La Girandola di Castel Sant’Angelo
La Girandola era lo spettacolo pirotecnico che si sparava dal terrazzo di Castel Sant’Angelo nelle grandi occasioni della Roma dei papi, ed è documentata dal 1481. Per quattro secoli è stata la cosa che i viaggiatori stranieri venivano a vedere a Roma insieme alle rovine antiche, raccontata da Goethe, da Dickens, dai diaristi inglesi del Seicento e dai sonetti di Belli. Poi è sparita, in un anno su cui le fonti non vanno d’accordo, ed è tornata nel 2008 come rievocazione annuale del 29 giugno.
Questa pagina mette in fila che cosa era davvero, che cosa regge dell’attribuzione a Michelangelo e a Bernini (poco, e conviene saperlo), come funzionava tecnicamente, e che cosa erano le altre grandi feste della Roma papale: il possesso, la Chinea, le macchine effimere, le Quarantore.
Che cos’era la Girandola e da dove viene il nome
La Girandola era un fuoco d’artificio allestito sulla sommità del mausoleo di Adriano, cioè sul terrazzo dove oggi c’è la statua bronzea dell’arcangelo, e durava circa mezz’ora. Non era un lancio di razzi qualsiasi: era una sequenza costruita, con un inizio, un corpo centrale fatto di ruote e fontane di fuoco, e una scarica finale che i romani chiamavano proprio la girandola. Il resto della serata, illuminazioni comprese, ruotava intorno a quel finale.

Il nome trae in inganno chi lo legge oggi. In italiano corrente la girandola è la ruota che gira, e nei fuochi esiste davvero un pezzo così. Qui però il termine deriva dalla forma che prendeva la scarica conclusiva: migliaia di razzi partiti insieme che si aprivano in alto a covone, come lo zampillo di una fontana a girandola. La ruota non c’entra, e chi traduce il nome con wheel prende una strada sbagliata.
Roma non inventò i fuochi d’artificio, che in Europa circolavano dal Trecento. Quello che Roma costruì fu il contesto: una fortezza isolata, rotonda, alta, sulla riva di un fiume, con una città addossata davanti e un ponte pieno di gente in mezzo. La forma del castello faceva metà del lavoro, perché rendeva leggibile la sequenza da tutto il rione e restituiva il riflesso sull’acqua. Per chi guardava da ponte Sant’Angelo lo spettacolo si sdoppiava.
Perché proprio da lì
Castel Sant’Angelo era la fortezza dei papi, non un monumento. Ci si rifugiavano nei momenti brutti, ci tenevano il tesoro e le prigioni, ci arrivavano dal Vaticano attraverso il corridoio fortificato del Passetto di Borgo. Sparare i fuochi da lì significava mostrare al popolo e agli ambasciatori che la parte armata del potere pontificio funzionava e che la polvere da sparo, quella sera, serviva a fare festa. La scheda completa sul monumento è quella su Castel Sant’Angelo.
Da quando si sparava e in quali occasioni
La data che tutte le fonti istituzionali riportano è il 1481. L’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, che è l’ente statale che oggi gestisce il monumento, scrive che la Girandola è documentata da quell’anno e la lega al pontificato di Sisto IV, Francesco della Rovere, il papa della Cappella Sistina. Le ricostruzioni dell’evento moderno collegano quel primo fuoco al decimo anniversario della sua elezione.
Sisto IV aveva una ragione politica precisa. Roma nel Quattrocento era in concorrenza con Firenze e con Venezia per prestigio e per capacità di mettere in scena sé stessa, e un fuoco d’artificio visibile da mezza città era un argomento a costo relativamente basso. La storica dell’arte Elizabeth Lev, in una ricostruzione pubblicata dall’agenzia cattolica statunitense CNA, riassume l’operazione in questi termini: dare ai romani uno spettacolo di luci e di suoni che reggesse il confronto con le altre grandi città italiane.
Le occasioni fisse
Tre erano le ricorrenze che portavano la Girandola sul castello. La prima era la Pasqua. La seconda era il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, che è quella sopravvissuta nella memoria e nella rievocazione di oggi. La terza era l’elezione e l’incoronazione di un nuovo papa, che per definizione non aveva cadenza: arrivava quando arrivava, e allora la città restava accesa per più giorni.
La guida Rome Ancient and Modern, pubblicata nel 1842 dal reverendo Jeremiah Donovan, elenca esattamente queste tre occasioni: la domenica di Pasqua, la festa dei santi Pietro e Paolo, e in via straordinaria l’incoronazione di un nuovo pontefice. Donovan era un sostenitore del governo papale e la sua guida va letta sapendolo, ma sul cerimoniale è un testimone diretto e dettagliato.
Le occasioni straordinarie
Fuori dal calendario fisso, i fuochi arrivavano per le visite dei sovrani, per i matrimoni e le nascite nelle grandi case cattoliche, per le vittorie militari. Il diarista inglese John Evelyn, il 22 novembre 1644, descrive Roma accesa per l’elezione di Innocenzo X: lanterne di carta oliata colorata alle finestre, venti apparati di fuoco davanti ai palazzi di ambasciatori e cardinali, e sul castello una piramide di luci fissata alle funi del pennone. La festa, insomma, non era solo il quarto d’ora finale di fuochi ma una illuminazione di tutta la città.
Una curiosità sulla Girandola di Castel Sant’Angelo
Il conteggio dei razzi della Girandola storica è sempre lo stesso in tutte le fonti: quattromilacinquecento. Donovan nel 1842 scrive che la prima e l’ultima schiappata erano formate ciascuna da 4.500 razzi sparati simultaneamente, e la cifra riappare identica nelle ricostruzioni moderne. Quando un numero così specifico attraversa due secoli senza variare, di solito vuol dire che tutti stanno copiando la stessa fonte, e in questo caso la fonte più antica reperibile è proprio la guida ottocentesca.
Interessante è il termine. Schiappata è parola da mestiere e indica la scarica simultanea. Il vocabolario tecnico dei fuochi papali era romano e artigianale, e i bombardieri del castello se lo tramandavano dentro la corporazione. Sciolta la corporazione e interrotta la festa, quel vocabolario è uscito dall’uso insieme alle ricette delle misture, che erano il vero segreto del mestiere.
L’attribuzione a Michelangelo e a Bernini: che cosa regge davvero
Ogni testo sulla Girandola, compresi quelli ufficiali, dice che il disegno originario è di Michelangelo e che Bernini lo perfezionò. È l’informazione che il visitatore porta a casa, ed è anche quella che regge meno alla verifica. Conviene guardare da vicino su che cosa poggia, perché il modo in cui la frase circola è un piccolo caso di studio su come nascono le tradizioni.
Che cosa dicono le fonti
La formula ricorrente nelle fonti ottocentesche è prudente. Donovan, nel 1842, scrive che il disegno originario è ascritto a Michelangelo: usa un verbo che segnala una attribuzione corrente, non un documento. Nessuna fonte del Cinquecento riporta un incarico a Michelangelo per i fuochi, e le raccolte di suoi disegni non contengono progetti pirotecnici.
Elizabeth Lev, interpellata dalla CNA, è esplicita su questo punto: dice che le teorie sulla misura e sulle date della partecipazione di Michelangelo sono in concorrenza fra loro, e aggiunge che di lui non abbiamo né parole sull’argomento né disegni di apparati previsti. La sua ipotesi, dichiarata come tale, è che negli anni in cui Paolo III abitava il castello e Michelangelo lavorava al Giudizio Universale fosse naturale associare l’artista alla parte cromatica dello spettacolo. È una ricostruzione plausibile, e resta una ricostruzione.
Una circostanza rende la congettura meno campata in aria del solito. Nel 1540 esce a Venezia De la pirotechnia di Vannoccio Biringuccio, il primo trattato europeo a stampa che affronta in modo sistematico metalli, fusioni e fuochi d’artificio, e il suo ultimo libro è dedicato proprio agli apparati pirotecnici. Biringuccio negli anni Trenta lavorava per la fonderia apostolica e l’artiglieria pontificia. Il tecnico e l’artista erano quindi sul posto nello stesso decennio: il che non prova nulla, ma spiega perché la leggenda abbia attecchito.
Il caso Bernini, che è più intricato
Su Bernini la faccenda si complica e va raccontata per intero. La pagina ufficiale di Turismo Roma che presenta la rievocazione attribuisce il perfezionamento del progetto a un certo Giovan Battista Bernini, che avrebbe regolato i flumina lucis, i fiumi di luce, stabilendo che non dovessero essere meno di sessanta né più di ottanta perché l’occhio potesse distinguerli. Il problema è che un Giovan Battista Bernini non esiste: il padre si chiamava Pietro, il figlio Gian Lorenzo.
Che Gian Lorenzo Bernini si sia occupato di fuochi d’artificio è invece documentato. Lev ricorda un apparato del 1641 ispirato alle eruzioni dello Stromboli, con indicazione del numero dei razzi e dei colori da impiegare per ottenere l’effetto. Bernini era un uomo di teatro oltre che scultore e architetto, scriveva commedie, progettava macchine sceniche, e l’idea che gli piacesse comandare fuoco, acqua e luce non ha bisogno di difese. Il suo repertorio romano si legge nella pagina su Bernini a Roma.
Il salto logico avviene nel passaggio da Bernini progettò fuochi d’artificio a Bernini perfezionò la Girandola. La catena che porta a questa seconda affermazione passa, nella documentazione degli stessi organizzatori della rievocazione, per una citazione erudita di primo Ottocento il cui testo non è stato possibile controllare direttamente. Chi racconta la Girandola dovrebbe dire questo e non di più, perché il resto è tradizione orale travestita da bibliografia.
Come si dovrebbe dire
La formulazione onesta è a portata di mano e non toglie niente al racconto. La Girandola nasce sotto Sisto IV nel 1481, si consolida nel Cinquecento quando a Roma operano contemporaneamente i maggiori artisti d’Europa e i primi trattatisti della pirotecnica, e viene per secoli progettata da architetti specializzati in apparati effimeri. I nomi di Michelangelo e di Bernini le sono stati attaccati dalla tradizione, presumibilmente perché erano i nomi che a Roma spiegavano tutto.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Girandola di Castel Sant’Angelo
Lo spettacolo non era del papa e non era della città: era di una corporazione armata. Nel 1594 il cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, fondò la Compagnia dei Bombardieri di Castel Sant’Angelo, cioè la confraternita degli artiglieri della fortezza, e da quel momento furono loro a eseguire materialmente la Girandola. Il disegno lo dava un architetto, la polvere la maneggiavano gli artiglieri di mestiere.
Chi ricostruisce la Girandola oggi lavora su fonti indirette, perché il sapere tecnico stava dentro una struttura chiusa e non in un manuale. I resoconti dei viaggiatori dicono che cosa si vedeva, le stampe dicono come era distribuito il fuoco sull’architettura, gli appunti degli architetti dicono qualcosa sulle sequenze. Nessuno di questi materiali dice quali sostanze si mettevano insieme e in che proporzioni. La parte chimica è stata reinventata, non ritrovata, e gli stessi autori della rievocazione lo dichiarano.
Come funzionava tecnicamente
La sequenza storica si ricostruisce con buona precisione perché tre testimoni indipendenti la descrivono negli stessi anni. Donovan nel 1842, il pittore americano Rembrandt Peale nelle sue note di viaggio del 1829 e 1830, e Dickens nel 1845 raccontano la stessa struttura, con differenze solo nei dettagli. Il quadro che ne esce è quello di uno spettacolo lungo circa mezz’ora e diviso in tre tempi netti.
L’apertura
Si cominciava due ore dopo il buio con una cannonata. Subito dopo partiva la prima schiappata, la scarica simultanea di migliaia di razzi che salivano insieme e ricadevano in pioggia. Dickens annota che i razzi non partivano a due a due né a decine, ma a centinaia per volta. L’effetto d’apertura serviva a zittire la piazza e a fissare l’attenzione sul castello, che fino a quel momento era una sagoma scura sul fiume.
Il corpo centrale
La parte lunga era un repertorio di figure che si sostituivano senza pause. Ruote che giravano a velocità alta buttando fuori quelli che i testi dell’epoca chiamano serpenti di fuoco e draghi sibilanti; fontane e getti che mandavano in alto cascate accese; disegni architettonici tracciati col fuoco sulle murature, che comparivano e sparivano dentro le vampate. Peale descrive anche una finta fucileria dai bastioni, alternata alle cannonate vere.
I flumina lucis, i fiumi di luce, appartengono a questa fase. Secondo la ricostruzione degli organizzatori moderni dovevano essere fra sessanta e ottanta, numero calcolato perché l’occhio riuscisse a seguirli senza confondere le tonalità. La regola è riferita a Bernini nella tradizione, e vale per essa la cautela già detta; come criterio di progettazione, però, è sensato e i pirotecnici contemporanei lo riconoscono.
Il finale
Dopo una pausa breve arrivava la seconda schiappata, che era la Girandola vera e propria: altre migliaia di razzi lanciati insieme dal centro, dal fronte e dai fianchi del castello, con tutte le artiglierie che sparavano a salve. Dickens la descrive come se il castello intero volasse in aria, senza fumo e senza polvere. Donovan la paragona a una eruzione vulcanica. Sul riflesso nel Tevere sono d’accordo tutti.
L’illuminazione della cupola di San Pietro
La Girandola non andava da sola. La stessa sera si accendeva la cupola della basilica di San Pietro, con una tecnica che stupiva i viaggiatori più dei fuochi. Colonne, cornici, costoloni, lanterna, croce e il giro del colonnato venivano disegnati con lampade poste lungo tutti i profili architettonici. A un segnale, una seconda serie di lumi molto più forti entrava in funzione e cancellava la prima.
I numeri divergono fra i testimoni, e vale la pena riportarli come stanno. Peale parla di quattromilaquattrocento lumi minori e ottocento maggiori. Donovan parla di 4.400 lampade trasparenti per il primo disegno e di mille lampade grandi, cariche di pece e resina, per il colpo di scena, accese da trecentosessanta uomini calati con le funi sulla superficie della cupola e sulla croce. Su un punto concordano: la seconda accensione durava pochi minuti e sembrava magia.
Goethe, che era a Roma nel giugno del 1787, annotò che i fuochi di Castel Sant’Angelo erano belli grazie alla loro ambientazione, e si mostrò più colpito dalla cupola illuminata che dai razzi. È il giudizio di un uomo che guardava le architetture prima degli effetti, ed è anche il primo avvertimento per chi oggi si aspetta dalla rievocazione una esperienza travolgente: la forza della Girandola stava nel luogo.
Il consiglio che ti do per visitare la Girandola di Castel Sant’Angelo
Il consiglio principale è banale e nessuno lo segue: arrivare presto. La rievocazione dura venti minuti e comincia alle 21.30, ma i lungotevere e i ponti si riempiono due ore prima e dalle 20.30 in poi la Polizia locale chiude progressivamente gli accessi. Chi arriva alle nove trova il posto che avanza, cioè quello da cui il castello si vede di sbieco. Conviene anche decidere prima da che parte si va via, perché a fine spettacolo i ponti diventano imbuti.
Quando la Girandola smise, e perché le date non tornano
Sulla fine della Girandola storica le fonti si contraddicono apertamente, e chi scrive una data secca sta scegliendo una versione senza dirlo. Ecco che cosa dicono, perché il disaccordo è esso stesso una informazione utile.
Le versioni in circolazione
La ricostruzione più circostanziata, quella di Roberto Piperno sul suo sito dedicato alla Roma dei viaggiatori, dice che Dickens nel 1845 assistette a una delle ultime edizioni, che nel 1851 Pio IX spostò la Girandola sulla terrazza del Pincio, probabilmente perché piazza del Popolo permetteva a molta più gente di guardare senza schiacciarsi, e che i fuochi tornarono occasionalmente al castello fino al 1887.
La stessa ricostruzione indica la causa della fine: dopo quell’anno la costruzione dei muraglioni lungo il Tevere cancellò piazza di Ponte, lo slargo davanti a ponte Sant’Angelo dove i romani si ammassavano, sostituendolo con il lungotevere alberato. Sparito il luogo da cui si guardava, sparì anche la ragione di sparare da lì.
Le pagine istituzionali dell’evento moderno danno invece una causa diversa: la sospensione sarebbe dovuta ai danni ingenti provocati dai fuochi alle decorazioni degli ambienti sotto il Terrazzo dell’Angelo. Anche la ricostruzione pubblicata dall’agenzia CNA segue questa linea e colloca la sospensione alla fine dell’Ottocento.
Le date proposte altrove sono ancora altre. Gli autori della rievocazione indicano il 1834, spiegandolo con la morte di chi custodiva la tradizione senza lasciare istruzioni. ACI Stampa segnala che gli studiosi si dividono fra il 1861 e il 1870. La voce italiana di Wikipedia indica il 1886 e ammette di non sapere perché.
Che cosa si può dire con ragionevole sicurezza
Il 1834 come data finale non regge, perché Donovan nel 1842 descrive la Girandola al presente e Dickens la vide nel 1845. Regge invece l’idea di un declino lungo, cominciato a metà Ottocento e concluso fra la fine del potere temporale nel 1870 e i lavori dei muraglioni degli anni Ottanta. Le due spiegazioni, i danni al monumento e la scomparsa del luogo da cui si guardava, non si escludono.
Le riedizioni moderne: quali anni, e come stanno le cose oggi
La Girandola è tornata nel 2008. Il progetto di rievocazione storica è di Giuseppe Passeri, del Gruppo IX Invicta, che sul proprio sito data la prima esecuzione al 24 maggio 2008, a spese del gruppo, con l’appoggio della allora Soprintendenza per il Polo Museale di Roma e il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura. Solo dalle edizioni successive è entrata in campo l’amministrazione comunale.
Da allora l’appuntamento è il 29 giugno. Nel 2024 la pagina ufficiale di Turismo Roma parlava di diciassettesima edizione, conteggio che torna con una serie annuale ininterrotta a partire dal 2008. Altre ricostruzioni sostengono che in alcuni anni lo spettacolo fu spostato sulla terrazza del Pincio e che solo in seguito tornò stabilmente al castello, e su questo punto le fonti non coincidono.
L’edizione più recente e che cosa aspettarsi dalle prossime
L’ultima edizione si è svolta il 29 giugno 2026, con inizio alle 21.30 e durata di circa venti minuti, organizzata dall’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo della Direzione Musei nazionali della città di Roma, con Roma Capitale, la Polizia locale, la Protezione civile, la Prefettura, la Questura e i Vigili del fuoco. I punti di visione indicati dagli organizzatori erano il Lungotevere Tor di Nona e i ponti Vittorio Emanuele II, Sant’Angelo e Umberto I.
Sulle edizioni future conviene essere precisi e poco promettenti. La manifestazione non è un appuntamento garantito per legge: viene deliberata e annunciata anno per anno, di solito nelle settimane che precedono il 29 giugno, e lo stesso comunicato ufficiale avverte che il programma può subire variazioni. La data da tenere d’occhio è il 29 giugno, la fonte da controllare è il sito della Direzione Musei nazionali della città di Roma, e nessun sito di terze parti può dare per certa una edizione prima di quell’annuncio.
Fra il 27 giugno e il 29 settembre 2024 Castel Sant’Angelo ha ospitato la mostra La maraviglia del tempo. La Girandola e l’arte pirotecnica a Castel Sant’Angelo, ideata da Eva M. Antulov con un comitato scientifico presieduto da Claudio Strinati e composto da Michele Rak e Sandro Bari. Era il primo tentativo di mettere insieme dipinti, stampe, manoscritti e macchine da fuoco su questo tema.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La Girandola aveva un soprannome europeo che quasi nessuno usa più: la maraviglia del tempo. La formula circolò soprattutto grazie all’astronomo e viaggiatore francese Joseph Jérôme de Lalande, che nel resoconto del suo viaggio in Italia degli anni 1765 e 1766 la definì fra le cose più belle che avesse mai visto nel suo genere. Da lì entrò nella pubblicistica del Grand Tour e vi rimase per un secolo.
La conseguenza si vede nell’iconografia. Nessun altro fuoco d’artificio europeo è stato dipinto e inciso quanto questo, e le opere stanno oggi sparse fra il British Museum, il Metropolitan di New York, la Walker Art Gallery di Liverpool e il Museo di Roma. Un fuoco d’artificio è la cosa più effimera che esista, e questo è uno dei pochissimi ad avere una storia dell’arte propria.
La Girandola nei quadri e nelle stampe
Le immagini sono la fonte principale per capire come il fuoco fosse distribuito sull’architettura. Le più antiche sono cinquecentesche: una veduta di Hendrick van Cleve III al British Museum e l’acquaforte di Giovanni Ambrogio Brambilla del 1579, oggi al Metropolitan, che mostra il castello acceso su tutti i livelli e la folla che guarda dalla riva opposta.
Brambilla non si limitò a incidere. Nella didascalia del suo foglio descrive i razzi che scoppiano in aria a forma di stelle, dice che sembra che il cielo si sia aperto e che tutte le stelle stiano cadendo sulla terra, e chiude con una formula di meraviglia. Quel testo è citato nel principale studio accademico sulla storia europea della pirotecnica, Fireworks: Pyrotechnic Arts and Sciences in European History di Simon Werrett, pubblicato dalla University of Chicago Press nel 2010.
Del Seicento resta un olio del 1620 del fiammingo Willem van Nieulandt II, detto a Roma Guglielmo Terranova, con la veduta frontale del castello durante la Girandola, esposto nella mostra del 2024, e uno schizzo di Giovanni Francesco Grimaldi, anch’esso al Metropolitan. Il Settecento è il secolo dei vedutisti: Adrien Manglard intorno al 1750, Jakob Philipp Hackert nel 1775, Joseph Wright of Derby negli stessi anni, con una tela oggi alla Walker Art Gallery.
Dell’Ottocento restano due nomi utili a chi si trova a Roma. Ippolito Caffi, che fu il vedutista degli effetti di luce notturni per eccellenza, dipinse la Girandola più volte. Franz Theodor Aerni ne lasciò un olio databile fra il 1874 e il 1880, di quaranta per ottanta centimetri, che appartiene alle collezioni del Museo di Roma ed è schedato fra i materiali sulla vita popolare romana conservati al Museo di Roma in Trastevere.
Le altre grandi feste della Roma dei papi
La Girandola era una voce di un calendario molto più fitto. La Roma pontificia aveva un repertorio di cerimonie pubbliche che scandivano l’anno e occupavano fisicamente la città, e conoscerle serve a leggere spazi che oggi si attraversano distrattamente. Quattro meritano di essere raccontate.
Il possesso, cioè la cavalcata dal Vaticano al Laterano
Il possesso era la presa di possesso della cattedra romana. Dopo l’elezione e l’incoronazione a San Pietro, il nuovo papa attraversava tutta Roma a cavallo, o su una mula bianca, per andare a insediarsi nella basilica di San Giovanni in Laterano, che è la cattedrale della diocesi di Roma. Era il suo primo atto pubblico, e la città lo vedeva in faccia per la prima volta.
Sull’origine le fonti divergono. Vatican News attribuisce la prima cavalcata a Niccolò I e la data al 27 aprile 854; la voce italiana di Wikipedia indica l’aprile dell’858; altri la fanno risalire a Leone III nel 795. Le descrizioni antiche sono invece precise e conservate: il Liber Censuum compilato da Cencio Camerario nel 1192 e i Gesta Innocentii III, biografia di Innocenzo III scritta durante il suo pontificato, contengono l’ordine del corteo.
Il percorso, che si può ancora rifare a piedi
Il tracciato è noto e vale una camminata di circa un’ora e mezza. Il papa usciva dal Vaticano, attraversava il rione Borgo e passava il Tevere su ponte Sant’Angelo, sotto il castello. Di là imboccava la via Papale, che oggi corrisponde a via dei Banchi Nuovi, via del Governo Vecchio, piazza Pasquino, piazza San Pantaleo e piazza d’Aracoeli.
Arrivato ai piedi del Campidoglio saliva al palazzo Senatorio, dove le autorità cittadine gli rendevano omaggio: quel momento si chiamava adscensus. La discesa, descensio, immetteva nel Foro Romano lungo la via Sacra, fra le rovine, e il corteo passava sotto gli archi di Settimio Severo, di Tito e di Costantino, oltre a un arco di legno costruito apposta all’altezza degli Orti Farnesiani.
Superato il Colosseo il corteo proseguiva verso i Santi Quattro Coronati e poi lungo lo stradone di San Giovanni fino alla basilica lateranense, dove avveniva l’introitus e l’insediamento sulla cattedra. Il tracciato della via Papale fu allargato e selciato solo nel 1588 sotto Sisto V: prima era stretto, fangoso e buio, e lo si percorreva in condizioni che le stampe celebrative non mostrano.
Come e quando finì la cavalcata
L’ultimo possesso a cavallo fu quello di Clemente XIV, il 26 novembre 1769. Le ricostruzioni raccontano che la mula, spaventata dalle acclamazioni, disarcionò il pontefice, e che da allora si passò alla lettiga e poi alla carrozza. Dopo il 1870 la cerimonia venne sospesa del tutto, per riprendere nel 1939 con Pio XII in automobile. Nella forma attuale, più sobria, si è svolta il 25 maggio 2025 per l’insediamento di Leone XIV.
La festa della Chinea
La Chinea era il tributo feudale che il re di Napoli doveva al papa. L’origine è duecentesca: Carlo d’Angiò, nei patti con Clemente IV per la conquista del regno, si impegnò a versare ogni anno alla Santa Sede un censo in oro e a presentare, nella festa dei santi Pietro e Paolo, un cavallo bianco bello e buono. La consegna avveniva per mano del principe Colonna, gran contestabile del Regno, che agiva a nome del sovrano.
Sull’animale le fonti oscillano fra il palafreno bianco dei documenti medievali e la mula bianca delle descrizioni moderne, e la parola stessa lo spiega: chinea viene dall’antico francese haquenée e indicava in origine il cavallo che va d’ambio, cioè dall’andatura comoda. Sulla data, Treccani colloca la cavalcata il 28 giugno, vigilia della festa, mentre altre fonti la spostano al 29.
Le macchine della Chinea, cioè le architetture da bruciare
La parte da vedere non era il cavallo ma la macchina. Nel Settecento i Colonna facevano costruire a proprie spese, davanti al loro palazzo in piazza dei Santi Apostoli, una architettura effimera di legno, tela, gesso e stucco, dipinta e ornata di statue, che veniva incendiata al termine della festa. Dopo il 1738 la macchina si spostò anche davanti a palazzo Farnese.
Gli architetti erano di primo livello e i temi cambiavano ogni anno, seguendo la cronaca politica e i gusti del momento. Alessandro Specchi costruì un Tempio della Virtù nel 1724 e un Parnaso nel 1733; Gabriele Valvassori nel 1729 mise in scena una spedizione commerciale marittima; Louis-Joseph Le Lorrain, dal 1745, passò dalle tele dipinte a veri edifici da bruciare, e con lui la macchina smise di essere un fondale.
Di quelle macchine non resta nulla, per definizione, ma restano le incisioni. Ogni anno si incideva una lastra sul disegno dell’autore, e oggi due raccolte principali sono conservate a Roma, al Museo di Roma e all’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte. Fra gli incisori compaiono Giuseppe Vasi, Filippo Vasconi, Giovanni Battista Sintes e Francesco Barbazza. Il palazzo di famiglia e la sua quadreria si visitano ancora: è la Galleria Colonna.
Come finì la Chinea, con una controversia lunga settant’anni
La rottura fu politica. Nel 1776 il ministro Bernardo Tanucci, approfittando di una lite di precedenza scoppiata durante la cavalcata, abolì la cerimonia pubblica e ridusse l’omaggio a un versamento di denaro tramite un agente. Tanucci cadde tre mesi dopo, la corte romana ottenne il ripristino e il 21 giugno 1777 la funzione si rifece come prima.
La fine vera arrivò nel 1788, quando il ministro Domenico Caracciolo ordinò di consegnare solo il censo. Il papa protestò con una allocuzione e con una lettera al re, senza ottenere nulla. Da allora Napoli depositava il denaro al Monte di Pietà e Roma lo rifiutava, in una controversia che durò decenni. Si chiuse solo nel 1855, quando Ferdinando II offrì diecimila scudi per il monumento all’Immacolata di piazza Mignanelli in cambio dell’esonero definitivo, e Pio IX accettò il 25 giugno.
Su questa cronologia le fonti divergono, e la divergenza è netta. La voce di Wikipedia dedicata alla macchina della Chinea colloca l’interruzione nel 1776 e non registra il ripristino; l’Enciclopedia Italiana, alla voce curata da Michelangelo Schipa nel 1931, ricostruisce invece la sequenza 1776, 1777, 1788 con le date degli atti. Fra le due la seconda è più circostanziata, e qui ha la precedenza.
Le Quarantore
Le Quarantore erano tutt’altro genere di spettacolo, e forse il più impressionante. La devozione, di origine medievale, prevedeva quaranta ore di adorazione continua del Santissimo Sacramento, in memoria del tempo trascorso fra la morte e la risurrezione di Cristo. In età barocca quelle quaranta ore diventarono una macchina scenica: la chiesa veniva oscurata, e l’ostia esposta dentro un apparato illuminato da decine e decine di lumi.
Fra gli autori di apparati per le Quarantore ci fu anche Gian Lorenzo Bernini, e non sorprende. Di tutta quella produzione è rimasto pochissimo, perché erano strutture di legno e tela montate e smontate ogni anno. Una macchina d’altare in legno dorato, composta di tredici pezzi e nota per tradizione orale come Macchina delle Quarantore, è stata restaurata dai Musei Vaticani e mostrata nel 2024 nella Pinacoteca. Il gusto di quella Roma si ritrova nelle chiese descritte nella pagina su Roma barocca, dalla chiesa del Gesù a San Lorenzo in Damaso.
I fuochi fuori dal castello
Gli apparati pirotecnici non erano limitati alla Girandola e alla Chinea. Rembrandt Peale racconta di uno spettacolo straordinario allestito in piazza Navona per mostrare a una granduchessa russa l’abilità degli artificieri romani, con razzi, ruote, serpenti, api di fuoco, ghirlande, corone, iscrizioni, tempietti e fontane, e con ventimila sedie impagliate affittate per la serata lungo il perimetro della piazza.
La festa dei santi Pietro e Paolo oggi
Il 29 giugno resta festa patronale di Roma e giorno festivo per la città, con uffici chiusi, orari ridotti dei trasporti e molte attività ferme. Non è un dettaglio secondario per chi programma una giornata: musei e negozi possono avere orari diversi dal solito, e conviene verificare invece di darlo per scontato. Le regole sui mezzi sono nella pagina su come muoversi a Roma.
La parte religiosa si concentra la mattina in Vaticano, con la messa solenne in basilica, e prosegue in altre chiese legate ai due apostoli. La tradizione dei palli, le stole di lana bianca destinate agli arcivescovi metropoliti nominati nell’anno, si collega a questa data. Celebrazioni si tengono anche alla basilica di San Paolo fuori le Mura, secondo polo della festa.
La parte laica cambia di anno in anno: composizioni floreali nella zona di San Pietro al mattino, percorsi a piedi sui luoghi dei due apostoli, dal carcere Mamertino alle basiliche, concerti e proiezioni serali in giro per la città. Il quadro di quello che succede a Roma nei mesi caldi è nella pagina sull’Estate Romana.
Il confronto con le feste antiche è istruttivo per chi vuole capire la continuità dei calendari romani. Roma ha sempre organizzato l’anno intorno a ricorrenze fisse che occupavano lo spazio pubblico: prima i giochi e le processioni descritti nella pagina sulle feste dell’antica Roma, poi con il cerimoniale papale, oggi con eventi che durano una sera. La scala è cambiata, l’abitudine no. Il Natale di Roma del 21 aprile funziona allo stesso modo.
La foto giusta da fare alla Girandola di Castel Sant’Angelo
La fotografia difficile non è quella dei fuochi, che con un cavalletto e una posa di due o tre secondi viene a chiunque. Quella che vale tiene dentro il castello, il fuoco e il riflesso sull’acqua, cioè il triplo registro che i vedutisti settecenteschi cercavano e che nessuna inquadratura ravvicinata restituisce. Serve distanza e serve un punto basso, vicino al livello del fiume.
Il cavalletto sui ponti la sera del 29 giugno è impraticabile, perché la folla è compressa e il piano vibra. Chi ci tiene scelga una postazione sul lungotevere a monte o a valle, arrivi due ore prima e accetti di stare fermo lì. Chi non ha cavalletto lasci perdere il fuoco e fotografi la folla: migliaia di teste alzate e illuminate a intermittenza sono una immagine più onesta della serata.
Nelle sere normali, cioè trecentosessantaquattro giorni l’anno, la fotografia migliore del castello si fa dal ponte Umberto I o dalla spalletta di fronte, nell’ora blu, quando l’illuminazione artificiale si accende e il cielo non è ancora nero. La mole rotonda con l’angelo in cima e il ponte in primo piano è la stessa inquadratura che Vasi e Piranesi incidevano, e funziona ancora. Altre ipotesi notturne sono nella pagina su Roma di notte.
Da dove si guardava allora e da dove si guarda oggi
Il luogo storico della visione era piazza di Ponte, lo slargo davanti all’imbocco di ponte Sant’Angelo sulla riva sinistra. Lì si ammassava la gente comune, e lì si tenevano anche le esecuzioni capitali, il che dice qualcosa sul modo in cui quella piazza funzionava. I benestanti affittavano invece finestre e stanze nelle case che guardavano il castello: Dickens racconta di aver preso una camera in una casa di fronte.
Quella geografia è sparita. I muraglioni costruiti dopo il 1870 hanno alzato le rive di diversi metri, cancellato il rapporto diretto fra le case e il fiume e sostituito la piazza con la strada alberata del lungotevere. Chi cerca oggi il punto di vista antico non lo trova, perché il piano da cui si guardava non esiste più. Il fiume si è allontanato dalla città in verticale.
I punti di oggi, in ordine di affollamento
I tre ponti indicati dagli organizzatori, Vittorio Emanuele II, Sant’Angelo e Umberto I, insieme al Lungotevere Tor di Nona, sono i posti da cui si vede meglio e anche quelli che si riempiono per primi. Ponte Umberto I dà l’inquadratura più pulita sul fronte del castello; ponte Vittorio è più largo e regge meglio la folla, ma è laterale. Il lungotevere fra i due è il compromesso.
Le alternative di ripiego stanno più in alto e più lontano. Dal Gianicolo si vede la parte alta dei fuochi sopra il profilo dei tetti, senza dettagli ma senza calca. Dalle terrazze panoramiche del centro si ottiene lo stesso risultato: chi ne cerca una accessibile può partire dalla Terrazza Aurora. Dal Pincio, che fu la sede ottocentesca della Girandola trasferita, si vede poco perché il castello resta basso e coperto.
Chi arriva in metropolitana scenda a Lepanto o a Ottaviano e cammini: la fermata più vicina al castello è comunque a dieci o quindici minuti a piedi e la sera del 29 giugno gli autobus della zona vengono deviati. I ponti a valle, verso isola Tiberina e ponte Sisto, quella sera sono troppo lontani, ma restano la passeggiata giusta per le altre.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 1481 è la data di fondazione della tradizione, con Sisto IV. È l’anno in cui il fuoco d’artificio smette di essere un episodio e diventa una istituzione romana con una sede fissa, un calendario e un committente. Lo stesso pontefice in quegli anni faceva dipingere le pareti della cappella che porta il suo nome: le due operazioni appartengono allo stesso programma di visibilità.
Il 22 novembre 1644 Roma si accende per l’elezione di Innocenzo X, e John Evelyn la descrive nel suo diario: la piramide di lumi issata sulle funi del pennone del castello, i venti apparati davanti ai palazzi, le strade chiare come di giorno. È una delle testimonianze dirette più antiche che possediamo sull’aspetto notturno della città in festa.
Nel 1788 il Regno di Napoli smette di consegnare la Chinea. Sparisce così la festa annuale delle macchine effimere di piazza dei Santi Apostoli e di piazza Farnese, che per sessant’anni aveva dato lavoro ad architetti, scenografi e incisori. La controversia diplomatica che ne segue dura fino al 1855.
Chi è passato dalla Girandola di Castel Sant’Angelo
Le testimonianze dirette sono poche e vanno citate per quello che sono, perché su questo argomento circolano molte citazioni di seconda mano. Quello che segue è l’elenco di quelle verificabili, con l’indicazione della fonte e, dove serve, del margine di incertezza che le accompagna.
Johann Wolfgang Goethe, 1787
Nel Viaggio in Italia, alla data del giugno 1787, Goethe liquida i fuochi di Castel Sant’Angelo con una formula asciutta: erano belli per via della loro ambientazione. Fu invece colpito dall’illuminazione della cupola di San Pietro. Il giudizio è utile come antidoto all’entusiasmo, e viene da uno che a Roma ci stette a lungo.
Rembrandt Peale, 1829 e 1830
Il pittore americano, nelle Notes on Italy scritte durante il suo viaggio, lascia la descrizione tecnica più minuta che abbiamo: la sequenza delle figure, le chiavi incrociate e la tiara disegnate col fuoco sul fronte del castello, la finta fucileria dai bastioni, le cannonate sincronizzate con gli scoppi, il finale dal centro e dai fianchi. Dice che durò circa mezz’ora.
Jeremiah Donovan, 1842
Il reverendo irlandese, nella sua guida Rome Ancient and Modern, fornisce i numeri e il cerimoniale: l’inizio due ore dopo il buio, le due schiappate da 4.500 razzi, le occasioni in cui la Girandola si sparava, e la descrizione dell’illuminazione della cupola con i trecentosessanta uomini appesi alle funi. È un testimone di parte, ed è anche il più informato sui dettagli operativi.
Charles Dickens, 1845
Dickens vide la Girandola durante il soggiorno romano che sfociò in Pictures from Italy, pubblicato nel 1846. Racconta di aver affittato una stanza in una casa di fronte, della folla che caricava il ponte al punto da sembrare sul punto di affondarlo, e dei bracieri accesi fra le statue. Chiude con l’immagine della luna che si specchia nel fiume mezz’ora dopo, mentre la piazza si è già svuotata.
Un dettaglio va segnalato per onestà. Dickens colloca lo spettacolo al lunedì di Pasqua, Donovan tre anni prima parla della domenica. Può essere una variazione fra un anno e l’altro o un ricordo impreciso: chi cita l’uno o l’altro come prova del giorno esatto va oltre quello che le fonti permettono.
Giuseppe Gioachino Belli
Il poeta romanesco è l’unico testimone popolare. Nel sonetto La ggirannola der 34 due romani si raccontano la serata in dialetto stretto, con l’entusiasmo di chi ha guardato da sotto. È anche la prova che la Girandola non era un affare solo per forestieri: la città la sentiva propria.
Mangiare in zona: Borgo, Prati e il lungotevere del castello
La zona attorno a Castel Sant’Angelo è una delle più esposte di Roma, e va detto senza giri di parole. Fra San Pietro, il castello e i pullman che scaricano in via della Conciliazione passa ogni giorno una quantità di persone che nessun rione assorbirebbe con locali di quartiere, e il risultato è una ristorazione costruita sul passaggio. Chi mangia lì per caso quasi sempre mangia male e paga molto.
I segnali da riconoscere
Il menu con le fotografie dei piatti è il primo. Fotografare il cibo serve a chi non legge la lingua, cioè a un cliente che non tornerà, e nessun locale che campa di clientela fissa ne ha bisogno. Vale lo stesso per i menu tradotti in sei o sette lingue esposti sul marciapiede: sono un investimento sul transito, non sulla cucina.
Secondo segnale, quello scenico. La signora che tira la pasta fresca dietro la vetrina o su un tavolino sul marciapiede è un richiamo visivo, costruito per fermare chi passa, e non dice niente su che cosa esca poi dalla cucina. Stessa cosa per la persona piazzata sulla soglia che invita a sedersi: chi deve convincere qualcuno a entrare lavora sul flusso, non sul cliente che torna.
Terzo segnale, l’orario. Un locale aperto senza interruzione dalla mattina alla notte, con la cucina sempre accesa, non ha servizi definiti e non ha una brigata organizzata su due turni: serve chiunque capiti a qualunque ora, con quello che riesce a tenere pronto. Nei rioni attorno al Vaticano questo modello è diffusissimo, proprio perché il flusso non ha orari.
Quarto e più costoso, il prezzo che si adatta al cliente. Davanti ai monumenti più visitati si trovano voci non prezzate sul menu, coperti e servizi che compaiono solo sul conto, listini diversi fra dentro e fuori. Il conto in questi posti non dipende da che cosa hai mangiato ma da come sei entrato, e contestarlo dopo serve a poco.
Le catene a insegna ripetuta
Nel centro di Roma e attorno ai grandi poli di visita è cresciuta negli ultimi anni una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso arredo e lo stesso menu in più punti della città, spesso con la fila sulla porta. Funziona bene come attrazione in sé, ha un prodotto uniforme e prevedibile, e i romani non ci vanno. Non c’è snobismo in questa constatazione: chi mangia fuori sotto casa cerca l’esatto contrario della prevedibilità, e quel modello vende proprio quella.
Il criterio, che è uno solo
Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano romano, che ordinano senza aprire il menu e che discutono col cameriere di cose che non riguardano il cibo, il posto regge da solo. Se ci sono soltanto zaini, cartine e macchine fotografiche, si prosegue. Il criterio non richiede di sapere nulla di cucina.
La sua applicazione pratica in questa zona chiede però una avvertenza: bisogna allontanarsi. Il raggio di duecento metri attorno al castello e alla piazza non contiene quasi niente che superi la prova, e serve camminare verso l’interno di Prati, verso le strade dietro piazza Cavour e verso i lati lunghi del reticolo ottocentesco, dove ci sono uffici, tribunali e case, quindi gente che mangia lì tutti i giorni.
La sera del 29 giugno
La sera della Girandola ogni ragionamento salta. I locali lavorano a pieno regime, molti applicano menu fissi, e chi non ha prenotato non trova posto. Conviene mangiare presto e lontano, oppure dopo, quando la folla si è sciolta: mangiare bene e vedere i fuochi dal primo posto nella stessa sera non è una combinazione realistica.
Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, che è una raccolta curata e non sponsorizzata. Il metodo per intero è nella pagina su dove mangiare a Roma; per i locali con una storia lunga alle spalle c’è quella sui caffè e le botteghe storiche, e per un rione dove la ristorazione di quartiere ha retto meglio la scheda su Trastevere.
Costi, orari e cose che non si vedono
La Girandola non ha biglietto. Si guarda dalla strada, dai ponti e dai lungotevere, e nessuno può vendere un accesso privilegiato a un evento che si svolge nel cielo sopra un monumento pubblico. Chi promette posti riservati vende un tavolo con una vista parziale.
Castel Sant’Angelo si visita invece a pagamento, con orari propri e giorno di chiusura, e la sera della Girandola resta chiuso al pubblico. Chi vuole la festa e la visita deve separarle in giorni diversi. Gli ingressi gratuiti ai musei statali sono elencati nella pagina sui musei gratis a Roma.
Che cosa non si vede
Della Girandola storica non resta niente, perché di un fuoco d’artificio non resta nulla per definizione. A Roma non esiste un museo permanente dedicato: la mostra del 2024 era temporanea e chiuse a fine settembre. Le opere che la raffigurano sono sparse fra depositi e collezioni.
Domande frequenti sulla Girandola di Castel Sant’Angelo
La Girandola è stata davvero disegnata da Michelangelo?
Non esistono documenti che lo provino. Le fonti ottocentesche usano formule prudenti, scrivendo che il disegno originario è ascritto a Michelangelo, e la storica dell’arte Elizabeth Lev, che ha studiato la questione, dichiara esplicitamente che di Michelangelo non abbiamo né scritti sull’argomento né disegni di apparati pirotecnici. L’attribuzione è tradizionale e va presentata come tale, non come un fatto accertato.
E Bernini che c’entra?
Gian Lorenzo Bernini progettò effettivamente fuochi d’artificio, e di lui è ricordato un apparato del 1641 ispirato alle eruzioni dello Stromboli. Che abbia messo mano proprio alla Girandola di Castel Sant’Angelo è invece una attribuzione tradizionale, la cui catena di citazioni è fragile. Si aggiunga che la pagina ufficiale della rievocazione attribuisce il perfezionamento a un inesistente Giovan Battista Bernini, il che dà la misura di quanto la notizia sia stata copiata senza controlli.
Quando è finita la Girandola storica?
Le fonti non concordano e propongono 1834, 1861, 1870, 1886 e 1887. La ricostruzione più circostanziata dice che Pio IX la trasferì al Pincio nel 1851, che tornò occasionalmente al castello fino al 1887 e che la costruzione dei muraglioni del Tevere, cancellando piazza di Ponte, tolse il luogo da cui si guardava. Le pagine ufficiali dell’evento odierno indicano invece come causa i danni provocati agli ambienti sotto il terrazzo.
Quando si vede la Girandola oggi e quanto dura?
La rievocazione si tiene il 29 giugno, festa dei patroni di Roma, con inizio alle 21.30 e durata di una ventina di minuti. L’ultima edizione si è svolta il 29 giugno 2026. Le edizioni successive vengono deliberate e annunciate anno per anno dall’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, e i comunicati avvertono che il programma può cambiare: prima di organizzare un viaggio conviene verificare l’annuncio ufficiale.
Da dove si vede meglio?
Gli organizzatori indicano il Lungotevere Tor di Nona e i ponti Vittorio Emanuele II, Sant’Angelo e Umberto I. Ponte Umberto I dà la vista più frontale sul castello, ponte Vittorio è più laterale ma regge meglio la folla. Chi vuole evitare la calca può guardare da punti alti come il Gianicolo, rinunciando ai dettagli bassi. Bisogna arrivare almeno due ore prima, perché gli accessi vengono chiusi progressivamente.
Che cos’era il possesso e dove passava?
Il possesso era il corteo con cui il nuovo papa andava a insediarsi sulla cattedra della cattedrale di Roma, cioè San Giovanni in Laterano, dopo l’incoronazione a San Pietro. Usciva dal Vaticano, attraversava Borgo e ponte Sant’Angelo, percorreva la via Papale fino al Campidoglio, scendeva nel Foro lungo la via Sacra passando sotto gli archi antichi, costeggiava il Colosseo e raggiungeva il Laterano. L’ultimo a cavallo fu Clemente XIV nel 1769.
Che cos’era la Chinea?
La Chinea era il tributo feudale annuale che il re di Napoli doveva al papa: un censo in denaro e un cavallo bianco, consegnati alla vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo dal principe Colonna in qualità di gran contestabile del Regno. La consegna era accompagnata da una grande macchina pirotecnica di legno e tela, costruita a spese dei Colonna davanti al loro palazzo e bruciata a fine festa. L’omaggio cessò nel 1788.
Che cosa erano le Quarantore?
Le Quarantore erano quaranta ore di adorazione continua del Santissimo Sacramento, in memoria del tempo fra la morte e la risurrezione di Cristo. In età barocca la chiesa veniva oscurata e l’ostia esposta dentro un apparato effimero illuminato da decine di lumi, con musica e predicazione. Fra gli autori di questi apparati ci fu anche Gian Lorenzo Bernini, ma di quelle strutture, fatte di legno e tela, è rimasto pochissimo.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Date, orari e condizioni riportati qui sono controllati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali citate nel testo, a cominciare dalla Direzione Musei nazionali della città di Roma. Trattandosi di un evento deliberato anno per anno, prima di partire va sempre ricontrollato l’annuncio più recente.
Costruire una giornata romana intorno a un evento di massa richiede di far quadrare cose che si incastrano male: chiusure di ponti decise poche ore prima, deviazioni dei mezzi di superficie, orari festivi che cambiano senza preavviso, distanze a piedi che sulla carta sembrano brevi e in mezzo alla folla non lo sono, e monumenti chiusi proprio nel giorno in cui tutti vorrebbero entrarci. Chi organizza per sé o per un gruppo trova materiali di pianificazione su Tour Leader Pro, pensati per chi accompagna visite e per chi si muove in autonomia.
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