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Roma prima e dopo

Roma è una città che si è tagliata addosso più volte, e quasi sempre con la ruspa. Fra il 1876 e il 1943 sono stati cancellati un porto fluviale barocco, un intero rione medievale davanti a San Pietro, un quartiere cinquecentesco sopra i Fori, mezzo ghetto, e decine di isolati fra piazza Navona e il Corso. Chi cammina oggi in centro vede il risultato finale e lo scambia per l’originale. Questa pagina serve a distinguere le due cose.

Le pagine su Roma antica raccontano che cosa c’era duemila anni fa. Quasi nessuno racconta che cosa c’era centoventi anni fa, cioè un’altra città, densa e sporca, attaccata al fiume, con le case addosso ai monumenti. Qui mettiamo in fila luogo per luogo che cosa spariva, in che anno, per decisione di chi, dove finirono le persone che ci abitavano, e in quale punto preciso della strada oggi si vede ancora il bordo del taglio.

Le cifre degli sfollati circolano in versioni molto diverse fra loro. Dove le fonti divergono lo scriviamo, riportando i numeri che ciascuna dà e da quale documento vengono. Su questo argomento il numero tondo e sicuro non esiste, e chi lo fornisce senza dire da dove viene sta semplificando.

Che cosa vuol dire sventramento, e perché a Roma se ne parla poco

Sventramento è il termine tecnico che usavano gli uffici comunali, non un’invenzione polemica del dopoguerra. Indica l’abbattimento di un tessuto edilizio compatto per aprirci dentro una strada nuova, isolare un monumento o bonificare un’area giudicata malsana. A Roma la pratica arriva da Parigi, dalle operazioni condotte dal prefetto Haussmann sotto il Secondo Impero, e si applica qui in due ondate: la prima dopo il 1870, con il Regno d’Italia che deve trasformare una città papale in capitale, la seconda negli anni Trenta.

Demolizione della Spina di Borgo a Roma
La demolizione della Spina di Borgo negli anni Trenta, prima che nascesse via della Conciliazione. Foto di Pietro Canton, licenza Public domain, via Wikimedia Commons.

La differenza fra le due ondate riguarda il movente dichiarato. Dopo il 1870 si costruisce: servono ministeri, quartieri per gli impiegati, argini contro le piene, una rete stradale che regga il traffico di una capitale. Negli anni Trenta si demolisce anche per liberare, cioè per mettere in evidenza i monumenti antichi togliendo tutto quello che ci era cresciuto attorno nei quindici secoli successivi, e per aprire assi di rappresentanza dove far sfilare le parate.

I muraglioni del Tevere: la città che volta le spalle al fiume

Il 28 dicembre 1870, tre mesi dopo la breccia di Porta Pia, il Tevere allagò Roma con una piena che le fonti descrivono come eccezionale anche per una città abituata alle inondazioni. L’acqua entrò nel Pantheon, in piazza Navona, nel ghetto, lungo tutta la fascia bassa del centro. Il governo del Regno, appena insediato, si trovò davanti al primo grande problema tecnico della nuova capitale, e lo risolse nel modo più drastico possibile.

Una commissione governativa esaminò i progetti e approvò quello dell’ingegnere Raffaele Canevari. La legge che finanziò l’opera, dichiarandola di interesse pubblico, è del 1875 e fu promossa in Parlamento con il sostegno di Giuseppe Garibaldi, allora deputato, che alla sistemazione idraulica del Tevere si era interessato di persona. I lavori partirono nel 1876 e si conclusero, per il tratto urbano, nel 1926: mezzo secolo di cantiere.

Che cosa prevedeva il progetto Canevari

Il progetto imponeva all’alveo una larghezza costante di cento metri fra i cigli dei muri, lungo circa otto chilometri di attraversamento urbano, con la sommità dei muraglioni portata oltre un metro sopra il livello raggiunto dalla piena del 1870. Per ottenere quella larghezza uniforme in un fiume che a Roma serpeggiava fra sponde irregolari bisognava demolire tutto quello che stava sul bordo dell’acqua, su entrambi i lati, per l’intera lunghezza.

Il porto di Ripetta, il pezzo più bello che è sparito

Il porto di Ripetta fu realizzato nel 1704 su progetto di Alessandro Specchi, sulla sponda sinistra all’altezza dell’attuale via di Ripetta, poco sotto il Mausoleo di Augusto. Era una scalinata curva a doppia rampa che scendeva al fiume, con due colonne idrometriche che registravano i livelli delle piene, ed è considerato uno dei pezzi di scenografia urbana più riusciti del barocco tardo romano.

Sparì fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, travolto prima dai lavori di arginatura e poi dalla costruzione di ponte Cavour, aperto nel 1901, che tolse al porto anche la funzione residua. Del porto non resta praticamente nulla in sito: si conosce da incisioni, disegni e fotografie d’epoca. Il nome sopravvive nella toponomastica, cioè in via di Ripetta e in passeggiata di Ripetta, e questo è tutto.

Il porto di Ripa Grande, sull’altra sponda

Ripa Grande era il porto vero, quello commerciale, sulla sponda destra sotto il complesso di San Michele, affacciato sul lato di Trastevere. Da lì arrivavano le merci che risalivano il fiume da Fiumicino e da Ripa: grano, sale, legname, vino. Accanto al porto Clemente XI fece costruire fra il 1714 e il 1715 l’arsenale pontificio, sul modello di quello di Civitavecchia.

I muraglioni chiusero la partita: senza approdo, l’attività fluviale finì del tutto. Restano due rampe di accesso che scendono verso il fiume sotto San Michele, l’edificio dell’ex arsenale, e di nuovo i nomi delle strade, via del Porto e lungotevere Ripa Grande. Chi si affaccia dal parapetto in quel punto guarda un fiume che a Roma non ha più porti da centotrent’anni.

Le case sull’acqua e i giardini

Lungo tutta la fascia demolita c’erano case che finivano nell’acqua, orti, giardini di palazzi nobiliari che scendevano fino alla sponda, e strutture di servizio. Il fronte continuo di palazzi cinquecenteschi che si affacciava sul Tevere dal lato di via Giulia fu tagliato e chiuso da un muro cieco, e dietro quel muro finì anche parte del cimitero ipogeo dell’arciconfraternita della Morte, che affacciava sul fiume e di cui oggi sopravvive un solo ambiente.

La Fontana di Ponte Sisto è il caso più chiaro di oggetto spostato. Costruita nel 1613 addosso all’ospizio dei Cento Preti, in rione Regola, allo sbocco di ponte Sisto, fu smontata attorno al 1880 quando l’ospizio venne abbattuto per i muraglioni. Rimase in pezzi per quasi vent’anni e nel 1898 fu rimontata sull’altra sponda, in quella che oggi è piazza Trilussa, su progetto di Angelo Vescovali, che riuscì a recuperare poco più della metà dei materiali originali.

Il ghetto demolito e il Tempio Maggiore

Il ghetto di Roma fu istituito nel 1555 e abolito il 20 settembre 1870, con la presa della città da parte dell’esercito italiano. All’inizio dell’Ottocento ci vivevano circa diecimila persone in un’area strettissima, con un affollamento che non ha confronti nel resto del centro. L’abolizione del vincolo non cambiò da sola le condizioni materiali: le case restarono quelle, sovrappopolate e insalubri, per un altro paio di decenni.

La decisione che cambiò tutto è del 1875, e riguarda i muraglioni. Il tracciato del nuovo lungotevere passava esattamente sopra il ghetto, e il solo sventramento necessario a farci stare la strada comportava la demolizione di circa metà del quartiere vecchio. Il resto seguì con il piano regolatore, e nel 1888 fu demolita buona parte delle stradine e degli edifici superstiti. Le fonti convergono sull’anno 1888 come momento centrale dell’operazione, con code negli anni immediatamente successivi.

Che cosa sparì

Sparì piazza delle Cinque Scole, uno degli accessi principali del quartiere, e con essa l’edificio che ospitava le cinque sinagoghe riunite sotto un solo tetto, soluzione imposta secoli prima dal divieto di costruirne più di una. Sparì il reticolo di vicoli, cortili e sopraelevazioni che si era stratificato in tre secoli. Restarono in piedi il Portico d’Ottavia, la chiesa di San Gregorio della Divina Pietà con la sua iscrizione, e pochi isolati sul lato verso via del Portico d’Ottavia.

Al posto del quartiere demolito arrivò il Tempio Maggiore. Il concorso fu vinto da Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni, i lavori cominciarono il 20 luglio 1901, Vittorio Emanuele III visitò l’edificio finito il 2 luglio 1904 e la consacrazione ufficiale avvenne il 27 luglio 1904, officiata dal rabbino capo Vittorio Castiglioni. La sinagoga ha una cupola a padiglione su pianta quadrata, scelta che la rende riconoscibile da qualunque punto alto della città.

Perché la sinagoga sta esattamente lì

La posizione non è casuale ed è il punto politico dell’intera operazione. Dopo tre secoli di reclusione, la comunità ebraica romana costruì il suo edificio principale in vista, sul lungotevere nuovo, con una cupola visibile da lontano, e lo fece sul terreno liberato dalle demolizioni del ghetto stesso. La scheda sul Ghetto ebraico di Roma entra nel merito della vita del quartiere; qui interessa il prima e il dopo urbanistico, cioè un dedalo chiuso sostituito da un monumento affacciato sul fiume.

Gli altri tagli postunitari

Fra il 1870 e i primi del Novecento Roma cambiò scala. La popolazione crebbe in fretta, arrivarono ministeri, caserme, uffici, e con essi la speculazione edilizia più violenta della storia della città. Le operazioni di quel periodo non hanno la fama degli sventramenti fascisti, ma hanno inciso quanto e più di quelli, perché hanno riscritto interi settori del centro e creato quartieri dal nulla.

Corso Vittorio Emanuele II

Il corso fu aperto per collegare il ponte verso il Vaticano con piazza Venezia attraverso il cuore della Roma rinascimentale, e per farlo passò dentro un tessuto densissimo. Il taglio sfiorò o toccò una quantità di edifici storici, lasciando alcuni palazzi con la facciata principale su una strada che prima non esisteva e il fianco cieco su vicoli monchi. Chi percorre oggi il corso incontra chiese che si aprono direttamente sulla carreggiata perché il sagrato è stato mangiato dalla strada.

I quartieri nuovi e i mercati

Prati nacque fuori dalle mura su terreni agricoli, con una maglia ortogonale volutamente indifferente alla direzione di San Pietro, e oggi è il quartiere di cui parliamo nella pagina su Prati e Borgo. L’Esquilino fu ricostruito attorno a piazza Vittorio con isolati a portico di modello torinese. Il mattatoio di Testaccio entrò in funzione alla fine dell’Ottocento e portò con sé un quartiere operaio progettato attorno al lavoro della carne.

I Mercati Generali di via Ostiense, aperti negli anni Venti, spostarono fuori dal centro il commercio all’ingrosso degli alimentari che fino ad allora si svolgeva dentro le mura, a campo de’ Fiori e nelle piazze vicine. Il tema è più largo di questa pagina e lo trattiamo in quella dedicata ai mercati di Roma; qui basta il dato urbanistico, cioè che il centro perse in pochi anni una funzione che lo aveva definito per secoli.

Via dell’Impero: il quartiere Alessandrino e il colle Velia

Il quartiere Alessandrino nacque attorno al 1570 per volontà del cardinale Michele Bonelli, nipote di Pio V, originario della provincia di Alessandria, da cui il nome. Bonelli fece bonificare e rialzare l’area paludosa fra la Colonna Traiana e la Velia, riattivando la Cloaca Massima, e ci fece costruire sopra un quartiere regolare con una strada principale, via Alessandrina, che attraversava i Fori sepolti.

Per tre secoli e mezzo quel quartiere fu abitato. Case a tre e quattro piani, botteghe, chiese piccole, un paio di conventi, il tutto costruito direttamente sopra e dentro i Fori imperiali, che nessuno vedeva perché stavano sotto sei o sette metri di terra e di fondazioni. È questa la Roma che scompare: non un campo archeologico abbandonato, ma un pezzo di città vivo.

Le date del cantiere

Le prime demolizioni consistenti nell’area sono del 1924 e del 1926, per scoprire i Mercati di Traiano e i Fori di Augusto e di Traiano. Nel 1929 si cominciarono a studiare i piani esecutivi. Le demolizioni vere e proprie del quartiere partirono nel settembre 1931, quando il percorso della strada nuova non era ancora deciso: il piano regolatore la chiamava via dei Monti e la faceva arrivare fino a San Giovanni.

Nell’estate del 1932 si accelerò per arrivare in tempo alle celebrazioni del decennale della marcia su Roma, con espropri e demolizioni non previsti nel piano dell’anno prima e una spesa aggiuntiva di venti milioni di lire. Il taglio del colle Velia, che è l’operazione più grossa di tutte, tolse l’unico ostacolo fisico a una strada rettilinea e permise di far comparire il Colosseo in fondo alla prospettiva.

Quanto era grande il taglio della Velia

Le misure documentate dello sbancamento sono queste: oltre duecento metri di lunghezza, un’altezza compresa fra i diciotto e i venticinque metri, una larghezza fra i quaranta e i sessanta metri. Si portò via una collina, non un dosso. La decisione fu presa dopo che il piano particolareggiato, redatto otto mesi prima, prevedeva ancora una soluzione completamente diversa, con una piazza all’altezza della basilica di Massenzio e un raccordo che superava il dislivello.

Quante persone furono mandate via, e qui i numeri divergono

Sul numero degli sfollati di via dell’Impero esistono almeno tre stime diverse, tutte citabili, tutte parziali. Il Giornale d’Italia del 18 ottobre 1932 parlò di 2.203 vani demoliti, per un totale di 608 appartamenti abitati da 746 famiglie, ma quella cifra si riferisce solo a una parte delle demolizioni e non comprende l’isolato centrale di via Alessandrina.

Italo Insolera e Francesco Perego hanno provato a calcolare il totale partendo dai dati forniti da Antonio Muñoz e dalla densità media di affollamento degli alloggi in rione Monti, stimata in 1,25 abitanti per vano, arrivando a una cifra approssimativa di settemila persone. È la stima che circola più spesso nei libri, e va presa per quello che è, cioè un calcolo indiretto.

Nei fondi dell’Ufficio di Assistenza Sociale conservati all’Archivio Storico Capitolino esistono due schemi interni, redatti a matita e senza valore ufficiale, con cifre più circostanziate. Il primo quantifica in 3.140 gli alloggi demoliti per opere di piano regolatore fra il 1929 e il 1932 e in 3.389 le famiglie sfrattate, per un totale di 16.915 persone, ma comprende tutti gli interventi romani di quegli anni, anche quelli estranei al programma monumentale.

Un secondo schema, limitato alle strade attorno al Campidoglio e ai Fori, indica 874 alloggi demoliti, 3.172 vani, 1.091 famiglie e 4.378 persone. Anche questo documento era a uso interno e le cifre non vanno prese come definitive, perché non furono conteggiati gli abitanti di alcuni immobili pure abbattuti. Restano comunque le fonti più circostanziate che si abbiano sugli sfratti di quegli anni.

Chi cerca il numero unico non lo troverà. La forbice ragionevole per la sola area dei Fori sta fra le quattromila e le settemila persone, a seconda di che cosa si conta e di dove si mette il confine dell’intervento. Chiunque citi una cifra secca senza dire da quale documento viene sta scegliendo, non misurando.

Dove finirono

Lo schema relativo agli sventramenti attorno al colle Capitolino è il documento più esplicito: su 1.309 famiglie sfrattate, 988 provvidero per proprio conto, 286 andarono in alloggi dell’Istituto case popolari, 20 in alloggi del Governatorato e 15 nei ricoveri provvisori. In totale le famiglie sistemate con intervento pubblico furono 321, cioè meno di un quarto. La maggioranza si arrangiò sul mercato privato, e dei loro spostamenti non si sa quasi nulla.

Che cosa resta oggi

Di via Alessandrina resta un moncone. Il tratto settentrionale, lungo circa sessanta metri, è stato rimosso in tempi recenti per riunificare la lettura del Foro di Traiano con gli altri Fori: lo scavo archeologico che ne è seguito è durato da marzo 2018 a novembre 2020 e ha restituito, fra l’altro, oltre sessanta frammenti del fregio d’armi e due teste di età imperiale. Il tratto rimasto corre in quota, sopra i Fori scavati, ed è l’unico pezzo del quartiere seicentesco ancora leggibile.

Il resto lo si legge nei monumenti isolati. La Casa dei Cavalieri di Rodi è oggi un edificio che galleggia sopra il Foro di Augusto perché tutto quello che le stava attorno è stato tolto. La Torre dei Conti fu liberata nel 1934 dagli edifici che la inglobavano. Le chiese di Santi Cosma e Damiano e Santa Francesca Romana si affacciano su un vuoto che prima non c’era.

La strada fu inaugurata il 28 ottobre 1932 con una sfilata nazionale di mutilati aperta da Mussolini a cavallo. Il nome via dei Fori Imperiali arrivò nel 1945, a regime caduto. Le demolizioni previste non furono mai completate perché finirono i soldi del decennale, e questo spiega perché ancora oggi lungo la strada sopravvivano lembi di edilizia moderna che nei progetti dovevano sparire.

La Spina di Borgo e via della Conciliazione

La Spina era un isolato lungo e stretto, a forma di cuneo, compreso fra due strade parallele: Borgo Vecchio, sulla destra guardando San Pietro, e Borgo Nuovo, sulla sinistra, aperto da Alessandro VI attorno al 1500. Fra le due strade stava un tessuto di case, palazzi e chiese, e a metà percorso si apriva piazza Scossacavalli, con la sua fontana di Carlo Maderno e la chiesa di San Giacomo. L’effetto era che la basilica compariva all’improvviso, uscendo dal budello di Borgo.

La spinta a demolire arriva dai Patti Lateranensi del 1929: serviva un accesso monumentale a San Pietro che rappresentasse la riconciliazione fra Stato e Chiesa. Il dibattito si accese alla fine del 1934, con una lunga serie di articoli sul Messaggero firmati da Antonio Andriulli che registrano posizioni molto diverse fra loro, anche dentro il regime. Alcuni architetti, fra cui Gai, Natale e Cecchelli, scrissero un documento contrario alla demolizione.

Chi decise e quando

Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli ricevettero l’incarico ufficiale nel febbraio 1935. Il 14 agosto 1936 Vittorio Emanuele III firmò il provvedimento. Alla Consulta di Roma, nel luglio 1936, l’architetto Vincenzo Fasolo pose il problema più lucido di tutto il dibattito, cioè che le ragioni usate per giustificare la demolizione dei Borghi avrebbero potuto giustificare qualunque altro sventramento, portando alla distruzione del carattere edilizio di Roma. Nessuno lo contraddisse: Piacentini e Bottai risposero che l’opera andava considerata una deroga.

Sulla data d’inizio delle demolizioni le fonti divergono di un giorno. Parte della bibliografia storica indica il 28 ottobre 1936, altre fonti, compresa la cronaca che descrive la scena, indicano il 29 ottobre 1936, con Mussolini in divisa di comandante della milizia che alle nove del mattino cala il primo colpo di piccone su una cornice del palazzo Suave, alla presenza del governatore Giuseppe Bottai. La differenza è minima e non cambia la sostanza, ma va segnalata perché entrambe le date circolano come certe.

Che cosa fu demolito

Il tessuto abbattuto corrispose, secondo la stima di Vannelli, a 142 proprietà registrate e a circa seimila vani catastali; altre fonti parlano di circa seicentomila metri cubi di costruito. Caddero la chiesa di San Giacomo Scossacavalli, quella di San Michele Arcangelo e il collegio dei Maroniti. Il palazzo dei Convertendi e il palazzo Rusticucci furono smontati e ricostruiti altrove, in forme diverse dalle originali.

La fontana di Maderno collocata in piazza Scossacavalli fu smontata nel 1941 e restò in deposito fino al 1957, quando venne rimontata davanti a Sant’Andrea della Valle, chiesa alla cui facciata Maderno aveva lavorato. Chi la guarda oggi vede un oggetto che ha cambiato quartiere e rione, e che oggi guarda una chiesa diversa da quella per cui fu pensato.

La cosa che il progetto non riuscì a fare

La strada fu costruita con i lati paralleli dopo che i progettisti si accorsero che i fronti di Borgo Nuovo e Borgo Vecchio seguivano andamenti diversi rispetto all’asse della basilica, uno divergente e l’altro parallelo. Il progetto iniziale prevedeva un porticato d’ingresso, molto sostenuto da Piacentini, che alla fine fu eliminato: si preferì far sfociare la strada direttamente su piazza Rusticucci, oggi piazza Pio XII, delimitata da due propilei porticati che avanzano sulla via e ne restringono la visuale.

Il risultato è un compromesso che si vede a occhio. I propilei ricreano una specie di interruzione: da lì si vede la facciata con la cupola, e solo avanzando verso piazza San Pietro la visuale si apre sul colonnato del Bernini. È il tentativo di recuperare artificialmente l’effetto sorpresa che la Spina produceva da sola. La basilica perse il suo fondale a distanza ravvicinata e ne guadagnò uno lungo mezzo chilometro.

Via della Conciliazione prese il nome nell’agosto 1937 e fu ultimata nel 1950, per l’Anno Santo. Il dibattito non si è chiuso: Leonardo Benevolo, in un libro del 2004, è arrivato a proporne la cancellazione e il recupero degli ambienti dei Borghi, proposta probabilmente provocatoria ma indicativa di quanto la questione resti aperta. Sul quartiere sopravvissuto attorno alla strada abbiamo una pagina dedicata al rione Borgo.

Chi abitava in Borgo e dove andò

Il rione Borgo è il caso meglio documentato di tutti, grazie a uno studio statistico curato da Maroi alla vigilia dello sventramento e pubblicato su Capitolium nel 1937. Nel 1931 il rione Borgo contava 16.283 persone, suddivise in 3.936 famiglie. La popolazione era per la maggior parte composta da operai salariati, il 41,08 per cento, ma si differenziava dal profilo di un rione popolare classico per la presenza di commercianti, industriali, addetti al culto e professionisti, effetto della vicinanza del Vaticano.

Di quelle 1.236 famiglie, soltanto 188 ottennero un alloggio dell’Istituto: 151 case popolarissime, 35 case popolari o economiche, due fra casette e ricoveri. Le altre 1.048 trovarono una sistemazione per proprio conto, e dei loro spostamenti allo stato attuale non si conosce nulla. Delle 188 assegnate, 131 famiglie andarono a Primavalle, 16 a Tiburtino III e quattro a Pietralata.

Piazza Augusto Imperatore e l’isolamento del Mausoleo

Il Mausoleo di Augusto ha avuto più vite di qualunque altro monumento romano: fortezza dei Colonna, giardino, anfiteatro per spettacoli e corride col nome di Anfiteatro Corea, e infine sala da concerti, l’Augusteo, che fu per decenni la principale sala sinfonica di Roma. Attorno al tumulo si era stratificato un quartiere fitto di case rinascimentali e ottocentesche.

Il piano regolatore del 1931 e il piano particolareggiato del 1932 stabilirono di isolare il monumento e di creare una piazza nuova. Il progetto fu affidato a Vittorio Ballio Morpurgo. Le demolizioni cominciarono nel 1934 e cancellarono il quartiere attorno al tumulo. Gli scavi archeologici erano già stati condotti fra il 1926 e il 1930 da Giulio Quirino Giglioli e Antonio Maria Colini.

La sala da concerti che fu chiusa

L’Augusteo era una sala funzionante e frequentata, non un rudere. Fra il 1936 e il 1938 il monumento venne liberato dalle strutture della sala, che fu definitivamente chiusa. Roma perse la sua sala sinfonica principale e ne restò senza per molti anni. È il dettaglio che di solito manca nei racconti dell’operazione, perché non riguarda case popolari ma un’istituzione musicale, e non rientra nella retorica abituale sugli sventramenti.

La piazza fu inaugurata il 28 ottobre 1938, circa un mese dopo l’apertura del padiglione che ospitava l’Ara Pacis, ricomposta per il bimillenario augusteo. Il restauro del Mausoleo, diretto da Antonio Muñoz, proseguì fino al 1942, quando la guerra interruppe i lavori. La sistemazione definitiva dell’area attorno arrivò solo fra il 1950 e il 1952.

Le due chiese rimaste in mezzo

La prova più visibile del taglio sono le due chiese sul lato del fiume. San Rocco all’Augusteo e San Girolamo dei Croati stavano dentro un tessuto edilizio continuo e oggi si trovano allineate su una quinta, con la facciata che guarda uno spazio aperto pensato ottant’anni dopo di loro. Le proporzioni non tornano, e non tornano perché quelle facciate erano calcolate per essere viste di scorcio, da vicino, in una strada stretta.

Corso del Rinascimento e le demolizioni attorno a piazza Navona

Il corso del Rinascimento fu previsto dal piano regolatore del 1931 per sostituire con una strada rettilinea il percorso tortuoso formato da via del Pino, via del Pinnacolo e via della Sapienza, fra corso Vittorio Emanuele II e piazza delle Cinque Lune. Il progetto è di Arnaldo Foschini con la collaborazione dell’ingegnere Salvatore Rebecchini. Mussolini inaugurò il cantiere il 21 aprile 1936, natale di Roma, e la strada fu aperta il 21 aprile 1938.

L’operazione comportò la demolizione parziale o totale di numerosi edifici di pregio, fra cui palazzo Cordelli, palazzo Piccolomini, palazzo Baldinotti Carpegna e parte della chiesa di San Giacomo degli Spagnoli. Palazzo Madama, sede del Senato dal 1871, si ritrovò con un fronte nuovo su una strada larga. La piazza Navona perse buona parte del tessuto che la separava dal resto del rione.

Il giudizio dei romani, allora

Le borgate: dove finirono gli sfollati

Le borgate ufficiali di Roma sono dodici e furono realizzate fra il 1930 e il 1937 nell’Agro romano, allora lontano dall’abitato, in deroga al piano regolatore. Sono diverse dalle borgate abusive, costruite dagli abitanti su terreni privati, e dai borghetti, agglomerati spontanei di baracche cresciuti in periferia spesso lungo gli acquedotti antichi. Le ufficiali furono pianificate dal Governatorato di Roma e dall’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari.

Elenco, in senso orario da ovest: Primavalle fra via Trionfale e via di Boccea, Val Melaina e Tufello oltre Montesacro, San Basilio fra Tiburtina e Nomentana, Pietralata e Tiburtino III lungo la Tiburtina, Prenestina fra Portonaccio e la Prenestina, Quarticciolo fra via Lucera e la Prenestina, Gordiani fra via dei Gordiani e via Teano, Tor Marancia lungo l’attuale via Cristoforo Colombo, Trullo fra Magliana e Portuense, Acilia lungo la via del Mare.

Le date, gruppo per gruppo

Nel corso degli anni Trenta l’Istituto case popolari subentrò nella gestione e costruì nuovi nuclei di case popolarissime, di edilizia migliore, in alcuni casi accanto alle borgate esistenti. In ordine: Val Melaina fra il 1930 e il 1932, Pietralata fra il 1935 e il 1936, Tiburtino III fra il 1936 e il 1937, Primavalle nel 1938, con la borgata inaugurata il 24 maggio 1938, poi Trullo, Tufello e Acilia nel 1940, San Basilio nel 1940 e Quarticciolo fra il 1940 e il 1942. Acilia fu inaugurata il 21 aprile 1940.

Primavalle e il nesso con Borgo

Primavalle nacque verso la fine del 1930 nel quadrante nord-ovest, con una finalità documentata: sistemare una cinquantina di famiglie baraccate che stavano presso Porta Cavalleggeri, dove il piano regolatore prevedeva una scuola. Il Governatorato acquistò venticinquemila metri quadrati a cinque lire al metro, a nove chilometri da San Pietro: il prezzo bassissimo del terreno basta da solo a spiegare la scelta del posto.

Primavalle è l’unica borgata che si possa davvero chiamare figlia di uno sventramento. Delle 188 famiglie di Borgo che ottennero un alloggio pubblico, 131 finirono lì. Per tutte le altre borgate il nesso è molto più debole, e su questo i dati d’archivio contraddicono la versione corrente.

Che cosa dicono davvero i numeri

Sommando le assegnazioni relative agli sventramenti principali e aggiungendo quelle riguardanti altri interventi nei rioni, come via delle Botteghe Oscure, piazza Nicosia, Trastevere e San Giovanni in Laterano, si contano 686 assegnazioni fra il 1935 e il 1940: 410 case popolarissime, 239 case economiche e popolari, 37 fra ricoveri e casette. Sono numeri piccoli rispetto alla massa degli sfrattati, e il motivo è che la maggior parte cambiò casa affidandosi al mercato privato.

Borgate come Gordiani, Tor Marancia e Prenestina, contrariamente alle ricostruzioni più diffuse, ospitarono una percentuale bassissima di trasferiti per demolizioni. Fatta eccezione per Primavalle, gli sfrattati dal centro non furono la componente maggioritaria della popolazione delle borgate popolarissime, che si riempirono per una migrazione interna più frammentaria: lavori pubblici nella città fuori dalle mura, sbaraccamenti, trasferimenti decisi dall’Istituto, e anche normali concorsi di assegnazione con sorteggio.

La documentazione manca proprio dove servirebbe di più. I fascicoli della Quinta Ripartizione relativi al servizio sfratti e alloggi, quelli che avrebbero permesso di quantificare le famiglie espulse dopo il 1935, risultano assenti dall’archivio, almeno nella parte resa consultabile. Significa che il numero totale degli sfollati degli sventramenti romani non è ricostruibile allo stato attuale delle fonti.

Perché la memoria orale resta utile anche se è imprecisa

La memoria delle borgate racconta una storia lineare: il regime sventra Roma, caccia i romani del centro e li confina lontano da tutto. I dati d’archivio dicono che il nesso diretto vale in pieno solo per Primavalle e che altrove il popolamento fu più complicato, il che circoscrive quella testimonianza senza smontarla.

La condizione materiale delle borgate, cioè l’isolamento, i materiali scadenti, l’assenza di servizi, la vicinanza dei forti militari usati anche come controllo, è documentata esattamente come la raccontano gli abitanti. La pagina sul Quadraro e quella sui luoghi della memoria a Roma toccano lo stesso terreno da un’altra angolazione.

Dove si vede ancora il taglio, camminando

Il segno di uno sventramento si riconosce da tre indizi. Il primo è il muro cieco: una parete senza finestre, spesso intonacata male, dove prima c’era l’edificio addossato. Il secondo è il palazzo a metà, cioè un edificio tagliato con una facciata nuova e posticcia sul lato del taglio. Il terzo è il salto di quota, dove il livello stradale nuovo non coincide con quello vecchio e si vede uno zoccolo o una scarpata.

I punti precisi dove fermarsi

Sul lungotevere dei Tebaldi, all’altezza della Fontana del Mascherone, il muro che chiude la fontana alle spalle è di fine Ottocento: la fontana stava in uno slargo, e ora è schiacciata contro una quinta cieca costruita per i muraglioni. In piazza Trilussa, la fontana rimontata nel 1898 è la stessa che stava dall’altra parte del fiume: si guarda sapendo che è un oggetto trasferito.

In via della Conciliazione, la memoria di piazza Scossacavalli sopravvive nel nome di una strada laterale brevissima, via Scossacavalli, che collega Borgo Santo Spirito alla strada nuova. In piazza Sant’Andrea della Valle, la fontana davanti alla chiesa proviene dalla piazza scomparsa. Sono due punti distanti fra loro un chilometro e mezzo, e tenerli insieme mentalmente è l’unico modo per capire che cosa è successo.

Ai Fori, il tratto superstite di via Alessandrina corre in quota sopra gli scavi: si cammina sul livello del quartiere seicentesco, guardando in basso i Fori che quel quartiere copriva. Sul lato del Colosseo, la parete di contenimento in laterizio che sostiene il pendio residuo è il segno del taglio della Velia: quel muro esiste perché la collina è stata portata via.

In piazza Augusto Imperatore, le due chiese sul fronte verso il fiume sono allineate a un vuoto di ottant’anni più giovane di loro. Nel ghetto, il tratto attorno alla casa con l’iscrizione di Lorenzo Manilio, lungo via del Portico d’Ottavia, è uno dei pochi lembi sopravvissuti: dieci metri più in là comincia il costruito nuovo, e il cambio è netto.

Una curiosità su Roma prima e dopo

Le demolizioni della Spina di Borgo furono verificate con modelli al vero prima di essere completate. Nell’ottobre 1937 furono montate strutture provvisorie a grandezza naturale per controllare l’effetto prospettico della strada, perché i progettisti si erano accorti che i fronti di Borgo Nuovo e Borgo Vecchio non erano paralleli all’asse della basilica e che seguirli avrebbe prodotto una strada storta.

Una cosa che non ti dice nessuno su Roma prima e dopo

Gli elementi decorativi estratti durante le demolizioni dei Borghi non furono mai riutilizzati nelle ricostruzioni. Lo dice uno studio condotto sulle serie documentarie degli archivi comunali, che ha permesso di stabilire quali architetture furono risparmiate, quali abbattute definitivamente e quali ricostruite in forma infedele all’originale. Cornici, portali, stemmi e finestre furono staccati, catalogati, depositati, e non tornarono sui palazzi rimontati.

La conseguenza è che i palazzi ricostruiti in via della Conciliazione sono copie, non anastilosi. Il palazzo dei Convertendi e il palazzo del Governatore di Borgo hanno l’aspetto di edifici antichi ma le loro superfici sono rifacimenti, e in alcuni casi i rimaneggiamenti avvennero persino in spregio alle dimensioni originali. Chi li fotografa pensando di fotografare il Cinquecento sta fotografando gli anni Quaranta e Cinquanta.

Il consiglio che ti do per visitare Roma prima e dopo

Fai un giro solo e fallo in ordine cronologico, non geografico. Comincia dal lungotevere all’altezza di via Giulia, che è l’Ottocento, scendi al ghetto e al Portico d’Ottavia, che è il 1888, risali a piazza Augusto Imperatore, che è il 1934, e chiudi con i Fori e con Borgo, che sono il 1932 e il 1936. In tre ore hai attraversato settant’anni di decisioni prese da amministrazioni diverse con moventi diversi.

Scegli l’ora sbagliata di proposito. Questi luoghi si leggono meglio quando sono vuoti, perché il vuoto è esattamente l’oggetto della visita. Via dei Fori Imperiali la domenica mattina presto, quando è chiusa al traffico, e piazza Augusto Imperatore a fine giornata sono due momenti in cui la scala dello sventramento si percepisce fisicamente, cosa che nel traffico non succede. Per gli spostamenti, la pagina su come muoversi a Roma riassume le opzioni.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Si dice sempre che via dell’Impero fu costruita per le parate. È vero, ma la prima destinazione prevista era diversa: il piano regolatore la chiamava via dei Monti e la faceva arrivare fino a San Giovanni, e a un certo punto si discusse di costruirci sopra il palazzo del Littorio, la sede del partito. L’idea fu poi accantonata, e con essa l’ultima possibilità che la strada diventasse qualcosa di diverso da un asse di attraversamento.

La foto giusta da fare a Roma prima e dopo

La foto che racconta questa pagina non riguarda un monumento ma un bordo. Cerca il punto in cui il costruito antico finisce di netto contro il costruito nuovo, e inquadra i due insieme, senza centrare né l’uno né l’altro. Su via del Portico d’Ottavia il passaggio dal tessuto superstite del ghetto agli edifici di fine Ottocento è a distanza di pochi metri e sta tutto in un fotogramma.

Il secondo scatto utile è dall’alto. Dalla terrazza del Vittoriano, o dal Gianicolo per il lato di Borgo, si vede la geometria: la linea dritta che entra nel tessuto curvo, e il modo in cui gli isolati a ridosso del taglio hanno forme spezzate. Dall’alto lo sventramento si legge come un disegno, cosa che da terra non succede quasi mai.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 28 dicembre 1870 la piena del Tevere allagò il centro di Roma e fece partire l’intera vicenda dei muraglioni. Nel 1875 il Parlamento approvò la legge di finanziamento, sostenuta da Garibaldi, che dichiarava l’opera di interesse pubblico. Nel 1876 cominciarono i lavori, che per il tratto urbano si chiusero nel 1926.

Nel 1888 fu demolita buona parte del ghetto, in attuazione del piano regolatore. Il 20 luglio 1901 cominciò la costruzione del Tempio Maggiore, consacrato il 27 luglio 1904. Nel settembre 1931 partirono le demolizioni del quartiere Alessandrino, e il 28 ottobre 1932 fu inaugurata via dell’Impero.

Nel 1934 cominciarono le demolizioni attorno al Mausoleo di Augusto; il corso del Rinascimento fu aperto il 21 aprile 1938; la Spina di Borgo cadde fra la fine di ottobre 1936 e l’8 ottobre 1937; piazza Augusto Imperatore fu inaugurata il 28 ottobre 1938 e via della Conciliazione ultimata nel 1950.

Chi è passato da Roma prima e dopo

Raffaele Canevari è l’ingegnere il cui progetto per i muraglioni fu approvato dalla commissione governativa: il suo lavoro ha determinato l’aspetto delle sponde del Tevere per otto chilometri e ha retto la piena del 1915 senza danni. Giuseppe Garibaldi, in veste di deputato, sostenne in Parlamento la legge di finanziamento del 1875, e si era interessato di persona alla sistemazione idraulica del fiume.

Corrado Ricci sostenne per primo il progetto di liberazione dei Fori, e Antonio Muñoz condusse materialmente le operazioni di via dell’Impero e il restauro del Mausoleo. Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli firmarono via della Conciliazione. Vittorio Ballio Morpurgo progettò piazza Augusto Imperatore. Arnaldo Foschini, con l’ingegnere Salvatore Rebecchini, firmò il corso del Rinascimento. Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni vinsero il concorso per il Tempio Maggiore. Sono i nomi che compaiono sugli atti, e vale la pena tenerli distinti dai politici che decisero.

Vincenzo Fasolo merita una riga a parte. Architetto e consultore, nella seduta del luglio 1936 disse in pubblico che le ragioni addotte per demolire i Borghi avrebbero potuto giustificare la distruzione del carattere edilizio di Roma, e nessuno lo contraddisse nel merito. È la voce critica più netta che risulti agli atti di quegli anni, e viene da dentro l’istituzione, non da fuori.

Dove si trovano le foto storiche: archivi consultabili e licenze

Le pagine come questa sono scritte per funzionare senza immagini, ma le immagini esistono e vale la pena sapere dove stanno. Di seguito ci sono solo archivi verificati, con l’indicazione onesta di che cosa offrono e a quali condizioni. La regola generale in Italia è che una fotografia entra in pubblico dominio in base alla data di scatto e alla natura dell’opera, ma che l’istituzione che la conserva può comunque chiedere un corrispettivo per la fornitura del file ad alta risoluzione: sono due piani diversi e conviene non confonderli.

Wikimedia Commons

Wikimedia Commons è la raccolta con le condizioni d’uso più chiare, perché ogni file porta la sua licenza scritta sulla pagina. Contiene categorie specifiche sulle demolizioni romane, fra cui una dedicata alla Spina di Borgo con fotografie dei lavori. Le immagini sono in pubblico dominio o sotto licenze Creative Commons, e le condizioni vanno lette file per file: la categoria non garantisce nulla, la singola scheda sì. È il primo posto dove guardare quando serve materiale riusabile davvero.

Archivio Storico Capitolino

L’Archivio Storico Capitolino, in piazza dell’Orologio, conserva gli archivi della Camera Capitolina, del Comune pontificio, del Comune postunitario e l’Archivio Notarile Generale Urbano. È la sede naturale per i documenti amministrativi degli sventramenti, cioè delibere, espropri, fascicoli delle ripartizioni. Conserva anche una raccolta fotografica di circa tremila positivi sulla vita a Roma fra fine Ottocento e metà Novecento, consultabile online. Le condizioni per la riproduzione e il riuso vanno chieste direttamente all’istituto: non è materiale pubblicato con licenza libera.

Foto in Comune, Sovrintendenza Capitolina

Foto in Comune è l’archivio fotografico del sistema dei Musei di Roma Capitale, con un portale dedicato. Funziona come archivio e come punto di acquisto delle immagini: si consulta, si individua il pezzo e si richiede la fornitura, che è a pagamento secondo un tariffario comunale. Non è una fonte di immagini libere, ma è la via istituzionale per ottenere riproduzioni di qualità dal patrimonio dei musei civici, compreso il fondo del Museo di Roma sulla città scomparsa.

Archivio Storico Istituto Luce

L’Archivio Luce conserva oltre tre milioni di immagini e la documentazione cinematografica dei cinegiornali, e per le demolizioni degli anni Trenta è la fonte visiva più ricca in assoluto, perché quelle operazioni furono filmate e fotografate come propaganda. Il fondo Luce dei negativi copre il periodo dal 1927 al 1956. Il portale è consultabile liberamente, ma l’uso delle immagini passa da una richiesta di materiale e da una licenza: non sono immagini riusabili senza autorizzazione.

Archivio di Stato di Roma

L’Archivio di Stato di Roma offre un servizio di fotoriproduzione della documentazione conservata, con regole proprie su richiesta e costi. È la sede da interrogare per gli atti statali, mentre quelli comunali si trovano al Capitolino. Anche qui il riuso non è libero per definizione e va verificato caso per caso.

Che cosa aspettarsi, in pratica

Per una pagina web che deve pubblicare immagini senza complicazioni, Wikimedia Commons è l’unica fonte che dà certezza immediata. Per un lavoro di ricerca o per una pubblicazione con budget, gli archivi istituzionali offrono molto di più in quantità e qualità, ma con tempi e costi. Le linee guida nazionali sull’acquisizione e il riuso delle riproduzioni dei beni culturali hanno spinto negli ultimi anni verso condizioni più aperte, ma l’applicazione varia da istituto a istituto e la verifica va fatta sempre sul singolo pezzo.

Mangiare in zona: Borgo, Fori, Ripetta e Testaccio

Le quattro aree toccate dagli sventramenti hanno oggi quattro situazioni gastronomiche diverse, e tre su quattro sono difficili. Borgo e i Fori sono fra i punti più turistici d’Europa, Ripetta è zona di uffici e negozi, Testaccio è l’unico dove si mangia ancora come si mangiava. Vale la pena sapere in quale delle quattro ci si trova prima di sedersi.

I segnali da cui si capisce che il posto non fa per te

Il menu con le fotografie dei piatti è il primo indizio. Nessuna cucina che conti sul cibo ha bisogno di mostrare l’immagine della carbonara: quelle foto servono a chi non legge l’italiano e dicono che la clientela attesa passa una volta sola. Vale anche per la signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede, che è un richiamo scenico e non un indizio di cucina, perché la pasta si fa dentro, la mattina, senza pubblico.

La persona all’ingresso che invita a sedersi è il secondo indizio. Un locale che deve fermare la gente per strada ha un problema di riempimento e lo risolve con l’ingaggio, e in Borgo e attorno ai Fori la figura è quasi sistematica. Il terzo indizio è l’orario continuato dalla mattina a notte senza pausa di cucina: chi serve pranzo e cena si ferma nel pomeriggio per pulire e preparare, chi resta sempre aperto lavora su un altro modello.

I prezzi chiudono l’elenco. Davanti ai monumenti, e in particolare lungo via della Conciliazione e sul fronte dei Fori, si trovano locali che adeguano il conto al cliente: voci del menu senza prezzo, listini diversi fra la sala e i tavoli esterni, coperti e servizi che compaiono solo alla fine. Chiedere quanto costa prima di ordinare non è scortesia, è la difesa minima.

Le insegne ripetute del centro

In queste zone esistono catene con la stessa insegna ripetuta a poche centinaia di metri di distanza, spesso proprio nei punti di maggior passaggio. Funzionano come attrazione turistica a tutti gli effetti: hanno un’immagine riconoscibile, code all’ingresso, personale addestrato a gestire il volume. Non c’è niente di scandaloso e non serve fare gli snob, ma va detto con chiarezza che i romani non ci vanno, e che il prodotto è pensato per chi si ferma una volta.

L’unico criterio che funziona sempre

Guarda chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se a mezzogiorno e mezzo la sala è piena di persone che parlano italiano, che entrano senza guardare il menu esposto e che salutano chi lavora al banco, sei nel posto giusto. Se invece la sala è piena alle cinque e mezza del pomeriggio e nessuno parla italiano, hai davanti un locale che serve un’altra funzione. Vale a Borgo come ai Fori, e vale anche a Testaccio, dove il rischio è cresciuto negli ultimi anni.

Testaccio resta la zona con il rapporto migliore fra prezzo e qualità fra quelle toccate da questa pagina, perché è nata come quartiere di lavoro attorno al mattatoio e la cucina di quinto quarto ci è rimasta. Il Nuovo Mercato Testaccio la mattina è il posto dove si capisce come funziona, e il museo diffuso del rione racconta perché. Per un quadro più largo, la pagina su dove mangiare a Roma ragiona per zone.

Daniele tiene una lista aggiornata su Google Maps con i posti che frequenta davvero, senza compensi e senza accordi commerciali: la lista dei posti di Daniele. È una selezione personale, non una classifica, e serve soprattutto a evitare gli errori più prevedibili nelle zone più battute.

Domande frequenti

Quanti romani furono sfollati dagli sventramenti fascisti?

Un numero totale attendibile non esiste, e chi lo fornisce sta stimando. I fascicoli della Quinta Ripartizione relativi al servizio sfratti e alloggi risultano assenti dall’archivio per il periodo successivo al 1935. Per gli anni 1929-1932 uno schema interno del Governatorato parla di 3.389 famiglie sfrattate per un totale di 16.915 persone, ma comprende tutti gli interventi romani, anche quelli estranei al programma monumentale. Per la sola area dei Fori le stime oscillano fra quattromila e settemila persone.

Quando fu demolita la Spina di Borgo esattamente?

Le demolizioni cominciarono alla fine di ottobre 1936 e si conclusero l’8 ottobre 1937. Sulla data d’inizio le fonti divergono di un giorno: parte della bibliografia storica indica il 28 ottobre, altre fonti indicano il 29 ottobre, con Mussolini che alle nove del mattino cala il primo colpo di piccone sul palazzo Suave. La strada prese il nome di via della Conciliazione nell’agosto 1937 e fu ultimata nel 1950.

Che cosa c’era al posto di via dei Fori Imperiali?

C’era il quartiere Alessandrino, creato attorno al 1570 dal cardinale Michele Bonelli su un’area bonificata fra la Colonna Traiana e il colle Velia, e c’era la collina della Velia, tagliata per oltre duecento metri di lunghezza, fra i diciotto e i venticinque metri di altezza e fra i quaranta e i sessanta di larghezza. Furono demolite tre chiese piccole e le proprietà del Pio Istituto Rivaldi con i loro giardini cinquecenteschi.

Si possono vedere da qualche parte le foto di come era prima?

Sì, ma quasi mai sul posto. Le raccolte principali sono Wikimedia Commons per le immagini con licenza chiara, l’archivio fotografico dell’Archivio Storico Capitolino, Foto in Comune per il patrimonio dei musei civici e l’Archivio Storico Istituto Luce per le riprese degli anni Trenta. Solo la prima dà certezza immediata sul riuso: le altre richiedono autorizzazione e in genere un pagamento.

Perché la sinagoga di Roma sta esattamente in quel punto?

Perché quel terreno si liberò con la demolizione del ghetto del 1888, imposta dal tracciato del lungotevere deciso nel 1875. La comunità ebraica scelse di costruire il Tempio Maggiore in vista, sul fiume, con una cupola a padiglione visibile da lontano, dopo tre secoli di reclusione in un quartiere chiuso. I lavori cominciarono il 20 luglio 1901 e la consacrazione avvenne il 27 luglio 1904.

Dove finirono davvero gli abitanti del rione Borgo?

Lo sgombero riguardò 1.236 famiglie e 4.992 persone, circa un terzo del rione, che nel 1931 contava 16.283 abitanti. Solo 188 famiglie ottennero un alloggio dell’Istituto case popolari: di queste 131 andarono a Primavalle, 16 a Tiburtino III, quattro a Pietralata, le altre in quartieri più vicini. Le restanti 1.048 famiglie trovarono casa per conto proprio e dei loro spostamenti non si sa nulla.

È vero che tutte le borgate nacquero dagli sventramenti?

No, e i dati d’archivio lo smentiscono. Primavalle è l’unica che si possa chiamare figlia di uno sventramento, per l’afflusso degli abitanti di Borgo. Gordiani, Tor Marancia e Prenestina ospitarono una percentuale bassissima di trasferiti per demolizioni. Il popolamento delle borgate dipese da un insieme di fattori: sbaraccamenti, lavori pubblici fuori dalle mura, trasferimenti decisi dall’Istituto e anche sorteggi in normali bandi di assegnazione.

Chi ha scritto questa pagina

La pagina che avete letto è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, project office romano che progetta visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Le date, le cifre e le attribuzioni riportate qui sono state confrontate con studi accademici, documentazione d’archivio e fonti istituzionali disponibili alla data di pubblicazione, e dove le fonti danno numeri diversi lo abbiamo scritto invece di sceglierne uno. Se trovate un dato che non torna, segnalatelo.

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