Le feste romane perse e ritrovate
Il calendario delle feste romane è una mappa di cose finite. Alcune si sono spente da sole quando è finita la città che le teneva in piedi, la Roma dei papi con le sue vigne dentro le mura e i suoi giorni di precetto; altre sono state cancellate per legge in un pomeriggio del 1977; altre ancora sono tornate, ma nella forma di rievocazione, che è una cosa diversa dalla festa. Questa pagina mette in fila il calendario popolare romano dal Medioevo a oggi: che cosa si festeggiava, quando si è smesso, perché, e che cosa è tornato in quale forma. Dove una tradizione è stata ricostruita di recente lo trovate scritto senza giri di parole, perché la differenza fra una festa mai interrotta e una riedizione con lo stesso nome cambia quello che vi aspetta sul posto.
Per le feste del calendario antico, i Saturnali, i Lupercali, le Vestalia e il resto del calendario religioso repubblicano e imperiale, esiste una pagina a parte su le feste dell’antica Roma. Qui si parla di quello che viene dopo: il ciclo devozionale e popolare che nasce nel Medioevo, si struttura fra Cinquecento e Ottocento, si rompe dopo il 1870 e si ricompone a pezzi nel Novecento. Una terza cosa ancora è il cartellone estivo del Comune, che è programmazione culturale e non tradizione: quello è raccontato nella pagina sull’Estate Romana.
Le tre rotture che hanno smontato il calendario romano
La prima rottura è il 1870. Con la fine dello Stato pontificio sparisce l’impalcatura che reggeva metà delle feste: le cavalcate papali, le indulgenze legate a una data e a una chiesa, le distribuzioni di denaro dalle logge, i giorni di precetto che valevano come festivi civili. Molte ricorrenze restano nel calendario liturgico ma perdono l’apparato pubblico, e senza apparato pubblico una festa di popolo dura poche generazioni.

La seconda rottura è il ventennio fascista, che agisce in due direzioni opposte. Da un lato comprime le manifestazioni spontanee e i cortei non inquadrati; dall’altro inventa o riorganizza dall’alto feste popolari da mettere in vetrina, e in quel filone rientrano sia la forma moderna della Festa de’ Noantri sia la costruzione del 21 aprile come ricorrenza civile di massa, di cui parla la scheda sul Natale di Roma.
La terza rottura è la legge 5 marzo 1977 numero 54. Con un solo provvedimento l’Italia toglie il carattere di giorno festivo civile a cinque solennità cattoliche: Epifania il 6 gennaio, san Giuseppe il 19 marzo, Ascensione, Corpus Domini e santi Pietro e Paolo il 29 giugno. Lo stesso pacchetto normativo sposta il 2 giugno e il 4 novembre alla prima domenica del mese. L’obiettivo dichiarato era recuperare giornate lavorative in una fase di crisi economica.
Le conseguenze si vedono ancora. L’Epifania è tornata festiva nel 1985, e con essa i santi Pietro e Paolo nella sola città di Roma, dove sono i patroni. San Giuseppe no: il 19 marzo a Roma è un giorno lavorativo qualunque, e questa è la ragione principale per cui la festa dei friggitori si è ridotta a una questione di pasticceria. Il 2 giugno è tornato alla data fissa nel 2001, il 4 novembre mai.
La Festa de’ Noantri a Trastevere: che cosa è vero e che cosa è racconto
Il nome dice tutto. De noantri in romanesco vuol dire di noi altri, in opposizione a voantri, voi altri che abitate al di là del fiume. È una festa di rione dichiarata, e per quanto oggi Trastevere sia uno dei quartieri più battuti dai visitatori di Roma, la settimana di luglio resta il momento in cui il rione parla di sé stesso e non del proprio pubblico.
La statua e la leggenda del 1535
La tradizione racconta che nel 1535, dopo una mareggiata, alcuni pescatori corsi trovarono alla foce del Tevere una statua lignea della Madonna scolpita in cedro, e che la donarono ai carmelitani di San Crisogono. Da quel ritrovamento viene il soprannome di Madonna Fiumarola, la Madonna del fiume. La data del 1535 è tramandata dalla tradizione e non poggia su una documentazione d’archivio verificabile: va presa per quello che è, un racconto di fondazione.
La statua venerata oggi è la Madonna del Carmine, e la sua sede abituale è la chiesa di Sant’Agata in Trastevere, su via Mameli, non San Crisogono. Chi arriva a luglio cercando la statua nella basilica grande di viale Trastevere trova un’altra chiesa e un’altra storia. Sant’Agata è piccola, poco segnalata e fuori dai percorsi abituali, e la maggior parte di chi passa a Trastevere non ci entra mai.
Quando nasce la festa che vediamo
La devozione carmelitana a Trastevere è antica e documentata, ma la festa di popolo nella forma che conosciamo, con il programma di spettacoli, le luminarie e il nome corrente di Festa de’ Noantri, si struttura negli anni Venti e Trenta del Novecento, dentro la politica fascista di valorizzazione delle tradizioni locali. Non è un dettaglio da poco: significa che la festa ha un secolo scarso di vita nella sua forma attuale, non cinque.
Che cosa succede davvero, e quando
Il perno religioso è il 16 luglio, memoria della Madonna del Carmine. La processione principale parte il sabato successivo al 16, nel tardo pomeriggio, da Sant’Agata: attraversa viale Trastevere, tocca la zona di San Francesco a Ripa e San Cosimato e rientra a San Crisogono, dove la statua resta per giorni. È il momento con più trasteverini per metro quadro di tutto l’anno, e anche l’unico in cui le strade laterali del rione si svuotano del traffico.
La processione fluviale è la domenica successiva, di solito verso le 18:30. La statua scende sul fiume all’altezza dei circoli di canottaggio, passa sotto ponte Garibaldi e risale, e chi guarda da ponte Sisto o dalle spallette vicino all’Isola Tiberina ha la vista migliore. La chiusura è con i fuochi. La processione via fiume è una reintroduzione moderna, legata al racconto del ritrovamento: non è la continuazione ininterrotta di un rito cinquecentesco.
L’ultimo giorno, di solito il lunedì che chiude la quindicina, c’è la processione del mattino presto, messa alle 6:30 e corteo alle 7:30 da Sant’Agata verso Santa Maria in Trastevere, via della Scala e via della Lungaretta. È la parte meno frequentata e la più interessante da vedere: poche decine di persone, nessun cartellone, il rione ancora chiuso.
Le Ottobrate: che cosa erano e perché le riedizioni non sono la stessa cosa
Ottobrata, al singolare, indicava la gita fuori porta che i romani facevano nelle domeniche e nei giovedì di ottobre, a vendemmia finita. Non era una festa con una data, un santo e un percorso: era una consuetudine stagionale, diffusa per tutto il mese, che coinvolgeva ceti diversi con mezzi e destinazioni diverse. Chiamarla festa è già un’approssimazione che complica la comprensione di quello che è rimasto.
Dove si andava
Le mete erano le vigne e le osterie appena fuori dall’abitato, quando fuori dall’abitato voleva dire a un quarto d’ora a piedi dal centro. Testaccio con le sue grotte scavate nel monte dei cocci, dove il vino restava fresco tutto l’anno, era la destinazione più popolare. Poi i prati verso il Gianicolo e Monte Mario, le vigne dell’Esquilino e del Celio, e per chi poteva permettersi la carrozza i paesi dei Castelli Romani.
Il corredo era fisso: le carrettelle addobbate con tralci e nastri, il vino dei Castelli in fiasco, la trippa e la coda, le castagne quando cominciava a fare freddo, il saltarello ballato davanti all’osteria. Goethe descrive il fenomeno nel resoconto del suo viaggio in Italia, e il tema torna nelle stampe e nelle guide ottocentesche per forestieri.
Perché sono finite
Le ottobrate muoiono di urbanistica, non di divieti. Fra il 1870 e i primi decenni del Novecento le vigne dentro e appena fuori le mura vengono edificate: l’Esquilino diventa un quartiere di palazzi, Testaccio diventa zona industriale e operaia intorno al mattatoio, Prati nasce dal nulla sui terreni della piana. Sparisce il luogo, e senza il luogo la gita non ha più dove andare. Le fonti concordano su questo meccanismo, meno sulla data di estinzione.
Il colpo di grazia lo dà la motorizzazione. Quando la gita fuori porta si allunga fino al mare o ai laghi, il rito perde il suo perimetro: non è più il quartiere che si sposta insieme per quattro ore, è una famiglia che parte per conto suo. Le fonti collocano la fine della consuetudine di massa fra il primo dopoguerra e gli anni Cinquanta, senza un punto di rottura netto.
Le ottobrate di oggi: dette chiaramente
Quello che oggi si chiama ottobrata a Roma sono due cose. La prima è un uso meteorologico: i romani chiamano ottobrata la settimana di ottobre con venticinque gradi e cielo pulito, ed è l’unica accezione ancora viva nel parlato. La seconda sono le manifestazioni di rione con quel nome in cartellone, la più nota delle quali si tiene nel rione Monti su un fine settimana di ottobre.
La manifestazione di Monti è una festa di quartiere contemporanea, nata da associazioni e commercianti locali in anni recenti, con banchi, musica e stand: funziona bene per quello che è, ma non è la continuazione dell’ottobrata storica, e nessuno sostiene seriamente il contrario. Chi cerca la vendemmia, le carrettelle e il saltarello deve spostarsi ai Castelli, dove le sagre del vino di Marino e di Frascati hanno una continuità documentata più lunga.
La Befana a piazza Navona: una fiera che ha cambiato tre volte pelle
La fiera dell’Epifania a Roma non è nata a piazza Navona. Per buona parte dell’Ottocento si teneva in piazza Sant’Eustachio e nelle strade intorno, ed era una fiera notturna concentrata sulla vigilia del 6 gennaio. Il trasferimento a piazza Navona è documentato nel 1872, quindi due anni dopo la fine dello Stato pontificio, quando la piazza era appena stata liberata dal mercato che vi si teneva da secoli.
Che cosa era la fiera vecchia
Il cuore della notte dell’Epifania non erano i giocattoli: era il frastuono. Trombette di latta, fischietti, raganelle e putipù venduti a pochi soldi e suonati tutti insieme fino all’alba, con una funzione che nella tradizione popolare era di allontanamento. Si vendevano dolci di fiera, frutta secca, carbone di zucchero per i bambini cattivi. Le testimonianze più utili su questa fase vengono da Giggi Zanazzo, che raccolse usi e canti romani a fine Ottocento.
La fiera si è retta per un secolo su un equilibrio semplice: pochi banchi, prodotti da poco prezzo, un pubblico di rione che ci andava a piedi. Quell’equilibrio si rompe negli anni del turismo di massa, quando le concessioni diventano un affare e i banchi cominciano a vendere le stesse cose che si trovano in qualunque altro mercato del centro. Il carattere di fiera dell’Epifania rimane nel nome e nel calendario, non nella merce.
Le polemiche, nell’ordine giusto
Dal 2015 in poi il Comune ha provato a ridurre il numero dei banchi e a legare le concessioni a un bando pubblico con requisiti sul tipo di merce. Le assegnazioni sono state contestate più volte, con ricorsi da parte degli operatori storici e verifiche sulle procedure. Il punto di rottura è arrivato nel dicembre 2018, quando la Polizia Locale ha sequestrato le strutture appena montate.
Le irregolarità contestate in quell’occasione riguardavano la sicurezza: allacci elettrici e centraline scoperti, assenza di vie di fuga, mancanza del certificato di prevenzione incendi, giocattoli senza marcatura CE. Le sanzioni superarono i trentamila euro. Da allora il numero dei banchi è sceso e diversi operatori hanno rinunciato per i costi degli adeguamenti richiesti.
Chi arriva oggi a piazza Navona fra dicembre e il 6 gennaio trova una fila ridotta di banchi, una giostra e qualche punto di dolciumi. Vale la visita per il contesto, la piazza con le fontane e lo stadio di Domiziano sotto i piedi, non per la fiera in sé. Chi cerca una fiera vera in città ha più soddisfazione dal mercato di Porta Portese in una domenica qualunque.
La notte fra il 23 e il 24 giugno: quanto è documentato e quanto è ricostruzione
La festa di san Giovanni Battista cade il 24 giugno, a ridosso del solstizio d’estate, e a Roma si celebrava alla basilica di San Giovanni in Laterano, che è la cattedrale della città. Su questo non ci sono dubbi: la vigilia notturna al Laterano è attestata da secoli e conclusa dalla messa papale del mattino, con il lancio di monete dalla loggia sulla folla radunata sul piazzale.
Le lumache: il pezzo più solido
Le lumache in umido con pomodoro, aglio e mentuccia sono la parte meglio documentata della notte di San Giovanni. Si mangiavano sul posto, comprate dai banchi allestiti sul piazzale, oppure portate da casa già cotte da chi non si fidava degli osti. La spiegazione popolare le lega alle corna della chiocciola, intese come simbolo dei litigi e dei crucci: mangiarle voleva dire liquidarli.
Questa lettura simbolica è una interpretazione raccolta dai folkloristi ottocenteschi, non una fonte medievale. Il fatto materiale, cioè che a Roma la notte del 23 giugno si mangiassero lumache in quantità al Laterano, è invece solidissimo e arriva fino al dopoguerra. Ancora oggi diverse trattorie del quadrante e dell’Esquilino le mettono in carta intorno a quella data.
Le streghe: dove finisce il documento e comincia il racconto
La tradizione delle streghe che si radunerebbero al Laterano nella notte del solstizio, il fracasso di trombe e campanacci per disperderle, i falò, le teste d’aglio, le scope e le molle del camino incrociate sulla soglia, la raccolta notturna delle erbe e l’acqua di San Giovanni lasciata al sereno: questo blocco arriva quasi per intero attraverso la raccolta folklorica di fine Ottocento, Zanazzo in testa, e attraverso i sonetti del Belli.
Questo significa due cose insieme. Che quegli usi erano effettivamente praticati nella Roma dell’Ottocento, perché chi li descrive li vedeva; e che la loro presunta antichità precristiana, la continuità diretta con riti solstiziali pagani, è una costruzione interpretativa tipica della cultura ottocentesca, non un dato. Chi ve la racconta come un filo ininterrotto di duemila anni sta semplificando parecchio.
Che cosa è rimasto e che cosa è tornato
La festa notturna si spegne fra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, per la somma di due fattori: il venir meno della cornice papale dopo il 1870 e la trasformazione del piazzale del Laterano, che da spazio di campagna ai margini dell’abitato diventa un nodo urbano e poi un enorme snodo di traffico. Il resto lo fa la chiusura delle osterie di barriera che reggevano la notte.
Da qualche anno associazioni di quartiere e il Municipio VII hanno rimesso in piedi una Notte delle Streghe nei giardini intorno a piazza San Giovanni, con passeggiate teatrali, laboratori sull’acqua di San Giovanni, letture e musica. È una rievocazione recente e dichiarata tale, con poche edizioni alle spalle, non una tradizione mai interrotta. Chi ci va sapendolo si diverte, chi ci va cercando la festa dell’Ottocento resta a mani vuote.
Il 5 agosto a Santa Maria Maggiore: la pioggia di petali
La leggenda è nota: nella notte fra il 4 e il 5 agosto del 358 la Vergine sarebbe apparsa in sogno a papa Liberio e al patrizio Giovanni chiedendo una chiesa dove al mattino avessero trovato la neve, e la neve cadde sull’Esquilino in piena estate. Il racconto compare nelle fonti solo molti secoli dopo, ed è una leggenda di fondazione, non una cronaca. La basilica di Santa Maria Maggiore nella sua forma nota è del secolo successivo.
La commemorazione si tiene ogni 5 agosto ed è una delle poche cose romane che non hanno bisogno di prenotazione, biglietto o programma. Durante il pontificale del mattino, al canto del Gloria, e di nuovo ai vespri del pomeriggio, durante il Magnificat, da un cassettone del soffitto si apre una botola e scendono petali bianchi di rosa sull’altare e sui fedeli. Dura un paio di minuti e non si ripete.
Gli orari abituali sono la messa solenne intorno alle dieci e i secondi vespri intorno alle diciassette, ma il programma esatto lo pubblica la basilica pochi giorni prima e non è identico ogni anno. La navata si riempie: chi vuole vedere i petali cadere deve entrare almeno mezz’ora prima e mettersi verso la metà della navata centrale, non sotto il presbiterio.
La pioggia di petali dentro la basilica è la parte devozionale. Fuori, in piazza, negli ultimi anni viene allestita una rievocazione serale con proiezioni, neve artificiale, musica e figuranti, organizzata da soggetti privati con il patrocinio comunale. È spettacolo, cambia formula ogni anno e alcune edizioni sono state annullate. Le due cose hanno lo stesso nome e niente altro in comune.
Il 21 aprile: il compleanno della città
Il 21 aprile è l’unica ricorrenza romana che unisce calendario antico e uso contemporaneo: la data tradizionale della fondazione, fissata dagli eruditi antichi al 753 avanti Cristo, coincide con la festa agricola dei Parilia. La celebrazione civile di massa, con cortei storici, fiaccolate e il colle capitolino illuminato, è però una costruzione novecentesca. Il racconto completo, con date, luoghi e programma tipico, si trova nella scheda dedicata al Natale di Roma.
Qui basta il dato di calendario: il 21 aprile non è un giorno festivo, i musei civici osservano orari ordinari e la parte più visibile della giornata si concentra fra il Circo Massimo, i Fori e il Campidoglio nel tardo pomeriggio. Chi si trova a Roma in quei giorni faccia i conti con la coincidenza frequente fra il 21 e il 25 aprile, che ingorga completamente il centro.
17 gennaio: la benedizione degli animali
Sant’Antonio abate è il patrono degli animali domestici e la sua memoria cade il 17 gennaio. A Roma il rito si celebra a Sant’Eusebio all’Esquilino, sul lato di piazza Vittorio, e la tradizione locale fa risalire la benedizione al 1437. La data di origine è quella che la parrocchia stessa dichiara e che la stampa cittadina riprende ogni anno: va presa come tradizione consolidata, non come dato d’archivio verificato in modo indipendente.
Il rito si è spostato nel tempo. Storicamente il centro della devozione era la chiesa di Sant’Antonio abate all’Esquilino, poco distante, con il suo portale duecentesco e l’annesso ospedale degli antoniani; da quando quella chiesa è passata ad altro uso, la benedizione si tiene a Sant’Eusebio. Chi cerca il portale antico lo trova comunque a pochi passi, in via Carlo Alberto.
Quello che si vede oggi il 17 gennaio è una giornata di benedizioni scaglionate sul sagrato, in genere una nella mattina e una verso mezzogiorno, con una messa solenne nel pomeriggio e talvolta la banda della Polizia Locale. Arrivano soprattutto cani e gatti, qualche cavallo dei vetturini, conigli e uccelli. Un tempo passavano i muli dei carrettieri, e la benedizione aveva un peso economico oggi scomparso.
Andateci sapendo due cose. Gli orari cambiano ogni anno e la parrocchia li pubblica con pochi giorni di anticipo; la benedizione non richiede biglietto né prenotazione, ma il sagrato è piccolo e si riempie. Il quartiere intorno, fra piazza Vittorio e l’obelisco esquilino, merita la camminata a prescindere.
Presepi, Bambinello e fiera: il Natale romano fuori dalle luminarie
Il presepe a Roma ha un primato che sfugge a molti: la scultura in marmo commissionata da papa Niccolò IV ad Arnolfo di Cambio nel 1291 per Santa Maria Maggiore è la più antica rappresentazione monumentale della Natività giunta fino a noi. Ne restano alcune figure, i tre Magi, san Giuseppe, il bue e l’asino e il gruppo della Madonna col Bambino, quest’ultimo ritoccato nei panneggi alla fine del Cinquecento.
Per secoli il complesso è rimasto murato in una nicchia della cappella Sistina della basilica, cioè la cappella del Santissimo Sacramento e non l’omonima vaticana. Dopo il restauro degli anni Duemila viene esposto in allestimenti che cambiano, di solito visibili nel periodo natalizio, e non sempre nella stessa posizione. Chi vuole vederlo controlli prima, perché non è garantito che sia accessibile in una giornata qualunque di dicembre.
Il Bambinello dell’Aracoeli
La statuetta del Santo Bambino di Santa Maria in Aracoeli, alta una sessantina di centimetri, era l’oggetto di devozione natalizia più popolare della città. La leggenda la vuole scolpita da un frate nel legno di un ulivo del Getsemani alla fine del Quattrocento. Veniva portata a domicilio ai malati con la carrozza, riceveva lettere da tutto il mondo e presiedeva il presepe della chiesa fra Natale ed Epifania.
L’originale fu rubato nella notte fra il primo e il due febbraio 1994 e non è mai stato ritrovato. Quello che si venera oggi è una copia. Il dettaglio va detto perché continua a essere taciuto nelle descrizioni turistiche, e perché spiega la freddezza di certi romani anziani davanti alla statua: non è quella che ricordano.
Resta viva invece la tradizione dei bambini che salgono su un palco davanti al presepe dell’Aracoeli, fra Natale e l’Epifania, per recitare poesie e preghiere. È gratuita, non richiede prenotazione e va avanti nei pomeriggi delle feste. Chi sale la scalinata dal lato di piazza d’Aracoeli faccia i conti con centoventiquattro gradini: il passaggio comodo è dal Vittoriano, sul lato sinistro.
Presepi nelle chiese e presepi viventi
Dall’8 dicembre all’Epifania le chiese romane allestiscono i presepi, e il giro vale più di qualunque mercatino. Vanno guardati quelli delle basiliche maggiori, ma anche quelli piccoli delle parrocchie di quartiere, che sono spesso opera di volontari e cambiano ogni anno. Sono tutti gratuiti e tutti soggetti agli orari di apertura delle chiese, che a Natale si accorciano nel pomeriggio.
La rassegna dei presepi da tutto il mondo, che per decenni si è tenuta sotto il colonnato di piazza San Pietro e poi in altre sedi vicine al rione Borgo, cambia sede e formula con una certa frequenza: verificate l’indirizzo dell’anno in corso prima di incamminarvi. I presepi viventi veri, con figuranti e animali, a Roma città sono pochi e parrocchiali; quelli grandi si fanno nei paesi del Lazio, e il calendario è raccolto nella pagina sulle sagre e feste del Lazio.
Per il quadro completo di che cosa apre e che cosa chiude in città durante le feste, comprese le messe di mezzanotte e gli orari dei trasporti, la pagina di riferimento è quella sul Natale a Roma, mentre la notte del 31 con le sue regole sui botti e le chiusure è raccontata nella scheda sul Capodanno a Roma.
19 marzo: i bignè e i friggitori che non ci sono più
San Giuseppe a Roma era la festa dei falegnami e dei friggitori. La chiesa di riferimento è San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano, costruita dalla confraternita dei falegnami sopra il carcere Mamertino, e il 19 marzo vi si tenevano funzioni solenni e distribuzioni. Il soprannome popolare del santo, Giuseppe frittellaro, viene dalla seconda categoria.
Che cosa erano i friggitori
Nei giorni intorno al 19 marzo i friggitori montavano le loro postazioni per strada: un braciere, un paiolo d’olio, il banco, spesso una tenda e qualche decorazione devozionale. Friggevano frittelle di riso e di semolino e i bignè, e la frittura avveniva davanti al cliente. Era un mestiere stagionale, esercitato da famiglie che per il resto dell’anno facevano altro, e concentrato in alcune strade del centro e nei rioni popolari.
Questo mestiere è scomparso per ragioni che non hanno niente di romantico: le norme igieniche e di sicurezza sulla frittura in strada, il divieto progressivo delle occupazioni di suolo pubblico con fuochi liberi, e la fine del 19 marzo come giorno festivo nel 1977, che ha tolto alla ricorrenza il suo pubblico. Senza un giorno libero, la festa dei friggitori diventa una vetrina di pasticceria.
Che cosa resta
Resta il bignè, che dal 19 marzo si è espanso su tutto il mese e in molte pasticcerie su tutto l’anno. Esistono in due versioni: fritto, che è quella tradizionale, e al forno, che è più recente e più leggera. Ripieno di crema pasticcera, zucchero a velo e a volte un’amarena sopra. Le pasticcerie di quartiere lo fanno la mattina e lo vendono nella giornata; i banchi del centro spesso lo comprano già pronto.
Resta anche una festa rionale al Trionfale, intorno alla parrocchia di San Giuseppe, con la processione che fino agli anni Sessanta portava la statua per le strade del quartiere e che oggi si è ridotta e spostata sul fine settimana. È una festa di parrocchia vera, non una rievocazione, ma di dimensioni modeste. Chi arriva dalla zona di Prati ci mette un quarto d’ora a piedi.
Le ricorrenze civili: 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre
Le tre date civili funzionano in modo diverso l’una dall’altra, e chi le mette nello stesso mazzo si trova spiazzato. Una è un giorno festivo con cortei di piazza, una è un giorno festivo con una parata militare, una non è nemmeno festiva. Cambiano i luoghi, gli orari, le chiusure al traffico e il tipo di pubblico che ci si trova.
25 aprile
Il 25 aprile è la festa nazionale della Liberazione ed è giorno festivo a tutti gli effetti. A Roma ha una particolarità che va spiegata: la città fu liberata il 4 giugno 1944, quasi un anno prima, quindi il 25 aprile qui non commemora un anniversario locale ma quello nazionale. L’anniversario romano vero, il 4 giugno, non ha manifestazioni di rilievo.
Il programma tipico si apre presto con l’omaggio alle Fosse Ardeatine, prosegue con il raduno a piazza di Porta San Paolo, dove si combatté nel settembre 1943, e con il corteo che parte verso metà mattina in direzione dell’Ostiense, chiudendosi in genere al parco Schuster accanto a San Paolo fuori le mura. Percorsi e orari cambiano ogni anno e le deviazioni del trasporto pubblico sono pesanti: controllate prima di muovervi.
2 giugno
La Festa della Repubblica ricorda il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946. La giornata romana ha due momenti: la deposizione della corona al Milite Ignoto all’Altare della Patria da parte del Presidente della Repubblica, al mattino presto, e subito dopo lo sfilamento lungo via dei Fori Imperiali, con il passaggio delle Frecce Tricolori sopra il Vittoriano.
La parata ha una storia intermittente. Entrò nel cerimoniale ufficiale nei primi anni della Repubblica, fu sospesa dal 1976 per ragioni prima emergenziali e poi di contenimento della spesa, e tornò stabilmente nel 2000 per iniziativa del presidente Ciampi. Nello stesso periodo il 2 giugno aveva smesso di essere festivo: dal 1977 le celebrazioni erano spostate alla prima domenica del mese, e la data fissa è stata ripristinata con effetto dal 2001.
Chi si trova a Roma il 2 giugno deve sapere che l’area fra Colosseo, Fori e piazza Venezia è chiusa dall’alba, che le tribune sono a inviti e che i punti liberi lungo il percorso si riempiono ore prima. Il Museo dei Fori Imperiali e i siti archeologici della zona modificano orari o restano chiusi. Nel pomeriggio si aprono i giardini del Quirinale, con fila lunga.
4 novembre
Il 4 novembre è la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate e ricorda l’armistizio del 1918. Fu festivo dal 1922, perse quel carattere con la legge del 1977 e non lo ha più recuperato: le celebrazioni si tengono il 4 novembre, ma il giorno è lavorativo e la parte pubblica è spostata sulla prima domenica del mese. A Roma si riduce alla cerimonia all’Altare della Patria e al sorvolo delle Frecce Tricolori.
29 giugno, la festa che a Roma è rimasta festiva
I santi Pietro e Paolo cadono il 29 giugno e sono i patroni di Roma. La legge del 1977 tolse anche a questa data il carattere di festivo, ma nel 1985 fu ripristinato per la sola città di Roma. Uffici comunali e scuole chiudono, molti negozi no. La messa papale è in San Pietro al mattino; la sera, quando viene organizzata, si tiene la girandola di fuochi dal Gianicolo o da Castel Sant’Angelo, con vista migliore dal Gianicolo e dai ponti.
Una curiosità sulle feste romane perse e ritrovate
Il cannone del Gianicolo è l’unico residuo quotidiano di un calendario di segnali sonori che regolava la giornata romana. Fu istituito nel 1847 da Pio IX per dare l’ora esatta alle campane delle chiese, che suonavano ciascuna per conto proprio, e sparava a mezzogiorno da Castel Sant’Angelo, poi da Monte Mario, infine dal Gianicolo. Oggi spara a salve ogni giorno a mezzogiorno, e quasi nessuno sa più perché.
Lo stesso cannone serviva da segnale per le feste: il colpo annunciava l’apertura di certe cerimonie e, la notte di San Giovanni, l’arrivo del papa al Laterano all’alba. Quando una città smette di essere regolata dai suoi rumori pubblici, le sue feste perdono l’innesco. La perdita del calendario romano è anche una faccenda acustica, non solo di divieti e di urbanistica.
Una cosa che non ti dice nessuno sulle feste romane perse e ritrovate
Quasi tutto quello che sappiamo delle feste popolari romane passa da tre uomini dell’Ottocento: Giuseppe Gioachino Belli con i sonetti, Luigi Zanazzo detto Giggi con la raccolta di usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, e i disegnatori e fotografi che documentarono la città prima delle demolizioni. Non è una biblioteca: sono poche fonti, tutte concentrate in cinquant’anni.
Questo crea un effetto ottico che conviene tenere presente. Le feste romane ci appaiono nella forma che avevano fra il 1830 e il 1890, perché quello è il momento in cui qualcuno si è preso la briga di scriverle. Che cosa fossero nel Seicento o nel Quattrocento lo sappiamo molto meno, e la continuità plurisecolare che viene rivendicata nei comunicati è spesso una proiezione all’indietro di quel fotogramma ottocentesco.
La conseguenza pratica riguarda voi. Quando una manifestazione di oggi si dichiara erede diretta di una tradizione antichissima, quasi sempre ricostruisce l’Ottocento, non il Medioevo. Nessuno vi sta ingannando, ma sapere di che secolo è la cosa che state guardando cambia il modo in cui la guardate.
Il consiglio che ti do per visitare le feste romane perse e ritrovate
Scegliete una festa sola e fatela intera, dall’inizio alla fine, invece di collezionare cinque passaggi rapidi. Le feste romane superstiti hanno tutte una struttura a onda: un momento di raccolta in cui non succede niente, un momento centrale breve, una coda lunga. Chi arriva solo per il momento centrale vede la cartolina; chi resta per la coda vede il quartiere.
La regola dell’orario vale più di qualunque altra. Alle processioni conviene arrivare quaranta minuti prima e mettersi lungo il percorso, non al punto di partenza, dove c’è solo calca. Alle benedizioni e alle messe conviene entrare mezz’ora prima. Ai cortei civili conviene raggiungere un punto intermedio del percorso, perché la testa del corteo è congestionata e la coda arriva quando tutto è già finito.
Verificate sempre su due fonti, e non su siti di rilancio. Le fonti che reggono sono il sito del Comune, quelli dei Municipi, la Diocesi di Roma per le feste religiose e le singole parrocchie, che pubblicano il programma sul portone e sulla loro pagina pochi giorni prima. Le date che trovate riportate dai portali generalisti sono copiate dall’anno precedente più spesso di quanto immaginiate.
Ultima cosa: mettete in conto le chiusure. Nei giorni di festa civile il centro è sbarrato, le stazioni della metropolitana più vicine ai percorsi chiudono senza preavviso e i bus deviano. La pagina su come muoversi a Roma spiega il meccanismo generale, ma nelle giornate di corteo la regola vera è una sola: a piedi, e con margine.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Roma ha avuto per secoli un carnevale di livello europeo, con la corsa dei barberi lungo via del Corso, i cavalli lanciati senza fantino da piazza del Popolo a piazza Venezia, i moccoletti dell’ultima sera e i carri delle società rionali. Era la festa più famosa della città, quella per cui i viaggiatori stranieri programmavano il soggiorno, e Goethe le dedicò un resoconto intero.
La corsa dei barberi fu soppressa nel 1874, dopo incidenti mortali fra il pubblico, e il carnevale romano si sgonfiò nel giro di una generazione. Non è mai stato davvero ricostruito: le edizioni tentate nel Novecento e negli anni Duemila hanno avuto vita breve e nessuna continuità. Oggi il carnevale romano è una cosa da scuole e da quartieri, senza un centro cittadino.
La foto giusta da fare alle feste romane perse e ritrovate
La foto che funziona non è il momento clou, che viene male perché siete lontani e c’è troppa gente davanti. La foto che funziona è il prima: le sedie ancora vuote, i portatori che si mettono in ordine nel sagrato, i banchi montati e non ancora aperti, la strada transennata e deserta. Quella luce lì, un’ora prima, è anche la migliore.
Per la processione fluviale della Festa de’ Noantri il punto è la spalletta fra ponte Garibaldi e l’Isola Tiberina, sul lato di Trastevere, con il sole alle spalle nel tardo pomeriggio. Per le processioni di terra conviene una via laterale stretta, dove la folla incornicia il corteo invece di nasconderlo. Per la benedizione degli animali a Sant’Eusebio si fotografano le persone in attesa, non la benedizione.
Dentro le chiese due regole valgono sempre: niente flash e niente treppiede. Alla pioggia di petali del 5 agosto il flash non serve e disturba chi prega; conviene alzare la sensibilità e puntare verso l’alto, verso il cassettone che si apre, invece che sull’altare. Nelle processioni non mettetevi mai davanti ai portatori per fare la foto frontale: è il gesto che fa arrabbiare tutti.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 20 settembre 1870 la breccia di Porta Pia chiude il potere temporale dei papi e, con esso, il sistema di feste pubbliche che il papato organizzava e finanziava. Nel giro di pochi anni spariscono le cavalcate, le distribuzioni di monete dalle logge, il ruolo cerimoniale delle confraternite di mestiere. Le feste religiose restano, ma diventano affari di parrocchia.
Nel 1872 la fiera dell’Epifania lascia piazza Sant’Eustachio e si trasferisce a piazza Navona, dove era appena cessato il mercato storico. Nel 1874 viene soppressa la corsa dei barberi e finisce il carnevale come festa cittadina. Le due date, a due anni di distanza, segnano il passaggio da un calendario gestito dal potere pontificio a uno gestito da un’amministrazione comunale.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento il regime riorganizza dall’alto alcune feste popolari e ne costruisce di nuove. La Festa de’ Noantri prende in quel periodo il suo formato moderno, e il 21 aprile diventa una ricorrenza civile di massa. È la fase in cui il termine tradizione comincia a essere usato per cose appena inventate, un’ambiguità che non si è mai più sciolta.
Il 5 marzo 1977 la legge numero 54 toglie il carattere festivo a cinque solennità e sposta due ricorrenze civili alla domenica. È la data più recente e la meno raccontata, ma è quella che ha cambiato di più il calendario vissuto: senza il giorno libero, una festa di popolo si riduce a una funzione religiosa e a una vetrina di dolci.
Il primo febbraio 1994 viene rubato il Santo Bambino dell’Aracoeli. Nel dicembre 2018 il sequestro delle bancarelle blocca la fiera di piazza Navona. Sono due episodi minori sul piano storico, ma dicono bene come finiscono le tradizioni nel presente: non per decreto, ma per furto, per costi, per norme di sicurezza e per stanchezza degli operatori.
Chi è passato dalle feste romane perse e ritrovate
Johann Wolfgang Goethe assistette al carnevale romano del 1788 e alle gite d’ottobre, e ne scrisse nel resoconto del suo viaggio in Italia. Il suo carnevale romano resta la descrizione più dettagliata che abbiamo della corsa dei barberi e dei moccoletti, e la casa dove abitò, su via del Corso, è oggi un museo affacciato proprio sulla strada della corsa.
Giuseppe Gioachino Belli mise il calendario delle feste dentro i suoi sonetti romaneschi, scritti fra il 1830 e il 1849. San Giovanni, la Befana, san Giuseppe, le ottobrate: ciascuna ha i suoi versi, e il tono è quello di chi le vedeva da dentro e non le trovava affatto poetiche. Belli è la fonte più affidabile sul rapporto fra festa religiosa e mangiata.
Luigi Zanazzo, in arte Giggi, raccolse a fine Ottocento usi, costumi, canti e superstizioni del popolo romano in una serie di volumi che restano la base di quasi tutto quello che si racconta oggi. Le sue pagine sulla notte di San Giovanni e sulla Befana sono la fonte diretta di cento articoli contemporanei, quasi sempre senza che venga citato. Charles Dickens, che vide il carnevale del 1845, aggiunge lo sguardo sulla folla che agli eruditi manca.
Mangiare nelle zone di festa: Trastevere, piazza Navona e il resto
Le feste romane si concentrano nei due punti della città dove la ristorazione è più difficile: Trastevere in luglio e piazza Navona a dicembre. Nelle sere di festa il problema si moltiplica, perché arriva un pubblico che mangia una volta sola e non tornerà mai più, e il locale che lavora su quel pubblico non ha nessuna ragione di curare la cucina. Conviene sapere che cosa guardare.
I segnali che dicono di girare al largo
Il menu con le fotografie dei piatti è il primo segnale, e nelle zone di festa è quasi una regola. Le fotografie servono a chi non legge l’italiano e a chi non sa che cosa ordinare, e un locale che lavora con il quartiere non ne ha bisogno. Nelle vie intorno a piazza Navona trovate menu fotografici tradotti in sei lingue e plastificati: sono progettati per chi passa una volta.
La signora che tira la sfoglia in vetrina o direttamente sul marciapiede è un richiamo scenico, non un indizio di cucina. La pasta fresca fatta davanti al passante si è diffusa negli ultimi dieci anni proprio nelle strade di maggior passaggio, e non dice niente su che cosa esce dai fornelli. Nelle sere della Festa de’ Noantri quelle postazioni si moltiplicano lungo viale Trastevere e nelle traverse verso Santa Maria.
La persona all’ingresso che vi invita a sedervi è il segnale più netto di tutti. Un locale che ha clienti non manda nessuno sulla soglia a fermare i passanti, perché i tavoli si riempiono comunque. Se vi rincorrono per due metri con il menu in mano, avete la risposta.
La cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte è un altro segnale. Le cucine romane che funzionano hanno un orario: aprono verso mezzogiorno e mezzo, chiudono verso le tre, riaprono verso le sette e mezza. Un posto che serve carbonara alle cinque del pomeriggio lavora su tornate continue di passaggio, e tiene pronto quello che si scalda in fretta.
Davanti ai monumenti si aggiunge il capitolo dei prezzi. Nelle piazze di maggior richiamo capita di trovare voci non prezzate, il pesce al peso senza indicazione, il coperto e il servizio dichiarati in fondo in caratteri piccoli, e in qualche caso listini diversi fra la sala interna e i tavoli esterni. La difesa è semplice: chiedete il prezzo prima, per iscritto sul menu, e conservate lo scontrino.
Le catene a insegna ripetuta
Nel centro di Roma esistono gruppi di locali con la stessa insegna ripetuta a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, spesso nelle piazze più battute. Funzionano come attrazioni turistiche a sé: hanno un’identità visiva riconoscibile, una fila fotografabile, un prodotto uguale in ogni sede. Non è una truffa e non c’è niente di scandaloso nel mangiarci.
Il punto è che i romani non ci vanno, e non per snobismo: ci vanno le persone che hanno visto quell’insegna online prima di partire. Se cercate il posto dove mangia il quartiere, quella catena non è la risposta, nemmeno quando il prodotto è buono. Se invece volete sedervi in fretta con un’aspettativa nota, sapete già che cosa comprate.
Il criterio unico
Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Un tavolo di quattro romani che parlano fra loro e ordinano senza aprire il menu vale più di qualunque recensione. Nelle zone di festa questo criterio funziona ancora meglio del solito, perché la sera della processione il quartiere esce e si siede: seguite i gruppi che escono dalla chiesa, non quelli che arrivano dalla fermata del tram.
I dolci di ricorrenza e dove prenderli
Il calendario dolciario romano è più solido delle feste che lo hanno generato. I bignè di san Giuseppe intorno al 19 marzo, fritti o al forno; le frappe e le castagnole a carnevale, che nelle pasticcerie compaiono già a gennaio; il pangiallo e il torrone a Natale, con il pangiallo che è una preparazione romana di frutta secca, miele e canditi e non un panforte; il maritozzo con la panna, che era un dolce di Quaresima e oggi si mangia tutto l’anno a colazione.
La differenza fra la pasticceria di quartiere e il banco del centro è una questione di ciclo produttivo. La pasticceria di rione frigge o inforna la mattina presto, vende nella giornata e il giorno dopo ricomincia; quando finisce, finisce. Il banco nelle strade di passaggio compra da un laboratorio esterno, tiene la merce in vetrina tutto il giorno e non ha nessun motivo per limitare le quantità.
Il metodo che funziona è uscire dalla zona di festa di trecento metri. A Trastevere significa risalire verso viale Trastevere e le strade dietro Santa Cecilia, dove i forni lavorano sul quartiere. Intorno a piazza Navona significa spostarsi verso Campo de’ Fiori nelle ore del mercato, oppure verso il Ghetto, dove la pasticceria ha una tradizione propria e riconoscibile.
Per le mangiate legate alle feste, le lumache del 23 giugno o la trippa delle domeniche d’autunno, i quartieri giusti sono quelli dove quella cucina non si è mai interrotta: Testaccio in testa, con il suo mercato coperto, e il quadrante intorno a piazza Vittorio. La pagina generale su dove mangiare a Roma raccoglie il metodo per zona, e quella sui caffè e le botteghe storiche serve per la colazione.
I posti verificati uno per uno, senza pubblicità e senza accordi commerciali, sono raccolti nella lista Google Maps di Daniele, aggiornata camminando e mangiando, non leggendo recensioni.
Il calendario in breve, mese per mese
Gennaio apre con l’Epifania: la fiera a piazza Navona fino al 6, la benedizione della città con il Bambinello all’Aracoeli la mattina del 6, e il 17 la benedizione degli animali a Sant’Eusebio. Febbraio è il mese del carnevale, che a Roma non ha più un centro cittadino ma riempie le pasticcerie di frappe e castagnole dalla prima settimana.
Marzo ha il 19, san Giuseppe, giorno lavorativo con i bignè in tutte le pasticcerie e la festa rionale al Trionfale. Aprile concentra due date vicine e opposte: il 21, Natale di Roma, con i cortei fra Circo Massimo e Campidoglio, e il 25, Liberazione, con il corteo da Porta San Paolo. Quando cadono nella stessa settimana il centro è impraticabile per giorni.
Giugno ha il 2 con la parata ai Fori, la notte del 23 con quel che resta di San Giovanni, e il 29 con i patroni, unico giorno festivo solo romano. Luglio ha la quindicina della Festa de’ Noantri a Trastevere, dal 16 in avanti. Agosto ha il 5 a Santa Maria Maggiore e il 15, che a Roma è il giorno in cui la città si svuota davvero.
Ottobre non ha più le ottobrate ma ha le sagre dei Castelli. Novembre ha il 4, che non è festivo, e il 2 con le visite ai cimiteri. Dicembre riempie le chiese di presepi dall’8 in poi e monta la fiera a piazza Navona, fino al 6 gennaio successivo.
Domande frequenti sulle feste romane perse e ritrovate
Quando si svolge esattamente la Festa de’ Noantri?
La Festa de’ Noantri ruota intorno al 16 luglio, memoria della Madonna del Carmine, e occupa in genere la seconda metà del mese. La processione principale si tiene il sabato successivo al 16 nel tardo pomeriggio, la processione sul Tevere la domenica seguente. Il cartellone di spettacoli ha date proprie, spesso più larghe, decise ogni anno dal Municipio: verificatele sul sito comunale.
Le ottobrate romane esistono ancora?
Le ottobrate come gita collettiva nelle vigne fuori porta non esistono più, perché non esistono più le vigne dentro e appena fuori le mura. Il termine sopravvive in due usi: come modo di dire per le belle giornate di ottobre, e come nome di feste di quartiere contemporanee, la più nota nel rione Monti. Queste ultime sono manifestazioni recenti, non la continuazione della tradizione storica.
La fiera della Befana a piazza Navona vale ancora la visita?
La fiera dell’Epifania a piazza Navona si è molto ridotta dopo i controlli e il sequestro del dicembre 2018, e oggi conta pochi banchi con merce standard. La visita ha senso per la piazza, le fontane e l’aria delle feste, meno per la fiera in sé. Chi viaggia con bambini ci trova una giostra e qualche banco di dolciumi.
Che cosa si fa a Roma la notte di San Giovanni?
La notte fra il 23 e il 24 giugno la festa storica al Laterano non esiste più da oltre un secolo. Da qualche anno associazioni di quartiere e il Municipio VII organizzano una Notte delle Streghe nei giardini vicino a piazza San Giovanni, con passeggiate teatrali e laboratori: è una rievocazione recente. La tradizione più viva resta quella gastronomica, le lumache in umido servite intorno a quella data.
A che ora cadono i petali a Santa Maria Maggiore il 5 agosto?
I petali bianchi scendono dal soffitto della basilica due volte nella giornata del 5 agosto: durante il Gloria del pontificale del mattino, di solito intorno alle dieci, e durante il Magnificat dei secondi vespri del tardo pomeriggio, di solito intorno alle diciassette. Gli orari esatti cambiano di anno in anno e li pubblica la basilica pochi giorni prima. L’ingresso è libero e la navata si riempie.
Dove si benedicono gli animali il 17 gennaio a Roma?
La benedizione degli animali per sant’Antonio abate si tiene a Sant’Eusebio all’Esquilino, sul lato di piazza Vittorio. Le benedizioni sono scaglionate in più momenti della giornata sul sagrato, con una messa solenne nel pomeriggio. Non serve prenotare e non si paga nulla. Gli orari vengono pubblicati dalla parrocchia con pochi giorni di anticipo e cambiano ogni anno.
Il 19 marzo è festa a Roma?
Il 19 marzo non è più un giorno festivo in Italia dal 1977, quando la legge numero 54 tolse il carattere di festivo civile a cinque solennità religiose. Uffici, scuole e negozi restano aperti. Della festa di san Giuseppe sopravvivono i bignè in pasticceria per tutto il mese e una festa rionale al Trionfale, mentre i friggitori di strada sono scomparsi del tutto.
Qual è la festa più antica ancora viva a Roma?
La risposta dipende da che cosa si intende per viva. Sul piano liturgico, la festa dei patroni Pietro e Paolo del 29 giugno ha una continuità documentata lunghissima ed è l’unica rimasta festiva nella sola Roma. Sul piano popolare, la benedizione degli animali del 17 gennaio a Sant’Eusebio è quella che rivendica l’origine più antica, il 1437, anche se la data proviene dalla tradizione locale.
Conviene programmare un viaggio a Roma su una festa?
Programmare un viaggio intero su una festa romana è rischioso, perché le date cambiano, i programmi escono tardi e alcune manifestazioni vengono annullate senza preavviso. Conviene il contrario: scegliere le date per altre ragioni e poi controllare che cosa cade in quei giorni. Le uniche date fisse e affidabili sono il 6 gennaio, il 17 gennaio, il 5 agosto, il 21 aprile, il 25 aprile, il 2 giugno e il 29 giugno.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Le date e gli orari riportati qui valgono alla pubblicazione e provengono dalle fonti istituzionali e parrocchiali citate nel testo: i calendari delle feste cambiano ogni anno, quindi ricontrollateli prima di partire. Le segnalazioni di dati non aggiornati sono benvenute.
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