Proponi un eventoAccediIl mio viaggio

Obelisco Esquilino

L’Obelisco Esquilino è il monolito di granito rosso piantato al centro di piazza dell’Esquilino, alle spalle della Basilica di Santa Maria Maggiore, cioè sul lato dell’abside e non su quello della facciata principale. Misura 14,75 metri di fusto e supera i venticinque metri contando basamento e croce di bronzo. La cosa che quasi nessuno sa, e che cambia completamente il modo di guardarlo, è che non viene dall’Egitto dei faraoni: è un obelisco fabbricato a Roma in età imperiale a imitazione di quelli egizi, privo di geroglifici, e fino al Cinquecento stava altrove. Stava all’ingresso del Mausoleo di Augusto, in Campo Marzio, insieme a un fratello identico. Quel fratello oggi si trova in piazza del Quirinale, a un paio di chilometri di distanza, incastrato fra i due colossi dei Dioscuri davanti al Palazzo del Quirinale. Due pietre nate uguali, tagliate nella stessa cava, alzate nello stesso punto e poi separate per sempre da due pontefici diversi a duecento anni di distanza l’uno dall’altro. Le righe che seguono raccontano da dove viene questa pietra, come è finita sepolta nel fango del Campo Marzio, perché Sisto V l’ha voluta proprio dietro un’abside e non davanti a una facciata, e come si guarda oggi senza farsi ingannare dal traffico che le gira intorno.

Dove si trova l’Obelisco Esquilino e come raggiungerlo

L’Obelisco Esquilino si trova in piazza dell’Esquilino, nel rione Monti, a ridosso del fianco settentrionale della basilica di Santa Maria Maggiore e a poche centinaia di metri dalla stazione Termini. La piazza è uno spazio pubblico aperto ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto, senza cancelli e senza orari: l’obelisco si guarda e si fotografa quando si vuole, cosa che non si può dire di quasi nessun altro monumento romano di questa importanza.

A piedi dalla stazione Termini

Dalla stazione Termini si arriva in cinque o sei minuti di cammino: uscendo dal fronte principale della stazione si imbocca via Cavour e la si percorre in salita per poco più di trecento metri, fino a vedere sulla sinistra la mole dell’abside di Santa Maria Maggiore e, davanti a essa, il fusto scuro dell’obelisco. È uno dei rari casi romani in cui un monumento antico si trova letteralmente sulla strada di chi arriva in treno, e proprio per questo moltissimi viaggiatori gli passano accanto trascinando un trolley senza alzare gli occhi.

Con la metropolitana e gli autobus

Le fermate della metropolitana più comode sono Termini, dove si incrociano la linea A e la linea B, e Cavour sulla linea B, entrambe a una distanza percorribile a piedi in meno di dieci minuti. Anche la fermata Vittorio Emanuele della linea A serve bene la zona, arrivando da piazza Vittorio lungo via Carlo Alberto. Piazza dell’Esquilino è inoltre attraversata da via Depretis e da via Cavour, due assi percorsi da diverse linee di superficie che collegano il centro storico alla stazione: le linee cambiano con una certa frequenza per via dei cantieri, e conviene verificare il percorso aggiornato sull’applicazione dell’azienda dei trasporti prima di partire, invece di affidarsi a un numero di autobus letto da qualche parte anni fa.

Le due piazze che tutti confondono

Questo è il punto che genera più equivoci in assoluto, e vale la pena chiarirlo subito. Santa Maria Maggiore ha due piazze, una per ciascuna estremità. Davanti alla facciata principale, verso sud est, si apre piazza di Santa Maria Maggiore, al cui centro svetta una colonna corinzia, la cosiddetta Colonna della Pace, trasportata qui all’inizio del Seicento da papa Paolo V e proveniente dalla Basilica di Massenzio nel Foro Romano. Dietro l’abside, verso nord ovest, si apre invece piazza dell’Esquilino, e qui si trova l’obelisco. Chi cerca l’obelisco e finisce sotto la colonna, o viceversa, non ha sbagliato basilica: ha sbagliato lato. I due monumenti sono separati da tutta la lunghezza dell’edificio, qualche centinaio di passi, e si può passare dall’uno all’altro costeggiando la basilica su uno dei due fianchi.

L'obelisco Esquilino dietro l'abside di Santa Maria Maggiore
L'obelisco Esquilino in piazza dell'Esquilino, alle spalle dell'abside di Santa Maria Maggiore. Foto di Giorgio Galeotti, licenza CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.

Che cos’è l’Obelisco Esquilino: una pietra romana, non egizia

L’Obelisco Esquilino è un obelisco in granito rosso di Assuan alto 14,75 metri, privo di qualunque iscrizione geroglifica, realizzato con ogni probabilità in età imperiale romana a imitazione dei modelli egizi. Non fu quindi innalzato da un faraone per un tempio del Sole sul Nilo, come accadde invece per l’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo o per il gigantesco Obelisco Lateranense: fu tagliato, trasportato e rifinito per un committente romano, con una funzione precisa, quella di ornare l’ingresso di un sepolcro imperiale.

Perché si capisce che è romano e non egizio

Gli indizi che portano gli studiosi a questa conclusione sono due, entrambi verificabili a occhio nudo da chi si ferma a guardare bene. Il primo è l’assenza totale di geroglifici: l’obelisco è anepigrafe, cioè liscio su tutte e quattro le facce, mentre un obelisco egizio autentico porta quasi sempre i cartigli del faraone che lo aveva commissionato, incisi a rilievo cavo lungo le colonne verticali del fusto. Il secondo indizio è la sommità: il fusto non termina con un pyramidion aguzzo, la piccola piramide che corona gli obelischi faraonici, ma con un vertice sostanzialmente piatto, adattato poi in età moderna per reggere la croce bronzea. Chi ha studiato il monumento legge in questa terminazione piatta un segno della manifattura romana, perché nella tradizione egizia il pyramidion aveva un valore religioso preciso, legato al culto solare, che a Roma non venne riprodotto con la stessa fedeltà.

Il granito di Assuan e il viaggio della pietra

Il materiale, però, resta egiziano. Il granito rosso di Assuan, con i suoi cristalli rosati e i suoi venature scure, proviene dalle cave dell’alto Egitto, le stesse che avevano fornito la pietra per gli obelischi faraonici nel corso di due millenni e che in età romana continuarono a lavorare sotto il controllo diretto dell’amministrazione imperiale. Significa che la pietra fece comunque il viaggio lungo il Nilo fino ad Alessandria e poi la traversata del Mediterraneo su una nave attrezzata per i carichi eccezionali, esattamente come gli obelischi più antichi: cambiava il committente, non la logistica. Le stime correnti attribuiscono al monolito un peso nell’ordine delle centinaia di tonnellate, un dato che va preso come stima e non come misura di bilancia, perché nessuno ha mai pesato un obelisco romano su una stadera.

Uno dei tredici obelischi antichi di Roma

Roma conserva il più alto numero di obelischi antichi al mondo, un patrimonio che nessuna città egiziana può oggi eguagliare, e l’Obelisco Esquilino appartiene a questo gruppo ristretto insieme all’Obelisco Vaticano di piazza San Pietro, all’Obelisco Agonale che corona la Fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona, all’Obelisco di Montecitorio e al piccolo Obelisco della Minerva sorretto dall’elefantino del Bernini. Le fonti oscillano fra tredici e quindici a seconda che si contino o meno i frammenti e gli esemplari conservati in ville private e in giardini, e questa oscillazione è il motivo per cui si leggono numeri diversi da una guida all’altra: non è un errore di nessuno, è una questione di criterio di conteggio, che va detta chiaramente invece di scegliere una cifra e spacciarla per definitiva.

I due gemelli del Mausoleo di Augusto: la storia di una coppia separata

L’Obelisco Esquilino e l’obelisco che oggi si trova in piazza del Quirinale sono due pietre gemelle: furono fabbricate uguali, in età imperiale romana, per fiancheggiare simmetricamente l’ingresso del Mausoleo di Augusto in Campo Marzio. Le misure lo confermano con una precisione quasi imbarazzante: 14,75 metri il fusto dell’Esquilino, 14,63 metri quello del Quirinale, uno scarto di dodici centimetri su quasi quindici metri, cioè meno dell’uno per cento, compatibile con la lavorazione a mano di due monoliti concepiti come una coppia.

Che cosa facevano davanti al sepolcro di Augusto

Il Mausoleo di Augusto era il sepolcro dinastico della prima famiglia imperiale, un enorme tamburo circolare costruito nel Campo Marzio settentrionale, in un’area che comprendeva anche l’Ara Pacis e il grande orologio solare di Augusto. I due obelischi non stavano lì per caso né per ornamento generico: segnavano l’ingresso, incorniciavano l’asse di accesso e dichiaravano, con un linguaggio visivo che ogni romano capiva al volo, l’annessione dell’Egitto e la vittoria di Augusto su Antonio e Cleopatra. Un obelisco, a Roma, era prima di tutto un trofeo: la forma egizia per eccellenza, importata e messa in mostra nel cuore della capitale. Che questi due fossero fabbricati a Roma e non requisiti da un tempio egiziano non cambia il messaggio, semmai lo rende ancora più esplicito, perché significa che il linguaggio egizio era ormai entrato a far parte del repertorio monumentale romano al punto da essere riprodotto in proprio.

La datazione e chi li fece fare

Sul momento esatto in cui i due obelischi furono realizzati e collocati, gli studiosi non sono del tutto concordi, e conviene dirlo. L’ipotesi oggi più citata li attribuisce all’età di Domiziano, cioè alla fine del I secolo dopo Cristo, quindi a un intervento di riqualificazione dell’area del Mausoleo avvenuto decenni dopo la morte di Augusto, nel quadro di quella moda egittizzante che sotto i Flavi produsse a Roma anche altri monoliti di fabbricazione locale. Altre letture li collocano più genericamente nel I secolo dopo Cristo, e qualche fonte divulgativa azzarda perfino una datazione egiziana antica, che però si scontra con l’assenza di geroglifici e con la terminazione piatta del fusto. Chi scrive che i due obelischi furono innalzati da Augusto stesso in persona sta semplificando: la collocazione davanti al suo sepolcro è certa, la paternità augustea della commissione no.

Il crollo, il fango e cinque secoli di oblio

Con la fine dell’impero il Campo Marzio settentrionale si spopolò, il Mausoleo perse la propria funzione e l’area si abbassò progressivamente sotto i depositi delle piene del Tevere. I due obelischi caddero, si spezzarono in più tronconi e rimasero per secoli distesi a terra accanto al sepolcro, parzialmente sepolti dai detriti, ridotti a ostacoli ingombranti in un’area che nel frattempo era diventata periferia interna della città medievale. Non furono né rubati né distrutti, semplicemente dimenticati: è il destino più comune delle grandi pietre romane, troppo pesanti da portare via e troppo poco utili per essere tagliate come materiale da costruzione.

Il ritrovamento: date che non coincidono

Qui le fonti divergono in modo abbastanza vistoso, e riportarle entrambe è più onesto che sceglierne una. Una tradizione consolidata indica il 1527 come anno in cui i due obelischi tornarono alla luce presso il Mausoleo. Un’altra ricostruzione anticipa il ritrovamento del primo dei due al 1519, o comunque al pontificato di Leone X, fra il 1513 e il 1521, quando il papa mediceo ne fece dissotterrare uno e lo fece trasferire lungo via di Ripetta, nei pressi della chiesa di San Rocco, dove restò a lungo abbandonato. Diverge anche il numero dei tronconi in cui l’obelisco fu ritrovato: tre secondo alcune fonti, quattro secondo altre. Il quadro complessivo è comunque chiaro, ed è quello che conta: fra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento le due pietre riemersero dal terreno del Campo Marzio, spezzate, e rimasero per altri decenni a giacere in città senza che nessuno sapesse che farne. La data precisa e il numero esatto dei pezzi restano invece questioni su cui le fonti non concordano.

La separazione: 1587 e 1786, duecento anni di distanza

Il destino dei due gemelli si divide nel 1587. In quell’anno papa Sisto V, dentro un programma di trasformazione urbana di cui si dirà più avanti, fece restaurare e innalzare uno dei due obelischi in piazza dell’Esquilino, dietro l’abside di Santa Maria Maggiore. L’altro restò dov’era, a terra, per quasi due secoli. Fu soltanto nel 1786, sotto papa Pio VI, che l’architetto Giovanni Antinori lo rialzò in piazza del Quirinale, dove venne accostato ai due gruppi colossali dei Dioscuri, le statue di Castore e Polluce con i cavalli provenienti dalle vicine Terme di Costantino. Fra la ricollocazione del primo e quella del secondo passano centonovantanove anni: quasi due secoli in cui una delle due pietre stava già in piedi a fare da fondale a una basilica e l’altra giaceva ancora orizzontale, in attesa di un papa che si ricordasse di lei.

Perché la separazione è la vera storia di questo obelisco

È qui che sta il senso profondo del monumento, e vale la pena insistere. I due obelischi erano stati concepiti come una coppia inseparabile: la loro funzione originaria non era stare da soli, ma stare in due, ai lati di un asse, a incorniciare simmetricamente una soglia. Un obelisco isolato davanti a un sepolcro non ha senso compositivo; due obelischi gemelli sì, perché creano una porta visiva. Roma rinascimentale e barocca li trattò però come pezzi singoli, ciascuno buono a risolvere un problema urbanistico diverso. La coppia fu smontata e i due elementi vennero riutilizzati come tessere autonome di un mosaico urbano completamente nuovo. Oggi le due pietre si trovano a circa due chilometri l’una dall’altra, su due colli diversi, davanti a due edifici che non hanno niente in comune, e nessuno dei milioni di persone che le vedono ogni anno immagina che siano nate insieme.

Come vederli tutti e due nello stesso pomeriggio

Ricomporre mentalmente la coppia è uno degli esercizi più belli che si possano fare a Roma, e richiede meno di un’ora. Da piazza dell’Esquilino si scende lungo via Depretis, si attraversa largo Santa Susanna, si prosegue per via delle Quattro Fontane fino all’incrocio con via del Quirinale e si arriva in piazza del Quirinale: una passeggiata di circa venti o venticinque minuti, quasi interamente in discesa nella seconda metà, che ripercorre peraltro proprio uno degli assi rettilinei aperti nel Cinquecento. Arrivati davanti alla fontana dei Dioscuri, conviene guardare il fusto del secondo obelisco e confrontarlo a memoria con quello appena lasciato: stesso granito, stessa assenza di geroglifici, stessa sommità piatta, quasi identica altezza. È lo stesso monumento, diviso in due.

Sisto V, Domenico Fontana e il programma dei quattro obelischi

L’Obelisco Esquilino fu innalzato nel 1587 per volontà di papa Sisto V ed è il secondo dei quattro grandi obelischi che quel pontefice fece rimettere in piedi a Roma in quattro anni, dal 1586 al 1589, affidandoli tutti allo stesso architetto, Domenico Fontana. È un dato che vale la pena tenere fermo, perché isola questo monumento da qualunque lettura romantica del caso fortuito: non fu rialzato perché qualcuno lo trovò e decise che era un peccato lasciarlo a terra, ma perché occupava una casella precisa di un progetto urbano disegnato a tavolino.

Un pontificato di cinque anni e una città rivoltata

Felice Peretti, francescano di origini marchigiane, fu eletto papa con il nome di Sisto V nel 1585 e morì nel 1590. Cinque anni scarsi, uno dei pontificati più brevi e più incisivi della storia urbana di Roma. In quel lasso di tempo fece aprire nuove strade rettilinee attraverso le zone semiabbandonate dei colli orientali, portò in città un acquedotto nuovo, l’Acqua Felice, che prendeva il nome dal suo nome di battesimo e alimentava le fontane dei quartieri alti, ristrutturò il complesso lateranense, avviò cantieri in mezza città e, appunto, rialzò quattro obelischi. La logica era una sola: dare a Roma una struttura leggibile, fatta di percorsi rettilinei che collegassero fra loro i grandi santuari della cristianità, e piantare a ciascun nodo un segnale verticale visibile da lontano.

I quattro obelischi, uno per anno

La sequenza è quasi meccanica. Nel 1586 tocca all’Obelisco Vaticano, spostato dal fianco della basilica di San Pietro al centro della piazza, l’operazione più spettacolare e più raccontata di tutte. Nel 1587 tocca all’Obelisco Esquilino, davanti all’abside di Santa Maria Maggiore. Nel 1588 tocca all’Obelisco Lateranense, il più alto di Roma con i suoi oltre trentadue metri di fusto, ritrovato spezzato nel Circo Massimo e rialzato in piazza San Giovanni, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Nel 1589 tocca all’Obelisco Flaminio, portato dal Circo Massimo a Piazza del Popolo, cioè alla porta da cui entravano in città i pellegrini provenienti dal nord. Quattro anni, quattro obelischi, quattro punti nodali del pellegrinaggio romano.

Che cosa significava per un papa rialzare un obelisco

Il gesto aveva una dimensione simbolica dichiarata apertamente. Un obelisco, agli occhi del Cinquecento, era una pietra pagana, legata al culto solare egiziano e alla Roma degli imperatori persecutori. Rimetterla in piedi coronandola con una croce di bronzo significava affermare visivamente che il cristianesimo aveva vinto e aveva assorbito dentro di sé il mondo antico, piegandolo a un uso nuovo. Non si trattava di distruggere il passato pagano ma di battezzarlo, letteralmente: le fonti riferiscono che gli obelischi sistini furono benedetti ed esorcizzati prima o dopo l’innalzamento, con riti pubblici che accompagnavano l’operazione. Da qui la croce sulla sommità e le iscrizioni latine sul basamento, che parlano di Cristo e non dei faraoni.

Domenico Fontana, l’uomo che sapeva alzare le pietre

Domenico Fontana, ticinese, vissuto fra il 1543 e il 1607, era l’architetto di fiducia del cardinale Peretti già prima che questi diventasse papa, e con la sua elezione si trovò in mano l’intero cantiere di Roma. Il suo capolavoro tecnico fu il trasporto e l’innalzamento dell’Obelisco Vaticano, un’impresa che richiese un castello di travi, decine di argani, centinaia di uomini e decine di cavalli, e che egli stesso raccontò anni dopo in un libro illustrato dedicato all’operazione, uno dei primi trattati moderni di ingegneria di cantiere. Sull’Esquilino applicò lo stesso metodo a una pietra molto più piccola e quindi molto più gestibile: quattordici metri e mezzo contro venticinque, con un peso di conseguenza assai inferiore. Per questo l’operazione del 1587 non entrò nella leggenda come quella dell’anno prima, pur essendo tecnicamente la stessa cosa.

Una curiosità sull'Obelisco Esquilino

La curiosità più sottile di questo monumento è che sorge dietro la basilica e non davanti, e che questo non è affatto un ripiego ma una scelta urbanistica deliberata. Chiunque veda per la prima volta piazza dell’Esquilino si fa la stessa domanda: perché mai un papa avrebbe sprecato un obelisco antico mettendolo sul retro di una delle quattro basiliche maggiori, quando poteva piantarlo davanti alla facciata, dove lo avrebbero visto tutti?

La risposta è nella strada, non nella basilica

La risposta è che nel 1587 quella non era affatto la parte di dietro, era la parte da cui si arrivava. Sisto V stava aprendo attraverso i colli orientali un asse rettilineo nuovo, la via Felice, che scendeva dalla zona di Trinità dei Monti verso Santa Maria Maggiore attraversando quartieri fino ad allora fatti di vigne, orti e ruderi. Quel tracciato, che oggi corrisponde per tratti a via Sistina, via delle Quattro Fontane e via Depretis, arrivava alla basilica proprio da nord ovest, cioè dal lato dell’abside. Piantare l’obelisco lì significava dare alla strada nuova un punto di fuga, un traguardo visivo che si vedeva da centinaia di metri e che diceva al viandante: la basilica è là in fondo. La facciata principale, dall’altra parte, guardava verso il Laterano e aveva già la sua piazza e il suo pubblico.

Un fondale, non un monumento isolato

C’è un secondo livello, ancora più raffinato, e riguarda il rapporto fra l’obelisco e l’abside. L’abside di Santa Maria Maggiore, nella forma monumentale che vediamo oggi, è opera seicentesca, realizzata sotto papa Clemente X su progetto di Carlo Rainaldi, dopo un lungo confronto progettuale che coinvolse anche Gian Lorenzo Bernini. Significa che quando Fontana piantò l’obelisco, nel 1587, il fondale absidale barocco non esisteva ancora nella forma attuale: fu costruito quasi un secolo dopo, e fu costruito tenendo conto dell’obelisco che ormai stava lì. Il risultato che vediamo oggi, l’ago di granito davanti all’emiciclo di travertino, non è quindi un’idea unitaria nata in una sola testa, ma il prodotto di due cantieri distanti novant’anni che hanno dialogato. La piazza barocca si è costruita intorno alla pietra egizia, non viceversa.

La verticale che chiude una prospettiva lunga

Chi vuole capire fisicamente questa logica deve fare una cosa semplice: mettersi in via Depretis, a duecento o trecento metri dalla piazza, guardando verso la basilica. L’obelisco chiude la prospettiva della strada, si staglia contro la massa dell’abside e funziona da segnale verticale esattamente come era stato pensato. È un effetto che non si coglie standoci sotto: sotto un obelisco si vede solo un obelisco. Si coglie da lontano, in asse, e a quel punto diventa evidente che il monumento non è stato messo lì per essere ammirato da vicino ma per essere visto da lontano, come un faro urbano.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco Esquilino

Quello che non dice quasi nessuno è che le iscrizioni latine sul basamento raccontano una storia falsa, e la raccontano con la massima solennità. Sulle facce del piedistallo, papa Sisto V fece incidere testi che collegavano esplicitamente l’obelisco alla figura di Augusto e alla nascita di Cristo, sfruttando la coincidenza cronologica fra il principato augusteo e l’anno zero della cronologia cristiana per costruire un cortocircuito teologico: la pietra che ornava il sepolcro dell’imperatore sotto il quale nacque il Salvatore veniva ora posta a servizio della basilica dedicata alla madre di quel Salvatore.

Una leggenda medievale scolpita nel marmo

Il problema è che quel collegamento poggia in buona parte su tradizioni leggendarie di origine medievale, non su documentazione storica. La più nota di queste tradizioni è quella secondo cui Augusto avrebbe avuto una visione premonitrice della nascita di Cristo, racconto diffuso nella letteratura devozionale medievale e privo di qualunque riscontro nelle fonti antiche. Va detto con chiarezza: è materiale di tradizione popolare e di costruzione ideologica controriformistica, non un fatto storico. Chi legge le iscrizioni sul basamento non sta leggendo un documento archeologico, sta leggendo un manifesto politico e religioso della Roma di fine Cinquecento, redatto con gli strumenti retorici del suo tempo.

Perché conta saperlo

Non è una pedanteria da specialisti. Le basi degli obelischi sistini sono uno dei luoghi dove si vede meglio come la Roma dei papi riscriveva il proprio passato: prendeva una pietra, le toglieva il significato originario, le aggiungeva una croce e le scriveva sotto una didascalia nuova. Il visitatore che legge quelle righe e le prende per cronaca sta cadendo esattamente nella trappola retorica per cui erano state scritte. Il visitatore che le legge sapendo che cosa sono, invece, si porta a casa qualcosa di molto più interessante: la prova materiale di un’operazione culturale riuscita, durata più di quattro secoli.

La croce, la stella e i monti

Sulla sommità del fusto, al posto del pyramidion, si trova una croce di bronzo. Sotto la croce, chi guarda con attenzione o con un teleobiettivo riconosce gli elementi araldici di Sisto V, che nel suo stemma portava una stella a otto punte e la figura di tre monti. Sono elementi che tornano ovunque nella Roma sistina, sulle fontane, sui portali, sugli edifici pubblici, e che funzionavano come una firma: chi li vedeva sapeva chi aveva pagato. Anche questo fa parte del meccanismo, e anche questo passa quasi sempre inosservato perché si trova a venti metri da terra e nessuno alza lo sguardo abbastanza a lungo.

L’obelisco che quasi nessuno guarda

C’è infine un dato di fatto contemporaneo che vale la pena registrare. Piazza dell’Esquilino è oggi attraversata dal traffico e l’obelisco sorge su un’isola spartitraffico rialzata, circondata dalle carreggiate. Non è una condizione che invita alla sosta contemplativa: la maggior parte delle persone che passano di qui lo fa in automobile, in autobus o trascinando una valigia verso Termini, e l’obelisco finisce per essere percepito come un elemento di arredo stradale più che come un monumento antico. È forse l’obelisco romano meno fotografato in rapporto alla propria importanza storica, e questo è insieme il suo limite e, per chi ci si ferma davvero, il suo vantaggio.

Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco Esquilino

Il consiglio principale è di non trattare l’Obelisco Esquilino come una meta autonoma, perché non lo è: è uno spazio pubblico gratuito e sempre accessibile che si visita in dieci minuti e che acquista senso solo dentro un percorso. Trattato come tappa isolata delude quasi tutti; trattato come nodo di un itinerario sull’Esquilino diventa uno dei punti più interessanti del quadrante.

Il percorso che gli dà senso

L’itinerario che funziona meglio parte dalla stazione Termini, sale per via Cavour e raggiunge piazza dell’Esquilino con l’obelisco. Da lì si costeggia la basilica fino a piazza di Santa Maria Maggiore, dove sta la Colonna della Pace, così da vedere entrambi i poli della basilica e capire perché si confondono. Si entra in basilica, si scende poi verso la Basilica di Santa Prassede, che si apre a pochi passi e conserva mosaici del IX secolo di livello altissimo, e si prosegue verso San Pietro in Vincoli con il Mosè di Michelangelo. Chi ha ancora tempo può chiudere il giro sulla Basilica di Santa Pudenziana, in via Urbana, con il suo mosaico absidale tardoantico. In tre ore scarse si attraversano milleseicento anni di storia in un raggio di seicento metri, e l’obelisco è il punto da cui tutto si vede meglio.

Il momento giusto della giornata

La luce migliore per guardare e fotografare l’obelisco è il primo mattino o la fine del pomeriggio. A mezzogiorno il sole a picco appiattisce il granito e l’abside dietro va in ombra piena, con un contrasto che nessuna fotocamera gestisce bene. La mattina presto, oltre alla luce radente, si guadagna una cosa più preziosa: il traffico è ancora leggero, la piazza è quasi vuota e si riesce ad attraversare fino all’isola centrale senza correre. Nelle ore di punta, invece, piazza dell’Esquilino è uno dei nodi più congestionati del quadrante, e lo spartitraffico si raggiunge solo con pazienza e attenzione.

Come attraversare senza rischi

L’avvertenza pratica più utile riguarda proprio questo. L’obelisco sorge in mezzo alla carreggiata e per arrivarci bisogna attraversare: conviene usare gli attraversamenti pedonali segnalati e non tagliare in diagonale, soprattutto con bambini o con bagagli al seguito. Chi si accontenta di guardarlo da fuori, peraltro, non perde granché: la vista migliore, quella in asse con l’abside, si ottiene proprio dal marciapiede lungo via Depretis e non da sotto il monumento.

Da sapere prima di entrare in basilica

Santa Maria Maggiore è una basilica papale in attività, non un museo, e vale il codice di abbigliamento delle chiese romane: spalle e ginocchia coperte, niente cappelli. L’ingresso alla basilica è gratuito, mentre alcuni percorsi specifici possono prevedere un contributo o una prenotazione. Dall’aprile del 2025 la basilica ospita la tomba di papa Francesco, e questo ha cambiato in modo sensibile i flussi di visita: nelle ore centrali si possono trovare code e percorsi regolamentati. Chi vuole vedere anche la basilica, e non solo l’obelisco, fa bene a verificare in anticipo orari e condizioni di accesso sul sito ufficiale della basilica, perché si tratta del dato più soggetto a variazione fra tutti quelli riportati qui.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo e poco citato è che la posizione dell’Obelisco Esquilino non ha a che fare soltanto con la basilica alle sue spalle, ma con un sistema di assi rettilinei che da questa piazza si irradiano verso mezza Roma, e che fanno di Santa Maria Maggiore uno dei pochi veri centri geometrici della città moderna.

Una stella di strade intorno alla basilica

Il piano urbanistico sistino individuò nella basilica esquilina il perno di un sistema di strade convergenti, pensate per collegare i grandi luoghi di culto e per rendere percorribile in linea retta un quadrante di città fino ad allora fatto di vigne e di sentieri. Da questo nodo partivano direttrici verso il Laterano, verso la zona del Pincio e di Trinità dei Monti, verso il Colosseo e verso le Terme di Diocleziano. L’obelisco, in questo sistema, non è un ornamento ma uno strumento di orientamento: occupa il punto in cui più assi si incontrano e serve a farsi vedere da ciascuno di essi. È la stessa logica che a Roma regola la posizione degli altri obelischi sistini, e che spiega perché siano tutti piantati in piazze aperte e in fondo a strade lunghe, mai in cortili o in spazi chiusi.

Il ruolo dei pellegrini

Va ricordato che tutto questo aveva una destinataria concreta: la folla dei pellegrini. Santa Maria Maggiore è una delle quattro basiliche maggiori e faceva parte, già nel Cinquecento, del circuito delle sette chiese che i devoti percorrevano a piedi in occasione degli anni giubilari. Il problema pratico di chi arrivava a Roma per la prima volta era orientarsi in una città priva di numerazione civica, di segnaletica e di mappe accessibili. Un obelisco alto venticinque metri piantato in fondo a una strada rettilinea risolveva il problema meglio di qualunque indicazione scritta, per giunta a beneficio di una popolazione in larga parte analfabeta. Era, in senso letterale, segnaletica urbana monumentale.

La foto giusta da fare all'Obelisco Esquilino

La fotografia che rende giustizia all’Obelisco Esquilino non si scatta da sotto il monumento ma a un centinaio di metri di distanza, in asse con via Depretis, mettendo in inquadratura sia il fusto sia l’emiciclo dell’abside di Santa Maria Maggiore. È l’unica composizione che restituisce la ragione per cui la pietra è stata piantata proprio lì.

L’inquadratura principale: l’asse di via Depretis

Ci si posiziona sul marciapiede di via Depretis, guardando verso la basilica, e si arretra fino a quando l’obelisco entra per intero nel fotogramma insieme alla curva dell’abside. Con un obiettivo standard o un leggero teleobiettivo si ottiene una compressione prospettica che avvicina la pietra al fondale barocco e restituisce esattamente l’effetto che l’urbanistica sistina aveva in mente. È una fotografia che si fa meglio in verticale che in orizzontale, perché il soggetto è per definizione uno slancio verso l’alto.

La fotografia della coppia ricomposta

C’è infine un’idea che vale più di qualunque scatto singolo e che pochissimi realizzano: fotografare nello stesso giorno, con la stessa focale e dalla stessa distanza, l’Obelisco Esquilino e il suo gemello di piazza del Quirinale, e poi accostare le due immagini. Due pietre nate uguali, separate per quattro secoli, rimesse una accanto all’altra almeno in fotografia. È l’unico modo, oggi, per rivedere la coppia come la videro i romani del Campo Marzio.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questo obelisco si riassume in un numero ristretto di date che segnano il passaggio da un uso all’altro: il sepolcro imperiale, il fango medievale, il cantiere sistino, la piazza ottocentesca e il pellegrinaggio contemporaneo.

I secolo dopo Cristo: la pietra davanti al Mausoleo

Il primo evento è la messa in opera dei due obelischi gemelli ai lati dell’ingresso del Mausoleo di Augusto, secondo l’ipotesi oggi più accreditata in età domizianea, quindi verso la fine del I secolo dopo Cristo. Da quel momento, e per almeno tre o quattro secoli, le due pietre restano in piedi a incorniciare l’accesso al sepolcro della dinastia giulio claudia, viste ogni giorno da chiunque percorresse il Campo Marzio settentrionale.

Primo Cinquecento: il ritorno alla luce

Fra il secondo e il terzo decennio del Cinquecento le pietre riemergono. Le fonti, come detto, oscillano fra il 1519 e il 1527 e fra tre e quattro tronconi, e almeno uno dei due obelischi viene rimosso dal sito del Mausoleo e trasferito lungo via di Ripetta, nella zona della chiesa di San Rocco, per iniziativa di papa Leone X. Resta lì, orizzontale e inutilizzato, per decenni: il Cinquecento sapeva che cosa aveva fra le mani, ma non aveva ancora né la tecnica né il progetto urbano per farne qualcosa.

1585: l’elezione di Sisto V

L’elezione di Felice Peretti al soglio pontificio nel 1585 è la data che cambia tutto. Nel giro di pochi mesi il nuovo papa avvia contemporaneamente il piano delle strade rettilinee, il cantiere dell’acquedotto dell’Acqua Felice, la costruzione della propria cappella funeraria in Santa Maria Maggiore e il programma degli obelischi, affidando a Domenico Fontana una mole di lavoro che in condizioni normali avrebbe occupato una generazione di architetti.

1586: l’impresa dell’Obelisco Vaticano

L’innalzamento dell’Obelisco Vaticano al centro di piazza San Pietro, nel settembre del 1586, è l’evento che rende possibile tutto il resto. Dimostra che l’operazione è tecnicamente fattibile, consacra Fontana come il più capace ingegnere di cantiere del suo tempo e fornisce il modello procedurale che verrà replicato negli anni successivi. Senza il precedente vaticano, il cantiere esquilino dell’anno dopo non sarebbe stato nemmeno tentato.

1587: l’innalzamento in piazza dell’Esquilino

Nel 1587 l’obelisco viene restaurato, ricomposto e innalzato nella posizione attuale, dietro l’abside di Santa Maria Maggiore. Alcune fonti indicano una data precisa nell’estate di quell’anno, e in particolare il 28 luglio 1587, ma questo dettaglio non è riportato in modo uniforme da tutte le fonti consultabili e conviene trattarlo come indicazione probabile piuttosto che come dato definitivo. Certo è l’anno, certa è l’attribuzione a Domenico Fontana per incarico di Sisto V, certo è che si tratta del secondo dei quattro obelischi del programma sistino.

1673 e dintorni: l’abside barocca

Quasi un secolo dopo, sotto papa Clemente X, viene realizzata la grande abside barocca di Santa Maria Maggiore su progetto di Carlo Rainaldi, dopo un confronto progettuale che coinvolse anche Bernini. È l’intervento che completa la scenografia della piazza, costruendo intorno all’obelisco già esistente il fondale monumentale che ancora oggi gli fa da sfondo.

1786: il gemello ritrova la verticale

Nel 1786, sotto papa Pio VI, l’architetto Giovanni Antinori innalza in piazza del Quirinale il secondo obelisco del Mausoleo, accostandolo ai colossi dei Dioscuri. È la data che sancisce definitivamente la separazione della coppia: da quel momento le due pietre stanno entrambe in piedi, ma in due punti diversi della città, e nessuno le rimetterà mai più insieme.

2021: il Mausoleo torna visitabile

Un evento recente che riguarda indirettamente questo obelisco è la riapertura al pubblico del Mausoleo di Augusto, avvenuta nel 2021 dopo un lungo restauro e dopo decenni di chiusura. Significa che oggi, per la prima volta da moltissimo tempo, è possibile visitare il luogo da cui l’obelisco proviene e poi andare a vedere dove è finito: un itinerario in due tappe che fino a pochi anni fa era semplicemente impraticabile. Le modalità di visita al Mausoleo prevedono prenotazione e fasce orarie definite, e vanno verificate sui canali ufficiali prima di organizzare la giornata.

2025: il Giubileo e la tomba di papa Francesco

L’Anno Santo del 2025 ha riportato sull’Esquilino flussi di pellegrini paragonabili a quelli per cui la piazza era stata pensata quattro secoli prima, e la sepoltura di papa Francesco in Santa Maria Maggiore, nell’aprile dello stesso anno, ha aggiunto alla basilica una meta devozionale nuova e molto frequentata. L’obelisco si è ritrovato, quasi per caso, a svolgere di nuovo la funzione per cui era stato messo lì: segnalare da lontano una basilica verso cui converge una folla.

Chi è passato dall'Obelisco Esquilino

Le persone legate a questa pietra si dividono in due gruppi ben distinti: quelli che la videro quando stava ancora davanti al Mausoleo di Augusto, e quelli che l’hanno maneggiata, spostata o ridisegnata dopo il suo ritrovamento cinquecentesco. In mezzo ci sono più di mille anni in cui non la vide praticamente nessuno.

Augusto e la dinastia sepolta lì accanto

L’obelisco non fu quasi certamente voluto da Augusto in persona, ma il suo primo significato dipende interamente da lui: fiancheggiava l’ingresso del sepolcro dove furono deposte le ceneri del primo imperatore e di gran parte della sua famiglia, da Marcello a Agrippa, da Ottavia a Livia, fino a Tiberio. Chiunque entrasse in quel recinto, per una cerimonia funebre o per una visita devozionale al fondatore del principato, passava fra le due pietre.

Domiziano e la moda egizia dei Flavi

Se la datazione oggi più accreditata è corretta, il committente dei due gemelli fu Domiziano, l’ultimo imperatore della dinastia flavia, nel cui regno Roma conobbe una vera ondata di gusto egittizzante: templi isiaci, statue di stile faraonico e obelischi fabbricati in loco con granito importato. L’Obelisco Esquilino appartiene a questa stagione, e appartenerle spiega tutto quello che di anomalo si osserva sul fusto, dalla mancanza di geroglifici alla sommità piatta.

Leone X e il primo tentativo rinascimentale

Il papa mediceo Leone X, pontefice fra il 1513 e il 1521, è il primo personaggio moderno che entra nella storia di questa pietra: fece dissotterrare uno dei due obelischi e lo fece trasportare lungo via di Ripetta, nei pressi della chiesa di San Rocco. Non riuscì a rialzarlo, e il monolito rimase disteso a terra per decenni, ma quel trasferimento è il primo segnale che Roma aveva ripreso a considerare gli obelischi come oggetti da riutilizzare e non come macerie.

Sisto V, il papa che decise dove doveva stare

Felice Peretti, papa Sisto V dal 1585 al 1590, è l’uomo che ha dato a questo obelisco la posizione e il significato che ha oggi. Non si limitò a farlo rialzare: scelse il punto, definì il rapporto con la strada nuova e con la basilica, fece incidere le iscrizioni sul basamento e vi appose i propri simboli araldici. In Santa Maria Maggiore, a pochi metri dall’obelisco, si trova anche la cappella funeraria che egli stesso fece costruire da Domenico Fontana e nella quale è sepolto: papa e architetto hanno lasciato la propria firma sui due lati della stessa basilica.

Domenico Fontana e la sua squadra

Domenico Fontana è l’esecutore materiale dell’operazione del 1587 ed è la figura tecnica centrale di tutta la vicenda. Non lavorava da solo: al cantiere degli obelischi sistini parteciparono anche il fratello Giovanni e il nipote Carlo Maderno, destinato a diventare uno dei protagonisti dell’architettura romana del primo Seicento e a firmare, fra l’altro, la facciata di San Pietro. La croce bronzea che corona il fusto è attribuita allo scultore Giacomo Tranquilli. È una squadra di famiglia e di bottega, come funzionavano tutti i grandi cantieri del tempo.

Carlo Rainaldi e Gian Lorenzo Bernini

Il fondale che oggi sta alle spalle dell’obelisco porta la firma di Carlo Rainaldi, che realizzò l’abside monumentale di Santa Maria Maggiore nella seconda metà del Seicento per papa Clemente X. Alla definizione di quel progetto contribuì il confronto con Gian Lorenzo Bernini, che elaborò una propria proposta per la stessa sistemazione. Significa che due dei maggiori architetti del barocco romano si sono misurati con il problema di che cosa mettere dietro questa pietra, ottant’anni dopo che qualcun altro l’aveva piantata lì.

I pellegrini, ieri e oggi

Il gruppo umano più numeroso che sia passato di qui, però, non ha nomi propri. Sono i pellegrini: quelli degli anni santi del Cinque e Seicento, per i quali l’obelisco era il segnale che indicava la basilica; quelli che oggi arrivano a Termini in treno e salgono per via Cavour; e quelli, in numero molto aumentato dal 2025, che vengono a visitare la tomba di papa Francesco. Per tutti costoro, come quattro secoli fa, la pietra continua a fare quello per cui era stata messa lì: dire da lontano che la basilica è in fondo alla strada.

Domande frequenti sull'Obelisco Esquilino

Dove si trova esattamente l’Obelisco Esquilino?

L’Obelisco Esquilino si trova al centro di piazza dell’Esquilino, a Roma, alle spalle della Basilica di Santa Maria Maggiore, cioè sul lato dell’abside e non su quello della facciata principale. Chi cerca l’obelisco davanti alla facciata trova invece la Colonna della Pace, che sorge nell’altra piazza della stessa basilica, all’estremità opposta dell’edificio.

Quanto costa vedere l’Obelisco Esquilino?

Vedere l’Obelisco Esquilino è completamente gratuito, perché il monumento si trova in una piazza pubblica all’aperto, senza recinzioni con biglietteria né orari di apertura. Si può guardare e fotografare a qualunque ora del giorno e della notte. Un eventuale costo riguarda solo servizi aggiuntivi come una visita guidata del quartiere o l’accesso a percorsi specifici dentro la basilica di Santa Maria Maggiore.

L’Obelisco Esquilino è egizio o romano?

L’Obelisco Esquilino è un obelisco romano, non egizio antico: fu realizzato in età imperiale, con ogni probabilità sotto Domiziano, a imitazione dei modelli egiziani. Lo si capisce da due elementi visibili a occhio nudo, l’assenza completa di geroglifici sul fusto e la sommità piatta al posto del pyramidion. Il granito rosso, però, proviene davvero dalle cave egiziane di Assuan.

Perché l’Obelisco Esquilino e quello del Quirinale sono uguali?

L’Obelisco Esquilino e l’obelisco di piazza del Quirinale sono uguali perché furono fabbricati come una coppia e collocati ai due lati dell’ingresso del Mausoleo di Augusto, in Campo Marzio. Misurano rispettivamente 14,75 e 14,63 metri di fusto. Vennero separati soltanto in età moderna: il primo fu rialzato nel 1587, il secondo soltanto nel 1786.

Quanto è alto l’Obelisco Esquilino?

L’Obelisco Esquilino misura 14,75 metri di fusto in granito rosso. Contando anche il basamento e la croce di bronzo che lo corona, l’altezza complessiva indicata dalle fonti più diffuse è di circa 25,5 metri, anche se alcune schede riportano un valore superiore, intorno ai 29,5 metri, verosimilmente calcolando in modo diverso il piedistallo: conviene considerarlo un ordine di grandezza e non una misura al centimetro.

Chi ha fatto erigere l’Obelisco Esquilino e quando?

L’Obelisco Esquilino fu innalzato nella posizione attuale nel 1587 per volontà di papa Sisto V, su progetto e direzione dell’architetto Domenico Fontana. È il secondo dei quattro obelischi rialzati dallo stesso papa e dallo stesso architetto fra il 1586 e il 1589, dopo quello Vaticano e prima di quello Lateranense e di quello Flaminio di piazza del Popolo.

Come si arriva all’Obelisco Esquilino con i mezzi pubblici?

All’Obelisco Esquilino si arriva facilmente a piedi dalla stazione Termini, risalendo via Cavour per poco più di trecento metri, cioè cinque o sei minuti di cammino. Le fermate della metropolitana utili sono Termini, sulle linee A e B, Cavour sulla linea B e Vittorio Emanuele sulla linea A. La piazza è attraversata anche da diverse linee di autobus di superficie lungo via Cavour e via Depretis.

Quanto tempo serve per visitare l’Obelisco Esquilino?

Per l’Obelisco Esquilino bastano dieci o quindici minuti, il tempo di girargli intorno, osservare le iscrizioni del basamento e trovare l’inquadratura giusta da via Depretis. Abbinando la visita interna della basilica di Santa Maria Maggiore si arriva a circa un’ora e un quarto, e con una passeggiata fino a Santa Prassede e a San Pietro in Vincoli si riempie comodamente una mezza giornata.

L’Obelisco Esquilino è adatto ai bambini e accessibile?

L’Obelisco Esquilino si trova in una piazza pianeggiante e pavimentata, quindi non pone difficoltà a passeggini e sedie a rotelle, ma sorge su un’isola in mezzo alla carreggiata e richiede di attraversare strade trafficate. Con i bambini conviene usare gli attraversamenti pedonali segnalati, scegliere le ore di traffico ridotto e, se possibile, guardare il monumento dal marciapiede invece che dalla base.

Un’ultima indicazione per chi organizza l’itinerario

L’Obelisco Esquilino rende al massimo quando lo si inserisce in una giornata che tiene insieme i due capi della sua storia: la mattina al Mausoleo di Augusto, da cui la pietra proviene, con una tappa all’Ara Pacis lì accanto, e il pomeriggio sull’Esquilino, con l’obelisco, la basilica e le chiese del rione. Chi ha un’ora in più chiuda la giornata in piazza del Quirinale, davanti al gemello: è l’unico modo per rimettere insieme, almeno con lo sguardo, una coppia separata da quattro secoli.

Chi mette in fila più tappe in una stessa giornata romana, incastrando visite, spostamenti e tempi di percorrenza, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.

Contact Information

IndirizzoPiazza dell'Esquilino Roma Roma Città 00184

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi