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Il Carnevale romano

Il Carnevale romano è una festa che oggi a Roma quasi non esiste più, e che per quattro secoli è stata la cosa più famosa che la città producesse, più dei musei e più delle cerimonie papali. Durava una decina di giorni, occupava una strada sola, l’attuale via del Corso, e finiva ogni sera con una corsa di cavalli senza fantino lanciati dentro la folla. Chi cerca oggi il Carnevale romano trova qualche sfilata di quartiere e le frappe in pasticceria, e fa bene a sapere che quello che cerca è stato smontato pezzo per pezzo fra il 1668 e il 1882. Questa pagina mette in fila che cosa succedeva davvero, che cosa dicono le fonti, dove le fonti divergono fra loro, che cosa resta a Roma e dove nel Lazio la festa è ancora viva.

Che cos’è il Carnevale romano e perché oggi non lo trovate

Il Carnevale romano è il ciclo di feste che si teneva a Roma nei giorni precedenti la Quaresima, sotto il governo dei papi e fino ai primi anni dopo il 1870. Non era una festa diffusa in tutta la città: aveva un palcoscenico preciso, il tratto rettilineo fra piazza del Popolo e piazza Venezia, e un programma che si ripeteva ogni giorno con poche variazioni. Attorno a quel rettilineo ruotavano corse, carri, maschere, palchi a pagamento e una quantità di visitatori stranieri che arrivavano a Roma apposta.

Dipinto del carnevale romano sul Corso
Il carnevale romano sul Corso in un dipinto ottocentesco, con la folla e le maschere. Foto di Karol Miller, licenza Public domain, via Wikimedia Commons.

Oggi di quel dispositivo non resta niente in piedi. La corsa dei cavalli fu abbandonata nel 1882, i moccoletti finirono con essa, i giochi imposti agli ebrei del ghetto erano già stati aboliti nel 1668, e la strada che ospitava tutto è diventata la via dello shopping. Chi arriva a Roma a febbraio cercando il Carnevale romano trova via del Corso con le vetrine e i saldi di fine stagione.

Perché la strada si chiama Corso

Il nome della strada viene proprio dalla corsa. La via si chiamava via Lata, il tracciato urbano dell’antica via Flaminia, e prese il nome di via del Corso perché per secoli vi si corse il palio dei cavalli barberi. Il toponimo antico sopravvive in una chiesa, la basilica di Santa Maria in via Lata, che si affaccia sul Corso all’altezza di palazzo Doria Pamphilj.

Le date mobili: come si calcola il Carnevale

Il Carnevale non ha una data fissa perché dipende dalla Pasqua, che è a sua volta una festa mobile. La regola pratica è semplice da applicare: il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, cade quarantasette giorni prima della domenica di Pasqua. Il giorno seguente è il mercoledì delle Ceneri e comincia la Quaresima. La Pasqua a sua volta cade la prima domenica dopo il primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera, e da qui l’oscillazione: il martedì grasso è caduto il 17 febbraio nel 2026, cade il 9 febbraio nel 2027 e il 29 febbraio nel 2028.

Il giovedì grasso, che apre la settimana finale, cade sei giorni prima del martedì grasso. Fra i due, la domenica di Carnevale è il giorno delle sfilate nella maggior parte dei paesi del Lazio, perché è l’unico in cui lavorano tutti e in cui i bambini non hanno scuola. Chi programma un viaggio in funzione del Carnevale deve partire dalla data della Pasqua di quell’anno e contare a ritroso.

Quanto durava il Carnevale dei papi

La durata storica del Carnevale romano non era fissa e cambiò più volte per decisione pontificia. Nella forma consolidata dell’età moderna occupava gli ultimi otto giorni prima delle Ceneri, con l’esclusione dei venerdì e in alcuni periodi anche delle domeniche, considerati giorni impropri per i divertimenti pubblici. Le fonti che descrivono un Carnevale di undici giorni si riferiscono a fasi in cui il ciclo era stato allungato.

L’inizio ufficiale veniva dato dal Campidoglio, e la chiusura arrivava con l’Ave Maria del martedì grasso, quando la campana segnava la fine della licenza e l’inizio del digiuno. Quel confine netto fra bagordo e penitenza è la ragione d’essere della festa: senza Quaresima il Carnevale non avrebbe senso, ed è per questo che la sua data si muove insieme a quella della Pasqua.

Il Carnevale al Testaccio: che cosa dicono davvero le fonti

Prima di arrivare sul Corso, il Carnevale romano si svolgeva ai piedi del monte Testaccio, la collina artificiale fatta di cocci di anfore che chiude a sud il rione. Le fonti medievali parlano di ludi carnascialeschi che si tenevano lì, con la partecipazione del popolo romano organizzato per rioni e la presenza del papa o dei suoi rappresentanti. È il periodo in cui il Comune di Roma cerca una festa civica propria e la colloca in un luogo fuori dall’abitato, dove c’è spazio per la folla.

Sulle forme precise di quei giochi la documentazione è molto più povera di quanto lasci intendere la divulgazione corrente. Le cronache medievali sono brevi, spesso di seconda mano, e gli studi recenti sui ludi di Testaccio hanno mostrato quanto la ricostruzione ottocentesca abbia aggiunto colore là dove i documenti restano generici. Chi legge descrizioni molto dettagliate di quelle giornate farà bene a chiedersi su quale testo si basino.

Le uccisioni di animali

Sulle uccisioni di animali le fonti concordano nella sostanza e divergono nei particolari. I documenti e le ricostruzioni parlano di tori e di maiali coinvolti nei giochi, in forme che comprendevano combattimenti e macellazione pubblica, con la carne poi distribuita. La descrizione più ricorrente riguarda i maiali fatti rotolare giù dal pendio del monte dentro carri o gabbie, con la folla che li recuperava in basso.

Conviene trattare questa parte con misura, e non per pudore. Il problema è che la scena dei maiali che rotolano dal Testaccio circola in decine di versioni diverse, con numeri e modalità che cambiano da un racconto all’altro, e che le fonti primarie citate sono quasi sempre le stesse due o tre, lette attraverso rielaborazioni successive. Quello che regge è il fatto generale: i ludi di Testaccio prevedevano l’uccisione pubblica di animali e una distribuzione di carne al popolo. I dettagli scenografici reggono molto meno.

Il luogo, in compenso, si visita ancora. Il monte dei cocci è lì, alto una cinquantina di metri e fatto interamente di frammenti di anfore olearie romane, e si apre solo con visite guidate su prenotazione. Il contesto del rione si ricostruisce nella pagina su Testaccio e nelle sale del Museo diffuso del rione Testaccio.

Paolo II e lo spostamento sul Corso

La svolta arriva a metà Quattrocento con Pietro Barbo, veneziano, papa dal 1464 con il nome di Paolo II. Barbo stava facendo costruire il suo palazzo accanto a San Marco, l’edificio che oggi conosciamo come Palazzo Venezia, e spostò le feste carnevalesche dal Testaccio alla via Lata, che gli passava davanti. Le fonti collocano l’intervento intorno al 1466, con la fissazione delle regole delle corse. Da lì in poi il Carnevale ha un asse e una direzione: si parte da piazza del Popolo, porta di ingresso della città per chi arriva da nord, e si arriva sotto il palazzo del papa, che oggi ospita il Museo Nazionale del Palazzo Venezia.

La ragione di quello spostamento è semplice e ha poco a che fare con la devozione. Un papa che costruisce una residenza nuova vuole che la festa più popolare della città si svolga sotto le sue finestre, e che lui la possa guardare dal balcone. Il Carnevale diventa così uno spettacolo di corte offerto al popolo e insieme un’occasione di prestigio, con un bilancio dichiarato di centinaia di fiorini d’oro a carico della Camera apostolica.

Le corse per categoria

Le corse non erano una sola. Il programma prevedeva gare distinte per categorie di corridori, e questo è il punto in cui il Carnevale romano mostra la sua faccia meno gradevole. Correvano i ragazzi, correvano i vecchi, correvano gli asini e i bufali, e correvano gli ebrei del ghetto, obbligati a farlo. La corsa dei cavalli barberi era il pezzo finale e quello che attirava il pubblico pagante.

La corsa dei barberi: come funzionava davvero

I barberi erano cavalli di piccola taglia e corporatura robusta, originari della Barberia, cioè della fascia costiera dell’Africa nordoccidentale. Il nome indicava la razza e non la famiglia Barberini, con cui non c’entra niente. In pratica molti dei cavalli iscritti appartenevano alle scuderie delle famiglie aristocratiche romane, che correvano per il prestigio e per il palio, un drappo di stoffa pregiata messo in premio.

La caratteristica della corsa era che i cavalli correvano scossi, cioè senza fantino. Venivano trattenuti alla partenza da uomini chiamati barbareschi, allineati dietro una fune tesa attraverso la strada, e liberati tutti insieme al segnale. Da quel momento correvano da soli lungo il Corso, spinti dalla folla ai lati e da una serie di stimoli fissati sul dorso.

Gli stimoli, che è la parte che si racconta meno

Le fonti descrivono due sistemi per tenere i cavalli in corsa. Il primo consisteva in palle munite di punte acuminate, assicurate ai fianchi o alla groppa, che a ogni balzo pungevano l’animale. Il secondo, riportato da più descrizioni, prevedeva l’applicazione di pece bollente sulla parte posteriore. Dickens, che assistette alla corsa nel 1845, descrive le pesanti palline con le punte appese ai fianchi dei cavalli per spronarli.

La mossa a piazza del Popolo

La partenza avveniva all’estremità nord del Corso, nell’imbocco fra le due chiese gemelle di piazza del Popolo. La piazza offriva lo spazio per radunare i cavalli, i proprietari e i barbareschi, e per contenere la folla che voleva vedere la mossa. Chi oggi arriva in quella piazza da Santa Maria del Popolo e guarda verso sud vede esattamente l’imbuto in cui si entrava.

Sopra la piazza c’è la terrazza del Pincio, che allora come oggi era il punto da cui si dominava tutta la scena. Al centro della piazza svetta l’obelisco Flaminio, portato a Roma da Augusto e collocato lì da Sisto V. Chi vuole capire la corsa deve mettersi lassù e guardare in basso.

La ripresa a piazza Venezia

Il momento peggiore era l’arrivo, che si chiamava la ripresa. I cavalli arrivavano a piena velocità all’estremità sud del Corso e venivano fermati da grossi teloni tesi di traverso alla strada, contro cui andavano a sbattere, mentre i barbareschi cercavano di afferrarli. Era il punto in cui si concentravano gli incidenti, sia per gli animali sia per chi si trovava lì.

Le stampe d’epoca e le fotografie di fine Ottocento documentano quella scena con precisione: una massa di gente addossata alle case, i teloni gonfi, i cavalli che si accavallano. Il toponimo della ripresa dei barberi resta nelle didascalie delle immagini conservate nei fondi fotografici e nelle collezioni del Museo di Roma a Palazzo Braschi, che conserva vedute e dipinti del Carnevale.

Dove si vedeva e quanto costava

Lungo tutto il Corso venivano montate strutture di legno, palchi e tribune, affittate alle famiglie facoltose e ai viaggiatori stranieri. Il prezzo cambiava secondo il piano, la posizione e il giorno, con i massimi negli ultimi giorni e nel tratto centrale, verso piazza Colonna. Le finestre dei palazzi si affittavano a parte, e i proprietari ci facevano un reddito.

L’incidente e la fine della corsa: la data che quasi nessuno riporta uguale

Sull’abolizione della corsa dei barberi circolano tre date diverse, ed è il punto su cui conviene essere precisi perché quasi tutti i testi divulgativi ne scelgono una e la danno per certa. Le versioni in circolazione sono il 1874, con un decreto attribuito a Vittorio Emanuele II dopo la morte di un ragazzo travolto; il 1882, con un incidente mortale nell’ultimo giorno di Carnevale; e il 1883, indicata come anno del divieto formale.

La fonte più solida che abbiamo letto è una cronaca contemporanea. Emma Perodi, giornalista che visse a Roma dal 1878 e pubblicò una cronaca anno per anno della città italiana dal 1870 al 1895, racconta il Carnevale del 1882 in modo circostanziato: nei primi giorni la gente non sentì il segnale della partenza e si trovò i cavalli addosso, con due feriti gravi, ma la corsa continuò nei giorni successivi. L’ultimo giorno, all’altezza di San Lorenzo in Lucina, un barbero fece cadere una persona e le finì addosso; il cavallo che seguiva ebbe la stessa sorte e nella caduta travolse undici persone, due delle quali morirono.

Il seguito, nello stesso racconto, spiega come finì la tradizione. Il fatto produsse tanta impressione in città da diventare oggetto di una interpellanza alla Camera, e il presidente del Consiglio Agostino Depretis promise di intervenire presso il sindaco perché le corse non si facessero più. Da quell’anno la consuetudine fu abbandonata. Non un decreto regio, dunque, ma una pressione politica seguita a un incidente che fece due morti in mezzo alla folla.

La cronologia aiuta a scartare la versione più diffusa. Vittorio Emanuele II morì nel gennaio del 1878, quindi non può aver firmato niente nel 1883; e la data del 1874, che pure ricorre in molte pagine, non trova riscontro in una cronaca contemporanea paragonabile a quella del 1882. La versione del 1883 si spiega come l’anno del primo Carnevale senza corsa. Chi deve citare una data in un testo serio faccia riferimento all’ultimo Carnevale con la corsa, il 1882, e dica che il divieto non fu un atto solenne ma un abbandono concordato.

La chiesa citata nel racconto è ancora lì, sul Corso, ed è la basilica di San Lorenzo in Lucina: il punto in cui la strada si allarga appena e in cui, secondo la cronaca, i cavalli persero l’assetto. Chi passa di lì oggi cammina sul luogo dell’ultimo incidente della corsa dei barberi.

La festa dei moccoletti, l’ultima sera

La chiusura del Carnevale romano era la festa dei moccoletti, che si svolgeva al tramonto del martedì grasso lungo tutto il Corso. Ogni partecipante teneva acceso un moccolo, cioè una candela di cera di misura variabile, dal cero grosso alla candelina, e il gioco consisteva in due cose contemporanee: tenere accesa la propria e spegnere quella di tutti gli altri. Le fonti datano la comparsa di questa forma della festa al 1773.

Il grido che accompagnava lo spegnimento era senza moccolo, ripetuto in coro contro chi restava al buio, e Dickens lo riporta così nel resoconto del 1845. Chi restava senza luce, secondo le descrizioni, doveva togliersi la maschera, che nel codice della festa equivaleva a essere eliminato dal gioco. Si spegneva con fazzoletti, con soffi, con canne allungate dalle finestre.

La scena che tutti i testimoni descrivono è la stessa: una strada lunga più di un chilometro e mezzo, tutta illuminata da migliaia di fiammelle che si accendono e si spengono, con le finestre e i palchi che partecipano dall’alto. Poi, all’Ave Maria, tutto si fermava di colpo. Il giorno dopo era mercoledì delle Ceneri, e il Carnevale era finito.

Che cosa significava spegnere la candela degli altri

Gli studiosi leggono i moccoletti come un funerale simbolico del Carnevale, e la lettura regge da sola guardando la meccanica del gioco. Una festa che finisce con tutti che cercano di spegnere la luce altrui, e che si chiude nel buio al suono della campana, mette in scena la propria morte e apre il tempo del digiuno. Non serve aggiungerci niente.

Il gioco era anche un livellatore formidabile. In quella mezz’ora, secondo le descrizioni dei viaggiatori, il cardinale in carrozza e il facchino a piedi si spegnevano la candela a vicenda senza distinzione di grado, ed era l’unico momento dell’anno in cui a Roma questo fosse possibile. Finita l’Ave Maria, l’ordine tornava dove era prima.

I giochi imposti agli ebrei del ghetto

Fra le corse del Carnevale romano ce n’era una in cui i corridori non partecipavano per scelta. Gli ebrei della comunità romana erano obbligati a correre lungo il Corso come parte del programma della festa, e la pratica è documentata a partire dal Quattrocento. Una delle attestazioni più citate riguarda il palio dei giudei corso il 2 febbraio 1467, sotto Paolo II, cioè negli stessi anni in cui la festa viene riorganizzata sulla via Lata.

Le condizioni della corsa peggiorarono nel tempo, e su questo le fonti concordano. Nelle prime fasi i corridori erano vestiti e la partecipazione poteva avere margini di formalità; dalla seconda metà del Cinquecento, dopo l’istituzione del ghetto da parte di Paolo IV nel 1555, la corsa diventa apertamente una esposizione al ludibrio pubblico. Michel de Montaigne, che passò a Roma nel 1581, registrò nel suo diario di viaggio la corsa degli ebrei fra le gare del Carnevale.

Non serve entrare nei particolari, e non li scriviamo. Le fonti li riportano, gli studi li hanno analizzati, e chi vuole leggerli sa dove trovarli. Quello che conta qui è la sostanza: una comunità che viveva in un quartiere chiuso e sorvegliato era tenuta a fornire i corridori per un divertimento pubblico, davanti alla città e alle autorità, e a pagare le spese della festa che la umiliava.

Quando finì e chi la abolì

La corsa fu abolita nel 1668 da papa Clemente IX, dopo una lunga serie di suppliche presentate dalla comunità ebraica romana. L’abolizione non fu gratuita: la corsa venne sostituita da un tributo annuo di trecento scudi a carico della comunità, che di fatto continuò a finanziare buona parte del Carnevale senza più correre. Il baratto è esplicito nei documenti, e dice con precisione quale fosse la posta in gioco.

Al posto della corsa restò però un rito di sottomissione. Ogni anno i rappresentanti della comunità dovevano presentarsi in Campidoglio davanti al senatore e ai conservatori di Roma per l’omaggio formale di apertura del Carnevale, con gesti di deferenza codificati. Restarono anche le cosiddette giudiate, rappresentazioni burlesche mascherate che mettevano in scena gli ebrei come figure ridicole, e che continuarono per buona parte del Settecento.

Tutta questa vicenda è documentata negli archivi. Il fondo storico della Comunità ebraica di Roma conserva raccolte di suppliche presentate ai pontefici, e la bibliografia sul tema è consistente. Chi vuole capire il contesto materiale in cui questa storia si svolse può leggere la pagina sul Ghetto ebraico di Roma, visitare il Museo Ebraico sotto la Sinagoga, e camminare lungo il Portico d’Ottavia, che era una delle porte del quartiere chiuso.

Perché va raccontato

Molte ricostruzioni del Carnevale romano saltano questo capitolo o lo liquidano in una riga. La ragione è comprensibile e non è una buona ragione: la festa che i viaggiatori del Grand Tour descrivevano come il trionfo della libertà popolare aveva dentro, come elemento strutturale e non come incidente, l’umiliazione organizzata di una minoranza. Le due cose stavano insieme e vanno lette insieme.

Una curiosità sul Carnevale romano

La munizione principale del Carnevale romano non erano i coriandoli ma i confetti di gesso. Erano palline di gesso o di calce impastata, bianche, dure, che si tiravano a manciate dai palchi e dalle carrozze, e che lasciavano la strada e i vestiti coperti di polvere bianca. Chi partecipava usava maschere a rete metallica per proteggersi gli occhi e sopravvesti di tela leggera per non rovinare gli abiti.

La cosa merita una precisazione pratica che nessuna stampa d’epoca restituisce: a fine giornata il Corso era bianco come dopo una nevicata e la polvere di gesso restava sospesa nell’aria. Diverse testimonianze parlano di tosse, di occhi irritati e di vestiti da buttare. I confetti veri, di zucchero, esistevano ma erano un lusso riservato a chi corteggiava qualcuno dalle finestre.

Chi oggi guarda i quadri e le incisioni della corsa e vede quella foschia chiara sopra la strada non sta guardando un effetto atmosferico. Sta guardando il gesso.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Carnevale romano

Il Carnevale romano non fu abolito dallo Stato italiano per motivi ideologici, come si legge spesso, e non fu neanche vietato in blocco. Morì in tre tempi distinti e per ragioni diverse: i giochi imposti agli ebrei finirono nel 1668 per decisione pontificia e dietro pagamento; la corsa dei cavalli finì nel 1882 dopo un incidente mortale e una interpellanza parlamentare; il resto si svuotò da solo nei decenni successivi, quando il Corso cambiò funzione e diventò la strada dei negozi.

La terza fase è quella meno raccontata ed è la più decisiva. Dopo il 1870 Roma diventa capitale, la popolazione cresce in fretta, il centro si riempie di uffici e di traffico, e una strada che per otto giorni all’anno veniva chiusa e riempita di palchi di legno smette di essere compatibile con la città che sta nascendo. Il Carnevale non fu vietato: fu reso impraticabile dalla logistica.

Il consiglio che ti do per visitare il Carnevale romano

Il consiglio è contro intuitivo: non venite a Roma a Carnevale aspettandovi il Carnevale romano, perché non lo trovate. Se volete vedere la festa dei carri, delle maschere e dei cavalli, uscite dalla città e andate nel Lazio, dove la tradizione non si è interrotta. Se invece volete capire il Carnevale romano, allora Roma serve, ma in un modo diverso da quello che immaginate.

Il modo che funziona è una camminata di un’ora e mezza, meglio in un giorno feriale di mattina presto, quando il Corso è ancora vuoto. Si parte da piazza del Popolo, si scende tutto il Corso a piedi fino a piazza Venezia, e ci si ferma in tre punti: l’imbocco fra le chiese gemelle, dove si dava la mossa; l’altezza di San Lorenzo in Lucina, dove avvenne l’ultimo incidente; e la testata verso il palazzo del papa, dove i cavalli venivano fermati dai teloni. Sono circa mille e cinquecento metri e si capisce tutto camminandoli.

La seconda cosa da fare è salire prima al Pincio e guardare la strada dall’alto, perché la corsa si legge solo dalla prospettiva, non dal marciapiede. La terza è entrare al Museo di Roma, che conserva vedute, dipinti e materiali sul Carnevale, e dove si vedono le scene che nessuna targa in strada racconta.

Quando evitare del tutto

Il Corso a dicembre e nei fine settimana di saldi è impraticabile, con una folla compatta che rende impossibile guardare qualcosa che non sia una vetrina. Il sabato pomeriggio, in qualsiasi stagione, ha lo stesso problema. La domenica mattina presto è il momento migliore dell’anno per fare questa camminata, perché la strada è vuota e la prospettiva si vede per intero.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che via del Corso prende il nome dalla corsa dei cavalli. Molti meno collegano quel nome al fatto che la strada è il tracciato urbano della via Flaminia antica, e che la sua rettilineità, unica in quel pezzo di centro storico, è una eredità romana e non un progetto rinascimentale. La corsa fu possibile lì perché lì c’era già un rettifilo di un chilometro e mezzo dentro la città.

La conseguenza è che l’intera geografia del Carnevale romano dipende da una scelta urbanistica di duemila anni prima. Senza quel rettilineo, Paolo II non avrebbe potuto spostare la festa dal Testaccio al suo palazzo, e Roma non avrebbe avuto la corsa dei barberi. La colonna di Marco Aurelio e le altre presenze antiche lungo il percorso sono lì per la stessa ragione: quella era una direttrice monumentale prima di essere una pista.

Un secondo fatto poco citato riguarda le chiese del Corso. Durante il Carnevale restavano aperte e funzionanti, e in alcune di esse si tenevano le Quarantore, una forma di adorazione eucaristica pensata proprio come contrappeso ai bagordi della strada. A pochi metri dai cavalli lanciati si pregava in riparazione della festa. Vale per San Marcello al Corso e per le altre chiese affacciate sul percorso.

La foto giusta da fare al Carnevale romano

La fotografia che racconta il Carnevale romano non contiene maschere. È la veduta in asse del Corso presa dalla terrazza del Pincio o dalla balaustra sopra piazza del Popolo, con il rettifilo che si infila fra le due chiese gemelle e sparisce verso sud. In quella inquadratura si vede l’intera pista, la sua larghezza ridicola rispetto alla lunghezza, e il motivo per cui quella corsa faceva feriti ogni anno.

Tecnicamente conviene la prima mattina, quando la luce arriva da est e il fondo strada resta leggibile, oppure il tardo pomeriggio d’inverno, quando il sole basso entra nell’asse della via. Serve un teleobiettivo moderato per comprimere la prospettiva: con il grandangolo il rettilineo si perde e la fotografia non dice più niente. Il traffico si riduce nelle prime ore e la domenica mattina.

Le due inquadrature alternative

La prima è dal basso, da dentro il Corso, all’altezza di piazza Colonna: mettetevi in mezzo alla strada quando è chiusa al traffico e guardate verso nord, con le facciate che stringono da entrambi i lati. È la visuale del cavallo, ed è l’unica che fa capire la strettoia.

La seconda è dal fondo, davanti a piazza Venezia, guardando il Corso in risalita con il rettilineo che si perde: è la prospettiva della ripresa, il punto in cui si tendevano i teloni. Chi vuole un contrappunto può risalire poi sulla terrazza dell’Altare della Patria, da cui si domina l’intero asse dall’alto, con il palazzo di Paolo II a sinistra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nel medioevo il Carnevale di Roma si svolge ai piedi del monte Testaccio, con giochi organizzati per rioni e con la partecipazione del papato. Intorno al 1466 Paolo II, appena costruito il suo palazzo accanto a San Marco, sposta la festa sulla via Lata e fissa le regole delle corse: è l’atto di nascita del Carnevale del Corso. Nel 1467 è documentato il palio dei giudei corso il 2 febbraio.

Nel 1555 Paolo IV istituisce il ghetto, e nei decenni successivi le condizioni della corsa imposta agli ebrei peggiorano. Nel 1581 Michel de Montaigne assiste al Carnevale e ne lascia testimonianza nel diario di viaggio. Nel 1668 Clemente IX abolisce la corsa degli ebrei e la sostituisce con un tributo annuo di trecento scudi.

Nel 1773 le fonti collocano la comparsa della festa dei moccoletti nella forma poi diventata celebre. Nel 1788 Goethe assiste al Carnevale romano e ne scrive un resoconto che esce l’anno dopo. Nel 1829 il Carnevale salta per la morte di Leone XII, uno dei rari casi di sospensione.

Nel 1832 Berlioz passa l’inverno a Roma come vincitore del Prix de Rome, e dieci anni dopo firma una ouverture intitolata al Carnevale romano. Nel 1844 Alexandre Dumas padre pubblica il Conte di Montecristo, in cui il Carnevale e i moccoletti occupano più capitoli. Nel 1845 Charles Dickens assiste alla festa e la descrive nelle Immagini dall’Italia, uscite l’anno dopo.

Nel 1870 Roma diventa capitale e il quadro cambia. Nel febbraio del 1882, l’ultimo giorno di Carnevale, due cavalli travolgono la folla davanti a San Lorenzo in Lucina causando due morti; la vicenda arriva in Parlamento e la corsa dei barberi viene abbandonata da quell’anno. Da lì in poi il Carnevale romano si riduce progressivamente fino a scomparire come festa cittadina.

Chi è passato dal Carnevale romano

Johann Wolfgang von Goethe assistette al Carnevale romano del 1788, durante il suo secondo soggiorno in città, e ne ricavò un testo autonomo, Il Carnevale romano, pubblicato nel 1789 e poi confluito nel Viaggio in Italia. È il resoconto più analitico che abbiamo: Goethe descrive la festa come qualcosa che il popolo offre a sé stesso, e dedica pagine intere alla meccanica dei moccoletti e alla corsa dei barberi.

Michel de Montaigne passò a Roma nel 1581 e registrò nel suo diario di viaggio le corse del Carnevale, compresa quella imposta agli ebrei. È una testimonianza breve e secca, priva di entusiasmo letterario, e proprio per questo è una delle più utili per capire come funzionasse la festa un secolo dopo la riforma di Paolo II.

Charles Dickens arrivò a Roma nel 1845 e descrisse il Carnevale nel decimo capitolo di Pictures from Italy, uscito nel 1846. Il suo resoconto è il più visivo: i balconi ricoperti di drappi rossi, verdi, blu, bianchi e oro; le carrozze foderate di cotone bianco per proteggersi dai confetti; i cavalli senza cavaliere con le palline munite di punte appese ai fianchi per spronarli; e il grido di senza moccolo ripetuto dalla folla nell’ultima sera.

Alexandre Dumas padre ambientò a Roma alcuni capitoli del Conte di Montecristo, pubblicato fra il 1844 e il 1846, e vi inserì il Carnevale del Corso e la festa dei moccoletti. La scena è letteratura e non cronaca, ma poggia su una conoscenza diretta della festa e circolò in tutta Europa, contribuendo più di qualsiasi guida alla fama del Carnevale romano.

Hector Berlioz passò l’inverno fra il 1831 e il 1832 a Roma come vincitore del Prix de Rome, ospite di Villa Medici. Da quella esperienza romana nascono il secondo atto del Benvenuto Cellini, ambientato in piazza Colonna nell’ultima sera di Carnevale, e l’ouverture Le Carnaval romain, composta fra l’autunno del 1843 e il gennaio del 1844 ed eseguita per la prima volta a Parigi il 3 febbraio 1844. Su Berlioz va detta una cosa: la sua musica sul Carnevale romano è documentata, mentre non gli vanno attribuite descrizioni in prosa che non risultano.

Fra i romani, le ricostruzioni riportano la partecipazione mascherata di Gioachino Rossini e di Giuseppe Gioachino Belli, il cronista in versi del popolo di quegli anni. Sono notizie di fonti divulgative e istituzionali, e le diamo come tali.

Le maschere romane: Rugantino, Meo Patacca e gli altri

Roma ha maschere proprie, che però non nascono nel Carnevale di strada e non hanno mai avuto il ruolo che Arlecchino ha a Venezia o Pulcinella a Napoli. Nascono nel teatro popolare, nelle commedie dialettali e soprattutto nel teatro dei burattini, e solo in seconda battuta diventano costumi di Carnevale. È una differenza che conta, perché spiega perché la maschera romana sia meno riconoscibile delle altre.

Rugantino è la più nota. È un giovane spaccone, sfrontato, abile con le parole e con il coltello, con un fondo di buon cuore che emerge sempre alla fine; il nome viene dall’aggettivo romanesco che indica l’arroganza e la protervia. Le fonti lo collegano ora a Testaccio, ora a Trastevere, segno che la sua origine è popolare e non ha un atto di nascita preciso.

Meo Patacca è più antico e ha una paternità letteraria certa. È il protagonista del poema giocoso in romanesco di Giuseppe Berneri, Il Meo Patacca ovvero Roma in feste ne i trionfi di Vienna, pubblicato nel 1695 e ispirato all’assedio di Vienna del 1683. Nel poema Meo è il più temuto spadaccino di Roma e organizza una spedizione per liberare Vienna; alla notizia che la città è già salva, i soldi raccolti finiscono in una grande festa. Il personaggio ebbe enorme fortuna nell’Ottocento.

Accanto a questi due ricorrono figure minori: Cassandrino, il nobile decaduto raggirato dalle donne, nato nel teatro dei burattini romano di primo Ottocento; Don Pasquale de’ Bisognosi, il ricco vanitoso vittima di beffe, con palandrana e parrucca grigia; e il generale La Rocca, uno stracciarolo di Campo de’ Fiori che girava Roma a dorso di asino. Chi vuole vedere i luoghi di queste figure può partire da Campo de’ Fiori.

Che cosa resta oggi a Roma, e va detto che è poco

A Roma città, oggi, il Carnevale è una cosa minore e frammentata. Non c’è un corso mascherato cittadino, non ci sono carri allegorici di tradizione, non c’è un programma unitario. Quello che c’è cambia ogni anno: qualche animazione lungo il Corso e in piazza del Popolo nella settimana finale, sfilate organizzate dai municipi e dai comitati di quartiere, iniziative per bambini nei musei civici e nelle biblioteche.

Ci sono due o tre appuntamenti ricorrenti che hanno preso una loro fisionomia. Una sfilata mascherata sul Tevere, in barca, dal punto di attracco a monte fino all’altezza di Castel Sant’Angelo; una pattinata in maschera che parte dal ponte del Pincio e attraversa Villa Borghese; e le sfilate di quartiere nei municipi periferici, che sono la cosa più viva e la meno pubblicizzata. Le date cambiano ogni anno e vanno verificate sul programma del Comune.

Per chi viaggia con bambini il Carnevale romano si risolve nei musei e nei laboratori più che nelle piazze. Le indicazioni pratiche sono raccolte nella pagina su Roma con i bambini, e nelle giornate a ingresso libero segnalate nella pagina sui musei gratis a Roma. Chi cerca il confronto con le altre feste romane del calendario può leggere le pagine sull’Estate Romana e sul Natale di Roma del 21 aprile.

I tentativi di rievocazione

Negli ultimi quindici anni ci sono stati tentativi di far rinascere il Carnevale romano storico, con cortei in costume, cavalli e spettacoli fra piazza del Popolo e il Corso. Hanno avuto vita discontinua, dipendente dai finanziamenti pubblici e dalle autorizzazioni, e non si sono consolidati in un appuntamento stabile. Chi legge di un Carnevale storico romano riferito a una edizione passata faccia il controllo dell’anno prima di organizzare il viaggio.

Dove il Carnevale è ancora vivo nel Lazio

Chi vuole vedere un Carnevale vero deve uscire da Roma. Il Lazio ha una rete di carnevali storici continuativi, alcuni con secoli di documentazione alle spalle, e in un caso conserva proprio quello che a Roma è sparito: la corsa dei cavalli scossi.

Ronciglione, dove la corsa dei barberi si fa ancora

Il Carnevale di Ronciglione, in provincia di Viterbo, è uno dei più antichi d’Italia e ha una storia documentata che risale alle pubbliche allegrezze di età farnesiana. Le corse dei barberi vi sono attestate almeno dal 1609, quando le registra lo storico locale Papirio Serangeli, e sono legate sia alla festa estiva di san Bartolomeo sia al Carnevale invernale, con documentazione organizzata per le corse di febbraio dal 1866.

Qui i cavalli corrono ancora scossi, senza fantino, lungo il corso del paese, ed è l’unica occasione nel Lazio in cui si vede dal vivo quello che per quattro secoli fu la cosa più famosa di Roma. Le regole e le protezioni sono naturalmente quelle di oggi, e non ci sono né pece né punte. Accanto alla corsa ci sono la cavalcata degli Ussari, nata secondo la tradizione locale nel 1866, i carri allegorici documentati dal 1881, e la compagnia dei Nasi Rossi, fondata nel 1900, che il lunedì distribuisce rigatoni al ragù in scodelle di terracotta in piazza.

Ronciglione si raggiunge in poco più di un’ora da Roma e si trova sul bordo del lago di Vico, a pochi chilometri da Caprarola e dal Palazzo Farnese. Nei giorni di corso di gala il paese è chiuso al traffico e i parcheggi si riempiono presto: conviene arrivare la mattina.

Poggio Mirteto e il Carnevalone liberato

In Sabina, a Poggio Mirteto, si tiene un Carnevale che si svolge in Quaresima, cioè fuori tempo, ed è dichiaratamente anticlericale. Il Carnevalone liberato ricorda la rivolta popolare del 24 febbraio 1861 con cui il paese si staccò dallo Stato Pontificio. Fu soppresso nel 1929 dopo i Patti Lateranensi e ripristinato nel 1977; oggi richiama migliaia di persone. Accanto a questo il paese celebra anche un Carnevalone poggiano di tradizione ottocentesca, con carri allegorici e una processione di moccoletti.

Gli altri

Ad Acquapendente, nell’alta Tuscia, la maschera locale è Saltaripe, una figura di famiglia arlecchinesca ma più elegante, e il Carnevale ha una componente di teatro popolare itinerante. A Frosinone la Festa della Radeca, il martedì grasso, ricorda la resistenza contro l’occupazione francese del 1798 e 1799 con le foglie di agave agitate dalla folla. Nei Castelli Romani il Carnevale è soprattutto sfilate di carri e feste di paese, dalla zona di Frascati a Marino e Genzano, tutti dentro il perimetro del Parco dei Castelli Romani.

Una nota di metodo su queste feste. I programmi cambiano ogni anno, escono tardi, spesso a gennaio inoltrato, e le date dipendono dalla Pasqua. Controllate il sito del comune o della pro loco, e non fidatevi degli articoli dell’anno prima rimasti online.

Il Carnevale e le altre feste del calendario romano

Il collegamento diretto con i Saturnali, che si legge in quasi tutte le pagine divulgative, va però maneggiato con prudenza. I Saturnali cadevano in dicembre, avevano un altro impianto rituale e una diversa collocazione nel calendario, e la continuità fra le due feste è una ipotesi interpretativa di lunga tradizione più che un fatto documentato. Che ci sia una parentela di funzione è ragionevole; che il Carnevale discenda dai Saturnali è un’altra affermazione, e più fragile.

Chi vuole ricostruire il calendario festivo dell’antichità romana, con i luoghi in cui si svolgevano le celebrazioni, trova il quadro nella pagina sulle feste dell’antica Roma. Per il versante moderno, il Campidoglio è il luogo da cui partivano le aperture ufficiali del Carnevale dei papi, e da cui ancora oggi si aprono le cerimonie civiche della città.

Mangiare in zona: le frappe, le castagnole e la trappola del Corso

Il Carnevale romano oggi si mangia più di quanto si veda, ed è l’unica parte della tradizione che non si è mai interrotta. I dolci sono due, e a Roma hanno nomi precisi che conviene usare: le frappe e le castagnole. Chiamarle chiacchiere, bugie, cenci o crostoli non è sbagliato, sono i nomi delle stesse cose in altre regioni, ma a Roma e nel Lazio si dice frappe e basta.

Le frappe sono strisce di pasta tirata sottile, tagliate a nastro, fritte e spolverate di zucchero a velo. Il punto di riferimento è la friabilità: una frappa buona si spezza al primo morso e non si piega. Se si piega, è stata tirata troppo spessa o fritta a temperatura sbagliata, e nessuno zucchero a velo la salva. Le castagnole sono palline di pasta fritta, dense, servite semplici o ripiene di crema o di ricotta; anche qui la differenza la fa la frittura, e si sente al primo boccone se l’olio era stanco.

La tradizione del dolce fritto di Carnevale è antica e diffusa in tutta la penisola, con una radice comune nelle fritture di festa dell’età romana. In pasticceria, a Roma, frappe e castagnole compaiono in vetrina da fine gennaio e spariscono il mercoledì delle Ceneri: comprarle a novembre non ha senso e in genere significa comprare un prodotto industriale tenuto da parte.

Le pasticcerie di quartiere contro quelle del centro

Il criterio più efficace per le frappe a Roma è geografico e va detto senza giri di parole. Le pasticcerie di quartiere, nei rioni residenziali e nei quartieri fuori dal centro, friggono in giornata perché vendono a clienti che tornano ogni settimana e che si accorgono subito se il prodotto cala. Le pasticcerie del tratto centrale, esposte al passaggio, hanno un pubblico che non torna e nessun incentivo a mantenere lo stesso standard.

Il segnale pratico da cercare è la rotazione. Una vetrina in cui le frappe si esauriscono e vengono rifornite nel corso della giornata dice che si frigge lì dietro; una vetrina piena uguale dalla mattina alla sera dice il contrario. Il secondo segnale è la vendita a peso con il banco che le pesa davanti a voi, contro la confezione già pronta e sigillata. Il terzo è l’odore: in una pasticceria che frigge si sente, in una che rivende no. Sui banchi dei fornai dentro i mercati rionali le frappe costano meno del centro e spesso sono migliori.

I segnali della trappola, applicati al Corso e a piazza del Popolo

La zona di cui parla questa pagina, cioè l’asse fra piazza del Popolo e piazza Venezia con le traverse verso piazza di Spagna e via del Babuino, è uno dei tratti di Roma con la più alta densità di locali costruiti per chi passa una volta sola. I segnali da riconoscere sono sempre gli stessi e in questa zona li trovate tutti nel giro di duecento metri.

Il primo è il menu con le fotografie dei piatti, dentro o fuori. Fotografare il cibo serve a chi non legge la lingua e non tornerà: in un locale che lavora con clienti abituali non lo fa nessuno. Il secondo è la signora che tira la sfoglia o la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede. È una messa in scena pensata per chi cammina, un richiamo visivo, e non dice assolutamente nulla su quello che esce dalla cucina.

Il terzo è la persona ferma sulla soglia che vi invita a entrare e a sedervi. Un locale che deve fermare i passanti lavora sul flusso e non sul ritorno, e il conto lo riflette. Il quarto è l’orario continuato: un posto aperto dalla mattina a notte fonda senza pausa fra i servizi non ha una brigata organizzata su turni di cucina, sta servendo qualunque cosa a qualunque ora.

Il quinto riguarda i locali piazzati davanti a un monumento o su una piazza famosa, e qui l’asse del Corso ne offre in abbondanza. In quei posti il prezzo si adatta al cliente che si ha davanti: voci senza prezzo indicato sul menu, coperti e servizi che compaiono solo sul conto, e listini diversi fra il tavolo dentro e quello fuori. Chiedere il prezzo prima di ordinare è legittimo e basta a evitare quasi tutti i problemi.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma si è moltiplicata negli ultimi anni una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, lo stesso arredo e spesso la fila fuori dalla porta. Funziona come attrazione turistica a tutti gli effetti, con la coda che diventa parte dell’esperienza, e i romani non ci vanno. Non c’è niente di snob in questa osservazione: quel modello vende un prodotto uguale a sé stesso e prevedibile, ed è esattamente il contrario di quello che si cerca in un posto sotto casa. Il Corso e le sue traverse ne hanno parecchie.

Il criterio, uno solo

Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano con accento romano e ordinano senza aprire il menu, il posto regge da solo. Se ci sono soltanto zaini, cartine e conversazioni in altre lingue, camminate ancora cinque minuti verso l’interno dei rioni, dove i prezzi scendono e la clientela cambia. Questo criterio funziona ovunque e non richiede di sapere niente di cucina.

Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo su come si sceglie dove mangiare in questa città è nella pagina su dove mangiare a Roma, mentre per i locali con una storia lunga alle spalle, molti dei quali affacciati proprio sul tratto centrale del Corso, c’è la pagina sui caffè e le botteghe storiche di Roma.

Domande frequenti sul Carnevale romano

A Roma si festeggia ancora il Carnevale?

A Roma il Carnevale esiste in forma ridotta e frammentata. Non c’è un corso mascherato cittadino né una tradizione di carri: ci sono animazioni lungo via del Corso e in piazza del Popolo nella settimana finale, sfilate organizzate dai municipi e dai comitati di quartiere, una sfilata in barca sul Tevere, una pattinata in maschera al Pincio e iniziative per bambini nei musei. Il programma cambia ogni anno e va verificato sui canali del Comune.

Che cos’era la corsa dei barberi?

La corsa dei barberi era la gara che chiudeva ogni giornata del Carnevale romano. Cavalli di razza berbera, di piccola taglia, correvano scossi, cioè senza fantino, lungo via del Corso da piazza del Popolo a piazza Venezia, spinti da palle munite di punte fissate ai fianchi e in alcune descrizioni da pece bollente. Venivano fermati all’arrivo da teloni tesi di traverso alla strada, nella fase chiamata ripresa dei barberi. La strada prese il nome proprio da quella corsa.

In che anno fu abolita la corsa dei barberi?

Le fonti divergono e circolano tre date: 1874, 1882 e 1883. La ricostruzione meglio documentata è quella di Emma Perodi nella sua cronaca di Roma italiana dal 1870 al 1895, che colloca l’incidente decisivo nell’ultimo giorno di Carnevale del 1882, davanti a San Lorenzo in Lucina: due cavalli caddero travolgendo undici persone, due delle quali morirono. Seguirono una interpellanza alla Camera e l’impegno di Depretis a intervenire presso il sindaco, e da quell’anno la corsa fu abbandonata. La versione che attribuisce il divieto a Vittorio Emanuele II nel 1874 è la più diffusa e la meno sostenuta.

Che cos’erano i moccoletti?

I moccoletti erano il gioco che chiudeva il Carnevale al tramonto del martedì grasso lungo via del Corso. Ciascuno portava una candela accesa e doveva tenerla accesa spegnendo quelle degli altri, al grido di senza moccolo. Chi restava al buio, secondo le descrizioni, doveva togliersi la maschera. La festa nella forma nota è attestata dal 1773 e si chiudeva bruscamente all’Ave Maria, quando cominciava la Quaresima. Goethe e Dickens la descrivono entrambi.

È vero che gli ebrei erano costretti a correre durante il Carnevale?

Sì, ed è documentato. Gli ebrei della comunità romana erano tenuti a partecipare alle corse del Carnevale sul Corso, con attestazioni dal Quattrocento, fra cui il palio corso il 2 febbraio 1467 sotto Paolo II. Le condizioni peggiorarono dopo l’istituzione del ghetto nel 1555, e Montaigne ne registrò lo svolgimento nel 1581. La corsa fu abolita nel 1668 da Clemente IX, dopo ripetute suppliche della comunità, e sostituita con un tributo annuo di trecento scudi, insieme a un rito annuale di omaggio in Campidoglio.

Quali scrittori stranieri hanno descritto il Carnevale romano?

Le testimonianze verificabili più importanti sono tre. Michel de Montaigne lo vide nel 1581 e lo annotò nel diario di viaggio. Goethe assistette al Carnevale del 1788 e pubblicò nel 1789 un testo autonomo dedicato alla festa, poi confluito nel Viaggio in Italia. Charles Dickens lo descrisse nel 1845 nel decimo capitolo di Pictures from Italy. A queste si aggiunge Alexandre Dumas padre, che vi ambientò alcuni capitoli del Conte di Montecristo, e Hector Berlioz, che dedicò al Carnevale romano una ouverture e il secondo atto del Benvenuto Cellini.

Dove si vede oggi la corsa dei cavalli scossi?

Nel Lazio la si vede a Ronciglione, in provincia di Viterbo, dove le corse dei barberi sono documentate almeno dal 1609 e si tengono ancora, lungo il corso del paese, con i cavalli che corrono senza fantino. È il carnevale storico più importante della regione, con la cavalcata degli Ussari, i carri allegorici documentati dal 1881 e la compagnia dei Nasi Rossi. Ronciglione è a poco più di un’ora da Roma, sul bordo del lago di Vico.

Quando cade il Carnevale e come si calcola?

Il Carnevale dipende dalla Pasqua, che è mobile. Il martedì grasso cade quarantasette giorni prima della domenica di Pasqua, e il giorno dopo è il mercoledì delle Ceneri. Il giovedì grasso cade sei giorni prima del martedì grasso. La data oscilla quindi fra i primi di febbraio e i primi di marzo: il martedì grasso è caduto il 17 febbraio nel 2026, cade il 9 febbraio nel 2027 e il 29 febbraio nel 2028.

Quali sono i dolci del Carnevale romano?

A Roma i dolci di Carnevale sono le frappe e le castagnole. Le frappe sono strisce di pasta tirata sottile, fritte e coperte di zucchero a velo, e si giudicano dalla friabilità: devono spezzarsi, non piegarsi. Le castagnole sono palline di pasta fritta, semplici o ripiene di crema o di ricotta. Lo stesso dolce si chiama chiacchiere, bugie, cenci, crostoli o galani in altre regioni. In pasticceria compaiono da fine gennaio e spariscono il mercoledì delle Ceneri.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Le date, i nomi e le divergenze fra le fonti riportate qui sono stati controllati sulle fonti disponibili alla data di pubblicazione: sull’anno di abolizione della corsa dei barberi abbiamo scritto che le versioni sono tre e quale regge meglio, invece di scegliere quella più comoda da citare. Se trovate un dato superato, segnalatecelo.

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