San Giuseppe dei Falegnami
San Giuseppe dei Falegnami è la chiesa che quasi nessuno guarda: si trova in cima alla scaletta che si vede dal Foro Romano, in clivo Argentario 1, e la stragrande maggioranza delle persone che salgono quei gradini non entra in chiesa, perché sta andando al piano di sotto, nei sotterranei del Carcere Mamertino. Il complesso è una stratigrafia verticale di tre livelli sovrapposti: in fondo la cella antica del Tullianum, sopra l’oratorio medievale di San Pietro in Carcere, e in cima, a livello di strada, la chiesa cinquecentesca dell’arciconfraternita dei falegnami di Roma, con un soffitto ligneo intagliato e dorato che il 30 agosto 2018 è venuto giù per due terzi. Questa pagina racconta il piano più alto: chi l’ha costruito, perché una corporazione di artigiani del legno ha voluto la propria chiesa proprio lì, che cosa contiene, che cosa è successo nel 2018 e quale sia oggi, onestamente, la situazione dell’accesso.

Tre livelli sovrapposti, tre pagine diverse: come orientarsi
Sotto la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami ci sono due ambienti più antichi, e sul sito hanno pagine proprie: il Carcere Mamertino tratta il complesso carcerario romano, cioè il Tullianum e la camera superiore, con il percorso museale archeologico che oggi lo interpreta; San Pietro in Carcere tratta l’ambiente di culto ricavato dentro il carcere, legato alla tradizione della prigionia degli apostoli Pietro e Paolo. Questa pagina tratta invece soltanto la chiesa superiore, quella che si affaccia sul clivo Argentario: edificio autonomo, di fine Cinquecento, costruito sopra le strutture antiche e consacrato nel 1663.
La distinzione conta anche sul piano pratico, perché il biglietto del percorso archeologico sotterraneo e l’accesso alla chiesa superiore sono due cose separate, gestite da soggetti diversi, con calendari diversi. Chi compra il biglietto del Carcer Tullianum non compra automaticamente l’ingresso in chiesa, e chi trova la chiesa aperta per una celebrazione non ha con ciò diritto a scendere nei sotterranei. Ne parliamo in dettaglio più avanti.
Perché la confusione è così diffusa
La confusione nasce da una scelta urbanistica degli anni Trenta del Novecento. Quando fu aperta via dell’Impero, oggi via dei Fori Imperiali, e fu risistemato tutto il fronte verso il Foro, l’accesso al carcere antico venne riorganizzato in modo da funzionare come ingresso a sé, indipendente dalla chiesa. Da quel momento il flusso dei visitatori si è staccato dal flusso dei fedeli: chi arriva per l’archeologia scende, chi arriva per la messa sale. In mezzo c’è una cappella intermedia che quasi nessuno dei due gruppi vede per intero.
Dove si trova San Giuseppe dei Falegnami e come arrivare
L’indirizzo è clivo Argentario 1, rione Campitelli, e corrisponde al gradino più basso della salita che dal Foro Romano porta verso l’Arx capitolina. Il clivo Argentario è la strada antica che si arrampicava fra il carcere e il Tabularium per collegare la piazza del Foro alla sommità del Campidoglio: oggi è un breve tratto in salita, in parte a gradoni, che passa esattamente davanti alla facciata della chiesa. Chi guarda il Foro dall’alto di via dei Fori Imperiali vede la chiesa sulla destra, addossata alla rupe, con la scalinata che scende verso l’area archeologica.
Con la metropolitana
La fermata più vicina è Colosseo, sulla linea B, da cui si percorre via dei Fori Imperiali per circa settecento metri in leggera salita, dieci o dodici minuti di cammino contando i semafori. È lo stesso percorso che porta all’Arco di Costantino e all’ingresso del Palatino, quindi chi ha già in programma l’area archeologica centrale non aggiunge spostamenti. L’alternativa è scendere a Cavour, sempre linea B, e attraversare il rione Monti passando per San Pietro in Vincoli: il tragitto è più lungo di qualche minuto, ma evita la passerella turistica dei Fori nelle ore di punta.
Con l’autobus
Il nodo di riferimento è piazza Venezia, a meno di quattrocento metri dal clivo Argentario: da lì si risale lungo via dei Fori Imperiali tenendo la destra. Le linee che servono piazza Venezia e via dei Fori Imperiali cambiano con una certa frequenza per lavori e deviazioni, in particolare da quando il cantiere della linea C interessa l’area fra piazza Venezia e il Colosseo, quindi consigliamo di controllare il percorso aggiornato sull’applicazione dell’azienda di trasporto il giorno stesso, invece di fidarsi di un numero letto su una guida stampata. Il dato stabile, quello su cui si può contare, è la distanza: dalla fermata di piazza Venezia si arriva a piedi in cinque minuti.
A piedi, da dove conviene arrivare
Il modo migliore per arrivarci è dall’alto, scendendo dal Campidoglio. Si sale la Cordonata Capitolina, si attraversa la piazza, si passa dietro il Palazzo Senatorio e si scende per via di San Pietro in Carcere: la chiesa compare sulla sinistra, dopo il belvedere sul Foro. Il vantaggio è doppio, perché si evita la risalita e perché si arriva con il Foro Romano già sotto gli occhi, che è il modo giusto per capire dove ci si trova. Chi invece viene dal basso, dall’area archeologica, esce dal Foro verso Santi Cosma e Damiano o verso la Curia Iulia e risale il clivo.
Parcheggio e traffico
Nelle immediate vicinanze non esiste sosta utilizzabile: l’intera area è zona a traffico limitato del centro storico e via dei Fori Imperiali è chiusa alle auto private. Arrivare in macchina non ha senso. Chi viene da fuori Roma fa prima lasciando l’auto in uno dei parcheggi di scambio sulla linea B della metropolitana e completando in metro. I taxi possono arrivare fino a piazza Venezia o a largo Corrado Ricci, non oltre.
L’arciconfraternita dei falegnami: chi ha costruito questa chiesa e perché
La congregazione dei falegnami ottenne l’uso del luogo di culto sopra il carcere nel 1540, e da quella concessione nasce tutto il resto. Era una corporazione di mestiere, come ce n’erano decine nella Roma del Cinquecento: falegnami, carpentieri, costruttori di casse e di intelaiature, gente che lavorava il legno per i cantieri delle basiliche, per gli apparati effimeri delle feste, per le carrozze e per le impalcature. Ogni corporazione aveva bisogno di tre cose: un santo protettore, una sede dove riunirsi e un altare dove far dire le messe per i confratelli defunti. San Giuseppe, che i vangeli descrivono come artigiano, era la scelta obbligata.
Perché proprio qui, sopra il carcere
La scelta del sito non fu casuale. Sopra il carcere antico esisteva già dall’XI secolo un edificio di culto dedicato ai santi Pietro e Paolo, legato alla tradizione che vuole i due apostoli prigionieri nel Tullianum. Per una confraternita romana del Cinquecento mettere la propria sede sopra un luogo con quella memoria significava ereditare un prestigio che nessuna chiesa di nuova fondazione in periferia avrebbe potuto dare. Significava anche, in concreto, stare al centro: il Campidoglio era la sede del governo civico, e il clivo Argentario era una strada di passaggio fra la città bassa e la città amministrativa.
Che cosa faceva concretamente la confraternita
Le confraternite di mestiere romane non erano circoli devozionali. Gestivano il monte di pietà interno per i soci in difficoltà, pagavano le doti alle figlie dei confratelli poveri, assistevano i malati, seppellivano i morti e regolavano l’accesso al mestiere, cioè decidevano chi potesse aprire bottega. La chiesa era il luogo fisico dove tutto questo veniva deliberato: l’oratorio annesso serviva alle riunioni, gli stalli lignei alle assemblee, l’archivio conservava gli statuti. Il sodalizio esiste ancora, con sede amministrativa in piazza di San Giovanni in Laterano 6, ed è proprietario della chiesa.
La festa del 19 marzo
Il 19 marzo, festa di san Giuseppe, è il giorno dell’anno in cui questa chiesa ha il suo momento pubblico. A Roma la ricorrenza coincide con la festa del papà e con i bignè di san Giuseppe che compaiono nelle pasticcerie per qualche settimana, e per la chiesa del clivo Argentario è tradizionalmente la data delle aperture straordinarie e delle benedizioni. Chi vuole vedere l’interno con una probabilità ragionevole di trovarlo accessibile ha in quel giorno la sua occasione migliore dell’anno, verificando però il programma in anticipo, perché non è garantito di anno in anno.
Il cantiere: sessantasei anni e quattro architetti
La chiesa attuale fu iniziata nel 1597 e consacrata l’11 novembre 1663, cioè impiegò sessantasei anni e passò per le mani di almeno quattro architetti. Non è un caso isolato nella Roma barocca, dove i cantieri delle confraternite procedevano al ritmo delle offerte dei soci, ma qui il dato è particolarmente vistoso perché si legge ancora nell’edificio: la pianta e l’impostazione appartengono al tardo Cinquecento, la facciata al primo Seicento, il completamento alla metà del secolo.
Giacomo Della Porta, 1597 e 1602
L’avvio del cantiere è legato a Giacomo Della Porta, l’architetto che a Roma aveva già chiuso la cupola di San Pietro con Domenico Fontana e firmato decine di fontane pubbliche. Della Porta seguì i lavori fino alla morte, nel 1602. A lui si riferisce l’impianto: aula unica con cappelle laterali, la soluzione che le confraternite preferivano perché concentra l’attenzione sull’altare maggiore e permette a ogni famiglia importante del sodalizio di avere la propria cappella senza spezzare lo spazio.
Giovan Battista Montano, dal 1602
Alla morte di Della Porta subentrò Giovan Battista Montano, e qui la scelta diventa interessante, perché Montano non era soltanto un architetto. Era un intagliatore di legno, un disegnatore di modelli, un uomo che conosceva il mestiere dal lato della bottega, e per una chiesa di falegnami questo significava parlare la stessa lingua dei committenti. Montano progettò la facciata a doppio ordine e, intorno al 1611 e 1612, il soffitto ligneo intagliato che è diventato l’elemento più noto dell’edificio.
Giovanni Battista Soria e Antonio Del Grande
Dopo il 1621 il cantiere fu ripreso da Giovanni Battista Soria, allievo di Montano, al quale si devono l’ampliamento dell’oratorio e la sagrestia. Il completamento spetta ad Antonio Del Grande, attivo dal 1657, l’architetto che a Roma avrebbe poi lavorato alla galleria di palazzo Colonna e alle Carceri Nuove di via Giulia. La consacrazione dell’11 novembre 1663 chiude formalmente il cantiere lungo, anche se interventi significativi proseguirono per tutto l’Ottocento.
Gli interventi ottocenteschi
Nel 1853 fu ricavata fra il pavimento della chiesa e la volta del carcere sottostante la cappella del Crocifisso, l’ambiente intermedio che oggi rappresenta il piano di mezzo della stratigrafia. Su questa data le fonti non concordano del tutto: alcune repertoriano la cappella come cinquecentesca, altre la datano all’intervento ottocentesco, e la differenza dipende probabilmente dal fatto che un ambiente preesistente venne allora risistemato e reso accessibile. Nel 1886 un restauro aggiunse una nuova abside. Negli anni Trenta del Novecento, con la sistemazione dell’area dei Fori, la facciata fu rialzata e l’accesso al carcere sottostante riorganizzato in autonomia.
Il soffitto a cassettoni: la firma del mestiere
Il soffitto ligneo cassettonato di San Giuseppe dei Falegnami fu realizzato intorno al 1611 e 1612 su progetto di Giovan Battista Montano, intagliato e rivestito di lamine d’oro, con al centro un rilievo raffigurante la Natività datato 1612. È l’oggetto che spiega la chiesa: una corporazione di lavoratori del legno che costruisce la propria sede non mette il proprio biglietto da visita in facciata, dove sarebbe di marmo e di travertino come quella di chiunque altro. Lo mette in alto, in legno, dove il mestiere si vede.
Che cosa si vede, tecnicamente
Un cassettonato di questo tipo è una struttura portata, sospesa alle capriate del tetto, composta da una griglia di travi e traversi che genera riquadri incassati. Dentro i riquadri vanno i rosoni intagliati, sulle cornici la modanatura, sulle superfici la doratura a foglia su preparazione di bolo e gesso. Il ciclo figurato comprende, oltre alla Natività centrale, figure dei santi Pietro e Paolo, angeli ed elementi decorativi: il richiamo agli apostoli lega esplicitamente la chiesa superiore alla memoria del carcere sottostante, ed è uno dei pochi punti in cui i tre livelli del complesso si parlano.
Perché è raro
Roma conserva parecchi soffitti lignei dorati sei e settecenteschi, ma quasi sempre in chiese di grandi ordini religiosi o di nazioni straniere, cioè committenze ricchissime. Un cassettonato intagliato e dorato di questa qualità in una chiesa di corporazione artigiana è un caso diverso: qui la ricchezza non veniva da un cardinale protettore ma dalle quote dei soci e, soprattutto, dal lavoro donato. La manodopera era quella dei confratelli stessi. Quando una confraternita di falegnami fa il proprio soffitto, non lo appalta.
Le opere: Maratta, Le Blanc, Maccari e gli altri
L’opera più nota conservata in San Giuseppe dei Falegnami è una Natività di Carlo Maratta del 1651, collocata nella seconda cappella a sinistra. Maratta aveva poco più di vent’anni quando la dipinse ed era ancora nella bottega di Andrea Sacchi: è quindi un’opera di esordio di uno dei pittori che avrebbe dominato la scena romana nella seconda metà del Seicento, il che la rende storicamente più interessante di quanto il suo formato lascerebbe pensare.
Nel presbiterio
Sull’altare maggiore si trova uno Sposalizio della Vergine di Horace Le Blanc, datato 1605, pittore lionese formatosi in Italia e poco rappresentato a Roma: già questo basta a giustificare una sosta. Nella lunetta soprastante c’è un Eterno di Antonio Viviani detto il Sordo, del 1610. Ai due lati del presbiterio, due grandi tele di Cesare Maccari del 1883 raffigurano il Viaggio a Betlemme, sul lato destro, e la Bottega di San Giuseppe, sul lato sinistro.
La Bottega di San Giuseppe di Maccari
Il soggetto della tela di sinistra merita un rigo in più, perché è il punto in cui il programma iconografico dichiara la propria ragione sociale. Maccari, che di lì a poco avrebbe dipinto le celebri storie romane a palazzo Madama, mette in scena il santo al lavoro fra gli attrezzi del mestiere. Per i confratelli che nel 1883 commissionarono quella tela non era un episodio evangelico: era il ritratto della loro giornata, proiettato all’indietro di diciotto secoli. È un tipo di committenza che a Roma si trova anche in altre chiese di arti e mestieri, per esempio in Sant’Eligio degli Orefici, la chiesa degli orafi progettata su disegno di Raffaello.
Nelle cappelle laterali
Nella prima cappella a destra si conserva una Sacra Famiglia con Sant’Anna di Giuseppe Ghezzi, pittore e segretario dell’Accademia di San Luca, la stessa istituzione che ha sede pochi metri più in là, ai Santi Luca e Martina. Il figlio, Pier Leone Ghezzi, è presente nell’oratorio annesso. Due generazioni della stessa famiglia nello stesso complesso sono un indizio di quanto stretti fossero i rapporti fra le confraternite romane e l’ambiente accademico che gravitava attorno al Foro.
La cappella del Crocifisso
Fra il pavimento della chiesa e la volta del carcere si trova la cappella del Crocifisso, che custodisce un crocifisso ligneo cinquecentesco anticamente venerato presso il carcere sottostante. È l’ambiente di cerniera fra i livelli, e anche l’oggetto che chiude il cerchio del tema: in una chiesa di falegnami, il crocifisso di maggior devozione è di legno intagliato.
L’oratorio, gli stalli e gli arredi del mestiere
All’edificio di culto si affianca un oratorio rettangolare, ampliato nel 1569 e quindi anteriore alla chiesa attuale, decorato fra il 1631 e il 1637 con affreschi di Marco Tullio Montagna dedicati alle vicende della Sacra Famiglia. È la sala delle riunioni della confraternita, e il suo arredo racconta la funzione meglio di qualsiasi descrizione: stalli in noce del 1643 lungo le pareti, un leggio intagliato settecentesco, e una Concezione con i santi Gioacchino e Giuseppe di Pier Leone Ghezzi datata 1716.
Gli stalli del 1643
Gli stalli lignei sono l’arredo da guardare con più attenzione, perché sono insieme mobilio e autoritratto. In una sala capitolare di un ordine religioso gli stalli servono al coro; in un oratorio di confraternita servono all’assemblea che vota. Qui il materiale, il noce, e la lavorazione a intaglio erano il prodotto stesso dei committenti: chi sedeva su quegli stalli, con ogni probabilità, li aveva fatti o li aveva visti fare in bottega dal proprio maestro.
Il problema dell’accesso all’oratorio
L’oratorio non fa parte del percorso ordinario di visita ed è in genere accessibile solo in occasione di aperture organizzate, di celebrazioni o di visite guidate concordate con l’arciconfraternita. Chi ci tiene deve scrivere o telefonare in anticipo, e conviene farlo con settimane di margine: è un ambiente in uso, non una sala di museo, e l’apertura dipende dalla disponibilità di chi lo gestisce.
Il crollo del 30 agosto 2018 e il restauro
Il 30 agosto 2018, intorno alle 14.59, una larga porzione della copertura di San Giuseppe dei Falegnami crollò all’interno della chiesa, trascinando con sé buona parte del soffitto ligneo intagliato: nell’edificio in quel momento non c’era nessuno e non ci furono feriti. La causa individuata è il cedimento strutturale di due delle quattro capriate del tetto. Le ricostruzioni concordano sull’ordine di grandezza del danno, intorno ai due terzi del cassettonato, e la chiesa venne immediatamente chiusa, con l’area posta sotto sequestro per le indagini.
Che cosa si è salvato
Il cantiere di recupero è stato descritto dalla soprintendente Daniela Porro come la ricomposizione di un puzzle enorme: i frammenti caduti furono raccolti, catalogati e ricollocati uno per uno. Il dato dichiarato al termine dei lavori parla del recupero di circa il novanta per cento delle porzioni figurate, cioè delle parti con rilievi e figure, che sono le più difficili da rifare e le più preziose. Le parti mancanti sono state reintegrate, e proprio in quella fase emerse un problema che vale la pena riportare per quello che è: sulle tecniche storiche di costruzione dei soffitti a cassettoni la documentazione disponibile risultò meno completa di quanto ci si aspettasse, e parte del lavoro fu di ricerca prima che di restauro.
La cronologia, verificata
Il 19 marzo 2019, a poco più di sei mesi dal crollo, la chiesa fu aperta per un solo giorno, dalle 9 alle 20, in occasione della festa di san Giuseppe: era un’apertura straordinaria a edificio messo in sicurezza e cantiere ancora aperto, non una riapertura. Il restauro fu poi dichiarato concluso attorno al 20 marzo 2020, e la riapertura prevista per il 19 marzo di quell’anno saltò per le misure sanitarie dell’emergenza da COVID-19. A gennaio 2021 l’arciconfraternita annunciava che le attività di ricostruzione della copertura erano arrivate al termine.
Come si visita oggi: che cosa sappiamo e che cosa va verificato
Sullo stato attuale di apertura di San Giuseppe dei Falegnami le fonti ufficiali non danno un quadro univoco, e riteniamo scorretto descrivere la chiesa come stabilmente visitabile. Da un lato l’arciconfraternita proprietaria ha dichiarato conclusa la ricostruzione della copertura. Dall’altro la scheda del portale turistico di Roma Capitale ha continuato a riportare la chiesa come chiusa al pubblico per lavori di restauro, precisando che il Carcere Mamertino sottostante resta invece visitabile. Le due informazioni possono convivere, perché un edificio restaurato può non avere ancora un’apertura regolare al pubblico, ma per chi programma una visita la conseguenza pratica è una sola: va verificato prima di andare.
A chi chiedere, in concreto
Il riferimento diretto è la chiesa stessa, al numero 06.69886245, e il sito dell’arciconfraternita, sangiuseppedeifalegnami.org, dove vengono annunciate celebrazioni e aperture. L’indirizzo di posta elettronica pubblicato è sangiuseppedeifalegnami chiocciola diocesidiroma.it. Per il percorso archeologico sottostante il riferimento è invece il gestore del Carcer Tullianum, che ha una propria biglietteria e un proprio calendario. Consigliamo di telefonare, non di scrivere: sulle aperture di una chiesa gestita da un sodalizio laicale la risposta al telefono arriva in due minuti, la mail può restare ferma per giorni.
Biglietti: due cose separate
Non ci risulta, e non va dato per scontato, che il biglietto del percorso archeologico sotterraneo comprenda l’ingresso alla chiesa superiore. Sono gestioni distinte: i sotterranei hanno un percorso museale a pagamento con orari da museo, la chiesa è un luogo di culto di proprietà dell’arciconfraternita, che apre secondo le proprie esigenze e senza biglietteria. Per lo stesso motivo su questa pagina non riportiamo né tariffe né orari della chiesa: quelli dei sotterranei vanno letti sul sito del gestore il giorno prima, quelli della chiesa vanno chiesti al telefono.
Quanto tempo serve
Per la sola chiesa superiore, trovandola aperta, bastano venti minuti, che diventano quaranta se si riesce a vedere anche l’oratorio. Il percorso archeologico sottostante, con il museo, porta via in genere fra i quaranta minuti e l’ora. Chi vuole fare entrambe le cose metta in conto un’ora e mezza abbondante, e la metta nella stessa uscita in cui visita il Foro Romano: tornare apposta un altro giorno, per quanto la chiesa valga, non ha molto senso dal punto di vista di chi ha pochi giorni a Roma.
Accessibilità
La collocazione del complesso rende l’accesso difficile per chi ha problemi di mobilità: il clivo Argentario è in salita e in parte a gradoni, e il percorso verso gli ambienti inferiori comporta scale ripide. La chiesa superiore, raggiunta la quota di strada, è la parte più praticabile delle tre, mentre gli ambienti antichi restano di fatto preclusi a chi usa una sedia a ruote. Chi ha esigenze specifiche faccia presente la cosa al telefono prima di muoversi, e valuti in alternativa siti dell’area centrale con percorsi attrezzati, come i Musei Capitolini o i Mercati di Traiano.
Una curiosità su San Giuseppe dei Falegnami
La curiosità più solida riguarda l’uomo che progettò il soffitto: Giovan Battista Montano, subentrato a Giacomo Della Porta nel 1602, era lui stesso un intagliatore di legno prima che architetto. Una confraternita di falegnami affidò cioè la propria chiesa a un collega, uno che sapeva come si incastra un traverso e quanto pesa una cornice dorata sospesa a dodici metri di altezza. È una coincidenza che a Roma non si ripete spesso e che spiega la qualità del cassettonato molto meglio di qualsiasi considerazione sul gusto dell’epoca.
Una seconda curiosità, minore
Dal 18 febbraio 2012 San Giuseppe dei Falegnami è sede di una diaconia cardinalizia, cioè è una delle chiese romane assegnate come titolo a un cardinale: il primo titolare è stato Francesco Coccopalmerio. Una chiesa di corporazione artigiana che entra nell’elenco dei titoli cardinalizi in pieno XXI secolo è un fatto recente, non un’eredità antica, e riguarda una geografia ecclesiastica che si aggiorna molto più di quanto si creda.
Una cosa che non ti dice nessuno su San Giuseppe dei Falegnami
La cosa che nessuno dice è che il flusso dei visitatori del Carcere Mamertino, che si conta in centinaia di migliaia di persone all’anno, passa a pochi metri dalla chiesa superiore e in larghissima parte non sa che esista. Lo abbiamo osservato in più sopralluoghi: i gruppi si fermano davanti all’ingresso dei sotterranei, scendono, risalgono e proseguono verso il Foro senza alzare la testa. La chiesa sopra non compare in quasi nessun itinerario commerciale, e non perché sia segreta: perché occupa un punto della città dove tutti guardano altrove.
La conseguenza pratica
Questo significa che, nelle rare occasioni in cui la chiesa è aperta, dentro non c’è quasi nessuno. A duecento metri dalla Curia Iulia e dall’Arco di Settimio Severo, in un’area che d’estate è satura, si entra in un ambiente vuoto. È una delle poche condizioni del genere che restino nell’area centrale, insieme a Santi Cosma e Damiano e alla chiesa di San Giovanni Decollato, anch’essa sede di una confraternita e anch’essa quasi sempre chiusa.
Il consiglio che ti do per visitare San Giuseppe dei Falegnami
Il consiglio operativo è uno solo e va seguito alla lettera: telefonare al 06.69886245 prima di mettersi in cammino, e se la risposta non arriva, non costruire la giornata attorno a questa tappa. È una chiesa di proprietà privata di un sodalizio, senza orario da museo e senza personale di biglietteria: l’apertura dipende dalle celebrazioni e dagli impegni dell’arciconfraternita. Chi parte dall’albergo convinto di entrare rischia di trovare il portone chiuso e di prendersela con la città.
Il modo giusto di incastrarla nella giornata
La soluzione che consigliamo è trattarla come tappa condizionata dentro un percorso che regge comunque. Si entra al Foro Romano dall’ingresso di via dei Fori Imperiali, si fa il percorso archeologico fino ai Rostri e al Tempio di Saturno, si risale verso il clivo Argentario e si prova il portone della chiesa. Se è aperto si entra, se è chiuso si prosegue verso il Campidoglio senza aver perso niente. Costruire l’itinerario in modo che nessuna tappa incerta sia indispensabile è la regola base quando si lavora con luoghi a gestione confraternale.
L’ora migliore
Se la chiesa è aperta, la fascia da preferire è la mattina fra le 9 e le 11. Vale per due ragioni concrete. La prima è che le aperture straordinarie e le celebrazioni si concentrano in genere in quella fascia. La seconda riguarda il clivo Argentario: verso mezzogiorno la salita prende il sole pieno e i gradoni diventano faticosi, mentre alle 9 sono ancora all’ombra della rupe capitolina. Chi visita in luglio o in agosto trova una differenza di percezione notevole fra le due ore.
Che cosa guardare per primo, se si hanno venti minuti
Entrando, la tentazione è di andare dritti verso l’altare maggiore. Consigliamo di fare il contrario: fermarsi sotto il primo campo del soffitto, guardare in alto per un minuto buono e lasciare che l’occhio si abitui alla penombra prima di muoversi. Il cassettonato è l’oggetto per cui si è saliti, e se lo si guarda dopo aver visto le tele lo si guarda di corsa. Poi si scende lungo la navata, si vede la Natività di Maratta nella seconda cappella a sinistra, si arriva al presbiterio con lo Sposalizio di Le Blanc e le due tele di Maccari.
Che cosa non aspettarsi
Non ci si aspetti un impianto museale: niente pannelli, niente audioguida, niente bookshop, nessuno a cui chiedere spiegazioni. La chiesa va vista sapendo già che cosa si sta guardando, e questa pagina serve esattamente a questo. Chi vuole un contesto archeologico strutturato lo trova al piano di sotto, nel percorso del Carcere Mamertino, che è invece allestito come museo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che sotto questa chiesa c’è il carcere dove la tradizione colloca la prigionia di Pietro e Paolo; quello che si cita di rado è che l’intero complesso sorge su una delle rare aree di Roma in cui sono documentate fasi di uso ininterrotte dall’età repubblicana a oggi. Il Tullianum come struttura di detenzione, l’edificio di culto medievale dedicato ai due apostoli già nell’XI secolo, la chiesa di corporazione del Cinquecento e Seicento, la risistemazione novecentesca: quattro fasi che non si sono cancellate a vicenda ma si sono impilate.
Perché conta per chi visita il Foro
Conta perché il Foro Romano che si percorre oggi è un paesaggio ripulito. Gli scavi otto e novecenteschi hanno asportato quasi ovunque le fasi medievali e moderne per riportare in luce quelle antiche, e il risultato è una piazza archeologica che nessun romano ha mai visto in quella forma. Il complesso del clivo Argentario è una delle poche eccezioni: qui le fasi successive sono rimaste in piedi perché erano chiese, e le chiese non si demoliscono. Lo stesso vale per Santa Maria Antiqua, per i Santi Luca e Martina sopra il Foro di Cesare e per Santa Francesca Romana accanto alla Basilica di Massenzio.
Il paragone che rende l’idea
Chi ha visto la Basilica di San Clemente conosce già il meccanismo: tre livelli sovrapposti, ognuno costruito sopra il precedente senza distruggerlo. Il clivo Argentario funziona allo stesso modo, con una differenza importante. A San Clemente la discesa è unitaria, guidata, con un percorso unico e un biglietto unico. Qui i tre livelli sono in mano a soggetti diversi e si visitano con regole diverse, e questa frammentazione è la ragione per cui il complesso viene percepito come due o tre luoghi distinti invece che come uno solo.
Un dato che ridimensiona un luogo comune
Va detto senza giri di parole che la tradizione della prigionia di Pietro e Paolo nel Tullianum è tradizione popolare e devozionale, attestata a partire dal Medioevo, e non un fatto storicamente documentato. Le fonti antiche sul carcere parlano di altri prigionieri celebri, non degli apostoli. Chi entra nei sotterranei aspettandosi la conferma archeologica di un episodio evangelico resta deluso, e a ragione. Il valore del luogo è altrove: nella struttura antica, nella stratigrafia e nel modo in cui la devozione ha costruito sopra la pietra.
La foto giusta da fare a San Giuseppe dei Falegnami
La foto giusta a San Giuseppe dei Falegnami non è quella dell’interno, che richiede la chiesa aperta e condizioni di luce difficili, ma quella della facciata inquadrata dal basso, dal fondo del clivo Argentario, con la scalinata in primo piano e la rupe capitolina alle spalle. È l’immagine che spiega il luogo in un colpo solo: una chiesa appoggiata su una rupe, con una strada antica che le passa sotto. Si fa dal Foro, senza bisogno di entrare da nessuna parte.
Luce e ora
La facciata guarda verso il Foro, quindi prende luce nella seconda parte della giornata. Nel tardo pomeriggio, con il sole basso, il travertino diventa caldo e la scalinata acquista ombre lunghe che danno profondità. La mattina presto, al contrario, la facciata è in ombra e il fondo è troppo contrastato: si ottiene un cielo bruciato e una chiesa nera. Chi ha un solo passaggio e vuole una buona fotografia venga nel pomeriggio, chi vuole entrare venga la mattina, e le due cose non coincidono.
La seconda inquadratura
L’alternativa è dall’alto, dal belvedere dietro il Palazzo Senatorio, sul Campidoglio: da lì si prende il tetto della chiesa in primo piano con il Foro che si apre dietro, fino all’Arco di Tito e al Colosseo sul fondo. È l’unico punto della città da cui si capisce visivamente che la chiesa è incassata nella rupe, e dopo il crollo del 2018 è anche l’inquadratura che mostra la copertura ricostruita.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia verificabile di San Giuseppe dei Falegnami comincia nel 1540, quando la congregazione dei falegnami ottiene l’uso del luogo di culto sopra il carcere, e arriva al 2021, quando viene dichiarata conclusa la ricostruzione della copertura crollata nel 2018. In mezzo ci sono quattro secoli e mezzo di una storia che è quasi tutta storia di cantiere, il che è appropriato per una chiesa di costruttori.
1540: la concessione
La congregazione dei falegnami ottiene di riunirsi e celebrare nell’edificio di culto sopra il carcere. È l’atto di nascita del rapporto fra la corporazione e questo luogo, e precede di oltre mezzo secolo l’avvio della chiesa attuale. Alcune fonti datano al 1546 la fondazione di una chiesa dedicata a san Giuseppe sul sito, altre partono direttamente dal cantiere del 1597: la differenza riguarda probabilmente il passaggio da un adattamento dell’edificio esistente a una costruzione nuova.
1597: si apre il cantiere
Iniziano i lavori della chiesa attuale sotto la direzione di Giacomo Della Porta, che li segue fino alla morte nel 1602. Da quell’anno subentra Giovan Battista Montano, autore della facciata a doppio ordine.
1605, 1610, 1611 e 1612: la decorazione
Si addensano in pochi anni gli interventi che ancora oggi qualificano l’interno: lo Sposalizio della Vergine di Horace Le Blanc nel 1605, l’Eterno di Antonio Viviani nel 1610, il soffitto ligneo intagliato e dorato di Montano intorno al 1611, con il rilievo della Natività datato 1612.
1643, 1651, 1663: il completamento
Gli stalli in noce dell’oratorio sono del 1643. La Natività di Carlo Maratta è del 1651. La consacrazione della chiesa avviene l’11 novembre 1663, con Antonio Del Grande alla conduzione finale del cantiere, avviata nel 1657.
Anni Trenta del Novecento: la sistemazione dei Fori
Con l’apertura di via dell’Impero e il riassetto di tutta l’area fra piazza Venezia e il Colosseo, la facciata viene rialzata e l’accesso al carcere sottostante riorganizzato in modo autonomo rispetto alla chiesa. È l’intervento che separa definitivamente i due percorsi e che spiega la situazione di oggi.
18 febbraio 2012: la diaconia
La chiesa viene elevata a sede di diaconia cardinalizia, con Francesco Coccopalmerio primo titolare.
30 agosto 2018 e gli anni successivi
Alle 14.59 circa del 30 agosto 2018 cede la copertura e crolla gran parte del soffitto ligneo. Segue la chiusura, il sequestro dell’area, l’apertura straordinaria di un giorno il 19 marzo 2019 a edificio messo in sicurezza, la conclusione del restauro annunciata nel marzo 2020 con riapertura rinviata per l’emergenza sanitaria, e l’annuncio della fine dei lavori di ricostruzione nel gennaio 2021.
Chi è passato da San Giuseppe dei Falegnami
Da San Giuseppe dei Falegnami sono passati, come progettisti o come autori delle opere conservate, alcuni dei nomi che hanno fatto l’architettura e la pittura romana fra Cinquecento e Ottocento: Giacomo Della Porta, Giovan Battista Montano, Giovanni Battista Soria, Antonio Del Grande, Carlo Maratta, Horace Le Blanc, Antonio Viviani, Giuseppe e Pier Leone Ghezzi, Marco Tullio Montagna, Cesare Maccari. Non è un elenco di visitatori illustri: è l’elenco di chi ci ha lavorato, che per una chiesa di costruttori è la cosa giusta.
Gli architetti
Giacomo Della Porta arriva qui alla fine di una carriera enorme, dopo la cupola di San Pietro portata a termine con Domenico Fontana e dopo un numero notevole di fontane romane. Giovan Battista Montano è l’intagliatore che diventa architetto e i cui disegni di antichità circoleranno per un secolo. Giovanni Battista Soria è il continuatore che firma l’ampliamento dell’oratorio e la sagrestia. Antonio Del Grande chiude il cantiere ed è l’architetto che a Roma lavorerà anche alla galleria di palazzo Colonna.
I pittori
Carlo Maratta lascia qui una Natività del 1651, opera giovanile di chi sarebbe diventato il pittore di riferimento della Roma tardobarocca. Horace Le Blanc porta a Roma la sua formazione fra Lione e l’Italia. Giuseppe Ghezzi, segretario dell’Accademia di San Luca, e suo figlio Pier Leone, caricaturista prima che il termine esistesse, compaiono entrambi nel complesso. Cesare Maccari arriva nel 1883 con il mestiere della grande decorazione ottocentesca, lo stesso che avrebbe applicato all’aula del Senato a palazzo Madama, a un quarto d’ora di cammino da qui passando davanti a Palazzo Venezia.
I confratelli
Il gruppo che conta di più non ha nomi noti. Sono i falegnami romani che per quattro secoli hanno pagato le quote, eletto i priori, fornito il legno e, con ogni probabilità, intagliato materialmente parte di quello che si vede. Le confraternite di mestiere romane erano organismi larghi, con centinaia di iscritti, e la chiesa è il documento più grande che ci abbiano lasciato.
Chi è passato dopo il 2018
Nel cantiere di restauro ha avuto un ruolo pubblico Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, che ha seguito e raccontato il recupero dei frammenti e il dato del novanta per cento delle porzioni figurate recuperate. Il restauro ha coinvolto restauratori del legno, strutturisti e falegnami, che è una continuità professionale non cercata ma perfettamente coerente con il luogo.

Mangiare nella zona dei Fori senza farsi male
La fascia fra piazza Venezia, via dei Fori Imperiali e il Colosseo è una delle aree più esposte di Roma dal punto di vista della ristorazione, e su questa pagina non facciamo nomi di locali: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non è il nostro mestiere. Diamo invece i criteri, che restano validi anche fra dieci anni.
I segnali di trappola, quelli concreti
Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede: è un richiamo pubblicitario, non un indizio di cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, che serve a vendere a chi non legge l’italiano. Il terzo è l’acchiappino sulla soglia che invita a sedersi: un locale con clientela non ha bisogno di fermare i passanti. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte, senza pausa fra i servizi, che segnala una cucina di riscaldo. Il quinto riguarda i locali piazzati davanti ai monumenti famosi, dove capita che il prezzo si adatti al turista che si ha davanti: voci non prezzate sul menu, listino diverso al tavolo esterno e al banco interno, coperto e servizio che compaiono solo sul conto.
Le catene del centro
Nell’area centrale si è moltiplicato negli ultimi anni un tipo di locale con la stessa insegna ripetuta in più punti della città, menu identico e coda col numerino. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione utile è una sola, e la facciamo da romani che in centro ci lavorano: i romani non ci vanno. Funzionano su un pubblico di passaggio che non tornerà, e questo determina tutto il resto, dalla materia prima al servizio.
Il criterio più semplice
Prima di sedersi, guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano e che sembrano lavorare in zona, il posto regge. Se ci sono soltanto turisti con lo zaino, si prosegue. Per chi vuole un riferimento già filtrato, Daniele Dezi tiene una lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata e non sponsorizzata, dove i posti sono segnati uno per uno.
Dove spostarsi
Il consiglio operativo è allontanarsi di dieci minuti a piedi. Salendo verso il rione Monti, oltre via Cavour, i prezzi scendono e la clientela cambia. Scendendo verso il Foro Boario e Santa Maria in Cosmedin il traffico turistico si dirada. Sono due direzioni opposte e funzionano entrambe, per la stessa ragione: bastano poche centinaia di metri per uscire dal raggio in cui un locale può vivere di soli passanti.
Domande frequenti su San Giuseppe dei Falegnami
San Giuseppe dei Falegnami è aperta al pubblico?
San Giuseppe dei Falegnami non ha un orario di apertura al pubblico stabile e va verificata caso per caso. L’arciconfraternita proprietaria ha dichiarato conclusa nel gennaio 2021 la ricostruzione della copertura crollata nel 2018, mentre il portale turistico di Roma Capitale ha continuato a riportare la chiesa come chiusa per restauro. Prima di andare conviene telefonare al 06.69886245 o controllare il sito sangiuseppedeifalegnami.org.
Che differenza c’è fra San Giuseppe dei Falegnami e il Carcere Mamertino?
San Giuseppe dei Falegnami è la chiesa cinquecentesca costruita sopra il Carcere Mamertino, che è invece il complesso carcerario romano sotterraneo con il Tullianum. Sono tre livelli sovrapposti: la cella antica in basso, l’ambiente di culto di San Pietro in Carcere al centro, la chiesa della confraternita dei falegnami in cima, a livello di strada. Si visitano con biglietti e gestioni distinti.
Quanto costa entrare a San Giuseppe dei Falegnami?
Per la chiesa superiore di San Giuseppe dei Falegnami non esiste una biglietteria: è un luogo di culto di proprietà dell’arciconfraternita dei falegnami e apre secondo le proprie celebrazioni. Il biglietto a pagamento riguarda il percorso archeologico sottostante del Carcer Tullianum, che ha un gestore e un calendario propri. Le due cose sono separate e le tariffe dei sotterranei vanno controllate sul sito del gestore.
Come si arriva a San Giuseppe dei Falegnami con i mezzi?
San Giuseppe dei Falegnami si trova in clivo Argentario 1, a circa settecento metri dalla fermata Colosseo della metropolitana linea B, dieci o dodici minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali. In alternativa si arriva a piazza Venezia con gli autobus e si risale in cinque minuti. Le linee di superficie cambiano spesso per i cantieri: conviene controllare il percorso il giorno stesso.
Che cos’è il soffitto di San Giuseppe dei Falegnami?
Il soffitto di San Giuseppe dei Falegnami è un cassettonato ligneo intagliato e dorato realizzato intorno al 1611 su progetto di Giovan Battista Montano, con al centro un rilievo della Natività datato 1612 e figure dei santi Pietro e Paolo. Il 30 agosto 2018 ne crollò circa due terzi per il cedimento di due capriate: il restauro ha recuperato circa il novanta per cento delle porzioni figurate.
Quanto tempo serve per visitare San Giuseppe dei Falegnami?
Per la sola chiesa di San Giuseppe dei Falegnami bastano venti minuti, che salgono a quaranta se si riesce a vedere anche l’oratorio con gli stalli in noce del 1643. Il percorso archeologico sottostante richiede in genere fra i quaranta minuti e l’ora. Chi vuole vedere entrambi i livelli metta in conto un’ora e mezza e li inserisca nella stessa uscita del Foro Romano.
San Giuseppe dei Falegnami è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
L’accesso a San Giuseppe dei Falegnami è difficoltoso per chi ha problemi di mobilità, perché il clivo Argentario è in salita e in parte a gradoni. La chiesa superiore, raggiunta la quota di strada, resta la parte più praticabile del complesso, mentre gli ambienti antichi sottostanti si raggiungono con scale ripide. Chi ha esigenze specifiche faccia presente la cosa al telefono prima di mettersi in viaggio.
Si possono fare fotografie a San Giuseppe dei Falegnami?
Le fotografie a San Giuseppe dei Falegnami vanno concordate con chi apre la chiesa, perché è un luogo di culto privato senza un regolamento pubblicato. In genere gli scatti senza flash e senza treppiede non creano problemi, ma la regola la fa l’arciconfraternita. La fotografia migliore si fa comunque dall’esterno, dal fondo del clivo Argentario, con la scalinata in primo piano e la rupe capitolina alle spalle.
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