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Colonna di Marco Aurelio

La Colonna di Marco Aurelio si alza al centro di Piazza Colonna, nel cuore del Campo Marzio, e occupa ancora oggi esattamente il punto in cui fu piantata alla fine del secondo secolo dopo Cristo: nessun altro monumento coclide di Roma può dire altrettanto. È una colonna istoriata alta poco meno di trenta metri nel solo fusto, avvolta da un fregio a spirale che racconta le campagne di Marco Aurelio contro Marcomanni, Quadi e Sarmati lungo il medio corso del Danubio, e sormontata da una statua di bronzo che non è quella dell’imperatore ma quella di San Paolo, messa lassù da papa Sisto V nel 1589. Intorno le è cresciuta addosso la città del potere: Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio, sta di fronte; a un passo si apre la piazza di Montecitorio con la Camera dei Deputati; il traffico pedonale di via del Corso le scorre accanto tutto il giorno. Il risultato è che decine di migliaia di persone le passano davanti ogni settimana senza fermarsi a guardarla, convinte per lo più che sia un ornamento urbano e non uno dei due grandi monumenti narrativi dell’antichità romana sopravvissuti integri. Le righe che seguono raccontano che cos’è davvero questa colonna, che cosa c’è scolpito sul suo fregio, che rapporto ha con la Colonna Traiana da cui deriva e da cui si allontana, che cosa le ha fatto il restauro cinquecentesco di Domenico Fontana, e come si guarda oggi con qualche possibilità di capirci qualcosa.

Una precisazione utile prima di cominciare: sul sito la piazza ha una pagina propria, dedicata al contesto urbano, ai palazzi che la circondano e alla fontana di Giacomo Della Porta, mentre queste righe riguardano soltanto il monumento antico collocato al suo centro. Chi cerca il quadro della piazza nel suo insieme trova tutto nella pagina dedicata a Piazza Colonna.

Dove si trova la Colonna di Marco Aurelio e come raggiungerla

La Colonna di Marco Aurelio si trova al centro di Piazza Colonna, nel rione Colonna, a metà strada fra il Pantheon e la Fontana di Trevi, sul fianco occidentale di via del Corso. Non è un monumento che si visita: è un monumento davanti al quale si arriva, perché occupa il centro di una piazza pubblica aperta ventiquattro ore su ventiquattro, senza recinzione, senza biglietteria, senza orario. Questo la rende una delle poche grandi opere dell’antichità romana che chiunque può guardare in qualunque momento, anche alle tre di notte, senza chiedere il permesso a nessuno.

A piedi dal centro storico

Dal Pantheon si arriva in cinque o sei minuti di cammino, prendendo via del Seminario e poi piazza di Montecitorio: è il tragitto più naturale, perché attraversa lo stesso settore di Campo Marzio in cui la colonna fu eretta. Dalla Fontana di Trevi la distanza è analoga, scendendo lungo via delle Muratte e sbucando su via del Corso proprio all’altezza della piazza. Da Piazza di Spagna servono dodici o quindici minuti percorrendo via dei Condotti e poi il Corso verso sud, mentre da piazza Venezia e dal Campidoglio si risale il Corso in direzione nord per una decina di minuti buoni, incrociando lungo la strada la mole di Palazzo Doria Pamphilj.

Con i mezzi pubblici

Le fermate di metropolitana più vicine alla Colonna di Marco Aurelio sono Barberini e Spagna, entrambe sulla linea A, e da entrambe si cammina per una decina di minuti. Non esiste una stazione della metropolitana affacciata sulla piazza, e per una ragione precisa: l’intero Campo Marzio è un deposito archeologico stratificato e denso, e scavare gallerie superficiali in quest’area non è mai stato praticabile. Chi arriva da Termini può prendere la metro A in direzione Battistini e scendere a Barberini oppure a Spagna, a seconda del percorso a piedi che preferisce fare.

Punti di riferimento per non sbagliare piazza

Un equivoco frequentissimo riguarda il nome: esiste a Roma anche la Galleria Colonna, che è una cosa completamente diversa, cioè la quadreria di Palazzo Colonna ai Santi Apostoli, e che si visita a pagamento in giorni determinati. Chi cerca quella trova tutto nella pagina della Galleria Colonna, che sta dall’altra parte del Corso, verso il Quirinale. La galleria commerciale affacciata su Piazza Colonna, un tempo chiamata anch’essa Galleria Colonna, oggi si chiama Galleria Alberto Sordi: è l’edificio con la copertura vetrata che si apre sul lato orientale della piazza, ed è un ottimo riferimento visivo per capire di essere arrivati nel posto giusto.

La colonna di Marco Aurelio in piazza Colonna
La colonna coclide di Marco Aurelio, al centro di piazza Colonna. Foto di WikiRomaWiki, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Che cos’è la Colonna di Marco Aurelio: una colonna coclide del secondo secolo

La Colonna di Marco Aurelio è una colonna coclide, cioè una colonna onoraria isolata, cava all’interno, percorsa da una scala a chiocciola e rivestita all’esterno da un fregio scolpito che si avvolge a spirale dal basso verso l’alto. Il tipo è un’invenzione romana e ha avuto pochissimi esemplari: la Colonna Traiana del 113, questa, e poi le colonne di Teodosio e di Arcadio a Costantinopoli, oggi perdute e note soltanto da disegni rinascimentali. Di colonne coclidi antiche conservate in piedi, nel mondo, ne restano due, e sono tutte e due a Roma.

Che cosa vuol dire coclide

La parola viene dal greco e dal latino e rimanda alla chiocciola: coclide significa a spirale, avvolto come il guscio di una lumaca. Il termine descrive due cose insieme, e questa doppiezza è il punto: descrive il fregio che gira all’esterno e descrive la scala che gira all’interno. Nelle fonti antiche il monumento compare come columna cochlis, e lo stesso appellativo era usato per la colonna di Traiano. Non è un dettaglio erudito: il fatto che un monumento onorario fosse anche un edificio percorribile, con una scala, un ingresso e una terrazza in cima, è una delle invenzioni più singolari dell’architettura romana, e non ha riscontro nel mondo greco.

Il nome antico e i nomi moderni

Il nome ufficiale antico che le fonti restituiscono è columna centenaria divorum Marci et Faustinae, cioè colonna centenaria dei divi Marco e Faustina: centenaria perché il fusto misura cento piedi romani, divi perché sia Marco Aurelio sia la moglie Faustina minore erano stati divinizzati dopo la morte. Nell’uso corrente il monumento è chiamato in tre modi diversi, tutti legittimi e tutti in circolazione: Colonna di Marco Aurelio, Colonna Aureliana e Colonna Antonina. Quest’ultimo nome, il più ambiguo, deriva dal fatto che Marco Aurelio apparteneva alla dinastia antonina e si è consolidato nel Cinquecento proprio a causa di un errore, quello dell’iscrizione fatta incidere da Sisto V, di cui si dirà più avanti.

I numeri del monumento

Il fusto della Colonna di Marco Aurelio misura 29,6 metri, pari a cento piedi romani, ed è formato da ventisette grandi rocchi di marmo lunense, il marmo bianco delle cave di Luni, quelle che oggi si chiamano cave di Carrara. Su questo dato le fonti sono concordi, con qualche variazione minima fra chi conta ventisette rocchi e chi ventotto, differenza che dipende dal modo in cui si considera il blocco del capitello. Sul resto delle misure, invece, le fonti divergono, e vale la pena spiegare perché.

Come fu costruita

I rocchi di marmo venivano cavati a Luni, scavati all’interno già in cava per alleggerirli e per predisporre il tratto di scala che ciascuno avrebbe ospitato, trasportati via mare fino a Ostia e poi risaliti lungo il Tevere fino al porto fluviale del Campo Marzio. Una volta in cantiere venivano issati e impilati uno sull’altro con un sistema di argani e capre di sollevamento. Il fregio, secondo l’ipotesi oggi più accreditata, fu scolpito in gran parte dopo il montaggio, lavorando dall’alto verso il basso su impalcature, esattamente come si era fatto per la colonna traianea: è l’unico modo per ottenere una spirale continua che attraversa senza interruzioni i giunti fra un rocchio e l’altro.

Quando fu costruita e da chi

La costruzione della Colonna di Marco Aurelio cominciò dopo la morte dell’imperatore, avvenuta nel 180, e si concluse intorno al 193. Il committente fu il figlio Commodo, che regnò dal 180 al 192, mentre il completamento cade negli anni immediatamente successivi, quando sul trono si stava insediando Settimio Severo. Il monumento è quindi postumo: Marco Aurelio non lo vide mai e non ebbe alcuna voce in capitolo su come sarebbe stato raccontato. Questa è una differenza sostanziale rispetto alla Colonna Traiana, inaugurata nel 113 quando Traiano era vivo e regnante.

Il procuratore Adrasto e la casa accanto alla colonna

Esiste un documento epigrafico che riguarda non l’imperatore ma il personale addetto al monumento, ed è una delle testimonianze più curiose che l’antichità ci abbia lasciato sulla gestione ordinaria di un edificio pubblico. Si tratta di due iscrizioni note agli studiosi come CIL VI 1585 a e b, relative a un liberto di nome Adrasto, nominato procurator columnae, cioè procuratore della colonna, nel 193. Nella prima Adrasto risulta incaricato della custodia del monumento; nella seconda chiede e ottiene terreno e materiali per costruirsi un’abitazione accanto alla colonna stessa, presumibilmente perché il suo incarico richiedeva presenza continua.

Il fregio: le guerre germaniche e sarmatiche avvolte a spirale

Il fregio della Colonna di Marco Aurelio è alto circa un metro e mezzo, si avvolge intorno al fusto per ventuno giri e conta circa centosedici scene: srotolato in piano supererebbe i centodieci metri di lunghezza. Racconta le guerre combattute dall’imperatore lungo il medio corso del Danubio contro le popolazioni germaniche dei Marcomanni e dei Quadi e contro i Sarmati, un conflitto che occupò quasi per intero l’ultimo decennio del suo regno e durante il quale Marco Aurelio morì, nel 180, probabilmente a Vindobona o a Sirmio.

Chi erano Marcomanni, Quadi e Sarmati

I Marcomanni e i Quadi erano popolazioni germaniche stanziate nell’area corrispondente grosso modo alla Boemia e alla Moravia, a nord del Danubio, cioè appena oltre il confine settentrionale dell’impero. I Sarmati, e in particolare gli Iazigi, erano popolazioni di stirpe iranica insediate nella pianura fra Danubio e Tibisco, celebri per la cavalleria pesante. Fra il 166 e il 180 queste popolazioni, spinte a loro volta da movimenti di genti più a nord, ruppero ripetutamente il confine danubiano e arrivarono a spingersi in profondità dentro il territorio imperiale, in almeno un caso fino ad Aquileia, nell’Italia nordorientale.

Ventuno spire, centosedici scene

La narrazione si sviluppa dal basso verso l’alto e si legge camminando intorno al monumento: chi vuole seguirla deve girare in tondo ventuno volte con la testa che sale progressivamente. Il racconto comincia con l’esercito che attraversa il Danubio su un ponte di barche e prosegue con marce, costruzioni di accampamenti, assedi, battaglie campali, sottomissioni di popolazioni vinte, discorsi dell’imperatore alle truppe. Sono le stesse categorie di scena che compongono il fregio traianeo, e questo non è un caso: il repertorio iconografico è deliberatamente ripreso dal modello.

Perché la cronologia è incerta

La differenza più sostanziale rispetto al modello traianeo, sotto il profilo della leggibilità, è che le scene della Colonna di Marco Aurelio non sono disposte in un ordine cronologico rigoroso. Sul fregio di Traiano la successione degli eventi è ricostruibile con buona approssimazione confrontandola con le fonti letterarie; qui il rapporto fra immagine e cronaca è molto più lasco. A complicare le cose c’è il fatto che, per le guerre marcomanniche, le fonti letterarie antiche sono frammentarie: la narrazione di Cassio Dione ci arriva in gran parte per epitome, e la Historia Augusta è una fonte tarda e problematica. Il risultato è che il fregio, invece di essere illustrato dalle fonti, viene spesso usato come fonte esso stesso, con tutti i rischi che questo comporta.

Il tono del racconto: la guerra senza pietà

Chi ha in mente il fregio traianeo, con i suoi barbari sconfitti ma dignitosi e i suoi romani operosi, rimane colpito dalla durezza del racconto aureliano. Qui compaiono villaggi incendiati, prigionieri decapitati, donne trascinate via per i capelli, deportazioni di popolazioni intere. La rappresentazione dei vinti perde quel margine di rispetto che gli storici dell’arte hanno sempre notato nella colonna di Traiano: non c’è più traccia di quella sospensione di giudizio, e la violenza viene mostrata come esercizio legittimo e necessario del potere imperiale.

Il miracolo della pioggia: la scena più famosa del fregio

La scena più celebre della Colonna di Marco Aurelio è quella nota come miracolo della pioggia, numerata come scena XVI secondo la numerazione stabilita da Eugen Petersen, e mostra una divinità alata e barbuta, con la barba e i capelli che scendono come acqua corrente, che riversa pioggia sui soldati romani assetati mentre travolge i nemici. È l’episodio più discusso dell’intero monumento e uno dei più citati dell’intera antichità romana: si contano decine di riferimenti in fonti che vanno dal secondo al quattordicesimo secolo.

Che cosa si vede nella scena

Il rilievo mostra un esercito romano uscito da un accampamento e schierato in formazione quadrata, alcuni buoi di cui uno morto, soldati visibilmente sfiniti, un legionario che alza gli occhi al cielo in atteggiamento di supplica. Poi la pioggia, che scende copiosa, dispensata da una figura alata e barbuta librata in alto. Alcuni soldati raccolgono l’acqua con gli scudi e con gli elmi per bere e per abbeverare i cavalli. Sul lato opposto i nemici sono travolti: alcuni giacciono a terra insieme ai loro cavalli. La pioggia, nella logica dell’immagine, è benefica per gli uni e letale per gli altri. La scena successiva mostra la resa dei barbari.

La scena del fulmine, poco più in basso

Poco sotto, la scena XI rappresenta un secondo prodigio, quello che gli studiosi chiamano miracolo del fulmine: una fortificazione romana piena di soldati, contro la quale i nemici hanno spinto una macchina da assedio, e il fulmine che colpisce la macchina facendola rovinare addosso agli assedianti. Marco Aurelio assiste immobile alla scena, affiancato dalle guardie del corpo. Le due scene sono vicine ma distinte, e questo è un dettaglio importante: significa che il monumento registrava due episodi prodigiosi separati, non uno solo.

Le versioni antiche dell’episodio

Sull’origine del prodigio le fonti antiche si dividono lungo linee che hanno poco a che fare con la meteorologia e molto con la propaganda. La tradizione pagana attribuisce l’evento all’intervento di un mago egiziano di nome Arnufi, oppure a Mercurio: è significativo che fra il dicembre del 172 e il 173, cioè uno o due anni dopo l’evento, Marco Aurelio abbia fatto coniare monete che raffigurano Mercurio dentro un tempietto, con la leggenda religio augusti, e che a Roma sia stata eretta un’edicola dedicata a Hermes Aerios, una manifestazione di Mercurio come divinità dei fenomeni atmosferici altrimenti non attestata.

Come lo legge la storiografia moderna

La lettura oggi prevalente fra gli studiosi tiene insieme i due piani. Sul piano dei fatti, si ritiene probabile che siano realmente avvenuti due episodi naturali distinti in un contesto militare disperato: un temporale provvidenziale durante una campagna condotta in condizioni di grave penuria d’acqua, e un fulmine caduto per caso su una macchina da assedio nemica. Sul piano culturale, si osserva che quei due eventi vennero rielaborati e fusi in chiave religiosa da tradizioni concorrenti, ciascuna interessata a rivendicarne il merito per ragioni di legittimazione. La datazione dell’episodio resta incerta: le fonti antiche indicano anni diversi fra il 171 e il 174.

Una curiosità sulla Colonna di Marco Aurelio

La curiosità che colpisce di più chi la scopre è questa: la Colonna di Marco Aurelio è storta, e lo è per colpa di due terremoti medievali. Guardando con attenzione la sovrapposizione dei rocchi si nota che alcuni sono ruotati rispetto agli altri, come se qualcuno avesse girato di qualche grado un pezzo della pila. La spiegazione accolta dagli studiosi è che il monumento subì una torsione a seguito dei forti sismi che colpirono Roma nell’847 e nell’849 dopo Cristo.

I due terremoti del nono secolo

Quei due eventi sismici lasciarono segni pesanti in tutta la città. Al primo, quello dell’847, si attribuisce il crollo di gran parte del settore meridionale dell’anfiteatro Flavio, il Colosseo, che poggiava su un terreno meno stabile; al secondo, quello dell’849, si attribuisce probabilmente la caduta dell’obelisco che Augusto aveva portato da Eliopoli per la grande meridiana del Campo Marzio, quello che oggi si chiama obelisco di Montecitorio e che venne rialzato solo alla fine del Settecento. La Colonna di Marco Aurelio, che sorge a poche decine di metri da dove quell’obelisco era piantato, incassò la stessa scossa e rimase in piedi, ma ruotata.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Colonna di Marco Aurelio

La cosa che quasi nessuno dice è che la colonna che si vede oggi affiora da un basamento che non è quello antico, e che sotto il livello del selciato ci sono ancora alcuni metri di monumento mai più tornati alla luce. Prima del restauro cinquecentesco circa sei metri della struttura, compreso l’ingresso originario della scala a chiocciola, erano sepolti sotto il piano stradale cresciuto nei secoli. Domenico Fontana scavò fino al livello del suolo del suo tempo, ma lasciò coperti la piattaforma antica e circa tre metri del basamento.

Quanto monumento resta sepolto

Significa che chi guarda la colonna vede un edificio decapitato in basso: manca la piattaforma rialzata su cui poggiava, mancano le prime assise del basamento, manca il rapporto originario fra il monumento e la piazza antica. La Colonna di Marco Aurelio non è mai stata riportata alla quota romana, e non lo sarà: farlo significherebbe scavare un pozzo profondo diversi metri in mezzo a una delle piazze più frequentate e più sorvegliate d’Italia, con Palazzo Chigi affacciato sul cantiere.

Che aspetto aveva il basamento originale

Il basamento antico non era liscio: era decorato con rilievi. Le ricostruzioni degli studiosi, basate su disegni antichi e su descrizioni, indicano Vittorie che reggono festoni su tre lati e una scena di barbari sottomessi sul lato rivolto verso la via Flaminia. Nessuno di questi rilievi esiste più: furono scalpellati via nel cantiere del 1589 per fare posto al rivestimento marmoreo liscio che si vede adesso. La perdita è netta e non recuperabile, ed è una delle ragioni per cui il giudizio storico su quel restauro resta severo.

Il paragone che rende l’idea

Per farsi un’idea di che cosa sia andato perduto conviene guardare la base della colonna di Antonino Pio, oggi conservata nei Musei Vaticani, nella Città del Vaticano: è un dado di marmo con l’apoteosi dell’imperatore e della moglie Faustina portati in cielo da un genio alato, e con due scene di parata militare sui lati. Quel basamento appartiene a un monumento di pochi anni precedente e ci restituisce il livello qualitativo della scultura che ornava anche la base della colonna aureliana. Guardarlo, e poi guardare il liscio rivestimento cinquecentesco di Piazza Colonna, è un esercizio istruttivo e piuttosto malinconico.

La scala interna: duecentotre gradini dentro il marmo

Dentro il fusto della Colonna di Marco Aurelio corre una scala a chiocciola scavata nei rocchi di marmo, che secondo la maggior parte delle fonti italiane conta 203 gradini e sale fino a un terrazzino posto sopra il capitello. Gli studi di lingua inglese indicano più prudentemente un valore compreso fra 190 e 200 gradini: la discrepanza dipende dal modo in cui si contano i gradini di raccordo alle estremità, e non cambia la sostanza. In entrambi i casi si tratta di una salita stretta, ripida e completamente interna alla pietra, illuminata da piccole feritoie aperte nello spessore del marmo e mimetizzate dentro il rilievo scolpito: sono visibili anche da terra, come sottili fessure orizzontali distribuite lungo il fusto.

Perché non si può salire

La scala esiste, è integra ed è percorribile, ma non è aperta al pubblico. L’accesso è riservato al personale tecnico incaricato dei controlli e della manutenzione, e non esistono visite guidate, prenotazioni o aperture straordinarie che consentano ai visitatori di salire: le ragioni sono di sicurezza, di conservazione e di ordine pubblico, considerato che la terrazza in cima si affaccia direttamente sulla sede della Presidenza del Consiglio. Vale la stessa regola in vigore per la Colonna Traiana. Chi trova online pagine che lasciano intendere il contrario ha davanti un’informazione sbagliata.

La statua di San Paolo e il restauro di Sisto V

Nel 1589 papa Sisto V fece restaurare la Colonna di Marco Aurelio affidando i lavori a Domenico Fontana, e in quell’occasione sulla sommità fu collocata la statua bronzea di San Paolo che si vede ancora oggi, al posto della statua in bronzo dorato dell’imperatore che stava lassù in origine e che era scomparsa nel corso del Medioevo, con ogni probabilità fusa per recuperarne il metallo. Era la seconda operazione di questo genere in pochi anni: nel 1587 lo stesso pontefice, con lo stesso architetto, aveva messo un San Pietro di bronzo in cima alla Colonna Traiana. I due apostoli fondatori della Chiesa di Roma si trovarono così a coronare i due monumenti onorari più alti della Roma imperiale.

Che cosa fece esattamente Domenico Fontana

Fontana scavò intorno alla base fino a raggiungere il piano stradale del suo tempo, lasciando interrati la piattaforma antica e circa tre metri di basamento. Sigillò le crepe del fusto. Ricavò un nuovo ingresso alla scala a chiocciola al livello del suolo, in sostituzione di quello antico ormai sepolto. Rivestì di nuovo marmo l’intera struttura del basamento, usando materiale prelevato dal Settizonio, il grande ninfeo severiano alle pendici del Palatino che proprio Sisto V fece demolire e smontare per ricavarne pietra da costruzione. E infine fece collocare in cima il San Paolo di bronzo, modellato sull’esempio del San Pietro posto due anni prima sulla Colonna Traiana.

Le manomissioni: che cosa andò perduto

Il prezzo di quell’operazione fu alto. I rilievi che decoravano il basamento antico, le Vittorie con i festoni sui tre lati e i barbari sottomessi sul lato verso la via Flaminia, vennero scalpellati via per consentire il nuovo rivestimento: non ne resta nulla, e la loro ricostruzione dipende oggi soltanto da testimonianze indirette. Si perse anche la leggibilità del rapporto fra il monumento e la sua quota antica, con la piattaforma definitivamente coperta. E si aggiunse al monumento un’iscrizione che ne sbaglia l’intestazione, consolidando per secoli un equivoco di attribuzione.

Il marmo del Settizonio

Il dettaglio del Settizonio merita una riga a parte, perché mostra come funzionava la Roma di fine Cinquecento. Il Septizodium era una monumentale facciata a esedre e colonne eretta da Settimio Severo nel 203 alle pendici sudorientali del Palatino, verso la via Appia: uno degli edifici più scenografici della città antica, sopravvissuto in parte fino al Rinascimento. Sisto V lo fece smantellare e il suo marmo venne distribuito ad altri cantieri pontifici, fra cui questo. La Colonna di Marco Aurelio, in altre parole, è rivestita alla base con i resti di un altro monumento antico demolito per l’occasione: un’operazione di reimpiego che ricorda molto da vicino quelle di età tardoantica, compiuta però millequattrocento anni dopo.

L’iscrizione alla base: un monumento intitolato all’imperatore sbagliato

L’iscrizione che si legge oggi alla base della Colonna di Marco Aurelio non è antica: è quella fatta incidere da Sisto V nel 1589, e attribuisce il monumento a un imperatore diverso da quello a cui è dedicato. Il testo latino, disposto su otto righe, recita SIXTVS V PONT MAX COLVMNAM HANC COCLIDEM IMP ANTONINO DICATAM MISERE LACERAM RVINOSAMQ PRIMAE FORMAE RESTITVIT A MDLXXXIX PONT IV, e si traduce: Sisto Quinto pontefice massimo restituì alla forma originaria questa colonna coclide dedicata all’imperatore Antonino, miseramente lacera e rovinosa, nell’anno 1589, quarto del suo pontificato.

L’errore di attribuzione

L’Antonino dell’iscrizione è Antonino Pio, predecessore e padre adottivo di Marco Aurelio, che con questo monumento non ha nulla a che vedere. L’equivoco nasce da una confusione reale: Antonino Pio aveva avuto una propria colonna onoraria, eretta fra il 161 e il 162 nella stessa zona del Campo Marzio, a poca distanza da questa. Quella colonna era però in granito rosso egiziano, alta circa 14,75 metri, senza alcun rilievo sul fusto. Nel Cinquecento se ne era persa memoria, e l’unica colonna istoriata visibile in quel settore della città venne attribuita per inerzia al nome più noto.

Che fine ha fatto la vera colonna di Antonino Pio

I resti della colonna di Antonino Pio riemersero nel 1703, durante demolizioni nella zona di Montecitorio, e furono dissotterrati nel 1705. Il fusto risultò rotto in più punti; vari tentativi di rialzarlo fallirono, un incendio ne danneggiò i frammenti nel 1759, e alla fine, nel 1789, Pio VI decise di usare quel granito per restaurare l’obelisco di Montecitorio. La base scolpita, invece, si conserva ai Musei Vaticani dal 1787. Il paradosso è completo: la colonna che porta scritto il nome di Antonino non è sua, e la sua colonna vera è stata smontata e usata come materiale di riparazione per un obelisco.

Il consiglio che ti do per visitare la Colonna di Marco Aurelio

Il consiglio più utile riguarda l’ora del giorno: la Colonna di Marco Aurelio va guardata quando il sole la illumina di taglio, cioè nella prima mattina o nel tardo pomeriggio, perché il rilievo si legge soltanto quando c’è ombra dentro i solchi. A mezzogiorno, con la luce che cade dall’alto, il fregio si appiattisce e diventa una superficie confusa. La differenza fra i due momenti è enorme e non richiede alcuna attrezzatura per essere apprezzata: basta scegliere l’orario.

Da dove guardarla

Il secondo consiglio riguarda la distanza. L’errore più comune è avvicinarsi troppo: da sotto si vede solo la prima spira, scorciata e deformata dalla prospettiva. Conviene invece allontanarsi verso il lato opposto della piazza, o meglio ancora salire di quota. Le vetrate della Galleria Alberto Sordi, sul lato orientale, offrono un punto di vista rialzato accessibile senza biglietto negli orari di apertura dell’edificio; alcuni locali affacciati sulla piazza hanno terrazze che guardano il monumento da un’altezza migliore di quella del marciapiede.

Il binocolo e lo zoom

Il terzo consiglio è concreto: un piccolo binocolo, o l’obiettivo tele di una macchina fotografica, cambia radicalmente l’esperienza. Le scene si trovano a un’altezza compresa fra i dieci e i quaranta metri e a occhio nudo si distinguono solo le masse. Con un ingrandimento anche modesto si riconoscono i volti, gli scudi, i cavalli, e diventa possibile cercare la scena XVI del miracolo della pioggia. Chi non ha né l’uno né l’altro può usare lo zoom del telefono, che nei modelli recenti basta per la fascia bassa del fregio.

Quanto tempo serve e come inserirla in un itinerario

Una sosta consapevole davanti alla colonna richiede venti minuti: cinque per il giro completo del monumento, dieci per cercare le scene principali con il binocolo, cinque per guardare la piazza intorno. Chi ha solo di passaggio due minuti li impieghi almeno a fare il giro completo, perché guardarla da un lato solo significa vedere un quarto del fregio. L’itinerario naturale la mette fra il Pantheon e la Fontana di Trevi, e chi vuole capirla davvero la abbina nella stessa giornata alla Colonna Traiana, che si vede dalle balaustre del Foro di Traiano a circa ottocento metri di distanza, verso i Mercati di Traiano.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la Colonna di Marco Aurelio è una copia dichiarata della Colonna Traiana; quello che si cita raramente è che proprio nel modo in cui la copia fallisce sta il suo valore storico più grande. Gli artisti che lavorarono al fregio aureliano volevano fare come i predecessori e non ci riuscirono, perché nel frattempo era cambiato il modo stesso di concepire la figura umana. Quel fallimento è il primo documento monumentale della trasformazione che porta all’arte tardoantica.

Che cosa cambia nella figura umana

Sulla Colonna Traiana le figure sono costruite secondo i canoni della tradizione ellenistica: proporzioni naturali, torsioni credibili, corpi disposti obliquamente nello spazio, teste proporzionate. Su quella aureliana le teste diventano sproporzionatamente grandi rispetto ai corpi, le figure si dispongono frontalmente e guardano verso lo spettatore, le pieghe dei panneggi si riducono a solchi scavati col trapano, i corpi dei vinti si contorcono in ritmi angolosi. La struttura naturalistica si disorganizza e viene forzata in senso espressivo.

Perché questo conta

Sono esattamente le caratteristiche che troveremo, portate alle estreme conseguenze, nei rilievi costantiniani di due secoli dopo e poi nell’arte bizantina: frontalità, gerarchia delle dimensioni, rinuncia alla profondità naturalistica. Vedere questi tratti affiorare già in un monumento ufficiale di fine secondo secolo, nel cuore di Roma, significa capire che il passaggio all’arte tardoantica non fu una decadenza improvvisa provocata dalle invasioni, ma una trasformazione lunga, interna, cominciata quando l’impero era ancora al culmine della sua potenza.

L’arte plebea e la spiegazione di Becatti

La spiegazione più influente di questo cambiamento è quella proposta da Giovanni Becatti e sviluppata da Ranuccio Bianchi Bandinelli con la formula di arte plebea. Secondo questa lettura esistevano a Roma due linguaggi paralleli: uno ufficiale, classicistico, di derivazione greca, usato per i monumenti pubblici; e uno popolare, più diretto, meno preoccupato del naturalismo, vivo nei rilievi funerari degli artigiani e dei liberti. A partire dall’età di Commodo il secondo linguaggio comincia a risalire dentro il primo, e la Colonna di Marco Aurelio è il luogo in cui questo si vede per la prima volta su grande scala.

La foto giusta da fare alla Colonna di Marco Aurelio

La foto giusta alla Colonna di Marco Aurelio non è quella dell’intero monumento: è il dettaglio ravvicinato di una porzione di fregio, scattato con un teleobiettivo nella luce radente del tardo pomeriggio. L’inquadratura totale, che tutti fanno per prima, restituisce una guglia bianca contro il cielo e non comunica nulla di quello che il monumento è realmente, cioè duecento metri di racconto scolpito.

Il dettaglio di fregio

Per ottenerlo servono una focale lunga e la pazienza di aspettare la luce. Le spire più basse, fra i dieci e i quindici metri da terra, sono le più accessibili a un teleobiettivo di uso comune e sono anche le meglio conservate. La luce radente è indispensabile: senza ombra dentro i solchi il rilievo sparisce. In estate la finestra utile è piuttosto ampia nel tardo pomeriggio, in inverno si restringe a poche decine di minuti.

Errori da evitare

Tre errori ricorrenti. Il primo è scattare a mezzogiorno, con il risultato di un fregio piatto e di un cielo bruciato. Il secondo è inquadrare dal basso troppo vicino, ottenendo una colonna che cade all’indietro in modo innaturale: conviene arretrare e usare una focale più lunga. Il terzo è dimenticare la fontana di Giacomo Della Porta, che si trova a pochi metri e che offre un primo piano d’acqua e di marmo capace di dare profondità a un’inquadratura altrimenti piatta. Fotografare in piazza è libero, trattandosi di spazio pubblico all’aperto, ma conviene tenere presente che l’area è sorvegliata in modo permanente per la presenza delle sedi istituzionali.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La Colonna di Marco Aurelio è l’unico monumento di Roma rimasto senza interruzione nello stesso punto dal secondo secolo dopo Cristo a oggi, e per questo ha attraversato da spettatrice fissa tutta la storia della città: la fine dell’impero, il Medioevo, il cantiere urbanistico di Sisto V, la Roma papale, l’Italia unita, la Repubblica. Quello che segue è il filo essenziale.

193: il completamento e la nomina del custode

L’anno in cui il cantiere si conclude è anche quello in cui viene nominato Adrasto, procuratore della colonna. È il 193, uno degli anni più turbolenti della storia romana, quello dei quattro imperatori che si succedono in pochi mesi fino all’affermazione di Settimio Severo. Il monumento dedicato a Marco Aurelio viene consegnato alla città mentre la dinastia antonina si è appena estinta con l’assassinio di Commodo.

Ottocento: i rilievi e le incisioni

Fra Settecento e Ottocento la colonna diventa oggetto di campagne di documentazione grafica sistematica. Giovanni Battista Piranesi le dedica una veduta del prospetto principale distribuita su sei tavole. Alla fine dell’Ottocento l’archeologo tedesco Eugen Petersen ne cura la pubblicazione fotografica integrale e stabilisce la numerazione delle scene tuttora in uso: quando gli studiosi parlano di scena XVI per il miracolo della pioggia, usano la numerazione di Petersen.

Novecento e Duemila: la piazza del potere

Con il trasferimento della capitale a Roma e poi con l’acquisizione di Palazzo Chigi da parte dello Stato italiano nel 1916, la piazza diventa progressivamente il centro simbolico del potere esecutivo italiano. Da allora la colonna fa da sfondo permanente a conferenze stampa, dirette televisive, presidi e manifestazioni: è probabilmente il monumento antico più inquadrato dalle telecamere italiane, e quasi sempre senza che nessuno lo nomini.

Chi è passato dalla Colonna di Marco Aurelio

Dalla Colonna di Marco Aurelio sono passati, nell’ordine, i romani del secondo secolo che arrivavano in città lungo la via Flaminia, i pellegrini medievali diretti a San Pietro, gli architetti del Rinascimento con il metro in mano, i viaggiatori del Grand Tour, e oggi i giornalisti parlamentari. Nessun altro monumento romano ha avuto un pubblico così continuo e così vario, per il semplice motivo che nessun altro è rimasto tanto a lungo in mezzo a una strada trafficata.

Goethe, luglio 1787

Fra i visitatori illustri il più citato è Johann Wolfgang Goethe, che nel Viaggio in Italia annota alla data del 24 luglio 1787 di avere visto la piazza della colonna con Palazzo Chigi illuminato dalla luna e la colonna che spiccava nel cielo notturno con il piedistallo bianco e abbagliante. Chi vuole seguire le tracce romane dello scrittore tedesco trova la sua abitazione romana lungo il Corso, oggi museo, nella pagina dedicata alla Casa di Goethe, a pochi minuti a piedi da qui.

I romani di oggi

L’ultima categoria è la più numerosa e la meno consapevole: i romani che attraversano la piazza ogni giorno andando al lavoro. Per la maggior parte di loro la colonna è un punto di orientamento e un luogo di appuntamento, non un monumento. Chi lavora nelle redazioni parlamentari che affacciano sulla piazza la vede più volte al giorno per anni. È il destino di tutti i monumenti che restano dentro la città viva invece di finire in un’area archeologica recintata, e ha un vantaggio evidente: nessun altro rilievo antico è così facile da raggiungere.

Colonna di Marco Aurelio e Colonna Traiana: che cosa cambia davvero

La Colonna di Marco Aurelio e la Colonna Traiana sono due monumenti distinti, separati da circa ottocento metri e da quasi ottant’anni, ed è l’errore più comune confonderli: la prima si trova in Piazza Colonna, la seconda nel Foro di Traiano, accanto al Museo dei Fori Imperiali. Chi cerca l’una nel luogo dell’altra non la trova.

Che cosa hanno in comune

Le somiglianze non sono casuali, perché la colonna aureliana fu concepita come replica di quella traianea: stesso impianto coclide, fusto di cento piedi romani, scala a chiocciola interna illuminata da feritoie, fregio continuo a spirale dedicato a campagne militari, terrazza in cima, statua bronzea dell’imperatore sulla sommità. Entrambe hanno perso la statua originale ed entrambe sono state coronate da Sisto V con un apostolo di bronzo, per mano dello stesso architetto: San Pietro sulla traianea nel 1587, San Paolo sull’aureliana nel 1589.

Le differenze materiali

Le differenze cominciano dai numeri. Il fregio aureliano compie ventuno giri contro i ventitre o ventiquattro della traianea, e conta circa centosedici scene contro le oltre centocinquanta dell’altra. Il fusto della colonna di Marco Aurelio è composto da un numero maggiore di rocchi, intorno a ventisette, e la sua scala conta poco più di duecento gradini contro i centottantacinque della traianea. Cambia anche la funzione del basamento: sotto la Colonna Traiana era ricavata la camera che accolse le ceneri dell’imperatore, mentre la colonna aureliana non fu mai un sepolcro.

Le differenze di soggetto

Il fregio traianeo racconta la conquista della Dacia, cioè due campagne di aggressione concluse con l’annessione di una provincia nuova e con un bottino enorme. Quello aureliano racconta le guerre marcomanniche, cioè una difesa affannosa del confine danubiano contro popolazioni che avevano sfondato: nessuna provincia annessa, nessun trionfo definitivo, una guerra che l’imperatore non vide finire. La differenza di soggetto spiega buona parte della differenza di tono.

Le differenze di stile

Sul piano formale il contrasto è netto. Sulla Colonna Traiana il rilievo è basso, morbido, pittorico, con passaggi di piano graduali; su quella di Marco Aurelio il rilievo è alto e inciso, il trapano scava in profondità creando forti contrasti di luce e ombra, le teste sono più grandi rispetto ai corpi, le figure si dispongono frontalmente invece che di scorcio. Traiano compare in mezzo ai suoi soldati; Marco Aurelio appare isolato e frontale, affiancato dal genero Pompeiano e da un altro ufficiale disposti di tre quarti come ali, in una composizione che ne sottolinea la maestà e la distanza.

La diversa concezione della figura umana

Il punto più importante è proprio questo: cambia l’idea stessa di che cosa sia una figura umana in un racconto pubblico. Sulla colonna traianea la figura è un corpo nello spazio, costruito secondo regole naturalistiche di derivazione greca. Su quella aureliana la figura diventa un segno, dimensionato secondo l’importanza e non secondo la prospettiva, orientato verso chi guarda e non verso l’azione. Sparisce anche quel senso di umanità verso i vinti che gli storici dell’arte hanno sempre notato nel fregio di Traiano. È la strada che porta ai rilievi dell’Arco di Costantino e poi all’arte bizantina, e comincia qui.

Stato di conservazione: che cosa resta leggibile

Lo stato di conservazione della Colonna di Marco Aurelio è mediamente buono nella struttura e problematico nella superficie scolpita, come accade a tutti i marmi esposti da diciotto secoli in ambiente urbano. Il monumento è stabile e non presenta criticità strutturali note al pubblico, ma la leggibilità del fregio è diminuita nel tempo, soprattutto nelle parti più esposte al dilavamento e nelle spire alte.

I fenomeni di degrado

I fenomeni documentati sui marmi romani all’aperto sono sempre gli stessi: formazione di croste nere nelle zone riparate dalla pioggia, dove il particolato atmosferico si fissa sul solfato di calcio; erosione e arrotondamento dei profili nelle zone dilavate; colonizzazione biologica nelle parti umide; decoesione superficiale che rende il marmo friabile. A questo si aggiungono, per un monumento composto da blocchi sovrapposti, le sollecitazioni dei perni metallici antichi, che ossidandosi aumentano di volume e possono provocare microfratture.

Che cosa vede un visitatore oggi

Detto in termini pratici: dal basso, a occhio nudo e in luce favorevole, le prime cinque o sei spire restano leggibili nelle masse, e con un binocolo si riconoscono figure e dettagli. Più in alto la lettura si fa difficile per la distanza prima ancora che per il degrado. Le condizioni del monumento vengono monitorate dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che ne ha la competenza, e nel corso dei decenni si sono succeduti interventi di pulitura e manutenzione: per informazioni aggiornate su eventuali lavori in corso o su ponteggi conviene verificare direttamente presso la Sovrintendenza prima di programmare una visita fotografica.

Domande frequenti sulla Colonna di Marco Aurelio

Quanto costa vedere la Colonna di Marco Aurelio?

Vedere la Colonna di Marco Aurelio è gratuito: il monumento si trova al centro di Piazza Colonna, una piazza pubblica aperta senza recinzioni, senza biglietteria e senza controlli d’ingresso. Non esiste un biglietto perché non esiste un’area chiusa da visitare. L’osservazione avviene interamente dall’esterno, dal livello del marciapiede, a qualunque ora del giorno e della notte.

Quali sono gli orari della Colonna di Marco Aurelio?

La Colonna di Marco Aurelio non ha orari di apertura, perché si trova in una piazza pubblica accessibile ventiquattro ore su ventiquattro. La piazza è illuminata di notte e il monumento resta visibile anche dopo il tramonto. L’unica limitazione possibile riguarda eventuali chiusure temporanee della piazza per ragioni di ordine pubblico, legate alla presenza delle sedi istituzionali che vi si affacciano.

Si può salire sulla Colonna di Marco Aurelio?

No, sulla Colonna di Marco Aurelio non si può salire. La scala a chiocciola interna esiste, conta poco più di duecento gradini ed è integra, ma l’accesso è riservato al personale tecnico incaricato dei controlli: non sono previste visite guidate, prenotazioni o aperture straordinarie per il pubblico. Vale la stessa regola in vigore per la Colonna Traiana.

Quanto è alta la Colonna di Marco Aurelio?

Il fusto della Colonna di Marco Aurelio misura 29,6 metri, pari a cento piedi romani. Sull’altezza complessiva le fonti divergono: alcuni studi indicano circa 39,7 metri fuori terra sommando il basamento, altre fonti parlano di circa 42 metri e arrivano a quasi 50 metri considerando la piattaforma antica oggi interrata e la statua originale. Le cifre misurano insiemi diversi.

Come si arriva alla Colonna di Marco Aurelio con i mezzi?

Alla Colonna di Marco Aurelio si arriva scendendo alle stazioni Barberini o Spagna della metropolitana linea A e camminando circa dieci minuti, oppure con gli autobus che servono via del Corso e il nodo di piazza San Silvestro. Non esiste una fermata di metropolitana sulla piazza. Percorsi e linee di superficie cambiano con frequenza: conviene verificarli con un’applicazione di navigazione prima di partire.

La Colonna di Marco Aurelio è adatta ai bambini?

La Colonna di Marco Aurelio funziona bene con i bambini a una condizione: che qualcuno racconti loro che cosa c’è scolpito. Il fregio è un fumetto lungo oltre cento metri con eserciti, cavalli, ponti di barche, assedi e una tempesta mandata da un dio, e con un binocolo la caccia alle scene diventa un gioco. Senza racconto e senza ingrandimento resta una colonna bianca.

Si possono fare fotografie alla Colonna di Marco Aurelio?

Fotografare la Colonna di Marco Aurelio è consentito, trattandosi di un monumento all’aperto in uno spazio pubblico. Conviene ricordare che la piazza ospita sedi istituzionali ed è sorvegliata in modo permanente: inquadrare il monumento non pone alcun problema, mentre riprese insistite su ingressi, presidi e personale di sicurezza possono attirare attenzione. Per il fregio serve un teleobiettivo e luce radente.

La Colonna di Marco Aurelio è accessibile alle persone con disabilità?

La Colonna di Marco Aurelio si osserva da una piazza pianeggiante e pavimentata, raggiungibile in carrozzina dai marciapiedi di via del Corso e dalle vie limitrofe, senza gradini da superare per arrivare alla vista del monumento. Non essendoci alcun percorso interno da compiere, l’esperienza non presenta barriere: l’unico ostacolo reale è l’affollamento della zona nelle ore di punta.

Che differenza c’è fra Colonna di Marco Aurelio e Colonna Traiana?

La Colonna di Marco Aurelio si trova in Piazza Colonna e racconta le guerre danubiane contro Marcomanni, Quadi e Sarmati combattute fra il 168 e il 175 circa; la Colonna Traiana si trova nel Foro di Traiano, a circa ottocento metri, fu inaugurata nel 113 e racconta la conquista della Dacia. La seconda è il modello della prima, ma ha rilievo più basso, teste proporzionate e figure di scorcio, mentre la colonna aureliana ha rilievo alto, teste grandi e figure frontali.

Un ultimo appunto per chi organizza l’itinerario

La Colonna di Marco Aurelio rende al massimo come tappa dentro un percorso, non come meta a sé stante: la sequenza che funziona meglio la mette fra il Pantheon, la Fontana di Trevi e San Lorenzo in Lucina, e nella stessa giornata la fa incontrare con la Colonna Traiana verso i Fori Imperiali. Vederle tutte e due a poche ore di distanza è il modo più rapido che esista per capire come sia cambiata Roma fra il secondo secolo di Traiano e quello di Commodo.

Chi sta costruendo un itinerario nel centro storico e vuole incrociare questa tappa con le altre del Campo Marzio e dei Fori trova strumenti di pianificazione utili su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio su trasporti, spostamenti e mete del Lazio resta una buona risorsa Italy Planner.

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