella letteratura sul pontificato sistino un quadro molto più solido di quello che si ricava dalle schede turistiche, compresa questa. Il criterio, qui come altrove, è distinguere fra quello che è scritto negli atti e quello che è stato aggiunto dopo per rendere il racconto più tondo.

Il consiglio che ti do per visitare San Girolamo dei Croati

Il consiglio operativo è uno e riguarda il calendario: non venite in estate. Il sito ufficiale del collegio croato pubblica gli orari di apertura della chiesa e aggiunge una chiusura stagionale che va da luglio alla metà di settembre. Chi arriva a Roma in agosto e mette questa chiesa in programma trova il portone sbarrato, senza cartelli e senza spiegazioni, e se ne va convinto che sia chiusa per restauro. Non è un restauro, è il calendario del collegio.

Gli orari come li pubblica il collegio

Le indicazioni pubblicate dal collegio parlano di apertura dal lunedì al sabato nella prima mattina, fra le sette e le nove, e nel tardo pomeriggio, fra le diciassette e le diciannove; la domenica la mattina è più lunga, fra le dieci e le tredici, e il pomeriggio segue la stessa fascia serale. Altre schede in circolazione indicano orari continuati molto più ampi. Fra le due versioni diamo credito a quella del collegio, che gestisce l’edificio.

Le messe, e in che lingua

Nei giorni feriali risultano celebrazioni mattutine ravvicinate e una messa serale in croato; la domenica e nei giorni festivi ci sono due messe in tarda mattinata e una messa serale in croato. Chi entra durante una celebrazione può restare, in silenzio, senza girare per le cappelle: è una chiesa in uso, non uno spazio espositivo. I gruppi che desiderano una messa in croato sono invitati dal collegio a scrivere in anticipo.

Il giudizio, senza giri di parole

San Girolamo dei Croati merita venti minuti, non un pellegrinaggio. Entrare senza sapere che cosa si guarda significa vedere una chiesa cinquecentesca dignitosa e uscire in tre minuti. Entrare sapendo che la cupola è dipinta, che il ciclo absidale è un cantiere sistino con attribuzioni contese e che quell’edificio è il punto di appoggio romano di una comunità da sei secoli cambia completamente il peso della sosta. La differenza la fa la preparazione, non il monumento.

Come incastrarla nella giornata

La sosta si incastra benissimo in una mattinata che parta dal Pincio, scenda a piazza del Popolo, tocchi Santa Maria del Popolo e le chiese gemelle, e poi percorra via di Ripetta verso l’Ara Pacis. La finestra mattutina della chiesa si chiude alle nove, quindi in quella versione San Girolamo va messa per prima e il resto viene dopo. Chi preferisce il pomeriggio inverte l’ordine e arriva qui verso le diciassette.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il collegio annesso alla chiesa è una costruzione degli anni Trenta del Novecento, non un edificio antico. Fu tirato su fra il 1938 e il 1939 durante il rettorato di Juraj Magjerec, che resse l’istituto dal 1928 al 1957. Sta su piazza Augusto Imperatore, cioè su una piazza nata anch’essa in quegli anni con la sistemazione dell’area attorno al Mausoleo di Augusto, ed è parte integrante di quel progetto urbano.

Le opere di artisti croati del Novecento

Dentro il collegio ci sono lavori di due nomi di primo piano dell’arte croata del secolo scorso: mosaici del pittore Jozo Kljaković, vissuto fra il 1889 e il 1969, e bassorilievi dello scultore Ivan Meštrović, fra il 1883 e il 1962, che le fonti descrivono dedicati a san Girolamo e a Sisto V. Viene ricordato anche un dipinto d’altare donato nel 1969 dal pittore Ivo Dulčić. Meštrović è uno scultore che i musei europei espongono e che a Roma quasi nessuno sa di poter incrociare.

Il punto che conta per il visitatore

Questi lavori si trovano dentro un collegio ecclesiastico, cioè in una casa abitata da studenti sacerdoti, e non sono compresi nella visita della chiesa. Non c’è biglietteria, non c’è percorso, non c’è custode. Chi ha una ragione di studio può provare a scrivere all’indirizzo pubblicato dal collegio spiegando chi è e che cosa vuole vedere, mettendo in conto che la risposta possa essere negativa e accettandola.

Una storia istituzionale fatta a singhiozzo

La vicenda del collegio è interrotta più volte. Clemente VIII nel 1598 permise di trasformare l’ospizio in istituzione ecclesiastica; Pio VI nel 1790 istituì un collegio che funzionò a intermittenza; il breve di Leone XIII del 1901 rifondò tutto, ma l’apertura effettiva slittò al 1911 per ragioni politiche e la Prima guerra mondiale lo fece chiudere già nel 1915. La riapertura stabile è del 1924, e da allora l’istituto non si è più fermato.

La foto giusta da fare a San Girolamo dei Croati

La fotografia che funziona qui è quella della finta cupola, ripresa dal basso stando in piedi sotto l’incrocio del transetto, con la macchina puntata verticalmente e tenuta il più possibile parallela al piano dipinto. Il soggetto è un inganno prospettico costruito per un osservatore in un punto preciso: se ci si sposta di due metri l’illusione si sfalda e la foto mostra una superficie deformata. Trovare quel punto richiede qualche minuto di prove.

La luce e i tempi

L’interno è buio e le finestre sono poche, quindi si lavora a sensibilità alta e con tempi lunghi. Senza treppiede, che nelle chiese romane in genere non è ammesso, conviene appoggiare la macchina o il telefono su una balaustra o su uno schienale e usare l’autoscatto per evitare il micromosso. Il flash va tenuto spento sempre, per rispetto e perché su una volta dipinta a quella distanza non serve a niente.

La foto di fuori, che è più difficile

La facciata su via Tomacelli è quasi impossibile da riprendere frontalmente, perché la strada è stretta e il marciapiede opposto non dà abbastanza distanza. Il risultato migliore si ottiene di taglio, dal lato di via di Ripetta, con la facciata in scorcio e il traffico in primo piano, accettando che la foto racconti la compressione urbana invece di negarla. La prima mattina la luce arriva radente e il travertino si stacca dai palazzi intorno.

Le regole, che qui contano

La fotografia senza flash e senza treppiede è in genere tollerata quando non ci sono celebrazioni in corso, come in gran parte delle chiese romane, ma resta a discrezione di chi custodisce il luogo e va interrotta al primo richiamo. Durante le messe non si fotografa, punto. Negli ambienti del collegio si fotografa solo se chi accompagna lo autorizza esplicitamente. Chiedere prima di scattare costa dieci secondi e risolve ogni ambiguità.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di San Girolamo si legge come la storia di una comunità straniera che si radica in una città che non è la sua, con concessioni papali, cantieri, chiusure e riaperture. Quella che segue è l’ossatura essenziale, con le date che abbiamo potuto riscontrare su più fonti e l’indicazione esplicita dei punti su cui le ricostruzioni non coincidono.

XI secolo: Santa Marina de Posterula

L’edificio che precede la chiesa attuale è riferito all’XI secolo e dedicato a Santa Marina, con l’indicazione topografica che rimanda a un passaggio nelle difese lungo il fiume. Arriva al Quattrocento in condizioni cattive, come tante chiese minori del Campo Marzio soggette alle piene del Tevere.

21 aprile 1453: la concessione di Niccolò V

Niccolò V concede la chiesa alla confraternita degli slavi con facoltà di ricostruirla e di dedicarla a san Girolamo, e autorizza un ospizio e un ospedale. È l’atto di nascita dell’istituzione, e cade nell’anno in cui Costantinopoli cade in mano ottomana e il flusso di profughi dall’Adriatico orientale verso l’Italia si intensifica.

8 febbraio 1566: il titolo cardinalizio

Pio V eleva San Girolamo a titolo cardinalizio. Da quel momento la chiesa entra nel circuito delle chiese titolari romane, con un cardinale protettore che se ne occupa e che spesso vi lascia interventi. Il titolare in carica dal 2003 è il cardinale Josip Bozanić.

1570: il cardinale Peretti

Felice Peretti riceve San Girolamo come titolo. È il passaggio che spiega tutto quello che succederà quindici anni dopo, quando lo stesso Peretti diventerà papa con il nome di Sisto V.

Giugno 1588, luglio 1589: la ricostruzione

Il cantiere sistino rade al suolo l’edificio quattrocentesco e ne costruisce uno nuovo in poco più di un anno, su progetto di Martino Longhi il Vecchio. Contestualmente viene eretto il capitolo dei canonici e la chiesa diventa collegiata. La decorazione dipinta parte subito e prosegue nei due anni successivi.

1598 e 1790: i tentativi di collegio

Clemente VIII apre alla trasformazione dell’ospizio in collegio ecclesiastico nel 1598, e Pio VI istituisce formalmente un collegio nel febbraio del 1790. Nessuna delle due iniziative produce un’istituzione stabile, e per tutto l’Ottocento la struttura funziona a intermittenza.

Metà Ottocento: il restauro di Pio IX

Un intervento generale promosso da Pio IX rimette mano alla chiesa attorno al 1847, con la campagna pittorica di Pietro Gagliardi sulla volta della navata, nella cappella della Madonna della Stella e in controfacciata. È il secondo momento decorativo importante dopo quello sistino, e ha un carattere completamente diverso.

1901 e 1902: il nome e la diplomazia

Il primo agosto 1901 Leone XIII erige con Slavorum gentem il collegio sacerdotale con denominazione croata; il 7 marzo 1902 la Santa Sede ripristina la denominazione illirica dopo le proteste diplomatiche. È il passaggio più delicato dell’intera vicenda e va letto nel contesto delle tensioni nazionali dell’Adriatico orientale a cavallo dei due secoli.

1938 e 1939: il nuovo collegio

Viene costruito l’edificio attuale del collegio su piazza Augusto Imperatore, decorato negli anni successivi con opere di artisti croati. La chiesa cinquecentesca resta com’è e si trova incorporata in un complesso completamente nuovo.

22 luglio 1971: il decreto di Paolo VI

L’istituto assume ufficialmente il nome di Pontificio Collegio Croato di San Girolamo. È la denominazione in vigore, ed è quella che oggi identifica anche la chiesa nelle schede istituzionali e nella toponomastica corrente.

Chi è passato da San Girolamo dei Croati

L’elenco delle persone legate a questo luogo è fatto di papi, di architetti, di pittori e di rettori, più che di celebrità di passaggio. È una chiesa di comunità, e le comunità producono figure che contano molto all’interno e pochissimo nelle guide generaliste.

Niccolò V

Il papa umanista che nel 1453 concesse Santa Marina alla confraternita è all’origine di tutto. Senza quell’atto non ci sarebbe stata una chiesa nazionale in questo punto della città, e la comunità slava di Roma sarebbe rimasta senza un centro proprio. Il suo ritratto compare in controfacciata, accanto a quello di Sisto V, dipinto quattro secoli dopo i fatti.

Sisto V

Felice Peretti è il personaggio decisivo. Titolare della chiesa dal 1570, papa dal 1585, ricostruttore dell’edificio nel 1588 e 1589, fondatore del capitolo. Il suo stemma è sulla facciata e la sua firma è sulla velocità del cantiere. Il resto del suo pontificato lo si legge in giro per Roma, dagli obelischi che fece rialzare, compreso l’obelisco Flaminio di piazza del Popolo, alle strade rettilinee che collegano le basiliche.

Martino Longhi il Vecchio

L’architetto che firma la chiesa morì nel 1591, due anni dopo la conclusione del cantiere. Fu una figura centrale della Roma di fine Cinquecento, capostipite di una dinastia di architetti che lavorò in città per tre generazioni. Chi vuole capire il passaggio dal tardo Cinquecento al barocco pieno trova un buon punto di partenza nella nostra pagina su Roma barocca.

Giovanni Guerra, Andrea Lilio, Antonio Viviani

I tre nomi che le fonti si passano di mano per la finta cupola e per il presbiterio sono tutti pittori del tardo manierismo, marchigiani o umbri, attivi nei grandi cantieri sistini. Lavoravano in squadra, su ponteggi condivisi, con contratti che spesso non distinguevano le mani. La contesa attributiva su questa chiesa è meno un giallo che una conseguenza normale di come si dipingeva allora.

Pietro Gagliardi

Il pittore romano che nell’Ottocento coprì la volta della navata lavorò in decine di chiese di Roma e del Lazio ed è uno degli autori più presenti e meno conosciuti della città. Il suo purismo devozionale è uscito di moda per un secolo e sta tornando in considerazione negli studi. Qui il suo intervento è vasto e ben conservato.

Aleksandar Komulović

Il primo arciprete del capitolo sistino, originario di Spalato, fu una figura di rilievo nella Chiesa dell’Adriatico orientale fra Cinque e Seicento, impegnata in missioni diplomatiche e in progetti di riavvicinamento fra le Chiese. Il suo nome dice poco a Roma e molto nella storiografia croata: è un buon esempio di quanto una chiesa nazionale funzioni come cerniera fra due mondi.

Ivan Meštrović e Jozo Kljaković

Lo scultore e il pittore che decorarono il collegio negli anni Trenta e Quaranta del Novecento sono due nomi maggiori dell’arte croata contemporanea. Meštrović in particolare ha opere in collezioni pubbliche europee e americane. Le loro cose qui non sono visibili al pubblico ordinario, e questa è la ragione principale per cui il loro passaggio da Roma resta poco noto.

Il collegio oggi: una casa di studenti, non un museo

Il Pontificio Collegio Croato di San Girolamo ospita sacerdoti croati che seguono corsi di specializzazione nelle università pontificie romane. La chiesa funziona come cappella del collegio e come rettoria, cioè luogo sussidiario di culto senza parrocchia propria: le fonti la collegano al territorio della parrocchia di San Lorenzo in Lucina, che è la chiesa parrocchiale storica di questo pezzo di Campo Marzio.

Che cosa comporta per chi arriva

Comporta che gli orari rispondano alla vita di una casa religiosa e non a un calendario turistico. Le aperture sono brevi, concentrate nella prima mattina e nel tardo pomeriggio, e si interrompono per due mesi e mezzo in estate. Non c’è personale dedicato ai visitatori, non c’è bookshop, non ci sono pannelli. Chi entra sapendo di essere ospite si comporta di conseguenza e in genere viene accolto senza problemi.

Accessibilità

L’ingresso su via Tomacelli è a quota strada o quasi, il che paradossalmente è un’eredità positiva dei rialzamenti ottocenteschi che hanno mangiato la scalinata. L’interno è a navata unica e senza dislivelli rilevanti nel corpo principale, mentre il presbiterio è rialzato di alcuni gradini. Non risulta pubblicata una dichiarazione formale di accessibilità né l’esistenza di servizi attrezzati: chi si muove in carrozzina conviene che telefoni prima. Il quadro generale sulla città è nella nostra pagina su Roma accessibile.

I recapiti e le fonti ufficiali

Gli orari, le messe e i contatti sono pubblicati dal collegio sul proprio sito, sveti-jeronim.org, che è la fonte da consultare prima di partire perché è l’unica aggiornata da chi gestisce l’edificio. Una scheda descrittiva con indirizzo e riferimenti è pubblicata anche dal portale turistico di Roma Capitale, alla voce chiesa di San Girolamo dei Croati. Fra le due, in caso di discordanza sugli orari, ha più peso la prima.

Che cosa vedere intorno: il Campo Marzio settentrionale

Questa è una delle zone più attraversate di Roma, e quasi tutti la percorrono senza fermarsi, perché la usano come corridoio fra piazza di Spagna, piazza del Popolo e il Pantheon. Chi si ferma trova una densità di cose notevoli in un raggio di trecento metri, con il vantaggio che diverse fra queste non hanno fila.

I due monumenti antichi

Il Mausoleo di Augusto si trova a due passi ed è la tomba dinastica del primo imperatore, riaperta al pubblico dopo decenni di chiusura e visitabile con prenotazione: gli assetti e i cantieri della piazza sono cambiati più volte negli ultimi anni, quindi la disponibilità va verificata prima. L’Ara Pacis è dall’altro lato, dentro la teca progettata da Richard Meier, con il proprio biglietto e i propri orari.

Le altre chiese del rione

Scendendo verso sud si incontrano San Lorenzo in Lucina, che è la parrocchia storica della zona, la Maddalena con la sua facciata rococò, e più avanti Sant’Ignazio di Loyola, dove si trova la finta cupola più famosa di Roma, quella di Andrea Pozzo. Il confronto fra le due illusioni prospettiche, quella di San Girolamo e quella di Sant’Ignazio, è l’esercizio più istruttivo che si possa fare in questa zona.

Le altre chiese nazionali

Roma è piena di chiese nazionali e il centro storico ne concentra una decina in pochi isolati. A poca distanza ci sono San Luigi dei Francesi per i francesi, Santa Maria dell’Anima per i tedeschi, Sant’Antonio dei Portoghesi e Santa Maria in Monserrato per gli spagnoli. Girarle in sequenza è un modo diverso di leggere il centro, come una mappa delle diaspore invece che dei papi.

L’equivoco da evitare

Esiste a Roma un’altra chiesa dedicata allo stesso santo, San Girolamo della Carità, che si trova a via di Monserrato, dall’altra parte del centro, ed è tutt’altro edificio: è legata a Filippo Neri e conserva la cappella Spada. Le due chiese vengono confuse di continuo dai motori di ricerca e dai navigatori. Se il navigatore vi manda verso Campo de’ Fiori, avete digitato il nome sbagliato.

Il resto del Tridente

Risalendo si arriva a piazza di Spagna con la Barcaccia e la scalinata di Trinità dei Monti, e da lì al Pincio. Sulla via del ritorno restano la Casa di Goethe sul Corso, l’Atelier Canova Tadolini su via del Babuino e l’Antico Caffè Greco, che sono tre pezzi della Roma dei viaggiatori stranieri dell’Ottocento.

Scendendo verso il centro antico

In venti minuti a piedi si arriva alla colonna di Marco Aurelio, a Montecitorio con il suo obelisco, al Pantheon e alla fontana di Trevi. Verso ovest si attraversa il fiume su ponte Sant’Angelo e si arriva a Castel Sant’Angelo. Chi ha una giornata sola trova un itinerario già montato nella nostra pagina su Roma in un giorno.

Quadri e programmazione

Chi viene per la pittura può incrociare questa chiesa con un percorso più largo: Sant’Agostino e Santa Maria del Popolo conservano opere che la nostra pagina su Caravaggio a Roma mette in fila con gli orari giusti. Chi visita d’estate deve mettere in conto le chiusure stagionali e puntare sulla programmazione all’aperto, per cui c’è la nostra pagina sull’Estate Romana. Per i giorni di ingresso libero nei musei c’è la scheda sui musei gratis.

Mangiare in zona: Ripetta, Tomacelli e il Corso

Questa è una delle zone più insidiose di Roma per mangiare, e conviene dirlo prima. Il triangolo fra il Mausoleo di Augusto, via Tomacelli e via del Corso concentra uffici, negozi e un flusso turistico continuo che attraversa il Tridente in tutte le direzioni. Dove passa tanta gente che non tornerà mai più, la ristorazione si organizza per servire una volta sola, e i prezzi seguono la rendita di posizione invece della cucina.

I segnali che qui si vedono tutti

Il menu con le fotografie dei piatti, esposto in più lingue sulla soglia, è il primo e il più affidabile. La signora che tira la sfoglia dietro il vetro o addirittura sul marciapiede è un richiamo scenico costruito per la fotografia, non un indizio sulla cucina che sta dentro. La persona in piedi all’ingresso che invita a sedersi lavora sul passaggio, cioè su chi non sceglie. Tre segnali che in questo quadrante si incontrano nel giro di cinquanta metri.

L’orario continuato e il listino doppio

Il locale che serve senza interruzione dalla mattina a notte fonda non ha una brigata organizzata su servizi definiti, e questo si vede nel piatto. Nei posti piazzati davanti ai monumenti più fotografati capita inoltre che il prezzo si adegui al cliente che si ha davanti: voci senza prezzo sul menu, supplementi che compaiono al conto, listini diversi fra la sala e i tavoli fuori. Chiedere il prezzo prima di ordinare non è scortesia, è amministrazione ordinaria.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma si è consolidata una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, la coda gestita col numerino e un prodotto pensato per essere riconoscibile ovunque. Funziona come attrazione turistica a tutti gli effetti, con la fila che fa da pubblicità, e i romani non ci vanno. Non è snobismo: è che quel modello vende un’esperienza standardizzata, e chi abita in città cerca il contrario. Su via del Corso e dintorni ne conterete parecchie.

Dove si sposta chi vuole mangiare bene

Chi ha tempo si allontana dall’asse turistico. Verso ovest, oltre il fiume, si entra in un tessuto diverso; verso sud, dopo piazza Colonna, le strade laterali fra il Pantheon e Campo Marzio conservano ancora qualche indirizzo che lavora sui clienti abituali degli uffici, aperto a pranzo e chiuso la sera. La regola geografica è semplice: bastano trecento metri fuori dalla direttrice principale per cambiare completamente livello di prezzo e di qualità.

Il criterio, uno solo

Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che ordinano in italiano senza aprire il menu, il posto regge. Se ci sono soltanto zaini, cartine e traduttori sul telefono, si passa oltre. Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo è nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per i locali storici c’è quella sui caffè e le botteghe storiche.

Domande frequenti su San Girolamo dei Croati

Quanto costa entrare a San Girolamo dei Croati?

L’ingresso alla chiesa di San Girolamo dei Croati è gratuito, come in tutte le chiese romane aperte al culto, e non esiste biglietteria. Gli ambienti del collegio annesso, dove si trovano le opere novecentesche di artisti croati, non sono compresi e non hanno tariffa pubblicata: l’accesso si concorda con l’istituto e non è garantito. Qualunque prezzo trovato online riguarda pacchetti di operatori terzi.

Quali sono gli orari di apertura di San Girolamo dei Croati?

Gli orari pubblicati dal collegio croato indicano apertura dal lunedì al sabato nella prima mattina e nel tardo pomeriggio, mentre la domenica la fascia mattutina è più ampia. La chiusura stagionale va da luglio alla metà di settembre. Altre schede in circolazione riportano orari continuati molto più larghi: in caso di discordanza conviene fidarsi del sito del collegio e telefonare prima di presentarsi.

Perché la chiesa si chiama dei Croati e prima si chiamava degli Illirici?

La chiesa ha portato nei secoli tre denominazioni documentate: degli Schiavoni, degli Illirici e dei Croati. Il breve di Leone XIII del primo agosto 1901 introdusse la denominazione croata, il 7 marzo 1902 la Santa Sede ripristinò quella illirica dopo proteste diplomatiche, e un decreto di Paolo VI del 22 luglio 1971 fissò la denominazione attuale. Sono atti formali, riportati qui senza commento.

Chi ha costruito San Girolamo dei Croati?

La chiesa attuale fu ricostruita per volontà di Sisto V fra il giugno 1588 e il luglio 1589, su progetto attribuito a Martino Longhi il Vecchio. Alcune schede affiancano il nome di Domenico Fontana con un ruolo che le fonti non precisano. L’edificio precedente risaliva alla concessione di Niccolò V del 1453 e sorgeva su una chiesa dedicata a Santa Marina riferita all’XI secolo.

La cupola di San Girolamo dei Croati è vera?

La cupola di San Girolamo dei Croati è dipinta, non costruita: sopra l’incrocio del transetto non c’è nessuna calotta muraria, ma una superficie su cui un pittore ha simulato uno sfondamento prospettico verso il cielo. L’attribuzione più ricorrente è a Giovanni Guerra, attorno al 1589 e al 1590, ma altre fonti la assegnano ad Andrea Lilio. Si vede bene solo stando sotto, al centro.

Chi ha dipinto gli affreschi dell’abside?

Gli affreschi con le storie di san Girolamo nel presbiterio sono datati fra il 1589 e il 1590, ma l’attribuzione è contesa: una linea di fonti li assegna a Giovanni Guerra con aiuti, un’altra ad Andrea Lilio in collaborazione con Antonio Viviani. Per la volta viene fatto anche il nome di Paris Nogari. Con ogni probabilità si tratta di un cantiere collettivo con più botteghe al lavoro insieme.

Si può visitare il Pontificio Collegio Croato di San Girolamo?

Il collegio è una casa di formazione abitata da sacerdoti croati che studiano nelle università pontificie romane, non un museo, e non prevede visite ordinarie. Le opere di Ivan Meštrović e Jozo Kljaković si trovano all’interno e non sono comprese nella visita della chiesa. Chi ha una motivazione di studio può scrivere all’istituto con anticipo, mettendo in conto una risposta negativa.

Quanto tempo serve per visitare San Girolamo dei Croati?

Per visitare San Girolamo dei Croati bastano venti minuti, comprendendo la finta cupola, il presbiterio dipinto, le sei cappelle laterali e la controfacciata. Inserita in una camminata che parta da piazza del Popolo e arrivi a piazza Colonna occupa una mattinata intera senza forzature. La finestra di apertura è breve, quindi il vincolo reale è l’orario, non la durata della sosta.

San Girolamo dei Croati è la stessa cosa di San Girolamo della Carità?

San Girolamo dei Croati e San Girolamo della Carità sono due chiese romane diverse e distanti. La prima è la chiesa nazionale croata in via Tomacelli, presso il Mausoleo di Augusto; la seconda si trova in via di Monserrato, è legata a san Filippo Neri e conserva la cappella Spada. La confusione è frequente sui navigatori: verificate l’indirizzo prima di incamminarvi.

Chi ha scritto questa pagina

La pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, contatti e condizioni di accesso riportati qui sono controllati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali citate nel testo, e cambiano spesso: prima di partire vanno ricontrollati. Se trovi un dato superato, segnalacelo e lo correggiamo.

Chi deve montare un itinerario romano tenendo insieme chiese rette da collegi e comunità religiose invece che da enti turistici, finestre di apertura di due ore, chiusure estive che durano mesi e distanze a piedi che sulla carta sembrano nulla, per sé o per un gruppo, trova materiali di lavoro su Tour Leader Pro, pensati sia per chi accompagna visite di mestiere sia per chi organizza da solo.

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