L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
All’Ara Pacis va in scena L’Ara si rivela, il videomapping che restituisce all’altare di Augusto i colori che aveva duemila anni fa. Non è una mostra e non è una proiezione su un telo: la luce colorata viene sparata direttamente sui rilievi di marmo, pannello per pannello, figura per figura, e il monumento smette di essere il blocco candido che tutti conosciamo per tornare quello che era davvero, un oggetto vivo e coloratissimo. Si entra la sera, a museo chiuso, in gruppi contenuti, con le cuffie in testa. La sede è il Museo dell’Ara Pacis, ingresso su Lungotevere in Augusta all’angolo con via Tomacelli, 00186 Roma, dentro la teca bianca progettata da Richard Meier e inaugurata nel 2006. Il progetto è promosso da Roma Capitale e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, organizzato e gestito da Zètema Progetto Cultura, realizzato da AV Set Produzioni con Luca Scarzella, con direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Le serate disponibili sono quelle indicate dal calendario del museo, che va consultato prima di muoversi perché la programmazione cambia stagione per stagione e prevede aperture straordinarie in occasione di alcune festività. L’esperienza dura attorno ai quaranta minuti, si svolge sia intorno al recinto marmoreo sia all’interno del monumento, e accoglie un numero limitato di partecipanti per turno, accompagnati da un operatore. La narrazione arriva in cuffia in italiano, inglese, francese e spagnolo. Il percorso è fruibile anche da chi ha una disabilità motoria. Il preacquisto online è caldamente consigliato, e conviene presentarsi con un quarto d’ora di anticipo rispetto all’orario del turno: i biglietti non sono rimborsabili né modificabili, quindi arrivare tardi significa perdere la serata. Prezzi, riduzioni e gratuità sono pubblicati sulla pagina ufficiale del museo insieme al calendario, e lì vanno verificati.
La cosa che voglio dire subito, perché è quella che conta: il biglietto dell’esperienza serale dà accesso alla sola esperienza multimediale. Non è il biglietto del museo. Se volete anche girare le sale, leggere i pannelli, guardare i ritratti della dinastia giulio-claudia con calma e luce diurna, quello è un ingresso diverso, in orario diverso. Sono due visite distinte e, secondo me, vanno fatte tutte e due, possibilmente nell’ordine giusto. Ci torno più avanti, perché è il consiglio più utile che posso darvi.
Per inquadrare il monumento dentro il resto della città, la scheda generale dell’Ara Pacis resta il punto di partenza, e a due passi c’è il Mausoleo di Augusto, che di questa storia è l’altra metà.
Che cosa è davvero L’Ara si rivela e perché il videomapping qui ha senso
La parola videomapping viene usata per qualunque cosa, dai palazzi illuminati a Natale alle facciate delle chiese trasformate in schermi. Qui la faccenda è diversa e vale la pena capire perché. Il videomapping vero consiste nel misurare tridimensionalmente una superficie irregolare e poi calibrare la proiezione in modo che ogni pixel di luce cada esattamente dove deve cadere: sulla piega di un panneggio, sul petalo di un fiore d’acanto, sulla guancia di un bambino scolpito. Su una facciata piatta è un esercizio di grafica. Su un bassorilievo di marmo alto poco meno di quattro metri, con figure sovrapposte su tre piani di profondità e centinaia di elementi vegetali intrecciati, è un lavoro di precisione millimetrica. Basta uno scarto di pochi millimetri e il rosso del mantello finisce sul braccio nudo.
Il sistema installato al museo utilizza otto videoproiettori 4K laser, gestiti da un mediaserver che controlla l’intero spettacolo, comprese le luci ambientali della sala. Questo dettaglio, che sembra tecnico e basta, è invece la ragione per cui l’effetto funziona: se le luci del museo restassero accese come di giorno, il colore proiettato verrebbe lavato via e vedreste una patina slavata sopra il marmo. Il fatto che lo stesso cervello elettronico spenga, abbassi e riaccenda l’illuminazione della teca in sincrono con la narrazione è ciò che permette al marmo di sembrare dipinto e non illuminato. C’è un momento, quando la sala scende nel buio quasi totale e poi il primo pannello si accende, in cui la sala fa un rumore involontario. Ci sono passato, l’ho sentito fare a gente che aveva l’aria di essere lì per accompagnare qualcun altro.
La proiezione è digitale e modulabile in tempo reale, il che significa che profili e cromie possono essere aggiustati senza rifare nulla di fisico. I bassorilievi si accendono progressivamente in corrispondenza del punto di osservazione del gruppo, cioè la luce accompagna il pubblico invece di sparare tutto insieme. Questo è un altro dettaglio che cambia l’esperienza: non state guardando un unico quadro luminoso da lontano, vi state muovendo dentro una narrazione che si accende davanti a voi e si spegne alle vostre spalle. Contorni di luce disegnano i profili delle figure e aiutano a leggerle, e qui il servizio è didattico prima che spettacolare, perché i fregi dell’Ara Pacis sono affollatissimi e senza un aiuto l’occhio non distingue il secondo piano dal terzo.
La narrazione non racconta soltanto l’antichità. È forse la scelta più intelligente dell’allestimento: il percorso è costruito per tappe, un viaggio nel tempo che parte dalle origini augustee e arriva fino alle vicissitudini della riscoperta. Parlano le voci dei collezionisti cinquecenteschi che si spartirono i frammenti, dei restauratori che li rimisero insieme, degli archeologi che capirono che cosa avevano fra le mani. È la parte che quasi nessuno si aspetta e che quasi tutti, uscendo, citano per prima.
Dove si trova il Museo dell’Ara Pacis e come ci si arriva
L’indirizzo è Lungotevere in Augusta, all’angolo con via Tomacelli, nel rione Campo Marzio, a metà strada fra piazza del Popolo e ponte Cavour. Chi arriva a piedi dal centro ha due percorsi possibili, e sono due esperienze diverse. Il primo è via di Ripetta, che scende da piazza del Popolo parallela al Tevere: si passa davanti all’Accademia di Belle Arti, si costeggia la chiesa di San Rocco, e la teca compare sulla destra, bassa e larga, con il fianco cieco di travertino verso il fiume. Il secondo è via Tomacelli, che arriva da via del Corso e sbuca proprio all’ingresso: è la via più rapida se venite dalla zona di Fontana di Trevi o del Pantheon.
Il terzo percorso, quello che consiglio a chi viene la sera e ha dieci minuti in più, è piazza Augusto Imperatore. Si entra da via di Ripetta o da via dei Pontefici, ci si trova nella grande piazza rettangolare costruita negli anni trenta attorno al tumulo del Mausoleo, e da lì si guarda la teca di Meier dal lato lungo. Di sera, con l’illuminazione accesa e il vetro che diventa trasparente dall’esterno, l’altare si vede dalla strada. È una delle poche architetture museali romane che regala qualcosa anche a chi non entra.
Mezzi pubblici e parcheggio
Le linee di superficie che passano più vicino sono quelle di via Tomacelli e del lungotevere, e il capolinea storico dell’area è quello di piazza Augusto Imperatore. La metropolitana più vicina è la fermata Spagna della linea A, da cui si arriva a piedi in poco più di dieci minuti passando per via del Babuino e piazza del Popolo, oppure Flaminio, sempre linea A, per chi preferisce scendere lungo via di Ripetta. Chi viene da Trastevere o dal Vaticano attraversa ponte Cavour e se lo trova davanti. In auto, mettetevi il cuore in pace: la zona è a traffico limitato negli orari di punta e i posti liberi sul lungotevere sono un’ipotesi teorica. La sera qualcosa si trova verso il Muro Torto o ai parcheggi di attestamento, ma il modo civile di arrivare qui resta a piedi o con i mezzi.
La storia dell’altare, dal 13 a.C. al fango del Tevere
Il 4 luglio del 13 a.C. il Senato deliberò la costruzione di un altare per celebrare il ritorno di Augusto da tre anni di campagne pacificatrici in Spagna e nella Gallia meridionale. La consacrazione solenne arrivò solo il 30 gennaio del 9 a.C., e la data non fu scelta a caso: era il compleanno di Livia, moglie di Augusto. Chi conosce il personaggio sa che nulla, in quella famiglia, veniva lasciato al caso. Le parole di Augusto stesso, nelle Res Gestae, dicono che il Senato decretò che nell’ara magistrati, sacerdoti e vestali celebrassero un sacrificio annuale.
Il luogo prescelto era nel Campo Marzio, in un’area consacrata alla celebrazione delle vittorie, e precisamente a un miglio romano, millequattrocentosettantadue metri, dal pomerio, il confine sacro della città. Quel miglio era il punto in cui il console che tornava da una spedizione militare perdeva i poteri militari e rientrava in possesso di quelli civili. Piazzare lì l’altare della Pace significava dire una cosa precisa senza scriverla: la guerra finisce qui, di qua comincia la pace. L’altare aveva un ingresso sull’antica via Flaminia e uno verso il Campo Marzio.
Il problema è che il Campo Marzio è una piana alluvionale e il Tevere, prima dei muraglioni, faceva quello che voleva. Già nel secondo secolo dopo Cristo l’Ara Pacis era in sofferenza per acqua e umidità: molte parti si erano rotte o staccate dal corpo principale. Il livello del terreno si alzava di continuo per l’apporto di limo e sabbia, tanto che a un certo punto bisognò circondare il monumento con un muro di mattoni per proteggerlo, e comunque dal terreno sporgeva ormai soltanto a partire dai fregi figurati. Duemila anni dopo, se volete capire quanto si è alzato quel terreno, basta guardare la quota della Roma antica sotto Palazzo Fiano rispetto a quella attuale della strada.
Nel Medioevo l’altare fece la fine di mezza Roma antica: diventò cava di marmo. Un marmoraro ne staccava i pezzi per fabbricare altro. Non è una storia di barbari, è la storia normale di una città che per mille anni ha riciclato se stessa, e vale la pena ricordarlo quando ci si indigna troppo facilmente per le demolizioni del Novecento.
Il ritrovamento a pezzi, sparsi per mezzo mondo
La prima riscoperta moderna è del 1568, secondo altre fonti già del 1536: sotto Palazzo Peretti, in via in Lucina, a qualche centinaio di metri a sud est rispetto al luogo dove il monumento fu poi ricostruito, vennero alla luce frammenti di rilievi. E qui comincia una dispersione che è quasi comica se non fosse tragica. La Saturnia tellus, il pannello più bello e meglio conservato, entrò nelle collezioni medicee e finì agli Uffizi. Una parte fu venduta al Granduca di Toscana. Un frammento prese la strada del Louvre. Un altro ancora arrivò ai Musei Vaticani. Altri restarono a Villa Medici. L’altare della pace di Augusto, nel giro di due secoli, era diventato un puzzle sparso fra Firenze, Parigi, il Vaticano e chissà dove.
Altri scavi arrivarono nel 1859, quando furono recuperati il rilievo di Enea e la testa di Marte del pannello del Lupercale. Ma soltanto nel 1879 l’archeologo tedesco Federico von Duhn mise insieme i conti e riconobbe che quei frammenti appartenevano tutti all’Ara di Augusto. Tenete a mente questa data: dal 1568 al 1879 passarono tre secoli in cui nessuno sapeva davvero che cosa fossero quei marmi bellissimi.
Nel 1903 partirono scavi regolari, con l’interesse del proprietario del palazzo, Edoardo Almagià, diretti dall’ingegner Mariano Cannizzaro e dall’archeologo Angiolo Pasqui. Andarono avanti ufficialmente fino all’aprile del 1904, poi in maniera ufficiosa fino al febbraio del 1905, e infine si fermarono per mancanza di soldi: fra il 1903 e il 1905 si erano già spese circa 62.000 lire, una cifra che vale oltre 250.000 euro di oggi. Era un cantiere impossibile: si scavava sotto le fondamenta di un palazzo abitato, nel cuore del centro storico.
Il 1938, il bimillenario e la ricomposizione
Fra il 1918 e il 1921 si cominciò a discutere la proposta del professor Oreste Mattirolo, presidente della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti: riunire tutti i frammenti sparsi per l’Italia e per il mondo e rimettere insieme il monumento. L’idea prese piede in fretta perché cadeva nel momento politico giusto, o sbagliato, a seconda dei punti di vista. Si arrivò a immaginare le iscrizioni celebrative da incidere sul monumento ricostruito. Ma bisognò aspettare il 1937 perché gli scavi ripartissero davvero.
Nel frattempo, nel 1909, il nuovo piano regolatore di Roma aveva già previsto l’abbattimento dei fabbricati attorno al Mausoleo di Augusto, e nel 1932 le demolizioni cominciarono. Fanno parte di quella stagione di sventramenti che fra gli anni venti e trenta cambiò la faccia del centro storico. Mussolini le presenziava di persona, e i filmati dell’Istituto Luce lo mostrano col piccone in mano sui tetti delle case destinate a sparire. La ricomposizione dell’Ara assunse un significato politico esplicito: il bimillenario della nascita di Augusto cadeva il 23 settembre 1938, e il regime voleva l’altare in piedi per quella data.
Da marzo a dicembre del 1937 si scavò sotto Palazzo Fiano con metodi che per l’epoca erano avanzatissimi: per estrarre i frammenti dalle fondamenta senza far crollare l’edificio si ricorse al congelamento del terreno. Non è un dettaglio da poco. Si congelò letteralmente il suolo del centro di Roma per tirare fuori pezzi di marmo. Il lavoro di rimontaggio fu difficilissimo, perché i frammenti erano pochi e le informazioni sulla forma originaria del monumento quasi inesistenti: si disponeva praticamente di due monete romane, una di età neroniana e una domizianea, che raffiguravano l’ara vista da due lati opposti. Su due monete si è ricostruito un monumento.
Nel 1938 gli scavi si chiusero e le parti ritrovate furono rimesse insieme. Il tempo disponibile era di otto o nove mesi, un’inezia, e per colmare i vuoti documentari si affidò il restauro all’artista Odoardo Ferretti, professore di disegno e ornato, già al lavoro accanto agli archeologi fra il 1929 e il 1932 nel cantiere di via dell’Impero. La ricomposizione avvenne nel Museo delle Terme. Nel febbraio del 1938 Vittorio Emanuele III promulgò un decreto apposito per concentrare a Roma i frammenti dell’Ara conservati in altre città del Regno e per trattare il recupero di quelli finiti all’estero, anche mediante scambi di beni artistici demaniali. Tornarono così i pezzi fiorentini e quelli dei Musei Vaticani. Per il Louvre e Villa Medici non ci fu verso: quei rilievi sono ancora là, e sul monumento ricostruito trovate dei calchi.
Il 23 settembre 1938 l’Ara Pacis fu inaugurata dentro la teca progettata da Vittorio Ballio Morpurgo, con tetto e struttura portante in simil-porfido rosso e basamento in travertino bianco. Morpurgo aveva presentato il progetto iniziale nel 1935, ma non riuscì mai a realizzarlo per intero: i fondi del Governatorato scarseggiavano e poi arrivò la guerra. Invece di marmo, travertino e porfido si usarono cemento e surrogati, e il risultato fu talmente distante da quanto programmato che, alla fine, tutti ne presero le distanze. Le polemiche non finirono con il regime: continuarono per tutto il dopoguerra.
La guerra, i sacchi di sabbia e i decenni di discussioni
Fra il 1938 e il 1940 Adalberto Libera propose di spostare l’Ara dentro il Mausoleo di Augusto. Poi la guerra: le vetrate della teca furono smontate e immagazzinate in un edificio di San Lorenzo per metterle al sicuro dai bombardamenti, l’altare fu circondato di sacchi di sabbia e l’accesso interdetto al pubblico con transenne di legno alte due metri. Nel 1942 le transenne lasciarono il posto a muraglioni paraschegge alti quattro metri e mezzo a mezza altezza, e il monumento riaprì. Il 19 luglio 1943, nel bombardamento di San Lorenzo, le vetrate di Morpurgo andarono distrutte.
Nel 1949 il Comune riaprì il monumento al pubblico rimuovendo la protezione bellica e sostituendola con muri di cinta alti quattro metri e mezzo in finto travertino. E qui arriva il paradosso più crudele di tutta la vicenda: si scoprì che i sacchetti di sabbia messi a protezione avevano distrutto completamente la trabeazione. Era stata ricostruita in gesso nei restauri del 1937 e 1938, perché durante gli scavi non se ne era trovato nemmeno un frammento. La protezione aveva rovinato quello che doveva proteggere. Nello stesso anno il Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti e il Ministero della Pubblica Istruzione bandirono un concorso di idee per risolvere la questione dello spostamento o della ristrutturazione della teca, e si tornò a proporre di infilare l’altare dentro il Mausoleo.
Attorno al 1950 la teca fu verniciata di bianco, in finto travertino. Negli anni cinquanta si rimossero i muri paraschegge. Nel 1954 si constatò che i tre metri e mezzo di spazio attorno al monumento erano insufficienti perché il pubblico potesse leggere i fregi per intero, e si tornò a discutere: dentro il Mausoleo, nell’area dove oggi sorge il museo, oppure nell’aula a doppia abside delle Terme di Diocleziano. Una commissione incaricò Marcello Piacentini di tirare le somme: spostare il monumento verso l’Accademia di Belle Arti per avere sei metri di spazio attorno, costruire sul lato verso San Rocco un edificio da adibire a museo, fronteggiato da un giardino verso il lungotevere, e un portico verso il giardino. Lo studio del nuovo progetto fu affidato di nuovo a Morpurgo. Non se ne fece nulla.
La teca di Richard Meier, il museo del 2006 e le polemiche
L’idea di sostituire la teca di Morpurgo con una struttura museale moderna nacque da un incontro a Davos fra l’allora sindaco Francesco Rutelli e l’architetto americano Richard Meier. Nel 1996 Rutelli affidò l’incarico a Meier senza concorso, e nel 1997 il progetto divenne pubblico. Le critiche partirono immediatamente, su due fronti: lo stile giudicato troppo moderno rispetto al contesto, e il metodo, cioè l’assegnazione diretta senza gara né concorso. Sono due obiezioni diverse e vanno tenute separate, perché la seconda è rimasta valida anche per chi il museo, alla fine, se l’è fatto piacere.
Nel 2000 il progetto divenne esecutivo. Il 20 settembre partirono demolizione e ricostruzione, che si conclusero nel 2006. Un solo elemento della costruzione precedente è sopravvissuto: la parete est del basamento, quella che reca la trascrizione delle Res Gestae Divi Augusti, realizzata sulla base del testo curato da Enrica Malcovati. Quella parete è lì, e la si può leggere ancora oggi dalla piazza. È l’unico pezzo di Morpurgo rimasto in piedi, e non è un caso che sia quello con sopra le parole di Augusto.
Il museo fu inaugurato nel 2006 alla presenza del sindaco Walter Veltroni. Durante la cerimonia un gruppo di manifestanti protestò lamentando la spesa, sedici milioni di euro spesi e altri ventiquattro stanziati, per costruire quello che definivano uno scempio. L’edificio, in acciaio, travertino, vetro e stucco, fu il primo grande intervento architettonico e urbanistico realizzato nel centro storico di Roma dai tempi del fascismo, e questa frase, ripetuta ovunque, spiega da sola perché la temperatura del dibattito fosse quella che era.
Le stroncature sono passate alla storia quanto l’edificio. Il New York Times lo definì un flop e una grande delusione, ignorante del contesto quanto la teca fascista che sostituiva. Massimiliano Fuksas disse che alterava gli equilibri della piazza. Paolo Portoghesi che sarebbe stato meglio non costruirla. L’archeologo Adriano La Regina contestò la mancanza di schermature dalla luce solare, sostenendo che il monumento romano era diventato il pretesto per la teca e non viceversa. Vittorio Sgarbi, con la sua consueta misura, la liquidò come una pompa di benzina texana nel cuore di uno dei centri storici più importanti del mondo. Il pubblico romano la battezzò Bara Pacis, per via delle forme squadrate e orizzontali, e quel soprannome se lo porta ancora dietro.
Il giudizio però non fu unanime. Achille Bonito Oliva apprezzò il progetto. L’architetto Antonino Saggio scrisse che l’apertura di un cantiere nel centro di Roma è di per sé un evento per una città ormai abituata solo a interventi temporanei e alla musealizzazione di tutto. Sono passati vent’anni e credo che la seconda posizione abbia retto meglio della prima: la teca è diventata parte del paesaggio e ha portato qui mostre che altrimenti non avrebbero avuto spazio.
C’è poi la questione del muro. Meier costruì sul lato del lungotevere un muro di travertino che copre per metà, dalla strada, la vista delle chiese di San Rocco e di San Girolamo dei Croati. È una delle cose che i romani gli hanno perdonato di meno. Nel 2008 Gianni Alemanno, appena eletto sindaco, annunciò l’intenzione di rimuovere l’intera teca, per poi ridimensionare il proposito già a giugno dello stesso anno, parlando di un adeguamento e in particolare di una riduzione del muro. Nel 2012 si tornò a parlarne, stimando in un milione e quattrocentomila euro il costo dell’operazione. Il muro è ancora lì.
Che cosa vedrete accendersi: i quattro pannelli
Il videomapping lavora su punti precisi: il fronte occidentale, con i pannelli di Enea sacrificante ai Penati e del Lupercale, il fronte orientale con la Tellus e la Dea Roma, e le due grandi processioni sui lati lunghi. Conviene sapere in anticipo che cosa si sta guardando, perché quaranta minuti passano in fretta e la narrazione in cuffia corre.
Il Lupercale
Del pannello del Lupercale restano pochi frammenti, ma bastano a ricostruire la scena: la fondazione mitica di Roma. Si riconoscono il dio Marte armato, padre dei gemelli e protettore dell’Urbe, e il pastore Faustolo. Assistono, presso il Ficus ruminalis, all’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa, e sullo sfondo compaiono resti di piante palustri. Quando la proiezione riempie i vuoti, questo è il pannello in cui si capisce meglio quanto poco marmo antico stiamo guardando e quanto lavoro di interpretazione ci sia dietro.
Il Sacrificio di Enea ai Penati
A destra, sullo stesso fronte, il Sacrificio di Enea ai Penati. La figura principale è Enea, figlio di Venere, anche se una parte della critica ha proposto di leggerla come Numa Pompilio. Accanto a lui il figlio Ascanio, o forse Augusto, discendente di Venere, presso un altare rustico avvolto da festoni, assistiti da due giovani camilli. Si sacrificano primizie e la scrofa bianca di Laurento. I Penati di Lavinio presenziano affacciandosi da un tempietto sulla roccia, in alto a sinistra. Enea ha il capo velato, un mantello che lascia scoperto parte del busto, e lo scettro in mano. Di Ascanio ci è arrivata solo la mano destra appoggiata a una lancia e una parte delle vesti, all’orientale.
La Personificazione di Roma
Sul fronte orientale, il rilievo della Dea Roma è arrivato a noi in condizioni pessime: si riconosce sulla destra una personificazione di Roma in abito amazzonico, seduta su una catasta d’armi. Poco altro. È il pannello dove la ricostruzione digitale ha più margine di ipotesi e meno appigli materiali, e la narrazione lo dice.
La Saturnia tellus
E poi c’è il capolavoro. La Saturnia tellus è arrivata praticamente integra ed è uno dei rilievi più belli dell’arte romana. Una grande figura matronale siede con due putti in grembo e alcune primizie. Ai lati, due ninfe seminude: una seduta su un cigno in volo, simbolo dell’aria, l’altra su un drago marino, simbolo del mare. I due animali richiamano la formula terra marique, la pace in terra e in mare. Anche il paesaggio è allegorico: fluviale a sinistra, con canne e un vaso da cui esce acqua, roccioso al centro con fiori, una giovenca accasciata e una pecora al pascolo, marino a destra.
Sull’identità della figura centrale gli studiosi non si sono mai messi d’accordo: Venere Genitrice, una personificazione dell’Italia, o della Pax stessa. Probabilmente le interpretazioni erano fuse in un’ideologia ambivalente, e la presenza di Venere non è da escludere, visto che farebbe coppia con il rilievo della personificazione di Roma, culti che più tardi verranno accoppiati. Quando questo pannello si accende a colori, l’effetto è quello di un affresco pompeiano che si materializza sul marmo, e non è un paragone campato in aria: la scelta cromatica si basa anche sul confronto con la pittura romana, quella pompeiana in particolare.
Le due processioni e chi ci cammina dentro
Sui lati lunghi corre il fregio della processione per il voto dell’Ara, diviso in due parti: una ufficiale, con i sacerdoti, e una semiufficiale, con la famiglia di Augusto. Va letto come un’unica scena distribuita su quattro sezioni. L’insieme rievoca il fregio delle Panatenee del Partenone, e il riferimento è deliberato: Augusto voleva la Grecia classica come metro di paragone.
Attenzione però a una cosa che pochi sanno e che cambia il modo di guardare il fregio: non è la fotografia di un corteo realmente avvenuto. Non può essere il 13 a.C., perché Augusto sarebbe diventato pontefice massimo solo nel 12. Non può essere il 9 a.C., perché a quella data Agrippa era già morto e Tiberio e Druso erano impegnati nelle campagne in Illirico e in Germania. È una raffigurazione politica ideale, costruita a tavolino, e va letta in rapporto alle incertezze sulla successione di quegli anni, che avrebbero trovato una soluzione provvisoria nel 6 a.C. con l’esilio volontario di Tiberio.
Il lato sud è il meglio conservato e il più importante. La processione comincia con i littori, per tradizione dodici, un camillo che porta la cassetta sacra del collegio pontificale e il lictor proximus, che cammina all’indietro perché non deve voltare le spalle al magistrato e sommo sacerdote. Seguono i togati, a partire da Augusto con il capo velato nelle vesti di pontefice massimo. Chiudono il corteo ufficiale i quattro flamini maggiori, dialis, martialis, quirinalis e iulialis. Il flamen iulialis è l’unico dotato di una vera fisionomia individuale, perché era un parente vero di Augusto, Sesto Appuleio. Poi il flaminius lictor, capo coperto e ascia sacra sulla spalla.
Dopo uno stacco netto comincia la famiglia imperiale, disposta secondo la linea dinastica. Per primo Agrippa, morto nel 12 a.C., di profilo e col capo coperto. Poi il piccolo Gaio Cesare, nipote e figlio adottivo di Augusto. Poi Giulia maggiore, figlia di Augusto, o forse Livia, prima di Tiberio. Un personaggio in secondo piano resta sconosciuto. La donna successiva è Antonia minore, che tiene per mano il piccolo Germanico, figlio suo e di Druso maggiore, il quale segue subito dopo. Poi Antonia maggiore con i figli Gneo Domizio Enobarbo, futuro padre di Nerone, e Domizia, seguiti dal marito Lucio Domizio Enobarbo. C’è infine un uomo che fa cenno di silenzio ai bambini: per anni si è detto fosse Mecenate o Orazio, ma l’ipotesi più accreditata oggi lo identifica con uno degli Appulei, forse Marco, console nel 20 a.C., figlio di una sorellastra di Augusto e fratello del flamen iulialis.
Il lato nord è messo peggio e ha quasi tutte le teste rifatte nel Cinquecento. Ci sono gli auguri e i quindecemviri sacris faciundis, riconoscibili dal camillo con l’acerra decorata con i simboli di Apollo, poi i septemviri epulones. Riparte quindi la famiglia imperiale, aperta da Lucio Cesare e da sua madre Giulia maggiore, che si trovano così alla stessa altezza di Agrippa sull’altro lato. Segue un fanciullo vestito da camillo, forse il figlio di Iullo Antonio. Poi Claudia Marcella maggiore con il console Iullo Antonio e la piccola Giulia minore, quindi Claudia Marcella minore con il figlio e il marito Sesto Appuleio, console nel 29 a.C., di cui restano pochissimi frammenti.
Il messaggio è chiaro come un organigramma: la successione al trono raffigurata in due rami principali, uno per lato, con in testa Giulia e Agrippa, poi i figli di Livia, poi le due Antonie e le due Marcelle. Sapere questo, prima di entrare, vi farà guardare la parete in modo completamente diverso. Non è un corteo religioso: è un albero genealogico scolpito nel marmo, ed è propaganda della specie più raffinata.
Una curiosità su L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
La curiosità è che questa non è la prima volta. L’Ara Pacis fu il primo monumento di età romana al mondo a essere colorato con proiettori digitali, e la data è precisa: il 22 novembre 2009, dalle ventuno a mezzanotte, il lato principale e quello secondario furono illuminati in via sperimentale sovrapponendo immagini a colori ai fregi reali. Fu una serata sola, tre ore, un esperimento. La tecnica non era mai stata applicata a un monumento romano prima di allora.
Funzionò talmente bene che da lì in poi si è diffusa ovunque. Palazzo Valentini a Roma aveva già aperto nel dicembre del 2007 e dal 2011 la sua esposizione è diventata permanente. Nel 2014 è toccato al Foro di Augusto a Roma e alla necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri, nel 2015 al Foro di Cesare. Ogni volta che siete andati a vedere uno di quegli spettacoli di luce sui fori imperiali, stavate raccogliendo il frutto di una sperimentazione nata qui, su questo altare, in una notte di novembre del 2009.
C’è una seconda curiosità, ed è meno raccontata. Nel 2016, il 14 ottobre, il museo avviò un’altra iniziativa, Ara com’era, basata su visori di realtà virtuale. Il visitatore poteva osservare l’altare e il Campo Marzio come erano duemila anni fa, volare virtualmente sopra la piana del 9 a.C., sedersi accanto all’ara e vedere muoversi attorno a sé figure dell’antica Roma a trecentosessanta gradi. Funzionava anche in realtà aumentata, sovrapponendo alle immagini riprese dalla telecamera del visore le parti mancanti del monumento e la sua colorazione originale, ma solo una sezione alla volta, da otto punti di vista prestabiliti, perché l’hardware dell’epoca non reggeva di più. In pratica questo museo ha fatto in vent’anni tre volte lo stesso sogno, con tre tecnologie diverse, e L’Ara si rivela è la versione in cui il sogno finalmente funziona senza che nessuno debba mettersi un caschetto in testa.
Una cosa che non ti dice nessuno su L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
I colori che vedete proiettati non sono un’invenzione grafica e non sono nemmeno una certezza scientifica. Sono un’ipotesi documentata, ed è una differenza enorme che quasi nessuno spiega.
La scelta delle singole colorazioni è stata fatta sulla base di analisi di laboratorio sulle tracce superstiti, di confronti con la pittura romana, quella pompeiana in particolare, e di ricerche cromatiche su architetture e sculture antiche greche e romane. Per la parte vegetale, che sull’Ara Pacis occupa metà della superficie esterna con i suoi girali d’acanto, la base è stata uno studio del 2010 che ha riconosciuto oltre cinquanta specie vegetali realmente esistenti in natura scolpite fra quei tralci. Cinquanta specie botaniche identificabili: non decorazione generica, ma un erbario. Chi ha lavorato a quello studio ha guardato foglia per foglia.
Il gruppo di studio sull’ipotesi cromatica è nato negli anni della costruzione del nuovo museo. Si è partiti costruendo un modello tridimensionale dell’altare, sul quale è stata applicata la restituzione del colore secondo criteri filologici e storico-stilistici. Solo dopo, dal modello, è venuta l’idea di proiettare i raggi di luce colorata direttamente sulle superfici di marmo. L’ordine dei fattori conta: prima la filologia, poi lo spettacolo.
Il punto che voglio lasciarvi è questo. Quando esce un rosso squillante sul mantello di una figura, quella non è la certezza che quel mantello fosse rosso. È la migliore ipotesi ricostruibile oggi, dichiarata come tale. E il fatto che sia una proiezione luminosa e non una verniciatura è esattamente ciò che la rende onesta: si spegne. Se fra dieci anni una nuova analisi dicesse che quel rosso era un ocra, basterebbe cambiare un file. Un restauro pittorico vero, sul marmo antico, sarebbe irreversibile e nessuno lo farebbe mai. Il videomapping qui non è un effetto speciale, è un metodo di restituzione reversibile. È la ragione per cui questa tecnologia ha preso piede nell’archeologia e non solo negli spettacoli.
Aggiungo la cosa che secondo me nessuno vi dirà mai in biglietteria: buona parte di quello che vedete illuminato è integrazione novecentesca. La trabeazione, per esempio, è interamente ricostruita, senza parti antiche, perché di quella non si trovò mai un frammento. Le teste del lato nord sono rifatte nel Cinquecento. I rilievi rimasti al Louvre e a Villa Medici sono calchi. Quando la luce accende quelle superfici non distingue fra marmo augusteo e gesso del 1938, e la narrazione lo racconta, ma bisogna saperlo per coglierlo.
Il consiglio che ti do per visitare L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
Fate il museo di giorno e lo spettacolo di sera, in questo ordine, e possibilmente non nello stesso giorno.
Il motivo è semplice: il biglietto dell’esperienza serale vale solo per l’esperienza. Non comprende la visita al museo. E quaranta minuti al buio, con la voce in cuffia che corre, non sono il momento giusto per imparare chi era Antonia minore. Se arrivate qui senza avere mai guardato i fregi con calma, alla luce del giorno, con il tempo di girare attorno al recinto due o tre volte, vi godrete lo spettacolo come uno spettacolo e vi perderete metà di quello che racconta. Se invece ci arrivate dopo aver già fatto conoscenza con il monumento, riconoscerete le figure una per una mentre si accendono, e a quel punto la faccenda diventa emozionante sul serio.
Secondo punto: preacquistate. I posti per turno sono pochi, nell’ordine delle poche decine di persone, e nei fine settimana si esauriscono. I biglietti non sono rimborsabili né modificabili, neppure in caso di ritardo o di errore in fase di acquisto, e l’unico caso in cui si può chiedere rimborso o cambio data è l’annullamento dell’evento. Presentatevi almeno un quarto d’ora prima dell’orario del turno. Chi arriva all’ora esatta trova la fila al guardaroba e la distribuzione delle cuffie ancora in corso.
Terzo punto: vestitevi per stare fermi in piedi. Il percorso si snoda attorno al recinto e anche all’interno del monumento, si cammina poco ma si sta parecchio in piedi, e la teca di sera è climatizzata per il marmo, non per voi. In inverno portate qualcosa sopra. In estate, al contrario, l’aria condizionata è un sollievo dopo il lungotevere.
Quarto punto, e vale se avete bambini: al di sotto di una certa età l’ingresso è gratuito ma il dispositivo con la cuffia non viene consegnato, quindi i più piccoli seguono senza audio. Per loro il museo organizza anche attività didattiche dedicate, con tariffe scolastiche specifiche per gruppi. Se il bambino ha sette o otto anni e ha già visto qualcosa di romano, lo spettacolo lo cattura; se ne ha tre, portatelo un’altra volta.
Quinto e ultimo: controllate sempre la pagina degli avvisi del museo prima di programmare la serata. Le aperture straordinarie e le chiusure per festività si aggiungono e si tolgono, e il calendario delle serate cambia a seconda della stagione, con orari serali che si spostano di un’ora fra la programmazione invernale e quella estiva. È l’unica fonte che conta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che le statue antiche fossero dipinte lo sanno ormai in molti. È entrato nel discorso comune, ci sono state mostre in mezza Europa sulla policromia antica, e la frase il marmo bianco è un equivoco neoclassico si sente ripetere ovunque. Fin qui, risaputo.
Quello che si cita molto meno è la conseguenza pratica, ed è una conseguenza che riguarda il gusto di tutti noi. L’idea che la classicità fosse bianca, sobria, monocroma, non è un errore innocente: è un’estetica che ha plasmato l’architettura pubblica europea per due secoli e mezzo. Winckelmann teorizzò la superiorità del bianco a metà Settecento, il neoclassicismo la trasformò in dogma, e da lì discende una catena che arriva fino ai palazzi di marmo bianco delle capitali ottocentesche e, per certi versi, fino al bianco assoluto della teca di Meier. C’è un cortocircuito quasi comico in tutto questo: l’architetto americano più bianchista del Novecento ha costruito un contenitore candido attorno a un monumento che candido non è mai stato, e oggi dentro quel contenitore si proietta il colore per dimostrarlo.
Il secondo fatto poco citato riguarda il contesto. L’Ara Pacis, oggi, la guardiamo isolata, sollevata su un podio, dentro una scatola di vetro, con due metri di corridoio attorno. Nell’antichità era circondata da altro: il Mausoleo di Augusto poco distante, l’obelisco che faceva da gnomone al grande orologio solare augusteo, l’Ustrinum, il Campo Marzio con i suoi portici. Era un pezzo di un discorso urbanistico enorme, tutto dedicato ad Augusto e alla sua famiglia, che copriva una porzione di città. L’isolamento con cui la vediamo oggi è il risultato di scelte novecentesche, non della volontà di chi l’ha costruita. Quando la narrazione serale vi fa volare sul Campo Marzio antico, quello che state recuperando è proprio il contesto perduto, e secondo me è il regalo più grande dello spettacolo.
Terzo elemento risaputo e poco pronunciato: il monumento che vediamo è una ricostruzione. Lo dicono tutti i manuali, ma nella percezione corrente l’Ara Pacis resta un oggetto antico integro, mentre è un assemblaggio del 1938 messo insieme in nove mesi, con integrazioni in gesso, calchi al posto degli originali finiti all’estero, teste cinquecentesche e una trabeazione inventata su due monete. Questo non toglie nulla alla sua bellezza né alla sua importanza. Ma cambia il modo di guardarlo: non è un reperto, è un restauro che è a sua volta diventato un documento storico, della Roma degli anni trenta quanto di quella di Augusto.
La foto giusta da fare a L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
Dentro, durante lo spettacolo, la foto migliore è quella che non farete. Dico sul serio: i quaranta minuti sono al buio, i colori cambiano di continuo, il telefono cerca di compensare e restituisce un impasto slavato che non somiglia a niente di quello che avete visto con gli occhi. Chi ci prova esce con venti immagini inguardabili e con il ricordo di aver passato lo spettacolo a guardare uno schermo da sei pollici. Se proprio dovete, scegliete un singolo momento, quello della Saturnia tellus completamente accesa, tenete il telefono fermo appoggiato al parapetto, e basta così. Per il resto guardate.
La foto che vale davvero, quella che nessuno fa, è fuori, ed è due volte al giorno. La prima è dalla piazza Augusto Imperatore all’ora blu, cioè nei venti minuti dopo il tramonto, quando la luce del cielo e quella artificiale della teca hanno la stessa intensità. In quel momento il vetro diventa trasparente, l’altare illuminato si vede dall’esterno come dentro un acquario, e in primo piano avete il tumulo del Mausoleo di Augusto. In una sola inquadratura ci stanno duemila anni: il sepolcro del 28 a.C., l’altare del 9 a.C., la piazza degli anni trenta e il museo del 2006. Non conosco altri punti a Roma dove quattro epoche si compongano così bene senza dover salire da nessuna parte.
La seconda è dal lungotevere, dal marciapiede opposto, guardando verso il museo con i platani in alto a chiudere l’inquadratura. Di sera il fianco di travertino resta scuro e la fascia vetrata si accende come una striscia orizzontale. È l’immagine che spiega meglio di mille parole perché l’edificio è stato soprannominato come è stato soprannominato, e insieme perché ha una sua forza. Se invece cercate la foto elegante e non quella polemica, girate l’angolo su via di Ripetta e inquadrate la teca con la facciata della chiesa di San Rocco accanto: lì il dialogo fra il barocco e il modernismo funziona, e si capisce che cosa Meier stesse cercando.
Un consiglio tecnico, visto che parliamo di sera. Niente flash, mai, né dentro né contro il vetro: rimbalza e rovina tutto. Appoggiate il telefono a un muretto o al parapetto e usate l’esposizione lunga, se il vostro apparecchio la prevede. E date la priorità al cielo: nelle ore blu il cielo di Roma sopra il lungotevere ha una tonalità che dura pochissimo e fa da sola metà del lavoro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Vale la pena mettere in fila le date, perché questo pezzo di città ne ha accumulate parecchie e quasi tutte pesano.
Il 4 luglio del 13 a.C. il Senato decreta la costruzione dell’altare per il ritorno di Augusto dalla Spagna e dalla Gallia. Il 30 gennaio del 9 a.C. avviene la consacrazione solenne, nel giorno del compleanno di Livia. Da quel momento l’ara ospita un sacrificio annuale celebrato da magistrati, sacerdoti e vestali. Nel secondo secolo dopo Cristo il monumento è già in difficoltà per l’umidità e per il livello del terreno che si alza.
Nel 1568, o forse già nel 1536, i primi frammenti riaffiorano sotto Palazzo Peretti in via in Lucina. Nel 1859 escono il rilievo di Enea e la testa di Marte. Nel 1879 Federico von Duhn capisce finalmente a quale monumento appartengono. Fra il 1903 e il 1905 si scava sotto il palazzo con il sostegno del proprietario Edoardo Almagià, sotto la direzione di Cannizzaro e Pasqui, fino a quando finiscono i soldi.
Nel 1909 il piano regolatore prevede l’abbattimento dei fabbricati attorno al Mausoleo. Nel 1932 iniziano le demolizioni. Nel marzo del 1937 riprendono gli scavi sotto Palazzo Fiano, con il terreno congelato per non far crollare l’edificio, e proseguono fino a dicembre. Il 23 settembre 1937 si apre ufficialmente il Bimillenario Augusteo e viene annunciata la collocazione dell’altare nello spazio liberato fra il fiume e il mausoleo. Nel febbraio del 1938 un decreto reale consente di concentrare a Roma i frammenti dispersi nel Regno e di trattare il rientro di quelli all’estero. Il 23 settembre 1938 l’Ara Pacis viene inaugurata dentro la teca di Morpurgo.
Il 7 novembre 1938, a poche settimane dall’inaugurazione, comincia il dibattito sullo spostamento dell’altare, con la proposta di Oriolo Frezzotti di portarlo al Piazzale Romolo e Remo. È un dibattito che durerà fino agli anni duemila. Fra il 1938 e il 1940 Adalberto Libera propone di collocarlo dentro il Mausoleo. Durante la guerra le vetrate vengono smontate e portate a San Lorenzo, e il 19 luglio 1943 il bombardamento del quartiere le distrugge. Nel 1942 si costruiscono i muraglioni paraschegge alti quattro metri e mezzo. Nel 1949 si riapre al pubblico e si scopre che i sacchi di sabbia hanno distrutto la trabeazione in gesso.
Nel 1954 si discutono tre ipotesi alternative di collocazione. Fra il 1968 e il 1969 nasce il premio Ara Pacis del Rotary Club. Nel 1970, con il contributo del Rotary Club di Roma, si restaura l’edificio secondo il progetto Morpurgo. Nel 1996 Rutelli affida l’incarico a Richard Meier senza concorso e nel 1997 il progetto diventa pubblico. Il 20 settembre 2000 iniziano demolizione e costruzione. L’8 agosto 2002 Stato e Comune concordano una commissione scientifica congiunta per le linee guida sulla riqualificazione di piazza Augusto Imperatore. Nel 2004 nasce l’idea del sottopasso, mai realizzata.
Nel 2006 il Museo dell’Ara Pacis viene inaugurato con Walter Veltroni sindaco, fra proteste e stroncature. Il 22 novembre 2009 va in scena la prima colorazione digitale sperimentale, tre ore, prima applicazione al mondo di questa tecnica a un monumento romano. Nel 2010 uno studio identifica oltre cinquanta specie vegetali fra i girali d’acanto. Il 14 ottobre 2016 parte Ara com’era con i visori di realtà virtuale. Nel 2026 arriva L’Ara si rivela, il videomapping permanente in programma nelle serate di calendario fino alla fine dell’anno.
Messe in fila, queste date raccontano una storia sola: un monumento che nessuna epoca è mai riuscita a lasciare in pace. Costruito per celebrare la pace, ha passato duemila anni a essere conteso, smontato, spostato, discusso, coperto, scoperto, e adesso finalmente illuminato.
Chi è passato da L’Ara si rivela — il videomapping sull’Ara Pacis
Se intendiamo chi è passato da questo luogo, l’elenco è di quelli che mettono soggezione, e comincia con la gente scolpita sui muri.
Sul marmo ci sono Augusto in veste di pontefice massimo, Livia, Agrippa, Tiberio, Druso maggiore, Antonia maggiore e Antonia minore, Germanico bambino tenuto per mano, Gaio e Lucio Cesare, Giulia maggiore e Giulia minore, Claudia Marcella maggiore e minore, Iullo Antonio, Sesto Appuleio, Gneo Domizio Enobarbo che sarà il padre di Nerone. È il ritratto di famiglia della dinastia giulio-claudia nel momento in cui si stava decidendo chi avrebbe ereditato il mondo. Parecchi di loro finiranno male, esiliati o avvelenati o accusati, ma qui sono ancora tutti insieme, in fila, in un pomeriggio che non è mai esistito.
Poi ci sono i personaggi mitici: Enea con il capo velato, Ascanio, i Penati di Lavinio, Marte armato, il pastore Faustolo, Romolo e Remo sotto la lupa, la Dea Roma seduta sulle armi, e quella grande figura materna che potrebbe essere Venere o l’Italia o la Pace in persona.
Dei viventi, il passaggio più fitto è quello degli architetti e degli archeologi. Vittorio Ballio Morpurgo, che qui costruì la teca del 1938 e che già aveva firmato il Museo delle navi romane di Nemi. Odoardo Ferretti, il professore di disegno cui fu affidato il restauro impossibile in nove mesi. Giuseppe Moretti, che dell’Ara Pacis scrisse il volume fondamentale nel 1946. Marcello Piacentini, chiamato nel dopoguerra a dire come sistemare la faccenda. Adalberto Libera e Oriolo Frezzotti con le loro proposte di spostamento. Poi Erika Simon, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Filippo Coarelli, Eugenio La Rocca, David Castriota, Giulia Caneva con il suo studio sul codice botanico di Augusto: tutti nomi che su questo monumento hanno scritto pagine decisive.
E naturalmente Richard Meier, che qui ha realizzato il primo grande intervento architettonico nel centro storico di Roma dai tempi del fascismo, e con lui la schiera di chi l’ha stroncato e di chi l’ha difeso: Massimiliano Fuksas, Paolo Portoghesi, Adriano La Regina, Vittorio Sgarbi da una parte, Achille Bonito Oliva e Antonino Saggio dall’altra. Francesco Rutelli, che lo chiamò a Davos. Walter Veltroni, che inaugurò. Gianni Alemanno, che minacciò di abbattere e poi non lo fece.
Quanto al pubblico, il museo ha viaggiato per anni fra i duecentomila e i trecentomila visitatori l’anno, con un picco di quasi 288.000 nel 2017 e stagioni più magre attorno ai duecentomila. Sono numeri che dicono una cosa interessante: qui non passa la folla del Colosseo, passa un pubblico che sceglie di venire. E le serate del videomapping, con turni da poche decine di persone, sono l’estremo opposto della visita di massa. È il tipo di esperienza che si fa in quaranta e si ricorda per anni.
Vale la pena aggiungere che il museo ospita regolarmente mostre di richiamo internazionale, e nel 2026 tocca alla grande retrospettiva fotografica Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis. Chi programma bene la giornata può prendersi mostra e spettacolo serale nello stesso luogo, a distanza di poche ore.
Che cosa vedere intorno, prima o dopo lo spettacolo
La serata al videomapping finisce tardi e lascia addosso una voglia di camminare. Il giro naturale parte dal Mausoleo di Augusto, che avete di fianco: il tumulo circolare fatto costruire dall’imperatore nel 28 a.C., il più grande sepolcro del mondo antico, riaperto al pubblico dopo decenni di abbandono. Guardatelo di notte dalla balaustra della piazza, con la teca illuminata alle spalle.
Da lì, per via di Ripetta, si arriva a piazza del Popolo in dieci minuti di passeggiata: la piazza, l’obelisco flaminio portato a Roma proprio da Augusto, le due chiese gemelle, la terrazza del Pincio sopra. Chi ha ancora energie sale al Pincio e si guarda la città dall’alto, che a quell’ora è quasi vuoto.
Nella direzione opposta, verso sud, via Tomacelli porta in cinque minuti a via del Corso e da lì al cuore del Campo Marzio: piazza di Montecitorio con l’obelisco che era lo gnomone dell’orologio solare di Augusto, la stessa operazione urbanistica di cui l’Ara Pacis faceva parte; poi il Pantheon, piazza Navona e, se allungate, largo di Torre Argentina. Chi vuole capire il disegno augusteo del quartiere dovrebbe fare esattamente questo percorso, dall’altare all’obelisco di Montecitorio, e a quel punto tutto torna.
Attraversando ponte Cavour si arriva in venti minuti a Castel Sant’Angelo, che di notte è uno degli spettacoli gratuiti migliori della città. E per chi vuole restare in tema di policromia antica e di scultura romana, la tappa successiva più logica sono i Musei Capitolini, dove il discorso sui colori dell’antico si allarga, oppure la Centrale Montemartini, dove le statue convivono con i motori diesel e l’effetto è un’altra forma dello stesso cortocircuito fra antico e moderno che si respira dentro la teca di Meier.
Se invece siete nel pieno di un itinerario archeologico romano, l’asse da tenere è quello che unisce i Mercati di Traiano, il Palatino e il Colosseo, con l’Ara Pacis come capitolo augusteo iniziale. Cronologicamente è il punto di partenza: prima dei Flavi, prima di Traiano, c’è lui.
Quanto tempo serve e come incastrare la serata
L’esperienza dura attorno ai quaranta minuti, ai quali va aggiunto il quarto d’ora di anticipo consigliato e qualche minuto per il guardaroba e la restituzione delle cuffie. In pratica, un’ora abbondante fra entrata e uscita. Se prendete il turno serale più presto, cenate dopo; se prendete l’ultimo, cenate prima, perché a quell’ora nel quartiere cominciano a chiudere le cucine e vi ritrovereste a cercare una pizza al taglio su via del Corso.
Il modo migliore di costruire la giornata, secondo me, è questo. Nel pomeriggio visita del museo con ingresso ordinario e tempo per la mostra in corso. Poi due ore di pausa: si esce, si fa il giro del Mausoleo e di piazza del Popolo, si beve qualcosa nel quartiere. Quindi si rientra per il turno serale del videomapping. In questo modo arrivate allo spettacolo con i fregi già negli occhi e la differenza è vertiginosa.
Se invece avete una sola sera e nient’altro, va benissimo lo stesso: la narrazione in cuffia è costruita per chi non sa nulla e vi accompagna. Ma leggetevi almeno i nomi dei quattro pannelli prima di entrare, e guardate il fregio della processione dall’esterno, dalla piazza, mentre aspettate il turno. Bastano cinque minuti e cambiano la serata.
Un ultimo pensiero, e dove trovare il resto
Confesso che ero prevenuto. Le esperienze immersive, i percorsi multimediali, gli spettacoli di luce nei musei: ne ho visti tanti e la maggior parte sono fumo, un modo di vendere due volte lo stesso biglietto sostituendo la conoscenza con l’effetto. Qui non è così, e la ragione è precisa: il colore proiettato sull’Ara Pacis non aggiunge niente al monumento, gli restituisce qualcosa che aveva e ha perduto. È il contrario dell’effetto speciale. È filologia fatta con i proiettori.
E poi c’è quella scelta narrativa di raccontare anche il Novecento, i collezionisti, i restauratori, gli archeologi, le polemiche, gli scavi col terreno congelato sotto Palazzo Fiano. Un monumento che ammette di essere stato rimontato, e che sceglie di raccontarlo mentre si illumina, è un monumento che si fida del suo pubblico. Non capita spesso, e secondo me merita la serata.
Chi organizza viaggi e gruppi, e ha bisogno di incastrare serate come questa dentro un programma che deve funzionare al minuto, trova il mestiere e gli strumenti giusti su Tour Leader Pro, che di accompagnamento turistico e gestione di gruppi in Italia si occupa da anni. Chi invece sta costruendo un viaggio italiano per conto proprio, magari con amici o parenti che arrivano dall’estero e che qui a Roma vogliono vedere le cose giuste nell’ordine giusto, può partire dalle guide in inglese di Italy Planner, che sull’Italia da nord a sud ha il materiale che serve per non sprecare giornate. Noi restiamo qui a raccontarvi Roma sera per sera.
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