Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e il suo Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria occupano l'ala secentesca dell'antico Ospedale di Santo Spirito, a Lungotevere in Sassia 3, 00193 Roma, cinquecento metri scarsi dal colonnato di San Pietro. Si arriva con la metropolitana A, fermata Ottaviano, e poi dieci minuti a piedi lungo Borgo Sant'Angelo oppure lungo il fiume; in autobus servono le linee ATAC 23, 34, 62 e 280, che passano sul Lungotevere e a Borgo Santo Spirito. L'ingresso del museo si apre sotto il portico dell'edificio alessandrino, dalla parte del fiume, e non ha nulla dell'atrio di un museo civico: è la porta di un ospedale ancora vivo. Il telefono dell'Accademia è 06 68352748, la posta elettronica segreteria.asas@gmail.com, il sito ufficiale accademiastoriasanitaria.it. La visita si concorda per appuntamento, telefonando o scrivendo alla segreteria: non esiste un botteghino aperto tutti i giorni, e chi si presenta senza avere fissato rischia di trovare il portone chiuso. La banca dati dei luoghi della cultura del Ministero indica per il museo un biglietto di 5 euro, che diventano 7 euro con la visita guidata; l'importo e le condizioni vanno confermati al momento della prenotazione. La biblioteca annessa riceve dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 su appuntamento, chiusa il sabato, la domenica e nei giorni festivi, e per la consultazione chiede una lettera di presentazione. Per orientarsi fra gli altri indirizzi della città c'è la pagina delle attrazioni turistiche di Roma.

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Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria, sale del museo nell'Ospedale di Santo Spirito
Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Che cosa è davvero l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Conviene chiarire subito un equivoco che manda in confusione metà dei visitatori. L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria non è il nome elegante di un museo: è un ente, con uno statuto, un consiglio di reggenza, un collegio dei probiviri e centri regionali sparsi in Italia, e questo ente possiede e gestisce tre cose distinte che convivono nello stesso corridoio di Santo Spirito. La prima è il Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria, ottocentocinquanta metri quadrati di sale espositive. La seconda è una biblioteca specializzata di circa diecimila volumi sulla storia della medicina, dal Quattrocento a oggi. La terza è un archivio, con le carte dell'istituzione e i fondi dei donatori.

L'ente lavora come centro di studio degli aspetti storici, medici e biologici dell'arte medica e sanitaria, e organizza attività scientifiche e culturali con il Ministero della Salute, con il Ministero della Cultura e con le università italiane e straniere. Il suo emblema è una palma verde in campo d'oro, il motto latino Nec in arido arescit, che vale a dire che neppure nell'arido si secca: una dichiarazione di ostinazione più che un ornamento araldico, e chi conosce le vicende economiche di questa istituzione capisce quanto sia calzante.

La conseguenza pratica di questa natura ibrida la vedete appena entrate. Un museo di Stato ha personale di sala, biglietteria, cartellonistica multilingue e un percorso segnato per terra. Qui c'è un custode che apre, un socio o un ricercatore che accompagna, vetrine ottocentesche con etichette scritte a mano, e una densità di oggetti per metro quadrato che nessun museo moderno si permetterebbe. Ho accompagnato gruppi in mezza Roma per vent'anni e non conosco un altro posto in città dove il rapporto fra quantità di storia e quantità di visitatori sia così sbilanciato a favore della prima.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e l'ospedale che la ospita

Un dettaglio che cambia il tono della visita: il museo è dentro un ospedale in funzione. Il complesso di Santo Spirito appartiene alla ASL Roma 1 e ospita ambulatori, uffici, un pronto soccorso storico, la Scuola Medica Ospedaliera e l'Accademia Lancisiana. Non si attraversa una zona monumentale recintata, si attraversa un luogo di lavoro. Questo impone due cose: rispetto del silenzio nei corridoi e puntualità assoluta all'appuntamento, perché chi vi apre la porta ha spesso altri impegni nella stessa mattinata.

La mia opinione, netta: la coabitazione fra ospedale e museo è il vero motivo per cui questo posto vale il viaggio. Le tavole anatomiche, i ferri chirurgici e i vasi da spezieria non sono esposti in un contenitore neutro costruito apposta, ma nelle stanze dove quella medicina si praticava davvero, a venti metri dalla corsia dove i malati venivano ricoverati dal Quattrocento. Nessun allestimento contemporaneo può comprare quel genere di contesto.

Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e Museo di Storia della Medicina: due musei diversi

Roma ha due grandi musei dedicati alla storia della medicina e la gente li confonde con regolarità, anche perché i motori di ricerca li restituiscono uno accanto all'altro. Vale la pena separarli una volta per tutte.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria è a Lungotevere in Sassia 3, nel rione Borgo, dentro l'ospedale di Santo Spirito, ed è un ente privato riconosciuto, nato nel 1920. Il suo museo espone collezioni storiche stratificate: ex voto etruschi e romani, strumentario chirurgico dall'antichità al Novecento, preparati anatomo-patologici seicenteschi, cere, vasi da spezieria, la ricostruzione di una farmacia e di un laboratorio alchemico.

Il Museo di Storia della Medicina è invece all'altro capo della città, in viale dell'Università 34a, nella Città Universitaria della Sapienza, e fa parte del Polo museale dell'ateneo. Nasce da un'altra genealogia, quella accademica e universitaria, e il suo racconto è più didattico e sistematico: il percorso va dalle pratiche rituali antiche alla sperimentazione clinica e alle sfide della biomedicina contemporanea. La pagina del Polo museale Sapienza indica l'apertura dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 e il recapito 06 4991 4766.

Detto in modo brutale: alla Sapienza si va per capire come la medicina è diventata scienza, a Santo Spirito si va per vedere le cose con cui la medicina è stata fatta. Se avete un solo pomeriggio e vi interessa l'oggetto, il ferro, il vaso, la cera, scegliete l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria. Se vi interessa il discorso, il metodo, la storia delle idee, scegliete la Sapienza. Se avete due giorni, fate tutti e due e aggiungete il Museo di Anatomia Patologica, che completa il quadro dal lato del Policlinico.

E gli altri musei scientifici romani

Il capitolo non finisce lì. La Sapienza conserva anche il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi, dedicato all'anatomia degli animali e intitolato allo zoologo che capì il ruolo della zanzara nella malaria, e il Museo Erbario, dove la storia della farmacopea si legge attraverso le piante secche. Chi vuole seguire il filo della chimica e dell'alchimia trova materia al Museo di Chimica Primo Levi. Sono tutte istituzioni con aperture ridotte e regole proprie: il consiglio è di trattarle come l'Accademia, cioè scrivendo prima.

Santo Spirito in Saxia, la casa dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Per capire il museo bisogna capire l'edificio, perché il museo è nato dentro l'edificio e ne ha ereditato gli oggetti. Il complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia rivendica oltre undici secoli di attività assistenziale continua, un primato che in Europa hanno in pochi. La ASL Roma 1, che oggi lo amministra, fa risalire l'ospedale vero e proprio al 1198, per volontà di papa Innocenzo III, ma su terreni e strutture che avevano già una funzione: un ospedale attestato nel 498 dopo Cristo e un ospizio fondato nel 728 da Ina, re dei Sassoni dell'ovest, per i pellegrini che arrivavano a Roma dalle isole britanniche. È da quell'insediamento, la Schola Saxonum, che vengono il nome del rione, Borgo, e quel Sassia che ancora oggi confonde i romani meno attenti: non ha niente a che vedere con la Sassonia tedesca, viene dai Sassoni d'Inghilterra. Prima ancora, in età imperiale, la zona era occupata dagli Horti Agrippinae, i giardini della famiglia di Agrippina Maggiore che scendevano dal Gianicolo al Tevere.

La fondazione innocenziana e i bambini del Tevere

La tradizione lega la fondazione a un sogno. Innocenzo III avrebbe visto in visione un angelo che gli mostrava le reti dei pescatori del Tevere piene di corpicini di neonati, gettati nel fiume da madri che non potevano tenerli. È una leggenda di fondazione, va detta per quello che è, ma spiega meglio di qualunque documento che cosa quell'ospedale fosse: prima ancora che un luogo di cura, un luogo di raccolta di chi non aveva nessuno. Il papa affidò l'istituzione a Guido di Montpellier, che in Provenza aveva già fondato una congregazione ospedaliera dedicata allo Spirito Santo. Da Roma quell'ordine si diramò in tutta Europa, generando centinaia di complessi con lo stesso nome e lo stesso segno di riconoscimento: la croce a doppio braccio, la croce di Lorena, che a Santo Spirito trovate scolpita, dipinta e ricamata dappertutto, anche sui vasi da farmacia esposti in museo.

Il progetto dell'ospedale duecentesco è attribuito dalla tradizione erudita romana a Marchionne d'Arezzo. Nel 1204, per dotare la fondazione di rendite, entrarono in gioco perfino le entrate di una chiesa inglese, quella di Writtle, concesse da Giovanni Senza Terra: un dettaglio che dice quanto la Schola Saxonum contasse ancora nei rapporti fra Roma e l'Inghilterra.

L'incendio, Sisto IV e le Corsie Sistine

Il Quattrocento fu duro. Nel 1414 l'ospedale dovette sospendere i servizi, e nel 1471 un incendio devastò l'edificio. La ricostruzione fu voluta da Sisto IV, il papa della Cappella Sistina, e fu impresa di pari ambizione: il cantiere delle Corsie Sistine si apre nel 1473, e il progetto è attribuito a Baccio Pontelli, con i nomi di Giovanni de' Gherarducci e di Andrea Bregno accanto al suo nella tradizione erudita romana. Su chi tenne la matita si discute ancora; sul risultato no.

La corsia principale misura 126 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 16 di altezza. Al centro si apre un tiburio ottagonale retto da quattro arcate a tutto sesto, scandito da doppie lesene e cornici, con dodici statue di Apostoli nelle nicchie del primo ordine e Profeti dipinti nel secondo. Sotto il tiburio c'è l'altare di San Giobbe, sormontato da un ciborio marmoreo che la critica attribuisce ad Andrea Palladio, con una pala a olio di Carlo Maratta, seicentesca, dedicata appunto a Giobbe: il patrono dei malati di pelle, scelta tutt'altro che casuale in un ospedale.

Le pareti alte portano un ciclo di affreschi di circa 1200 metri quadrati, eseguito a fresco da maestranze di scuola umbro-laziale e diviso in 69 riquadri narrativi con iscrizioni latine dettate da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, il bibliotecario di Sisto IV. I riquadri raccontano la fondazione innocenziana e la rifondazione sistina: un'autobiografia dipinta dell'istituzione, con il papa che si fa ritrarre dentro la propria opera di misericordia. L'ingresso monumentale laterale, il Portale del Paradiso, è attribuito ad Andrea Bregno.

Le Corsie Sistine hanno chiuso un restauro nel 2022, finanziato dalla Regione Lazio, e sono visitabili con prenotazione obbligatoria, gruppi di venticinque persone al massimo oltre alla guida, nei giorni feriali e anche il sabato e la domenica. Le visite si prenotano scrivendo al Polo Museale della ASL Roma 1. Il consiglio pratico è di provare a incastrare le due cose nella stessa mattinata, perché il museo dell'Accademia e le Corsie fanno capo a soggetti diversi ma distano meno di cento metri.

Il Palazzo del Commendatore

Sul lato di Borgo Santo Spirito si alza il Palazzo del Commendatore, la residenza del rettore dell'ospedale, ricostruito fra il 1567 e il 1571 su disegno di Nanni di Baccio Bigio sotto Pio V. Ha un cortile porticato a due ordini che è uno dei più belli del rione e quasi nessuno lo vede, perché per anni è stato territorio di uffici. Sulla facciata interna c'è un orologio barocco del 1827 voluto da monsignor Ludovico Gazzoli, incorniciato in modo da somigliare a un galero prelatizio: un cappello con le nappe che fa da quadrante. Nella loggia superiore del palazzo è alloggiata la Biblioteca Lancisiana. Le visite guidate al Palazzo del Commendatore risultano momentaneamente sospese per ragioni di sicurezza legate ai lavori di restauro, mentre le Corsie Sistine restano regolarmente accessibili.

L'edificio alessandrino, dove è l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il pezzo di ospedale che ci interessa è più tardo. Fra il 1665 e il 1667 Alessandro VII fece costruire una nuova corsia perpendicolare a quelle sistine, che i romani chiamarono subito l'ospedaletto perché era destinata ai feriti di guerra. È la Sala Alessandrina: 33,11 metri di lunghezza, 10,78 di larghezza, 10,89 di altezza, sessantaquattro letti di capienza. Nel 1929 l'istituto di Santo Spirito concesse all'Accademia quest'ala, ormai dismessa dalla funzione di corsia, e da allora il museo occupa l'ex corsia alessandrina e gli ambienti attigui. Quando percorrete la sala, tenete a mente quel numero: sessantaquattro letti. Le vetrine e le sedie da conferenza di oggi occupano lo spazio dove erano allineati i pagliericci dei feriti pontifici.

Il complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia a Lungotevere in Sassia 3
Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria - complesso di Santo Spirito in Sassia

La ruota degli esposti, a due passi dall'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

A pochi passi dall'ingresso del museo, sul fronte di Borgo Santo Spirito, alla sinistra del portone barocco monumentale, c'è ancora l'apertura murata della ruota degli esposti. Non è una ricostruzione didattica: è il buco vero, con la sua cornice di pietra, e passandoci davanti la maggior parte dei turisti non lo nota.

Il meccanismo era semplice e spietato nella sua efficienza. Un cilindro di legno cavo, montato dentro un'apertura del muro e imperniato in modo da ruotare: si posava il neonato nella parte esterna, si girava il cilindro, il bambino finiva dentro l'ospedale e la madre spariva senza essere vista. La tradizione attribuisce l'istituzione della rota a Santo Spirito allo stesso Innocenzo III, intorno al 1204, e la lega di nuovo ai corpicini del Tevere. La regola dell'istituzione prescriveva che gli orfani esposti fossero nutriti per quanto la casa poteva.

Filius m. ignotae, ovvero una parola romana

I bambini accolti venivano registrati come filius matris ignotae, figlio di madre ignota, abbreviato negli atti in filius m. ignotae. Dalla contrazione di quella formula burocratica la tradizione popolare romana fa derivare una parola che a Roma si sente ancora tutti i giorni, e che nessuno pronuncia pensando che nasca in un registro di ospedale del Duecento. È un'etimologia popolare, non una certezza filologica, e come tale va raccontata; ma è troppo bella per non dirla, e ha il pregio di ricordare che le parole più volgari hanno spesso origini dolorose.

Il museo dell'Accademia conserva materiale che completa questa storia: il plastico delle corsie sistine, gli oggetti dell'assistenza, le formelle in ceramica invetriata con le opere di misericordia. Chi vuole approfondire il capitolo dell'infanzia abbandonata a Roma trova nella città altri luoghi che raccontano la stessa vicenda da angolature diverse, dal museo delle Anime del Purgatorio sul Lungotevere Prati alle collezioni di ex voto sparse nelle chiese del centro.

Quando la ruota smise di girare

Il sistema delle ruote fu smantellato in Italia fra Otto e Novecento e sostituito da forme di accoglienza registrate, con tempi diversi da città a città: per Santo Spirito conviene tenersi su quell'arco cronologico senza inseguire un anno preciso. Quello che resta, e che si vede, è la nicchia murata. Portateci i ragazzi e spiegate loro che cosa serviva: nella mia esperienza è il momento in cui una visita a Borgo smette di essere una passeggiata fra i souvenir e diventa qualcosa che si ricorda.

Come nacque l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La data che il museo porta scritta in facciata, per così dire, è il 1920. La genealogia però comincia prima, e in due punti diversi.

Il primo punto è interno all'ospedale. Alla fine del Settecento il chirurgo Giuseppe Flaiani, primario di Santo Spirito, mise insieme un museo anatomico a uso didattico per gli allievi della scuola chirurgica: preparati secchi, malformazioni, pezzi anatomici conservati e studiati. Quel museo ottocentesco, con le sue vetrine e i suoi barattoli, non andò perduto: è il nucleo antico che oggi si vede nella sala che porta il suo nome.

Il secondo punto è esterno, ed è una mostra. Nel 1911 Roma celebrò il cinquantenario dell'Unità con l'Esposizione internazionale, e dentro quell'esposizione ci fu una sezione di arte retrospettiva dedicata alle arti sanitarie, allestita a Castel Sant'Angelo, con materiale scientifico di varie epoche proveniente dall'ospedale di Santo Spirito e dalle collezioni private dei professori Carbonelli e Capparoni. Per l'occasione furono costruite la ricostruzione di una farmacia del Seicento e quella di un laboratorio alchemico. La mostra chiuse, ma il materiale rimase, e con esso l'idea che quel materiale meritasse una sede stabile.

Il 1920, il 1922, il 1929, il 1933, il 1934

Le cinque date che contano si susseguono in poco più di dieci anni. Il 22 aprile 1920 nasce l'Istituto Storico per il Museo dell'Arte Sanitaria, per iniziativa di tre promotori e con l'adesione delle massime rappresentanze della città e della nazione: il Comune di Roma, i Ministeri degli Interni, della Pubblica Istruzione, della Guerra e della Marina, il Sovrano Militare Ordine di Malta, l'Ordine Mauriziano di Torino, la Croce Rossa Italiana e il Pio Istituto di Santo Spirito e Ospedali Riuniti di Roma. Nel 1922 l'istituto viene eretto in ente morale con regio decreto del 14 maggio, numero 1756, e assume la denominazione di Istituto Storico Italiano dell'Arte Sanitaria, in sigla I.S.I.D.A.S. Nel 1929 l'ospedale concede l'ala dell'ex corsia alessandrina. L'11 maggio 1933 il museo viene inaugurato solennemente. Il 16 ottobre 1934, con un altro regio decreto, il numero 2389, l'istituto assume la forma e il nome di Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria, con lo scopo di promuovere studi storico-medici e di reggere il museo.

Il resto è storia di donazioni. Alle raccolte residuate dalla mostra del 1911 si aggiunse nel 1931 la collezione di Giovanni Carbonelli, nel 1939 quella del generale A. Cavalli Mulinelli, poi quelle di Giuseppe e Orlando Solinas. Un museo così si legge come una geologia: ogni strato porta la firma di chi lo ha depositato, e le vetrine conservano ancora l'ordine mentale del collezionista che le riempì.

I tre fondatori dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Mariano Borgatti era un generale del Genio, non un medico. Uomo di fortificazioni e di storia dell'architettura militare, fu il primo presidente dell'Accademia, e a lui si deve la parte organizzativa e istituzionale dell'impresa: senza un ufficiale con relazioni ministeriali, quelle adesioni di Ministeri e ordini cavallereschi non si sarebbero raccolte.

Giovanni Carbonelli era un ginecologo con la passione del collezionista e dell'erudito. La sua raccolta di strumenti, libri e documenti confluì nel museo nel 1931 e forma il grosso della sala che porta il suo nome. È il tipo di studioso che nell'Italia fra Otto e Novecento fece da solo, spesso con i propri soldi, quello che altrove facevano le università.

Pietro Capparoni, romano, 1868-1947, si laureò in medicina nel 1892, cominciò come chirurgo e finì storico della medicina. Nel 1907 fondò la Società italiana di storia della medicina e delle scienze naturali; diresse dal 1913 al 1919 la Rivista di storia critica delle scienze mediche e naturali; insegnò storia della medicina a Bari nel 1924, a Pisa nel 1928, a Bologna dal 1931 al 1938, e fu quindi uno dei primissimi docenti ufficiali della disciplina in Italia. Dal 1934 fu presidente dell'Accademia. I suoi studi si concentrarono sulla scuola medica salernitana, e nel 1923 pubblicò i Magistri salernitani nondum cogniti, un repertorio di medici medievali fino ad allora ignoti. La critica successiva gli ha rimproverato un metodo non sempre rigoroso, ed è un rimprovero fondato; resta che senza di lui questa collezione oggi sarebbe dispersa fra rigattieri e case private.

La visita all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria, sala per sala

Il percorso si sviluppa su nove ambienti, fra piano terra e piano superiore, e non ha un senso obbligato: chi vi accompagna decide l'ordine. Quello che segue è la sequenza più logica, che parte dal portico e sale allo scalone.

Il portico dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

L'ambiente d'ingresso fa parte della fabbrica alessandrina costruita fra il 1665 e il 1667. Guardate a sinistra: c'è lo stemma di Pio IX con una lapide di marmo del 1896, e sotto un mortaio marmoreo affiancato da due angeli. Un mortaio in un portico d'ospedale non è decorazione: è insegna, come il mortaio dipinto sulle vecchie farmacie, e dice a chi entra che lì dentro si preparano medicine.

Un'altra lapide ricorda un restauro eseguito nel 1797, quando l'ospedale era retto dal precettore Giovanni Castiglioni. Sulle pareti compaiono stemmi in travertino dell'ospedale, con la doppia croce. In un angolo a destra è murato un monumento del 1902 dedicato al medico Enrico Biondi, ucciso da un malato di mente: il ricordo di un rischio del mestiere che gli ospedali ottocenteschi conoscevano bene e di cui si parlava poco.

Il consiglio, qui, è di non correre. Il portico è la soglia fra l'ospedale vivo e il museo, e in tre metri quadrati contiene già i tre linguaggi che ritroverete in tutte le sale: l'araldica papale, l'oggetto di farmacia, la memoria del personale sanitario.

La Sala Alessandrina dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Si entra e la scala del posto cambia. La Sala Alessandrina è una corsia ospedaliera secentesca lunga 33,11 metri, larga 10,78 e alta 10,89, disposta perpendicolarmente alle corsie sistine di Sisto IV. Nacque come ospedaletto per i feriti in guerra e poteva ospitare sessantaquattro letti. Oggi funziona come sala conferenze, e ospita l'inaugurazione dell'anno accademico e i convegni dell'ente.

Sulle pareti corrono diciannove tavole anatomiche di grande formato, disegnate e incise da Antonio Serantoni sulla base delle ricerche di Paolo Mascagni, colorate a mano, databili al primo Ottocento. In fondo alla sala, su un piedistallo, una statua in gesso di Esculapio. Le tavole meritano un capitolo a parte e lo avranno più avanti; qui basti dire che vederle appese in una corsia d'ospedale, e non in una teca climatizzata, è un'esperienza che nessuna riproduzione restituisce.

Opinione personale: la Sala Alessandrina è il pezzo forte del museo e quasi tutte le fotografie che circolano in rete non le rendono giustizia, perché la fotografano dal centro con il grandangolo. La si capisce mettendosi in un angolo, a filo di parete, e guardando in diagonale: solo così si legge la lunghezza vera e si capisce che cos'era una corsia d'ospedale prima delle stanze a due letti.

Lo scalone dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e il tavolo anatomico

Dallo scalone monumentale si sale al piano superiore. Ai due lati sono allineati busti di medici illustri, fra i quali Ippocrate e Giovanni Maria Lancisi. Sulla destra c'è l'oggetto più cupo e più celebre del museo: un tavolo anatomico di pietra con gocciolatoio e scanalature ai bordi, per la raccolta dei liquidi durante le dissezioni, proveniente dalla cella mortuaria dell'ospedale della Trinità dei Pellegrini. La tradizione dell'Accademia vuole che su quel piano sia stata deposta la salma di Goffredo Mameli, morto il 6 luglio 1849 dopo l'amputazione della gamba ferita durante la difesa della Repubblica Romana. È una memoria che l'istituzione custodisce e che ha celebrato pubblicamente; chi vuole ricostruire per intero la vicenda del 1849 trova il racconto al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, sul Gianicolo, a poche centinaia di metri dai luoghi dei combattimenti.

Sul pianerottolo c'è una cassapanca lignea del Seicento, ornata da teste di leone, che serviva a conservare piante medicinali e proviene dalla spezieria dell'ospedale. Avvicinandosi alla porta della Sala Flajani si vedono, ai lati, medaglioni con i ritratti di Pio VI e del cardinale Francesco Saverio de Zelada, e lapidi che ricordano i fondatori del museo e il primo presidente dell'Accademia.

Un consiglio da guida: fermatevi sul tavolo anatomico e non abbiate fretta di raccontarne la parte risorgimentale. Guardate prima il manufatto. Le scanalature ai bordi e il foro di scolo dicono tutto quello che c'è da sapere sul mestiere dell'anatomista prima della refrigerazione: la dissezione si faceva in fretta, spesso d'inverno, e l'unico impianto tecnologico disponibile era la pendenza del piano.

La Sala Flajani dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

È la prima sala che si incontra al piano superiore ed è quella che divide i visitatori in due. Qui sono esposti i fondi antichi, cioè il museo anatomico settecentesco messo insieme da Giuseppe Flaiani, e a chi non ha frequentazione con la medicina lo spettacolo risulta duro: deformità patologiche e morbose, esposte con la sobrietà espositiva del primo Ottocento, che è poi assenza totale di mediazione.

Si tratta di preparati anatomo-patologici realizzati a secco, del tardo Seicento, e di malformazioni neonatali conservate sia a secco sia in formalina. Le alterazioni riguardano lo scheletro e i vasi sanguigni, e documentano malattie che in Italia sono scomparse, la sifilide terziaria in testa. Ci sono crani di feti, piccoli scheletri, casi di macrocefalia e un bicefalo. Vale la pena dire una cosa che di solito non si dice: quei pezzi non furono raccolti per stupire. Furono raccolti perché erano l'unico atlante disponibile. Prima della radiologia e della genetica, un chirurgo che voleva sapere che aspetto avesse una malformazione doveva averla vista, e per vederla doveva conservarla.

Su una scaffalatura in legno rosato di gusto impero è esposta una collezione di cere anatomiche di Giovanni Battista Manfredini, eseguite sotto la supervisione dell'anatomista Carlo Mondini. Al centro della sala un tempietto conteneva un tritacorteccia di china del Settecento, opera di Giovanni Battista Cipriani da Siena, e accanto si trova un plastico delle corsie sistine. Sulla parete di destra è allineata una collezione di calcoli epatici, renali e vescicali estratti a pazienti ricoverati nell'ospedale nell'Ottocento: una vetrina che sembra minerale e invece è clinica.

E poi c'è il cranio. In questa sala è conservato il presunto teschio di Plinio il Vecchio, rinvenuto alla foce del Sarno agli inizi del Novecento. Se ne parla per esteso più avanti, perché quella storia merita spazio.

La Sala Capparoni dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Sul lato sinistro si apre la raccolta di ex voto etruschi, romani, greci e moderni legati alla salute: teste, arti, occhi, organi interni modellati in terracotta e offerti a una divinità guaritrice. È il capitolo più antico del museo e quello che collega la medicina alla religione senza infingimenti.

Le vetrine sono ancora numerate secondo l'ordinamento storico e conviene seguirle. Nella vetrina B5 c'è un corno montato su un liocorno di bronzo, cioè un presunto corno di unicorno, materia farmaceutica di grandissimo prezzo nel Rinascimento e antidoto universale nella teoria dell'epoca. Nella B4 la palla di bezoar, la concrezione che si forma nello stomaco di alcuni ruminanti e che si riteneva capace di neutralizzare i veleni, insieme a farmacie portatili fra Seicento e Ottocento e a pastiglie di terra sigillata, l'argilla di Lemno bollata con un sigillo di garanzia e venduta come rimedio.

Nella vetrina B2 la Venere anatomica in avorio, manufatto tedesco del Seicento: una figurina femminile smontabile, con il ventre che si apre a mostrare i visceri e il feto. Accanto la siringa di Mauriceau e un clistere del Seicento. In terra è appoggiata una stele funeraria di Publio Elio Curziano, medico e liberto di Adriano: nome, mestiere, condizione giuridica, tutto in poche righe di epigrafe. Nella vetrina B9 formelle in ceramica invetriata con la rappresentazione dell'assistenza agli infermi, che la tradizione attribuisce all'ambito di Luca della Robbia.

Sulla parete di fondo vetri e vasi da farmacia. Sopra, quadri di medici illustri, e al centro il ritratto di Girolamo Fabrici d'Acquapendente, nato ad Acquapendente nel 1533 e morto a Padova nel 1619, allievo e successore di Falloppio sulla cattedra padovana di anatomia, autore nel 1603 della prima descrizione esatta delle valvole venose e costruttore di quel teatro anatomico di Padova che è l'unico dell'epoca rimasto perfettamente conservato. Nella sala si trovano inoltre una macchina per elettroterapia dell'Ottocento, antenata degli apparecchi per elettroshock, e attrezzi appartenuti a Orlando Solinas e Giuseppe Bovio.

La Sala Carbonelli dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Sul lato destro c'è un oggetto che da solo giustificherebbe la visita: la cattedra lignea con la scaletta di accesso appartenuta a Giovanni Maria Lancisi, dalla quale il grande archiatra teneva le lezioni di medicina ai sanitari dell'ospedale e presiedeva conferenze e riunioni scientifiche. Salire su una cattedra con la scaletta significava letteralmente insegnare dall'alto, e non c'è metafora della didattica medica del Settecento più esatta di quel mobile.

Sulla parete di fondo è montata una rappresentazione del sistema nervoso centrale e periferico realizzata da Luigi Raimondi nel 1844; sulla parete opposta un'altra, di Stefano Fattocchio. Sono preparati veri, dissecati e trattati, montati come quadri: due dei pezzi più spettacolari della museografia anatomica italiana, e vederli affiancati permette di confrontare due mani e due scuole.

Le vetrine seguono un ordine tematico. Nella C1 gli strumenti con cui i chirurghi antichi eseguivano le operazioni più comuni. Nella C2 gli strumenti d'indagine, fra cui gli specula vaginali e anali. Nella C3 la mano amputata di una ragazza di tredici anni morta nel 1881, conservata con un trattamento di metallizzazione. Nelle C5 e C6 altri ex voto, altri ferri chirurgici e reperti archeologici riprodotti in gesso e ferro.

Attorno, un catalogo che sembra inventato e invece è reale: una collezione di microscopi di varie epoche e dimensioni; due stampe, una raffigurante l'abito della medicina di autore ignoto e una giovane affetta da morbo incisa da Francesco Bartolozzi; vetri e vasi da farmacia; unguentari romani; matule, cioè le ampolle di vetro per l'esame delle urine; coppette per salasso; pappagalli e orinali; un biberon francese; una bottiglia di Leida; un apparecchio di Avogadro; strumenti ostetrici provenienti dall'ospedale lateranense; un torchio in legno da farmacia arrivato da un ospedale torinese; una stampa con il medico della peste nel suo abbigliamento a becco; un'insegna da chirurgo barbiere del Cinquecento; una stampa a colori con un medico; una statua lignea del Cinquecento raffigurante un oppiato, proveniente da una farmacia piemontese; un quadro a olio con l'anfiteatro anatomico dell'Ospedale della Consolazione; un altro quadro a olio con una scena di peste. E ancora due apparecchi per l'anestesia di inizio Ottocento, un mobile con lo stemma dei Savoia e vetrine a leggio che conservano erbari settecenteschi.

Qui la mia opinione è netta e forse impopolare: la Sala Carbonelli è la più difficile da digerire, perché è sovraccarica, e chi la visita senza qualcuno che gliela legga esce con la testa piena e la memoria vuota. Sceglietevi tre oggetti e guardate solo quelli. Io consiglio la cattedra di Lancisi, i due sistemi nervosi e l'insegna del chirurgo barbiere, che spiega meglio di un saggio la separazione fra medicina dotta e pratica manuale.

La farmacia ricostruita dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La farmacia è la ricostruzione fedele di una spezieria del Settecento, con pavimento in cotto e soffitto a cassettoni. Il bancone ligneo è di fronte alla porta e sopra c'è la bilancia con cui il farmacista dosava le polveri. Sugli scaffali i vasi da farmacia usati per i medicamenti: la maggior parte proviene davvero dalle spezierie di Santo Spirito, di San Giacomo e di Santa Maria della Consolazione, tre dei grandi ospedali romani di antico regime.

Questo è il punto che di solito sfugge. La stanza è un allestimento, ma gli oggetti dentro la stanza sono autentici e romani. Non state guardando la scenografia di una farmacia generica: state guardando i contenitori che erano sugli scaffali degli ospedali di questa città. Chi vuole vedere l'altra faccia della medaglia, cioè una spezieria storica ancora nel suo luogo originario, deve attraversare il fiume e chiedere dell'antica spezieria di Santa Maria della Scala, a Trastevere.

Il laboratorio alchemico dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

L'ultimo ambiente è quello che i visitatori fotografano di più, e ha una regia dichiarata: l'allestimento vuole evocare la magia e la superstizione da cui la farmacologia si è staccata lentamente. Dal soffitto pende un coccodrillo impagliato, che nelle botteghe di speziale e nei gabinetti di curiosità europei era insegna e insieme amuleto.

Dentro si trovano un calco della porta ermetica dei giardini di piazza Vittorio Emanuele II; un contenitore di pietra del Seicento con coperchio e chiavistello, usato per preparare la teriaca, il farmaco composto da decine di ingredienti che le spezierie pubbliche confezionavano una volta l'anno con cerimonia; un camino con il forno dell'alchimista e un alambicco; una cucurbita, cioè il recipiente inferiore del distillatore; storte, campane di vetro per ricoprire preparati o raccogliere gas, e un imbuto separatore per dividere liquidi non miscibili come l'olio e l'acqua.

Il calco della porta merita due parole in più. L'originale, la Porta Magica o Porta Alchemica, fu costruito nella seconda metà del Seicento nella villa del marchese Massimiliano Savelli Palombara, letterato e appassionato di alchimia. La villa fu espropriata nel 1873 e demolita per la costruzione del quartiere Esquilino; la porta, smontata in quell'anno, fu ricollocata intorno al 1888 nel giardino di piazza Vittorio, dove ancora si trova. La leggenda racconta di un viandante, identificato dalla tradizione con il medico alchimista Francesco Giuseppe Borri, sparito dopo una notte nella villa lasciando tracce di oro purissimo e manoscritti indecifrabili. Gli studi moderni riportano invece le iscrizioni a un codice vaticano di rime dello stesso Palombara. Avere il calco qui, in un museo di medicina, è la migliore didascalia possibile: la farmacologia nasce nello stesso laboratorio dell'alchimia e ne esce solo quando comincia a misurare.

Vetrine e strumenti del Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria a Roma
Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria - Roma

Le tavole anatomiche dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Le diciannove grandi tavole appese nella Sala Alessandrina sono il capolavoro grafico del museo e hanno una storia editoriale che vale la pena conoscere prima di guardarle.

Paolo Mascagni, nato a Pomarance il 25 gennaio 1755 e morto a Castelletto il 19 ottobre 1815, fu l'anatomista che mappò per primo l'intero sistema linfatico umano. Lavorò su cadaveri di soggetti morti con edemi diffusi, iniettando mercurio attraverso cannule sottilissime e seguendo la rete dei vasi linfatici in tutto il corpo, cervello escluso. Pubblicò il prodromo nel 1784 e la storia dei vasi linfatici nel 1787, con un'edizione tedesca nel 1789. Il suo progetto più ambizioso, l'Anatomia universa, uscì postumo a Pisa fra il 1823 e il 1831, in quarantaquattro tavole di dimensioni monumentali, curato da tre professori dell'ateneo pisano.

Antonio Serantoni fu l'uomo che tradusse quella scienza in immagine: disegnò, incise e colorò a mano le tavole. La sua abilità consiste in una scelta di regia che oggi diamo per scontata e allora non lo era: figure a grandezza naturale, viste intere, con i sistemi corporei isolati per strati. Il sistema muscolare, quello arterioso, quello venoso, quello linfatico, quello osseo. Guardare una di quelle tavole significa vedere il corpo come lo vedeva un anatomista con il bisturi in mano, non come lo vede un lettore di manuale.

Le tavole conservate a Santo Spirito appartennero al chirurgo Guglielmo Riva, e sono realizzate su tavola. Fra le immagini più citate ci sono una figura femminile con il ventre sezionato e le rappresentazioni del microcosmo, del cervello e del fegato.

Come si guardano le tavole dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il consiglio operativo è di mettersi a due passi e cercare le mani e i piedi, non il torso. Nelle tavole di Serantoni la qualità si misura lì: le estremità sono la parte più difficile da rendere perché la densità di tendini, vasi e piccoli muscoli è massima, e un incisore mediocre la semplifica. Qui non è semplificata. Poi allontanatevi fino in fondo alla sala e guardate le diciannove tavole insieme: il colpo d'occhio è quello di un corpo umano scomposto in diciannove modi diversi, ed è esattamente l'effetto didattico che gli autori cercavano.

Opinione netta: se dovessi salvare una sola cosa dall'intero museo, salverei queste tavole, non i pezzi macabri. I pezzi macabri fanno notizia, le tavole fanno storia dell'arte oltre che storia della medicina.

Le cere anatomiche dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La ceroplastica anatomica è un capitolo italiano. Nel Settecento, quando conservare un cadavere era impossibile oltre pochi giorni, si prese a modellare in cera colorata quello che il bisturi aveva scoperto, ottenendo modelli permanenti, maneggiabili e replicabili. Firenze con La Specola e Bologna con la scuola bolognese furono i due poli.

Le cere esposte nella Sala Flajani appartengono al filone bolognese: sono opera di Giovanni Battista Manfredini, che le eseguì sotto la supervisione dell'anatomista Carlo Mondini. Sono conservate su una scaffalatura in legno rosato in stile impero, e la loro qualità è insieme scientifica e artistica: modellare un preparato in cera significa decidere che cosa mostrare e che cosa tacere, e in quelle decisioni si legge la teoria anatomica di un'epoca.

Il dettaglio che di solito colpisce chi le vede per la prima volta è il colore. Non è realismo fotografico: è un codice. I rossi, i gialli, i bianchi servono a distinguere i tessuti a colpo d'occhio, come in una carta geografica. Chi si aspetta un effetto da museo delle cere turistico resta spiazzato, e fa bene a restarlo.

Gli ex voto dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La collezione di ex voto della Sala Capparoni copre un arco cronologico enorme, dagli Etruschi al mondo moderno, e permette di seguire un gesto che non è mai cambiato: chiedere la guarigione offrendo l'immagine della parte malata.

Gli ex voto anatomici etrusco-laziali sono terrecotte votive: teste, mani, piedi, occhi, orecchie, uteri, cuori, intestini, deposti nei santuari fra il IV e il II secolo avanti Cristo. Chi li vede in fila per la prima volta li scambia per un catalogo di frammenti di statue; sono invece oggetti prodotti già così, in serie, in stampi, e venduti sul posto. La produzione in serie di offerte votive anatomiche è uno dei fatti più moderni dell'antichità.

Il salto agli ex voto moderni, dipinti o in argento, mostra la continuità: cambia la teologia, cambia il materiale, non cambia la logica. Il museo mette in fila questa continuità senza commentarla, ed è una scelta espositiva più forte di qualunque pannello. Chi vuole vedere che cosa succede quando lo stesso impulso religioso incontra la morte invece della guarigione può fare una deviazione al museo dei Frati Cappuccini di via Veneto.

I vasi da farmacia dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

I vasi da spezieria esposti fra la Sala Capparoni, la Sala Carbonelli e la farmacia ricostruita formano una delle raccolte romane più interessanti, e sono l'oggetto che consiglio sempre di guardare con attenzione perché è quello che parla di più.

Ogni vaso ha una forma legata al contenuto. L'albarello cilindrico con la strozzatura centrale, di origine islamica, per le paste e gli elettuari; il boccale con l'ansa per gli sciroppi; l'idria per i liquidi; il vaso globulare per le conserve. Sopra la forma corre il cartiglio con il nome latino della sostanza, spesso abbreviato, e chi impara a leggere quelle abbreviazioni scopre una farmacopea intera: teriaca, mitridato, diascordio, confectio hyacinthi, oppiati vari.

La provenienza è la parte più preziosa. I vasi del museo arrivano in buona parte dalle spezierie di Santo Spirito, di San Giacomo degli Incurabili e di Santa Maria della Consolazione. Erano tre ospedali con specializzazioni diverse e clientele diverse, e i loro contenitori portano stemmi differenti. Cercate la croce a doppio braccio: è la firma di Santo Spirito.

La teriaca, il farmaco che era anche uno spettacolo

Fra gli oggetti del laboratorio alchemico c'è il contenitore in pietra del Seicento usato per la teriaca. Vale la pena spiegare che cos'era. La teriaca è una preparazione di origine antica, attribuita alla farmacologia ellenistica e romana, composta da decine di ingredienti vegetali, minerali e animali, fra cui la carne di vipera, e considerata antidoto universale contro i veleni e rimedio per quasi tutto. La sua produzione nelle spezierie pubbliche era regolata e cerimoniale: si preparava in pubblico, sotto il controllo dei medici del Collegio, perché il pubblico dovesse vedere che gli ingredienti erano quelli dichiarati. Una preparazione farmaceutica che diventa evento civico è un fatto che dice molto sul rapporto fra fiducia e medicina, e vale ancora oggi.

Gli strumenti chirurgici dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Lo strumentario è distribuito soprattutto fra le vetrine C1, C2, C5 e C6 della Sala Carbonelli e fra le vetrine della Sala Capparoni, e copre dall'età romana al primo Novecento.

Gli strumenti romani sono i più impressionanti proprio perché i meno esotici: pinze, sonde, specilli, uncini, cateteri, cucchiai per la cataratta. Chi ha in mente la chirurgia antica come pratica grossolana resta spiazzato dalla precisione delle forme. Le stesse forme, con minime varianti, resteranno in uso fino all'Ottocento inoltrato, e questo è il vero insegnamento della vetrina: fra Galeno e l'anestesia la chirurgia cambia poco, perché il limite non è lo strumento, è il dolore del paziente e l'infezione.

Poi arrivano gli strumenti che parlano di velocità. I coltelli da amputazione a lama lunga, le seghe, i tourniquet: attrezzi progettati per fare in fretta, perché prima dell'anestesia la qualità di un chirurgo si misurava in secondi. Nella stessa sala ci sono due apparecchi per l'anestesia di inizio Ottocento, e il salto fra le due vetrine è il salto epocale della chirurgia moderna.

Gli strumenti ostetrici, provenienti dall'ospedale lateranense, raccontano un'altra vicenda: il forcipe, la siringa di Mauriceau esposta in Sala Capparoni, gli attrezzi per i parti difficili. È il capitolo in cui la medicina entra nella stanza del parto e la strappa alle levatrici, con guadagni e perdite che gli storici discutono ancora.

La biblioteca dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La biblioteca è annessa al museo e fu fondata nel 1920 insieme all'Accademia. Conserva circa diecimila volumi di storia della medicina, alloggiati in una scaffalatura lignea del Seicento proveniente da un archivio capitolare monastico: già il mobile è un pezzo da museo.

Il patrimonio copre dal Quattrocento al XXI secolo e comprende incunaboli, scritti usciti dalla stamperia di Aldo Manuzio e del figlio, ricettari manoscritti, lauree di medici, diplomi, regolamenti, miscellanee, circa trecento incisioni e tavole anatomiche. È diviso nel Fondo Capparoni e nel Fondo Carbonelli, con una raccolta consistente di riviste. I cataloghi si consultano online sul Servizio Bibliotecario Nazionale e su EDIT16, il censimento delle edizioni italiane del Cinquecento.

La sala di lettura è anche sala espositiva: oltre ai volumi ci sono quattro dipinti a olio del Settecento con ritratti di medici illustri, la macchina per elettroterapia dell'Ottocento e gli attrezzi appartenuti a Orlando Solinas e Giuseppe Bovio.

Come si accede alla biblioteca dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

L'accesso è per studio, non per curiosità turistica, e le regole sono precise: apertura dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 previo appuntamento, chiusura il sabato, la domenica e nei giorni festivi, richiesta di una lettera di presentazione, appuntamento da concordare per posta elettronica. Il servizio comprende consultazione in sede, informazioni bibliografiche e riproduzione del materiale; non è previsto il prestito. Il riferimento indicato dall'ente è la dottoressa Patrizia Ricca. La pagina di riferimento è quella della biblioteca dell'Accademia.

Detto da chi ci ha mandato più di uno studente: scrivete spiegando che cosa cercate e su che cosa lavorate. Una richiesta generica ottiene una risposta generica, una richiesta circostanziata ottiene di solito molto più di quanto si sperava.

La Biblioteca Lancisiana, l'altra biblioteca di Santo Spirito

Nello stesso complesso, ma sotto un'altra amministrazione, si trova una delle prime biblioteche mediche pubbliche d'Italia. La Biblioteca Lancisiana occupa la loggia superiore del cinquecentesco Palazzo del Commendatore, con ingresso da Borgo Santo Spirito 3, ed è gestita dalla ASL Roma 1 nell'ambito del suo Polo Museale. Non fa parte dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria: sono due istituzioni separate che condividono un cortile.

La fondò Giovanni Maria Lancisi nel 1711, e l'inaugurazione ufficiale avvenne il 21 maggio 1714. Lancisi donò all'ospedale la propria raccolta di volumi medici, oltre duemila, e volle che fosse aperta ai medici e agli studiosi, non riservata a un ordine religioso. L'anno successivo vi fu annessa un'accademia, perché i libri servissero a discussioni vive e non a esercizi di erudizione. L'ordine ospedaliero teneva del resto una biblioteca già dai primi del Seicento, come attestano i timbri manoscritti dell'epoca.

Che cosa conserva la Biblioteca Lancisiana

La consistenza del fondo si dà come ordine di grandezza: intorno ai ventimila volumi a stampa, un centinaio di incunaboli, circa duemila cinquecentine e manoscritti dal XIV al XIX secolo, per qualche centinaio di codici. Fra i pezzi celebri c'è un codice di Avicenna del Duecento e il Liber Fraternitatis, il registro con le firme di papi e sovrani iscritti alla confraternita di Santo Spirito.

Chi lavora sulla storia della medicina romana prima o poi ci finisce, e non c'è alternativa: quello che c'è lì non si trova altrove.

Come si visita la Biblioteca Lancisiana

La biblioteca riceve su prenotazione. Per lo studio e la consultazione il calendario indicato è il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9 alle 13, con l'aggiunta del pomeriggio dalle 14 alle 16 il lunedì e il mercoledì; per le visite guidate le fasce sono 10-12 e 15-17. Il contatto è la posta elettronica del Polo Museale della ASL Roma 1 e il riferimento è la dottoressa Patrizia Ricca. Le visite guidate al Palazzo del Commendatore risultano sospese per i lavori di restauro, mentre le Corsie Sistine restano visitabili con prenotazione.

Consiglio pratico da guida: se organizzate una giornata a tema per un gruppo, chiedete separatamente all'Accademia per il museo e alla Lancisiana per la biblioteca e le corsie, e mettete in mezzo un'ora di respiro. Sono due mondi diversi con due calendari diversi, e trattarli come un unico blocco è il modo più sicuro per far saltare la giornata.

Una curiosità su Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Nella Sala Flajani, in mezzo a preparati anatomici e crani di feti, è conservata una calotta cranica che secondo una tradizione tenace apparterrebbe a Plinio il Vecchio, l'ammiraglio della flotta di Miseno morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo mentre cercava di portare soccorso.

La storia comincia agli inizi del Novecento sul litorale stabiano, alla foce del Sarno, dove l'ingegnere e appassionato di antichità Gennaro Matrone scavò e trovò decine di scheletri di fuggiaschi. Uno di quei corpi portava collane, bracciali e una spada corta con la fibbia lavorata: segni di rango che a Matrone parvero compatibili con un alto ufficiale. Deriso dagli archeologi dell'epoca, che ritennero il ritrovamento privo di prove, vendette gli ori e conservò il cranio, che finì poi a Roma, in questo museo, dentro una teca con un'etichetta prudente.

Per un secolo la cosa è rimasta lì, a metà fra il cimelio e la leggenda. Poi, fra il 2018 e il 2020, un gruppo di ricerca coordinato dal giornalista e studioso Andrea Cionci, con specialisti della Sapienza e delle università di Firenze e Macerata e dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del CNR, ha sottoposto il reperto a una batteria di analisi: esame delle suture craniche, studio odontologico della mandibola, indagini sul DNA. I risultati, resi noti nel gennaio 2020, hanno prodotto due esiti opposti e complementari. Il primo: le suture craniche indicano un'età alla morte compatibile con i cinquantasei anni di Plinio. Il secondo, più clamoroso: la mandibola non appartiene allo stesso individuo del cranio, ma a una persona di circa trentasette anni, che i ricercatori hanno ipotizzato potesse essere uno degli uomini al seguito dell'ammiraglio.

La conclusione onesta, quella che gli stessi studiosi hanno formulato, è che nulla finora smentisce l'attribuzione della calotta a Plinio, e che le probabilità sono aumentate. Non è una prova. È un indizio robusto in un caso vecchio di più di un secolo, e nel frattempo produce l'effetto più singolare di tutta la visita: in una sala di ospedale sul Lungotevere, dentro una vetrina che nessuno segnala, potreste avere davanti agli occhi quel che resta dell'autore della Naturalis historia.

Mi si chiede spesso se ci credo. Rispondo così: ci credo quanto basta a portarci la gente, e non abbastanza da scriverlo su una targa. Che è poi, esattamente, il grado di certezza con cui il museo lo espone.

Una cosa che non ti dice nessuno su Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Questo museo non funziona come gli altri e chi non lo sa perde la giornata. Non c'è un botteghino con la fila, non ci sono orari continuati, non c'è un sito che vi vende un biglietto orario. L'apertura dipende dalla disponibilità di chi apre, e il modo corretto di entrare è telefonare o scrivere alla segreteria e concordare giorno e ora.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda la lingua e la mediazione. Le didascalie storiche sono in italiano, spesso sintetiche, talvolta ottocentesche nel lessico. Un visitatore straniero senza accompagnamento capisce poco più della metà di quello che ha davanti. Se accompagnate ospiti stranieri, chiedete espressamente se è disponibile una visita guidata al momento della prenotazione: la banca dati ministeriale indica la formula con guida a una tariffa superiore rispetto al solo ingresso, e vale la differenza.

La terza cosa riguarda l'indirizzo. In rete circolano recapiti diversi per lo stesso ente: numeri di telefono vecchi, un codice di avviamento postale sbagliato, perfino un dominio internet che non risponde più. Il riferimento da usare è il sito ufficiale dell'Accademia, con il numero 06 68352748 e la posta segreteria.asas@gmail.com, e l'indirizzo Lungotevere in Sassia 3, 00193 Roma. Prendete nota di questi e ignorate il resto.

La quarta cosa è la più importante e nessuna guida la scrive: questo posto non è adatto a tutti. Ci sono preparati anatomici veri, malformazioni fetali, una mano amputata di una bambina. Un adulto interessato alla storia della medicina ne esce arricchito; una persona impressionabile ne esce scossa. Non è un difetto del museo, è la sua natura, e chi lo prenota deve saperlo prima di entrare, non dopo.

Il consiglio che ti do per visitare Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Prenotate con largo anticipo e chiedete il primo turno della mattina. Le ragioni sono tre, tutte pratiche.

La prima è la luce. La Sala Alessandrina ha finestre alte e riceve luce naturale abbondante nelle ore centrali della mattina: le tavole anatomiche di Serantoni si leggono davvero solo con quella luce, perché l'illuminazione artificiale delle sale è debole e le vetrine riflettono.

La seconda è che chi vi accompagna la mattina ha più tempo. È un'istituzione che vive di persone, non di turni: nella prima ora della giornata trovate qualcuno disposto a rispondere alle domande, alla fine della mattinata trovate qualcuno che deve chiudere.

La terza è geografica. Uscendo dal museo verso le undici e mezza siete a cinque minuti a piedi da San Pietro e a dieci da Castel Sant'Angelo, cioè nel punto della città dove la giornata di un visitatore si decide. Con un'ora e mezza di museo alle spalle avete ancora tutto il pomeriggio.

Secondo consiglio, più tecnico: portate una torcia piccola o usate quella del telefono, senza flash. Le vetrine storiche non sono illuminate all'interno e alcuni oggetti minuti, gli unguentari romani, gli strumenti da cataratta, le pastiglie di terra sigillata, si vedono solo con una luce radente puntata da vicino. Chiedete prima il permesso: nella mia esperienza viene concesso senza problemi, mentre il flash viene giustamente negato.

Terzo consiglio, e qui vado controcorrente: non provate a vedere tutto. Nove ambienti e migliaia di oggetti in un'ora e mezza sono una condanna alla superficialità. Sceglietevi due sale e fatele bene. Io consiglio la Sala Alessandrina e la Sala Capparoni a chi viene per la prima volta, la Sala Flajani e il laboratorio alchemico a chi torna.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'ospedale di Santo Spirito sia antichissimo lo sanno tutti. Che sia stato la casa madre di un ordine ospedaliero europeo, molti meno.

Quando Innocenzo III chiamò a Roma Guido di Montpellier, non stava assumendo un amministratore: stava importando un modello. L'ordine dello Spirito Santo si diffuse da Roma verso la Francia, la Germania, la Polonia, l'Ungheria, la penisola iberica, generando centinaia di ospedali che portavano lo stesso nome, la stessa regola e lo stesso segno, la croce a doppio braccio. Chi ha viaggiato in Europa centrale ha visto quella croce sulle facciate di edifici che oggi sono musei civici o municipi, senza sapere che rimandavano tutti a un cortile di Borgo.

La conseguenza per il museo è concreta: molti degli oggetti esposti portano quella croce, dai vasi da farmacia agli stemmi in travertino del portico. Il museo dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria è quindi anche il deposito materiale della più grande rete assistenziale del medioevo europeo, e questo è un fatto che nessuna didascalia dichiara e che vale la pena tenere a mente mentre si guarda una brocca.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la scuola. Santo Spirito non fu solo un luogo di ricovero: fu una scuola medica e chirurgica. Lancisi ne fece un centro di ricerca e insegnamento a cavallo fra Sei e Settecento; Flaiani vi fondò il museo anatomico e vi insegnò anatomia pratica; l'anfiteatro anatomico dell'ospedale fu per generazioni il luogo dove i chirurghi romani imparavano il mestiere sui corpi. La cattedra lignea con la scaletta esposta nella Sala Carbonelli è il residuo fisico di quel sistema di formazione. Roma, che non ebbe mai una scuola universitaria di medicina paragonabile a Padova o Bologna, formò i suoi medici negli ospedali, e questo museo è l'archivio di quel modo di fare didattica.

Terzo elemento, che i romani stessi ignorano: dentro il complesso convivono ancora oggi tre istituzioni scientifiche distinte, l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria con il suo museo, l'Accademia Lancisiana e la Scuola Medica Ospedaliera. Non sono targhe superstiti: sono enti attivi, che pubblicano, tengono sedute e formano personale sanitario. Un ospedale di undici secoli che continua a essere anche un luogo di studio è una rarità europea.

La foto giusta da fare a Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Prima regola: chiedete il permesso al momento della prenotazione e rispettate quello che vi rispondono. In un museo che si visita per appuntamento le regole fotografiche le decide chi apre, e possono cambiare a seconda dei prestiti in corso e dei restauri.

Detto questo, la fotografia che vale è una sola e non è quella che fanno tutti. Tutti fotografano il coccodrillo impagliato del laboratorio alchemico, che in effetti è irresistibile, e il risultato è sempre uguale: un rettile scuro sospeso in una stanza buia, illeggibile.

La foto giusta è nella Sala Alessandrina, presa da un angolo lungo della sala, all'altezza del petto, con la fila delle tavole anatomiche che fugge in prospettiva su un lato e le finestre alte sull'altro. Serve una focale moderatamente grandangolare, sui ventiquattro o ventotto millimetri equivalenti, non di più, altrimenti le pareti si incurvano e la sala perde la sua proporzione severa. Esponete per le finestre e lasciate che il pavimento si scurisca: quella corsia non è mai stata un ambiente luminoso e non ha senso raccontarla come tale.

La seconda inquadratura che consiglio è verticale e ravvicinata: un solo vaso da farmacia con il cartiglio leggibile, isolato sul fondo scuro della scaffalatura. Una fotografia così, con il nome latino della sostanza a fuoco, racconta il museo meglio di venti panoramiche, perché costringe chi la guarda a leggere.

La terza, se vi lasciano farla, è il tavolo anatomico dello scalone ripreso di taglio, con la luce che entra dalla finestra a radere il piano e a rivelare le scanalature. Niente didascalia, niente contesto: la forma dell'oggetto dice già tutto.

Quello che vi sconsiglio, e lo dico da professionista: non fotografate i preparati anatomici umani della Sala Flajani per pubblicarli. Sono resti di persone reali, arrivati lì in un'epoca che non chiedeva consensi. Guardarli è studio; postarli è un'altra cosa.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Le mura di Santo Spirito hanno assistito a una quantità di eventi che nessun museo civico può eguagliare, semplicemente perché sono in piedi da molto più tempo.

Il 1198 e la fondazione

La nascita dell'ospedale innocenziano su un'area già occupata da un ospizio per pellegrini inglesi fondato nel 728 dal re dei Sassoni Ina. È l'atto che trasforma un servizio di accoglienza in un'istituzione sanitaria stabile, con una regola, un patrimonio e un ordine religioso alle spalle.

Il 1204 e la ruota

L'istituzione della rota per gli esposti, che la tradizione attribuisce a Innocenzo III. Da quel momento e per secoli, Santo Spirito diventa il luogo dove finiscono i bambini che nessuno può tenere, con un sistema di registrazione, allevamento e avviamento al lavoro che è di fatto il primo servizio sociale della città.

Il 1471, l'incendio, e la ricostruzione sistina

Il fuoco distrugge l'ospedale medievale. Sisto IV finanzia la ricostruzione e ne fa un'operazione di propaganda oltre che di carità: le Corsie Sistine, con i loro 1200 metri quadrati di affreschi in 69 riquadri e le iscrizioni del Platina, sono un manifesto politico dipinto sulle pareti di una corsia. Il cantiere si apre nel 1473.

Il 1665-1667 e la corsia alessandrina

Alessandro VII fa costruire l'ospedaletto per i feriti di guerra. Sessantaquattro letti, trentatré metri di lunghezza. Duecentosessant'anni dopo, quella corsia diventerà la sala principale del museo.

Il 1714 e la biblioteca pubblica

Il 21 maggio si inaugura la Biblioteca Lancisiana. Un archiatra pontificio decide che i libri di medicina devono essere accessibili ai medici e agli studiosi, e non custoditi in un armadio conventuale. È uno dei momenti fondativi della cultura scientifica romana moderna.

Il 1849 e la Repubblica Romana

Durante l'assedio francese gli ospedali di Roma si riempiono di feriti. Goffredo Mameli, ferito nei combattimenti sul Gianicolo, muore il 6 luglio dopo l'amputazione della gamba; la memoria dell'Accademia lega a quell'episodio il tavolo anatomico oggi conservato sullo scalone, proveniente dalla cella mortuaria della Trinità dei Pellegrini. L'Accademia ha dedicato a Mameli una seduta commemorativa nel dicembre 2019.

Il 1911 e la mostra che genera il museo

L'Esposizione internazionale per il cinquantenario dell'Unità porta a Castel Sant'Angelo una sezione di arte sanitaria retrospettiva, con la ricostruzione di una farmacia secentesca e di un laboratorio alchemico. Quella mostra temporanea diventa il seme di un museo permanente.

Il 1920, il 1933 e il 1934

Il 22 aprile 1920 nasce l'Istituto; l'11 maggio 1933 il museo viene inaugurato nella corsia alessandrina; il 16 ottobre 1934 l'ente assume forma e nome di Accademia. In quattordici anni un cumulo di materiale residuato da un'esposizione diventa un'istituzione nazionale.

Il Novecento delle donazioni

Nel 1931 arriva la collezione Carbonelli, nel 1939 quella del generale A. Cavalli Mulinelli, poi quelle di Giuseppe e Orlando Solinas. Ogni ingresso modifica l'assetto delle sale, e la stratificazione si vede ancora oggi nelle vetrine.

Il 2022 e il restauro delle Corsie

Il restauro delle Corsie Sistine, finanziato dalla Regione Lazio, si conclude e restituisce alla città uno degli ambienti quattrocenteschi più imponenti d'Europa, oggi visitabile con prenotazione. Nello stesso periodo le visite al Palazzo del Commendatore risultano sospese per i lavori.

Chi è passato da Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Un museo nato dentro un ospedale millenario eredita anche gli uomini che quell'ospedale ha attraversato. L'elenco che segue tiene insieme chi ha lavorato qui, chi ha lasciato qui i propri oggetti e chi, in un modo o nell'altro, è finito dentro queste vetrine.

Giovanni Maria Lancisi

Romano, nato il 26 ottobre 1654 e morto il 20 gennaio 1720, entrò giovanissimo a Santo Spirito, dove la sua carriera si intrecciò per sempre con l'ospedale. Fu medico di Innocenzo XI e poi archiatra e protomedico di Clemente XI. Scrisse l'Anatomia per uso et intelligenza del disegno nel 1691, il De subitaneis mortibus nel 1707 dopo un'ondata di morti improvvise che aveva allarmato Roma, il De bovilla peste nel 1712 sulla epizoozia bovina, il De recta medicorum studiorum ratione instituenda nel 1715, il De noxiis paludum effluviis nel 1717, in cui collegò le febbri malariche alle esalazioni delle paludi e, per intuizione, agli insetti che vi si riproducono. Il De motu cordis et aneurysmatibus uscì postumo nel 1728. La sua cattedra lignea è esposta nella Sala Carbonelli, il suo busto è sullo scalone, la sua biblioteca è a duecento metri.

Giuseppe Flaiani

Nato ad Ancarano, nel Teramano, il 4 luglio 1739 e morto a Roma il 1 agosto 1808. Entrò a Santo Spirito nel 1761 come assistente di corsia, divenne chirurgo sostituto nel 1769, soprannumerario nel 1771, primario nel 1772 con l'incarico di prefetto del museo anatomico e lettore di anatomia pratica. Nel 1775 fu nominato chirurgo ordinario di Pio VI, nel 1779 professore di chirurgia operativa. Pubblicò un nuovo metodo per le fratture e le lussazioni nel 1777, osservazioni sull'amputazione nel 1791, la Collezione d'osservazioni e riflessioni di chirurgia in quattro volumi fra il 1798 e il 1803. Nella memoria su un tumore freddo della parte anteriore del collo descrisse, in un pittore spagnolo, l'ingrossamento della tiroide associato a palpitazioni cardiache: una delle prime descrizioni della sindrome che oggi porta il nome di morbo di Flaiani-Graves-Basedow. La sala del museo che porta il suo nome conserva il fondo antico che lui stesso costituì.

Paolo Mascagni e Antonio Serantoni

Non lavorarono a Roma, ma le loro tavole sono qui. Mascagni, l'anatomista che mappò il sistema linfatico, e Serantoni, il disegnatore e incisore che ne tradusse le scoperte in immagini a grandezza naturale, formano una delle coppie autore-illustratore più importanti della storia della scienza italiana. Diciannove delle loro tavole sono appese nella Sala Alessandrina.

Guglielmo Riva

Chirurgo, proprietario delle opere su tavola oggi conservate nel museo. Il suo nome torna nelle carte dell'anatomia romana del Seicento, e le tavole che gli appartennero sono uno dei nuclei della collezione grafica dell'Accademia.

Girolamo Fabrici d'Acquapendente

Il suo ritratto occupa il posto d'onore fra i quadri di medici illustri della Sala Capparoni. Nato ad Acquapendente nel 1533, morto a Padova nel 1619, successore di Falloppio sulla cattedra padovana, descrisse con esattezza le valvole delle vene nel 1603 e costruì il teatro anatomico di Padova, l'unico dell'epoca conservato integralmente. Che sia lui al centro della parete non è casuale: nella gerarchia mentale di chi allestì quella sala, l'anatomia padovana era la fonte di tutto.

Publio Elio Curziano

Un liberto, medico dell'imperatore Adriano. La sua stele funeraria è appoggiata a terra nella Sala Capparoni. Di lui non sappiamo altro che il nome, il mestiere e il padrone, ed è già moltissimo: è la prova che la medicina di corte, nella Roma imperiale, poteva essere esercitata da uomini nati schiavi.

Plinio il Vecchio, forse

Il naturalista morto nell'eruzione del 79, se la calotta cranica della Sala Flajani è davvero la sua. Le analisi rese note nel 2020 non lo smentiscono e rafforzano l'ipotesi, senza chiuderla.

Goffredo Mameli

Il poeta ventunenne autore delle parole dell'inno nazionale, morto il 6 luglio 1849 per le conseguenze della ferita riportata durante la difesa della Repubblica Romana. La memoria dell'Accademia lo lega al tavolo anatomico dello scalone.

Enrico Biondi

Medico, ucciso da un malato di mente, ricordato da un monumento del 1902 murato nel portico. Un nome che nessuno conosce e che il museo ha scelto di non dimenticare.

Borgatti, Carbonelli, Capparoni

Il generale del Genio, il ginecologo collezionista e lo storico della medicina che fra il 1911 e il 1934 misero insieme, con caparbietà e denaro proprio, l'istituzione che oggi visitate. Le lapidi che li ricordano sono all'ingresso della Sala Flajani.

Quanto tempo serve per visitare l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Con una visita accompagnata standard si impiegano fra i sessanta e i novanta minuti. Un'ora è il minimo per attraversare i nove ambienti senza correre; un'ora e mezza è la misura giusta per un adulto interessato. Chi ha una formazione medica o storica può tranquillamente arrivare a due ore e uscire con la sensazione di aver visto metà delle cose.

Nel calcolo della giornata considerate almeno quindici minuti in più fra ingresso, attesa dell'accompagnatore e uscita: si tratta di un ospedale, e i tempi non sono quelli di un museo con i tornelli.

Un itinerario che propongo spesso ai gruppi: prima ora, le Corsie Sistine con la guida della ASL; seconda ora, pausa e passaggio davanti alla ruota degli esposti su Borgo Santo Spirito; terza ora, il museo dell'Accademia. Chiusura a San Pietro o a Castel Sant'Angelo. Sono quattro secoli e mezzo di storia della cura raccontati in trecento metri lineari.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria con i bambini

Vale la pena essere espliciti. Il museo espone preparati anatomici umani, malformazioni fetali, crani di neonati e una mano amputata. Non c'è mediazione didattica pensata per l'infanzia, non ci sono percorsi per famiglie, non c'è una sala didattica.

La mia indicazione operativa, dopo molti gruppi scolastici: sotto i dodici anni lascerei perdere, salvo che l'accompagnatore sia disposto a saltare la Sala Flajani per intero e a costruire il percorso su farmacia, laboratorio alchemico ed ex voto, che sono ambienti affascinanti e non urtanti. Dai quattordici anni in su, invece, questo è uno dei posti più formativi di Roma: un ragazzo che ha visto le vetrine degli strumenti chirurgici prima dell'anestesia capisce che cosa significa progresso medico meglio che con dieci lezioni.

Per le famiglie con bambini piccoli che vogliono comunque una giornata scientifica in zona, l'alternativa è spostarsi verso i musei universitari della Sapienza o verso l'Orto Botanico, che si raggiunge in venti minuti passando per il lungotevere e permette di raccontare la storia delle piante medicinali all'aperto.

Accessibilità dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il percorso museale si sviluppa su due livelli, con lo scalone monumentale a collegarli. Questo è il punto critico: chi ha difficoltà motorie deve segnalarlo al momento della prenotazione e chiedere se sia disponibile un accesso alternativo attraverso i corridoi dell'ospedale. È un edificio sanitario in funzione e dispone di ascensori, ma il loro utilizzo per il percorso museale va concordato e non può essere dato per scontato.

Per lo stesso motivo evitate di presentarvi con passeggini ingombranti. Le sale sono affollate di vetrine e di mobili storici, gli spazi di manovra sono stretti e alcuni pezzi sono appoggiati a terra, a cominciare dalla stele funeraria della Sala Capparoni.

Sui cani vale la regola degli ambienti ospedalieri: gli animali non sono ammessi, con l'eccezione dei cani guida. Cibi e bevande non entrano.

Che cosa c'è intorno all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il vantaggio di questo indirizzo è che si trova nel punto più visitato di Roma senza essere nel flusso dei visitatori. Uscendo dal portico avete il Tevere davanti e il Vaticano alle spalle.

A cinque minuti a piedi lungo Borgo Santo Spirito si arriva al colonnato di piazza San Pietro e all'ingresso della basilica di San Pietro; da lì, risalendo per via di Porta Angelica, si raggiungono in un quarto d'ora gli ingressi dei Musei Vaticani, che restano il grande impegno di qualunque giornata romana e vanno prenotati a parte. Per orientarsi nell'intero stato pontificio in miniatura c'è la pagina della Città del Vaticano.

Nella direzione opposta, dieci minuti sul lungotevere portano a Castel Sant'Angelo, cioè al mausoleo di Adriano trasformato in fortezza papale: e chiudere il cerchio con la stele del medico liberto di Adriano vista in museo è una di quelle coincidenze che fanno il mestiere della guida.

Attraversando ponte Vittorio Emanuele II si entra nel rione Regola e in un quarto d'ora si è a via Giulia; risalendo il fiume dall'altra parte si raggiungono il Palazzo Corsini e, subito dietro, l'Orto Botanico, che occupa il giardino della villa e conserva il collegamento antico fra botanica e farmacia. Salendo ancora si arriva al Gianicolo e al Museo della Repubblica Romana, alla porta di San Pancrazio.

Sul lungotevere di fronte, in dieci minuti di passeggiata verso nord, c'è il museo delle Anime del Purgatorio, un'altra raccolta piccolissima e imbarazzante nella sua sincerità, che sta bene in coppia con questa.

Per mangiare, un avvertimento da romano: Borgo Pio e le vie attorno a piazza San Pietro sono un campo minato di ristoranti per turisti a prezzi non giustificati. Camminate cinque minuti in più verso via dei Gracchi o scendete verso via della Lungara, e la differenza in qualità e in conto è netta.

Quando andare all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e quando evitarla

La stagione ideale è quella fredda, da novembre a marzo. Le sale non hanno climatizzazione museale moderna e in luglio e agosto la temperatura al piano superiore diventa faticosa; in più, l'estate romana concentra intorno al Vaticano una quantità di persone che rende scomodo l'avvicinamento a piedi.

Il momento peggiore in assoluto sono i giorni di grandi celebrazioni vaticane, perché Borgo viene chiuso al traffico e in parte anche al transito pedonale, e l'accesso all'ospedale può essere filtrato. Prima di fissare un appuntamento, verificate che nella data scelta non ci siano cerimonie in piazza San Pietro.

Il momento migliore è una mattina infrasettimanale di gennaio o di febbraio. Luce bassa che entra dalle finestre alte, corridoi vuoti, e la sensazione, rara in questa città, di essere gli unici visitatori di un luogo che ne meriterebbe centomila all'anno.

Un'ultima annotazione sul calendario: l'Accademia è un ente con una vita interna, e le sue sale ospitano convegni e sedute accademiche. Se la Sala Alessandrina è occupata da un convegno, la visita salta o si riduce. Un'altra buona ragione per prenotare con anticipo e confermare il giorno prima.

Domande veloci sull'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Dove si trova esattamente l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

A Lungotevere in Sassia 3, 00193 Roma, dentro il complesso monumentale dell'ospedale di Santo Spirito, nell'ala secentesca costruita da Alessandro VII. L'ingresso del museo è sotto il portico dell'edificio alessandrino, sul fronte verso il Tevere.

Come si arriva all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Con la metropolitana linea A, fermata Ottaviano, e dieci minuti a piedi; oppure con gli autobus ATAC delle linee 23, 34, 62 e 280, che servono il Lungotevere e Borgo Santo Spirito. In auto è sconsigliato: la zona è a traffico limitato e i parcheggi sono pochi e cari.

Quanto costa il biglietto dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La banca dati dei luoghi della cultura del Ministero indica 5 euro per il solo ingresso e 7 euro con la visita guidata. Le condizioni vanno confermate al momento della prenotazione, telefonando al 06 68352748 o scrivendo a segreteria.asas@gmail.com.

Serve prenotare per visitare l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Sì, nella pratica sì. Non esiste un botteghino con apertura continuata: la visita si concorda con la segreteria dell'ente. Presentarsi senza appuntamento significa quasi sempre trovare chiuso.

Quali sono gli orari dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il museo non pubblica un calendario fisso di apertura al pubblico e riceve per appuntamento. La biblioteca annessa indica invece dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12, su appuntamento, con chiusura il sabato, la domenica e nei giorni festivi. Per il museo, l'orario si concorda con la segreteria.

Quanto dura la visita all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Fra sessanta e novanta minuti per una visita accompagnata completa. Due ore per chi ha interessi specialistici.

Si possono fare fotografie all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La regola la stabilisce l'ente e va chiesta al momento della prenotazione. Il flash è normalmente escluso per la conservazione dei materiali. Sui preparati anatomici umani, un criterio di rispetto vale più di un permesso.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria è accessibile in sedia a rotelle

Il percorso si sviluppa su due piani collegati da uno scalone monumentale. L'edificio ospedaliero dispone di ascensori, ma l'accesso alternativo va concordato con la segreteria prima della visita e non è garantito in automatico.

È adatto ai bambini

Con riserva. Ci sono preparati anatomici e malformazioni fetali. Sotto i dodici anni consiglio di rinunciare o di limitare la visita a farmacia, laboratorio alchemico ed ex voto. Dai quattordici anni in su è uno dei musei più formativi della città.

Quante sale ha l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Nove ambienti, per una superficie complessiva di circa ottocentocinquanta metri quadrati: portico, Sala Alessandrina, scalone, Sala Flajani, Sala Capparoni, Sala Carbonelli, farmacia ricostruita, laboratorio alchemico e biblioteca.

Che differenza c'è fra l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria e il Museo di Storia della Medicina

Sono due istituzioni diverse. L'Accademia è un ente privato riconosciuto, fondato nel 1920, con sede a Lungotevere in Sassia 3, e gestisce il Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria. Il Museo di Storia della Medicina appartiene al Polo museale della Sapienza e si trova in viale dell'Università 34a, dall'altra parte della città.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria fa parte dei musei civici di Roma

No. Non appartiene al sistema dei musei civici della capitale, quindi le tessere e le agevolazioni comunali non valgono qui. È un ente autonomo sotto la vigilanza del Ministero competente per i beni culturali.

Si può visitare anche la corsia sistina

Sì, ma con una prenotazione separata. Le Corsie Sistine fanno capo al Polo Museale della ASL Roma 1 e si visitano con guida, in gruppi di venticinque persone al massimo, nei giorni feriali e nei fine settimana.

Dov'è la ruota degli esposti

Sul fronte di Borgo Santo Spirito, alla sinistra del portone barocco monumentale. È murata, ma la nicchia si vede dalla strada e non richiede biglietto.

È vero che nel museo c'è il teschio di Plinio il Vecchio

Nella Sala Flajani è conservata una calotta cranica trovata alla foce del Sarno agli inizi del Novecento, attribuita per ipotesi a Plinio il Vecchio. Gli studi resi noti nel gennaio 2020 hanno stabilito che le suture craniche sono compatibili con un uomo di cinquantasei anni e che la mandibola appartiene invece a un altro individuo, di circa trentasette anni. L'attribuzione resta un'ipotesi non smentita, non una certezza.

Che cos'è il coccodrillo appeso al soffitto

Un coccodrillo impagliato, elemento tipico dell'arredo delle antiche spezierie e dei gabinetti di curiosità europei, qui usato per evocare l'atmosfera del laboratorio alchemico. Non è un pezzo scientifico: è un segno, e come tale va letto.

Ci sono visite guidate in inglese all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

La disponibilità di guide in lingua va verificata direttamente con la segreteria al momento della prenotazione. Le didascalie storiche delle vetrine sono in italiano.

Si possono consultare i libri antichi

La biblioteca dell'Accademia consente la consultazione in sede, previo appuntamento e con lettera di presentazione, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12. Non effettua prestiti. I cataloghi sono interrogabili online sul Servizio Bibliotecario Nazionale e su EDIT16.

C'è un guardaroba all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

No. Il museo non dispone di servizi di deposito. Presentatevi leggeri: zaini voluminosi e trolley sono incompatibili con le sale.

C'è un bookshop

Non c'è un bookshop nel senso commerciale del termine. L'ente pubblica atti e memorie e mette a disposizione l'archivio delle proprie pubblicazioni sul sito ufficiale.

L'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria è aperta la domenica

Non ha un'apertura domenicale ordinaria. Le visite si concordano con la segreteria; le Corsie Sistine, gestite dalla ASL Roma 1, prevedono invece anche il sabato e la domenica su prenotazione.

Quanti volumi ha la biblioteca dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Circa diecimila, dal Quattrocento al XXI secolo, con incunaboli, cinquecentine, ricettari manoscritti, lauree, diplomi e circa trecento incisioni, divisi fra Fondo Capparoni e Fondo Carbonelli.

Quanto è grande la Sala Alessandrina

Lunga 33,11 metri, larga 10,78 e alta 10,89. Costruita fra il 1665 e il 1667 da Alessandro VII come ospedaletto per i feriti di guerra, poteva accogliere sessantaquattro letti.

Chi ha fondato l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Il generale Mariano Borgatti, il professor Giovanni Carbonelli e il professor Pietro Capparoni, il 22 aprile 1920, con l'adesione del Comune di Roma, di vari ministeri, del Sovrano Militare Ordine di Malta, dell'Ordine Mauriziano, della Croce Rossa Italiana e del Pio Istituto di Santo Spirito.

Quando è stato inaugurato il museo dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

L'11 maggio 1933, nell'ala dell'ex corsia alessandrina concessa dall'ospedale nel 1929.

Vale la pena visitare l'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria se non si è medici

Sì, a una condizione: che vi interessi la storia. Chi cerca un museo spettacolare resterà deluso dall'allestimento; chi cerca il rapporto fra oggetti, malattie e società uscirà da qui con più idee che da tre musei blasonati.

Perché torno all'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria

Roma è piena di musei che ti spiegano quanto erano bravi gli antichi. Questo ti spiega quanto si soffriva, e lo fa senza retorica, mettendoti davanti gli attrezzi con cui si provava a rimediare. Un chirurgo che segava una gamba in novanta secondi perché il paziente era sveglio; un farmacista che pesava polveri su una bilancia a due piatti sperando che la teriaca funzionasse; una madre che girava una ruota di legno e se ne andava senza voltarsi. Sono tre gesti che ci separano da chi ci ha preceduto molto più di qualunque rovina archeologica.

Se dovessi dare un solo consiglio a chi ci va per la prima volta, sarebbe questo: prenotate, arrivate presto, e nella Sala Alessandrina restate in silenzio per un minuto prima di guardare le tavole. Sotto quel soffitto, per due secoli, sessantaquattro uomini alla volta hanno aspettato di guarire o di morire. Il museo che ci hanno costruito dentro è un atto di memoria, e va attraversato con la stessa attenzione con cui si attraversa un cimitero o una biblioteca. Poi, uscendo, fermatevi davanti alla ruota su Borgo Santo Spirito. È gratis, dura trenta secondi, e vale mezza giornata di Vaticano.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoAccademia di Storia dell'Arte Sanitaria - Lungotevere in Sassia, 3, 00186 Roma RM, Italia
TagsAccademia di Storia dell'Arte SanitariaArte SanitariaMuseo

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IndirizzoCentro storico, Roma, Roma Città
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