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Rione Borgo

Il rione Borgo è il quattordicesimo rione di Roma e occupa la fascia di città compresa fra Castel Sant’Angelo e piazza San Pietro, sulla riva destra del Tevere. È una striscia stretta, poco più di un chilometro da est a ovest, che quasi tutti attraversano senza sapere di averla attraversata: si esce da ponte Sant’Angelo, si cammina dieci minuti e ci si ritrova davanti al colonnato del Bernini. In mezzo c’è Borgo, con una storia sua, precedente al Vaticano come Stato e diversa da quella del resto di Roma. Nasce come insediamento di pellegrini stranieri intorno alla tomba di Pietro, viene cinto di mura da papa Leone IV nel IX secolo, diventa il quartiere degli alberghi e dei cambiavalute al servizio dei giubilei, e nel Novecento perde la propria spina dorsale: due strade intere, demolite fra il 1936 e il 1950 per aprire via della Conciliazione. Qui raccontiamo che cosa era Borgo, che cosa ne resta, che cosa è andato distrutto e come si visita oggi.

Via della Conciliazione
Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova il rione Borgo e quali sono i suoi confini

Il rione Borgo confina a est con il Tevere all’altezza di Castel Sant’Angelo, a ovest con lo Stato della Città del Vaticano, a nord con il quartiere Prati e a sud con la collina del Gianicolo. I suoi due estremi sono piazza Pia, davanti al castello, e piazza San Pietro: fra i due corre via della Conciliazione, che oggi è l’asse principale del rione e che fino a novant’anni fa non esisteva.

I confini attuali, cambiati nel 1929

I confini del rione non sono più quelli storici. Con i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 una parte consistente di Borgo, quella intorno alla basilica e ai palazzi apostolici, è passata al nuovo Stato della Città del Vaticano: il rione italiano si ferma dove comincia il territorio vaticano, che sulla piazza è segnato da una fascia di travertino chiaro sul selciato, all’altezza dell’apertura del colonnato. Da quel giorno il rione XIV è amministrativamente più piccolo di quanto lo fosse nell’Ottocento, pur restando uno dei più estesi di Roma sulla carta per via delle aree di rispetto verso il Gianicolo.

Come arrivare con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più vicina è Ottaviano sulla linea A, da cui si cammina una decina di minuti lungo via Ottaviano fino a piazza del Risorgimento e da lì a Borgo Pio; l’alternativa è Lepanto, sempre sulla A. Dal centro storico gli autobus che risalgono corso Vittorio Emanuele II arrivano in pochi minuti a piazza Pia e a largo Giovanni XXIII. Le linee cambiano spesso per cantieri e per le chiusure legate agli eventi in piazza San Pietro: conviene controllare il percorso aggiornato sull’app di Atac, perché una deviazione può allungare il tragitto di venti minuti. Su biglietti e coincidenze abbiamo una pagina dedicata a come muoversi a Roma.

A piedi, che è quasi sempre la soluzione migliore

Da piazza Navona a piazza San Pietro si cammina in venticinque minuti scarsi passando per ponte Sant’Angelo, dal Pantheon se ne aggiungono cinque. Da Campo de’ Fiori il percorso più diretto passa per via dei Banchi Nuovi e via del Banco di Santo Spirito, che è la vecchia strada dei pellegrini e conserva il nome dell’antico banco pontificio. Da Trastevere si sale lungo il fiume da ponte Sisto in una ventina di minuti. Chi arriva in bicicletta trova la ciclabile del lungotevere quasi fino a piazza Pia: la pagina su Roma in bici spiega dove si pedala davvero.

Perché si chiama Borgo: i pellegrini del nord e la parola burgus

Il nome Borgo deriva dal germanico burg, attraverso il latino medievale burgus, e indicava in origine l’insediamento sorto fuori dalle mura di Roma intorno a San Pietro. Non è un nome italiano: lo hanno portato i pellegrini che venivano dal nord Europa e che qui si stabilirono per gruppi nazionali, ciascuno con il proprio quartiere, la propria chiesa e il proprio ospizio.

Le scholae peregrinorum

Fra l’VIII e il IX secolo l’area a ridosso della tomba di Pietro si organizzò in quattro comunità straniere stabili, chiamate scholae: la Schola Saxonum dei sassoni, la Schola Francorum dei franchi, la Schola Frisonum dei frisoni e la Schola Longobardorum dei longobardi. Non erano scuole nel senso moderno del termine. Erano associazioni di connazionali con funzione di ospizio, chiesa, cimitero e mutuo soccorso, con un proprio capo e una propria milizia, e servivano a dare assistenza a chi arrivava a Roma dopo mesi di viaggio lungo la via Francigena. Ogni schola aveva il suo settore di case e orti, e da questo tessuto di quartieri stranieri, non da un progetto unitario, è nato il tessuto urbano di Borgo.

I sassoni e il toponimo Sassia

La Schola Saxonum è quella che ha lasciato il segno più duraturo nella toponomastica. La tradizione la fa risalire al re Ine del Wessex, che intorno al 727 avrebbe fondato a Roma un ospizio per i pellegrini del regno, e il nome latino Saxia, cioè terra dei sassoni, è rimasto attaccato al luogo per milletrecento anni. Oggi lo si legge ancora sulla facciata della chiesa di Santo Spirito in Sassia, sul lungotevere che porta lo stesso nome e sull’intitolazione dell’ospedale. È uno dei pochi casi a Roma in cui un toponimo anglosassone è sopravvissuto intatto al latino, all’italiano e al dialetto.

La Città Leonina: le mura di Leone IV e il sacco dell’846

Le mura leonine furono costruite fra l’848 e l’852 per ordine di papa Leone IV e racchiusero per la prima volta in un circuito fortificato il colle Vaticano, la basilica di San Pietro e il borgo dei pellegrini, creando la cosiddetta Civitas Leonina. Fu una risposta diretta a un disastro avvenuto due anni prima.

L’incursione saracena dell’846

Nell’agosto dell’846 una flotta saracena risalì il Tevere e razziò le due grandi basiliche che stavano fuori dalla cinta aureliana: San Pietro in Vaticano e San Paolo fuori le mura. Roma intramuranea resse, perché le mura di Aureliano tennero. Le basiliche no: erano indifese per definizione, essendo state costruite fuori città sopra le tombe dei due apostoli. Gli incursori portarono via l’argenteria, i rivestimenti, le offerte accumulate in cinque secoli di pellegrinaggi, e profanarono le tombe. Il colpo alla credibilità del papato fu enorme, perché rendeva evidente che il centro della cristianità occidentale non era in grado di difendere la propria reliquia fondativa.

Il cantiere delle mura, 848-852

Leone IV avviò i lavori subito dopo, finanziandoli con i contributi delle città del patrimonio pontificio e con l’aiuto economico dell’imperatore carolingio Lotario I. Il circuito era lungo poco meno di tre chilometri, in laterizio, rinforzato da una quarantina di torri, e scendeva dal Vaticano fino al fiume inglobando Castel Sant’Angelo come caposaldo orientale. Le fonti riferiscono che alla costruzione lavorarono anche i coloni delle domuscultae, le grandi aziende agricole della Chiesa nel Lazio, chiamati a turno. Nell’852 il papa consacrò le mura con una processione che ne percorse l’intero perimetro. Da quel momento Borgo fu una città dentro la città, con le sue porte, i suoi guardiani e i suoi orari di chiusura.

I borghi: le strade che danno il nome al rione

Il rione si chiama Borgo al singolare, ma le strade che lo compongono si chiamano tutte Borgo al plurale: Borgo Santo Spirito, Borgo Sant’Angelo, Borgo Pio, Borgo Vittorio, Borgo Angelico. Sono strade parallele o quasi, disposte a pettine fra il fiume e il Vaticano, e la loro storia si legge nel nome di chi le ha aperte.

Borgo Santo Spirito

È la più meridionale e la più antica per tracciato, e corre dall’ospedale di Santo Spirito fino all’imbocco di piazza San Pietro passando sotto il fianco della chiesa di Santo Spirito in Sassia. Su questa strada si affacciano l’ingresso monumentale del complesso ospedaliero, la sede generalizia della Compagnia di Gesù e una fila di palazzi cinque e seicenteschi rimaneggiati. È anche la strada che conserva il carattere più severo del rione: poco commercio, molte istituzioni, e una luce che al mattino arriva radente da est.

Borgo Pio, Borgo Vittorio, Borgo Angelico

Queste tre strade parallele sono il risultato di un’operazione urbanistica del Cinquecento. Pio IV, papa dal 1559 al 1565, fece ampliare le fortificazioni verso nord costruendo un nuovo tratto di mura e aprendo Porta Angelica, e all’interno del terreno così guadagnato fece tracciare un reticolo regolare di strade destinate all’edilizia di servizio del Vaticano. Borgo Pio porta il suo nome. Le altre due si sono aggiunte nello stesso disegno o poco dopo, e sull’origine precisa dei loro nomi le fonti locali non concordano del tutto: circolano spiegazioni diverse, nessuna delle quali si appoggia a un documento che abbiamo potuto controllare, e preferiamo dirlo piuttosto che scegliere la versione più gradevole.

Borgo Pio oggi è la strada pedonale con i tavolini, e ne parliamo più avanti perché merita un avvertimento preciso. Borgo Vittorio e Borgo Angelico, a pochi metri di distanza, sono rimaste molto più residenziali: stesse case, stessa misura della carreggiata, un decimo dei turisti. Chi vuole capire come si viveva qui prima che il rione diventasse un corridoio di passaggio deve camminare su quelle due, non sulla prima.

Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, le due strade che non esistono più

Le due strade più importanti di Borgo non sono più sulla carta. Borgo Vecchio era il percorso medievale che dal ponte portava alla basilica, la strada dei pellegrini per eccellenza, fiancheggiata da alberghi, cambiavalute, venditori di medaglie e di cibo. Borgo Nuovo fu aperta da Alessandro VI per il giubileo del 1500 e si chiamò a lungo via Alessandrina: era la strada di rappresentanza, più larga e più regolare, quella dei cortei papali e degli ingressi solenni. Le due strade correvano quasi parallele e fra loro c’era un isolato allungato a forma di cuneo. Quell’isolato si chiamava la Spina.

La Spina di Borgo e la sua demolizione, 1936-1950

La Spina di Borgo era l’isolato di case compreso fra Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, demolito a partire dal 29 ottobre 1936 per aprire via della Conciliazione, inaugurata nel 1950 in occasione dell’Anno Santo. È l’episodio centrale della storia moderna del rione, e va raccontato per intero, perché la strada che oggi tutti percorrono esiste al posto di qualcosa.

Che cosa era la Spina

Era un blocco edilizio lungo circa trecento metri e largo poche decine, che si assottigliava verso il fiume come la prua di una nave. Dentro c’erano case popolari, botteghe, alberghi per pellegrini, due piazze (piazza Scossacavalli e piazza Rusticucci), la chiesa di San Giacomo Scossacavalli, il palazzo dei Convertendi e una quantità di edifici minori stratificati dal Quattrocento all’Ottocento. Ci abitavano alcune migliaia di persone, e le stime correnti oscillano fra le ottocento e le oltre mille famiglie. Era un quartiere abitato, denso, rumoroso, con i panni stesi e i negozi al piano terra, come lo erano allora Trastevere o il ghetto ebraico di Roma.

Perché fu abbattuta

L’idea di aprire una strada dritta verso San Pietro è antica e ricorre nei progetti di architetti dal Cinquecento in poi, ma resta sulla carta per quattro secoli. Diventa esecutiva dopo la firma dei Patti Lateranensi del 1929, quando il regime fascista e la Santa Sede hanno entrambi interesse a materializzare la riconciliazione in un’opera visibile. Il progetto viene affidato a Marcello Piacentini e ad Attilio Spaccarelli. Il 29 ottobre 1936 Mussolini dà il primo colpo di piccone davanti alle macchine da presa dell’Istituto Luce. I lavori proseguono con la guerra in mezzo e la strada viene completata in tempo per il giubileo del 1950, con la sistemazione finale della testata verso il colonnato.

Che cosa si è perso

Si è persa una strada medievale intera, Borgo Vecchio, con il suo fronte continuo di case dal Quattrocento all’Ottocento. Si è persa piazza Scossacavalli, che era la piazza vera del rione, quella del mercato e della vita di quartiere. Si è persa la chiesa di San Giacomo Scossacavalli, demolita nel 1937 dopo essere stata sconsacrata: era una chiesa di fondazione antica, ricostruita nel Cinquecento, e di essa restano fotografie, rilievi e alcuni arredi dispersi. Si sono perse le case di un intero ceto popolare romano, trasferito d’ufficio nelle borgate periferiche in costruzione. E si è perso, per sempre, un rapporto fra lo spazio stretto e lo spazio largo che era stato pensato da chi la piazza l’aveva progettata.

L’effetto sorpresa distrutto

Questo è il punto che consigliamo di tenere a mente più di ogni altro. Gian Lorenzo Bernini progetta il colonnato fra il 1656 e il 1667 sapendo benissimo come ci si arrivava: dalle strade strette di Borgo, cioè da un tessuto compresso, buio, largo pochi metri. Chi usciva da Borgo Nuovo si trovava addosso la piazza tutta insieme, senza preavviso, e l’ellisse di duecentottantaquattro colonne si apriva davanti come una cosa che non poteva stare lì. Quell’effetto era il progetto. Via della Conciliazione lo ha cancellato: oggi la cupola si vede da settecento metri di distanza, rimpicciolita dalla prospettiva, e quando si arriva alla piazza la sorpresa è già stata consumata da un quarto d’ora di cammino in linea retta. Il paradosso è che la strada pensata per esaltare San Pietro ha tolto alla basilica proprio il suo ingresso migliore. Non è un’opinione isolata: è la critica che la storiografia architettonica ripete dagli anni Cinquanta, da Bruno Zevi in avanti, ed è il motivo per cui la demolizione della Spina viene ancora citata nei manuali come esempio di quel che succede quando si scambia un asse prospettico per una soluzione urbana.

Dove sono finiti i pezzi

Alcuni frammenti della Spina non sono stati distrutti ma spostati, e si possono ancora vedere. La fontana che stava al centro di piazza Scossacavalli, legata al cantiere di Carlo Maderno in San Pietro, fu smontata e ricollocata davanti alla chiesa di Sant’Andrea della Valle in corso Vittorio Emanuele II: chi passa di lì guarda una fontana di Borgo senza saperlo. Il palazzo dei Convertendi fu ricostruito arretrato, sul lato nord della strada nuova, con parte degli elementi originali. Le fotografie della Spina prima dell’abbattimento esistono in quantità, perché la demolizione fu documentata sia dalle campagne di tutela sia dalla propaganda: sono la fonte principale per capire che cosa c’era.

Un giudizio, visto che serve

Via della Conciliazione non è una strada brutta in sé. È larga, ordinata, ben proporzionata nel suo linguaggio anni Trenta, e la fila dei lampioni a forma di obelisco ha una sua dignità. Il problema è il prezzo. Per ottenere una prospettiva che nessuno aveva chiesto si è cancellato un quartiere vivo e si è rovinato il capolavoro urbanistico del Bernini. Chi visita Roma può tranquillamente percorrerla, ma sapendo che sta camminando dentro il vuoto lasciato da qualcos’altro. È la differenza fra vedere una strada e leggerla.

Via della Conciliazione oggi

Via della Conciliazione è lunga circa cinquecento metri e collega piazza Pia a piazza San Pietro, con una carreggiata centrale e due marciapiedi molto ampi scanditi dai lampioni in travertino a forma di obelisco. È l’unica strada di Roma costruita per essere percorsa guardando dritto davanti a sé, ed è anche la meno romana del centro storico: chi ci cammina per la prima volta lo percepisce subito, senza saper dire perché.

Che cosa c’è davvero lungo la strada

Su via della Conciliazione si affacciano edifici antichi rimontati ed edifici nuovi costruiti a imitazione. Il palazzo Torlonia, al civico 30, è un palazzo rinascimentale autentico del primo Cinquecento, rimasto al suo posto perché stava fuori dalla Spina. Il palazzo dei Penitenzieri è quattrocentesco e conserva all’interno un ciclo di affreschi del Pinturicchio nella cosiddetta sala dei Semidei, visitabile solo in occasioni particolari e con accesso regolato dalla proprietà. Il palazzo dei Convertendi, come detto, è un rimontaggio. Gli altri fronti sono in gran parte costruzioni degli anni Trenta e Quaranta in travertino e mattoni, pensate per non stonare.

Il sottopasso di piazza Pia

Alla testata verso il fiume la situazione è cambiata di recente. In vista del giubileo del 2025 il lungotevere è stato fatto passare in galleria sotto piazza Pia, trasformata in una piazza pedonale continua fra Castel Sant’Angelo e l’imbocco di via della Conciliazione. L’opera è stata aperta alla fine del 2024 dopo un cantiere lungo e contestato, che ha comportato lo scavo archeologico dell’area. Il risultato pratico è che oggi si passa dal castello alla strada senza attraversare una carreggiata a scorrimento veloce. Conviene comunque verificare l’assetto pedonale prima di andare, perché le sistemazioni definitive sono state completate per lotti successivi.

Il Passetto di Borgo, il corridore dei papi

Il Passetto di Borgo è un camminamento sopraelevato lungo circa ottocento metri che collega i palazzi vaticani a Castel Sant’Angelo, correndo sopra un tratto delle mura leonine fra borgo Sant’Angelo e via dei Corridori. È la via di fuga dei papi, e in almeno due occasioni ha funzionato esattamente per quello.

Chi lo ha costruito

Il muro su cui il Passetto corre risale al IX secolo, alle mura di Leone IV. Il corridoio vero e proprio, cioè il camminamento coperto e praticabile in quota, viene attribuito a Niccolò III, papa dal 1277 al 1280, nell’ambito dei lavori che spostarono stabilmente la residenza papale dal Laterano al Vaticano. La struttura che si vede oggi è però in larga parte il risultato dell’intervento di Alessandro VI Borgia, fra il 1492 e il 1503, che lo fece rinforzare, merlare e attrezzare militarmente: per questo viene chiamato anche corridore di Alessandro VI. Ulteriori rifacimenti si devono a Urbano VIII nel Seicento, in occasione del riassetto delle difese del castello.

1494 e 1527, le due volte che è servito

Nel 1494 Carlo VIII di Francia scese in Italia e entrò a Roma con il suo esercito. Alessandro VI, che non era in condizione di opporsi militarmente, si ritirò in Castel Sant’Angelo passando per il corridore e trattò da lì: la vicenda si chiuse con un accordo e senza danni per la città, ma il papa aveva usato il Passetto per quello che era, cioè un cordone ombelicale fra il palazzo e la fortezza.

Il 6 maggio 1527 andò molto peggio. Le truppe imperiali di Carlo V, composte da spagnoli e da lanzichenecchi tedeschi in gran parte luterani, rimaste senza paga e senza comando dopo la morte del connestabile di Borbone sotto le mura, sfondarono proprio dal lato di Borgo e del Gianicolo. Clemente VII stava celebrando in San Pietro quando gli fu comunicato che il fronte era caduto. Percorse il Passetto fino a Castel Sant’Angelo mentre sotto di lui i soldati entravano nel rione. Le cronache concordano sul fatto che la Guardia Svizzera coprì la ritirata combattendo davanti alla basilica e che la maggior parte dei suoi effettivi vi morì: la cifra tradizionalmente riportata è di centoquarantasette caduti su centottantanove uomini, e viene ricordata ogni anno il 6 maggio nella cerimonia del giuramento delle reclute. Il Sacco di Roma durò mesi, devastò Borgo più di qualunque altro rione perché fu il primo a essere investito, e chiuse di fatto la stagione del Rinascimento romano.

Si può visitare?

Il Passetto non è aperto in modo continuativo. Negli ultimi anni è stato reso accessibile in periodi limitati, con visite guidate organizzate dalla struttura che gestisce Castel Sant’Angelo, spesso concentrate nella stagione estiva o in occasioni speciali, con posti contingentati e prenotazione obbligatoria. Non riportiamo qui né orari né tariffe perché cambiano di anno in anno e pubblicare un dato vecchio è peggio che non pubblicarlo: l’unica fonte affidabile è il sito ufficiale del museo di Castel Sant’Angelo, dove le aperture vengono annunciate di volta in volta. Chi ci tiene deve controllare con qualche settimana di anticipo, perché quando aprono i posti finiscono in fretta.

Una precisazione utile, perché genera confusione: il Passetto di Borgo non ha nulla a che vedere con il passetto del Biscione, che è un altro luogo, dall’altra parte del fiume, vicino a Campo de’ Fiori. Stesso nome comune, due cose diverse.

Santo Spirito in Sassia, l’ospedale e la ruota

Il complesso di Santo Spirito in Sassia, in borgo Santo Spirito, riunisce una chiesa cinquecentesca e un ospedale di fondazione medievale che ha funzionato in modo continuativo per oltre settecento anni. È il luogo di Borgo che conserva più memoria di quello che il rione è stato davvero, cioè una macchina di accoglienza e di assistenza costruita intorno al flusso dei pellegrini.

La chiesa

La chiesa attuale fu ricostruita nel Cinquecento su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, per volere di Paolo III, sul sito della vecchia chiesa della Schola Saxonum. La facciata in travertino, a due ordini, fu completata nella seconda metà del secolo ed è attribuita ad Ottaviano Mascarino. L’interno è a navata unica con cappelle laterali e un soffitto a cassettoni. Si entra gratuitamente negli orari di apertura al culto, che nelle chiese romane di questo tipo si concentrano di norma al mattino presto e nel tardo pomeriggio, con chiusura nelle ore centrali: conviene verificare sul posto o telefonare, perché gli orari variano e non abbiamo trovato un prospetto ufficiale stabile. Dal 1994 la chiesa è anche sede del culto della Divina Misericordia, cosa che in alcune date porta un afflusso di fedeli molto superiore alla norma.

L’ospedale e la corsia sistina

L’ospedale di Santo Spirito fu fondato da Innocenzo III all’inizio del Duecento, affidato all’ordine ospedaliero di Santo Spirito e destinato in origine agli infermi poveri, ai pellegrini e ai bambini abbandonati. La parte architettonicamente più importante è la corsia sistina, costruita sotto Sisto IV negli anni Settanta del Quattrocento: un ambiente lunghissimo, diviso in due bracci da un tiburio ottagonale centrale, decorato da un ciclo di affreschi che racconta la storia della fondazione dell’ospedale e le imprese del papa. È uno degli spazi quattrocenteschi più ampi conservati a Roma, e serviva già allora da corsia ospedaliera con i letti allineati lungo le pareti.

La corsia sistina non ha ingresso libero: fa parte del complesso monumentale gestito dall’azienda sanitaria e viene aperta per visite guidate ed eventi, con accesso da concordare in anticipo e disponibilità irregolare. Nello stesso complesso si trovano la biblioteca Lancisiana, fondata all’inizio del Settecento dal medico Giovanni Maria Lancisi, e il museo storico nazionale dell’Arte Sanitaria, anch’esso con aperture limitate e da verificare prima di presentarsi al portone.

La ruota degli esposti

Sul fronte dell’ospedale verso il fiume si conserva la ruota degli esposti, il congegno girevole che permetteva di lasciare un neonato senza essere visti. Era un cilindro di legno incassato nel muro, aperto verso la strada: si deponeva il bambino, si girava la ruota, si suonava un campanello e si andava via. Dall’altra parte una suora raccoglieva il neonato, che veniva registrato e affidato alle balie. L’istituzione della ruota a Santo Spirito è tradizionalmente ricondotta proprio a Innocenzo III e alla volontà di evitare gli infanticidi e gli annegamenti nel Tevere: la tradizione va presa per quello che è, cioè un racconto fondativo tramandato dalle cronache dell’ordine, ma il congegno è reale ed è rimasto in funzione fino all’Ottocento inoltrato.

Chi guarda quel cilindro di legno capisce Borgo meglio che percorrendo via della Conciliazione. Migliaia di bambini sono entrati in città da lì, con un biglietto, una medaglia spezzata o un pezzo di stoffa addosso perché un giorno si potesse riconoscerli. Quasi nessuno è stato riconosciuto.

Che cosa si vede in un giro di Borgo

Un giro completo del rione Borgo, senza entrare nei Musei Vaticani e senza salire alla cupola, richiede fra due e tre ore e comprende una decina di soste. Elenchiamo quelle che reggono il confronto, con la differenza fra ciò che si vede sempre e ciò che dipende dalle aperture.

Le due estremità: castello e basilica

Alle due punte del rione ci sono i due monumenti che hanno pagine proprie su questo sito, e non li ripetiamo qui: Castel Sant’Angelo, che fu mausoleo di Adriano, fortezza, prigione e oggi museo nazionale, e la basilica di San Pietro con la sua cupola. Per orari, biglietti e code rimandiamo a quelle schede e alle rispettive fonti ufficiali, perché sono dati che cambiano spesso e che non ha senso duplicare. Lo stesso vale per i Musei Vaticani, il cui ingresso peraltro non si trova su questo lato ma in viale Vaticano, sul versante nord, a una quindicina di minuti a piedi da Borgo Pio.

Santa Maria in Traspontina

È la chiesa carmelitana su via della Conciliazione, costruita a partire dal 1566 in sostituzione di una chiesa più antica che sorgeva più vicino al castello e che fu demolita perché intralciava il tiro delle artiglierie. Ha una cupola bassa, voluta per lo stesso motivo difensivo, e un interno barocco con cappelle affidate a diverse confraternite. Dentro si conservano due colonne che la tradizione popolare indica come quelle alle quali sarebbero stati legati Pietro e Paolo prima del martirio: è una devozione, non un dato archeologico, e va presentata come tale. L’ingresso è libero negli orari di culto.

Via della Conciliazione
Foto: Álvaro de la Paz Franco, CC0, via Wikimedia Commons

Una curiosità sul Rione Borgo

La curiosità riguarda i romani, non i monumenti: per secoli chi abitava a Borgo non è stato considerato romano dagli altri romani. Il rione dipendeva dalla giurisdizione pontificia e non da quella capitolina, i suoi abitanti avevano statuti e privilegi diversi, e nel parlato popolare esisteva una distinzione netta fra Roma e Borgo. Attraversare ponte Sant’Angelo voleva dire cambiare mondo amministrativo. Il modo di dire romanesco che oppone i borghigiani ai romani, e che la tradizione orale collega a risse e sfide di quartiere, è documentato nella letteratura dialettale ottocentesca e sopravvive ancora come battuta fra chi è cresciuto qui.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Rione Borgo

La cosa che non si legge nelle guide è che il pavimento di piazza San Pietro e di via della Conciliazione racconta il confine di uno Stato, e quasi nessuno lo guarda. Sul selciato della piazza corre una fascia di travertino chiaro che segna il limite del territorio della Città del Vaticano: da un lato si è in Italia, dall’altro no. Non c’è una barriera, non c’è un controllo, non c’è un cartello vistoso. C’è una linea di pietra che la maggior parte dei visitatori scavalca guardando in alto.

L’altra cosa che non si dice: Borgo è abitato

Dietro le quinte del traffico giubilare, Borgo resta un rione residenziale con qualche migliaio di abitanti, una scuola, una parrocchia e le file di panni stesi che si vedono alzando gli occhi in borgo Vittorio. Chi ci vive convive con un flusso che in certe settimane supera di venti volte la popolazione, e questo determina gli orari dei negozi, la difficoltà di trovare un alimentari vero, il costo degli affitti e la sostituzione progressiva delle botteghe di quartiere con attività rivolte al passante. Una Roma di quartiere qui esiste ancora, ma si trova a cinquanta metri dall’asse principale, non sopra.

Mangiare a Borgo: come si riconosce una trappola

Borgo Pio e via della Conciliazione sono fra le zone di Roma con la più alta concentrazione di locali pensati per chi passa una volta sola e non torna. Non nominiamo insegne, né in bene né in male: un elenco di nomi invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri, che restano validi anche quando i locali cambiano gestione.

I cinque segnali che fanno alzare la guardia

Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede. È un richiamo scenico studiato per chi fotografa, non un indizio di cucina: in un locale che lavora davvero la pasta si fa in laboratorio, non davanti alla porta. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, spesso plastificato e tradotto in sei lingue. Un locale che ha clienti abituali non ha bisogno di mostrare come è fatta una carbonara. Il terzo è l’acchiappino sulla porta, la persona che invita a sedersi mentre si passa: chi ha il locale pieno non manda nessuno in strada. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte, senza pausa fra pranzo e cena; una cucina vera chiude nel pomeriggio, perché deve pulire e riallestire. Il quinto è la posizione: i locali che stanno immediatamente davanti a un monumento famoso applicano, con una frequenza che abbiamo riscontrato più volte, un prezzo calibrato sul turista che hanno davanti, con voci non prezzate sul menu, coperti gonfiati e listini diversi fra il dehors e la sala interna.

Il criterio più semplice di tutti

Prima di sedersi, guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano con l’accento di qui, e se qualcuno saluta per nome chi serve, il locale ha una clientela di ritorno. Se ai tavoli non c’è un solo cliente locale in nessuna fascia oraria, quel posto vive di passaggio e non ha alcun motivo economico per tenere alta la qualità. Vale a mezzogiorno e vale la sera, e a Borgo funziona particolarmente bene perché il rione è abitato: gli impiegati degli uffici vaticani, il personale dell’ospedale e i residenti pranzano da qualche parte, e non è dove si fanno le foto.

Le catene del centro

Negli ultimi anni nelle zone di maggior passaggio si sono moltiplicati locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, la stessa grafica e la coda col numerino. Non li nominiamo perché non serve. Basta l’osservazione di fatto: i romani non ci vanno, e non ci vanno per il motivo più banale, cioè che a parità di spesa mangiano meglio altrove. Un format che funziona sul volume dei passanti non ha bisogno di clienti abituali e si regola di conseguenza.

Dove spostarsi

Il consiglio operativo è di allontanarsi di qualche centinaio di metri. Verso nord, oltre borgo Angelico, si entra in Prati, quartiere residenziale di primo Novecento con una densità di locali di quartiere molto più alta e prezzi più ragionevoli. In alternativa si torna oltre il fiume: la zona dietro piazza Navona verso via dei Coronari, o Trastevere nelle vie interne. Un quadro generale è nella pagina su dove mangiare a Roma, che ragiona per criteri e non per classifiche.

Chi preferisce partire da indirizzi già selezionati può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, aggiornata nel tempo, e non contiene inserzioni a pagamento né accordi commerciali di alcun tipo. Nessuno dei locali che vi compaiono paga per esserci.

Il consiglio che ti do per visitare il Rione Borgo

Il consiglio è di entrare in piazza San Pietro dalla strada sbagliata, cioè non da via della Conciliazione. Si arriva da borgo Pio o da borgo Sant’Angelo, si prosegue fino all’imbocco laterale, e si sbuca sulla piazza da un lato invece che di fronte. Non restituisce l’effetto originale, perché quello lo ha cancellato la demolizione della Spina, ma ci si avvicina molto di più: si cammina fra muri alti pochi metri l’uno dall’altro e poi lo spazio si apre tutto insieme. È il modo più onesto di capire che cosa aveva in mente il Bernini.

L’orario

Per il rione in sé, la prima mattina. Fra le sette e le nove Borgo è un quartiere normale: consegne, bar con i clienti in piedi, scuola, ospedale. Dalle dieci in poi diventa un corridoio. Chi vuole fotografare o semplicemente camminare senza essere spinto deve alzarsi presto, e in cambio trova anche la luce migliore sul fronte orientale del colonnato. La sera tardi funziona altrettanto bene, dopo le ventuno, quando i gruppi sono rientrati: la Roma di notte in questa zona è sorprendentemente silenziosa.

Il giorno

Da evitare il mercoledì mattina, quando si tiene l’udienza generale e l’intero quadrante va in tilt fra transenne, code e chiusure. Da evitare le domeniche e le festività del calendario liturgico maggiore, per lo stesso motivo. Il martedì e il giovedì sono i giorni con meno pressione. Chi ha pochi giorni e deve incastrare tutto può guardare la nostra pagina su Roma in un giorno per capire come inserire Borgo in un itinerario che non diventi una marcia forzata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che via della Conciliazione sia nata dalla demolizione di un quartiere lo sanno in molti. Che l’idea non sia stata un’invenzione del Novecento lo sanno in pochi. L’idea di un asse rettilineo fra il fiume e San Pietro ricorre nella cultura architettonica romana fin dal Cinquecento e riaffiora nei secoli successivi con soluzioni diverse: sventrare la Spina, raddoppiare una delle due strade esistenti, oppure chiudere la piazza con il braccio mancante del colonnato.

Il terzo braccio mai costruito

Il progetto originale del Bernini prevedeva infatti un terzo braccio, un corpo porticato che avrebbe chiuso la piazza sul lato verso Borgo lasciando soltanto due varchi laterali. Era l’elemento decisivo: si vedeva la piazza solo dopo aver superato il diaframma. Non fu mai realizzato, per ragioni di costo e per la morte dei committenti, e la piazza restò aperta verso Borgo. Si può dire che la piazza di San Pietro sia rimasta incompiuta per tre secoli e poi sia stata completata al contrario, cioè spalancandola invece di chiuderla.

La stessa logica altrove in città

Gli sventramenti degli anni Trenta non hanno riguardato solo Borgo. La stessa stagione ha prodotto via dei Fori Imperiali sopra l’area archeologica fra il Colosseo e piazza Venezia, l’isolamento del mausoleo di Augusto con la distruzione dell’isolato che lo circondava, e una lunga serie di demolizioni minori in tutto il centro. Il criterio era sempre lo stesso: isolare il monumento, cancellare il tessuto intorno, aprire una prospettiva. Chi vuole vedere il risultato di quella logica applicata a un quartiere intero non deve andare lontano, perché rione Monti fu tagliato in due proprio allora.

La foto giusta da fare al Rione Borgo

La foto giusta a Borgo non è la cupola in fondo a via della Conciliazione, che è l’inquadratura più ripetuta di Roma e che appiattisce tutto. È lo scorcio dal fondo di borgo Sant’Angelo o di borgo Pio, dove le facciate strette incorniciano un frammento di cupola in lontananza: quella è l’immagine che restituisce la misura originale del rione, con il rapporto fra il vicolo stretto e la mole che lo chiude in fondo.

La luce e l’ora

Le strade di Borgo sono orientate grosso modo est-ovest, quindi il sole le percorre per il lungo. Al mattino presto la luce entra da dietro, dal lato del castello, e illumina le facciate senza bruciarle. Nel tardo pomeriggio arriva da davanti, dal Vaticano, e mette in controluce chiunque si trovi nella strada: è la condizione peggiore per un ritratto e la migliore per una silhouette. Sulla piazza, la facciata della basilica è esposta a est e prende il sole soltanto al mattino: dopo l’una del pomeriggio è in ombra e la cupola resta illuminata solo sul fianco.

Che cosa non funziona

Non funziona il colonnato fotografato dal centro della piazza con il grandangolo: la curva si deforma e l’effetto di abbraccio sparisce. Meglio cercare i due punti segnati sul selciato fra l’obelisco e ciascuna delle fontane, da cui le quattro file di colonne si allineano visivamente in una sola: sono i cosiddetti centri dei fuochi dell’ellisse, sono marcati da due dischi di pietra, e il risultato è un’immagine che spiega la geometria del progetto meglio di qualunque didascalia. Non funziona neanche fotografare i tavolini di borgo Pio come angolo autentico: è la parte più allestita del rione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Borgo è stato per dodici secoli il punto in cui la storia della Chiesa e quella militare si sono incrociate fisicamente, perché chi voleva arrivare al papa doveva passare di qui. I fatti medievali, dalla razzia dell’846 alle mura di Leone IV e al corridore di Niccolò III, sono già stati raccontati sopra: qui riprendiamo la cronologia dal Cinquecento, con le date sulle quali le fonti concordano.

6 maggio 1527, il Sacco di Roma

Le truppe imperiali sfondano dal lato di Borgo. Clemente VII fugge lungo il Passetto mentre la Guardia Svizzera copre la ritirata davanti alla basilica: la tradizione riporta centoquarantasette caduti su centottantanove uomini, cifra ricordata ogni anno nella cerimonia del giuramento. Il rione viene devastato per primo e il saccheggio della città prosegue per mesi.

1586, l’obelisco e il rione

Sisto V fa spostare l’obelisco vaticano dal fianco della basilica al centro della piazza, con un cantiere diretto da Domenico Fontana rimasto celebre per l’organizzazione. Nello stesso periodo il papa riordina i rioni di Roma e Borgo viene riconosciuto come quattordicesimo.

1849, la Repubblica Romana

Durante l’assedio francese Borgo si trova immediatamente a ridosso del fronte del Gianicolo, dove si combatte per settimane. La vicenda è raccontata nelle collezioni del museo della Repubblica Romana al Gianicolo.

1929, i Patti Lateranensi

L’11 febbraio viene firmato l’accordo che istituisce lo Stato della Città del Vaticano. Una parte del rione passa sotto sovranità vaticana e il confine viene tracciato sul selciato della piazza.

1936-1950, la Spina e via della Conciliazione

Il 29 ottobre 1936 comincia la demolizione. La strada viene inaugurata nel 1950 per l’anno santo, con il completamento della testata verso il colonnato.

1943-1944, l’occupazione

Durante i nove mesi di occupazione tedesca Borgo e l’area extraterritoriale vaticana furono uno dei punti in cui passò la rete dell’assistenza ai ricercati e ai perseguitati, con nascondigli negli istituti religiosi del rione. Quei mesi sono documentati nelle raccolte del museo storico della Liberazione di via Tasso.

Chi è passato dal Rione Borgo

Per Borgo sono passati quasi tutti quelli che contavano nella storia europea, perché per mille anni chi voleva parlare con il papa non aveva altra strada. Qui riportiamo soltanto presenze documentate, distinguendo i fatti dalle attribuzioni tradizionali.

Raffaello

Raffaello Sanzio abitò a Borgo negli ultimi anni di vita, in un palazzo costruito da Bramante su Borgo Nuovo che aveva acquistato, e vi morì il 6 aprile 1520 a trentasette anni. L’edificio è scomparso: fu demolito e la memoria del luogo si è dispersa nelle trasformazioni della Spina. Il corpo fu portato al Pantheon, dove si trova tuttora.

Bramante, Sangallo, Michelangelo

Il cantiere di San Pietro ha tenuto a Borgo, per decenni e in successione, i maggiori architetti del Rinascimento. Donato Bramante ci lavorò dal 1506, Antonio da Sangallo il Giovane ne ebbe la direzione per oltre vent’anni e firmò anche la ricostruzione di Santo Spirito in Sassia, Michelangelo assunse la fabbrica nel 1546 e ne ridisegnò la cupola. Per tutti loro il rione era il posto dove si dormiva, si mangiava e si discuteva di cantiere.

Gian Lorenzo Bernini

Il colonnato, la scala regia e il baldacchino sono opera sua, e il cantiere di piazza San Pietro lo ha impegnato per più di un decennio. Chi vuole seguirne il lavoro in città può partire dalla nostra pagina su Bernini a Roma, che mette in fila le opere per zone; per il suo rivale c’è la pagina su Borromini a Roma.

I pellegrini, che sono i veri protagonisti

Milioni di persone senza nome hanno dormito negli ospizi di Borgo, cambiato monete dai banchieri di borgo Vecchio, comprato medaglie e immagini devozionali, e sono ripartite. La via Francigena finiva qui, e chi arrivava dopo tre mesi di cammino dal nord Europa trovava questo: strade strette, alberghi, cambiavalute, e alla fine la basilica. Il rione è stato costruito da loro molto più che dai papi.

Domande frequenti sul rione Borgo

Che cos’è il rione Borgo di Roma?

Il rione Borgo è il quattordicesimo rione di Roma e comprende la fascia di città fra Castel Sant’Angelo e piazza San Pietro, sulla riva destra del Tevere. Nacque nell’alto Medioevo come insediamento di pellegrini stranieri intorno alla tomba di Pietro e fu cinto di mura da papa Leone IV fra l’848 e l’852, assumendo il nome di Civitas Leonina.

Perché si chiama Borgo?

Il nome del rione Borgo viene dal germanico burg, attraverso il latino medievale burgus, e fu portato a Roma dai pellegrini del nord Europa che qui si stabilirono fra l’VIII e il IX secolo. I sassoni della Schola Saxonum hanno lasciato anche il toponimo Sassia, che sopravvive nel nome della chiesa e dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia e nel lungotevere omonimo.

Che cos’era la Spina di Borgo e quando è stata demolita?

La Spina di Borgo era l’isolato di case compreso fra le due strade di Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, demolito a partire dal 29 ottobre 1936 per aprire via della Conciliazione, inaugurata nel 1950. Il progetto fu di Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli e seguì i Patti Lateranensi del 1929. Andarono perse due strade, due piazze e la chiesa di San Giacomo Scossacavalli.

Si può visitare il Passetto di Borgo?

Il Passetto di Borgo si visita solo in periodi limitati dell’anno, con visite guidate a posti contingentati organizzate dalla gestione di Castel Sant’Angelo. Non esiste un’apertura continuativa e le date vengono annunciate di volta in volta: orari e tariffe vanno controllati sul sito ufficiale del museo con qualche settimana di anticipo, perché i posti si esauriscono rapidamente.

Come si arriva al rione Borgo con i mezzi pubblici?

Il rione Borgo si raggiunge con la metropolitana linea A, fermata Ottaviano, da cui si cammina circa dieci minuti fino a Borgo Pio passando per piazza del Risorgimento; l’alternativa è la fermata Lepanto, sempre sulla linea A. Diversi autobus arrivano a piazza Pia e a largo Giovanni XXIII: i percorsi cambiano spesso per cantieri e celebrazioni, conviene verificarli sull’app di Atac prima di partire.

Quanto tempo serve per visitare il rione Borgo?

Per un giro del rione Borgo servono fra due e tre ore, comprese le soste alle chiese e la camminata lungo il Passetto, escludendo la basilica di San Pietro, la cupola e i Musei Vaticani. Aggiungendo Castel Sant’Angelo si arriva facilmente a mezza giornata. Chi vuole anche entrare in basilica e salire alla cupola deve calcolare una giornata intera, code comprese.

Borgo Pio vale la pena?

Borgo Pio conserva l’impianto cinquecentesco voluto da Pio IV e si percorre in dieci minuti, ma è oggi la strada più turistica del rione, con una concentrazione altissima di locali rivolti al solo passaggio. La camminata ha senso per la misura della strada e per le facciate; per mangiare o per capire come si vive qui conviene spostarsi su borgo Vittorio e borgo Angelico, a cinquanta metri.

Il rione Borgo è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

Il rione Borgo è in gran parte pianeggiante e via della Conciliazione ha marciapiedi molto ampi, quindi il percorso principale fra Castel Sant’Angelo e piazza San Pietro è tra i più agevoli del centro di Roma. Le difficoltà riguardano il selciato in sampietrini di alcune strade interne e le scalinate di accesso ad alcune chiese minori. Abbiamo una pagina dedicata su Roma accessibile.

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