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Bernini a Roma: itinerario tra le sue opere

Gian Lorenzo Bernini ha lavorato a Roma per quasi sessant’anni, sotto otto papi, e il risultato è che oggi non esiste un modo onesto di attraversare il centro della città senza incontrarlo: è nel colonnato che abbraccia piazza San Pietro, nella fontana al centro di piazza Navona, nelle quattro sculture della Galleria Borghese che qualunque manuale di storia dell’arte usa per spiegare che cosa sia il Barocco, e in decine di dettagli minori che quasi nessuno collega al suo nome. Nato a Napoli il 7 dicembre 1598 e morto a Roma il 28 novembre 1680, Bernini è stato scultore, architetto, scenografo, urbanista e occasionalmente commediografo, e ha plasmato l’immagine della Roma moderna più di chiunque altro dopo l’antichità.

Chi era Gian Lorenzo Bernini e perché Roma è la sua città

Gian Lorenzo Bernini nacque a Napoli nel 1598 da Pietro Bernini, scultore toscano di buona fama, e arrivò a Roma bambino, intorno al 1606, al seguito del padre chiamato a lavorare nei cantieri papali. Non fu quindi un artista che conquistò la città da fuori: crebbe dentro i cantieri romani, imparò il mestiere nella bottega paterna e a poco più di vent’anni era già l’uomo a cui i cardinali più potenti affidavano le commissioni più delicate.

Il papa che lo fece diventare Bernini

La svolta arrivò nel 1623 con l’elezione di Maffeo Barberini al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII. Il nuovo papa conosceva Bernini da anni e gli affidò di fatto il monopolio dei grandi cantieri papali, a cominciare dal baldacchino di San Pietro. Per un ventennio Bernini fu l’artista ufficiale di Roma, con un potere sui cantieri che nessun collega poteva sperare di contendergli, e la famiglia Barberini gli lasciò firmare, oltre alle opere sacre, anche i propri simboli araldici sparsi per la città: le api che si ritrovano sulla Fontana del Tritone e sulla vicina Fontana delle Api sono lo stemma di quella famiglia.

La caduta, i campanili di San Pietro e la rinascita

Alla morte di Urbano VIII, nel 1644, la fortuna di Bernini si rovesciò di colpo. Il papa successivo, Innocenzo X Pamphilj, arrivava da una famiglia ostile ai Barberini e trovò nel dissesto dei campanili progettati da Bernini per la facciata di San Pietro il pretesto per metterlo da parte: il campanile meridionale, costruito su fondazioni inadeguate ereditate dal cantiere precedente, produsse crepe allarmanti e fu demolito nel 1646, con un processo tecnico e politico che rischiò di travolgere l’architetto. Furono gli anni in cui Bernini, privo di commissioni pubbliche, realizzò per un committente privato veneziano la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, cioè una delle sue opere più celebri in assoluto.

Galleria Borghese: le quattro sculture che inventano il Barocco

La Galleria Borghese conserva nelle sale del piano terra il nucleo di sculture giovanili che Bernini realizzò fra il 1618 e il 1625 per il cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V e collezionista vorace: quattro grandi gruppi in marmo che si visitano nello stesso percorso, nell’edificio per cui furono concepiti, cosa rarissima per opere di questa importanza. È il punto da cui conviene far partire qualunque itinerario berniniano, perché qui si vede l’artista prima che diventasse un’istituzione.

Enea, Anchise e Ascanio: il debutto, con il padre alle spalle

Il gruppo di Enea, Anchise e Ascanio, databile al 1618 e 1619, mostra l’eroe troiano che fugge da Troia in fiamme portando sulle spalle il padre anziano, che a sua volta stringe le statuette dei Penati, mentre il figlio bambino li segue reggendo il fuoco sacro. È l’opera in cui la mano di Pietro Bernini, il padre, è ancora avvertibile secondo buona parte della critica, e in cui il giovane Gian Lorenzo lavora ancora dentro una tradizione tardomanierista: le tre generazioni impilate in verticale formano una composizione che si legge da un punto di vista privilegiato, non ancora da tutti i lati.

Il Ratto di Proserpina: il marmo che diventa carne

Il Ratto di Proserpina, del 1621 e 1622, è l’opera del celebre dettaglio che tutti fotografano: le dita di Plutone che affondano nella coscia di Proserpina, deformando la superficie del marmo come se fosse un corpo vivo. È un virtuosismo tecnico che nessun contemporaneo di Bernini sapeva ottenere, e che va guardato girando intorno al gruppo, perché la scultura è costruita per raccontare tre momenti diversi a seconda del punto in cui ci si mette: l’arrivo del dio, la lotta, il grido della fanciulla rapita.

Apollo e Dafne: il momento esatto della metamorfosi

Apollo e Dafne, realizzato fra il 1622 e il 1625, è probabilmente la scultura più fotografata della Galleria Borghese e mette in scena il verso di Ovidio in cui la ninfa, inseguita dal dio, si trasforma in alloro: le dita diventano rami, i capelli foglie, i piedi radici che mordono il terreno. Il punto tecnico è che il marmo è lavorato fino a spessori sottilissimi, quasi traslucidi, nelle foglie e nelle punte delle dita, un’impresa di scalpello che rende la statua fragile e che spiega perché venga trattata con tanta cautela.

Il David: un ritratto in azione

Il David del 1623 e 1624 rompe con tutta la tradizione precedente per una ragione semplice: mentre il David di Michelangelo e quello di Donatello raffigurano il momento prima o dopo il lancio, quello di Bernini coglie l’istante della torsione, con il corpo avvitato, il labbro morso e la fionda tesa. La conseguenza è che la statua non si basta da sola: presuppone Golia, che non c’è, e quindi coinvolge lo spazio della sala e chi la guarda, mettendolo di fatto nella posizione del gigante. Una tradizione antica, riportata dai biografi seicenteschi e ripresa da tutte le guide, vuole che il volto del David sia un autoritratto del giovane Bernini, che si sarebbe guardato allo specchio mentre lavorava, e che il cardinale Barberini gli reggesse personalmente lo specchio: è un aneddoto tramandato dalle biografie del Seicento, quindi da trattare come racconto d’epoca più che come dato accertato.

Come si visita: prenotazione obbligatoria e turni a orario

La Galleria Borghese si visita solo con prenotazione obbligatoria, per tutte le tipologie di biglietto, comprese le riduzioni e le gratuità. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle 17.45, e resta chiuso il 25 dicembre e il primo gennaio. Gli ingressi avvengono a turni che partono allo scoccare dell’ora e durano due ore, con un massimo di 180 persone per turno; il biglietto intero costa 16 euro, con un’ultima fascia oraria a 11 euro, la riduzione per la fascia fra 18 e 25 anni è di 2 euro e il diritto di prenotazione obbligatorio è di 2 euro. Nelle domeniche gratuite e nelle altre giornate a ingresso libero la prenotazione resta comunque necessaria e non si può fare in loco. Nel 2026 la galleria ospita inoltre la mostra dedicata a Ovidio e alle arti, prorogata all’11 ottobre, che può modificare l’allestimento di alcune sale: conviene controllare il sito ufficiale nei giorni precedenti la visita.

Il gruppo di Apollo e Dafne del Bernini
Apollo e Dafne, scolpito da Gian Lorenzo Bernini e conservato alla Galleria Borghese. Foto di Architas, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

San Pietro: il colonnato, il baldacchino e la Cattedra

In San Pietro in Vaticano Bernini lavorò per oltre cinquant’anni e la basilica come la vediamo oggi, dall’abbraccio della piazza fino al fondo dell’abside, è in larga misura opera sua. È la parte dell’itinerario che richiede più pazienza logistica, perché la basilica ha controlli di sicurezza e code che in alta stagione superano l’ora, ma anche quella che rende meglio l’idea di che cosa significasse, nel Seicento, progettare uno spazio pensato per muovere le folle.

Il colonnato: 284 colonne e 140 statue

Il colonnato di piazza San Pietro fu costruito a partire dal 1656 su incarico di Alessandro VII e completato nel 1667: comprende 284 colonne disposte su quattro file e alte sedici metri, sormontate da una balaustra su cui si allineano 140 statue di santi alte più di tre metri, e delimita uno spazio ovale a tre centri di circa 196 metri per 149. Bernini stesso spiegò l’immagine che aveva in mente: due braccia materne che accolgono e abbracciano i fedeli, i cattolici per confermarli nella fede, gli altri per invitarli a entrare. La conseguenza pratica più nota è il gioco ottico dei due dischi di porfido inseriti nel pavimento della piazza, ai due lati dell’obelisco: chi si mette esattamente sopra uno dei due dischi, che segnano i centri dei due semicerchi, vede le quattro file di colonne allinearsi perfettamente e sparire una dietro l’altra, come se il colonnato avesse una sola fila.

L’obelisco che Bernini trovò già lì

L’obelisco vaticano al centro della piazza non è opera di Bernini: proviene dall’Egitto, arrivò a Roma in età imperiale e ornava il circo che sorgeva in quest’area, poi fu spostato al centro della piazza nel 1586, sotto Sisto V, con l’impresa di ingegneria diretta da Domenico Fontana, settant’anni buoni prima che Bernini progettasse il colonnato. Bernini lo trovò quindi già in posizione e costruì la piazza intorno a esso, adottandolo come perno geometrico dell’intero impianto.

Il Baldacchino: bronzo, colonne tortili e un restauro appena concluso

Il Baldacchino sopra l’altare papale, realizzato fra il 1623 e il 1634 per Urbano VIII, è alto circa ventinove metri, cioè quanto un palazzo di nove piani, e resta uno degli oggetti in bronzo più grandi mai fusi. Le quattro colonne tortili riprendono la forma delle colonne dell’antica basilica costantiniana, che la tradizione voleva provenienti dal tempio di Salomone, e sono percorse da rami d’alloro e da api barberiniane. Fra il gennaio e l’ottobre del 2024 il Baldacchino è stato sottoposto a un restauro integrale in vista del Giubileo del 2025: i ponteggi sono stati rimossi il 27 ottobre 2024 e l’opera è oggi visibile pulita, con una doratura e un contrasto cromatico che per decenni erano stati coperti dai depositi. Nello stesso cantiere è stata restaurata anche la Cattedra.

La Cattedra di San Pietro e la finestra dell’alabastro

La Cattedra di San Pietro, nell’abside, fu realizzata fra il 1657 e il 1666 e funziona come un teatro sacro: un grande trono bronzeo sostenuto da quattro statue di Dottori della Chiesa, sopra il quale una gloria di angeli e nubi converge verso una vetrata di alabastro giallo con la colomba dello Spirito Santo al centro. Dentro il trono di bronzo è custodita una cattedra lignea antica, che la tradizione identificava come il seggio dell’apostolo Pietro e che gli studi collocano in età carolingia. La vetrata funziona come un lucernario: la luce naturale filtrata dall’alabastro cambia nel corso della giornata.

Come si visita la basilica

L’ingresso alla basilica di San Pietro è gratuito, mentre sono a pagamento la salita alla cupola e la visita alle Grotte e alla Necropoli, con modalità differenti fra loro; i Musei Vaticani hanno invece ingresso, biglietteria e percorso separati rispetto alla basilica, e vanno prenotati a parte. Per entrare vige un codice di abbigliamento che esclude spalle e ginocchia scoperte, applicato con rigore ai controlli. Gli orari della basilica e le eventuali chiusure per celebrazioni cambiano nel corso dell’anno, in particolare durante le udienze del mercoledì mattina in piazza, e vanno verificati sul sito ufficiale prima di presentarsi: chi vuole evitare le code più lunghe trova meno affollamento nella prima ora di apertura o nel tardo pomeriggio. Chi si muove nell’area può abbinare la visita a una passeggiata verso Castel Sant’Angelo, che si raggiunge in pochi minuti a piedi lungo via della Conciliazione, oppure a una sosta nella Città del Vaticano vera e propria.

L’Estasi di Santa Teresa in Santa Maria della Vittoria

La cappella Cornaro, nel transetto sinistro della chiesa di Santa Maria della Vittoria in via XX Settembre, fu realizzata fra il 1647 e il 1652 su commissione del cardinale veneziano Federico Cornaro e contiene l’Estasi di Santa Teresa d’Avila, il gruppo marmoreo che più di ogni altro viene usato per spiegare che cosa intendessero i contemporanei quando dicevano che Bernini faceva della scultura un’opera di teatro. È anche l’opera che nacque negli anni in cui Bernini era momentaneamente fuori dai favori papali, e che quindi dimostra quanto la sua reputazione presso i committenti privati fosse rimasta intatta.

La transverberazione, cioè che cosa sta accadendo

La scena deriva da un passo dell’autobiografia di Teresa d’Avila, mistica spagnola del Cinquecento canonizzata nel 1622, in cui la santa racconta di aver visto un angelo che le trafiggeva ripetutamente il cuore con un dardo d’oro infuocato, lasciandola in uno stato di dolore e insieme di dolcezza estrema. Bernini sceglie il momento immediatamente precedente al colpo: l’angelo sorride e solleva il dardo, Teresa è abbandonata all’indietro su una nuvola, la bocca socchiusa, il piede nudo che pende inerte, le vesti che si accartocciano in un panneggio agitatissimo.

I palchetti con la famiglia Cornaro

Il dettaglio che molti visitatori non notano, perché guardano soltanto l’altare, sono i due palchetti scavati nelle pareti laterali della cappella, a destra e a sinistra, dove sono scolpiti a mezzo busto otto membri della famiglia Cornaro, fra cui diversi cardinali e un doge. Non pregano e non guardano tutti l’altare: alcuni conversano fra loro, uno legge, un altro si sporge. Sono spettatori in un palco di teatro, e la cappella è concepita come una sala in cui l’altare è il palcoscenico e chi entra si trova in platea.

La finestra che non si vede

Sopra il gruppo scultoreo scendono raggi di bronzo dorato, e sopra i raggi Bernini fece aprire una finestra nascosta alla vista di chi entra, schermata da vetri gialli e ricavata dietro il timpano dell’altare: la luce naturale del giorno entra da lì, colpisce il marmo dall’alto e sembra provenire dagli stessi raggi dorati. L’effetto cambia radicalmente con l’ora e con il tempo atmosferico, ed è il motivo per cui conviene visitare la cappella in una giornata di sole e possibilmente nelle ore centrali, quando la luce che entra dalla finestra è più intensa.

Come arrivare e che cosa sapere

La chiesa si trova all’incrocio fra via XX Settembre e largo Santa Susanna, a pochi passi dalla fermata Repubblica della metropolitana A e a circa dieci minuti a piedi da Termini. L’ingresso è libero, ma essendo una chiesa officiata gli orari seguono quelli delle funzioni, con una consueta chiusura nelle ore centrali del pomeriggio: conviene verificarli in loco o telefonicamente prima di programmare la visita in un orario stretto, perché possono variare. Nella stessa passeggiata rientrano bene la Fontana del Tritone in piazza Barberini, a cinque minuti, e il Mitreo Barberini, visitabile soltanto su prenotazione e con visita guidata.

Le fontane di Bernini: Quattro Fiumi, Tritone, Api e il caso Barcaccia

Le fontane sono la parte dell’itinerario che si visita gratuitamente, a qualunque ora, senza biglietti né code, ed è anche quella in cui l’invenzione berniniana si misura meglio: Bernini fu il primo a trattare la fontana non come un contenitore d’acqua decorato, ma come una scena in movimento in cui l’acqua è uno degli attori.

La Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona

La Fontana dei Quattro Fiumi fu realizzata fra il 1648 e il 1651 per Innocenzo X, che volle monumentalizzare la piazza davanti al palazzo di famiglia. Al centro si erge l’obelisco detto Agonale, ritrovato nel 1647 lungo la via Appia, dove ornava il circo di Massenzio, e sotto di esso quattro colossi marmorei rappresentano i fiumi che alludono ai quattro continenti allora noti: il Nilo per l’Africa, il Danubio per l’Europa, il Gange per l’Asia e il Rio de la Plata per le Americhe. Le quattro statue furono scolpite su modelli di Bernini da altrettanti collaboratori: il Nilo da Giacomo Antonio Fancelli, il Danubio da Antonio Raggi, il Gange da Claude Poussin e il Rio de la Plata da Francesco Baratta. Bernini progettò l’insieme, modellò i bozzetti e curò la scogliera centrale, ma i quattro giganti non sono di sua mano: è una precisazione che vale per quasi tutte le grandi fontane romane del Seicento.

La leggenda della rivalità con Borromini, che è una leggenda

La storia più raccontata di piazza Navona vuole che la statua del Rio de la Plata alzi il braccio per ripararsi dal crollo imminente della facciata della chiesa di Sant’Agnese in Agone, opera del rivale Francesco Borromini, e che il Nilo si copra il capo con un panno per non vederla. È un racconto piacevole e completamente insostenibile sul piano cronologico: la fontana fu terminata nel 1651, mentre la costruzione della chiesa cominciò l’anno successivo, nel 1652, e Borromini ne assunse la direzione soltanto nel 1653. Bernini non poteva deridere una facciata che ancora non esisteva. Il velo sul capo del Nilo ha una spiegazione iconografica banale e antica: alludeva al fatto che le sorgenti del fiume erano allora ignote. La rivalità fra i due architetti fu reale e documentata, ma questa aneddotica appartiene alla tradizione popolare romana e va raccontata come tale. Chi vuole approfondire la stessa piazza può scendere sotto il livello stradale allo Stadio di Domiziano, i cui resti spiegano la forma allungata della piazza meglio di qualunque cartello.

La Fontana del Tritone in piazza Barberini

La Fontana del Tritone, realizzata fra il 1642 e il 1643 per Urbano VIII, è la prima fontana interamente concepita ed eseguita da Bernini e rompe con ogni schema precedente: quattro delfini, con le code alzate, sorreggono una conchiglia bivalve aperta su cui è inginocchiato un tritone che soffia in una buccina, dalla quale esce il getto d’acqua. Non c’è vasca architettonica, non c’è nicchia: la fontana è un gruppo scultoreo autonomo piantato in mezzo alla piazza, e le chiavi papali e le api barberiniane fra le code dei delfini firmano la committenza.

La Fontana delle Api: quanto ne resta di originale

A pochi metri, all’angolo con via Vittorio Veneto, si trova la Fontana delle Api, disegnata da Bernini nel 1644 come fontana pubblica di servizio, cioè un abbeveratoio monumentale voluto da Urbano VIII poco prima di morire. La sua storia è più movimentata di quanto sembri: la fontana si trovava in origine all’angolo di palazzo Soderini, fra piazza Barberini e via Sistina, fu smontata nel 1865 per ragioni di traffico e conservata nei magazzini comunali, poi ricomposta fra il 1915 e il 1916 nella posizione isolata attuale. Secondo la Sovrintendenza Capitolina gli unici elementi originali superstiti sono frammenti dell’ape centrale e una porzione della valva: tutto il resto è integrazione novecentesca. Chi la guarda oggi, quindi, sta guardando una ricostruzione con inserti seicenteschi, non l’opera come uscì dal cantiere di Bernini. La testa di un’ape fu inoltre sostituita dopo un atto vandalico del 2004.

La Barcaccia: una fontana che non è di Gian Lorenzo

La Fontana della Barcaccia ai piedi della scalinata di piazza di Spagna viene attribuita da moltissime guide a Gian Lorenzo Bernini, ed è l’errore più diffuso dell’intero itinerario berniniano romano. La commissione arrivò da Urbano VIII e la fontana fu realizzata fra il 1627 e il 1629 da Pietro Bernini, il padre, con un’eventuale partecipazione del figlio Gian Lorenzo su cui gli studiosi discutono da tempo e che diventa più probabile per le fasi finali, dato che Pietro morì il 29 agosto 1629. La formula più corretta è quindi attribuzione a Pietro Bernini, con possibile intervento di Gian Lorenzo: chi la presenta come opera del solo Gian Lorenzo sta semplificando un dato che le fonti non autorizzano. La forma a barca semiaffondata risponde, oltre che a un’eventuale memoria della piena del Tevere del 1598, a un problema concreto: in quel punto la pressione dell’Acqua Vergine era troppo bassa per alimentare zampilli alti, e una fontana a livello del suolo era l’unica soluzione possibile.

Bernini architetto di chiese: Sant’Andrea al Quirinale e Santa Bibiana

Bernini progettò pochissime chiese da zero, e due di queste si trovano a Roma. Sono opere piccole, quasi domestiche rispetto alla scala di San Pietro, e proprio per questo mostrano il suo pensiero architettonico nella forma più concentrata.

Sant’Andrea al Quirinale, l’ellisse trasversale

La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale fu costruita fra il 1658 e il 1670 per il noviziato dei gesuiti, su commissione del cardinale Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X. L’invenzione decisiva riguarda la pianta: l’aula è un ovale il cui asse maggiore è disposto trasversalmente rispetto all’ingresso, così che chi entra si trova immediatamente davanti all’altare, senza percorso da compiere, in uno spazio che si allarga ai lati invece di allungarsi in profondità. Sopra l’altare la pala del martirio di sant’Andrea è di Guillaume Courtois, e sopra il timpano spezzato la statua del santo sale verso la lanterna, con la luce che scende dalla cupola a fare da collegamento.

Il confronto con San Carlino, a duecento metri

Sulla stessa via del Quirinale, a poche decine di metri di distanza, sorge San Carlo alle Quattro Fontane di Francesco Borromini, costruita negli stessi decenni e anch’essa su pianta ovale. Vederle una dopo l’altra, nella stessa mezz’ora, è il modo più diretto che Roma offra per capire la differenza fra i due massimi architetti del Barocco: Bernini lavora per grandi superfici, marmi policromi, oro e scultura, con uno spazio chiaro e teatrale; Borromini lavora per geometria, stucco bianco, curve concave e convesse che si inseguono, con uno spazio che sembra respirare. Le due chiese sono entrambe visitabili gratuitamente. Sant’Andrea al Quirinale apre dal martedì alla domenica dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, e resta chiusa il lunedì. Nello stesso complesso si visitano, con modalità proprie, le camere di san Stanislao Kostka, il novizio gesuita morto qui nel 1568.

Santa Bibiana, il primo cantiere architettonico

La chiesa di Santa Bibiana, in via Giovanni Giolitti, a ridosso della stazione Termini e oggi stretta fra i binari e la viabilità moderna, ospita la prima facciata progettata da Bernini, del 1624, e la statua marmorea della santa scolpita fra il 1624 e il 1626. La facciata è un esercizio ancora sobrio, a due ordini, con un corpo centrale aggettante, e porta l’iscrizione che ricorda Urbano VIII e l’anno 1624. La statua, collocata nella nicchia sopra l’altare maggiore, è il primo caso in cui Bernini usa una figura sacra come apparizione incorniciata dall’architettura, un’idea che trent’anni più tardi diventerà la Santa Teresa. Nella navata sinistra si trovano gli affreschi giovanili di Pietro da Cortona, sulla destra quelli di Agostino Ciampelli. La chiesa ha cessato di essere parrocchia nel 2020 ed è oggi una chiesa sussidiaria affidata a una congregazione religiosa: gli orari di apertura sono limitati e incostanti, e conviene contattare la chiesa prima di presentarsi, perché il rischio di trovare la porta chiusa è concreto.

Ponte Sant’Angelo: dieci angeli, due autografi, e dove sono finiti gli originali

Il ponte che collega il centro storico a Castel Sant’Angelo fu costruito dall’imperatore Adriano fra il 121 e il 134 dopo Cristo per collegare il proprio mausoleo alla riva sinistra del Tevere, e per quindici secoli fu il passaggio obbligato dei pellegrini diretti a San Pietro. Nel 1667 papa Clemente IX affidò a Bernini il rifacimento dell’arredo del ponte, e l’artista, ormai settantenne, lo trasformò in una Via Crucis all’aperto: dieci statue di angeli, cinque per lato, ciascuna con in mano uno strumento della Passione, che accompagnano chi cammina verso la basilica.

I dieci angeli e chi li ha scolpiti

Le dieci statue furono commissionate nel 1667 e collocate sul ponte nel 1670. Bernini fornì i disegni e i modelli e diresse il cantiere, ma l’esecuzione materiale fu affidata alla sua bottega e ai suoi allievi migliori: Antonio Raggi scolpì l’Angelo con la colonna, Lazzaro Morelli quello con i flagelli, Cosimo Fancelli quello con il sudario, Paolo Naldini quello con la veste e i dadi, Girolamo Lucenti quello con i chiodi, Ercole Ferrata quello con la croce, Antonio Giorgetti quello con la spugna e Domenico Guidi quello con la lancia.

I due autografi e il papa che se li tenne

Bernini scolpì di sua mano, con l’aiuto del figlio Paolo, soltanto due angeli: l’Angelo con la corona di spine e l’Angelo con il cartiglio, quello che porta l’iscrizione INRI, entrambi databili al 1668 e 1669. Clemente IX li giudicò troppo preziosi per essere esposti alle intemperie e decise di non collocarli sul ponte. Al loro posto furono sistemate due sostituzioni: la copia dell’Angelo con la corona di spine fu scolpita da Paolo Naldini, mentre la seconda versione dell’Angelo con il cartiglio fu eseguita da Bernini stesso con l’aiuto dell’allievo Giulio Cartari. Ne consegue che sul ponte, in senso stretto, non si trova nessuno dei due marmi originali, ma una delle due statue presenti resta comunque frutto di un secondo intervento diretto di Bernini.

Dove sono oggi gli originali

I due angeli autografi restarono nello studio di Bernini e poi presso i suoi eredi, che nel 1729 li donarono alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, in via di Sant’Andrea delle Fratte, a pochi passi da piazza di Spagna: si trovano lì oggi, ai lati del presbiterio, visibili gratuitamente negli orari di apertura della chiesa. È una delle tappe più sottovalutate dell’itinerario berniniano romano.

Il ponte oggi

La costruzione dei muraglioni del Tevere, alla fine dell’Ottocento, modificò radicalmente il ponte: la vecchia sagoma a schiena d’asino fu abbassata, le rampe furono rifatte e le statue vennero riportate tutte alla stessa quota, perdendo la progressione originale pensata da Bernini per chi saliva verso il culmine. Le statue sono state sottoposte a un intervento di restauro nel 2024 nell’ambito dei programmi di finanziamento nazionali, con pulitura e trattamenti protettivi. Il ponte è pedonale, sempre accessibile e gratuito, e il momento migliore per percorrerlo è il tramonto, quando la luce radente mette in evidenza i panneggi e la cupola di San Pietro chiude la prospettiva in fondo.

Immagine: Ponte Sant’Angelo al tramonto, con le sagome degli angeli in controluce e la mole di Castel Sant’Angelo sullo sfondo.

I palazzi: Barberini, Montecitorio e le facciate mai costruite

Bernini architetto civile lavorò quasi sempre in squadra o su edifici già avviati da altri, e i suoi due palazzi romani più importanti sono entrambi opere a più mani in cui riconoscere il suo contributo richiede qualche indicazione.

Palazzo Barberini: tre architetti, due scale

Palazzo Barberini, in via delle Quattro Fontane, fu avviato nel 1627 da Carlo Maderno per la famiglia del papa regnante. Alla morte di Maderno, nel 1629, la direzione passò a Bernini, che aveva come collaboratore il giovane Francesco Borromini, nipote dello stesso Maderno: il cantiere è quindi il luogo in cui i due futuri rivali lavorarono fianco a fianco, e dove la loro divergenza si legge fisicamente nelle due scale monumentali contrapposte. Lo scalone quadrato sulla sinistra, con la sua successione regolare di rampe e colonne, è di Bernini; la scala elicoidale sulla destra, che sale a chiocciola su colonne doriche binate, è di Borromini.

Il palazzo ospita oggi parte delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, con la Fornarina di Raffaello, la Giuditta di Caravaggio e il soffitto affrescato da Pietro da Cortona con il Trionfo della Divina Provvidenza, una delle volte più spettacolari della Roma barocca. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19 e resta chiuso il lunedì; esiste un biglietto combinato con la sede di Palazzo Corsini a Trastevere, e prezzi e condizioni vanno verificati sul sito ufficiale, perché sono soggetti a variazioni. Nella stessa area, sotto il livello stradale, si trova il Mitreo Barberini, visitabile soltanto su prenotazione.

Montecitorio: una facciata curva su una collina artificiale

Palazzo Montecitorio fu commissionato a Bernini da Innocenzo X come residenza per la famiglia Ludovisi, imparentata con il papa. Bernini sfruttò la convessità naturale del terreno progettando una facciata articolata in un corpo centrale piatto e due ali laterali leggermente ruotate, come se l’edificio si piegasse per assecondare il dosso: è una soluzione che non ha paralleli nell’architettura civile romana dell’epoca e che si coglie soltanto guardando il palazzo di sbieco, da uno dei lati della piazza, non frontalmente.

L’obelisco di Montecitorio al centro della piazza non fa parte del progetto berniniano: è un monolite egizio portato a Roma da Augusto e usato come gnomone della grande meridiana del Campo Marzio, poi ritrovato in frammenti e ricollocato qui alla fine del Settecento. Il palazzo si visita in occasione delle aperture al pubblico organizzate dalla Camera dei Deputati, che si tengono con cadenza indicativamente mensile fra ottobre e giugno e richiedono prenotazione online: il calendario delle date e le modalità di iscrizione vanno verificati sul sito istituzionale della Camera, perché cambiano di anno in anno e le aperture possono essere sospese per ragioni di lavori parlamentari.

L’Elefantino della Minerva: chi lo ha davvero scolpito

Al centro di piazza della Minerva, davanti alla basilica di Santa Maria sopra Minerva e a due passi dal Pantheon, un piccolo elefante di marmo regge sul dorso un obelisco egizio. I romani lo chiamano il Pulcin della Minerva, e quasi tutte le guide lo presentano come opera di Bernini: la verità è più articolata e merita di essere raccontata per intero, perché è uno dei casi in cui la distinzione fra progetto ed esecuzione cambia davvero l’attribuzione.

L’obelisco ritrovato nell’orto dei domenicani

Nel 1665 gli scavi nell’orto del convento domenicano annesso alla basilica riportarono alla luce un piccolo obelisco egizio, alto poco più di cinque metri e mezzo, di età saitica, proveniente probabilmente dal santuario di Iside che sorgeva in questa zona del Campo Marzio. Alessandro VII Chigi, papa appassionato di antichità e di egittologia, volle che fosse rialzato in piazza e ne affidò la sistemazione a Bernini, che propose la soluzione oggi visibile: non un basamento architettonico, ma un animale vivo che porta il monolite come una soma.

Il progetto è di Bernini, la scultura no

Il monumento fu inaugurato nel 1667. Il disegno e l’invenzione sono di Gian Lorenzo Bernini, ma l’elefante in marmo fu materialmente scolpito da Ercole Ferrata, uno dei collaboratori più abili della bottega, seguendo i modelli del maestro. Chiamare l’elefantino opera di Bernini non è quindi sbagliato nel senso corrente del termine, ma è impreciso se si intende la mano: chi ha scolpito quel marmo si chiamava Ercole Ferrata, e lo stesso vale, non a caso, per l’Angelo con la croce di Ponte Sant’Angelo. L’obelisco della Minerva si guarda meglio sapendolo.

La zanna spezzata, un problema ricorrente

La zanna destra dell’elefante è il punto debole della scultura ed è stata danneggiata più volte: nel 2016 e di nuovo nel febbraio 2026, quando un frammento è stato ritrovato a terra e consegnato alle autorità, con la Sovrintendenza Capitolina che ha annunciato un intervento di restauro rapido e le indagini in corso sulle cause, fra ipotesi di urto accidentale e di deterioramento dovuto alle condizioni climatiche. Chi visita la piazza può quindi trovare l’opera transennata o in fase di intervento: conviene mettere in conto questa eventualità e verificare lo stato dei lavori prima di contare sulla fotografia perfetta.

Le opere che quasi nessuno visita: Ludovica Albertoni e il busto Fonseca

Le due sculture che seguono sono opere della vecchiaia di Bernini, si trovano in chiese di quartiere lontane dalle rotte turistiche e si visitano gratuitamente, con i soli limiti degli orari delle funzioni.

La Beata Ludovica Albertoni a San Francesco a Ripa

Nella chiesa di San Francesco a Ripa, a Trastevere, la cappella Altieri custodisce l’Estasi della beata Ludovica Albertoni, realizzata fra il 1671 e il 1674 per il cardinale Paluzzo Paluzzi Altieri, nipote acquisito di Clemente X. Ludovica Albertoni era una nobildonna romana del Quattrocento, terziaria francescana, beatificata proprio in quegli anni. Bernini la raffigura distesa su un materasso di marmo, nell’istante della morte estatica, con le mani premute sul petto e il corpo percorso da un panneggio che sembra ancora in movimento. È in sostanza una seconda Santa Teresa, scolpita vent’anni dopo, ma più spoglia, più drammatica e più concentrata: qui non ci sono angeli né spettatori, c’è soltanto una donna che muore in una luce che scende obliqua da finestre laterali nascoste. Anche in questo caso la regia luminosa è parte dell’opera, e la statua va guardata da fronte, in piedi al centro della cappella, non dal lato.

La chiesa si trova in piazza San Francesco d’Assisi, nella parte meridionale di Trastevere, a un quarto d’ora a piedi da Santa Maria in Trastevere e vicino a Santa Cecilia. L’ingresso è libero e gli orari seguono quelli delle funzioni, con la consueta chiusura pomeridiana delle chiese romane: essendo una chiesa officiata e non un museo, gli orari possono variare e vanno verificati prima di programmare la visita.

Il busto di Gabriele Fonseca a San Lorenzo in Lucina

Nella basilica di San Lorenzo in Lucina, a due passi da piazza Colonna e dal Parlamento, la cappella Fonseca conserva il busto di Gabriele Fonseca, medico personale di Innocenzo X, scolpito da Bernini fra il 1668 e il 1674 circa. Non è un ritratto commemorativo nel senso consueto: il personaggio si sporge dalla nicchia stringendo il rosario, la bocca semiaperta, lo sguardo fisso verso l’altare in un’espressione di trasporto religioso che Bernini riservava di norma alle figure sacre, non ai committenti. È probabilmente il ritratto più intenso della sua produzione tarda, e quasi nessuno ci si ferma. L’ingresso è gratuito e gli orari sono quelli delle funzioni.

Altre tracce berniniane sparse per il centro

L’itinerario può allungarsi a piacere. In Chiesa del Gesù e nella basilica di Sant’Andrea della Valle si misura il contesto in cui Bernini lavorava, cioè la grande stagione delle chiese gesuitiche e teatine; nella chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza si vede il Borromini più radicale, utile al confronto; ai Musei Capitolini e alla Galleria Colonna si incontrano opere e ritratti del secolo di Bernini.

La tomba di Bernini in Santa Maria Maggiore

Gian Lorenzo Bernini morì a Roma il 28 novembre 1680, a quasi ottantadue anni, dopo aver servito otto papi, ed è sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore, nella navata laterale destra, sotto una semplice lapide con un’iscrizione latina. Non c’è monumento funebre, non ci sono statue, non c’è marmo policromo: l’uomo che ha riempito Roma di sepolcri monumentali, dalle tombe papali di San Pietro ai ritratti di cardinali, riposa sotto una pietra che la maggior parte dei visitatori calpesta senza accorgersene. La lapide si trova a pavimento nella navata destra, verso il presbiterio, ed è talmente discreta che conviene chiedere indicazioni al personale della basilica; l’ingresso è gratuito e vale il codice di abbigliamento delle basiliche papali.

Come organizzare l’itinerario berniniano

Tutte le opere di questo percorso si trovano nel centro di Roma e nel quadrante fra il Tevere e la stazione Termini, ma metterle in fila in una sola giornata non ha senso: la Galleria Borghese da sola richiede un turno di due ore prenotato con giorni di anticipo, e San Pietro può portare via un’intera mattinata. Le ipotesi che seguono sono costruite su tempi realistici.

Mezza giornata: il Bernini gratuito del centro

Chi ha poche ore e nessuna prenotazione può costruire un percorso interamente gratuito che parte da piazza Navona con la Fontana dei Quattro Fiumi, prosegue verso piazza della Minerva per l’Elefantino e il Pantheon, scende a San Lorenzo in Lucina per il busto Fonseca, tocca Montecitorio dall’esterno e si chiude a Ponte Sant’Angelo. Sono circa tre ore camminando con calma, tutte tappe a ingresso libero, con la sola incognita degli orari delle chiese.

Una giornata intera: Borghese al mattino, centro al pomeriggio

La formula più efficiente prevede il turno di apertura alla Galleria Borghese alle 9, prenotato con anticipo, due ore di visita, poi discesa a piedi verso piazza Barberini per la Fontana del Tritone e la Fontana delle Api, pranzo veloce, Santa Maria della Vittoria con l’Estasi di Santa Teresa, risalita al Quirinale per Sant’Andrea al Quirinale e San Carlo alle Quattro Fontane nel pomeriggio, tenendo conto che Sant’Andrea riapre alle 15. È una giornata piena ma sostenibile, quasi tutta a piedi, con dislivelli modesti. Chi dispone di un secondo giorno lo dedica al Vaticano, entrando in San Pietro nella prima ora di apertura, e attraversa poi il Tevere verso Trastevere per la Beata Ludovica Albertoni.

Quanto costa e che cosa prenotare

La parte a pagamento dell’itinerario è ridotta: la Galleria Borghese con biglietto intero e prenotazione obbligatoria, e Palazzo Barberini se si vuole vedere le due scale e la Galleria Nazionale. Tutto il resto, cioè fontane, ponte, piazza San Pietro e l’interno della basilica, le chiese di Santa Maria della Vittoria, Sant’Andrea al Quirinale, San Francesco a Ripa, San Lorenzo in Lucina, Santa Maria del Popolo e Santa Maria Maggiore, si visita gratuitamente.

Con bambini e con difficoltà motorie

L’itinerario funziona bene con i bambini se si punta sulle fontane, sull’elefantino e sugli angeli del ponte, tutti elementi immediatamente leggibili, mentre le due ore della Galleria Borghese possono risultare lunghe per i più piccoli; l’ingresso è gratuito per gli under 18, ma richiede comunque la prenotazione. Sul fronte dell’accessibilità, fontane, ponte e piazza San Pietro sono su percorsi piani e pavimentati, seppure con sampietrini; la Galleria Borghese, Palazzo Barberini e la basilica di San Pietro dispongono di percorsi accessibili, mentre alcune chiese minori hanno gradini all’ingresso e spazi stretti: conviene informarsi caso per caso presso la singola struttura.

Domande frequenti su Bernini a Roma

Quali sono le opere di Bernini da vedere assolutamente a Roma?

Le opere di Bernini imprescindibili a Roma sono le quattro sculture giovanili della Galleria Borghese, cioè Apollo e Dafne, il Ratto di Proserpina, il David ed Enea con Anchise, il colonnato e il Baldacchino di San Pietro, l’Estasi di Santa Teresa in Santa Maria della Vittoria e la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona. Con una giornata in più si aggiungono Ponte Sant’Angelo, Sant’Andrea al Quirinale e la Beata Ludovica Albertoni a Trastevere.

Serve prenotare la Galleria Borghese per vedere le sculture di Bernini?

Sì, la Galleria Borghese si visita esclusivamente con prenotazione obbligatoria, per ogni tipo di biglietto, comprese le riduzioni e gli ingressi gratuiti. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19 con ingressi a turni di due ore che partono allo scoccare dell’ora, un massimo di 180 persone per turno e ultimo ingresso alle 17.45. Il biglietto intero costa 16 euro più 2 euro di diritto di prenotazione.

Gli angeli di Ponte Sant’Angelo sono davvero di Bernini?

Gli angeli di Ponte Sant’Angelo furono progettati da Bernini ma scolpiti quasi tutti dai suoi allievi fra il 1667 e il 1670. Bernini ne eseguì personalmente soltanto due, l’Angelo con la corona di spine e l’Angelo con il cartiglio, che Clemente IX volle sottrarre alle intemperie: dal 1729 si trovano nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, mentre sul ponte ci sono una copia di Paolo Naldini e una seconda versione eseguita da Bernini con Giulio Cartari.

L’Elefantino della Minerva è stato scolpito da Bernini?

L’Elefantino della Minerva fu progettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1667 su incarico di Alessandro VII, ma la scultura in marmo fu materialmente eseguita da Ercole Ferrata, collaboratore della sua bottega, seguendo i modelli del maestro. L’obelisco che l’elefante regge è un originale egizio di età saitica, rinvenuto nel 1665 negli scavi dell’orto del convento domenicano adiacente alla basilica.

La Fontana della Barcaccia è di Gian Lorenzo Bernini?

La Fontana della Barcaccia di piazza di Spagna è attribuita principalmente a Pietro Bernini, il padre di Gian Lorenzo, e fu realizzata fra il 1627 e il 1629 su commissione di Urbano VIII. La partecipazione del figlio Gian Lorenzo è discussa fra gli studiosi e viene ritenuta più probabile per le fasi finali dei lavori, dato che Pietro morì il 29 agosto 1629. Presentarla come opera del solo Gian Lorenzo è impreciso.

Quanto tempo serve per un itinerario su Bernini a Roma?

Per un itinerario completo su Bernini a Roma servono due giornate: una dedicata alla Galleria Borghese al mattino e alla zona fra Barberini e Quirinale al pomeriggio, l’altra a San Pietro e a Trastevere. Chi ha solo mezza giornata può costruire un percorso gratuito fra piazza Navona, l’Elefantino della Minerva, San Lorenzo in Lucina e Ponte Sant’Angelo, in circa tre ore di cammino.

È vero che la Fontana dei Quattro Fiumi deride la chiesa di Borromini?

No, la leggenda secondo cui le statue della Fontana dei Quattro Fiumi deriderebbero la facciata di Sant’Agnese in Agone è cronologicamente impossibile: la fontana fu completata nel 1651, mentre la costruzione della chiesa iniziò nel 1652 e Borromini ne assunse la direzione nel 1653. Il velo sul capo del Nilo allude semplicemente al fatto che le sorgenti del fiume erano allora sconosciute.

Dove è sepolto Gian Lorenzo Bernini?

Gian Lorenzo Bernini è sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, nella navata laterale destra, sotto una semplice lapide a pavimento con iscrizione latina, insieme al padre Pietro. Non esiste un monumento funebre monumentale: l’artista che progettò le tombe papali più spettacolari del Seicento volle per sé una sepoltura sobria. L’ingresso alla basilica è gratuito.

Un’ultima osservazione per chi costruisce l’itinerario

Il modo migliore di attraversare la Roma di Bernini è smettere di trattarla come una collezione di tappe e cominciare a leggerla come un sistema: il colonnato, la fontana di piazza Navona, la cappella Cornaro e l’elefantino della Minerva sono tutti pezzi della stessa idea, quella di uno spazio urbano che parla a chi lo attraversa e che usa la luce, l’acqua e il marmo come strumenti di persuasione. Chi tiene a mente questo filo si accorge che l’itinerario non finisce con l’ultima tappa dell’elenco, ma continua in ogni angolo del centro storico, spesso dove nessuna guida lo segnala.

Chi costruisce un itinerario di più giorni su Roma incrociando queste tappe con il resto del centro storico, con gli orari dei musei e con gli spostamenti a piedi, può trovare strumenti utili di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti, sulle mete del Lazio e sull’organizzazione di un viaggio in Italia è una buona risorsa Italy Planner.

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