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Ponte Palatino

Ponte Palatino attraversa il Tevere fra piazza della Bocca della Verità e Trastevere, e per una volta la cosa più interessante non è il ponte: è quello che si vede stando sopra. Dal parapetto che guarda verso l’Isola Tiberina si inquadra l’arcata solitaria del Ponte Rotto, cioè quel che resta del Ponte Emilio, il primo ponte in pietra costruito dai romani sul loro fiume. Dall’altro lato si aprono il Foro Boario con i suoi due templi repubblicani, il campanile di Santa Maria in Cosmedin e lo sbocco della Cloaca Maxima sul muraglione. Il ponte attuale è degli anni fra il 1886 e il 1890, nato proprio per rimpiazzare il collegamento che la demolizione del Ponte Rotto aveva cancellato. È anche l’unico punto di Roma dove il traffico tiene la sinistra, da cui il soprannome di ponte inglese. Non si paga, non ci sono orari, non c’è niente da prenotare: si arriva e si attraversa. In compenso è un ponte a scorrimento veloce, rumoroso, con marciapiedi stretti, e conviene saperlo prima di portarci un bambino per mano o di piazzarci un treppiede.

Ponte Palatino (Rome)
Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova Ponte Palatino e come arrivarci

Ponte Palatino collega lungotevere Aventino e lungotevere dei Pierleoni, sulla sponda sinistra, con lungotevere Ripa sulla sponda destra, all’altezza dell’imbocco di viale Trastevere. In pratica unisce l’angolo del Foro Boario, dove si trovano la Bocca della Verità e l’Arco di Giano, al margine meridionale di Trastevere. A monte, a poche decine di metri, ci sono l’Isola Tiberina con Ponte Fabricio e Ponte Cestio; a valle, il fiume prosegue verso l’Aventino e il rione Testaccio.

A piedi, che è il modo giusto di arrivarci

Dal Colosseo si cammina una ventina di minuti scarsi passando per via di San Teodoro e via del Velabro, con l’Arco di Giano sulla strada. Dal Campidoglio si scende verso il Teatro di Marcello e poi lungo via Petroselli: dieci minuti, in leggera discesa, con la mole di Santa Maria in Cosmedin come riferimento visivo. Da piazza Navona o dal Ghetto conviene invece seguire il fiume, passare per l’Isola Tiberina e arrivare al ponte dalla sponda di Trastevere.

Con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più vicina a Ponte Palatino è Circo Massimo, sulla linea B, a circa dieci minuti di cammino lungo via della Greca e via Petroselli. Sul lato di Trastevere il riferimento è il capolinea del tram 8 a piazza Venezia e la sua corsa lungo viale Trastevere, che scorre a due passi dalla testata destra del ponte. Il lungotevere è percorso da linee di autobus urbane, fra cui la 23 e la 280, con fermate sui due lungoteveri a ridosso del ponte, e piazza della Bocca della Verità è servita dalle linee che transitano su via Petroselli. Le linee e i percorsi Atac cambiano spesso, soprattutto nei mesi estivi e durante i cantieri sul lungotevere: consigliamo di controllare il percorso aggiornato prima di partire.

In auto, in bicicletta, in monopattino

In auto si arriva, ma non ha senso. Il ponte è dentro o a ridosso delle zone a traffico limitato del centro storico a seconda della direzione di marcia, la sosta nelle vicinanze è a pagamento nelle fasce diurne e i posti liberi su lungotevere Aventino sono un’eccezione, non la regola. Chi arriva da fuori Roma fa prima a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio sulla linea B e a completare in metropolitana.

In bicicletta il discorso cambia. Ponte Palatino è uno dei punti in cui la pista ciclabile che corre sulle banchine del Tevere si interrompe e obbliga a risalire in superficie, e chi pedala lungo il fiume lo conosce bene per questa ragione. Le rampe e le scalinate di accesso alle banchine nei pressi del ponte non sono tutte sempre agibili, perché dopo le piene invernali la sponda resta chiusa per la pulizia dei fanghi anche per settimane. Chi programma un giro sul fiume controlli lo stato delle banchine il giorno stesso.

Accessibilità reale

Il piano stradale di Ponte Palatino è in piano e i marciapiedi sono continui su entrambi i lati, quindi il ponte in sé si attraversa anche in sedia a rotelle o con un passeggino. Il problema sono la larghezza e il traffico: i marciapiedi sono stretti, due persone affiancate li riempiono, e il flusso veicolare passa a pochi centimetri dal cordolo. Gli attraversamenti pedonali alle due testate sono semaforizzati ma incrociano correnti di traffico che arrivano da più direzioni, e nelle ore di punta richiedono attenzione. Chi si muove con difficoltà motorie farà bene a scegliere il lato di monte, quello che guarda l’Isola Tiberina, e a programmare la sosta fotografica fuori dalle ore di punta.

Che cos’è Ponte Palatino: un’opera del 1886-1890 su un guado antichissimo

Ponte Palatino è un ponte stradale costruito fra il 1886 e il 1890 nell’ambito dei lavori di sistemazione del Tevere, quelli che hanno prodotto i muraglioni e i lungoteveri che oggi diamo per scontati. Non è un monumento antico, non ha statue, non ha iscrizioni celebri. È un’infrastruttura tardo ottocentesca, progettata per far passare persone e carri dove per secoli erano passati sul Ponte Emilio, e costruita con la tecnica mista che l’ingegneria italiana di quegli anni usava normalmente: struttura metallica per le luci maggiori, murature e rivestimenti lapidei per pile, spalle e parapetti.

Il progetto e il contesto tecnico

Le fonti attribuiscono il progetto all’ingegnere Angelo Vescovali, figura centrale dei lavori sul Tevere di quel periodo e autore di altri interventi sul fiume nello stesso giro di anni. Il cantiere si colloca dentro un’operazione molto più grande: dopo la piena del dicembre 1870, che allagò mezza città pochi mesi dopo la breccia di Porta Pia, il nuovo Stato decise di incanalare il Tevere fra due muri continui. Il progetto generale porta il nome di Raffaele Canevari, i lavori partirono nel 1876 e andarono avanti per decenni. Ponte Palatino nasce dentro quel cantiere, non accanto.

Sul numero esatto delle luci e sulle misure del ponte le fonti disponibili non sono uniformi, e preferiamo non riportare numeri che non abbiamo potuto confrontare su documentazione tecnica. Quello che si vede a occhio è chiaro: un impalcato piuttosto basso sull’acqua, sostenuto da pile in muratura, con parapetti continui in pietra e una carreggiata larga abbastanza da ospitare più corsie per senso di marcia.

Perché è basso e perché conta

La quota bassa dell’impalcato è una caratteristica che si nota subito, e ha una conseguenza pratica che i romani conoscono: durante le piene importanti il fiume arriva a lambire l’intradosso degli archi, e il ponte diventa uno dei punti da cui si misura a occhio la gravità dell’evento. Nelle piene ordinarie di dicembre e gennaio l’acqua sale sulle banchine e le rende impraticabili, il materiale galleggiante si accumula contro le pile, e la vista dall’alto cambia completamente: il fiume smette di essere quel nastro verdastro e lento che si vede d’estate e diventa marrone, veloce, pieno di tronchi.

Il nome

Il nome viene dal colle Palatino, che si alza poco più a est, oltre il Circo Massimo, e che è il riferimento topografico più riconoscibile di quel settore della città. Non c’è nessun legame antico fra il colle e questo attraversamento: la denominazione è moderna, scelta al momento della costruzione secondo una logica che in quegli anni battezzava i nuovi ponti con nomi presi dalla topografia o dalla storia romana.

Perché Ponte Palatino esiste: la fine del Ponte Emilio

Ponte Palatino è stato costruito per sostituire un collegamento che esisteva da più di duemila anni e che i lavori sul Tevere stavano per cancellare: quello garantito dal Ponte Emilio, il ponte che i romani chiamavano poi Ponte Santa Maria e che oggi tutti conoscono come Ponte Rotto. Questo è il nesso che spiega tutto il resto, e che quasi nessuno racconta stando sul parapetto.

Il primo ponte in pietra di Roma

Il Ponte Emilio fu il primo ponte in muratura costruito dai romani sul Tevere. Le fonti antiche collocano la costruzione delle pile nel 179 avanti Cristo, per iniziativa dei censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, e il completamento delle arcate nel 142 avanti Cristo, sotto la censura di Publio Cornelio Scipione Emiliano e Lucio Mummio. Prima di allora il guado del Foro Boario era servito dal Ponte Sublicio, il ponte di legno della tradizione arcaica, quello legato al racconto di Orazio Coclite. Il passaggio dal legno alla pietra, in quel punto, è un fatto tecnico e insieme politico: significava dichiarare permanente un attraversamento che fino a quel momento era stato, letteralmente, smontabile.

La posizione non era casuale. Lì sotto il fiume si restringeva e l’Isola Tiberina poco più a monte spezzava la corrente, rendendo il tratto più governabile. Sulla sponda sinistra c’era il mercato del bestiame del Foro Boario, sulla destra la via che risaliva verso l’Etruria. Era il punto di contatto fra la città e la riva opposta, e il ponte serviva il traffico commerciale prima ancora di servire quello cerimoniale.

Mille anni di crolli

La storia del Ponte Emilio è una sequenza di piene, cedimenti e ricostruzioni. Augusto lo fece restaurare, e restauri successivi sono documentati in età imperiale. Nel Medioevo il ponte prese il nome di Ponte Santa Maria, dalla chiesa di Santa Maria Egiziaca ricavata dentro il Tempio di Portuno, che gli sorgeva accanto sulla sponda sinistra. Crolli parziali sono registrati nel 1230 e nel 1557. Nel 1575 papa Gregorio XIII finanziò una ricostruzione imponente, celebrata dalle iscrizioni e dagli stemmi che ancora si vedono sull’arcata superstite. Ventitré anni dopo, nella piena del 1598, mezzo ponte se ne andò.

Da quel momento il ponte non fu più ricostruito e i romani cominciarono a chiamarlo per quello che era: Ponte Rotto. Rimase così per quasi tre secoli, un moncone che partiva da una sponda e non arrivava all’altra, con i pescatori sotto e gli orti intorno. È l’immagine che si trova nelle incisioni del Settecento e nelle prime fotografie romane dell’Ottocento.

La passerella di Pio IX e la demolizione del 1887

Nel 1853 Pio IX fece collegare i tronconi superstiti con una passerella metallica sospesa, una soluzione leggera che restituiva ai pedoni il passaggio da una sponda all’altra senza ricostruire il ponte. Durò poco più di trent’anni. Quando il cantiere dei muraglioni arrivò in questo tratto, la struttura del vecchio ponte risultò incompatibile con la nuova sezione idraulica del fiume, molto più stretta e profonda di quella naturale: nel 1887 la passerella e due delle arcate rimaste furono demolite, e di tutto il Ponte Emilio restò in mezzo all’acqua una sola arcata, quella che si vede oggi.

Ecco la ragione per cui Ponte Palatino esiste. Non è un ponte aggiunto per comodità: è il rimpiazzo funzionale di un attraversamento soppresso. Il cantiere del nuovo ponte e la demolizione del vecchio sono due facce dello stesso intervento, e le date lo dicono chiaramente: 1886 l’avvio dei lavori del Palatino, 1887 la demolizione, 1890 l’entrata in servizio del ponte nuovo. Roma restò con un attraversamento provvisorio o con nessun attraversamento, in questo punto, per pochissimi anni.

Cosa resta e come si legge

L’arcata superstite del Ponte Rotto si trova a pochi metri da Ponte Palatino, sul lato che guarda verso l’Isola Tiberina, isolata in mezzo alla corrente e senza contatto con nessuna delle due sponde. Sul fianco si distinguono ancora il paramento in blocchi, le cornici e gli stemmi della ricostruzione di Gregorio XIII, e sulla sommità cresce da decenni una piccola vegetazione spontanea che nessuno toglie. È l’unico frammento di ponte romano repubblicano ancora visibile in opera sul Tevere, ed è per questo che vale la deviazione anche per chi di ponti non si interessa affatto.

Chi vuole capire la differenza fra i due manufatti li guardi insieme, perché sono lì apposta. Da una parte una pila e un arco in blocchi squadrati, con le riparazioni di quattro epoche sovrapposte. Dall’altra un impalcato ottocentesco, regolare, ripetitivo, costruito in pochi anni. Duemila anni di distanza, qualche decina di metri dquindici metri d’acqua in mezzo#8217;acqua in mezzo.

Il ponte inglese: perché a Ponte Palatino si tiene la sinistra

Su Ponte Palatino il traffico veicolare tiene la sinistra, cioè ogni corrente di marcia occupa la carreggiata che in tutto il resto d’Italia sarebbe quella contraria. È l’unico caso a Roma e uno dei pochissimi in Italia, e il soprannome di ponte inglese nasce da qui, non da una qualche storia di ingegneri britannici. La prima volta che ci si passa in auto o in motorino la sensazione è netta: si entra sul ponte e ci si ritrova a sinistra di chi viene in senso opposto.

La ragione tecnica

La spiegazione corrente, e l’unica che regga alla prova dei fatti guardando la planimetria, sta nell’innesto del ponte sui due lungoteveri. Alle due testate il ponte non si immette su una strada qualsiasi ma su assi a scorrimento che corrono paralleli al fiume, con più corsie e con le rampe di accesso alle banchine nel mezzo. Se la marcia fosse a destra, ogni veicolo che entra sul ponte o che ne esce dovrebbe tagliare la corrente opposta, in due punti già densi, generando due incroci in conflitto. Tenendo la sinistra, invece, ciascun flusso si stacca e si reimmette tangenzialmente, dal lato in cui si trova già: le traiettorie non si incrociano, si affiancano. È una soluzione di geometria stradale, non una stranezza folkloristica.

Su quando esattamente sia stata adottata questa circolazione non abbiamo trovato un atto datato consultabile: le ricostruzioni che circolano la collegano alla sistemazione novecentesca del nodo, ma non siamo in grado di indicare un provvedimento preciso e preferiamo dirlo. Il fatto in sé, invece, è verificabile in qualunque momento: basta mettersi sul marciapiede e guardare da che parte arrivano le auto.

Cosa comporta per chi ci passa

Per il pedone il rischio è concreto e va detto chiaro: l’istinto di guardare a sinistra prima di attraversare, che in Italia è quello giusto, su Ponte Palatino porta a guardare dalla parte sbagliata. Alle testate del ponte, dove gli attraversamenti pedonali incrociano le rampe, conviene guardare entrambe le direzioni due volte. Vale soprattutto per chi arriva da Trastevere di sera, magari distratto, e per chi ha bambini al seguito.

Una curiosità sul Ponte Palatino

La curiosità che regge meglio è anche la più facile da verificare: Ponte Palatino è il punto da cui, senza muoversi di dieci metri, si vedono contemporaneamente un ponte repubblicano ridotto a un’arcata, lo sbocco della più antica opera fognaria della città e due templi di età repubblicana rimasti in piedi quasi per caso. Non esiste un altro parapetto a Roma che tenga insieme tre cose del genere.

Lo sbocco della Cloaca Maxima

Sulla sponda sinistra, nel muraglione a poca distanza dal ponte, si apre l’arco di sbocco della Cloaca Maxima, il collettore che la tradizione fa risalire all’età dei re etruschi e che drenava l’area paludosa fra il Palatino, il Campidoglio e il Velabro, rendendo edificabile la zona del Foro Romano. L’arco che si vede oggi non è l’originale arcaico ma il terminale rimaneggiato in età romana e poi risistemato con il muraglione ottocentesco. Si distingue bene quando il fiume è basso, meno quando l’acqua è alta. Chi vuole vederlo si affacci dal parapetto che guarda l’Isola Tiberina, restando vicino alla testata sul lato del Foro Boario, e cerchi l’apertura scura nel muraglione della sponda sinistra: è più in basso di quanto ci si aspetti.

I due templi del Foro Boario

A una manciata di metri dalla testata sinistra, dentro l’area verde di piazza della Bocca della Verità, si alzano il Tempio di Portuno, rettangolare, con colonne ioniche in travertino e tufo, e il Tempio di Ercole Vincitore, rotondo, circondato da colonne corinzie in marmo pentelico. Entrambi sono di età repubblicana, entrambi sono arrivati fino a noi perché trasformati in chiese: il primo diventò Santa Maria Egiziaca, il secondo Santa Maria del Sole. La conversione a luogo di culto cristiano è la ragione per cui non furono smontati per ricavarne materiale da costruzione, destino toccato a quasi tutto il resto.

Una sovrapposizione di epoche che si legge in trenta secondi

Mettendosi al centro del ponte e facendo un giro completo su se stessi si vedono, in ordine sparso, il VI secolo avanti Cristo della Cloaca, il II secolo avanti Cristo dei templi e del Ponte Emilio, il campanile romanico del XII secolo di Santa Maria in Cosmedin, i muraglioni e il ponte di fine Ottocento, e i palazzi umbertini di lungotevere Ripa. Chi porta qui qualcuno che vede Roma per la prima volta ha in mano una lezione di stratificazione urbana che non richiede nessun biglietto.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Ponte Palatino

La cosa che nessuno dice è che Ponte Palatino non è un posto dove sostare, ed è un errore trattarlo come tale. È un’arteria di scorrimento con marciapiedi larghi poco più di un metro, esposta al rumore continuo del traffico e, nelle ore di punta, a un fiume di motorini che passano a trenta centimetri dal cordolo. Chi ci arriva immaginando una passeggiata romantica sul fiume si accorge in due minuti che la passeggiata è altrove.

Quanto rumore c’è davvero

Non riportiamo misure in decibel perché non ne abbiamo di verificate per questo punto preciso, ma l’effetto pratico lo descriviamo volentieri: al centro del ponte, in orario diurno feriale, due persone affiancate devono alzare la voce per parlarsi. Registrare un audio pulito è fuori discussione. Chi gira video per i social se lo ricordi, perché è la lamentela più frequente di chi ci prova.

La conseguenza operativa: si guarda e ci si sposta

Il modo corretto di usare questo ponte è di attraversarlo, fermarsi il tempo di due o tre fotografie sul lato di monte e poi scendere. Sotto, sulle banchine del Tevere, quando sono aperte e pulite, il rumore cala di colpo e la prospettiva sull’arcata del Ponte Rotto migliora perché si guadagna il punto di vista basso, quello da cui l’arco sembra molto più grande. In alternativa si sposta la sosta sull’Isola Tiberina, dove le spallette sono larghe e ci si può appoggiare senza avere un autobus alle spalle.

E il fattore estate

D’estate succede il contrario, e su questo tratto di fiume si concentrano le manifestazioni all’aperto. La rassegna Lungo il Tevere Roma occupa le banchine fra Ponte Sublicio e Ponte Sisto per tutta la stagione, con banchi, chioschi e pedane: è un tratto diverso da quello di Ponte Palatino, ma il flusso di gente che genera si sente anche qui, e nelle sere di agosto il passaggio pedonale verso l’Isola Tiberina si affolla. Chi cerca il fiume silenzioso in agosto, la sera, non lo trova in questo chilometro.

Il consiglio che ti do per visitare il Ponte Palatino

Il consiglio è uno solo e va contro l’istinto: non venire a Ponte Palatino per Ponte Palatino, ma costruirci attorno un anello di quaranta minuti che tocca il Foro Boario, il ponte, l’Isola Tiberina e il ritorno. Da solo il ponte vale dieci minuti. Dentro un percorso vale una mattinata.

L’anello che consigliamo

Si parte da piazza della Bocca della Verità, si guardano i due templi repubblicani da fuori, si entra in Santa Maria in Cosmedin se la fila per la Bocca della Verità non è impossibile, si risale cento metri verso l’Arco di Giano e San Giorgio in Velabro, poi si scende al fiume e si attraversa Ponte Palatino. Sulla sponda di Trastevere si gira a destra lungo lungotevere Ripa, si sale su Ponte Cestio, si attraversa l’Isola Tiberina con la sosta a San Bartolomeo all’Isola e si rientra sulla sponda sinistra con Ponte Fabricio, che è il ponte romano meglio conservato della città e funziona ancora dopo più di duemila anni. Da lì il Ghetto è a due passi.

Tempo totale, camminando senza fretta e contando due soste: un’ora e un quarto. Dislivello praticamente nullo. Costo: zero, a meno di non entrare da qualche parte a pagamento.

L’ora giusta

Per la luce e per il traffico l’ora migliore è la prima del mattino, fra le sette e le nove: le auto ci sono ma il marciapiede è libero, il fiume è in ombra netta e la pietra dell’arcata del Ponte Rotto prende una luce radente che ne rivela il paramento. La seconda finestra buona è l’ultima ora prima del tramonto, con il vantaggio che i templi del Foro Boario, orientati verso il fiume, ricevono luce sul fronte. A mezzogiorno, con il sole alto, tutto appiattisce e il fiume verde diventa grigio.

Un giudizio netto, visto che serve

Fra i ponti del centro di Roma, Ponte Palatino è sopravvalutato come meta e sottovalutato come punto di osservazione. Non ha niente da offrire di suo: non è Ponte Fabricio, che è antico e si tocca, e non è Ponte Milvio, che ha una storia militare e una vita sociale sua. Vale per quello che inquadra, e cioè un pezzo di Roma repubblicana in mezzo all’acqua che da nessun altro punto si vede così bene. Chi ha due ore e deve scegliere un solo ponte da visitare scelga Ponte Fabricio. Chi ha una macchina fotografica scelga questo.

Ponte Palatino (Rome)
Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo che quasi nessuno collega a Ponte Palatino è che i muraglioni del Tevere, l’opera che ha reso possibile questo ponte, hanno cancellato la Roma fluviale che esisteva fino al 1870. Il ponte è il risultato visibile di una distruzione che non si vede più, ed è questa la chiave per capire perché il paesaggio intorno sembri così brusco.

Cosa c’era prima dei muraglioni

Prima del 1876 le sponde del Tevere nel centro di Roma erano rive vive: approdi, scale che scendevano nell’acqua, mulini galleggianti ancorati alla corrente, magazzini, orti, case che affacciavano direttamente sul fiume. La città toccava l’acqua. Il porto di Ripa Grande, poco più a valle sulla sponda di Trastevere, era ancora uno scalo attivo per il traffico che risaliva da Fiumicino. Dopo i muraglioni tutto questo sparisce: il fiume viene incassato fra due pareti alte, le rive vengono demolite, il livello stradale si alza e il rapporto fra Roma e il Tevere si interrompe. Chi oggi si affaccia da Ponte Palatino guarda un canale, non un fiume urbano.

Il prezzo e la ragione

Sarebbe sbagliato raccontare i muraglioni come un vandalismo e basta. Le piene del Tevere allagavano regolarmente il centro di Roma: quella del dicembre 1870 arrivò a coprire strade e piani terra di mezza città, e non era un evento eccezionale nella statistica del fiume. L’alternativa all’incassamento era continuare a convivere con allagamenti periodici in un centro urbano che stava diventando capitale. La scelta fu drastica e funzionò: da allora Roma non ha più avuto un’alluvione paragonabile. Il costo fu il paesaggio, e la sua misura si legge meglio qui che altrove, perché qui il confronto fra il prima e il dopo è rimasto in acqua sotto forma di un arco spezzato.

Dove si vede il prima

La Roma sul fiume prima dei muraglioni si può ancora guardare in due modi. Il primo sono gli acquerelli della serie Roma Sparita di Ettore Roesler Franz, dipinti fra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta dell’Ottocento proprio mentre i lavori procedevano, conservati a Roma e in gran parte visibili al Museo di Roma in Trastevere, a pochi minuti da qui. Il secondo sono le incisioni settecentesche di Giovanni Battista Piranesi e le vedute di Giuseppe Vasi, che ritraggono il Ponte Rotto quando ancora conservava più arcate. Sono documenti, non illustrazioni: le proporzioni sono attendibili e permettono il confronto diretto con quello che resta.

La foto giusta da fare al Ponte Palatino

La foto giusta a Ponte Palatino è una sola: l’arcata del Ponte Rotto isolata in mezzo al fiume, ripresa dal parapetto di monte, con l’Isola Tiberina e il profilo di Trastevere sullo sfondo. È l’immagine che compare in mezzo secolo di manuali di fotografia romana, e si fa in tre minuti se si sa dove mettersi.

Dove mettersi, esattamente

Sul marciapiede di monte, cioè quello che guarda verso l’Isola Tiberina, ci si porta a circa un terzo della lunghezza del ponte partendo dalla testata di Trastevere. Da lì l’arcata si stacca dal muraglione della sponda sinistra e non si sovrappone né alle pile del ponte né ai platani della riva. Avvicinandosi troppo alla testata sinistra l’arco si schiaccia contro il muro; restando al centro esatto del ponte entra in campo la pila. Il terzo verso Trastevere è il compromesso migliore.

Il parapetto è alto e in pietra piena, quindi l’obiettivo va portato sopra il corrimano: con una reflex ingombrante serve alzare le braccia, con un telefono basta appoggiarlo sul bordo. Il treppiede, su questo ponte, è una complicazione: occupa metà marciapiede e nelle ore di traffico diventa un problema per chi passa. Se serve stabilità, meglio appoggiare la macchina direttamente sulla pietra del parapetto.

Che luce scegliere

Il fronte dell’arcata che si vede dal ponte riceve sole per buona parte della giornata, e questo aiuta. La prima ora di luce, con il sole ancora basso da est, dà un taglio radente che mette in evidenza i blocchi, le cornici e gli stemmi cinquecenteschi sul fianco: è la condizione che consigliamo a chi vuole leggere la struttura. L’ultima ora prima del tramonto dà invece una luce più calda e un cielo più interessante alle spalle del soggetto, perché il fondo del campo guarda verso nord ovest. A metà giornata, con il sole a picco, l’arco perde volume e il fiume si spegne.

Le altre tre inquadrature che valgono

La seconda foto è quella dei due templi del Foro Boario, presi dalla testata sinistra guardando verso piazza della Bocca della Verità: il tempio rotondo di Ercole Vincitore in primo piano e quello di Portuno di lato. Funziona nel tardo pomeriggio, quando il fronte è illuminato, e va messa in conto la presenza degli alberi, che a giugno coprono molto più che a febbraio.

La terza è lo sbocco della Cloaca Maxima nel muraglione della sponda sinistra: serve un teleobiettivo modesto o lo zoom di un telefono recente, e serve il fiume basso, condizione tipica di luglio e agosto. Con l’acqua alta l’apertura si riduce a una linea scura.

La quarta non si fa dal ponte ma da sotto: scesi sulla banchina, quando è aperta, si guadagna il punto di vista basso e l’arcata del Ponte Rotto acquista una scala completamente diversa, con il ponte moderno che entra in campo come quinta in alto. È la versione che si vede meno in giro, e per questo è quella che consigliamo a chi torna una seconda volta.

Cosa non riesce

Non riesce, o riesce male, la foto notturna a mano libera: l’illuminazione pubblica sul ponte è tarata sulla carreggiata e il soggetto in acqua resta sotto esposto, mentre i lampioni entrano in campo e bruciano. Non riesce nemmeno l’inquadratura pulita del ponte in sé, perché da ogni angolo entrano segnaletica, pali e traffico. Chi vuole un ritratto di un ponte romano fotogenico vada a Ponte Sisto o a Ponte Milvio, che si prestano molto di più.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Gli avvenimenti che contano in questo punto del Tevere riguardano quasi tutti l’attraversamento e il fiume, non il ponte attuale, che di storia ne ha poca e recente. Li mettiamo in ordine, perché letti di seguito raccontano un’unica vicenda lunga ventidue secoli.

179 e 142 avanti Cristo: il primo ponte in pietra

La costruzione delle pile del Ponte Emilio nel 179 avanti Cristo e il completamento delle arcate nel 142 segnano il momento in cui Roma decide di legare stabilmente le due rive nel punto del mercato del bestiame. È un’opera pubblica di età repubblicana piena, coeva della grande stagione edilizia che nello stesso settore produce i due templi del Foro Boario.

1575: la ricostruzione di Gregorio XIII

Nell’anno giubilare 1575 papa Gregorio XIII finanzia una ricostruzione sostanziale del ponte, celebrata dalle iscrizioni e dagli stemmi che ancora oggi si leggono sul fianco dell’arcata superstite. È l’ultimo tentativo riuscito di tenere in piedi l’attraversamento antico.

1598: la piena che rompe il ponte

La piena del 1598, una delle più gravi della storia documentata del Tevere, porta via una parte consistente della struttura. Da quel momento il ponte non viene più ricostruito e per i romani diventa semplicemente il Ponte Rotto. Il nome resiste da oltre quattrocento anni ed è entrato nella toponomastica corrente.

Dicembre 1870: l’alluvione che cambia tutto

Pochi mesi dopo l’annessione di Roma allo Stato italiano, la piena del dicembre 1870 allaga gran parte del centro. È l’evento che convince amministratori e ingegneri a procedere con l’incassamento del fiume fra muraglioni continui, decisione da cui discende tutto quello che si vede oggi in questo tratto.

1886-1890: il cantiere di Ponte Palatino

I lavori del ponte nuovo si svolgono fra il 1886 e il 1890, dentro il cantiere generale della sistemazione del Tevere. Nel 1887 vengono demolite la passerella e due delle arcate rimaste del Ponte Rotto, lasciando in acqua l’unica campata che conosciamo. Il ponte entra in servizio come sostituto funzionale dell’attraversamento perduto.

Novecento: il traffico

Nel corso del Novecento il lungotevere si trasforma in asse di scorrimento e Ponte Palatino diventa uno dei nodi del traffico urbano fra il centro storico e Trastevere. È in questa fase che si consolida la circolazione a sinistra e che il ponte acquista la fisionomia attuale, quella di un’infrastruttura di servizio più che di un luogo. Sui provvedimenti puntuali di questa fase non disponiamo di riferimenti datati verificabili, e lo segnaliamo.

Chi è passato dal Ponte Palatino

Su un ponte di strada aperto dal 1890 sono passati milioni di romani anonimi, e questo è il dato di fondo. I nomi che ha senso fare sono quelli delle persone che hanno progettato, documentato o raccontato questo attraversamento, e che qui hanno lasciato qualcosa di verificabile.

Angelo Vescovali

Le fonti attribuiscono a lui il progetto del ponte. Vescovali è uno degli ingegneri che lavorano alla sistemazione del Tevere nel ventennio successivo al 1870, una generazione tecnica che ha ridisegnato il rapporto fra Roma e il suo fiume con criteri idraulici e non paesaggistici. Il giudizio sul risultato è discusso ancora oggi, e non c’è ragione di nasconderlo.

Ettore Roesler Franz

Pittore romano di famiglia di origine straniera, fra il 1878 e il 1896 realizza la serie di acquerelli nota come Roma Sparita, dedicata ai luoghi della città che i lavori stavano cancellando. Il tratto di fiume fra il Foro Boario e Trastevere è fra i soggetti ricorrenti. Le sue tavole sono oggi la fonte visiva principale per capire com’era questa riva prima dei muraglioni, e molte si vedono al Museo di Roma in Trastevere.

Giovanni Battista Piranesi e Giuseppe Vasi

Nel Settecento entrambi incidono vedute del Ponte Rotto, quando il moncone conservava ancora più di un’arcata e sotto passavano barche e mulini. Piranesi lavora sulla monumentalità e forza le proporzioni, Vasi documenta con precisione topografica: il confronto fra i due modi di vedere lo stesso soggetto è istruttivo, e chi lo fa capisce quanto il gusto influisca sulle immagini che usiamo come prove.

E i pastori del Foro Boario

Prima di tutti loro, e per secoli, qui sono passati i mandriani che portavano il bestiame al mercato, i barcaroli che risalivano da Ripa Grande, i mugnai dei mulini ancorati alla corrente. Non hanno lasciato nomi. Hanno lasciato il motivo per cui un ponte, in questo punto preciso, è stato costruito tre volte in ventidue secoli.

Cosa c’è intorno a Ponte Palatino

Intorno a Ponte Palatino, nel raggio di un chilometro, si concentrano più monumenti liberamente accessibili che in quasi ogni altro settore del centro di Roma. Chi arriva qui per il ponte esca dal ponte: il valore della zona è tutto nei dintorni.

Sulla sponda sinistra: Foro Boario e Aventino

La testata sinistra si apre direttamente sul Foro Boario, con i due templi repubblicani, l’Arco di Giano, San Giorgio in Velabro e la basilica di Santa Maria in Cosmedin con la Bocca della Verità nel portico. Da lì si risale verso il Circo Massimo e il Palatino, oppure si sale sull’Aventino per il Giardino degli Aranci, la basilica di Santa Sabina e il Roseto di Roma, aperto solo nella stagione della fioritura. Proseguendo verso sud si arriva alla Piramide Cestia, al Cimitero acattolico, al Monte dei Cocci e al Nuovo Mercato Testaccio.

Verso nord: Isola Tiberina, Ghetto, Campidoglio

Risalendo il fiume si incontrano subito l’Isola Tiberina con i suoi due ponti antichi, poi il Ghetto ebraico con la Sinagoga, il Teatro di Marcello e la salita al Campidoglio con i Musei Capitolini. Poco oltre si apre l’area sacra di Largo Argentina. In venti minuti a piedi dal ponte si arriva al Foro Romano.

Sulla sponda destra: Trastevere

La testata destra consegna direttamente a Trastevere. In pochi minuti si raggiungono la basilica di Santa Cecilia, la chiesa di San Francesco a Ripa e, più a valle, il mercato di Porta Portese, attivo la domenica mattina. Verso il centro del rione si arriva alla basilica di Santa Maria in Trastevere e al Museo di Roma in Trastevere. Salendo ancora si arriva all’Orto Botanico e al Gianicolo, con la Fontana dell’Acqua Paola.

Come incastrarlo in una giornata

Chi ha una giornata sola e vuole spendere bene le ore metta Ponte Palatino a metà mattina, dopo il Foro Boario e prima dell’Isola Tiberina, e tenga il pomeriggio per l’Aventino o per le Terme di Caracalla. Chi viaggia con bambini trovi altre indicazioni nella nostra pagina su Roma con i bambini, e chi vuole tenere basso il budget in quella su Roma gratis: questo ponte e tutto quello che inquadra rientrano nella seconda categoria.

Mangiare intorno a Ponte Palatino: come si sceglie

Intorno a Ponte Palatino si mangia male con una facilità impressionante, e non per mancanza di locali: per eccesso. Le due testate del ponte danno su due zone ad altissimo passaggio turistico, il Foro Boario da un lato e l’imbocco di Trastevere dall’altro, e questo produce il tipo di offerta che vive di clienti che non torneranno. Non facciamo nomi di insegne, per scelta: un elenco invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri, che restano validi.

I cinque segnali che indicano una trappola

Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o su un tavolino in strada. È un richiamo per chi passa, non una cucina: la pasta che arriva nel piatto quasi mai è quella, e il mestiere vero non si fa in vetrina.

Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, dentro o fuori. Serve a chi non conosce i nomi e non tornerà, e va quasi sempre insieme a una carta tradotta in sei lingue con gli stessi cinquanta piatti che si trovano trecento metri più in là.

Il terzo è l’acchiappino sulla porta, quello che invita a sedersi mentre si cammina. Un locale che deve fermare la gente per strada ha un problema di riempimento, e il problema non è mai la cucina.

Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte, senza pausa fra pranzo e cena. Una cucina che lavora bene chiude nel pomeriggio, perché deve preparare. Chi resta aperto sempre serve cose già pronte.

Il quinto riguarda la posizione: i locali piazzati davanti ai monumenti famosi. Qui significa le terrazze con vista sul Foro Boario o sul fiume. Il prezzo lì dentro segue quello che si vede dal tavolo, e il listino può cambiare fra il dentro e il fuori, con voci non prezzate e supplementi che compaiono solo sul conto. Conviene chiedere il prezzo prima di sedersi, sempre.

I franchising del centro

Nel raggio di questo ponte esistono, come in tutto il centro di Roma, catene con la stessa insegna ripetuta in più punti, menu identico e fila col numerino all’ingresso. Funzionano perché sono rassicuranti e perché compaiono in cima alle ricerche. Il dato da tenere presente è semplice: i romani non ci vanno. Non è una questione di gusto personale, è che a quei prezzi e in quelle quantità un romano sa di poter mangiare meglio a duecento metri, in un posto che non ha bisogno di una fila per riempirsi.

Il criterio che funziona sempre

Il criterio più semplice resta guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio i tavoli sono occupati da persone che parlano italiano e che nessuno ha fermato per strada, il posto regge. Se sono tutti stranieri con la macchina fotografica sul tavolo, si cammina ancora cinque minuti. A Roma cinque minuti a piedi cambiano completamente il quadro, e in questa zona bastano per uscire dal cono del passaggio turistico verso l’interno di Testaccio o verso la parte alta di Trastevere.

Chi vuole un riferimento già selezionato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, costruita negli anni sul campo, non sponsorizzata e senza accordi commerciali con i locali indicati. Per il quadro generale dei mercati alimentari della città, che restano il modo più economico di mangiare bene, rimandiamo alla nostra pagina sui mercati di Roma.

Domande frequenti sul Ponte Palatino

Quanto costa visitare Ponte Palatino?

Visitare Ponte Palatino è gratuito, perché si tratta di un ponte stradale pubblico e non di un sito con biglietteria. Non esistono ingressi, orari o prenotazioni: si accede da lungotevere Aventino sulla sponda sinistra o da lungotevere Ripa su quella di Trastevere, a qualunque ora del giorno e della notte. L’unica spesa possibile è il biglietto del mezzo pubblico per arrivarci.

Perché Ponte Palatino è chiamato ponte inglese?

Ponte Palatino è chiamato ponte inglese perché è l’unico ponte di Roma su cui il traffico veicolare tiene la sinistra. La ragione è di geometria stradale: il ponte si innesta su due assi di scorrimento paralleli al fiume, e la marcia a sinistra permette a ogni flusso di staccarsi e reimmettersi senza tagliare la corrente opposta alle due testate. Il soprannome è popolare, non ufficiale.

Che rapporto c’è fra Ponte Palatino e il Ponte Rotto?

Ponte Palatino è stato costruito fra il 1886 e il 1890 per sostituire il collegamento garantito dal Ponte Emilio, oggi noto come Ponte Rotto, quando i lavori dei muraglioni resero necessario demolirne le parti superstiti. Nel 1887 furono abbattute la passerella ottocentesca e due arcate, e di tutto il ponte antico restò in mezzo al fiume la sola arcata che si vede ancora oggi accanto al ponte moderno.

Quando è stato costruito Ponte Palatino?

Ponte Palatino è stato costruito fra il 1886 e il 1890, dentro il cantiere generale di sistemazione del Tevere avviato nel 1876 dopo l’alluvione del dicembre 1870. Le fonti attribuiscono il progetto all’ingegnere Angelo Vescovali. La struttura è del tipo misto usato in quegli anni, con impalcato metallico per le luci maggiori e murature e rivestimenti in pietra per pile, spalle e parapetti.

Cosa si vede da Ponte Palatino?

Da Ponte Palatino si vedono l’arcata superstite del Ponte Rotto in mezzo al fiume, l’Isola Tiberina con Ponte Cestio alle spalle, lo sbocco della Cloaca Maxima nel muraglione della sponda sinistra e, verso piazza della Bocca della Verità, i due templi repubblicani del Foro Boario dedicati a Portuno e a Ercole Vincitore. Il parapetto migliore è quello che guarda verso l’isola.

Come si arriva a Ponte Palatino con i mezzi pubblici?

A Ponte Palatino si arriva con la metropolitana linea B fermata Circo Massimo, a circa dieci minuti a piedi, oppure con gli autobus che percorrono il lungotevere e via Petroselli, fra cui le linee 23 e 280. Sul lato di Trastevere il riferimento è il tram 8, che corre lungo viale Trastevere a pochi metri dalla testata destra. Percorsi e fermate Atac cambiano spesso: conviene verificarli prima di partire.

Ponte Palatino è adatto ai bambini?

Ponte Palatino si attraversa con i bambini, ma va tenuta presente la conformazione: i marciapiedi sono stretti, il traffico è continuo e il parapetto è alto e pieno, quindi un bambino piccolo non vede il fiume senza essere sollevato. Alle testate, inoltre, il traffico arriva dal lato opposto a quello a cui si è abituati. Per una sosta tranquilla conviene spostarsi sull’Isola Tiberina, a due minuti.

Si può scendere sulle banchine del Tevere sotto Ponte Palatino?

Sotto Ponte Palatino si può scendere sulle banchine del Tevere quando sono aperte, usando le rampe e le scalinate di accesso lungo il muraglione. L’apertura non è garantita tutto l’anno: dopo le piene invernali le sponde restano chiuse anche per settimane per la rimozione dei fanghi. Chi vuole il punto di vista basso sull’arcata del Ponte Rotto controlli lo stato delle banchine il giorno stesso.

Si possono fare fotografie a Ponte Palatino?

A Ponte Palatino si può fotografare liberamente, trattandosi di spazio pubblico all’aperto e senza restrizioni di ripresa. L’unica limitazione è pratica: il marciapiede è stretto e un treppiede lo ostruisce, quindi conviene appoggiare la macchina sul parapetto in pietra. La luce migliore per l’arcata del Ponte Rotto è la prima ora del mattino, con il sole basso che mette in evidenza il paramento.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi costruisce un itinerario nel centro di Roma tenendo insieme il Foro Boario, i ponti sul Tevere e Trastevere, e vuole incastrare le soste con orari, tempi di percorrenza e visite guidate, trova strumenti di pianificazione e supporto operativo su Tour Leader Pro, che lavora su Roma e sul Lazio con gruppi, scuole e viaggi aziendali.

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