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Santa Maria in Campo Marzio

Santa Maria in Campo Marzio si trova a piazza in Campo Marzio 45, duecento metri dietro il Pantheon e altrettanti da Montecitorio, ed è oggi la chiesa della comunità cattolica siro-antiochena a Roma, sede della Procura del Patriarcato di Antiochia dei Siri presso la Santa Sede. Il nome completo che compare negli atti è Santa Maria della Concezione in Campo Marzio. Chi arriva in piazza cercando una facciata di chiesa fa fatica a trovarla: l’edificio non si affaccia sulla piazza con un prospetto monumentale, ma si raggiunge da un cortile, e per la maggior parte dei passanti resta un portone fra due palazzi. Dentro c’è un interno barocco romano a croce greca, sopra l’altare maggiore una tavola medievale della Madonna Avvocata, e una liturgia in siriaco che la domenica pomeriggio riempie una navata quasi sempre vuota. Questa pagina spiega che cosa è documentato e che cosa è leggenda, come si entra, quando è chiusa, e perché il monastero da cui tutto è nato oggi ospita uffici della Camera dei deputati.

Dove si trova Santa Maria in Campo Marzio e come arrivare

L’indirizzo ufficiale è piazza in Campo Marzio 45, rione Campo Marzio, 00186 Roma. La piazza è un rettangolo silenzioso incastrato fra via di Campo Marzio, via degli Uffici del Vicario e vicolo Valdina, a metà strada fra il Pantheon e piazza Colonna. Chi imposta il navigatore sul nome della chiesa rischia di finire a Santa Maria Maddalena, che dista centocinquanta metri e ha un nome che comprende anch’esso la formula in Campo Marzio. Sono due chiese diverse.

Facciata esterna di Santa Maria in Campo Marzio a Roma
La facciata esterna di Santa Maria in Campo Marzio, nascosta tra i vicoli dietro Montecitorio. Foto di MM, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

A piedi, che è l’unico modo sensato

Dal Pantheon si cammina cinque minuti: si prende via della Maddalena, si supera la facciata rococò della Maddalena, si continua su via delle Colonnelle e si sbuca su piazza in Campo Marzio. Da piazza Colonna sono tre minuti per via degli Uffici del Vicario, quella della gelateria storica, con la piazza sulla sinistra. Da piazza Navona si mettono in conto dieci minuti passando davanti a Sant’Eustachio. Tutto piano, tutto sampietrini.

Con gli autobus

Il corridoio di superficie che serve davvero questa zona è via del Corso, con le fermate a largo Chigi e a piazza San Silvestro. Le linee che la rete ordinaria ATAC assegna a questo asse sono la 53, la 62, la 63, la 80, la 83, la 85, la 160, la 175 e la 492. Da largo Chigi alla chiesa sono quattrocento metri a piedi, sei o sette minuti. Chi arriva da nord può usare le linee che passano per via Tomacelli, cioè la 81, la 125, la 913 e la 926, e scendere a trecento metri.

Le linee del centro storico cambiano spesso, per cantieri, per giubilei, per chiusure temporanee di via del Corso. I minibus elettrici 116, 117 e 119, che per anni erano il modo più comodo di muoversi qui dentro, sono stati sospesi e poi ripristinati a singhiozzo. Prima di partire conviene controllare il percorso aggiornato sul sito ATAC, perché un numero di linea letto su una guida di tre anni fa in questa zona vale poco.

Con la metropolitana

La fermata utile è Spagna, linea A, da cui si scende per via dei Condotti e si attraversa via del Corso: un chilometro scarso, dodici minuti a passo normale, tutto in piano. L’alternativa è Barberini, sempre linea A, con percorso più lungo e meno gradevole. Non esiste una fermata di metropolitana vicina al Pantheon e non esisterà a breve: la linea C è ferma da anni al nodo di piazza Venezia e i cantieri archeologici non lasciano prevedere date.

In auto, in taxi, in bici

Arrivare in auto privata qui dentro non è praticabile: si è in piena zona a traffico limitato del centro storico, attiva per gran parte della giornata, e i varchi sono controllati elettronicamente. I taxi arrivano fino a piazza in Campo Marzio senza problemi, essendo autorizzati. In bicicletta si arriva bene, ma i sampietrini della zona sono sconnessi e le rastrelliere pubbliche scarse: conviene puntare su quelle di via della Scrofa o di piazza Firenze.

Orari, liturgie e che cosa aspettarsi alla porta

Gli orari dichiarati dalla comunità sul sito ufficiale della chiesa sono dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 16, con la Santa Messa la domenica alle 16. Verifica di settembre 2026. Il recapito che la comunità indica per le visite di gruppo è il 331 6787420; la scheda del Comune di Roma riporta anche il numero fisso 06 69797542. Chi arriva con un gruppo senza avere telefonato prima rischia di trovare chiuso anche in orario dichiarato, perché l’apertura dipende da chi materialmente sta di guardia quel giorno, e la comunità è piccola.

Dire che una chiesa è aperta dalle 9 alle 16 in questa parte di Roma significa una cosa diversa da quello che significa a Santa Maria sopra Minerva o al Gesù. Lì c’è un flusso continuo e un servizio di custodia. Qui la porta la apre e la chiude una comunità che ha altri impegni, e che non vive di turismo. Chi trova chiuso alle 11 di un martedì non ha sbagliato orario: ha incontrato la realtà.

La messa della domenica

La liturgia domenicale delle 16 è il momento in cui la chiesa è certamente aperta e in cui si capisce che cosa sia davvero questo posto. Non è una messa di rito latino in traduzione: è il rito siro-antiocheno, con canto in siriaco, che è la forma letteraria dell’aramaico, e con parti in arabo e in italiano a seconda di chi c’è. Chi entra è accolto, purché entri come si entra a una liturgia altrui: in silenzio, senza girare per le cappelle mentre si celebra, senza fotografare i fedeli.

Il prezzo

L’ingresso è libero e non esiste biglietto. Le visite guidate a pagamento di questa chiesa esistono, ma le organizzano soggetti terzi, per esempio il Touring Club, con quote che sono state pubblicate intorno ai 10 euro per i soci e ai 14 per i non soci. Non è una tariffa della chiesa: è il costo dell’accompagnamento. Se qualcuno vi chiede soldi alla porta per entrare, quello non è un biglietto.

Le origini: che cosa dice il documento e che cosa dice la tradizione

La versione che gira ovunque racconta che nell’VIII secolo alcune monache basiliane in fuga da Costantinopoli, scacciate dalla persecuzione iconoclasta, arrivarono a Roma portando con sé il corpo di san Gregorio Nazianzeno e un’icona della Vergine, e che papa Zaccaria, che regnò fra il 741 e il 752, diede loro una chiesa e un edificio in Campo Marzio. Nella versione più colorita, i muli che trasportavano le reliquie si impantanarono proprio qui e la cosa fu letta come indicazione divina del luogo.

Che cosa regge alla verifica

Le date che stanno su un documento, e non su un racconto, sono tre. Nell’806 compare la menzione di un oratorio di San Gregorio in Campo Marzio. Nel 937 papa Leone VII concede beni a una religiosa della comunità, e il monastero risulta con doppia intitolazione. Nel 986 il monastero è chiamato per esteso Monasterium sanctae Dei genitricis Mariae et sancti Gregorii Nazianzeni. Sono i tre appigli su cui la storiografia lavora, e sono tutti posteriori di almeno mezzo secolo alla fondazione che la tradizione racconta.

Dove la tradizione mostra la corda

Uno studio pubblicato dalla Santa Sede nel 2004, firmato da Walter Brandmüller in occasione della consegna delle reliquie al Patriarcato ecumenico, mette per iscritto una cosa che le guide turistiche non dicono: la tradizione delle monache bizantine con il corpo del Nazianzeno è attestata a partire dal XVII secolo. Nove secoli dopo i fatti. Il documento è consultabile sul sito della Santa Sede. Questo non significa che la storia sia falsa: significa che è una tradizione, e va raccontata come tale.

A nostro giudizio la distinzione vale la fatica. Un gruppo capisce benissimo la differenza fra il secolo in cui una cosa accade e il secolo in cui qualcuno comincia a scriverla, e quando gliela spieghi ti ascolta di più, non di meno. La versione senza asterischi funziona solo con chi non fa domande.

Dalla regola basiliana a quella benedettina

La comunità nasce orientale e finisce latina. Le fonti concordano su un passaggio dalla osservanza basiliana a quella benedettina nel corso del medioevo, senza che sia possibile fissare l’anno esatto. Da quel momento e fino alla soppressione ottocentesca il monastero è una casa benedettina femminile come tante altre del centro di Roma, ricca, ben collegata alle famiglie aristocratiche, e completamente dimenticata dalla memoria popolare della sua origine greca.

La chiesa che si vede oggi: cantieri, architetti e date che non coincidono

L’edificio in cui si entra oggi non è quello delle monache greche. Dell’impianto antico resta il nucleo dell’oratorio di San Gregorio, che però non fa più parte della chiesa: finì dall’altra parte del muro quando il complesso fu spezzato, e oggi si trova dentro il perimetro della Camera dei deputati. Quello che si visita è il risultato di due campagne costruttive, una cinquecentesca e una barocca, e sulle date della seconda le fonti litigano fra loro.

La chiesa della badessa Colonna

Fra il 1562 e il 1564 la badessa Chiarina Colonna fece costruire una chiesa nuova dietro la cappella antica, a navata unica con abside rettangolare, per accogliere una devozione che cresceva. Prima ancora, fra il primo e il secondo decennio del Cinquecento, la badessa Marzia Palosci aveva fatto realizzare il chiostro a pilastri ottagonali in mattoni, che esiste ancora ed è la cosa più bella dell’intero complesso. Il chiostro, oggi, non fa parte della chiesa.

Giovanni Antonio De Rossi e il problema delle date

Tutte le fonti attribuiscono la trasformazione barocca a Giovanni Antonio De Rossi, architetto che in questo quadrante ha lasciato parecchio, compreso il palazzo Naro sul lato sud della stessa piazza. Sulla cronologia, invece, si va in ordine sparso. C’è chi colloca la ricostruzione voluta dalla badessa Maria Olimpia Pani con lavori conclusi intorno al 1660. C’è chi data l’intervento di De Rossi al 1685, con l’aggiunta dell’atrio e del cortile dipinto a finte architetture. C’è chi allarga il cantiere al 1685 e al 1720.

Le tre versioni non sono necessariamente in contraddizione, e la spiegazione più economica è che il cantiere sia stato lungo e a fasi, con un primo assetto a metà secolo e una ripresa dopo il 1685 che comprende l’atrio e le decorazioni. Nessuna fonte divulgativa però lo dice in questi termini, e chi scrive una data secca a caso sta scegliendo, non riportando. Qui le date secche non si danno.

Anche i nomi degli architetti divergono

Accanto a De Rossi compaiono nelle schede altri tre nomi: Giacomo della Porta, Carlo Maderno e Francesco Peparelli. La scheda di Turismo Roma li mette in fila come costruttori, altre fonti li collegano piuttosto all’ampliamento del convento e non alla chiesa. Maderno muore nel 1629 e Peparelli nel 1641, quindi qualunque attribuzione che li leghi a un cantiere concluso nel 1660 o aperto nel 1685 va presa con le molle. Il nome solido, per la chiesa, resta uno: De Rossi.

La pianta e la cupola

L’interno è a croce greca, con il braccio longitudinale un poco più allungato degli altri, e all’incrocio dei bracci si apre una cupola ovale. Sul tamburo le fonti divergono: alcune schede descrivono una cupola ovale sorretta da un grande tamburo, altre parlano di cupola ellittica priva di tamburo. Chi entra e guarda in su giudichi da sé, perché la differenza si vede a occhio nudo ed è uno di quei casi in cui le schede si copiano fra loro senza essere mai entrate.

Le pitture

Le opere che i cataloghi assegnano a questa chiesa comprendono una Deposizione di Cristo di Baccio Ciarpi, collocata nel secondo decennio del Seicento, un ciclo con storie di san Benedetto di Lazzaro Baldi fra il 1685 e il 1688, dipinti di Luigi Garzi fra il 1686 e il 1687 e affreschi absidali di Placido Costanzi intorno al 1730. Il sito della comunità cita anche Pasquale Andrea Marini. È decorazione di buon livello e di nessuna fama, del tipo che a Roma sta dappertutto e non fa notizia da nessuna parte.

Chi arriva qui aspettandosi un interno orientale, con iconostasi e legni scuri, resta spiazzato. La chiesa è barocca romana in tutto e per tutto: l’Oriente lo porta la liturgia che ci si celebra dentro, non lo portano le pareti. È la ragione per cui parecchi visitatori escono delusi, ed è una delusione che nasce da una aspettativa sbagliata, non dal luogo.

Una curiosità su Santa Maria in Campo Marzio

La colonna che a piazza di Spagna regge la statua dell’Immacolata è uscita da qui. Il fusto in marmo cipollino, alto quasi dodici metri, fu rinvenuto nel 1777 durante scavi condotti nell’area del monastero di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio. Rimase accantonato per ottant’anni, poi Pio IX lo volle come basamento del monumento mariano e l’architetto Luigi Poletti lo fece rialzare, secondo le cronache, con duecentoventi vigili del fuoco. L’inaugurazione è dell’8 dicembre 1857.

Perché la cosa merita di essere raccontata

Ogni 8 dicembre il papa va a piazza di Spagna a deporre un omaggio floreale ai piedi di quella colonna, e la scena finisce nei telegiornali di mezzo mondo. Nessuno dice da dove viene il marmo. Viene dal giardino di un monastero benedettino femminile a cinquecento metri di distanza, sepolto sotto il livello moderno del Campo Marzio, che in età imperiale era una selva di portici e templi. È un dettaglio che rimette in fila due luoghi che nessuno collega.

Il Campo Marzio sotto i piedi

Il sottosuolo di questa zona è stratificato in modo feroce. Fra l’obelisco di Montecitorio, il Pantheon, l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto si stende il complesso monumentale augusteo, e ogni cantiere qui dentro tira su qualcosa. La colonna del 1777 è un caso documentato fra i tanti, e ricorda che l’area sacra di largo Argentina è soltanto la parte che è stata scavata sul serio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria in Campo Marzio

Il corpo di san Gregorio Nazianzeno, che secondo la tradizione arrivò qui nell’VIII secolo dentro il bagaglio delle monache in fuga, oggi non è più in Italia. Nel 1580 le reliquie furono traslate in San Pietro. Vi rimasero per più di quattro secoli. Il 27 novembre 2004 Giovanni Paolo II le consegnò, insieme a quelle di san Giovanni Crisostomo, al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, in una celebrazione nella basilica vaticana.

Non chiamatela restituzione

La parola restituzione è quella che usano i giornali, ed è imprecisa. La documentazione ufficiale della Santa Sede è attenta a chiamarla consegna e a evitare di certificare che quelle reliquie fossero state portate via da Costantinopoli con la quarta crociata, come invece si legge spesso. Il quadro storico è più confuso: pellegrini russi le segnalano venerate a Costantinopoli ancora fra il 1350 e il 1405, cioè un secolo e mezzo dopo il 1204. Chi racconta la storia come un furto crociato riparato nel 2004 racconta una storia bella e non dimostrata.

Che cosa resta qui

Il risultato, per chi entra oggi, è che la chiesa nata attorno a una reliquia non ha più la reliquia da quattro secoli e mezzo, e che il suo santo titolare orientale è tornato in Oriente nel 2004 mentre l’edificio, nel frattempo, era passato a una Chiesa orientale diversa. Il posto conserva il nome del Nazianzeno nel vicolo, nella memoria degli atti e nell’intitolazione dell’oratorio, ma il corpo che giustificava tutto è a Istanbul.

L’icona della Madonna Avvocata e la disputa sulla data

Sopra l’altare maggiore c’è una tavola con la Vergine a mezzo busto, senza il Bambino, girata di tre quarti con le mani alzate in atto di intercessione. È il tipo iconografico che i bizantinisti chiamano Haghiosoritissa e che a Roma passa sotto il nome di Madonna Avvocata o Advocata: Maria che non mostra il Figlio ma parla al Figlio, in favore di chi guarda. Questa tavola dà il nome popolare alla chiesa.

Le datazioni che circolano, e quanto divergono

Le schede istituzionali, dalla voce enciclopedica al portale turistico del Comune, datano la tavola al XII secolo. Il catalogo della Fondazione Federico Zeri la registra come opera di anonimo romano del XII o XIII secolo, cioè lascia la forbice aperta. Parte della letteratura divulgativa la spinge alla metà del XIII. Chi vi dice con sicurezza un secolo preciso sta riportando una sola delle posizioni in campo.

L’attribuzione a san Luca

La tradizione della comunità vuole che l’icona portata dalle monache greche fosse una delle immagini attribuite a san Luca evangelista. A Roma le tavole che rivendicano quella paternità sono almeno cinque, fra la Madonna della Clemenza in Trastevere e le icone di altre basiliche mariane. Nessuna attribuzione lucana regge come dato storico, e nessuno studioso serio la sostiene: è un modo medievale di dire che una immagine è antichissima e autorevole.

Come si guarda, in pratica

La tavola è in alto, dietro un altare barocco, con illuminazione modesta. A occhio nudo si coglie il gesto delle mani e l’oro del fondo, poco altro. Un binocolo piccolo cambia radicalmente la visita, ed è bene saperlo prima di entrare. Chi vuole capire come sono fatte queste tavole romane senza collo torto può confrontarla con la Madonna Advocata conservata a Palazzo Barberini, che è appesa ad altezza d’occhio e con luce da museo.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria in Campo Marzio

Non organizzate una giornata attorno a questa chiesa. Non regge il peso. Regge benissimo, invece, dieci o quindici minuti incastrati fra il Pantheon e Montecitorio, e in quella posizione vale più di parecchie tappe blasonate del quartiere. La regola è semplice: ci si passa quando si è già visto il resto, mai per primo, perché entrare qui con gli occhi freschi la fa sembrare una chiesa qualunque.

Il giudizio, senza giri di parole

La cupola finta di Sant’Ignazio di Loyola raccoglie in un’ora più visitatori di quanti Santa Maria in Campo Marzio ne veda in un mese, e Sant’Ignazio li merita. Ma se dovessi scegliere quale delle due lascia un ricordo a distanza di un anno, scelgo questa, e non per l’architettura. Per il fatto che dentro una chiesa barocca romana identica a cento altre si canta in una lingua che discende dall’aramaico. Quello non si trova al Pantheon.

Quando andarci

Il momento migliore è la domenica poco prima delle 16, per assistere all’inizio della liturgia, oppure il mattino infrasettimanale presto, verso le 9 e 30, quando la porta è appena stata aperta e non c’è nessuno. Il sabato pomeriggio la zona è invivibile per il flusso su via del Corso. Agosto è un terno al lotto: la comunità è piccola e le assenze si sentono.

Telefonare prima, sempre

Per un gruppo, il numero da chiamare è il 331 6787420, con qualche giorno di anticipo e non il giorno stesso. Chiedere esplicitamente se quel giorno la chiesa sarà aperta e se sono previste celebrazioni. Una comunità che accoglie volentieri smette di farlo quando si presentano quaranta persone senza preavviso durante una funzione, e questo vale per ogni chiesa retta da una comunità nazionale, dal Sant’Antonio dei Portoghesi in giù.

Quanto tempo mettere in conto

Venti minuti bastano per la chiesa. Quaranta se si assiste a una parte della liturgia. Se si vuole legare la visita al contesto, cioè capire dove finiva il monastero e dove comincia oggi il Parlamento, si fa un giro dell’isolato per vicolo Valdina e si aggiungono dieci minuti di camminata.

La comunità siro-antiochena: che cosa cambia per chi entra

La Chiesa siro-cattolica, formalmente Patriarcato di Antiochia dei Siri, è una delle Chiese cattoliche orientali: in piena comunione con Roma, con un proprio patriarca, un proprio diritto, un proprio rito e una propria lingua liturgica. La sede patriarcale è in Libano, i fedeli sono storicamente di Siria, Iraq, Libano e Turchia, e la diaspora degli ultimi decenni ne ha portati parecchi in Europa. Questa chiesa è il loro punto di riferimento romano e la sede della Procura del Patriarcato presso la Santa Sede.

Il rito e la lingua

Il rito siro-antiocheno, detto anche siro-occidentale, discende dalla liturgia di Antiochia e ha come lingua propria il siriaco, che è il dialetto aramaico di Edessa diventato lingua letteraria. In pratica, in una liturgia romana della domenica si sentono siriaco, arabo e italiano alternati. Le melodie sono modali e monodiche, molto lontane dal repertorio latino, e una persona che entra per caso capisce nel giro di trenta secondi di essere finita da un’altra parte.

Il calendario

Le Chiese cattoliche orientali seguono la comunione con Roma sulla data di Pasqua e il calendario gregoriano, ma conservano un proprio santorale e proprie ricorrenze, oltre a tempi di digiuno diversi. Per chi visita, la conseguenza pratica è che alcune date forti dell’anno liturgico qui non coincidono con quelle delle parrocchie romane intorno, e che in quei giorni la chiesa può essere occupata da celebrazioni lunghe.

Chi la regge

Il responsabile indicato dalla comunità è il reverendo Rami Al-Kabalan, visitatore apostolico per i fedeli siri nell’Europa occidentale e procuratore del Patriarcato presso la Santa Sede. Dal punto di vista della diocesi di Roma la chiesa risulta una rettoria, non una parrocchia, collegata al territorio parrocchiale di San Lorenzo in Lucina. Chi cerca qui i servizi di una parrocchia romana non li trova.

Da quando sono qui

La consegna alla comunità siriaca si colloca fra il 1914 e il 1920, e le fonti la raccontano in due tempi. Il volume curato da Marco Coppolaro per L’Erma di Bretschneider, uscito nel 2021, indica il 1914 come anno in cui le strutture monastiche furono concesse al Patriarcato di Antiochia, e il 1920 come anno di istituzione della Procura. Altre schede datano seccamente al 1920 il passaggio della chiesa. Nel 2021 la Procura ha celebrato il proprio centenario, il che conferma il perno attorno al 1920.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Durante l’occupazione napoleonica la chiesa fu sconsacrata e adibita a ufficio del lotto. Riaprì al culto nel 1816, a Restaurazione avvenuta. È un episodio che si legge in tutte le schede e che non finisce mai nei racconti dal vivo, forse perché disturba l’idea di continuità millenaria che si vuole dare a un luogo di culto.

Il lotto, in questa piazza, è un tema ricorrente

Sul lato sud della stessa piazza sta palazzo Naro, progettato da De Rossi, che dal 1732 ospitò anch’esso un ufficio del lotto. Due sedi del gioco pubblico nello stesso spazio, a ottant’anni di distanza, in una piazza dominata da un monastero di clausura. Roma funziona così da sempre: il sacro e il banco delle scommesse condividono il marciapiede senza che nessuno ci veda una contraddizione.

Una colonna medievale murata nell’angolo

Sull’angolo della piazza resta inglobata nella muratura una colonna con capitello ionico, quel che rimane di un portico medievale della famiglia Alessandrini, chiuso nel 1486. Si vede in trenta secondi, non ha cartelli, e la superano ogni giorno migliaia di persone dirette al Pantheon. Chi cammina in questo quartiere guardando i muri invece dei cellulari trova cose così ogni cento metri.

Il monastero: dal chiostro delle benedettine agli uffici dei deputati

Il complesso monastico non esiste più come monastero, e la sua fine è un capitolo di storia italiana più che di storia della Chiesa. Con le leggi eversive dell’asse ecclesiastico, applicate a Roma dopo il 1870, le corporazioni religiose furono soppresse e i loro beni incamerati dallo Stato. L’esproprio del monastero di Santa Maria in Campo Marzio si colloca nel 1873. Le monache continuarono a risiedere in parte degli edifici fino al 1914.

Prima il Consiglio di Stato, poi la Camera

Dopo la soppressione gli spazi monastici furono divisi. Una parte ospitò gli archivi del Consiglio di Stato. Dal 1973 il complesso è della Camera dei deputati, che lo conosce con il nome di complesso di vicolo Valdina e lo impiega come sede di uffici dei deputati e come spazio di rappresentanza per convegni, seminari e mostre. La cappella di San Gregorio fu riaperta al culto per il personale parlamentare.

Che cosa c’è dentro, e che non si vede

Dentro il complesso di vicolo Valdina si conservano il chiostro cinquecentesco restaurato, la chiesa medievale di San Gregorio Nazianzeno con affreschi del XII e XIII secolo, la Sala del Cenacolo con un affresco cinquecentesco dell’Ultima Cena e la Sala della Sacrestia con frammenti trecenteschi. È materiale di prima qualità e non è visitabile liberamente: l’accesso dipende dai programmi di apertura della Camera, che periodicamente organizza visite ai propri palazzi, come per Montecitorio.

Il paradosso da raccontare sul posto

Gli affreschi medievali più antichi legati a questa storia non sono nella chiesa che porta il nome, sono dall’altra parte del muro, dentro un edificio del Parlamento italiano, e si vedono su prenotazione istituzionale. La chiesa aperta al pubblico è quella barocca. Chi viene qui pensando di vedere l’VIII secolo vede il Seicento, e l’VIII secolo è a venti metri, chiuso. È la cosa più utile da spiegare a un gruppo davanti al portone.

I restauri recenti

Fra il 2018 e il 2021 la chiesa è stata oggetto di un intervento conservativo su interni, prospetti esterni e coperture, documentato dal volume dell’Erma di Bretschneider dedicato al complesso. Negli anni Settanta e Ottanta c’era già stato un consolidamento. Chi ha visto la chiesa prima del 2018 e la rivede oggi nota la differenza sulle superfici, che erano nere.

La foto giusta da fare a Santa Maria in Campo Marzio

La foto che funziona non è l’interno. È il cortile con il prospetto della chiesa e il portico ad arcate visto dall’androne, con la luce che entra da dietro le spalle: si capisce in un colpo solo perché questa chiesa è invisibile dalla strada, e la profondità dell’androne dà una inquadratura pulita senza bisogno di grandangolo. Ora migliore: tarda mattinata.

Dentro

Dentro, l’unica inquadratura che rende è verso l’alto, sotto la cupola ovale, con il telefono appoggiato sul pavimento e l’autoscatto, perché la luce è poca e a mano libera viene mossa. La tavola della Madonna Avvocata sull’altare maggiore è troppo in alto e troppo in ombra per una foto decente: chi ci prova ottiene un rettangolo scuro. Meglio rinunciare e guardarla con calma.

Le regole

Niente foto durante le celebrazioni, niente flash, niente riprese dei fedeli. Sono regole ovvie che qui pesano di più che altrove, perché la comunità è piccola e i presenti si riconoscono tutti. Un treppiede in questa chiesa attira domande immediate: se serve, si chiede prima.

Fuori, in piazza

In piazza la fotografia migliore è l’angolo con la colonna medievale murata, controluce nel pomeriggio, con il palazzo Naro sullo sfondo. La piazza è una delle poche del centro dove si può inquadrare senza avere venti persone dentro il campo, e questo la rende molto più fotogenica di piazza Navona alla stessa ora.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia che segue tiene separate le date che poggiano su documenti da quelle che poggiano su tradizione. Le seconde sono indicate come tali. È una precauzione che in questo luogo serve più che altrove, perché la vulgata turistica dà per certo l’VIII secolo e tace sul fatto che la prima carta utile arriva molto dopo.

Fra il 741 e il 752: la fondazione secondo la tradizione

Papa Zaccaria accoglie le monache greche in fuga dall’iconoclastia e assegna loro un edificio e una chiesa in Campo Marzio. Le monache portano con sé il corpo di san Gregorio Nazianzeno e un’icona mariana. Questa narrazione è attestata per iscritto a partire dal Seicento e va trattata come tradizione consolidata, non come cronaca.

806: la prima menzione dell’oratorio

Compare la menzione di un oratorio di San Gregorio in Campo Marzio. È il primo appiglio documentario dell’intera vicenda, ed è posteriore di oltre mezzo secolo alla fondazione tradizionale.

937: il monastero negli atti pontifici

Papa Leone VII concede beni a una religiosa legata alla comunità, e il monastero risulta con la doppia intitolazione mariana e gregoriana. Nel 986 la formula compare per esteso negli atti.

Fra il 1502 e il 1521: il chiostro

La badessa Marzia Palosci fa costruire il chiostro a pilastri ottagonali in laterizio, con arcate di numero diverso sui quattro lati. Oggi si trova dentro il complesso di vicolo Valdina ed è la parte più bella di tutto l’insieme.

Fra il 1562 e il 1564: la chiesa nuova

La badessa Chiarina Colonna fa erigere una chiesa a navata unica e abside rettangolare dietro la cappella antica, per rispondere alla crescita della devozione verso l’icona.

1580: le reliquie del Nazianzeno lasciano il Campo Marzio

Il corpo di san Gregorio Nazianzeno viene traslato nella basilica di San Pietro in Vaticano, dove resterà per oltre quattro secoli.

Fra il 1660 e il 1720: il cantiere barocco

Giovanni Antonio De Rossi ridisegna la chiesa nella forma attuale, a croce greca con cupola ovale, aggiungendo l’atrio e il cortile con finte architetture dipinte. Le fonti collocano la conclusione dei lavori al 1660, oppure l’intervento al 1685, oppure il cantiere fra 1685 e 1720. Una data unica e sicura non esiste.

1777: il ritrovamento della colonna

Negli scavi condotti nell’area del monastero emerge il fusto in cipollino che nel 1857 diventerà il sostegno della statua dell’Immacolata a piazza di Spagna.

Età napoleonica e 1816: sconsacrazione e ritorno

La chiesa viene sconsacrata e adibita a ufficio del lotto durante l’occupazione francese, e torna al culto nel 1816.

1873: la soppressione

Il monastero è espropriato in applicazione delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose estese a Roma dopo il 1870. Gli spazi vengono divisi e in parte destinati agli archivi del Consiglio di Stato. Le monache restano in alcuni edifici fino al 1914.

Fra il 1914 e il 1920: l’arrivo dei siri

Le strutture vengono concesse al Patriarcato di Antiochia dei Siri e nasce la Procura del Patriarcato presso la Santa Sede, celebrata come centenaria nel 2021.

1973: la Camera dei deputati

Il complesso ex monastico passa alla Camera e diventa il complesso di vicolo Valdina, con uffici dei deputati e spazi per convegni e mostre.

Fra il 2018 e il 2021: il restauro

Intervento conservativo su chiesa, prospetti esterni e coperture, accompagnato dalla pubblicazione del volume monografico dell’Erma di Bretschneider sul complesso.

Chi è passato da Santa Maria in Campo Marzio

Papa Zaccaria

Ultimo papa di origine greca, in carica fra il 741 e il 752, è il pontefice a cui la tradizione attribuisce l’accoglienza delle monache e la concessione del luogo. La sua figura rende plausibile il racconto, perché fu davvero il papa dei rapporti stretti con l’Oriente greco, ma nessun documento contemporaneo registra questa fondazione.

Papa Leone VII

Il suo atto del 937 è la prima carta pontificia che fotografa il monastero come istituzione esistente e patrimonialmente attiva. È la data da cui la storia di questo luogo smette di essere racconto e diventa archivio.

Chiarina Colonna e Marzia Palosci

Le due badesse che hanno lasciato il segno costruttivo. Alla prima si deve la chiesa cinquecentesca, alla seconda il chiostro di inizio Cinquecento. Sono nomi che non compaiono in nessuna guida di Roma e che qui contano più di parecchi architetti celebri.

Maria Olimpia Pani

La badessa che nel Seicento volle la ricostruzione barocca dell’edificio. Il suo nome torna in tutte le schede accanto a quello di De Rossi, ed è un caso non raro a Roma di committenza femminile monastica che decide la forma di una chiesa.

Giovanni Antonio De Rossi

Architetto romano del pieno Seicento, autore in questa stessa piazza anche di palazzo Naro. Ha firmato palazzi e cappelle in mezza città e non è mai entrato nel canone dei grandi nomi che il pubblico conosce, schiacciato fra Bernini e Borromini. Chi gira Roma con un minimo di metodo lo incontra continuamente senza saperlo.

Suor Anna Maria Mazzarino

Il monastero fu anche un crocevia politico. La presenza di una parente del cardinale Mazzarino fra le monache e la cosiddetta cappellania della Mazzarina hanno reso questa casa un punto di contatto del partito francese a Roma nel Seicento, oggetto di studi recenti. Un monastero di clausura in centro non era mai soltanto un monastero di clausura.

Giovanni Paolo II e Bartolomeo I

Non sono passati da questa chiesa, ma il 27 novembre 2004 hanno chiuso in San Pietro la storia cominciata qui: la consegna delle reliquie di Gregorio Nazianzeno al patriarca ecumenico di Costantinopoli. Senza il monastero del Campo Marzio quelle ossa non sarebbero mai arrivate a Roma.

Rami Al-Kabalan

Procuratore del Patriarcato di Antiochia dei Siri presso la Santa Sede e visitatore apostolico per i fedeli siri dell’Europa occidentale, è la figura che oggi regge la chiesa. È il riferimento di una comunità che negli ultimi quindici anni si è ingrossata per ragioni che con il turismo non hanno niente a che vedere.

Mangiare in zona: Pantheon, piazza Colonna, Montecitorio

Il quadrante attorno alla chiesa è uno dei quadranti più difficili di Roma per mangiare bene, e la ragione è aritmetica. Fra il Pantheon, la colonna di Marco Aurelio e i palazzi del Parlamento passano ogni giorno decine di migliaia di persone che non torneranno mai più nello stesso locale. Un ristorante che vive di clientela di passaggio non ha alcun incentivo economico a cucinare meglio: ha incentivo a stare in posizione. Chi mangia qui a caso paga la posizione e mangia la posizione.

L’aggravante istituzionale

Intorno a Montecitorio si aggiunge un secondo fattore che altrove non c’è: una clientela di lavoro che pranza con nota spese e non discute il conto. Questo tiene i prezzi alti anche dove il turista non arriva, e crea locali costosi che vivono di abitudine e di prossimità agli uffici, non di cucina. Vedere tavoli pieni di persone in giacca alle 13 e 30 non dice niente sulla qualità del piatto: dice solo che l’ufficio è a cento metri.

I segnali che devono farvi girare i tacchi

Il menu con le fotografie dei piatti è il primo. Chi deve mostrare l’immagine di una carbonara lo fa perché il cliente non tornerà e non deve essere convinto due volte. Il secondo è la persona all’ingresso che vi invita a sedervi, magari in tre lingue: un locale che ha bisogno di fermarvi per strada ha un problema di riempimento, e il problema non si risolve in cucina. Il terzo è la signora che tira la sfoglia in vetrina o direttamente sul marciapiede. È teatro, e funziona benissimo come teatro; non dice assolutamente niente su che cosa esce dai fornelli.

Il quarto segnale è l’orario continuato. Una cucina che serve pranzi dalle 11 del mattino fino a mezzanotte senza chiusura pomeridiana è una cucina che rigenera, non che cucina. Il quinto riguarda i prezzi: voci non prezzate sul menu, pesce e carne indicati all’etto senza peso dichiarato, listini diversi fra la sala interna e i tavolini fuori. In quel caso il conto lo decide il cameriere guardandovi in faccia, e succede più spesso di quanto crediate proprio nei metri quadri davanti ai monumenti famosi.

Le catene a insegna ripetuta

Nel raggio di cinque minuti da qui esistono catene con più punti vendita quasi identici, arredo uguale, menu uguale, personale in divisa. Funzionano, e funzionano perché sono una attrazione turistica a tutti gli effetti: sono prevedibili, sono pulite, parlano inglese, hanno i bagni. Chi ha due bambini stanchi e quaranta minuti di tempo fa benissimo a entrarci. Il punto è un altro, e lo dico senza alcuno snobismo: i romani lì dentro non ci vanno, mai, e quindi quel pasto non vi racconterà niente della città in cui vi trovate. È una scelta legittima di comodità, non una scelta gastronomica.

Il criterio unico che funziona

C’è una sola verifica che vale la fatica, e si fa dalla porta in dieci secondi: guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano con accento romano e ordinano senza aprire il menu, siete nel posto giusto anche se il locale è brutto. Se ci sono soltanto stranieri con lo zaino sotto la sedia, avete trovato un posto che campa di passaggio. Qui non c’entra niente lo snobismo. C’entra la ripetizione: chi torna pretende, chi passa una volta sola no.

Le regole pratiche per questo quadrante

Allontanatevi. Bastano trecento metri per cambiare completamente il rapporto fra prezzo e piatto: verso via della Scrofa e piazza Firenze, oppure attraversando verso Campo de’ Fiori e le strade dietro, oppure scendendo verso il Tevere. Evitate il pranzo fra le 13 e le 14 senza prenotazione. Ordinate una cosa sola fatta bene invece di tre portate mediocri. E se un locale non ha il prezzo scritto accanto a ogni voce, uscite prima di sedervi: da seduti si contratta male.

La lista dei posti che frequento davvero a Roma e nel Lazio, aggiornata e senza pubblicità, è pubblica qui: la mappa di Daniele su Google Maps. Non ci sono insegne pagate e non ci sono accordi: sono indirizzi scelti per la qualità.

Che cosa vedere intorno, in dieci minuti a piedi

Poche zone di Roma hanno una densità di monumenti di prima grandezza paragonabile a questa, e Santa Maria in Campo Marzio è il punto meno frequentato di tutta la griglia. Il modo giusto di usarla è come pausa: si entra qui in mezzo a due cose affollate e si respira.

A due minuti

Il Pantheon con il suo obelisco Macuteo, la Maddalena con la facciata rococò più sfacciata del centro, Santa Maria in Aquiro affacciata su piazza Capranica, e piazza Colonna con la colonna di Marco Aurelio. Tutto nel raggio di trecento metri.

A cinque minuti

Sant’Ignazio di Loyola con la finta cupola di Andrea Pozzo, Santa Maria sopra Minerva e l’obelisco della Minerva sull’elefantino, Sant’Eustachio, Sant’Agostino, Sant’Antonio dei Portoghesi, e i tre Caravaggio della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Chi vuole fare il giro completo dei quadri del Merisi trova l’itinerario in Caravaggio a Roma.

Le istituzioni

Montecitorio con il suo obelisco, e a poca distanza palazzo Madama, sede del Senato, con la vicina Sant’Ivo alla Sapienza di Borromini. Entrambe le Camere organizzano aperture al pubblico con calendari propri.

Verso il Tevere e verso il Corso

Scendendo verso il fiume si arriva all’Ara Pacis e al Mausoleo di Augusto. Verso l’interno c’è San Lorenzo in Lucina, e su via del Corso si incontrano palazzo Ruspoli, la Galleria Alberto Sordi, San Marcello al Corso, Santa Maria in via Lata e la collezione di palazzo Doria Pamphilj.

Un poco più in là

A dieci minuti abbondanti ci sono piazza Navona con l’obelisco agonale e lo stadio di Domiziano sotto il livello stradale, palazzo Altemps, Santa Maria della Pace, la fontana di Trevi e piazza di Spagna con la colonna che è uscita dal giardino di questo monastero.

Domande frequenti su Santa Maria in Campo Marzio

Dove si trova esattamente Santa Maria in Campo Marzio?

L’indirizzo è piazza in Campo Marzio 45, rione Campo Marzio, 00186 Roma, fra via di Campo Marzio, via degli Uffici del Vicario e vicolo Valdina. Dal Pantheon si cammina cinque minuti passando per via della Maddalena e via delle Colonnelle, da piazza Colonna tre minuti. La chiesa non ha una facciata monumentale sulla piazza e si raggiunge attraverso un cortile, per questo parecchi visitatori la superano senza accorgersene.

Quando è aperta Santa Maria in Campo Marzio e quanto costa entrare?

Gli orari dichiarati dalla comunità sono dal lunedì al sabato dalle 9 alle 16, con la Messa domenicale alle 16. Verifica di settembre 2026. L’ingresso è gratuito e non esiste biglietto. L’apertura dipende però dalla disponibilità della comunità siro-cattolica che regge la chiesa, quindi può capitare di trovare chiuso anche dentro l’orario indicato: per un gruppo conviene telefonare al 331 6787420 con qualche giorno di anticipo.

Che rito si celebra a Santa Maria in Campo Marzio?

Si celebra il rito siro-antiocheno, proprio della Chiesa siro-cattolica, cioè del Patriarcato di Antiochia dei Siri, che è in piena comunione con Roma. La lingua liturgica è il siriaco, forma letteraria dell’aramaico, affiancata da arabo e italiano. Il canto è modale e monodico e suona molto diverso dal repertorio latino. La chiesa è inoltre sede della Procura del Patriarcato presso la Santa Sede.

Da quando la chiesa è della comunità siriaca?

Le fonti collocano il passaggio fra il 1914 e il 1920. Il volume monografico pubblicato nel 2021 indica il 1914 come anno di concessione delle strutture monastiche al Patriarcato di Antiochia dei Siri e il 1920 come anno di istituzione della Procura, mentre altre schede datano seccamente il passaggio al 1920. Il centenario celebrato nel 2021 conferma il perno intorno al 1920.

Di che epoca è l’icona della Madonna Avvocata?

Le datazioni divergono. Le schede istituzionali e la voce enciclopedica la collocano nel XII secolo, il catalogo della Fondazione Federico Zeri la registra come anonimo romano del XII o XIII secolo, e parte della letteratura divulgativa la porta alla metà del XIII. L’attribuzione tradizionale a san Luca evangelista, riferita all’icona portata dalle monache greche, non ha fondamento storico ed è un modo medievale di dichiarare antichità e autorevolezza.

Il corpo di san Gregorio Nazianzeno è ancora qui?

No. Secondo la tradizione arrivò con le monache nell’VIII secolo, ma nel 1580 le reliquie furono traslate in San Pietro in Vaticano e il 27 novembre 2004 Giovanni Paolo II le consegnò al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, insieme a quelle di san Giovanni Crisostomo. Della vicenda resta qui il nome nell’intitolazione antica del monastero e nella cappella oggi inglobata nel complesso parlamentare.

Si può visitare il chiostro del monastero?

Non dalla chiesa. Il chiostro cinquecentesco, la chiesa medievale di San Gregorio Nazianzeno con affreschi del XII e XIII secolo, la Sala del Cenacolo e la Sala della Sacrestia fanno parte dal 1973 del complesso di vicolo Valdina, che appartiene alla Camera dei deputati e ospita uffici e spazi di rappresentanza. L’accesso avviene soltanto attraverso i programmi istituzionali di apertura dei palazzi della Camera.

Quanto tempo serve per visitare Santa Maria in Campo Marzio?

Venti minuti bastano per la chiesa da sola. Quaranta se si resta a una parte della liturgia domenicale. Aggiungendo il giro dell’isolato per vicolo Valdina, per capire dove finiva il monastero e dove comincia oggi il Parlamento, si arriva a tre quarti d’ora. La sosta funziona meglio come intervallo dentro una passeggiata fra Pantheon, piazza Colonna e Montecitorio che come meta autonoma.

La chiesa è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’accesso avviene da un cortile con pavimentazione storica e presenta dislivelli, e non risulta pubblicato un percorso accessibile né la presenza di servizi attrezzati. Chi si muove in carrozzina deve chiedere in fase di contatto telefonico quali ambienti siano raggiungibili, perché la risposta dipende dalla configurazione dell’androne e non è scontata. La piazza esterna è piana ma con sampietrini sconnessi.

Chi ha scritto questa pagina

La pagina è redatta dalla redazione di Tour Leader Pro, struttura romana che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, recapiti e condizioni di accesso riportati sopra risultano dalle fonti ufficiali citate nel testo alla data di pubblicazione, e in una chiesa retta da una comunità religiosa cambiano senza preavviso: una telefonata prima di partire fa risparmiare un viaggio. Chi trova un dato superato ce lo segnali.

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