Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
La Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi si trova in via dei Portoghesi 2, nel rione Campo Marzio, a poche decine di metri da via della Scrofa e a cinque minuti scarsi da Piazza Navona. È la chiesa nazionale del Portogallo a Roma: non una definizione turistica, ma uno statuto giuridico e istituzionale preciso, che affonda le radici nel Medioevo e che ancora oggi lega questo edificio alla comunità portoghese e a quella brasiliana della capitale. Chi passa per via dei Portoghesi la incrocia quasi per caso, perché la facciata barocca si apre su una strada stretta che non concede quasi mai la distanza giusta per guardarla per intero, e perché il quartiere intorno è pieno di nomi più famosi: la Chiesa di San Luigi dei Francesi con i suoi Caravaggio, la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, il Palazzo Altemps. Eppure basta entrare per capire che qui c’è qualcosa di diverso: un interno di marmi policromi, oro e stucchi che contraddice nettamente la modestia della strada, e che si spiega soltanto se si capisce che cosa fosse, nella Roma dei secoli passati, una chiesa nazionale. Le righe che seguono raccontano la storia dell’edificio, il sistema delle chiese nazionali che lo ha generato, quello che si vede davvero dentro, le attribuzioni che circolano e non reggono alla verifica, e la Torre della Scimmia che sorge a pochi passi, con la leggenda che da due secoli accompagna questo angolo di Roma.
Dove si trova la chiesa dei Portoghesi e come raggiungerla
L’indirizzo è via dei Portoghesi 2, rione Campo Marzio, e la strada prende il nome proprio dalla chiesa e dall’ospizio portoghese che la precedette. Siamo nel cuore del centro storico, nel quadrilatero compreso fra via della Scrofa, via dell’Orso, piazza di Sant’Agostino e il lungotevere Marzio: un settore di città dove in poche centinaia di metri si concentrano tre chiese nazionali, un museo archeologico di primo livello, il Senato della Repubblica e una delle piazze più fotografate d’Europa.
A piedi dal centro di Roma
Da Piazza Navona si arriva in cinque o sei minuti: si esce dal lato nord della piazza, si prende via dell’Anima oppure si costeggia il Palazzo Altemps fino a piazza Sant’Apollinare, poi si imbocca via dei Portoghesi. Dal Pantheon il percorso è altrettanto breve, passando per piazza della Maddalena e via della Scrofa. Da Castel Sant’Angelo si attraversa il Tevere su ponte Umberto I e si è in via dei Portoghesi in meno di dieci minuti a piedi. Chi arriva da via del Corso e da Montecitorio attraversa il tratto centrale del Campo Marzio e impiega poco più di un quarto d’ora.
Con i mezzi pubblici
La zona non è servita direttamente dalla metropolitana: le stazioni più vicine sono Spagna e Barberini sulla linea A, entrambe a una ventina di minuti a piedi, e Colosseo sulla linea B, molto più lontana. La soluzione più pratica resta l’autobus: le linee che percorrono corso del Rinascimento e corso Vittorio Emanuele II lasciano a pochi minuti di cammino dalla chiesa, così come quelle che risalgono via della Scrofa e via di Ripetta. Chi arriva dalla stazione Termini può prendere la metro A fino a Spagna e completare a piedi, oppure servirsi di un autobus diretto verso il centro storico: i tempi complessivi sono grosso modo equivalenti, e la scelta dipende soprattutto dal traffico dell’ora.
I riferimenti per non perdersi
Via dei Portoghesi è una strada breve e stretta, facile da mancare se si cammina distratti. Tre riferimenti aiutano a individuarla con sicurezza: la mole chiara di Palazzo Altemps su piazza Sant’Apollinare, la fronte di via della Scrofa con i suoi ristoranti storici, e soprattutto la Torre della Scimmia, la torre medievale merlata che svetta all’incrocio fra via dei Portoghesi e via dei Pianellari e che si vede da lontano. Chi cerca la chiesa e individua la torre ha già trovato la strada giusta: i due edifici distano pochi metri l’uno dall’altro e formano, insieme, il vero volto di questo angolo di Campo Marzio.

Che cos’è una chiesa nazionale a Roma: il sistema che spiega questo edificio
Le chiese nazionali di Roma sono chiese cattoliche affidate ciascuna a una determinata comunità nazionale, e il loro sistema nasce nel Medioevo intorno a un’esigenza pratica: assistere i pellegrini che arrivavano nella città dei papi da ogni angolo della cristianità. Senza questo dato, la chiesa dei Portoghesi resta incomprensibile, perché nulla nella sua posizione o nelle sue dimensioni spiegherebbe altrimenti la ricchezza dei suoi marmi.
Da dove viene la parola natio
Nel latino medievale il sostantivo natio non indicava lo stato nazionale moderno, che non esisteva ancora nella forma che conosciamo, ma l’insieme delle persone che condividevano una stessa origine geografica e una stessa lingua. È lo stesso uso che troviamo nelle università medievali, dove gli studenti erano raggruppati in nationes secondo la provenienza: la natio germanica, la natio gallica e così via. Roma, che riceveva ogni anno migliaia di pellegrini da tutta Europa, applicò lo stesso criterio all’accoglienza: ogni natio si organizzava da sé, raccoglieva fondi fra i propri connazionali residenti in città e costruiva le proprie strutture.
I tre pezzi che compongono ogni chiesa nazionale
Il modello si ripete con impressionante regolarità, ed è composto sempre da tre elementi. Il primo è l’ospizio, cioè una struttura di accoglienza che offriva letto, pasto e assistenza ai pellegrini connazionali arrivati a Roma, spesso affiancata da un ospedale vero e proprio per chi si ammalava durante il viaggio. Il secondo è la confraternita, un’associazione di laici e di ecclesiastici della stessa nazione che gestiva l’ospizio, amministrava i beni, raccoglieva elemosine e lasciti testamentari e organizzava le celebrazioni comunitarie. Il terzo è la chiesa vera e propria, che nasceva quasi sempre come oratorio dell’ospizio e cresceva poi, secolo dopo secolo, fino a diventare un edificio autonomo e monumentale.
A questi tre elementi se ne aggiungeva spesso un quarto, meno visibile ma decisivo per la storia culturale europea: il collegio, cioè la scuola di formazione per i chierici della nazione, che venivano a Roma a studiare e che poi rientravano in patria portando con sé la lingua, il gusto artistico e le abitudini liturgiche romane. È attraverso questi collegi che il barocco romano si è diffuso in mezza Europa e nelle Americhe, molto più che attraverso i libri di architettura.
Perché le chiese nazionali sono così ricche
Qui si arriva al punto che spiega l’interno sfarzoso della chiesa dei Portoghesi. Una chiesa nazionale non era soltanto un luogo di culto: era il biglietto da visita di una nazione nella capitale della cristianità, il luogo dove il sovrano, l’ambasciatore e i mercanti di quel paese mostravano a Roma, e attraverso Roma all’Europa intera, quanto contassero. Le chiese e le loro ricchezze erano un segno diretto dell’importanza della nazione e dei prelati che la sostenevano, e la competizione fra le diverse comunità nazionali fu uno dei motori meno raccontati della grande stagione artistica romana fra Cinquecento e Settecento.
Le risorse arrivavano da tre canali: le elemosine dei fedeli, le rendite dei lasciti testamentari dei benefattori più ricchi, e gli affitti degli immobili che le confraternite accumulavano nel quartiere circostante. Molte confraternite nazionali finirono per possedere interi isolati nel centro di Roma, e i proventi di quegli affitti finanziavano le cappelle, i marmi, le pale d’altare e gli organi. Il denaro che si vede oggi cristallizzato nei marmi policromi della chiesa dei Portoghesi è, letteralmente, il rendimento di due secoli di proprietà immobiliare gestita da una comunità straniera nel cuore di Roma.
La mappa delle chiese nazionali romane
L’elenco è lungo e copre quasi tutta l’Europa cattolica, più una parte consistente del mondo. Per la Francia c’è la Chiesa di San Luigi dei Francesi, consacrata nell’ottobre del 1589 dopo un cantiere lunghissimo finanziato in parte da Caterina de’ Medici, e famosa nel mondo per la Cappella Contarelli con le tre tele di Caravaggio dedicate a san Matteo. Per il mondo di lingua tedesca c’è Santa Maria dell’Anima, nata nel Trecento come oratorio dell’ospizio dei tedeschi e posta sotto protezione pontificia da Innocenzo VII nel 1406, con il monumento funebre di papa Adriano VI realizzato su disegno di Baldassarre Peruzzi fra il 1524 e il 1527. Per la Croazia c’è San Girolamo dei Croati, presso il porto di Ripetta, la cui congregazione fu autorizzata da papa Niccolò V nel 1453 per una comunità di profughi arrivati dall’altra sponda dell’Adriatico. Per la Spagna c’è Santa Maria in Monserrato, per la Scozia Sant’Andrea degli Scozzesi, per il Belgio San Giuliano dei Fiamminghi, per la Romania San Salvatore alle Coppelle.
Il sistema si estendeva anche alle regioni italiane, che prima dell’unità nazionale erano stati sovrani a tutti gli effetti e che a Roma si comportavano esattamente come le nazioni straniere: la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini per la Toscana, lo Spirito Santo dei Napoletani per il Regno di Napoli, San Giovanni Battista dei Genovesi per la Liguria, San Salvatore in Lauro per le Marche, il Santissimo Sudario dei Piemontesi per il Piemonte, San Marco al Campidoglio per Venezia. Passeggiare per il centro storico leggendo le dediche delle chiese significa, di fatto, leggere la carta geopolitica dell’Europa cattolica di età moderna.
Che cosa è successo alle chiese nazionali dopo il 1870
La svolta arriva con l’unità d’Italia e con la legislazione del 1873 sulla soppressione delle corporazioni religiose, che comportò lo scioglimento e l’esproprio di moltissime confraternite e istituzioni ecclesiastiche romane. Le chiese nazionali furono coinvolte in questa vicenda, che riaprì un contenzioso complesso anche sul piano diplomatico, perché toccava beni legati a governi stranieri. La questione si chiuse soltanto molto più tardi, attraverso accordi successivi culminati nei Patti lateranensi del 1929, che restituirono alla Chiesa cattolica una parte consistente del patrimonio. Alcune confraternite si trasformarono in opere pie e fondazioni ancora oggi operative, ed è esattamente questo il percorso seguito dall’istituzione portoghese di via dei Portoghesi.
La storia della Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
La chiesa dei Portoghesi fu fondata nel 1445 dal cardinale portoghese Antonio Martínez de Chaves, e sorse nel luogo dove già esisteva un ospizio per pellegrini portoghesi istituito nel Trecento dalla nobildonna Guiomar da Lisbona, con un piccolo luogo di culto dedicato alla Madonna di Betlemme. È la sequenza tipica delle chiese nazionali romane, e in questo caso la documentazione la rende particolarmente leggibile: prima l’accoglienza, poi la comunità organizzata, infine l’edificio monumentale.
La fondazione del 1445 e il nome della chiesa
Il cardinale Antonio Martínez de Chaves, prelato portoghese attivo nella Curia romana della metà del Quattrocento, trasformò l’oratorio dell’ospizio in una chiesa vera e propria nel 1445. La dedica iniziale fu a Sant’Antonio abate, il santo eremita egiziano diffusissimo nella devozione medievale, e soltanto in seguito la titolarità si spostò su Sant’Antonio da Padova, che per i portoghesi non è affatto padovano: Fernando Martins de Bulhões nacque a Lisbona intorno al 1195 e in Portogallo viene chiamato, semplicemente, Santo António de Lisboa. Il passaggio da un Antonio all’altro è uno dei dettagli più eloquenti di tutta la vicenda, perché mostra il momento preciso in cui la chiesa smette di essere un generico luogo di culto e diventa un’affermazione identitaria nazionale.
Il cantiere seicentesco: le date su cui le fonti divergono
Sul grande rifacimento barocco le ricostruzioni disponibili non concordano del tutto, e vale la pena riportarle entrambe invece di sceglierne arbitrariamente una. Secondo una ricostruzione, i lavori di ampliamento iniziarono nel 1624 e si conclusero nel 1638 sotto la direzione di Martino Longhi il Giovane. Secondo un’altra, la ricostruzione prese avvio proprio nel 1638. Le due versioni non sono necessariamente in contraddizione, perché un cantiere di quelle dimensioni procedeva per fasi successive e la stessa data può segnare la fine di una campagna e l’inizio di quella seguente, ma chi cerca una data unica e definitiva sappia che la documentazione corrente non la offre in modo univoco.
Quello che è certo è il nome del protagonista: Martino Longhi il Giovane, uno degli architetti più interessanti del barocco romano, appartenente a una dinastia di costruttori che attraversa tre generazioni e che ha lasciato tracce in mezza Roma. Suo nonno Martino Longhi il Vecchio ricostruì fra il 1588 e il 1589, su incarico di Sisto V, proprio la chiesa nazionale croata di San Girolamo, e questo dettaglio genealogico dice molto sul modo in cui funzionava il mercato dell’architettura romana: le comunità nazionali si rivolgevano a professionisti che avevano già lavorato per altre comunità nazionali, e le soluzioni circolavano da un cantiere all’altro.
La cupola di Carlo Rainaldi
La cupola costolonata della chiesa è attribuita a Carlo Rainaldi, l’architetto che a Roma ha firmato la facciata di Sant’Andrea della Valle e le chiese gemelle di piazza del Popolo. Anche qui le date riportate dalle fonti divergono: alcune ricostruzioni collocano l’intervento nel 1657, altre nel 1674. Si tratta di una differenza di quasi vent’anni, che non incide sull’attribuzione ma che conviene segnalare a chi voglia usare questa pagina come riferimento preciso. La cupola non domina lo skyline del rione come quella di Sant’Andrea della Valle, perché le proporzioni dell’edificio sono contenute e le strade circostanti sono troppo strette per concedere la giusta distanza, ma vista dall’interno restituisce alla navata una verticalità inattesa.
Dalla chiusura napoleonica al Novecento
La chiesa fu chiusa nel 1799, durante l’occupazione napoleonica di Roma, e riaprì soltanto nel 1842: quarantatré anni di silenzio, che nella storia di un edificio di culto non sono un dettaglio ma una cesura profonda, perché in quell’arco di tempo si perdono arredi, si disperdono archivi e si interrompono tradizioni liturgiche che nessun restauro successivo riesce a ricucire del tutto. Nel 1873 Francesco Vespignani, architetto molto attivo nella Roma pontificia e post unitaria, condusse restauri e realizzò decorazioni interne. Il governo portoghese mantenne il patronato sulla chiesa fino al 1910, l’anno della proclamazione della repubblica in Portogallo e della fine della monarchia dei Braganza: da quel momento la gestione passò stabilmente all’istituzione ecclesiastica portoghese, e il legame con lo stato si trasformò in un legame con la comunità.
Un ultimo passaggio, recente e poco citato, riguarda lo status della chiesa nella struttura ecclesiastica romana: il 21 febbraio 2001 papa Giovanni Paolo II istituì il titolo cardinalizio di Sant’Antonio in Campo Marzio, assegnandolo al patriarca di Lisbona José da Cruz Policarpo, titolare fino alla morte nel 2014. Dal 14 febbraio 2015 il titolo è del cardinale Manuel José Macário do Nascimento Clemente, patriarca emerito di Lisbona. È un riconoscimento che formalizza, dopo cinque secoli e mezzo, il rapporto fra questa chiesa e la Chiesa portoghese.
La facciata: Martino Longhi il Giovane e Cristoforo Schor
La facciata della chiesa dei Portoghesi è un fronte barocco su due ordini, con tre portali e lo stemma della casa reale dei Braganza a dichiarare senza ambiguità chi fosse il patrono dell’edificio. Fu avviata da Martino Longhi il Giovane e completata da Cristoforo Schor, architetto e scenografo di origine tirolese attivo a Roma nella seconda metà del Seicento, con lavori che secondo una parte delle fonti proseguirono fino al 1695.
Chi era Cristoforo Schor
Il nome di Cristoforo Schor non compare quasi mai nelle guide generaliste, e invece è uno dei personaggi più interessanti del tardo barocco romano. Apparteneva a una famiglia di artisti di origine tirolese profondamente radicata a Roma, attiva nella decorazione, nella scenografia, nelle macchine effimere per le feste pubbliche e nella progettazione architettonica. Il barocco romano era anche questo: un mondo di apparati temporanei, catafalchi, quarantore, archi trionfali di legno e cartapesta montati per una processione e smontati la settimana dopo, dentro il quale lavoravano professionisti capaci di passare dall’effimero alla pietra e viceversa. La facciata della chiesa dei Portoghesi porta la firma di uno di loro.
Lo stemma dei Braganza e la politica in facciata
Lo stemma della dinastia dei Braganza in facciata non è un ornamento araldico qualsiasi. La casa di Braganza salì al trono portoghese nel 1640, con la restaurazione dell’indipendenza del Portogallo dopo sessant’anni di unione dinastica con la corona spagnola: esibire quello stemma nel cuore di Roma, negli stessi decenni in cui la chiesa veniva ricostruita, significava affermare pubblicamente e davanti alla Curia romana che il Portogallo era tornato a essere un regno sovrano. La facciata di una chiesa nazionale, in altre parole, era un documento diplomatico scolpito nel travertino, e chi la guardava all’epoca lo capiva perfettamente.
Una curiosità sulla Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
Fra il 1740 e il 1747 la chiesa dei Portoghesi fu il cantiere di un’opera che oggi non si trova più a Roma ma a Lisbona: una cappella barocca interamente costruita nella capitale italiana, per moduli prefabbricati, e poi smontata, imbarcata e rimontata in Portogallo. È una delle vicende più straordinarie della storia dell’arte del Settecento, ed è quasi del tutto sconosciuta a chi visita il quartiere.
La cappella che attraversò il mare
La commissione partì nel 1740 dal re Giovanni V del Portogallo, un sovrano che disponeva dell’oro del Brasile e che decise di spenderne una parte per dotare Lisbona di una cappella realizzata dai migliori artisti romani del momento. Il progetto fu affidato a Nicola Salvi, l’architetto della Fontana di Trevi, e a Luigi Vanvitelli, che di lì a poco avrebbe progettato la reggia di Caserta. La cappella fu costruita a Roma pezzo per pezzo, con una tecnica di montaggio a moduli che permetteva di scomporla e ricomporla, e fu benedetta da papa Benedetto XIV nel 1744. I lavori si conclusero nel 1747, e a quel punto la struttura fu smontata, caricata su navi e trasportata a Lisbona, dove venne rimontata nella chiesa di San Rocco, dove tuttora si trova. Far realizzare l’opera a Roma e farla benedire dal papa significava importare a Lisbona non soltanto marmi e mosaici, ma l’autorevolezza stessa della capitale della cristianità, e la chiesa nazionale di via dei Portoghesi fu il punto di appoggio logistico e istituzionale dell’intera operazione.
L’interno barocco: marmi policromi, cappelle e opere d’arte
L’interno della chiesa dei Portoghesi si sviluppa a croce latina in uno spazio che le fonti indicano intorno ai trenta metri per venti, con sei cappelle laterali, volta a botte e una decorazione a marmi policromi che produce, in un volume tutto sommato contenuto, un effetto di ricchezza e di sfarzo sproporzionato rispetto alle dimensioni reali. È esattamente l’effetto che i committenti volevano ottenere.
La tavola di Antoniazzo Romano
Il pezzo più antico conservato nella chiesa è una tavola a fondo oro attribuita ad Antoniazzo Romano, il pittore che fra la seconda metà del Quattrocento e i primissimi anni del Cinquecento fu il più importante artista romano di nascita in una città dominata da forestieri. Antoniazzo dipingeva Madonne dal volto pieno e immobile, su fondi d’oro che nella Firenze contemporanea erano già considerati arcaici e che a Roma continuavano invece a essere richiesti dalla committenza devozionale, perché rimandavano alle antiche icone venerate nelle basiliche cittadine. Trovare una sua tavola dentro una chiesa nazionale ricostruita in pieno barocco significa trovare la traccia superstite dell’edificio quattrocentesco che stava qui prima.
La pala dell’altare maggiore e le tele settecentesche
La pala dell’altare maggiore è opera di Giacinto Calandrucci, pittore siciliano formatosi nella cerchia di Carlo Maratta, e reca la data del 1707. L’abside e l’altare maggiore furono sistemati da Cristoforo Schor, secondo una parte delle fonti già nel 1657, mentre la decorazione del transetto è ricondotta a Luigi Vanvitelli, negli stessi anni in cui lavorava alla cappella destinata a Lisbona.
Alle cappelle laterali appartengono tre tele di Antonio Concioli datate al 1782, con l’Adorazione dei Magi, la Natività e il Riposo durante la fuga in Egitto, e un’Immacolata Concezione di Jacopo Zoboli, pittore modenese attivo a Roma, datata al 1756. Quest’ultimo dato è importante e va tenuto a mente, perché è la chiave per sciogliere un equivoco attributivo che circola con una certa insistenza e di cui si parla più avanti.
Il monumento funebre di Antonio Canova nella chiesa dei Portoghesi
Nella chiesa dei Portoghesi si trova un’opera di Antonio Canova: il monumento funebre dedicato ad Alexandre de Sousa Holstein, realizzato nel 1808. È l’unico intervento canoviano documentato in questo edificio, ed è un esempio limpido del linguaggio neoclassico applicato alla scultura funeraria.
Chi era il personaggio commemorato
Alexandre de Sousa Holstein apparteneva a una famiglia dell’alta aristocrazia portoghese e fu diplomatico al servizio della corona, con incarichi che lo portarono a Roma in una fase storica particolarmente convulsa, quella dei decenni a cavallo fra la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. Che la comunità portoghese di Roma decidesse di commemorarlo con un monumento affidato al più celebre scultore vivente d’Europa dice bene quanto la chiesa nazionale funzionasse anche da pantheon della diplomazia e della nobiltà di quella nazione in terra straniera.
Canova nel 1808 e il linguaggio del monumento funebre
Il 1808 colloca l’opera nella piena maturità di Canova, negli anni in cui lo scultore era ormai il riferimento assoluto del neoclassicismo europeo e riceveva commissioni da tutte le corti del continente. Il monumento funebre neoclassico rompe deliberatamente con la teatralità barocca: niente scheletri alati, niente drappeggi mossi dal vento, niente allegorie che si sporgono dal marmo verso lo spettatore. Al loro posto compaiono composizione piana, figure ferme, gesti trattenuti e un’idea della morte come sospensione silenziosa invece che come dramma. Chi voglia capire questo passaggio ha, nella stessa città, i termini di confronto ideali: i monumenti barocchi delle basiliche romane da un lato, le opere canoviane dall’altro.
Canova a Roma, oltre questa chiesa
Antonio Canova visse e lavorò a Roma per gran parte della carriera, e la città conserva molte tracce del suo passaggio, a cominciare dallo studio di via del Babuino che dopo la sua morte fu rilevato dal suo allievo Adamo Tadolini e che oggi si può visitare come Atelier Canova Tadolini, uno dei pochi studi di scultore ottocenteschi arrivati intatti fino a noi con i suoi gessi e i suoi modelli. Chi si interessa al Canova romano trova nella chiesa dei Portoghesi una tappa minore per dimensioni ma perfettamente coerente con il resto del percorso.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
Intorno alla chiesa dei Portoghesi circolano due attribuzioni che non reggono alla verifica sulle fonti, e vale la pena affrontarle apertamente invece di ripeterle: il monumento funebre del principe polacco Alessandro Sobieski, che molti collocano in questa chiesa, e una cappella dell’Immacolata attribuita ad Antonio Canova.
Il monumento di Alessandro Sobieski non è qui
Alessandro Benedetto Sobieski, figlio del re di Polonia Giovanni III Sobieski, il condottiero che nel 1683 spezzò l’assedio ottomano di Vienna, morì a Roma il 16 novembre 1714. Poco prima di morire espresse la volontà di essere sepolto con l’abito monacale nella cripta della chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, in via Veneto, ed è lì che venne tumulato. Quattordici anni dopo, il fratello Giacomo chiese che al posto del sepolcro anonimo fosse eretto un monumento degno del rango del defunto: il monumento marmoreo fu scolpito nel 1728 da Camillo Rusconi e si trova a sinistra dell’altare maggiore della chiesa dei Cappuccini, non in via dei Portoghesi.
Il dettaglio più bello di questa vicenda riguarda il destino dell’edificio che ospita la tomba. Quando nell’Ottocento si progettava la ristrutturazione dell’intera zona di via Veneto e si discuteva della demolizione del complesso dei Cappuccini, fu proprio la presenza della sepoltura di un principe reale polacco a salvare il convento dalle ruspe: una tomba, e il rango di chi vi era sepolto, valsero più di qualunque considerazione artistica. Chi voglia vedere il monumento lo trova nella chiesa annessa al Museo dei Frati Cappuccini e Cripta ossario, che merita comunque una visita a sé per la celebre cripta decorata con le ossa di circa quattromila frati.
La cappella dell’Immacolata non è di Canova
La seconda attribuzione da correggere riguarda l’Immacolata. Nella chiesa dei Portoghesi esiste effettivamente un’Immacolata Concezione, ma le fonti consultabili la riferiscono a Jacopo Zoboli e la datano al 1756, cioè una generazione prima che Antonio Canova nascesse: lo scultore veneto venne al mondo nel 1757. L’unica opera canoviana documentata in questa chiesa resta il monumento funebre di Alexandre de Sousa Holstein del 1808, di cui si è detto. L’equivoco nasce con ogni probabilità dalla compresenza, nello stesso edificio, di un Canova autentico e di una devozione mariana immacolatista molto sentita nel mondo lusitano, e si propaga poi da una guida all’altra senza che nessuno torni a controllare.
Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
Il consiglio più utile riguarda gli orari, ed è un consiglio di metodo prima che di contenuto: la chiesa dei Portoghesi non è un museo con biglietteria e calendario stabile, ma una chiesa nazionale in piena attività liturgica e culturale, e i suoi orari di apertura seguono la vita della comunità che la usa. Non esiste un orario fisso da riportare qui con sicurezza, e chiunque ne pubblichi uno senza indicare la fonte va preso con prudenza: la cosa da fare, prima di presentarsi in via dei Portoghesi, è contattare l’Istituto Portoghese di Sant’Antonio, che ha sede nello stesso complesso e che gestisce sia la chiesa sia le attività culturali collegate.
Come organizzare la visita senza sorprese
Il momento più affidabile per trovare la chiesa aperta, in qualunque chiesa romana di questo tipo, è la fascia che precede e segue le celebrazioni. Chi arriva a ridosso di una messa trova quasi sempre le porte aperte, ma trova anche una chiesa in funzione, dove girare con la macchina fotografica in mano è fuori luogo. Il compromesso ragionevole è presentarsi al termine di una celebrazione, aspettare che l’assemblea si sciolga e dedicare a quel punto dieci o quindici minuti a guardare con calma le cappelle laterali, che sono la parte più interessante dell’edificio e quella che quasi tutti trascurano per correre verso l’altare maggiore.
L’itinerario che consiglio davvero
L’itinerario che funziona meglio parte dalla Chiesa di San Luigi dei Francesi, la chiesa nazionale francese, dove si guarda la Cappella Contarelli con le tre tele di Caravaggio. Si prosegue verso Santa Maria dell’Anima, la chiesa nazionale di lingua tedesca, e verso Santa Maria della Pace poco oltre. Si torna indietro verso la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, che ospita la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio e il profeta Isaia di Raffaello, e da lì in tre minuti si arriva in via dei Portoghesi. Chi ha ancora energie scende verso il porto di Ripetta e arriva a San Girolamo dei Croati, oppure risale verso Piazza Navona per chiudere il giro davanti alla Fontana dei Quattro Fiumi. In un’ora e mezza si attraversano cinque secoli e cinque nazioni.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
A pochi metri dalla chiesa, all’altezza del civico 18 di via dei Portoghesi, si alza una torre medievale merlata che è insieme il monumento più fotografato e il meno visitato di tutto l’isolato: la Torre della Scimmia, inglobata nel Palazzo Scapucci. Nessuno può entrarci, perché è proprietà privata e non è visitabile, ma tutti la guardano, e la leggenda che le è attaccata è il miglior aggancio narrativo di questo angolo di Roma.
La torre: storia, famiglie e merlature
La struttura risale al Medioevo e viene ricondotta, secondo la ricostruzione più diffusa, alla famiglia Frangipane, una delle dinastie baronali che nella Roma dei secoli centrali del Medioevo si contendevano il controllo dei quartieri fortificando monumenti antichi e costruendo torri. Intorno al Cinquecento la torre passò alla famiglia Scapucci, che la inglobò nel proprio palazzo, ed è per questo che oggi la si vede emergere da un fronte di edificio residenziale invece che isolata come una torre difensiva. La caratteristica merlatura che la corona viene fatta risalire al Quattrocento, e sul lato occidentale, in prossimità dei merli, restano visibili gli stemmi araldici di entrambe le famiglie: un palinsesto di proprietà scolpito nella pietra, che si legge alzando gli occhi dal marciapiede.
La leggenda della scimmia
La storia va raccontata per quello che è, cioè una tradizione popolare romana e non un fatto storico documentato. Secondo la versione più diffusa, uno dei proprietari del palazzo teneva una scimmia come animale domestico, abitudine non insolita nelle case nobiliari dell’età moderna, quando gli animali esotici arrivavano dalle rotte commerciali e diventavano status symbol. Quando nella famiglia nacque un bambino, l’animale lo rapì dalla culla e si arrampicò con il neonato in braccio fino alla sommità della torre, tenendolo sospeso nel vuoto sotto gli occhi impotenti dei genitori. Il bambino venne salvato. Una variante racconta che il padre, disperato, fece un voto alla Madonna per ottenere la liberazione del figlio, e che la scimmia scese poi tranquillamente restituendo il neonato incolume.
La lampada che resta accesa
Il dettaglio che rende la leggenda visibile ancora oggi è in cima alla torre, sul lato orientale: una statua ottocentesca della Vergine Maria, circondata da una raggiera in ferro battuto, accompagnata da una lampada votiva. La tradizione lega quella luce al voto pronunciato dal padre del bambino, e vuole che non debba spegnersi mai. Qui conviene essere precisi: che la statua sia ottocentesca è un dato riportato dalle fonti, mentre la connessione con l’episodio della scimmia appartiene alla leggenda, non alla documentazione storica. Il fatto che la statua sia molto più recente della torre e della presunta vicenda dovrebbe di per sé suggerire prudenza a chiunque voglia trattare il racconto come cronaca.
Hawthorne e il Fauno di marmo
La leggenda deve gran parte della propria fortuna internazionale a uno scrittore americano. Nathaniel Hawthorne, che soggiornò a Roma fra il 1858 e il 1859, annotò la storia della torre nei suoi taccuini italiani e la riprese poi nel romanzo Il fauno di marmo, ambientato proprio nella Roma dei suoi anni e popolato di artisti stranieri, catacombe, statue antiche e atmosfere inquietanti. È il meccanismo classico con cui una diceria di quartiere diventa patrimonio letterario europeo: uno scrittore straniero raccoglie una storia che i romani si raccontavano da generazioni, la mette in un libro letto in tutto il mondo anglosassone e la restituisce alla città con un’autorevolezza che prima non aveva.
La foto giusta da fare alla Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
La foto che racconta davvero questo luogo non è la facciata frontale, che la strada stretta non lascia inquadrare per intero, ma lo scatto in diagonale da via dei Pianellari che tiene nello stesso fotogramma la facciata barocca della chiesa e la merlatura medievale della Torre della Scimmia. Due epoche a distanza di trecento anni, allineate in una sola immagine.
L’interno: come fotografarlo senza rovinarlo
Dentro la chiesa la regola è semplice: niente flash, niente treppiede, niente riprese durante le celebrazioni. Il flash è inutile in un interno di queste dimensioni, perché illumina violentemente il primo piano e lascia nero tutto il resto, e nelle chiese è quasi ovunque vietato per motivi conservativi. La soluzione tecnica corretta è appoggiare la fotocamera o il telefono su un piano stabile, per esempio il bordo di un banco, alzare la sensibilità e lasciare che sia la luce naturale della cupola a fare il lavoro. Le fotografie migliori degli interni barocchi romani si ottengono quasi sempre così, e comunque conviene sempre verificare se in quel momento le riprese siano consentite.
L’edicola mariana in cima alla torre
Un terzo soggetto, il più difficile e il più gratificante, è l’edicola con la statua della Vergine in sommità della Torre della Scimmia, con la raggiera in ferro battuto controluce. Richiede una focale lunga, perché la torre è alta e la strada è stretta, e dà i risultati migliori nelle ore blu, subito dopo il tramonto, quando la lampada votiva è già accesa e il cielo conserva ancora una tonalità profonda invece di bruciare bianco. È l’immagine che più di ogni altra racconta insieme la torre, la leggenda e la devozione popolare romana.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia della chiesa dei Portoghesi si lascia leggere come una sequenza di momenti in cui la storia europea passa attraverso un edificio di poche centinaia di metri quadrati nel rione Campo Marzio.
Seicento: il grande cantiere barocco
Fra il terzo e il quarto decennio del Seicento si apre il cantiere che dà all’edificio l’aspetto attuale, con Martino Longhi il Giovane, e prosegue poi con la cupola di Carlo Rainaldi e gli interventi di Cristoforo Schor sull’abside, sull’altare maggiore e sulla facciata. Nel 1640 la casa di Braganza sale al trono portoghese e il Portogallo recupera l’indipendenza dalla Spagna: lo stemma dei Braganza in facciata data il monumento meglio di qualunque iscrizione.
1744 e 1747: la benedizione e la partenza della cappella per Lisbona
Papa Benedetto XIV benedice nel 1744 la cappella commissionata da Giovanni V del Portogallo e progettata da Nicola Salvi e Luigi Vanvitelli; nel 1747 i lavori si concludono e la struttura viene smontata e trasferita a Lisbona, dove è rimontata nella chiesa di San Rocco. È il momento di massima visibilità internazionale dell’istituzione portoghese di Roma.
1808: il monumento di Canova
In pieno periodo napoleonico, mentre la chiesa è chiusa al culto ordinario, viene realizzato il monumento funebre di Alexandre de Sousa Holstein firmato da Antonio Canova. La compresenza delle due date, la chiusura del 1799 e il monumento del 1808, è uno dei nodi che meriterebbero un approfondimento archivistico e sul quale le fonti divulgative correnti non offrono spiegazioni: va segnalato come questione aperta e non risolta in questa sede.
Chi è passato dalla Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
Per cinque secoli e mezzo questa chiesa è stata il punto di riferimento obbligato di chiunque arrivasse a Roma dal Portogallo, e l’elenco di chi vi è passato somiglia a un campionario della storia lusitana in terra romana.
I pellegrini
Prima di tutti vengono loro: uomini e donne che percorrevano migliaia di chilometri dalla penisola iberica per raggiungere le basiliche romane, e che in via dei Portoghesi trovavano un letto, un pasto e qualcuno che parlava la loro lingua. Sono le persone per cui l’istituzione è nata, e sono anche le uniche di cui non conosciamo quasi nessun nome: gli archivi delle confraternite registravano i benefattori, non gli assistiti.
Gli architetti e gli artisti
Per il cantiere della chiesa e per la cappella destinata a Lisbona sono passati da qui Martino Longhi il Giovane, Carlo Rainaldi, Cristoforo Schor, Nicola Salvi, Luigi Vanvitelli e Francesco Vespignani, oltre ai pittori Giacinto Calandrucci, Antonio Concioli, Jacopo Zoboli e Salvatore Nobili e allo stuccatore Pompeo Gentile. Antonio Canova vi ha lasciato un monumento firmato, e Antoniazzo Romano una tavola che precede di quasi due secoli tutto il resto.
I sovrani e i diplomatici
Giovanni V del Portogallo non venne mai di persona, ma finanziò dall’altra parte dell’Europa l’impresa più clamorosa legata a questo edificio. Papa Benedetto XIV vi benedisse la cappella nel 1744. Gli ambasciatori portoghesi presso la Santa Sede hanno usato questa chiesa come cappella diplomatica per secoli, e Alexandre de Sousa Holstein vi riposa sotto un marmo di Canova. I patriarchi di Lisbona che ne hanno avuto il titolo cardinalizio dal 2001 in poi ne hanno preso possesso secondo il rito previsto.
La comunità portoghese e brasiliana di oggi
La chiesa non è un monumento museificato: continua a servire la comunità portoghese di Roma e accoglie anche i fedeli di lingua portoghese del Brasile, a cui si aggiungono gli studenti e i ricercatori che frequentano le attività dell’istituto annesso, fra corsi di lingua, conferenze e concerti. Chi entra in un giorno feriale può trovarvi una liturgia in portoghese, e capisce in tre minuti che cosa significhi, nel 2026, la formula chiesa nazionale.
L’organo e la vita musicale della chiesa dei Portoghesi
La chiesa dei Portoghesi ospita una stagione concertistica organistica, ed è uno dei luoghi dove a Roma si può ascoltare musica per organo in un contesto acustico barocco. Le fonti riportano due strumenti distinti e conviene tenerli separati.
Il Mascioni del 2008
Molto più documentato è lo strumento moderno: nel 2008 è stato installato il grande organo Mascioni opus 1181, con quattro tastiere e quarantasette registri, ampliato fra il 2015 e il 2016 fino a sessanta registri. È uno degli organi più consistenti installati a Roma negli ultimi decenni, e giustifica da solo la stagione concertistica che l’istituto portoghese organizza nella chiesa.
Cosa vedere intorno alla chiesa dei Portoghesi
Il raggio di trecento metri intorno a via dei Portoghesi è uno dei più densi di Roma. Verso sud si raggiunge in pochi passi il Palazzo Altemps, sede della sezione del Museo Nazionale Romano dedicata alle grandi collezioni di scultura antica, e subito dopo Piazza Navona, sotto la quale si conservano i resti dello Stadio di Domiziano che ne ha determinato la forma allungata. Verso est si arriva a Palazzo Madama, sede del Senato, e proseguendo al Pantheon e alla Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, che è anche la chiesa nazionale del Guatemala. Verso nord, oltre via di Ripetta, si incontrano il Mausoleo di Augusto e l’Ara Pacis, i due monumenti che ricordano che questo rione porta il nome del Campo Marzio antico.
Domande frequenti sulla Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi
Dove si trova la Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi a Roma?
La Chiesa di Sant’Antonio in Campo Marzio dei Portoghesi si trova in via dei Portoghesi 2, nel rione Campo Marzio, a circa cinque minuti a piedi da Piazza Navona e poco distante da via della Scrofa. La zona non è servita direttamente dalla metropolitana: si raggiunge a piedi dal centro storico o con gli autobus che percorrono corso del Rinascimento e via della Scrofa.
Si paga il biglietto per entrare nella chiesa dei Portoghesi?
La Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi è un luogo di culto e non un museo con biglietteria, quindi non è previsto un biglietto d’ingresso come per i siti archeologici o le gallerie. Restano naturalmente possibili offerte libere. Per i concerti e le altre attività culturali organizzate nella chiesa possono valere condizioni diverse, che conviene verificare di volta in volta con l’istituto portoghese che le organizza.
Quali sono gli orari di apertura della chiesa dei Portoghesi?
Gli orari della Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi seguono la vita liturgica della comunità portoghese e non un calendario museale fisso, per cui non è possibile indicarne uno con certezza in questa pagina. La strada più affidabile è contattare direttamente l’Istituto Portoghese di Sant’Antonio, che ha sede nello stesso complesso di via dei Portoghesi e gestisce sia la chiesa sia le attività culturali.
Che cos’è una chiesa nazionale a Roma?
Una chiesa nazionale a Roma è una chiesa cattolica affidata a una determinata comunità nazionale, nata nel Medioevo insieme a un ospizio per i pellegrini di quella nazione e gestita da una confraternita di connazionali. Il modello si ripete per decine di comunità: San Luigi dei Francesi per la Francia, Santa Maria dell’Anima per il mondo di lingua tedesca, San Girolamo per i croati, Sant’Antonio dei Portoghesi per il Portogallo.
C’è un’opera di Canova nella chiesa dei Portoghesi?
Sì, nella Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi si trova il monumento funebre di Alexandre de Sousa Holstein, realizzato da Antonio Canova nel 1808: è l’unica opera canoviana documentata in questo edificio. L’Immacolata Concezione conservata nella chiesa è invece riferita dalle fonti a Jacopo Zoboli e datata al 1756, quindi precedente alla nascita stessa di Canova, avvenuta nel 1757.
Dove si trova la tomba di Alessandro Sobieski a Roma?
La tomba di Alessandro Sobieski non si trova nella chiesa dei Portoghesi ma nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini in via Veneto, dove il principe polacco, figlio di Giovanni III Sobieski, chiese di essere sepolto con l’abito monacale dopo la morte avvenuta a Roma il 16 novembre 1714. Il monumento marmoreo fu scolpito da Camillo Rusconi nel 1728.
Si può visitare la Torre della Scimmia in via dei Portoghesi?
La Torre della Scimmia, in via dei Portoghesi 18, è di proprietà privata e non è visitabile: la si può soltanto osservare dalla strada. La torre medievale, inglobata nel Palazzo Scapucci, conserva la merlatura quattrocentesca, gli stemmi araldici delle famiglie Frangipane e Scapucci e, in sommità, un’edicola con una statua ottocentesca della Vergine e una lampada votiva.
Quanto tempo serve per visitare la chiesa dei Portoghesi?
Per visitare la Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi bastano venti minuti, mezz’ora se si vogliono osservare con calma le sei cappelle laterali, la tavola a fondo oro di Antoniazzo Romano, le tele settecentesche e il monumento canoviano. Rende molto di più se inserita in un itinerario dedicato alle chiese nazionali del Campo Marzio, percorribile a piedi in circa un’ora e mezza.
La chiesa dei Portoghesi è adatta ai bambini ed è accessibile?
La Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi è una visita breve e tranquilla, adatta anche a chi viaggia con bambini, soprattutto se abbinata alla leggenda della Torre della Scimmia che si trova a pochi metri. Sull’accessibilità per chi ha difficoltà motorie non esistono informazioni ufficiali dettagliate consultabili online: conviene chiedere conferma all’istituto portoghese prima della visita.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La chiesa dei Portoghesi funziona meglio come tappa intelligente dentro un percorso più ampio che come meta di per sé. Chi ha pochi giorni a Roma e deve scegliere farà bene a inserirla in una passeggiata fra le chiese nazionali del Campo Marzio, aggiungendo la sosta davanti alla Torre della Scimmia: in un’ora e mezza si porta a casa un pezzo di storia europea che nessun itinerario standard racconta, e si cammina in strade che nella stessa mezz’ora restituiscono il Medioevo delle torri, il barocco delle nazioni e la Roma istituzionale di oggi.
Chi organizza un itinerario più ampio nel centro storico, incrociando questa tappa con le altre soste del Campo Marzio e della zona di Piazza Navona, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
