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Ponte Sant’Angelo

Ponte Sant'Angelo con Castel Sant'Angelo sullo sfondo
Foto: Ruud Koot — licenza CC BY-SA 3.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Castel_and_Ponte_Sant%27Angelo_(Rome).JPG)

Ponte Sant’Angelo è il ponte pedonale che collega il rione Ponte a Castel Sant’Angelo, costruito dall’imperatore Adriano e inaugurato nel 134 dopo Cristo con il nome di pons Aelius, e oggi porta sulle spallette dieci statue di angeli con gli strumenti della Passione progettate da Gian Lorenzo Bernini fra il 1667 e il 1669. È il ponte più fotografato di Roma e insieme uno dei meno capiti: quasi tutti credono di guardare cinque arcate romane, quando le arcate antiche sono tre, e quasi tutti credono di vedere due angeli scolpiti da Bernini in persona, quando i due autografi non si trovano qui ma dentro una chiesa vicino a piazza di Spagna. Nelle righe che seguono trovi che cosa è davvero antico e che cosa è ottocentesco, chi ha scolpito ciascuno dei dieci angeli, che cosa accadde il 19 dicembre 1450 quando le spallette cedettero sotto la calca dei pellegrini, perché per tre secoli questo è stato il luogo delle esecuzioni capitali a Roma, e come si visita oggi dopo il restauro delle statue concluso alla fine del 2024.

Dove si trova Ponte Sant’Angelo e come raggiungerlo

Ponte Sant’Angelo attraversa il Tevere fra lungotevere Tor di Nona e lungotevere Castello, unendo il rione Ponte sulla riva sinistra al rione Borgo sulla destra, esattamente davanti alla mole di Castel Sant’Angelo. È un ponte interamente pedonale: non transitano auto, motorini né autobus, e questo lo rende il punto di attraversamento del fiume più comodo per chi cammina fra il centro storico e il Vaticano. L’accesso è libero, gratuito e possibile a qualsiasi ora del giorno e della notte: non esistono biglietti, tornelli, orari di apertura o prenotazioni.

A piedi dal centro storico

Da piazza Navona si arriva in otto o dieci minuti scarsi imboccando via di Tor Millina, poi via dei Coronari, la strada degli antiquari che in linea quasi retta porta allo sbocco del ponte: è il percorso storico dei pellegrini, quello che nel Rinascimento si chiamava via Recta. Da Campo de’ Fiori il tempo sale a un quarto d’ora passando per via del Pellegrino e via del Banco di Santo Spirito. Dal Pantheon servono circa dodici minuti. Chi arriva invece dalla basilica di San Pietro percorre via della Conciliazione in dieci minuti e sbuca direttamente sul lato di Castel Sant’Angelo, cioè sulla testata destra del ponte.

Con i mezzi pubblici

La fermata più comoda è quella degli autobus sul lungotevere Vaticano e in piazza Pia, sul lato di Borgo, servita dalle linee che collegano Termini e il centro con il Vaticano. Sul lato opposto, in corso Vittorio Emanuele II, fermano le linee che attraversano il centro storico da est a ovest: dalla fermata Corso Vittorio Emanuele / Sant’Andrea della Valle si cammina per circa sette minuti lungo via del Banco di Santo Spirito. La stazione della metropolitana più vicina è Lepanto, sulla linea A, da cui servono all’incirca quindici minuti a piedi attraversando il quartiere Prati; in alternativa si scende a Ottaviano, sempre linea A, e si raggiunge il ponte passando per via della Conciliazione, con un tempo di percorrenza analogo. Conviene ricordare che nei giorni di grande afflusso al Vaticano, cioè il mercoledì dell’udienza generale e la domenica a mezzogiorno, le linee di superficie in zona Borgo subiscono deviazioni e rallentamenti: a piedi si arriva spesso prima.

Il pons Aelius: il ponte che Adriano costruì per il proprio mausoleo

Il ponte fu costruito per volontà dell’imperatore Publio Elio Traiano Adriano e inaugurato nel 134 dopo Cristo, con il nome di pons Aelius derivato dal nome gentilizio dell’imperatore stesso. La Sovrintendenza Capitolina colloca il cantiere fra il 121 e il 134, cioè lungo un arco di una dozzina d’anni che coincide con il periodo in cui Adriano fece edificare sulla riva destra il proprio mausoleo dinastico, l’enorme tamburo cilindrico che nei secoli successivi sarebbe diventato Castel Sant’Angelo. Alcune fonti attribuiscono il progetto a un architetto di nome Demetriano, ma si tratta di un’attribuzione tramandata dalla tradizione erudita e non confermata da un’epigrafe: la riportiamo per completezza, segnalando che non ha lo stesso grado di certezza della datazione.

Un ponte nato come accesso a una tomba

La ragione per cui il ponte esiste è semplice e va detta subito, perché spiega la sua posizione apparentemente eccentrica rispetto alla città antica: nel secondo secolo la riva destra del Tevere in questo tratto non era un quartiere abitato ma una zona di giardini e di sepolcri, gli horti Domitiae, e il mausoleo di Adriano vi sorgeva isolato. Per collegarlo al Campo Marzio, cioè alla Roma costruita e frequentata, serviva un ponte nuovo: il pons Aelius nacque come rampa di accesso monumentale alla tomba dell’imperatore, non come collegamento urbano fra due quartieri. La sua funzione era cerimoniale prima ancora che pratica, e questo spiega la cura architettonica e il rivestimento di travertino su una struttura che avrebbe potuto essere molto più sobria. Il paragone più immediato è con il Mausoleo di Augusto, l’altro grande sepolcro imperiale del Campo Marzio, che però sorgeva sulla riva sinistra e non ebbe mai bisogno di un ponte dedicato.

I materiali: peperino dentro, travertino fuori

La struttura portante è in peperino, la pietra vulcanica grigia dei Colli Albani largamente usata nell’edilizia romana per i paramenti robusti e poco costosi, mentre il rivestimento a vista era in travertino, la pietra calcarea bianca di Tivoli che dà a tutta l’architettura romana il suo colore caratteristico. È la stessa logica costruttiva che regge il Colosseo: materiale economico per la massa muraria, pietra nobile per ciò che si vede. Sulle arcate centrali sopravvissute questo rivestimento è ancora leggibile, nonostante diciannove secoli di piene, di gelate e di restauri.

Quante arcate ha Ponte Sant’Angelo: tre antiche e due dell’Ottocento

Ponte Sant’Angelo presenta oggi cinque arcate di aspetto uniforme, ma soltanto le tre centrali sono romane: le due laterali furono costruite fra il 1892 e il 1894, durante i lavori per i muraglioni del Tevere, in sostituzione delle rampe antiche. È il dato che cambia di più la lettura del monumento e che quasi nessuna guida rapida riporta, perché i costruttori ottocenteschi imitarono così bene il profilo delle arcate romane che a occhio nudo la differenza non si coglie.

Com’era il ponte romano

Nella configurazione originaria il pons Aelius aveva tre grandi fornici sull’alveo del fiume e vi si accedeva, da entrambe le rive, attraverso rampe in muratura sostenute a loro volta da arcate minori: tre sulla riva sinistra e due sulla riva destra, secondo la ricostruzione più accreditata. Il totale portava dunque a otto le aperture del complesso, di cui solo tre effettivamente scavalcavano l’acqua. Le rampe servivano a superare il dislivello fra il piano stradale delle due rive e la quota dell’impalcato, che era sensibilmente più alta: il ponte antico aveva il classico profilo a schiena d’asino, cioè saliva verso il centro e ridiscendeva, un andamento che si vede bene nelle vedute incise del Seicento e del Settecento e che oggi è scomparso.

Il cantiere dei muraglioni e la perdita delle rampe

Dopo l’alluvione del dicembre 1870, la stessa che allagò mezza Roma poche settimane dopo la breccia di Porta Pia, il governo italiano decise di dotare il Tevere di argini artificiali continui, i muraglioni, per mettere la città al riparo dalle piene. Il cantiere, avviato negli anni Settanta dell’Ottocento e proseguito per decenni, cambiò in modo irreversibile il rapporto fra Roma e il suo fiume: sparirono i porti fluviali, le scalinate di accesso all’acqua, i mulini galleggianti e le case che affacciavano direttamente sulla corrente. A Ponte Sant’Angelo il nuovo profilo degli argini rese le rampe antiche inservibili, perché sarebbero rimaste sepolte dentro i muraglioni o sospese a una quota sbagliata. Fra il 1892 e il 1894 le rampe e le arcate minori furono quindi demolite e al loro posto vennero costruite due arcate grandi, dimensionate e sagomate come quelle romane, in modo da ottenere la sequenza continua di cinque fornici che si vede oggi.

Che cosa si perse e che cosa si guadagnò

Il guadagno fu pratico e visivo: il ponte divenne pianeggiante, quindi più comodo, e acquistò la silhouette regolare che lo ha reso uno dei profili più riconoscibili di Roma. La perdita fu di sostanza archeologica, perché scomparvero tratti autentici di muratura adrianea e insieme a loro il profilo a schiena d’asino che il ponte aveva conservato per diciassette secoli. Alcune relazioni tecniche segnalano inoltre che l’intervento ottocentesco produsse lesioni nelle arcate centrali antiche, sollecitate da un assetto statico nuovo: è uno dei motivi per cui il ponte è stato oggetto di interventi di consolidamento nel Novecento, fra cui un restauro strutturale negli anni Novanta che comprese l’impermeabilizzazione dell’estradosso e la sigillatura delle sconnessioni.

Il ponte dei pellegrini: dal pons Sancti Petri ai giubilei

Per tutto il Medioevo e fino all’apertura di altri attraversamenti in età moderna, Ponte Sant’Angelo è stato l’unico passaggio praticabile per chi dal centro di Roma voleva raggiungere la basilica di San Pietro, e questa condizione di monopolio spiega quasi tutto ciò che gli è accaduto. Il ponte di Nerone, poco a monte, era in rovina già nell’alto Medioevo: i pellegrini non avevano alternative.

Da pons Aelius a ponte di San Pietro

Persa la memoria del nome antico, la struttura venne chiamata semplicemente pons Sancti Petri, ponte di San Pietro, perché era quello che conduceva alla tomba dell’apostolo. Il nome attuale arriva dal castello: quando il mausoleo di Adriano prese il nome di Castel Sant’Angelo, il ponte lo seguì, diventando ponte Sant’Angelo e, nell’uso corrente dei romani, anche ponte di Castello. La tradizione popolare, che va etichettata come tale e non come fatto storico, lega il nome del castello a un’apparizione angelica avvenuta durante il pontificato di Gregorio Magno, alla fine del sesto secolo, che avrebbe annunciato la fine di un’epidemia di peste. Una terza denominazione, ponte degli Angeli, si è affermata solo dopo il 1669 e si riferisce alle statue seicentesche, non alla leggenda medievale.

Il giubileo del 1300 e le due corsie di Dante

Il primo giubileo della storia, indetto da Bonifacio VIII nel 1300, portò a Roma una folla che le strutture della città non erano attrezzate a reggere, e il collo di bottiglia era proprio questo ponte. Dante Alighieri, nel canto diciottesimo dell’Inferno, descrive come i romani avessero organizzato il transito dividendo l’impalcato in due corsie separate, una per chi andava verso San Pietro e una per chi tornava verso il centro, prendendo il castello e il monte come riferimenti. È una testimonianza preziosa per due ragioni: perché documenta che Dante vide il ponte con i propri occhi, e perché descrive quello che è probabilmente il primo sistema di senso unico regolamentato di cui si abbia notizia in Europa, adottato per un problema di ordine pubblico in un giorno di folla.

Il pedaggio e chi lo incassava

Il ponte fu per secoli un ponte a pedaggio, e il denaro raccolto sul transito diventò una voce di bilancio significativa per la Camera Apostolica. Il dato ha un risvolto concreto che torna più avanti in questa pagina: nel 1535 papa Clemente VII destinò proprio i proventi del pedaggio del ponte alla realizzazione delle statue di san Pietro e san Paolo che ancora oggi sorvegliano la testata verso il centro. Il monumento, in sostanza, si è pagato la propria decorazione con i soldi di chi lo attraversava.

Quanto contava questo ponte nel sistema dei ponti romani

Per capire la sua importanza basta confrontarlo con gli altri attraversamenti storici: Ponte Milvio serviva la via Flaminia ed era fuori città, i ponti dell’Isola Tiberina portavano a Trastevere e non al Vaticano, il ponte Rotto cedette più volte fino all’abbandono definitivo. Nessuno di questi era sulla direttrice del pellegrinaggio. Ponte Sant’Angelo lo era, ed è per questo che su di esso si concentrarono contemporaneamente il traffico devozionale, il commercio, il potere di polizia e, come vedremo, il patibolo.

Una curiosità su Ponte Sant’Angelo

La curiosità che ci sembra più utile raccontare riguarda il nome che i romani gli hanno dato nell’uso quotidiano, e che non compare quasi mai nelle guide: ponte di Castello. Per secoli, nel parlato cittadino, il ponte non è stato né il pons Aelius né il ponte degli Angeli, ma semplicemente il ponte che portava al Castello, cioè alla fortezza papale. Il rione che occupa la riva sinistra davanti al ponte, del resto, si chiama tuttora rione Ponte, con la maiuscola e senza specificazioni: era talmente il ponte per antonomasia che il nome proprio non serviva.

Il crollo delle spallette del 19 dicembre 1450

Il 19 dicembre 1450, durante il giubileo indetto da papa Niccolò V, le spallette di Ponte Sant’Angelo cedettero sotto la pressione della folla dei pellegrini e un numero elevato di persone morì schiacciata nella calca o annegata nel Tevere. È il più grave incidente di massa documentato nella storia dei giubilei romani e, per quanto ci risulta, il motivo per cui il ponte cambiò aspetto nei decenni successivi.

Che cosa accadde quel giorno

La dinamica ricostruita dalle cronache è quella di una calca bloccata. I pellegrini rientravano in massa dalla basilica di San Pietro dopo l’ostensione della reliquia del Volto Santo, e il flusso in uscita si scontrò con quello ancora in entrata sull’unico attraversamento disponibile. Sul ponte, che allora era largo poco più della carreggiata romana e ingombro di bancarelle e di animali da soma, la pressione crebbe fino al cedimento dei parapetti. Chi si trovava sui lati precipitò nel fiume, chi si trovava al centro fu travolto. La strettoia delle testate, dove il ponte sboccava fra case addossate e un arco antico, impediva a chiunque di uscire dalla ressa.

Quante vittime: le fonti non concordano

Sul numero dei morti le fonti divergono e riteniamo corretto riportarle entrambe. La cifra più precisa e più citata è 172 vittime: risale alle cronache romane quattrocentesche, in particolare al Diario della città di Roma di Stefano Infessura, ed è quella ripresa dalle schede enciclopediche italiane e da parte della manualistica. Altre ricostruzioni, fra cui quella di fonti locali romane di divulgazione storica, parlano invece di circa duecento pellegrini morti nella calca, mentre la scheda della Sovrintendenza Capitolina si limita a dire che centinaia di pellegrini persero la vita, senza indicare una cifra. Le versioni in lingua inglese dell’episodio, più prudenti, riferiscono genericamente di molti annegati. Chi cerca un numero singolo e certo non lo trova: la cifra di 172 è la più solidamente ancorata a una fonte coeva, ma non è l’unica in circolazione, e il divario con la stima di circa duecento dipende quasi certamente da come i cronisti conteggiarono i corpi ripescati nei giorni seguenti.

Le due cappelle espiatorie di Niccolò V

La risposta di Niccolò V fu duplice: da un lato un gesto religioso, dall’altro un intervento urbanistico. Il papa fece erigere sulla testata verso il centro due cappelle di pianta circolare, dedicate una a santa Maria Maddalena e l’altra ai Santi Innocenti, con funzione di memoria e di espiazione per i morti. Dall’altro lato dispose la demolizione di alcune case che ostruivano l’imbocco del ponte e, secondo le fonti, anche di un arco trionfale romano che restringeva il passaggio, per allargare il percorso dei pellegrini ed evitare il ripetersi dell’imbuto. È un caso precoce e molto chiaro di pianificazione della sicurezza dei flussi in una città storica: l’idea che alla folla si risponda allargando gli spazi e non soltanto pregando per le vittime.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Ponte Sant’Angelo

I due angeli scolpiti personalmente da Gian Lorenzo Bernini non si trovano su Ponte Sant’Angelo: sono nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, vicino a piazza di Spagna, dal 1729. Sul ponte ci sono, al loro posto, una copia e una seconda versione. È l’informazione che più spesso manca nelle presentazioni rapide del monumento, e che cambia completamente il modo in cui si guarda la sequenza delle dieci statue.

Come andarono davvero le cose

Papa Clemente IX affidò a Bernini il progetto complessivo della nuova decorazione del ponte fra il 1667 e il 1669, in sostituzione degli angeli in stucco che Raffaello da Montelupo aveva realizzato un secolo prima per Paolo III e che l’umidità del fiume aveva ridotto male. Bernini, allora settantenne e all’ultima delle sue grandi imprese romane, disegnò l’intero programma iconografico, distribuì le dieci statue fra i suoi collaboratori e ne scolpì di propria mano due: l’Angelo con la corona di spine e l’Angelo con il cartiglio, quello che regge la tavoletta con l’iscrizione INRI. Quei due marmi non furono mai messi in opera. Le fonti spiegano il fatto in due modi, e il risultato non cambia: secondo una versione Clemente IX li trattenne per sé, secondo un’altra furono giudicati troppo preziosi per essere esposti alle intemperie e vennero donati allo scultore. In ogni caso rimasero in casa Bernini, e nel 1729 gli eredi dell’artista, che abitavano nelle vicinanze, li donarono alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, dove si trovano tuttora.

Che cosa si vede quindi sul ponte

Al posto dell’Angelo con la corona di spine, sul ponte si trova una copia eseguita da Paolo Naldini, collaboratore di Bernini. Al posto dell’Angelo con il cartiglio si trova invece una seconda versione dello stesso soggetto, scolpita da Bernini con la collaborazione di Giulio Cartari: non una copia di bottega, quindi, ma un’opera nuova uscita dallo studio del maestro. Alcune fonti attribuiscono la collaborazione su questi marmi a Paolo Valentino Bernini, figlio dello scultore, anziché a Cartari, e altre citano entrambi: la questione attributiva resta discussa fra gli specialisti e non esiste una risposta univoca. Ciò che è certo è che la mano di Gian Lorenzo Bernini è presente sul ponte nella seconda versione del Cartiglio, mentre nell’Angelo con la corona di spine è presente soltanto nel disegno.

Dove vedere gli originali

Sant’Andrea delle Fratte si trova in via di Sant’Andrea delle Fratte, a pochi minuti a piedi da piazza di Spagna e dalla Fontana di Trevi. I due angeli sono collocati nell’area del presbiterio, uno per lato, e si vedono senza biglietto perché la chiesa è un luogo di culto ad accesso libero; gli orari di apertura seguono quelli delle funzioni e conviene verificarli prima di presentarsi, perché variano nel corso dell’anno. Il confronto vale il tragitto: davanti agli originali si capisce quanto della qualità berniniana, nelle copie del ponte, si sia perso nel passaggio di mano e quanto, invece, resti merito dell’impianto compositivo. Chi vuole costruire un percorso completo sull’autore può appoggiarsi al nostro itinerario su Bernini a Roma, che mette in fila le opere principali dello scultore in città.

I dieci angeli di Ponte Sant’Angelo: chi ha scolpito che cosa

Le dieci statue di angeli che ornano le spallette di Ponte Sant’Angelo furono realizzate fra il 1667 e il 1669 su progetto di Gian Lorenzo Bernini da otto scultori diversi della sua cerchia, cinque per lato, e ciascuna regge uno strumento della Passione di Cristo accompagnato da un’iscrizione latina tratta quasi sempre dai Salmi o dai profeti. Non è una decorazione ornamentale: è un percorso devozionale costruito come una via crucis in marmo, pensato perché il pellegrino che attraversava il ponte verso San Pietro ripercorresse mentalmente la Passione prima di arrivare alla tomba dell’apostolo.

L’elenco completo, statua per statua

L’Angelo con la colonna è opera di Antonio Raggi e porta l’iscrizione Tronus meus in columna. L’Angelo con i flagelli è di Lazzaro Morelli, con la frase In flagella paratus sum. L’Angelo con la corona di spine, come detto, è la copia di Paolo Naldini dall’originale berniniano, e reca In aerumna mea dum configitur spina. L’Angelo con il sudario, cioè con il velo della Veronica, è di Cosimo Fancelli e porta Respice faciem Christi tui. L’Angelo con la veste e i dadi è ancora di Paolo Naldini, questa volta su invenzione propria, con Super vestimentum meum miserunt sortem. L’Angelo con i chiodi è di Girolamo Lucenti, con Aspicient ad me quem confixerunt. L’Angelo con la croce è di Ercole Ferrata, con Cuius principatus super humerum eius. L’Angelo con il cartiglio, quello dell’iscrizione INRI, è la seconda versione uscita dallo studio di Bernini con Giulio Cartari, e porta Regnavit a ligno deus. L’Angelo con la spugna è di Antonio Giorgetti, con Potaverunt me aceto. L’Angelo con la lancia, infine, è di Domenico Guidi, con Vulnerasti cor meum.

Chi erano questi scultori

Non sono nomi minori, e vale la pena riconoscerli perché le loro opere si incontrano in mezza Roma. Antonio Raggi fu uno dei collaboratori più stretti di Bernini e lavorò con lui in Sant’Andrea al Quirinale e alla decorazione del Gesù. Ercole Ferrata, di formazione lombarda, fu l’altro grande scultore della Roma di metà Seicento e lavorò a lungo anche per Pietro da Cortona. Cosimo Fancelli fu attivo nei cantieri berniniani e cortoneschi, fra cui Santa Maria della Pace. Domenico Guidi, allievo di Alessandro Algardi, fu il principale concorrente della bottega berniniana e dopo la morte di Bernini ne ereditò buona parte della committenza romana. Girolamo Lucenti fu anche fonditore e lavorò ai bronzi di San Pietro. Lazzaro Morelli, Antonio Giorgetti e Paolo Naldini completano una squadra che rappresenta, in pratica, l’intera scultura romana di quella generazione: il ponte è il luogo dove la si vede tutta insieme.

Come leggere la sequenza

La disposizione segue l’ordine narrativo della Passione: si comincia dagli strumenti della flagellazione e della derisione e si arriva a quelli della crocifissione e della morte. Chi attraversa il ponte dal centro verso il castello percorre la sequenza nel verso previsto dal progetto, cioè quello del pellegrino diretto a San Pietro. Le iscrizioni non sono didascalie ma citazioni: quasi tutte provengono dal Salterio nella versione latina della Vulgata, e il loro effetto voluto era che il fedele, leggendole in fila mentre camminava, ricomponesse un testo continuo. Chi non legge il latino può comunque riconoscere gli strumenti a vista, perché sono resi in modo molto letterale: la colonna, i flagelli, la corona, il velo, la veste con i dadi, i chiodi, la croce, il cartiglio, la spugna sull’asta, la lancia.

Le statue di san Pietro e san Paolo alla testata del ponte

All’imbocco del ponte sul lato del centro storico si fronteggiano due statue più antiche degli angeli di oltre un secolo: san Pietro e san Paolo, collocate nel 1534 al posto delle cappelle di Niccolò V e finanziate, come si è detto, con i proventi del pedaggio del ponte per disposizione di Clemente VII.

Autori e date: cosa dicono le fonti

Il san Pietro, che regge le chiavi e un libro, è attribuito a Lorenzetto, cioè Lorenzo Lotti, scultore e architetto della cerchia raffaellesca; il san Paolo, con la spada spezzata e il libro, è opera di Paolo Romano, noto anche come Paolo Taccone. Sulle date le fonti non coincidono: per il san Paolo si trovano indicazioni comprese fra il 1463 e il 1464, cioè una scultura quattrocentesca già esistente e riutilizzata nella nuova sistemazione, mentre per il san Pietro le date proposte oscillano fra il 1534 e il 1536. La collocazione sul ponte è comunque riferita concordemente agli anni Trenta del Cinquecento. Riportiamo la forbice invece di scegliere una data sola, perché la discordanza fra le schede istituzionali e la letteratura divulgativa è reale e non risolvibile da qui.

Le statue che non ci sono più

Fra il Cinquecento e il Seicento il ponte ospitò anche altre sculture, oggi non più in opera: otto figure in stucco realizzate da Raffaello da Montelupo intorno al 1536 su commissione di Paolo III, che raffiguravano i quattro evangelisti e quattro patriarchi dell’Antico Testamento, fra cui Adamo, Noè, Abramo e Mosè. Lo stucco, materiale poco adatto a stare esposto sopra un fiume, si degradò rapidamente: alla metà del Seicento quelle figure erano ridotte male, ed è esattamente per sostituirle che Clemente IX chiamò Bernini. Chi guarda il ponte oggi vede quindi il terzo apparato decorativo della sua storia moderna, non il primo. Sul medesimo impalcato convivono così il Rinascimento maturo delle due statue apostoliche, costruite su volumi compatti e su una frontalità solenne, e il pieno barocco degli angeli, tutti torsioni e panneggi: è uno dei pochi luoghi di Roma dove il passaggio fra i due linguaggi si legge in pochi metri e senza entrare in un museo, e chi percorre il nostro itinerario sulla Roma barocca trova qui il confronto più diretto, mentre chi segue il filo del Cinquecento può proseguire verso le opere raccolte nell’itinerario su Michelangelo a Roma.

Il consiglio che ti do per visitare il Ponte Sant’Angelo

Il consiglio operativo è uno solo e riguarda l’orario: Ponte Sant’Angelo va attraversato nella prima ora dopo l’alba oppure nella mezz’ora successiva al tramonto, e va evitato fra le undici e le diciassette, quando il flusso dei gruppi diretti al Vaticano rende impossibile fermarsi davanti alle statue senza essere spinti. Essendo il ponte sempre aperto e gratuito, l’orario è l’unica variabile che si controlla davvero.

La prima ora del mattino

All’alba il ponte è praticamente vuoto, la luce arriva radente da monte e illumina le statue di taglio, facendo emergere i panneggi che a mezzogiorno appaiono piatti. È anche l’unico momento in cui si riesce a girare intorno a ciascun angelo e a leggere le iscrizioni sui basamenti senza fare ostacolo a nessuno. Chi ha in programma la visita a Castel Sant’Angelo può incastrare le due cose: il ponte presto, poi l’ingresso al castello all’apertura.

La sera e l’illuminazione

Dopo il tramonto il ponte è illuminato da lampioni e da corpi illuminanti che mettono in risalto le statue dal basso, e la vista verso la cupola di San Pietro sul fondo è quella che ha reso famoso il punto di ripresa. La sera resta frequentata, ma il traffico pedonale è diverso: non gruppi in marcia ma passeggio lento, quindi ci si può fermare. Va detto che l’illuminazione pubblica romana è soggetta a manutenzioni e a variazioni di intensità e che, in alcuni periodi, singoli apparecchi possono risultare spenti: non è un dato su cui fare affidamento assoluto per una fotografia programmata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Per più di tre secoli Ponte Sant’Angelo è stato il patibolo di Roma: le esecuzioni capitali dello Stato pontificio si svolgevano nella piazza davanti alla testata sinistra, detta piazza di Ponte, e i corpi o le teste dei giustiziati venivano esposti sulle spallette del ponte come monito pubblico. La consuetudine è documentata a partire dall’Anno Santo del 1500 e prosegue, con intermittenze, fino all’Ottocento. La scelta del luogo non fu casuale: piazza di Ponte era l’imbuto obbligato di chiunque entrasse o uscisse dal Vaticano, quindi il punto di massima visibilità della città, ed era a poche decine di metri dalle celle di Castel Sant’Angelo, che era insieme fortezza e prigione. La contiguità fra carcere, patibolo e luogo dell’esposizione rendeva l’intera sequenza rapida e, dal punto di vista del potere, esemplare.

Il boia di Roma

La figura che ha lasciato più tracce in questa storia è Giovanni Battista Bugatti, per i romani Mastro Titta, boia dello Stato pontificio dal 1796 al 1864. Il numero delle esecuzioni da lui eseguite è riportato dalle fonti con cifre leggermente diverse, in genere 514 o 516, a seconda del conteggio adottato; la voce enciclopedica italiana indica 516. Bugatti abitava in Trastevere e attraversava il ponte solo nei giorni di lavoro: da qui il detto romanesco secondo cui Mastro Titta passava il ponte, usato in città per annunciare un’esecuzione imminente. Le cronache riferiscono inoltre che i giustiziati venivano assistiti dalla confraternita di San Giovanni Decollato, la cui chiesa, la chiesa di San Giovanni Decollato, conserva tuttora la memoria di quel compito.

Beatrice Cenci

L’esecuzione più ricordata avvenuta qui è quella di Beatrice Cenci, giustiziata all’alba dell’11 settembre 1599 insieme alla matrigna Lucrezia Petroni e al fratello Giacomo, condannati per l’uccisione del padre Francesco Cenci. Beatrice e Lucrezia furono decapitate, Giacomo ucciso con la mazza e poi squartato; il fratello minore Bernardo, ancora ragazzo, fu risparmiato ma costretto ad assistere. La sentenza fu confermata da papa Clemente VIII. Beatrice venne sepolta nella chiesa di San Pietro in Montorio, sul Gianicolo. Intorno alla vicenda si è formata una delle tradizioni popolari più note di Roma, secondo cui ogni anno, nella notte che precede l’anniversario, la giovane tornerebbe sul ponte con la testa fra le mani: va detto con chiarezza che si tratta di folklore cittadino e non di un fatto, e che quello che è storicamente accertato è soltanto il processo, la condanna e l’esecuzione.

La foto giusta da fare al Ponte Sant’Angelo

La fotografia più riuscita di Ponte Sant’Angelo non si scatta dal ponte ma dalla banchina del lungotevere sulla riva sinistra, poco a valle, da dove si inquadrano in un unico fotogramma le cinque arcate riflesse nell’acqua, la fila degli angeli di profilo e la mole di Castel Sant’Angelo sullo sfondo. È il punto di ripresa da cui deriva la quasi totalità delle immagini celebri del monumento.

Dalla banchina, con il riflesso

Si scende alla banchina dalle rampe pedonali del lungotevere, dove sono aperte e agibili: l’accesso dipende dallo stato di manutenzione e dal livello del fiume, e in periodo di piena le banchine vengono chiuse. Da lì, con il fiume calmo, il riflesso raddoppia le arcate e crea la composizione a cerchi che si vede in tutte le cartoline. Serve un’ottica moderatamente grandangolare e, nelle ore blu, un appoggio stabile, perché i tempi si allungano.

Dal ponte, la sequenza degli angeli

Sul ponte l’inquadratura da cercare è quella in asse, tenendosi al centro dell’impalcato e comprimendo la prospettiva con un teleobiettivo moderato: gli angeli si sovrappongono e formano una fila continua, con la cupola di San Pietro che chiude il fondo se si guarda verso ovest. È una foto che riesce solo quando il ponte è vuoto, quindi all’alba.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Ponte Sant’Angelo è stato attraversato da quasi tutti i momenti decisivi della storia di Roma dal secondo secolo a oggi, perché per quasi milleottocento anni chiunque volesse raggiungere il Vaticano doveva passare di qui. Di seguito i fatti che hanno lasciato una traccia materiale o documentaria sul monumento.

Dall’antichità al Medioevo

Nel 134 il ponte viene inaugurato come accesso al mausoleo di Adriano. Nel 271, con la costruzione delle mura aureliane, il mausoleo entra nel sistema difensivo della città e il ponte diventa un punto militarmente sensibile. Nel 537, durante la guerra gotica, il castello sostiene l’assedio di Vitige e la sua difesa comporta il controllo del ponte. Nel 1300 il giubileo di Bonifacio VIII produce il sovraffollamento descritto da Dante e l’adozione delle due corsie separate.

Dal Quattrocento al Seicento

Il 19 dicembre 1450 le spallette cedono sotto la calca e muoiono, secondo la cifra più citata, 172 persone. Nel 1527, durante il sacco di Roma, il ponte è il percorso che le truppe imperiali cercano di forzare per raggiungere il castello dove si è rifugiato Clemente VII, che vi arriva dal passetto di Borgo. Nel 1534 le cappelle di Niccolò V vengono demolite e sostituite dalle statue apostoliche. Nel 1536 Raffaello da Montelupo realizza gli otto stucchi poi perduti. Fra il 1667 e il 1669 Clemente IX affida a Bernini la nuova decorazione e nascono i dieci angeli. Nel 1599 vi era stata l’esecuzione di Beatrice Cenci, uno dei tanti supplizi di piazza di Ponte.

Dall’Ottocento a oggi

Nel 1729 gli eredi di Bernini donano i due angeli autografi a Sant’Andrea delle Fratte. Nel dicembre 1870, poche settimane dopo la presa di Roma, una piena devastante spinge il nuovo Stato italiano a progettare i muraglioni. Fra il 1892 e il 1894 le rampe antiche vengono demolite e sostituite dalle due arcate attuali. Negli anni Novanta del Novecento un intervento strutturale consolida il ponte e ne impermeabilizza l’estradosso. Nel 2000, per il grande giubileo, il tratto di lungotevere fra il ponte e il castello sulla riva destra diventa area pedonale. Nel 2024 si conclude il restauro delle dieci statue nell’ambito del programma Caput Mundi finanziato con fondi europei.

Chi è passato da Ponte Sant’Angelo

L’elenco delle persone documentate su questo ponte è lungo quanto la storia della città, e comprende papi, imperatori, artisti, condannati a morte e milioni di pellegrini anonimi. Ci limitiamo a chi ha lasciato una testimonianza verificabile o un’opera legata al luogo.

Chi lo ha raccontato

Dante Alighieri è il primo testimone letterario: la descrizione delle due corsie nel diciottesimo canto dell’Inferno presuppone che abbia visto il ponte durante il giubileo del 1300. Nei secoli successivi il ponte diventa un soggetto fisso della veduta romana: Giovanni Battista Piranesi lo incide nelle sue vedute settecentesche, restituendo l’aspetto precedente ai lavori ottocenteschi, e generazioni di vedutisti stranieri lo dipingono dalla stessa banchina da cui oggi lo si fotografa. Le incisioni di Piranesi sono, per chi studia il monumento, la fonte iconografica più utile per capire com’erano fatte le rampe demolite.

Chi ci ha lavorato

Gian Lorenzo Bernini vi realizza la sua ultima grande impresa urbana, a settant’anni compiuti, dopo il colonnato di San Pietro e le fontane di piazza Navona, fra cui la Fontana dei Quattro Fiumi. Con lui lavorano Antonio Raggi, Ercole Ferrata, Cosimo Fancelli, Domenico Guidi, Girolamo Lucenti, Lazzaro Morelli, Antonio Giorgetti, Paolo Naldini e Giulio Cartari. Un secolo prima vi avevano lavorato Lorenzetto e Paolo Romano per le statue apostoliche e Raffaello da Montelupo per gli stucchi perduti.

Chi vi è morto

Piazza di Ponte ha visto le esecuzioni di centinaia di condannati dello Stato pontificio, fra cui Beatrice Cenci nel 1599 e i familiari giustiziati con lei. Vi opera dal 1796 al 1864 Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta. A queste si aggiungono le vittime del 1450, morte non per condanna ma per la calca: sono probabilmente le persone che hanno lasciato il segno più profondo sulla forma stessa del ponte, perché alla loro morte si devono le demolizioni che ne allargarono gli imbocchi.

Lo stato attuale: il restauro delle statue e cosa si vede oggi

Il restauro delle dieci statue di Ponte Sant’Angelo si è concluso alla fine del 2024, dopo 208 giorni di cantiere a fronte dei 231 previsti dal contratto, con un importo intorno ai 960.000 euro: l’intervento è stato progettato e diretto dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nell’ambito del programma Caput Mundi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Al momento della pubblicazione il ponte risulta interamente libero da ponteggi e da transenne e percorribile su tutta la larghezza.

Che cosa è stato fatto sulle statue

Le lavorazioni documentate comprendono la stuccatura temporanea delle fessurazioni, il consolidamento delle superfici marmoree, la rimozione meccanica dei depositi e delle incrostazioni, la disinfezione dalle colonizzazioni biologiche e l’applicazione di prodotti protettivi. Il risultato visibile è il passaggio delle statue da un grigio uniforme, prodotto da decenni di particolato e di croste nere, al bianco del marmo. La responsabilità scientifica dell’intervento è stata della Sovrintendenza Capitolina, che ha inserito il cantiere nel programma di restauri realizzati in vista del giubileo del 2025.

Che cosa conviene verificare prima di andare

Il ponte non ha biglietteria né orari, quindi non c’è nulla da prenotare. Le variabili che cambiano davvero l’esperienza sono altre e conviene controllarle il giorno stesso: il livello del Tevere, perché in caso di piena le banchine vengono chiuse e il punto di ripresa migliore diventa irraggiungibile; le ordinanze di gestione dei flussi in area vaticana nelle grandi celebrazioni, che possono comportare transennamenti temporanei degli imbocchi; e lo stato dei cantieri sul lungotevere, dove gli interventi legati a piazza Pia e al sottopasso hanno modificato più volte i percorsi pedonali di avvicinamento. Sono informazioni che si trovano sui canali istituzionali di Roma Capitale e della Sovrintendenza, e che cambiano da una settimana all’altra.

Cosa c’è intorno, a piedi

Nel raggio di dieci minuti a piedi dalle due testate si trovano Castel Sant’Angelo, la basilica di San Pietro con l’obelisco Vaticano al centro della piazza, l’ingresso dei Musei Vaticani poco oltre, la basilica di San Giovanni dei Fiorentini all’imbocco di via Giulia, il Museo di Roma a Palazzo Braschi e le chiese del centro con i dipinti raccolti nel nostro itinerario su Caravaggio a Roma. Chi risale il fiume raggiunge in un quarto d’ora l’Ara Pacis; chi lo discende arriva all’Isola Tiberina e, poco oltre, al Foro Boario. Sul versante della devozione giubilare, la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini conserva la memoria dell’accoglienza dei pellegrini che attraversavano questo ponte, mentre dal Gianicolo si ha la vista d’insieme sull’ansa del fiume.

Domande frequenti sul Ponte Sant’Angelo

Quanto costa visitare Ponte Sant’Angelo?

Ponte Sant’Angelo è un ponte pubblico pedonale e la visita è completamente gratuita: non esistono biglietti, prenotazioni né ingressi a pagamento. Si paga soltanto per entrare a Castel Sant’Angelo, che è un museo statale e ha una propria biglietteria con tariffe e orari aggiornati sul sito ufficiale. Anche le visite guidate in partenza dal ponte hanno un costo, ma riguardano il servizio della guida, non l’accesso al monumento.

A che ora apre e chiude Ponte Sant’Angelo?

Ponte Sant’Angelo non ha orari di apertura: essendo una strada pubblica pedonale è percorribile ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni dell’anno. Le uniche chiusure sono temporanee e legate a manifestazioni, celebrazioni vaticane di grande afflusso, cantieri o piene del Tevere, e vengono disposte con ordinanze di Roma Capitale. Per i sottostanti percorsi di banchina, che invece chiudono con il fiume alto, conviene verificare la situazione il giorno stesso.

Come si arriva a Ponte Sant’Angelo con i mezzi pubblici?

Ponte Sant’Angelo si raggiunge in metropolitana scendendo a Lepanto oppure a Ottaviano sulla linea A e camminando per circa quindici minuti, oppure con gli autobus che fermano in piazza Pia e sul lungotevere Vaticano sul lato di Borgo e in corso Vittorio Emanuele II sul lato del centro storico. Non esistono fermate direttamente sul ponte, perché l’impalcato è interamente pedonale e chiuso al traffico veicolare.

Quanto tempo serve per visitare Ponte Sant’Angelo?

Per attraversare Ponte Sant’Angelo bastano tre o quattro minuti, ma per guardare davvero le dieci statue, leggere le iscrizioni latine e affacciarsi sulle spallette servono dai venti ai trenta minuti. Chi lo inserisce in un itinerario che comprende anche Castel Sant’Angelo può calcolare mezz’ora per il ponte e almeno due ore per il castello, che ha un percorso interno lungo e su più livelli.

Gli angeli di Ponte Sant’Angelo sono originali di Bernini?

Le statue che si vedono su Ponte Sant’Angelo sono state progettate da Gian Lorenzo Bernini ma eseguite quasi tutte dai suoi collaboratori fra il 1667 e il 1669. I due marmi scolpiti personalmente da Bernini, l’Angelo con la corona di spine e l’Angelo con il cartiglio, non furono mai collocati sul ponte e dal 1729 si trovano nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte: sul ponte ci sono una copia di Paolo Naldini e una seconda versione uscita dallo studio del maestro con Giulio Cartari.

Ponte Sant’Angelo è accessibile con sedia a rotelle o passeggino?

Ponte Sant’Angelo è pianeggiante e privo di gradini sull’impalcato, quindi percorribile in sedia a rotelle e con il passeggino, con l’avvertenza che la pavimentazione è in sampietrini sconnessi e risulta scomoda. Le difficoltà maggiori sono agli imbocchi, dove il raccordo con i marciapiedi del lungotevere comporta attraversamenti stradali e cordoli: il lato di piazza Pia, riorganizzato di recente, offre il percorso di avvicinamento più regolare.

Si può fotografare Ponte Sant’Angelo?

Fotografare Ponte Sant’Angelo è libero per uso personale, trattandosi di uno spazio pubblico all’aperto senza restrizioni di ripresa. Servono invece autorizzazioni per le riprese professionali con attrezzature ingombranti, troupe o set, che vanno richieste a Roma Capitale con anticipo. I droni sono soggetti alle regole dell’ente nazionale per l’aviazione civile e alle limitazioni dello spazio aereo in prossimità della Città del Vaticano, che in quest’area sono particolarmente stringenti.

Quante persone morirono nel crollo del 1450 a Ponte Sant’Angelo?

Nel crollo delle spallette di Ponte Sant’Angelo del 19 dicembre 1450 le fonti indicano cifre diverse: la più citata è 172 vittime, risalente alle cronache romane quattrocentesche e in particolare al Diario di Stefano Infessura, mentre altre ricostruzioni parlano di circa duecento morti e la scheda della Sovrintendenza Capitolina si limita a indicare centinaia di vittime. Riportiamo entrambe le cifre perché non esiste un dato univoco e verificabile.

Ponte Sant’Angelo è adatto ai bambini?

Ponte Sant’Angelo è adatto alle famiglie: è pedonale, pianeggiante, gratuito e si percorre in pochi minuti, e le statue con gli strumenti della Passione offrono un filo narrativo facile da seguire anche con i più piccoli. Le spallette sono alte ma arrampicabili, quindi i bambini vanno tenuti d’occhio, e nelle ore centrali della giornata la calca dei gruppi diretti al Vaticano rende difficile fermarsi: meglio la prima mattina.

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