Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
Il Museo dell'Ara Pacis dedica a Robert Mapplethorpe la mostra "Le forme della bellezza": dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, oltre duecento fotografie di uno dei nomi più grandi e più discussi del Novecento, esposte a pochi metri dall'altare augusteo, dentro la teca di vetro e travertino progettata da Richard Meier. La cura è di Denis Curti, l'ingresso è dallo spazio espositivo di via di Ripetta 180 e il museo apre tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura.
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Mentre scrivo, a settembre 2026, la mostra risulta in corso: il sito ufficiale del Museo dell'Ara Pacis la indica aperta fino al 4 ottobre 2026, il che significa che chi legge ha davanti poche settimane e non mesi. È una precisazione che conviene mettere subito in cima, prima di qualunque considerazione estetica, perché cambia il modo in cui si organizza la visita: non si tratta di una collezione permanente che aspetta, ma di un allestimento con una data di scadenza già fissata. Chi passa per Roma in queste settimane e ha anche solo un'ora libera nel quadrante di Campo Marzio farebbe bene a metterla in calendario adesso.

Vedere Mapplethorpe dentro la teca di Meier, a pochi metri dall'Ara Pacis Augustae, produce un cortocircuito che nessun catalogo riesce a restituire davvero. Da una parte il rigore classico dell'altare voluto dal Senato romano nel 13 a.C., con la sua processione di figure scolpite nel marmo di Luni; dall'altra la perfezione formale, levigata e a tratti provocatoria, di un fotografo americano morto nel 1989 a quarantadue anni. Bianco e nero, corpi, fiori, ritratti: la bellezza trattata come un'ossessione, misurata con la stessa attenzione maniacale alle proporzioni che un ateliere di scultori greci avrebbe riconosciuto al primo sguardo. Chi accompagna gruppi in questa città lo sa: certe mostre funzionano perché il contenuto è forte, altre perché la sede lo amplifica. Questa appartiene alla seconda categoria, e non per caso.
Che cos'è la mostra "Le forme della bellezza" e dove si tiene
La mostra è una grande retrospettiva fotografica dedicata a Robert Mapplethorpe, allestita nello spazio espositivo del Museo dell'Ara Pacis, il livello inferiore dell'edificio di Richard Meier affacciato sul Lungotevere in Augusta, all'angolo con via Tomacelli, nel rione Campo Marzio. Le date ufficiali sono 29 maggio 2026 come apertura e 4 ottobre 2026 come chiusura. La curatela è affidata a Denis Curti. Il numero di opere dichiarato dal museo supera le duecento fotografie, organizzate in otto sezioni tematiche.
Una retrospettiva, non una selezione di assaggio
Vale la pena chiarire la differenza, perché incide sul tempo di visita e sulle aspettative. Una mostra di assaggio mette insieme trenta o quaranta stampe, si attraversa in mezz'ora e lascia il ricordo di due o tre immagini. Una retrospettiva con oltre duecento opere organizzate per nuclei tematici chiede un'altra postura: si entra sapendo che l'autore verrà raccontato per intero, dagli anni di formazione fino agli ultimi lavori, e che ogni sala avrà una funzione precisa dentro un discorso complessivo. Il tempo minimo ragionevole, per chi voglia guardare davvero e non attraversare, si aggira intorno all'ora e mezza. Chi legge anche le didascalie e i pannelli introduttivi di sezione arriva facilmente alle due ore.
Lo spazio espositivo del Museo dell'Ara Pacis
Le mostre temporanee del Museo dell'Ara Pacis non si tengono nella grande sala vetrata dove si trova l'altare, ma in un ambiente separato, al livello inferiore, con ingresso indipendente da via di Ripetta 180. È una sala lunga, senza luce naturale, con soffitto basso rispetto alla navata superiore e pareti che si prestano a essere partizionate liberamente. Per la fotografia in bianco e nero è quasi la condizione ideale: nessun riflesso parassita dalle vetrate, illuminazione interamente controllata, possibilità di calibrare i livelli sala per sala. Chi ha visto altre mostre fotografiche in questo stesso spazio negli anni riconoscerà l'impianto: corridoi che si aprono su ambienti più raccolti, e un ritmo che alterna pareti lunghe a nicchie.
La relazione con il monumento
Il punto che rende questa mostra diversa da una qualunque retrospettiva su Mapplethorpe organizzata in una kunsthalle europea è la coabitazione con l'Ara Pacis Augustae. Non si tratta di una sovrapposizione forzata: la sezione conclusiva del percorso mette esplicitamente in dialogo alcune fotografie con sculture classiche provenienti dai Musei Capitolini. È una scelta curatoriale che dichiara apertamente la tesi di fondo: l'occhio di Mapplethorpe guardava alla statuaria antica, e la statuaria antica regge il confronto con il suo bianco e nero senza uscirne sminuita. Chi sale al piano superiore dopo la visita, e si ferma davanti ai rilievi dell'altare, si accorge di guardarli in modo diverso. Vale come esperimento anche per chi l'Ara Pacis l'ha già vista dieci volte.
Chi era Robert Mapplethorpe
Robert Mapplethorpe nasce il 4 novembre 1946 a Floral Park, nel Queens, in una famiglia cattolica di classe media, terzo di sei figli. Muore il 9 marzo 1989 a Boston, a quarantadue anni, per complicanze legate all'AIDS. Fra queste due date si colloca una delle carriere più intense e più contestate della fotografia del secondo Novecento, e uno dei casi in cui il dibattito pubblico su un artista ha finito per diventare, almeno negli Stati Uniti, un capitolo di storia politica e non solo di storia dell'arte.
Gli anni di Brooklyn e il Pratt Institute
Il padre lavorava come ingegnere elettrico e la famiglia viveva in un quartiere residenziale tranquillo, del tipo che nella mitologia americana degli anni Cinquanta rappresenta esattamente il centro esatto della normalità. Mapplethorpe si iscrive al Pratt Institute di Brooklyn, dove studia disegno, pittura e scultura. Non arriva alla fotografia come studente di fotografia: ci arriva da artista visivo che monta collage, ritaglia immagini da riviste, costruisce oggetti. È un dettaglio che spiega molto del suo lavoro successivo, perché la composizione delle sue stampe ha sempre un carattere costruito, quasi progettato, più vicino all'impaginazione di un disegno che alla cattura di un istante.
L'incontro con Patti Smith
Nel 1967 incontra Patti Smith. Vivono insieme per anni, in condizioni economiche precarie, e per un certo periodo abitano al Chelsea Hotel di Manhattan, che in quella stagione funziona come un condensatore di musicisti, poeti, attori e artisti visivi. Il rapporto fra i due, raccontato molti anni dopo da lei stessa in un libro di memorie che è diventato un piccolo classico, è insieme sentimentale, artistico e fraterno, e resta centrale per entrambi anche quando le strade si separano. Nel 1975 Mapplethorpe firma la fotografia di copertina di "Horses", il disco d'esordio di Patti Smith: una delle immagini di copertina più riconoscibili della storia del rock, e una fotografia che da sola basterebbe a giustificare un posto nei manuali.
La Polaroid, poi la grande macchina
Le prime fotografie di Mapplethorpe nascono con una Polaroid, strumento che negli anni Settanta molti artisti visivi usano come taccuino veloce: si scatta, si vede subito, si monta il risultato dentro un collage o lo si appende a un muro. Da lì il passaggio a un apparecchio di medio formato, con negativo quadrato, cambia completamente la grana del lavoro. Il quadrato diventa la sua forma abituale, e con il quadrato arriva l'ossessione per il centro, per la simmetria, per il taglio che non lascia niente al caso. Le sue stampe in gelatina ai sali d'argento hanno una scala di grigi lunghissima e un nero profondo che non si ottiene per fortuna: si ottiene in camera oscura, con un controllo del processo che Mapplethorpe seguiva personalmente o faceva seguire da stampatori di fiducia con istruzioni precise.
Sam Wagstaff e l'ingresso nel sistema dell'arte
Un ruolo decisivo lo ha Sam Wagstaff, curatore e collezionista, compagno e mecenate di Mapplethorpe, che gli compra la prima attrezzatura seria, gli apre le porte del mondo delle gallerie e costruisce nel frattempo una delle collezioni fotografiche private più importanti degli Stati Uniti. Senza Wagstaff, la traiettoria di Mapplethorpe sarebbe stata probabilmente più lenta e più marginale. Con Wagstaff, negli anni Ottanta il fotografo diventa una figura centrale del sistema dell'arte contemporanea americana, con mostre nei musei, un mercato solido e una riconoscibilità immediata dello stile.
La fondazione e gli ultimi anni
Nel 1988, già malato, Mapplethorpe istituisce la Robert Mapplethorpe Foundation, con due scopi dichiarati: promuovere la fotografia come forma d'arte e finanziare la ricerca medica sull'AIDS e sull'HIV. È una scelta che dice parecchio sul modo in cui l'artista intendeva la propria eredità, e che ha effetti concreti ancora oggi, perché la fondazione gestisce l'archivio, autorizza le mostre e conserva il corpus delle stampe. Le mostre internazionali che si vedono oggi, compresa quella romana, esistono anche grazie a quella struttura. Mapplethorpe muore l'anno successivo, nel marzo 1989, nel pieno dell'epidemia che stava falciando una generazione di artisti americani.
Il lavoro di Mapplethorpe e il rapporto con la scultura classica
Chi entra in mostra aspettandosi solo provocazione resta spiazzato, perché la prima impressione che danno queste stampe è di calma. Sono immagini composte, statiche, prive di movimento, spesso frontali, con fondali neutri e una luce laterale che scolpisce i volumi. È il vocabolario dello studio fotografico classico, quello dei ritrattisti di inizio Novecento, applicato però con una consapevolezza scultorea che viene direttamente dagli studi al Pratt Institute.
Il corpo come volume, non come racconto
Nelle sue fotografie di figura il corpo umano non racconta una storia e non recita una scena: occupa uno spazio, proietta un'ombra, definisce un profilo. La posa è tenuta ferma, la muscolatura è illuminata per far emergere il rilievo, il taglio esclude tutto ciò che potrebbe distrarre. Il risultato assomiglia più a un rilievo marmoreo che a un'istantanea. Non è una lettura critica sofisticata: è ciò che si vede con gli occhi appena si mettono due stampe accanto a un torso antico, che è esattamente l'esperimento proposto nella sezione conclusiva del percorso romano.
I fiori trattati come corpi
La parte dell'opera di Mapplethorpe che ha avuto meno difficoltà a circolare è quella delle nature morte floreali, e per molti visitatori è anche la più sorprendente. Calle, orchidee, tulipani, iris, fotografati con lo stesso apparecchio, la stessa luce e la stessa attenzione ai bordi che l'autore riservava ai ritratti. Un fiore, in queste immagini, funziona come un corpo: ha un asse, una curvatura, un punto di massima tensione. Il bianco e nero toglie l'informazione del colore e lascia soltanto la forma, che è precisamente quello che interessava all'autore. Chi guarda venti stampe di fiori di fila finisce per accorgersi che non sta guardando botanica, ma geometria.
Il ritratto e la costruzione della posa
I ritratti sono forse il capitolo in cui la lezione classica si vede meglio. Mapplethorpe fotografava artisti, musicisti, scrittori, attori, collezionisti, e li fotografava quasi sempre nello stesso modo: fondale scuro o chiaro uniforme, busto o mezza figura, sguardo in macchina, nessun oggetto di scena che spieghi chi sia il soggetto. È l'impianto del busto romano, quello delle gallerie di ritratti imperiali che si possono vedere ai Musei Capitolini: il volto isolato, sottratto al contesto, consegnato alla posterità come tipo e non come aneddoto. Chi visita la mostra e poi sale a guardare i volti scolpiti nella processione dell'altare augusteo trova la stessa operazione compiuta duemila anni prima con lo scalpello.
Il legame con l'Italia
Il percorso romano si chiude su un tema che ricorre nelle mostre europee dedicate a questo autore: il rapporto con l'Italia, con la sua statuaria e con alcuni luoghi precisi, fra cui Capri e Napoli. Non è un'invenzione curatoriale recente. L'interesse di Mapplethorpe per il modello antico è documentato dalle sue stesse fotografie di sculture e busti, e negli anni successivi alla sua morte diverse istituzioni italiane hanno costruito mostre proprio sull'accostamento fra le sue stampe e la scultura, dal marmo antico a Michelangelo. A Roma questo confronto avviene nel luogo che più di ogni altro lo rende letterale, perché il marmo con cui misurarsi si trova nella sala di sopra.
Il dibattito pubblico che accompagnò la sua opera
Una parte della produzione di Mapplethorpe, quella più esplicita, è stata oggetto negli Stati Uniti di una controversia che ha superato ampiamente i confini della critica d'arte ed è diventata materia di dibattito parlamentare e di processo penale. Raccontarlo serve a capire perché questo autore occupi una posizione così particolare nella storia culturale americana, e conviene farlo in modo asciutto, attenendosi ai fatti.
La retrospettiva del 1988 e la cancellazione di Washington
Nel 1988 l'Institute of Contemporary Art dell'Università della Pennsylvania organizza una retrospettiva itinerante intitolata "The Perfect Moment". Nel giugno 1989, pochi mesi dopo la morte dell'autore, la Corcoran Gallery of Art di Washington annulla la tappa prevista nelle proprie sale. La decisione, presa in un clima di forti pressioni politiche, provoca proteste, dimissioni e una lunga coda polemica: il museo ne esce indebolito, e la mostra viene ospitata altrove nella capitale.
Il processo di Cincinnati
L'anno successivo la stessa retrospettiva arriva al Contemporary Arts Center di Cincinnati. Il centro e il suo direttore vengono formalmente incriminati, in un procedimento che finisce davanti a una giuria nell'ottobre 1990 e si conclude con l'assoluzione piena. È uno dei rarissimi casi nella storia statunitense in cui un museo e il suo direttore siano stati processati per il contenuto di una mostra, e la sentenza viene letta da allora come un precedente rilevante in materia di libertà espressiva.
Il dibattito sui finanziamenti pubblici
La vicenda si intreccia con la discussione politica sul National Endowment for the Arts, l'agenzia federale che finanzia le arti negli Stati Uniti, e con la campagna condotta in Senato contro il sostegno pubblico a opere giudicate offensive. Il nome di Mapplethorpe finisce così dentro quelle che la stampa americana chiamò culture wars, insieme a quello di altri artisti. L'effetto pratico fu una stagione di regole più restrittive sulle sovvenzioni federali e un lungo strascico di cause. Per chi visita la mostra oggi, la cosa utile da sapere è che questo autore non è stato discusso soltanto per ragioni estetiche: la sua opera ha messo alla prova, in modo diretto, il rapporto fra istituzioni culturali, denaro pubblico e libertà artistica.
Che cosa significa questo per la visita
Il sito ufficiale del Museo dell'Ara Pacis segnala che il percorso comprende immagini di nudo esplicito. È un avviso di contenuto, formulato dal museo, che conviene conoscere prima di entrare, soprattutto per chi porta bambini o per chi visita con un gruppo eterogeneo. Sul sito ufficiale non risulta indicata una sezione con accesso vietato ai minori: l'avviso è di carattere informativo. Chi ha dubbi su come organizzare la visita con ragazzi può chiedere direttamente al personale in biglietteria o al call center del museo, che risponde al numero 060608.
Che cosa si vede in mostra all'Ara Pacis
Il museo dichiara oltre duecento fotografie distribuite in otto sezioni tematiche, costruite intorno a un'idea di bellezza intesa come perfezione assoluta e rigore formale. Di seguito i nuclei che il museo stesso indica, raccontati per quello che sono, senza aggiungere titoli di opere o elenchi che il sito ufficiale non riporta.
I ritratti dei protagonisti della cultura
Una parte consistente del percorso è occupata dai ritratti di personalità delle arti, della letteratura, della musica e del cinema. Fra i nomi indicati dal museo compaiono Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne e Richard Gere. È una galleria che vale da sola il biglietto per chi si interessa di storia culturale americana degli anni Settanta e Ottanta, perché mette in fila, con lo stesso trattamento formale, figure che appartengono a mondi diversissimi. Il fatto che tutte siano state fotografate con lo stesso impianto luminoso e lo stesso taglio produce un effetto di serie che rende evidente il metodo.
Gli autoritratti
La sezione dedicata agli autoritratti raccoglie le immagini in cui l'autore si è messo davanti al proprio apparecchio, cambiando ogni volta registro: il ragazzo, il dandy, la figura ambigua, l'uomo malato. È un nucleo che funziona come diario e che cambia registro con il passare degli anni. In un percorso costruito sul tema della forma perfetta, la presenza dell'autore che invecchia e si ammala introduce una crepa, e quella crepa è probabilmente la ragione per cui questa parte del percorso resta impressa più delle altre.
Le muse: Patti Smith e Lisa Lyon
Il museo indica esplicitamente due figure come muse dell'autore. La prima è Patti Smith, fotografata lungo l'arco di tutta la vita adulta di entrambi, dall'epoca del Chelsea Hotel fino agli anni della notorietà. La seconda è Lisa Lyon, atleta americana e prima campionessa mondiale di bodybuilding femminile, con cui Mapplethorpe lavorò a un progetto lungo e sistematico pubblicato poi in volume nel 1983. Il lavoro su Lisa Lyon è uno dei momenti in cui l'interesse dell'autore per il corpo come architettura muscolare si vede nel modo più chiaro, e insieme è un capitolo di storia dello sport femminile, perché il bodybuilding femminile all'inizio degli anni Ottanta era un territorio ancora del tutto nuovo.
Fiori e nature morte
La sezione floreale è quella che il pubblico generalista attraversa con maggiore agio, e spesso quella che porta via nella memoria. Vale la pena rallentare e guardare i bordi delle immagini: la distanza fra lo stelo e il margine della stampa non è mai casuale, e il rapporto fra la massa scura del fondo e la massa chiara del fiore è calibrato con una precisione da bilancia. Chi fotografa per passione trova qui una lezione di composizione più utile di molti manuali.
Gli studi di figura
Gli studi di figura sono il nucleo in cui il vocabolario scultoreo si applica al corpo umano. È anche la parte cui si riferisce l'avviso di contenuto pubblicato dal museo. Il modo più onesto di descriverla è dire che si tratta di studi sul volume, sull'ombra e sul profilo, condotti con la stessa freddezza tecnica dei fiori e dei ritratti, e che chi li guarda cercando l'aneddoto biografico rischia di perdere il punto.
Il finale italiano e il confronto con l'antico
L'ultima sezione del percorso è dedicata al legame di Mapplethorpe con l'Italia e comprende fotografie realizzate a Capri e a Napoli. Qui il museo compie l'operazione che rende questa mostra specificamente romana: le stampe sono esposte insieme a sculture classiche provenienti dalle collezioni dei Musei Capitolini. Il confronto è diretto, materiale, senza mediazioni: marmo e carta baritata nella stessa sala. Chi arriva a questa sezione avendo già attraversato le precedenti si accorge che il discorso curatoriale si chiude come un cerchio, e capisce perché il Museo dell'Ara Pacis sia stato scelto come sede e non un qualunque spazio espositivo cittadino.
Come muoversi dentro il percorso
Un suggerimento pratico per chi ha poco tempo: le retrospettive fotografiche con oltre duecento pezzi si affrontano male in ordine rigorosamente lineare, perché la stanchezza visiva arriva intorno alla centoventesima stampa e le ultime sale rischiano di essere attraversate senza guardarle. Conviene entrare, fare un primo giro veloce di riconoscimento per capire dove si trovano le sezioni, e poi tornare indietro fermandosi sui due o tre nuclei che interessano davvero. Il biglietto consente di muoversi liberamente nel percorso, e nelle ore centrali del giorno la sala inferiore è meno affollata di quanto si immagini, perché la maggior parte dei visitatori del museo si ferma al monumento e non scende.
Il Museo dell'Ara Pacis come sede: Richard Meier e la teca
La sede è un pezzo di storia dell'architettura contemporanea romana, e conviene raccontarla perché senza capire l'edificio non si capisce perché una mostra fotografica come questa funzioni così bene al suo interno.
Il progetto e l'inaugurazione
Il museo che si vede oggi è opera di Richard Meier, architetto americano nato nel New Jersey nel 1934 e insignito del Pritzker Prize nel 1984. L'edificio è stato inaugurato nell'aprile 2006 e ha sostituito il padiglione realizzato negli anni Trenta, che custodiva l'altare dal 1938 ma che decenni di traffico, umidità e smog avevano reso inadeguato alla conservazione dei marmi. Il nuovo museo è stato il primo intervento di architettura contemporanea di questa scala realizzato nel centro storico di Roma dal dopoguerra, e questa sola circostanza basta a spiegare l'intensità del dibattito che lo accompagnò.
Che cosa si vede dall'esterno
Dal Lungotevere in Augusta l'edificio si presenta come un volume basso e orizzontale, con un basamento e un muro in travertino, grandi superfici vetrate e pareti intonacate di bianco. La sala principale è un parallelepipedo di vetro sostenuto da pilastri, con una copertura che filtra la luce dall'alto. Il rapporto con il fiume è mediato da una scalinata e da una fontana lungo il fronte occidentale. Il travertino usato è quello romano, cavato nella zona di Tivoli e Guidonia: una scelta che Meier ha sempre rivendicato come tentativo di radicare l'edificio nel materiale della città.
La polemica
Il museo ha diviso Roma per anni. Le obiezioni riguardavano la scala dell'edificio rispetto al contesto di piazza Augusto Imperatore, il linguaggio dichiaratamente moderno in un settore del centro storico segnato dagli interventi degli anni Trenta, e il costo dell'operazione. La discussione arrivò fino alle campagne elettorali comunali, con proposte di demolizione avanzate pubblicamente. Vent'anni dopo l'inaugurazione, l'edificio è entrato nel paesaggio quotidiano dei romani e la polemica si è depositata: resta però un caso di studio interessante su come una città a stratificazione altissima negozia l'inserimento del contemporaneo. Chi visita la mostra farebbe bene a dedicare cinque minuti a guardare l'edificio dall'esterno, dal marciapiede opposto lungo il fiume, prima di entrare.
Meier a Roma
Il Museo dell'Ara Pacis non è l'unica opera romana di Richard Meier. Allo stesso architetto si deve la chiesa di Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste, nella periferia orientale, completata nel 2003 e nota per le tre grandi vele in calcestruzzo bianco. Chi si interessa di architettura contemporanea e ha un pomeriggio libero può mettere in fila i due edifici e osservare come lo stesso vocabolario formale, bianco e luce, cambi completamente di significato passando dal centro storico alla periferia.
Perché lo spazio funziona per la fotografia
La sala espositiva inferiore ha tre qualità che la rendono adatta a una mostra come questa. La prima è l'assenza di luce naturale, che consente di controllare interamente l'illuminazione e di rispettare i limiti di lux richiesti per le stampe fotografiche d'epoca. La seconda è la pianta libera, che permette di costruire percorsi diversi a ogni allestimento. La terza, meno ovvia, è il silenzio: trovandosi sotto il livello della strada, l'ambiente è isolato dal rumore del Lungotevere, e per una mostra che chiede attenzione ai dettagli minimi la differenza si sente.
L'Ara Pacis Augustae, il monumento che si visita con lo stesso biglietto
Chi entra per la mostra si trova a pochi metri da uno dei monumenti più importanti dell'antichità romana, e sarebbe un peccato trattarlo come un fondale. Vale la pena dedicargli almeno mezz'ora, prima o dopo il percorso fotografico.
Che cos'è
L'Ara Pacis Augustae è l'altare della Pace di Augusto, decretato dal Senato romano nel 13 a.C. per celebrare il ritorno dell'imperatore dalle campagne in Spagna e in Gallia, e consacrato il 30 gennaio del 9 a.C. Si trovava originariamente nel Campo Marzio settentrionale, lungo la via Flaminia, in un'area che ospitava anche il grande orologio solare augusteo e il Mausoleo di Augusto. Non era un tempio: era un recinto marmoreo a cielo aperto, con un altare vero e proprio al centro, raggiungibile da una scalinata.
I rilievi
La decorazione scolpita è la ragione per cui questo monumento occupa un posto nei manuali di storia dell'arte. Sui fianchi lunghi del recinto corre una processione: sacerdoti, magistrati, membri della famiglia imperiale, donne e bambini, resi a rilievo con una precisione nel panneggio e nei ritratti che segna il punto più alto della scultura augustea. Sui pannelli brevi si trovano scene mitologiche e allegoriche, fra cui la celebre figura femminile seduta con due bambini, interpretata di volta in volta come Tellus, come Pax o come Italia, e il pannello con il sacrificio di un personaggio identificato con Enea o con Numa. La fascia inferiore è occupata da un girale vegetale popolato di piccoli animali, un capolavoro di intaglio che ripaga chi si avvicina e guarda da vicino.
Come è arrivato fin qui
I frammenti dell'altare cominciarono a riaffiorare nel Cinquecento sotto Palazzo Peretti, in via in Lucina, e finirono dispersi fra collezioni italiane e straniere. Il recupero sistematico avvenne fra il 1937 e il 1938, con una campagna di scavo complessa, condotta congelando il terreno per poter lavorare sotto il livello della falda. Il monumento fu poi ricomposto e collocato in un padiglione lungo il Tevere, inaugurato nel 1938 per il bimillenario della nascita di Augusto. Quella teca è quella sostituita dall'edificio di Meier nel 2006. È una storia che vale la pena conoscere, perché spiega perché l'altare non si trovi nel punto in cui fu costruito, ma a qualche centinaio di metri di distanza.
Il videomapping serale
Dal 2026 il museo propone anche un'esperienza immersiva serale dedicata al monumento, con proiezioni che ricostruiscono i colori originali dei rilievi. Chi vuole vedere anche quella, e capire come dovevano apparire i marmi quando erano dipinti, trova le informazioni nella pagina dedicata a L'Ara si rivela. È un'attività separata rispetto alla visita diurna, con biglietto proprio.
Biglietti e accesso alla mostra
Qui conviene essere precisi e dichiarare anche i limiti dell'informazione, perché nulla irrita più di arrivare in biglietteria con una tariffa sbagliata in testa.
Le tariffe pubblicate dal museo
Il sito ufficiale del Museo dell'Ara Pacis pubblica per il solo museo un biglietto intero di 14,00 euro e un ridotto di 8,50 euro. La pagina delle tariffe non specifica una tariffa separata per la mostra temporanea, e il consiglio è quindi di controllare la pagina biglietti del sito ufficiale o di telefonare al 060608 prima di uscire di casa, perché durante i periodi espositivi le tariffe dei musei civici romani possono variare rispetto al solo ingresso al monumento.
Chi paga il ridotto
Il ridotto risulta applicato ai cittadini dell'Unione Europea fra i sei e i venticinque anni e agli over sessantacinque, agli insegnanti in servizio, ai giornalisti con documentazione professionale, ai possessori di Roma Pass da 48 e 72 ore, di Metrebus Card e di alcune convenzioni aziendali indicate dal museo. Il documento che dà diritto alla riduzione va portato con sé: in biglietteria viene controllato.
Chi entra gratis
L'ingresso risulta gratuito per i bambini sotto i sei anni, per le persone con disabilità e per un loro accompagnatore, per le guide e gli interpreti turistici abilitati dell'Unione Europea, per i membri di ICOM e ICOMOS, e per i possessori della MIC Card. Il museo indica inoltre la gratuità per i residenti a Roma e nell'area metropolitana, con documento di identità. Quest'ultima condizione è quella che vale la pena verificare al momento della visita, perché le politiche di gratuità per i residenti sono state modificate più volte negli ultimi anni dall'amministrazione capitolina.
La MIC Card
Chi risiede o studia a Roma e frequenta i musei civici con una certa regolarità dovrebbe conoscere la MIC Card, la tessera annuale dei Musei in Comune, che consente l'ingresso gratuito illimitato nei musei del circuito civico per dodici mesi. Il costo è contenuto e si ripaga nell'arco di poche visite. Il circuito comprende, oltre al Museo dell'Ara Pacis, anche i Musei Capitolini, la Centrale Montemartini, il Museo di Roma a Palazzo Braschi, il Museo di Roma in Trastevere e il MACRO.
Audioguide e videoguide
Il museo mette a disposizione una videoguida a 6,00 euro e un'audioguida a 4,00 euro, disponibili in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo, oltre a un kit di radioguide per i gruppi. Esiste anche un'applicazione del museo, scaricabile gratuitamente. Per il monumento l'audioguida serve davvero, perché la lettura dei rilievi richiede indicazioni puntuali su chi sia ogni figura; per la mostra fotografica è meno decisiva, dato che i pannelli di sezione e le didascalie svolgono la stessa funzione.
Prenotazione
La prenotazione online risulta consigliata ma non obbligatoria. Un dettaglio che il museo scrive a chiare lettere: i biglietti preacquistati online o tramite call center non sono rimborsabili né modificabili. Chi non ha una data certa fa meglio a comprare in biglietteria; chi viaggia nei fine settimana di fine mostra farebbe bene a prenotare, perché le ultime settimane di una retrospettiva molto pubblicizzata sono le più affollate.
Orari, giorni di chiusura e quando conviene andare
Gli orari
Il museo apre tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il 24 e il 31 dicembre l'orario si riduce dalle 9:30 alle 14:00; il 1 gennaio l'apertura risulta posticipata alle 11:00 con chiusura alle 20:00. I giorni di chiusura annuale sono il 1 maggio e il 25 dicembre. Per un museo civico romano è un orario ampio e regolare, senza il giorno di chiusura settimanale che caratterizza molte altre sedi.
La fascia oraria migliore
Per la mostra fotografica, la prima ora dopo l'apertura e le ultime due prima della chiusura sono le finestre più tranquille. A metà mattina arrivano i gruppi scolastici e i gruppi turistici organizzati, che però nella maggior parte dei casi visitano il monumento e non scendono allo spazio espositivo. Nel tardo pomeriggio, quando i gruppi si sono dissolti, la sala inferiore si svuota. Chi cerca silenzio vero dovrebbe puntare all'ingresso intorno alle 17:30 in un giorno feriale.
Quanto tempo serve
Per la sola mostra, un'ora e mezza è una stima realistica. Aggiungendo il monumento e la galleria dei busti si arriva a due ore e mezza. Chi ha soltanto un'ora deve scegliere: il consiglio, per chi non ha mai visto l'Ara Pacis, è di dedicare venti minuti al monumento e il resto alla mostra, perché il percorso fotografico si legge meglio dopo aver guardato il marmo.
Accessibilità del Museo dell'Ara Pacis
Questo è uno dei musei romani con la dotazione di accessibilità più solida, e vale la pena riportarla nel dettaglio perché non tutti sanno quanto sia articolata.
Ingresso gratuito
Il museo indica l'ingresso gratuito per le persone con disabilità e per un loro accompagnatore.
Accesso per chi ha difficoltà motorie
Gli ingressi utilizzabili sono tre: quello sul Lungotevere in Augusta, accessibile a piano strada; quello di via di Ripetta 180, dotato di rampa; e quello di via di Ripetta 190, corrispondente all'auditorium, anch'esso a piano strada. All'interno il museo mette a disposizione carrozzine, sedute di riposo lungo i percorsi, rampe che consentono la visione del monumento a trecentosessanta gradi, un ascensore con larghezza di un metro e mezzo e servizi igienici accessibili al piano inferiore, cioè allo stesso livello dello spazio espositivo dove si tiene la mostra.
Parcheggi riservati
I posti auto riservati più vicini indicati dal museo si trovano in Lungotevere Prati al civico 22, a circa duecentodieci metri, in Lungotevere dei Mellini al civico 7, a circa duecentosettanta metri, e in via Marianna Dionigi al civico 2, a circa trecento metri. Tutti e tre si trovano sull'altra sponda del fiume, il che significa attraversare un ponte: un dettaglio da mettere in conto nella pianificazione.
Persone cieche e ipovedenti
Il museo dispone di supporti tattili permanenti che consentono di esplorare il monumento con le mani, oltre a visite tattili guidate e a otto podcast in italiano e in inglese dedicati alla galleria dei busti. I supporti sono permanenti e non allestiti per iniziative occasionali: per chi visita in autonomia la differenza è concreta.
Persone sorde
Per il pubblico sordo il museo mette a disposizione un video in Lingua dei Segni Italiana sulla storia del monumento, un video in LIS pensato per i bambini e cinque videoracconti sottotitolati. Anche in questo caso si tratta di materiali stabili, consultabili durante la visita.
Come arrivare al Museo dell'Ara Pacis
L'indirizzo è Lungotevere in Augusta, all'angolo con via Tomacelli, 00186 Roma. Lo spazio espositivo delle mostre temporanee ha ingresso da via di Ripetta 180. Il rione è Campo Marzio, e la posizione è una di quelle che a Roma si definiscono centrali senza esagerare: il museo si trova a metà strada fra Piazza del Popolo e il ponte Cavour.
A piedi
Da Piazza del Popolo si scende lungo via di Ripetta e si arriva in dieci minuti buoni di passeggiata piana. Da Piazza di Spagna si prende via dei Condotti, si attraversa Via del Corso e si prosegue per via Tomacelli: dodici minuti. Dal Pantheon servono una ventina di minuti attraversando il cuore del Campo Marzio. Da Castel Sant'Angelo si arriva in un quarto d'ora passando per ponte Cavour, con una vista sul fiume che da sola giustifica il percorso.
Con la metropolitana
La fermata più vicina è Spagna sulla linea A, da cui servono circa dodici minuti a piedi. In alternativa si può scendere a Flaminio, sempre sulla linea A, e scendere lungo via di Ripetta. Chi arriva da Termini prende la linea A in direzione Battistini e scende a Spagna: il tragitto complessivo, camminata compresa, si aggira sui venticinque minuti.
Con l'autobus
Via Tomacelli e il Lungotevere sono serviti da diverse linee di superficie che collegano la zona con il Vaticano, con Trastevere e con Termini. Le numerazioni cambiano con una certa frequenza: meglio affidarsi a un'applicazione aggiornata il giorno stesso.
In auto
Il museo si trova dentro la zona a traffico limitato del centro storico, attiva in fasce orarie ampie. Arrivare in auto è sconsigliato a chiunque non abbia un permesso. Chi proprio deve, lascia la macchina in un parcheggio di scambio e prosegue con la metropolitana. I posti riservati per persone con disabilità indicati sopra si trovano oltre il fiume, nel rione Prati.
Che cosa c'è intorno, lungo il Lungotevere in Augusta
Il quadrante intorno al museo è uno dei più densi di Roma, e una visita alla mostra si incastra facilmente dentro un giro a piedi di mezza giornata.
Il Mausoleo di Augusto
A pochi passi, dall'altra parte della piazza, si trova il Mausoleo di Augusto, la tomba dinastica fatta costruire dal primo imperatore e riaperta al pubblico dopo un lungo restauro. Vederlo lo stesso giorno dell'Ara Pacis è la cosa più logica del mondo: i due monumenti appartenevano allo stesso programma augusteo e distano meno di duecento metri. La visita al mausoleo richiede biglietto e prenotazione a parte.
Via di Ripetta e via del Corso
Via di Ripetta è una delle tre strade del tridente che si aprono da Piazza del Popolo, e conserva il carattere di strada di quartiere più delle altre due, con botteghe, bar e l'Accademia di Belle Arti. Via del Corso corre parallela a poche decine di metri ed è invece l'asse commerciale per eccellenza, percorso ogni giorno da una folla continua.
Piazza del Popolo
Piazza del Popolo si raggiunge in dieci minuti risalendo via di Ripetta, e dalla terrazza del Pincio si gode una delle viste più celebri della città. È il modo migliore per chiudere il pomeriggio dopo la mostra, soprattutto verso il tramonto.
Villa Borghese e la Galleria
Salendo dal Pincio si entra in Villa Borghese, il grande parco che ospita il Museo e Galleria Borghese. Chi volesse costruire una giornata intera sul tema del corpo scolpito potrebbe mettere in fila la mostra all'Ara Pacis la mattina e le sculture di Bernini nel pomeriggio, con prenotazione obbligatoria e orario fisso per la Galleria.
Il fiume
Il Lungotevere davanti al museo consente di scendere sulla banchina e camminare al livello dell'acqua, lungo un percorso pedonale tranquillo da cui si vedono i ponti in sequenza. Sono dieci minuti che valgono la deviazione.
Una curiosità su Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
La fotografia di copertina di "Horses", il disco con cui Patti Smith esordì nel 1975, fu scattata da Mapplethorpe in un appartamento con la luce che entrava da una finestra, senza attrezzatura da studio. Il giradischi non c'entra niente con Roma, ma un dettaglio sì: nel luglio 2026 Patti Smith ha tenuto un concerto al Circo Massimo, e il Museo dell'Ara Pacis ha costruito intorno a quell'appuntamento una collaborazione con il Teatro dell'Opera di Roma, annunciata sul sito ufficiale del museo. Per qualche settimana, dunque, la stessa città ha ospitato la voce che sta dentro quella copertina e le fotografie di chi l'aveva ritratta cinquant'anni prima. Chi visita la mostra adesso arriva dopo il concerto, ma il collegamento resta visibile nel percorso espositivo, dove Patti Smith compare come una delle due muse riconosciute dell'autore.
Una cosa che non ti dice nessuno su Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
La maggior parte dei visitatori del Museo dell'Ara Pacis non scende mai al livello inferiore. Entra, gira intorno all'altare, fotografa i rilievi, esce. Lo spazio delle mostre temporanee ha un ingresso proprio da via di Ripetta 180 e una posizione che dall'atrio principale non si impone allo sguardo, e il risultato è che una retrospettiva con oltre duecento fotografie può risultare molto meno affollata del monumento che si trova dodici metri più in alto. È un vantaggio concreto per chi vuole guardare con calma, ed è anche la ragione per cui la stima del tempo di visita va calcolata sul percorso e non sulle code: in questo museo la fila, quando c'è, è quella della biglietteria, non quella delle sale.
C'è un secondo elemento che raramente viene detto. Le stampe fotografiche d'epoca sono materiali delicati e vengono esposte con livelli di illuminazione molto bassi, per ragioni di conservazione. Chi entra dalla luce del Lungotevere in una giornata di sole impiega alcuni minuti ad abituare gli occhi, e nelle prime sale rischia di vedere le immagini peggio di quanto potrebbe. Vale la pena fermarsi un attimo appena dentro, lasciare che la pupilla si adatti, e solo dopo cominciare a guardare. È un accorgimento banale che cambia sensibilmente la qualità della visita, e vale per qualunque mostra fotografica.
Il consiglio che ti do per visitare Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
Il consiglio è di invertire l'ordine che quasi tutti seguono. La maggioranza compra il biglietto, scende subito alla mostra perché è quella la ragione della visita, e poi risale al monumento con la testa già piena e le gambe stanche, dandogli dieci minuti distratti. Fate il contrario: salite prima all'altare, girategli intorno con calma, guardate la processione sui fianchi lunghi e soprattutto avvicinatevi al girale vegetale della fascia inferiore, dove l'intaglio raggiunge un livello di virtuosismo che a distanza non si percepisce. Prendetevi venti minuti buoni. Poi scendete alla mostra.
La ragione è semplice: il percorso fotografico si chiude su un confronto diretto fra le stampe e alcune sculture classiche prestate dai Musei Capitolini, e quel confronto funziona solo se l'occhio ha appena finito di leggere il marmo antico. Chi arriva alla sezione finale senza aver guardato l'Ara Pacis vede due oggetti accostati; chi ci arriva avendo appena studiato i panneggi augustei vede una tesi. La stessa mostra, con lo stesso biglietto e nello stesso tempo, restituisce due esperienze diverse a seconda dell'ordine in cui la si attraversa.
Un secondo consiglio, per chi ha figli adolescenti o visita in gruppo: il museo segnala che il percorso comprende immagini di nudo esplicito. Parlarne prima di entrare, con una frase asciutta e senza drammatizzare, risolve in anticipo qualunque imbarazzo e permette a tutti di guardare la mostra per quello che è, cioè un lavoro sulla forma.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che l'Ara Pacis non si trovi dove fu costruita è cosa nota a chi studia archeologia romana, ma sfugge alla gran parte dei visitatori. L'altare sorgeva nel Campo Marzio settentrionale lungo la via Flaminia, in un punto che oggi corrisponde all'area di via in Lucina, a qualche centinaio di metri da qui. Il recinto marmoreo che si vede nella teca di Meier è il risultato di una ricomposizione novecentesca, realizzata fra il 1937 e il 1938 con una campagna di scavo che richiese il congelamento del terreno per lavorare sotto il livello della falda acquifera, e completata integrando i frammenti recuperati nei secoli precedenti con parti ricostruite e con calchi di pezzi finiti in collezioni straniere.
Il dato poco citato è il corollario: quello che si guarda è insieme un monumento antico e un manufatto del Novecento, un oggetto archeologico e un'operazione culturale precisa, compiuta nel 1938 per il bimillenario della nascita di Augusto e carica di intenzioni politiche del momento in cui fu compiuta. Tenerlo presente non toglie nulla alla bellezza dei rilievi. Aggiunge però un livello di lettura, e rende meno strano il fatto che una mostra di fotografia del Novecento si tenga proprio qui: la teca ospita da sempre un dialogo fra antico e contemporaneo, anche quando nessuno lo dichiara.
La foto giusta da fare a Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
Dentro lo spazio espositivo le regole sulle riprese cambiano da mostra a mostra e dipendono dai prestiti e dai diritti sulle opere: la cosa corretta è leggere il cartello all'ingresso della sala e attenersi a quello. Le fotografie di Mapplethorpe sono protette da copyright e gestite da una fondazione, quindi la prudenza è d'obbligo.
La fotografia che invece si può fare, ed è quella che vale, si scatta fuori. Uscite dall'ingresso sul Lungotevere in Augusta, attraversate e mettetevi sul marciapiede opposto, verso il fiume. Da lì l'edificio di Meier si legge per intero: il basamento in travertino, la lunga parete vetrata, la copertura bianca, e dietro il vetro il profilo del recinto marmoreo. È l'unico punto da cui si vede contemporaneamente l'involucro contemporaneo e il monumento antico che custodisce, ed è una sintesi visiva che racconta in un fotogramma tutta la storia di questo posto.
L'ora migliore è il tardo pomeriggio, quando il sole arriva basso da ovest e illumina il fronte principale invece di controluce. In una giornata limpida, verso il tramonto, il travertino prende un tono caldo che contrasta con il bianco degli intonaci: è il momento in cui l'edificio fotografa meglio. Chi vuole un secondo scatto scenda sulla banchina del Tevere e riprenda la teca dal basso, con il parapetto del Lungotevere in primo piano.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il luogo ha una stratificazione di date che vale la pena mettere in fila, perché ognuna ha lasciato un segno visibile.
Nel 13 a.C. il Senato romano decreta la costruzione dell'altare della Pace per celebrare il ritorno di Augusto dalle province occidentali. Il 30 gennaio del 9 a.C. il monumento viene consacrato: da quel giorno l'area del Campo Marzio settentrionale ospita, insieme all'altare, il mausoleo dinastico e il grande orologio solare, cioè un programma monumentale unitario voluto dal primo imperatore.
Nel Cinquecento, sotto Palazzo Peretti in via in Lucina, riaffiorano i primi blocchi scolpiti, che vengono dispersi fra collezioni private e principesche. Nei secoli successivi altri frammenti emergono in occasione di lavori edilizi e prendono strade diverse, alcune fuori dall'Italia.
Fra il 1937 e il 1938 si svolge la campagna di recupero definitiva, con la tecnica del congelamento del terreno. Il 23 settembre 1938 il monumento ricomposto viene inaugurato in un padiglione sul Lungotevere, nell'ambito delle celebrazioni per il bimillenario augusteo. Il contesto politico di quell'operazione è parte integrante della sua storia.
Nel 1995 il Comune di Roma affida a Richard Meier il progetto di una nuova sede. Seguono anni di dibattito pubblico molto acceso. Nell'aprile 2006 il museo viene inaugurato: è il primo edificio contemporaneo di questa scala realizzato nel centro storico dal dopoguerra, e la discussione sulla sua legittimità prosegue per anni, arrivando fino alle campagne elettorali comunali.
Dal 2006 in poi lo spazio espositivo inferiore ospita una lunga serie di mostre, molte delle quali fotografiche, che hanno costruito la reputazione di questa sede come luogo adatto alla fotografia del Novecento. Nel 2026 arrivano il videomapping serale sul monumento, avviato in primavera, e la retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe, aperta il 29 maggio e in programma fino al 4 ottobre.
Chi è passato da Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis — “Le forme della bellezza”
La domanda si può leggere in due modi, e tutti e due danno una risposta interessante.
Il primo riguarda le persone che compaiono nelle fotografie esposte. Il museo indica fra i soggetti ritratti Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne e Richard Gere, oltre alle due figure che l'autore considerava le proprie muse, Patti Smith e Lisa Lyon. Camminare in questa sala significa attraversare una parte consistente della cultura americana fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: musica, arte contemporanea, cinema, sport. Sono volti fotografati tutti con lo stesso metodo, e proprio per questo il confronto fra loro diventa leggibile.
Il secondo riguarda il luogo. Da questo punto del Campo Marzio, nell'arco di duemila anni, sono passati la famiglia imperiale nel giorno della consacrazione dell'altare, i cantieri rinascimentali che riportarono alla luce i primi frammenti, gli archeologi e gli operai della campagna del 1937, gli architetti e i politici che negli anni Duemila discussero per mesi la forma di una copertura. Oggi ci passano ogni giorno migliaia di persone che risalgono via di Ripetta verso Piazza del Popolo senza sapere che il muro bianco alla loro sinistra contiene l'altare della Pace.
Un terzo passaggio, più recente, riguarda la musica: nel luglio 2026 Patti Smith ha cantato al Circo Massimo mentre le sue fotografie erano appese in questa sala, dentro una collaborazione fra il museo e il Teatro dell'Opera di Roma annunciata dal museo stesso. Coincidenze di questo tipo, in una città come Roma, capitano più spesso di quanto sembri.
Domande veloci sulla mostra di Robert Mapplethorpe
Quando apre e quando chiude la mostra
Le date ufficiali sono 29 maggio 2026 e 4 ottobre 2026. A settembre 2026 la mostra risulta in corso, quindi mancano poche settimane alla chiusura.
Dove si tiene
Museo dell'Ara Pacis, Lungotevere in Augusta angolo via Tomacelli, 00186 Roma. Lo spazio espositivo delle mostre temporanee ha ingresso da via di Ripetta 180.
Quante fotografie ci sono
Il museo dichiara oltre duecento fotografie, distribuite in otto sezioni tematiche.
Chi cura la mostra
La curatela è di Denis Curti.
Quali sono gli orari
Tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Chiusure annuali il 1 maggio e il 25 dicembre.
Quanto costa il biglietto
Il sito ufficiale pubblica per il museo un intero di 14,00 euro e un ridotto di 8,50 euro. Per la tariffa applicata nel periodo della mostra conviene controllare la pagina biglietti del sito ufficiale o chiamare il 060608.
Serve prenotare
La prenotazione online risulta consigliata ma non obbligatoria. I biglietti acquistati online o via call center non sono rimborsabili né modificabili.
Quanto tempo serve per la visita
Un'ora e mezza per la sola mostra; due ore e mezza mettendo insieme mostra, monumento e galleria dei busti.
La mostra è adatta ai bambini
Il museo segnala che il percorso comprende immagini di nudo esplicito. Sul sito ufficiale non risulta indicata una sezione con divieto di accesso ai minori. La valutazione resta a chi accompagna, e in biglietteria si possono chiedere indicazioni aggiornate.
Si possono fare fotografie in mostra
Le regole sulle riprese nelle mostre temporanee dipendono dai prestiti e dai diritti sulle opere: il cartello all'ingresso della sala è la fonte da seguire.
Il biglietto comprende anche l'Ara Pacis
Il monumento e lo spazio espositivo fanno parte dello stesso museo. Per sapere se un determinato titolo di ingresso comprenda entrambi nel periodo della mostra, la biglietteria del museo è la fonte da interrogare.
Il museo è accessibile
Sì, con tre ingressi utilizzabili, ascensore, carrozzine a disposizione, servizi igienici accessibili al piano inferiore, supporti tattili permanenti e materiali in Lingua dei Segni Italiana. L'ingresso risulta gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore.
Qual è la fermata della metropolitana più vicina
Spagna, sulla linea A, a circa dodici minuti a piedi. In alternativa Flaminio, sempre sulla linea A.
Vale la pena
Sì, e per una ragione che va oltre il nome dell'autore. Retrospettive di Mapplethorpe se ne vedono con una certa regolarità nelle grandi città europee, e chi ne ha già vista una sa che cosa aspettarsi dalle stampe. Quello che non si trova altrove è la coabitazione con l'altare augusteo e il confronto diretto con le sculture classiche nella sezione finale del percorso. Questa mostra funziona perché Roma le offre un contesto che nessuna kunsthalle può replicare, e perché la tesi curatoriale, cioè che il suo bianco e nero guardasse alla statuaria antica, qui si può mettere alla prova salendo una rampa di scale.
La raccomandazione, per chi è a Roma in queste settimane, è di non rimandare: il 4 ottobre 2026 è vicino, e le ultime giornate di una mostra molto pubblicizzata sono anche le più affollate. Mezza giornata basta per mettere insieme l'altare, la mostra, il Mausoleo di Augusto e una risalita a Piazza del Popolo verso il tramonto. Chi organizza un viaggio di gruppo, una visita aziendale o un itinerario tematico sulla fotografia e sull'antico può chiedere una mano ai colleghi di TourLeaderPro, che su questo quadrante del centro costruiscono percorsi su misura.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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