Sant’Agnese in Agone
Sant’Agnese in Agone è la chiesa che chiude il lato ovest di piazza Navona, incastrata fra il palazzo dei Pamphilj e le case che seguono la curva della piazza. È l’edificio con la facciata rientrante e i due campanili gemelli che tutti fotografano dietro la Fontana dei Quattro Fiumi senza quasi mai entrarci. Ci si arriva in genere per due motivi sbagliati: la leggenda secondo cui una statua della fontana alzerebbe il braccio per paura che la facciata crolli, cosa che le date rendono impossibile, e la convinzione che sia “la chiesa del Borromini”, che è vero solo in parte. Questa chiesa esiste perché sotto, cinque metri più in basso, corrono gli ambienti dello Stadio di Domiziano, e in uno di quegli ambienti la tradizione colloca il martirio di una ragazzina romana di dodici o tredici anni. Il marmo, la cupola, i campanili e la lite fra architetti sono venuti dopo. Le righe che seguono spiegano dove si entra, quando conviene provarci, che cosa si guarda dentro, chi ha progettato davvero che cosa, e perché “in Agone” e “Navona” sono la stessa parola travestita.

Dove si trova Sant’Agnese in Agone e come arrivarci
La chiesa occupa il lato lungo occidentale di piazza Navona, a metà esatta, con l’ingresso principale che dà sul selciato davanti alla fontana del Bernini. Alla sua sinistra, guardando la facciata, c’è Palazzo Pamphilj, oggi sede dell’ambasciata del Brasile in Italia: i due edifici erano pensati come un corpo solo, casa e cappella della famiglia del papa, e per questo la chiesa non ha uno spiazzo proprio ma si affaccia sulla piazza come una quinta. Gli uffici del complesso hanno accesso dal lato di via di Santa Maria dell’Anima, alle spalle: chi trova chiusa quella porta non ha sbagliato indirizzo, ha trovato l’ingresso di servizio.
A piedi dal centro storico
Piazza Navona è uno dei pochi punti di Roma dove camminare conviene sempre. Dal Pantheon si arriva in cinque o sei minuti passando per piazza di Sant’Eustachio e corso del Rinascimento. Da Campo de’ Fiori il tragitto è simile, si attraversa corso Vittorio Emanuele II all’altezza di Palazzo della Cancelleria e si entra in piazza dal lato sud, quello della Fontana del Moro. Da Castel Sant’Angelo sono dieci minuti passando per ponte Sant’Angelo e via dei Coronari.
Con i mezzi pubblici
Non esiste una fermata di metropolitana a piazza Navona e non è prevista: la linea A passa molto più a nord, fra Spagna e Barberini, e da entrambe servono almeno venti minuti a piedi. Il mezzo giusto è l’autobus di superficie, e le arterie da tenere a mente sono corso Vittorio Emanuele II a sud e corso del Rinascimento a est. Le linee di corso Vittorio, fra cui la 64 che collega Termini al Vaticano e che i romani sconsigliano nelle ore di punta per via dei borseggiatori, lasciano a cinque minuti a piedi. I numeri cambiano con una certa frequenza: conviene controllare il percorso aggiornato sul sito dell’azienda di trasporto romana il giorno stesso. Per un quadro generale di come ci si sposta in città abbiamo raccolto le indicazioni in una pagina a parte su come muoversi a Roma.
Orari e ingresso: perché qui non trovi una tabella
L’ingresso a Sant’Agnese in Agone è libero e gratuito, come in tutte le chiese di Roma aperte al culto, ma gli orari di apertura sono variabili e cambiano con le stagioni, con il calendario liturgico, con i concerti e con le celebrazioni. Non pubblichiamo una griglia oraria: sarebbe sbagliata entro poche settimane, e una tabella sbagliata è peggio di nessuna tabella. Due regole reggono quasi sempre: chiusura nella fascia centrale del pranzo, accesso turistico limitato dalle messe la domenica mattina. Chi vuole certezza controlli il sito ufficiale della chiesa o la bacheca accanto al portone, oppure telefoni alla rettoria. Una chiesa aperta al culto può chiudere senza preavviso anche per un funerale.
Il nostro giudizio operativo: trattatela come una tappa a finestra mobile. Passate davanti presto e, se è aperta, entrate subito. Rimandare al pomeriggio significa quasi sempre trovare chiuso.
Perché si chiama “in Agone” e perché la piazza si chiama Navona
Il nome della chiesa e il nome della piazza vengono dalla stessa parola greca, agon, che significa gara, competizione, certame. Domiziano la importò a Roma insieme al tipo di edificio che serviva a ospitare quelle competizioni. Lo stadio che costruì qui intorno all’86 dopo Cristo era un impianto all’uso greco, destinato alle gare di corsa, di lotta e di pugilato e ai certami poetici e musicali. Niente corse dei carri, che si facevano al Circo Massimo, e niente gladiatori, che avevano l’anfiteatro. In latino quelle gare erano gli agones, e il luogo era “in agone”.
Da agon a Navona, passaggio per passaggio
La trafila linguistica è documentata e lineare. Dal latino medievale “in agone” si passa alla forma parlata “n’agone”, con l’aferesi romanesca che mangia le sillabe iniziali. Da “nagone” si arriva a “navone”, con il passaggio della g intervocalica alla v, un fenomeno che nei dialetti dell’Italia centrale non ha nulla di strano. Da “navone” si arriva a “Navona”. Nei documenti medievali la zona compare come campus agonis e la chiesa come Sant’Agnese de cryptis agonis, cioè delle grotte dell’agone: le grotte sono gli ambienti voltati dello stadio, che nel Medioevo erano ancora in piedi e abitati.
La falsa derivazione dalle navi
La spiegazione che si sente più spesso in piazza è che “Navona” venga da “nave”, o per via della forma allungata della piazza che ricorderebbe uno scafo, o per via del lago che qui si formava d’estate quando la piazza veniva allagata. Entrambe le versioni sono false, e si smontano da sole. La forma allungata con un lato curvo non è quella di una nave: è esattamente la pianta dell’arena dello stadio di Domiziano, con il lato dritto verso sud dove c’erano i blocchi di partenza e la curva verso nord. E il nome “Navona” compare nei documenti molto prima che a qualcuno venisse in mente di allagare la piazza per divertimento. La derivazione dalle navi è un’etimologia popolare costruita a posteriori su un’assonanza.
Lo Stadio di Domiziano sotto la chiesa
Sotto il piano attuale di piazza Navona, a circa cinque metri di profondità, si conservano i resti dello Stadio di Domiziano, l’unico impianto per le gare atletiche in muratura che Roma antica abbia avuto. L’arena misurava all’incirca duecentosettanta metri per centoquattro, e le stime di capienza oscillano nella letteratura archeologica fra i quindicimila e i trentamila spettatori: chi la dà per certa in un numero solo sta semplificando. La piazza ha ereditato la forma dello stadio per continuità materiale: i palazzi che la circondano poggiano in buona parte sulle gradinate, e la superficie piana al centro è quella dell’arena, rialzata dai detriti di quindici secoli.
I fornici e i postriboli
Fra quelle attività, dicono le fonti tardoantiche e il costume urbano documentato per altri edifici simili, c’erano i lupanari. Gli archi al livello della strada, i fornici, erano spazi affittabili, riparati, aperti sul passeggio: la prostituzione romana li occupava sistematicamente, al punto che la parola fornicazione viene proprio da fornix, l’arco. È questo il dato che rende la tradizione su sant’Agnese topograficamente verosimile, indipendentemente dal fatto che l’episodio sia storico o no: il luogo dove la tradizione la colloca è il tipo di luogo che in quell’edificio esisteva davvero.
Il dislivello che quasi nessuno nota
Chi entra in Sant’Agnese in Agone dalla piazza cammina su un piano che sta cinque metri sopra il piano su cui camminava la ragazza della tradizione. Il dato si verifica a occhio scendendo nei sotterranei dello stadio, in via di Tor Sanguigna: le arcate in laterizio e travertino che si vedono là sotto sono la quota antica. Le abbiamo descritte nella pagina dedicata ai sotterranei di piazza Navona, che è un percorso archeologico a biglietto e va prenotato o acquistato a parte: è una visita diversa da quella della chiesa, con gestione e orari propri, e i due luoghi non condividono biglietteria.
Chi era sant’Agnese e che cosa dice la tradizione
Agnese è una martire romana venerata dal IV secolo, il che la colloca fra le figure cristiane più antiche e meglio attestate del calendario di Roma: il suo nome compare nella Depositio martyrum del 354 e la sua festa cade il 21 gennaio. Su questo le fonti concordano, sul resto molto meno. La data della morte oscilla fra la persecuzione di Decio, intorno al 250, e quella di Diocleziano, intorno al 304, con la maggioranza degli studiosi orientata sulla seconda. La tradizione le attribuisce dodici o tredici anni. Il modo della morte cambia da racconto a racconto: decapitazione nella versione più diffusa, sgozzamento o fuoco in altre.
Il miracolo dei capelli
Secondo la tradizione, Agnese rifiutò le nozze con il figlio del prefetto di Roma dichiarandosi consacrata a Cristo. La condanna fu pensata come infamia prima che come pena: esposizione pubblica nuda in un postribolo. A quel punto, dice il racconto, i suoi capelli crebbero improvvisamente fino a coprirla interamente, e un angelo la avvolse in una veste di luce; chi tentò di violarla cadde a terra. La scena è tradizione popolare consolidata e va trattata come tale, non come dato storico. È però la ragione per cui questa chiesa sta qui: il titolo “in Agone” segnala il presunto luogo del supplizio, dentro gli ambienti dello stadio.
Due chiese diverse, non confonderle
Esiste a Roma una seconda chiesa dedicata alla stessa santa, e non è la stessa cosa. La Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura, su via Nomentana, è costruita sopra il cimitero dove Agnese fu sepolta e conserva le sue reliquie corporali principali: è una basilica paleocristiana con mosaico absidale del VII secolo, catacombe visitabili e un impianto completamente diverso, e accanto ha il Mausoleo di Santa Costanza con i suoi mosaici del IV secolo. Sant’Agnese in Agone, a piazza Navona, segna invece il luogo del martirio secondo la tradizione. In due parole: fuori le Mura è la tomba, in Agone è il supplizio. Sono a sei chilometri l’una dall’altra e non si visitano nella stessa mezza giornata senza correre.
La chiesa prima del barocco
La chiesa che si vede oggi è interamente seicentesca, ma il titolo è molto più antico: un luogo di culto dedicato ad Agnese dentro le strutture dello stadio è documentato almeno dall’VIII secolo, e compare nelle fonti medievali con la formula Sancta Agnes de Agone o de cryptis Agonis. Era un oratorio ricavato negli ambienti antichi, al livello dell’arena e non a quello della piazza attuale.
Innocenzo X, i Pamphilj e il cantiere del 1652
Giovanni Battista Pamphilj fu eletto papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X e regnò fino alla morte, nel gennaio del 1655. La sua famiglia aveva casa a piazza Navona da generazioni, e una delle prime operazioni del pontificato fu trasformare quell’isolato in un complesso di rappresentanza: il palazzo ampliato da Girolamo Rainaldi con la galleria affrescata da Pietro da Cortona, la fontana con l’obelisco al centro della piazza affidata al Bernini, e la chiesa di famiglia rifatta da zero con la facciata sulla piazza. Tre cantieri contemporanei sullo stesso spazio, tutti pagati dallo stesso committente, tutti pensati per essere guardati insieme.
Girolamo e Carlo Rainaldi, i primi architetti
La prima pietra fu posta nell’agosto del 1652 e il progetto era di Girolamo Rainaldi, architetto di fiducia della famiglia, ormai anziano, affiancato dal figlio Carlo, che avrebbe poi firmato per conto suo alcune delle facciate più riconoscibili della Roma barocca. Il loro progetto prevedeva una croce greca con i bracci corti e una facciata arretrata rispetto al filo della piazza, preceduta da un breve atrio. Fu proprio la facciata a far saltare tutto: arretrata com’era, e con la cupola che incombeva sopra, produceva dalla piazza un effetto goffo, con il tamburo che sembrava schiacciare il fronte invece di coronarlo.
Che cosa ha fatto davvero Borromini
Francesco Borromini diresse il cantiere di Sant’Agnese in Agone dall’agosto del 1653 al 1657, cioè per poco più di tre anni, e in quei tre anni cambiò l’aspetto esterno dell’edificio in modo irreversibile. Non lo progettò da zero e non lo finì: prese un guscio già alzato e gli diede il fronte che ancora oggi si riconosce da ogni punto della piazza. La distinzione fra “ha progettato” e “ha risolto” è la chiave per capire questa chiesa.
La facciata concava e l’allargamento
Il problema dei Rainaldi era di spazio: il fronte della chiesa era troppo stretto rispetto all’altezza della cupola. Borromini ottenne dai committenti il permesso di inglobare porzioni degli edifici laterali, allargando il fronte oltre il corpo della chiesa vera e propria. Poi lo curvò. La facciata di Sant’Agnese in Agone rientra al centro e avanza ai lati, disegnando una concavità che allontana otticamente il portale, abbassa il punto di fuga e lascia respirare il tamburo della cupola. È un trucco prospettico calcolato su chi guarda da vicino, perché in piazza Navona, con la fontana in mezzo, arretrare abbastanza è impossibile: la curva costruisce la distanza che fisicamente non c’è.
I due campanili
Alle estremità del fronte allargato Borromini mise due campanili gemelli. È la scelta che ha avuto più discendenza nell’architettura europea: la coppia di torri che inquadra una cupola centrale diventa da qui in avanti uno schema ripetuto per due secoli, in Italia e fuori. La funzione, però, è prima di tutto ottica: i campanili tengono i bordi del fronte, impediscono che la cupola sembri sedersi sulla facciata e danno alla chiesa una larghezza apparente che la pianta non avrebbe. Il coronamento delle torri fu completato dopo l’uscita di Borromini e non corrisponde in tutto ai suoi disegni.
Perché se ne andò
Innocenzo X morì nel gennaio del 1655. Con lui se ne andò il committente che teneva insieme il cantiere. Il controllo passò al nipote Camillo Pamphilj, con cui i rapporti furono pessimi, e nel 1657 Borromini lasciò l’incarico. Le ricostruzioni parlano di dimissioni, di allontanamento, di una rottura sulle spese e sulle prerogative del direttore dei lavori: le versioni divergono e nessuna è dirimente. Dopo il 1657 la chiesa fu finita da altri. Abbiamo messo insieme le sue opere romane in un percorso a parte, Borromini a Roma, che serve a capire questa facciata mettendola accanto alle altre.
Una paternità condivisa e conflittuale
Attribuire Sant’Agnese in Agone a un solo architetto è sbagliato in tutte le direzioni possibili: il cantiere passò per tre direzioni successive in quindici anni e la fase finale coinvolse più mani ancora. Ricostruire la sequenza è l’unico modo per guardare l’edificio capendo che cosa si sta guardando.
La sequenza, nell’ordine
Dal 1652 al 1653 la direzione è di Girolamo Rainaldi con il figlio Carlo: loro fissano la pianta a croce greca, l’impianto dei pilastri, la quota delle murature inferiori. Dal 1653 al 1657 dirige Borromini: facciata allargata e concava, campanili, tamburo rialzato, revisione dell’ordine interno. Dal 1657 rientra Carlo Rainaldi, affiancato e poi sostituito da altri professionisti fra cui Giovanni Maria Baratta e Antonio Del Grande, che intervengono sull’attico e sul coronamento. Negli anni successivi Giovanni Battista Contini porta a termine i campanili. Le decorazioni interne proseguono fino agli anni Ottanta del Seicento e oltre.
La leggenda del Rio de la Plata: perché è impossibile
È la leggenda più raccontata di Roma e quasi tutti l’hanno sentita almeno una volta. Suona così: nella Fontana dei Quattro Fiumi la figura che personifica il Rio de la Plata alza il braccio davanti al viso perché ha paura che la facciata di Sant’Agnese in Agone gli crolli addosso, il Nilo si copre la testa con un panno per non guardarla, e in risposta la statua di sant’Agnese sulla facciata volta la testa dall’altra parte per non vedere la fontana. Bernini e Borromini si sarebbero insultati a vicenda scolpendo, sotto gli occhi di tutti. È una bellissima storia. È anche cronologicamente impossibile, e basta una data per chiuderla.
Le date, una per una
La Fontana dei Quattro Fiumi fu inaugurata nel giugno del 1651. Il cantiere della chiesa cominciò nell’agosto del 1652, cioè più di un anno dopo. Borromini arrivò a dirigerlo nell’agosto del 1653, cioè più di due anni dopo. La facciata che secondo la leggenda spaventa la statua non esisteva quando la statua fu scolpita: al posto suo c’era una chiesa medievale girata dall’altra parte, e poi un cantiere. Il Rio de la Plata, per di più, non è opera del Bernini: le quattro figure fluviali furono eseguite da scultori della sua bottega su suoi modelli, e questa in particolare è di Francesco Baratta. Bernini ha progettato l’insieme, la roccia, l’obelisco, il movimento dell’acqua, ma quel braccio alzato lo ha scolpito un altro, anni prima che ci fosse una facciata da temere.
E la statua di sant’Agnese?
Anche il secondo pezzo della leggenda non regge. La statua di sant’Agnese che corona il fronte della chiesa fu realizzata anni dopo la fontana, da Ercole Ferrata, che era uno scultore della cerchia berniniana e non un nemico di casa. La posa della figura risponde a ragioni di composizione e di visibilità dal basso, come per tutte le statue di coronamento. Se ci fosse un dispetto, sarebbe un dispetto fatto da un collaboratore del Bernini contro il Bernini stesso, cosa che nessuno ha mai spiegato in modo convincente perché non è spiegabile.
Che cosa significano davvero quei gesti
Il braccio alzato del Rio de la Plata appartiene al repertorio retorico della scultura barocca: è un gesto di stupore e di riparo dalla luce, il tipo di movimento che serve a dare dinamismo a una figura seduta e a creare un vuoto d’ombra nella massa del marmo. Le quattro figure rappresentano i fiumi dei quattro continenti allora conosciuti e ognuna ha un attributo: il Danubio tocca lo stemma papale, il Gange regge un remo perché navigabile, il Rio de la Plata è circondato da monete. Il Nilo si copre il capo per un motivo che qualunque geografo del Seicento avrebbe riconosciuto al volo: le sorgenti del Nilo erano ignote, e la testa velata dice esattamente quello. Quella testa velata funziona come una didascalia, non come un dispetto.
Perché la leggenda sopravvive lo stesso
Una storia falsa non dura quattro secoli per caso, e questa dura per tre motivi. Il primo è che la rivalità fra Bernini e Borromini è autentica e documentata: la leggenda si appoggia a un fondo vero e ne prende in prestito la credibilità. Il secondo è che la piazza mette davvero le due opere una di fronte all’altra, in un confronto che l’occhio fa da solo. Il terzo è che la leggenda serve a chi deve spiegare la piazza in tre minuti: trasforma due monumenti muti in un litigio, e un litigio si ricorda mentre una data no.
Si può raccontarla, purché si dica che è tradizione popolare e non fatto storico e purché si aggiunga la data del 1651. Il vero aneddoto della piazza, cioè che Bernini si sia aggiudicato la commessa quando il papa non la voleva dare a lui facendo recapitare un modello in argento nelle stanze giuste, è documentato e altrettanto godibile: ne abbiamo scritto nella pagina della Fontana dei Quattro Fiumi.
Dentro la chiesa: che cosa si guarda
L’interno di Sant’Agnese in Agone è una croce greca con i bracci brevi e gli angoli smussati, coperta da una cupola su tamburo e rivestita interamente di marmi policromi. Chi entra dalla piazza si trova subito sotto il monumento funebre del papa che ha voluto la chiesa, perché il sepolcro di Innocenzo X sta sopra la porta d’ingresso e non in fondo, come ci si aspetterebbe. È la prima anomalia di una chiesa fatta di anomalie.
Marmo al posto delle pale d’altare
Sugli altari non ci sono quadri: al posto delle pale dipinte ci sono grandi rilievi scolpiti in marmo bianco, a figure quasi a tutto tondo. Il risultato è un interno senza colore narrativo, dove tutto il racconto è affidato al bianco e all’ombra. I rilievi sono opera degli scultori più richiesti della Roma di metà Seicento. Il gruppo con sant’Agnese sul rogo è di Ercole Ferrata, quello con il martirio di sant’Emerenziana fu cominciato dallo stesso Ferrata e portato a termine da Leonardo Retti, la morte di santa Cecilia è di Antonio Raggi, la morte di sant’Alessio di Giovanni Francesco Rossi. Il martirio di sant’Eustachio fu impostato dal maltese Melchiorre Cafà, morto nel 1667 in un incidente di fonderia, e finito da altri. Sull’altare maggiore, la Sacra Famiglia di Domenico Guidi. Su alcune di queste attribuzioni e soprattutto su chi abbia finito che cosa la letteratura non è compatta, e chi cerca precisione assoluta deve rivolgersi ai cataloghi specialistici, non a un cartello in chiesa.
Il sacello sotterraneo e i resti dello stadio
Sotto il livello della chiesa si conserva un ambiente più antico, il sacello che la tradizione identifica con il luogo del martirio, ricavato nelle strutture dello Stadio di Domiziano. È la parte più importante dell’edificio dal punto di vista della sua ragione d’essere, ed è anche quella che la maggior parte dei visitatori non vede, perché l’accesso non è sempre consentito e dipende dalle condizioni del momento. Chi ci tiene deve chiedere in sacrestia e mettere in conto un no.
Il rilievo di Alessandro Algardi
Nell’ambiente inferiore si trova un rilievo marmoreo con il miracolo dei capelli di sant’Agnese, riferito ad Alessandro Algardi e databile ai primi anni Cinquanta del Seicento, quindi contemporaneo all’avvio del cantiere. Algardi era il principale antagonista scultoreo del Bernini durante il pontificato di Innocenzo X, e la sua presenza qui non è casuale: il papa lo preferiva, e sotto di lui ebbe le commesse più importanti. Alcuni studi assegnano l’esecuzione materiale alla sua bottega più che alla sua mano, distinzione che nella scultura romana del Seicento vale quasi sempre.

Una curiosità su Sant’Agnese in Agone
In tutta la chiesa non esiste una sola pala d’altare dipinta: al posto dei quadri ci sono rilievi in marmo bianco. Per una chiesa romana del Seicento è una scelta rarissima, e ha un effetto che si nota anche senza saperne il motivo, perché toglie all’interno tutto il colore che di solito arriva dalle tele e lo concentra nei marmi delle pareti e negli affreschi in alto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sant’Agnese in Agone
La chiesa non è orientata come sembra: la facciata su piazza Navona è un fronte aggiunto nel Seicento a un edificio che per secoli aveva avuto l’ingresso dalla parte opposta, su quella che oggi è via di Santa Maria dell’Anima. Tutta la fatica progettuale del cantiere, compreso il licenziamento dei primi architetti, nasce da questo ribaltamento.
Una facciata che è anche un pezzo di altri palazzi
La facciata larga che si guarda dalla piazza non corrisponde alla larghezza della chiesa. Borromini ottenne di inglobare porzioni degli edifici adiacenti per guadagnare fronte, quindi quello che si guarda è in parte un fondale scenografico costruito davanti a corpi di fabbrica che con la chiesa non hanno nulla a che fare. Dietro i due campanili, per una parte della loro altezza, non c’è chiesa. È un procedimento spregiudicato e visivamente impeccabile, e spiega perché il fronte regge così bene in una piazza dove non si può prendere le distanze.
Il consiglio che ti do per visitare Sant’Agnese in Agone
Il consiglio operativo è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: verificate l’apertura prima di muovervi e andateci la mattina presto di un giorno feriale, perché l’ingresso è gratuito ma gli orari sono discontinui e piazza Navona dopo le dieci diventa impraticabile. Tutto il resto dipende da questo.
Da che parte entrare e che cosa fare nei primi due minuti
Si entra dal portale centrale sulla piazza. I primi due minuti spendeteli senza muovervi: fermatevi tre passi dopo la soglia, guardate in alto la cupola e i quattro pennacchi, poi girate lentamente su voi stessi seguendo i cinque altari. Solo dopo avvicinatevi ai rilievi uno a uno. La pianta centrale è costruita per essere capita da fermo, e chi parte subito a camminare lungo il perimetro perde l’unica cosa che questa architettura sa fare meglio delle altre.
L’errore che fanno quasi tutti
L’errore più comune è arrivare a piazza Navona senza avere deciso che cosa si vuole vedere, girarla in dieci minuti fra i banchi dei ritrattisti, fotografare le tre fontane e ripartire. Così la chiesa resta uno sfondo e i sotterranei dello stadio non si vedono nemmeno. Il nostro parere: piazza Navona merita un’ora e mezza fatta bene, con dentro la chiesa e possibilmente i sotterranei, oppure tre minuti di passaggio serale. La visita distratta di mezz’ora è la peggiore delle tre, perché costa tempo e non lascia niente.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La forma di piazza Navona, che tutti riconoscono e nessuno collega alla causa, è la pianta dell’arena dello Stadio di Domiziano conservata per continuità edilizia: lato dritto a sud, curva a nord, larghezza costante per duecentosettanta metri. È un fatto noto agli addetti e citato in ogni manuale, eppure in piazza quasi nessuno lo dice a voce alta, e la maggior parte dei visitatori se ne va credendo che quella forma sia una scelta urbanistica del Rinascimento.
Come si legge lo stadio stando in piazza
Ci sono tre indizi visibili senza scendere sottoterra. Il primo è l’emiciclo settentrionale, all’altezza di via di Tor Sanguigna: le facciate riprendono la curva della sphendone, l’estremità semicircolare dell’impianto. Il secondo sono i palazzi, che hanno tutti la fronte sulla piazza e il retro su strade più strette e più basse: seguono l’andamento delle gradinate. Il terzo è il dislivello verso via del Governo Vecchio e verso corso del Rinascimento, che scendono rispetto al piano della piazza: la piazza è rialzata perché è riempita.
La foto giusta da fare a Sant’Agnese in Agone
La foto che funziona è quella scattata dal lato est della piazza, cioè dalla parte dei caffè di fronte alla chiesa, con la Fontana dei Quattro Fiumi in primo piano a sinistra o a destra e la facciata concava che si apre dietro: serve un obiettivo grandangolare, perché la piazza non consente di arretrare abbastanza, e serve la luce del tardo pomeriggio, che arriva da ovest e accende il travertino della facciata mentre il resto della piazza va in ombra.
La foto che nessuno fa
Il dettaglio fotograficamente più interessante di questa facciata non è l’insieme, è il modo in cui i due campanili si staccano dal corpo centrale quando li si inquadra da sotto, quasi contro il cielo, da un punto molto ravvicinato sulla sinistra del portale. Da lì la concavità si legge come un movimento e non come un disegno. In alternativa, la cupola da lontano: da ponte Sant’Angelo o dal Gianicolo si stacca sul profilo del centro storico e si capisce quanto sia alta rispetto al tessuto che la circonda.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Lo spazio occupato da Sant’Agnese in Agone ha attraversato diciannove secoli senza mai smettere di essere usato: stadio imperiale dall’86 dopo Cristo, quartiere abitato nel Medioevo, mercato cittadino dal 1477, cantiere pontificio dal 1652, piazza monumentale da allora in poi. Pochi luoghi in città hanno una continuità d’uso così documentata.
Il Seicento dei Pamphilj
Nel 1644 Giovanni Battista Pamphilj diventa papa e la piazza di famiglia diventa la piazza del papa. Fra il 1648 e il 1651 il Bernini costruisce la Fontana dei Quattro Fiumi e vi innalza l’obelisco portato dal circo di Massenzio. Nell’agosto del 1652 si pone la prima pietra della nuova chiesa. Nell’agosto del 1653 i Rainaldi lasciano il posto a Borromini. Nel gennaio del 1655 muore Innocenzo X. Nel 1657 Borromini abbandona il cantiere. La chiesa viene consacrata negli anni Settanta del Seicento, con datazioni che variano fra le fonti, mentre la decorazione interna continua per decenni.
Dal Settecento a oggi
Intorno al 1730 viene collocato il monumento funebre di Innocenzo X, scolpito da Giovanni Battista Maini. Nel 1869 il mercato che occupava la piazza dal 1477 viene trasferito a Campo de’ Fiori, e negli stessi anni finisce la tradizione dell’allagamento estivo. Nei primi anni del Novecento arriva in chiesa la reliquia della santa dal Laterano. Oggi la piazza ospita fra dicembre e gennaio il mercatino della Befana e un flusso continuo il resto dell’anno.
Chi è passato da Sant’Agnese in Agone
Fra il 1652 e il 1690 il cantiere di questa chiesa ha impegnato quasi tutti i protagonisti della Roma barocca: una famiglia pontificia intera, quattro architetti in successione e la migliore generazione di scultori e pittori del secolo.
I committenti
Innocenzo X, al secolo Giovanni Battista Pamphilj, papa dal 1644 al 1655, è l’uomo che ha voluto tutto: palazzo, fontana, obelisco e chiesa. Accanto a lui va ricordata la cognata Olimpia Maidalchini, figura di potere reale nella corte pontificia, soprannominata dai romani con un nomignolo che di affettuoso non aveva niente e bersaglio abituale delle satire affisse al Pasquino, che è a duecento metri da qui. Camillo Pamphilj, nipote del papa, eredita il cantiere e con esso i conflitti, compreso quello che porta all’uscita del Borromini.
Gli architetti
Girolamo Rainaldi, architetto della famiglia, imposta il progetto. Carlo Rainaldi, suo figlio, lo affianca, lo perde e lo riprende, e firmerà poi le chiese gemelle di piazza del Popolo e la facciata della Basilica di Sant’Andrea della Valle. Francesco Borromini porta il fronte dove si trova oggi e se ne va prima della fine; dopo di lui intervengono Giovanni Maria Baratta, Antonio Del Grande e Giovanni Battista Contini. Per inquadrare Borromini nella città conviene partire dalle sue opere maggiori, dalla Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane alla cupola a spirale di Sant’Ivo alla Sapienza.
Scultori e pittori
Alessandro Algardi firma il rilievo del sacello inferiore. Ercole Ferrata, Antonio Raggi, Leonardo Retti, Giovanni Francesco Rossi, Domenico Guidi e Melchiorre Cafà lavorano agli altari. Giovanni Battista Gaulli, il Baciccio, affresca i quattro pennacchi con le virtù cardinali prima di passare alla Chiesa del Gesù; Ciro Ferri dipinge la cupola; Giovanni Battista Maini scolpisce nel Settecento il sepolcro del papa, collocato sopra il portale interno. Chi vuole seguire il filo del Bernini nella città lo trova raccolto nel nostro itinerario Bernini a Roma, e chi preferisce il filo del Seicento pittorico può partire da Caravaggio a Roma, che porta anche alla vicinissima Chiesa di San Luigi dei Francesi.
Mangiare vicino a piazza Navona senza rimetterci
Questo è il punto in cui dobbiamo essere sgradevoli, perché piazza Navona è la zona più esposta di Roma per chi cerca da mangiare: la concentrazione di locali che vivono di solo passaggio turistico qui è la più alta della città, insieme a quella davanti al Colosseo e a quella intorno alla Fontana di Trevi. Non nominiamo insegne, né in bene né in male, per una ragione semplice: un elenco di nomi invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Insegniamo invece a riconoscere i posti da evitare, che è una competenza che resta.
I cinque segnali che i romani leggono a colpo d’occhio
Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o in strada: un richiamo scenografico rivolto a chi passa, non un indizio di cucina. In una cucina vera la pasta si fa dentro, al mattino, lontano dagli occhi. Il secondo segnale è il menu con le fotografie dei piatti, spesso plastificato e tradotto in sei lingue. Serve a chi non deve tornare. Il terzo è l’acchiappino sulla porta che invita a sedersi e recita il menu a memoria: un locale che deve fermare la gente per strada ha già detto tutto. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina a notte fonda: una cucina che serve a qualunque ora non prepara a nessuna ora. Il quinto è la posizione, cioè il tavolo con vista sul monumento famoso: si paga, e a volte si paga due volte, perché in certi locali il listino esposto fuori non coincide con quello al tavolo e compaiono voci non prezzate come il coperto, il pane o il pesce a peso.
Le catene che qui non si consigliano
Nel centro di Roma si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, spesso con la coda e il numerino all’ingresso. Non ne facciamo i nomi. Il dato che conta è un altro: i romani non ci vanno. Non per snobismo, ma perché sanno che un prodotto standardizzato e pensato per un consumo veloce di passaggio non ha niente a che fare con il modo in cui si mangia in questa città. La coda fuori da un locale del centro è un indicatore di marketing, non di qualità.
Il criterio più semplice che esista
Prima di sedervi, guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono solo stranieri e nessuno parla italiano, siete in un posto che vive di gente che non tornerà mai. Se ci sono famiglie romane, impiegati in pausa, gente che saluta il cassiere per nome, siete in un posto che deve rivedere quelle stesse persone la settimana prossima. È un criterio grezzo e funziona quasi sempre, in qualunque città.
Dove cercare davvero
La regola geografica è semplice: allontanatevi. Duecento o trecento metri cambiano il panorama, e le strade dietro corso del Rinascimento o verso il Ghetto hanno ancora locali di quartiere. Chi vuole un punto di partenza già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata, costruita su visite reali. Sul criterio generale abbiamo scritto una pagina a parte, dove mangiare a Roma, che spiega come funzionano i quartieri e che cosa aspettarsi in ognuno.
Che cosa c’è intorno, entro dieci minuti a piedi
Sant’Agnese in Agone si trova nel punto di massima densità monumentale del Campo Marzio: entro un raggio di cinquecento metri ci sono almeno una dozzina di luoghi con una pagina propria, e la maggior parte si visita gratis o con biglietti da pochi euro. Chi organizza una mezza giornata qui non ha bisogno di spostarsi con i mezzi nemmeno una volta.
Sulla piazza e sui suoi bordi
Le tre fontane della piazza sono monumenti distinti con storie separate: la Fontana dei Quattro Fiumi con l’Obelisco Agonale al centro, la Fontana del Moro all’estremità sud e la Fontana del Nettuno a nord. All’angolo sud si apre il Museo di Roma a Palazzo Braschi, dove si vede come la piazza appariva prima delle trasformazioni ottocentesche. All’imbocco di via del Governo Vecchio c’è Pasquino, il torso antico su cui i romani affiggono satire da cinque secoli, spesso dirette contro i Pamphilj. Verso il lungotevere, il Museo Napoleonico e Palazzo Altemps, con la sua collezione di scultura antica, chiudono l’isolato a nord.
Le chiese vicine che valgono la deviazione
A trecento metri si trovano Santa Maria della Pace con il chiostro del Bramante, la Chiesa di San Luigi dei Francesi con i Caravaggio della Cappella Contarelli, la Basilica di Sant’Agostino con un altro Caravaggio e la Basilica di Sant’Eustachio. Poco più in là Sant’Antonio dei Portoghesi, la Basilica di Santa Maria sopra Minerva e la Chiesa di Sant’Ignazio con la finta cupola dipinta. Il percorso completo è nella nostra pagina su Roma barocca.
Le aree archeologiche a portata di piedi
Oltre ai sotterranei dello stadio, nel raggio di dieci minuti ci sono Largo Argentina con l’Area Sacra, oggi visitabile a livello dei templi repubblicani, e la Crypta Balbi, che è il museo dove la stratigrafia urbana di Roma si capisce meglio che in qualunque altro posto della città. Il Pantheon è a sei minuti. Per chi mette insieme un giro fatto solo di cose gratuite, le indicazioni sono raccolte nelle pagine Roma gratis e musei gratis a Roma.
La sera
Dopo il tramonto la piazza si svuota dei gruppi organizzati e si riempie di passeggio, e la facciata illuminata dal basso è uno dei fondali notturni più riconoscibili del centro. La chiesa a quell’ora è chiusa: visita interna e passeggiata serale vanno programmate in due momenti diversi. Sulle possibilità della città dopo il buio abbiamo raccolto le indicazioni in Roma di notte, e chi allunga verso il fiume trova a dieci minuti Campo de’ Fiori e poco oltre Galleria Spada con la galleria prospettica del Borromini, che è il modo migliore per chiudere una giornata dedicata a questo architetto.
Domande frequenti su Sant’Agnese in Agone
Quanto costa entrare a Sant’Agnese in Agone?
L’ingresso a Sant’Agnese in Agone è libero e gratuito, come in tutte le chiese di Roma aperte al culto, e non esiste biglietteria. Non si paga nulla per entrare, guardare e fotografare senza flash. Sono a pagamento e separati, invece, i sotterranei dello Stadio di Domiziano che si trovano accanto, in via di Tor Sanguigna, gestiti da un soggetto diverso con biglietto proprio: i due luoghi non condividono né ingresso né tariffa.
Quali sono gli orari di apertura di Sant’Agnese in Agone?
Gli orari di Sant’Agnese in Agone sono variabili e cambiano nel corso dell’anno, quindi non pubblichiamo una tabella che sarebbe sbagliata entro poche settimane. Le costanti sono due: una chiusura nella fascia centrale del pranzo e una limitazione dell’accesso turistico durante le messe, in particolare la domenica mattina. Prima di andare conviene controllare il sito ufficiale della chiesa, la bacheca accanto al portone o telefonare alla rettoria.
Sant’Agnese in Agone è la chiesa progettata dal Borromini?
Sant’Agnese in Agone non è opera del solo Borromini: il progetto iniziale è di Girolamo e Carlo Rainaldi, che avviarono il cantiere nel 1652, Borromini ne assunse la direzione nel 1653 e la lasciò nel 1657, e la chiesa fu completata da Carlo Rainaldi e da altri professionisti nei decenni successivi. A Borromini si devono la facciata concava, il suo allargamento e i due campanili, cioè quello che si vede dalla piazza.
È vero che la statua della fontana ha paura che la chiesa crolli?
No, la leggenda sulla Fontana dei Quattro Fiumi e su Sant’Agnese in Agone è cronologicamente impossibile: la fontana fu inaugurata nel 1651, il cantiere della chiesa cominciò nel 1652 e Borromini ne prese la direzione solo nel 1653, quindi la facciata non esisteva quando le statue furono scolpite. Il braccio alzato del Rio de la Plata è un gesto retorico barocco e la testa velata del Nilo allude alle sorgenti allora sconosciute del fiume.
Che differenza c’è fra Sant’Agnese in Agone e Sant’Agnese fuori le Mura?
Sant’Agnese in Agone, a piazza Navona, segna secondo la tradizione il luogo del martirio della santa negli ambienti dello Stadio di Domiziano, mentre la Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura, su via Nomentana, sorge sopra la sua tomba e conserva le reliquie corporali principali. Sono due edifici distinti, distanti circa sei chilometri, di epoche e di architettura completamente diverse: barocca la prima, paleocristiana con mosaico del VII secolo la seconda.
Quanto tempo serve per visitare Sant’Agnese in Agone?
Per visitare Sant’Agnese in Agone con attenzione bastano venti o trenta minuti, perché la pianta centrale si abbraccia con lo sguardo e i punti da guardare da vicino sono i cinque altari con i rilievi in marmo, i quattro pennacchi del Baciccio e il sepolcro di Innocenzo X sopra la porta. Chi aggiunge i sotterranei dello Stadio di Domiziano deve calcolare almeno un’ora in più, biglietto e attesa compresi.
Si può fotografare dentro Sant’Agnese in Agone?
Dentro Sant’Agnese in Agone la fotografia amatoriale senza flash e senza treppiede è in genere tollerata, come nella maggior parte delle chiese romane, ma la decisione spetta al rettore e i cartelli affissi all’ingresso hanno sempre la precedenza. Durante le celebrazioni non si fotografa. Per riprese video, attrezzatura professionale o uso commerciale delle immagini serve un permesso da richiedere in anticipo alla rettoria.
Sant’Agnese in Agone è accessibile alle persone con disabilità motoria?
L’ingresso principale di Sant’Agnese in Agone dalla piazza presenta alcuni gradini e l’interno è su un unico livello piano, quindi una volta superata la soglia lo spazio si percorre senza dislivelli. L’ambiente sotterraneo, quando è accessibile, si raggiunge solo con scale e non è percorribile in carrozzina. Chi ha necessità specifiche conviene che contatti la rettoria in anticipo per verificare la situazione del giorno.
Si può visitare Sant’Agnese in Agone con i bambini?
Sant’Agnese in Agone è una visita breve e adatta anche a chi viaggia con bambini, perché non ci sono code, non ci sono percorsi obbligati e in venti minuti si è fuori. Fuori, la piazza offre lo spazio che dentro manca. I rilievi in marmo degli altari, con figure grandi al naturale e scene riconoscibili, funzionano meglio di un dipinto per tenere l’attenzione dei più piccoli, e la storia dell’antico stadio sotto i piedi è quella che di solito li convince.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.
Chi costruisce un itinerario nel Campo Marzio, incrociando questa chiesa con i sotterranei dello stadio e con le aree archeologiche vicine, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che lavora su Roma e sul Lazio con gruppi, scuole e aziende e conosce i tempi reali di percorrenza fra una tappa e l’altra.
Per un quadro più ampio, che comprenda i trasporti dall’aeroporto, i tempi di spostamento fra le città italiane e le mete raggiungibili da Roma in giornata, una buona risorsa di pianificazione è Italy Planner, utile soprattutto a chi inserisce Roma dentro un viaggio più lungo.
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