Michelangelo a Roma: dove vedere le sue opere
Michelangelo Buonarroti ha passato a Roma quasi quarant’anni della sua vita e ci è morto, il 18 febbraio 1564, in una casa che oggi non esiste più. Roma è quindi la città dove il suo lavoro si vede meglio, ma anche quella dove si rischia di cercarlo nel modo sbagliato: qui Michelangelo non è quasi mai una statua dentro una teca, ma una scultura sull’altare per cui fu scolpita, un soffitto che si guarda con il collo piegato, una piazza sotto i piedi, una cupola vista da due chilometri, un cornicione che nessuno alza gli occhi a guardare. Le pagine che seguono mettono in fila i luoghi di Roma dove si vede qualcosa di suo, distinguono ciò che è autografo da ciò che altri hanno costruito o completato dopo il 1564, dicono quanto costa entrare e quando si entra, e segnalano i casi in cui la guida turistica media racconta qualcosa che i documenti non confermano.
Che cosa si vede di Michelangelo a Roma, e come si divide
A Roma si vedono oggi tre sculture autografe di Michelangelo, due cicli di affreschi di cui uno solo visitabile, e almeno sei opere di architettura progettate da lui ed eseguite in gran parte da altri dopo la sua morte. È una geografia da capire prima di mettersi in cammino, perché i luoghi che custodiscono queste opere funzionano con regole opposte: alcuni sono chiese gratuite aperte tutti i giorni, uno è il museo più caro della città, uno è un’ambasciata straniera che si visita solo su prenotazione.
Le tre sculture, tutte ancora al loro posto
Le sculture autografe visibili a Roma sono tre: la Pietà nella Basilica di San Pietro in Vaticano, il Mosè con Lia e Rachele nel monumento a Giulio II in San Pietro in Vincoli, il Cristo portacroce detto Cristo della Minerva nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva. Tutte e tre sono dentro chiese, si vedono senza biglietto e si trovano ancora nella collocazione per cui furono destinate o molto vicino a essa: una condizione rara, visto che a Firenze le sculture michelangiolesche sono quasi tutte in museo.
La pittura: due cicli, uno visitabile e uno no
Le superfici dipinte da Michelangelo a Roma sono due e una sola si vede. La Cappella Sistina si raggiunge con il biglietto dei Musei Vaticani, in fondo al percorso museale. La Cappella Paolina, a poche decine di metri dentro il Palazzo Apostolico, conserva le ultime due pitture della sua vita e non è aperta al pubblico: è una cappella pontificia in uso, non un ambiente museale. Chi la promette dentro un tour ordinario dei Musei Vaticani promette qualcosa che il percorso non comprende.
L’architettura, cioè la parte più grande e la meno riconosciuta
La quota maggiore del Michelangelo romano è architettura, quella che i visitatori attraversano senza accorgersene: la piazza del Campidoglio con la sua Cordonata, la cupola di San Pietro, la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri ricavata dentro le Terme di Diocleziano, Porta Pia, la cappella Sforza in Santa Maria Maggiore, il cornicione e il cortile alto di Palazzo Farnese. Qui vale una regola da tenere a mente per tutto il percorso: quasi nessuna di queste opere fu terminata da lui. Prese la direzione della fabbrica di San Pietro a settantuno anni, nel 1546, e accettò gli ultimi incarichi a ottantacinque; negli ultimi vent’anni progettò moltissimo e costruì poco di persona, e la mano che si vede sui cantieri è spesso quella di Giacomo Della Porta, Giacomo Del Duca, Tiberio Calcagni, Domenico Fontana.
Gratis, a pagamento, su prenotazione
I luoghi si dividono in tre gruppi netti. Gratuiti e senza prenotazione: San Pietro in Vaticano, San Pietro in Vincoli, la Minerva, Santa Maria degli Angeli, Santa Maria Maggiore, la piazza del Campidoglio, Porta Pia vista dal piazzale. A pagamento: i Musei Vaticani per la Sistina, la salita alla cupola, il Museo Nazionale Romano per il chiostro grande, i Musei Capitolini per l’originale del Marco Aurelio. Su prenotazione e a numero chiuso: Palazzo Farnese, oggi ambasciata di Francia, a due passi da Campo de’ Fiori. Chiuso al pubblico: la Cappella Paolina. Escluso il Vaticano, tutto il resto si distribuisce lungo un arco di tre chilometri fra il Campidoglio e piazza della Repubblica.

La Pietà di San Pietro: la prima opera romana e la sola firmata
La Pietà di Michelangelo, scolpita fra il 1498 e il 1499 in marmo di Carrara e alta 174 centimetri per 195 di larghezza, si trova nella prima cappella della navata destra della Basilica di San Pietro, dietro un cristallo antiproiettile, e si vede gratuitamente passando solo il controllo di sicurezza. Il vetro c’è dal 1972, quando un uomo la aggredì a martellate danneggiando il volto e il braccio della Vergine: il restauro dei laboratori vaticani reintegrò i frammenti originali e la protezione, sostituita e ammodernata nel novembre del 2024, è il prezzo permanente di quell’aggressione. È l’unica opera che Michelangelo abbia mai firmato ed è la prima cosa che quasi tutti incontrano entrando, una trentina di metri dopo la porta, sulla destra. La commissione arrivò dal cardinale francese Jean de Bilhères, ambasciatore del re di Francia presso la Santa Sede: Michelangelo aveva ventitré anni quando la finì ed era a Roma da appena due, essendoci arrivato per la prima volta nel giugno del 1496.
La firma sulla fascia, e come va raccontata
Sulla fascia che attraversa il petto della Vergine corre l’iscrizione MICHAELANGELVS BONAROTVS FLORENTINVS FACIEBAT. Il racconto secondo cui Michelangelo, sentendo attribuire il gruppo a uno scultore lombardo, si sarebbe chiuso di notte nella cappella per inciderlo viene da Giorgio Vasari: fonte cinquecentesca autorevole ma non un verbale, e come tradizione vasariana conviene riportarla. Il dato non discutibile è che quella firma esiste ed è l’unica su tutta l’opera di Michelangelo.
Orari, ingresso e il trucco dell’orario
L’ingresso alla Basilica di San Pietro è gratuito e non richiede biglietto né prenotazione. L’orario 2026 parte dalle 7 del mattino, con chiusura alle 19 nei mesi invernali e alle 20 dal primo giugno; nei giorni di celebrazioni papali e il mercoledì mattina, per l’udienza generale, gli accessi sono limitati o spostati. Il consiglio che vale più di qualunque salta fila è presentarsi all’apertura: alle 7 la coda ai metal detector non esiste, la luce entra radente dalle finestre orientali e davanti alla Pietà ci si ferma quanto si vuole. Alle undici la stessa cappella è un muro di schiene. Abbigliamento: spalle e ginocchia coperte, senza eccezioni al varco.
Il Mosè di San Pietro in Vincoli e la tomba mai finita
Il Mosè si trova nel monumento funebre di papa Giulio II, addossato alla parete destra del transetto della Basilica di San Pietro in Vincoli, e l’ingresso alla chiesa è libero. Il monumento che si vede oggi è il residuo ridotto di un progetto che occupò Michelangelo per quarant’anni e che lui stesso chiamò la tragedia della sepoltura.
Quarant’anni, cinque contratti, un solo esito
Tutto comincia nel 1505, quando Giulio II chiama Michelangelo a Roma per un mausoleo colossale, previsto come struttura isolata con decine di statue. Il progetto viene ridimensionato, ripreso dopo la morte del papa nel 1513, ridotto ancora nel 1516, poi con un quarto contratto nel 1532 e con uno conclusivo nel 1542. Il monumento è completato nel 1545 come parete addossata. Il dettaglio che quasi nessuna guida racconta è che Giulio II non è sepolto lì: le sue spoglie riposano in San Pietro in Vaticano, sotto il pavimento dietro l’altare. È, letteralmente, una tomba senza il morto.
Che cosa è di mano di Michelangelo e che cosa no
Qui conviene essere precisi, perché il monumento viene descritto come opera di Michelangelo mentre lo è solo in parte. Autografe sono tre figure: il Mosè al centro dell’ordine inferiore e le due statue femminili che lo affiancano, Lia e Rachele, allegorie della vita attiva e contemplativa. Tutto il resto è di collaboratori: la Madonna con il Bambino, il Profeta e la Sibilla dell’ordine superiore sono di Raffaello da Montelupo, la figura giacente del pontefice è di Tommaso Boscoli, e alle parti architettoniche lavorarono fra gli altri Giovanni di Marchesi, Francesco da Urbino, Donato Benti e Jacopo Del Duca. La differenza di qualità fra il Mosè e le statue che gli stanno sopra si vede a occhio nudo: non è conservazione, è differenza di mano.
Le corna, che non sono corna
Le due protuberanze sulla fronte derivano da un passaggio della Vulgata, la traduzione latina della Bibbia, che al ritorno dal Sinai descrive il volto di Mosè con un verbo interpretato nel senso di cornuto anziché di raggiante: Michelangelo seguiva un’iconografia consolidata nel Medioevo, e la versione che le attribuisce a un suo capriccio è leggenda da guida frettolosa. Nel 2021 la statua è stata ripulita dal restauratore Antonio Forcellino sotto la supervisione della Soprintendenza Speciale di Roma, e in quell’occasione il Ministero della Cultura ha documentato un effetto di luce sul volto nei giorni intorno all’equinozio di primavera, che alcuni studiosi ritengono progettato e altri casuale.
Orari discordanti: qui serve una telefonata
Sugli orari di San Pietro in Vincoli le fonti ufficiali non concordano fra loro, e il dato va dichiarato invece di scegliere la versione più comoda: il sito della rettoria dei Canonici Lateranensi indica un’apertura mattutina alle 7, la scheda di accessibilità dell’Unione Italiana dei Ciechi di Roma ne indica un’altra alle 8, e differiscono anche sulla chiusura serale e sui numeri di telefono. Conviene quindi telefonare prima di salire la scalinata da via Cavour, soprattutto nella pausa di mezzogiorno o in un giorno festivo. La chiesa si raggiunge dalla stazione metro Cavour della linea B o in dieci minuti di salita dal Colosseo.
Immagine: il Mosè visto di tre quarti dal basso, con la luce laterale che stacca il panneggio della veste.
Il Cristo della Minerva: una statua che in realtà sono due
Il Cristo portacroce di Santa Maria sopra Minerva, alto 205 centimetri, si trova a sinistra dell’altare maggiore ed è la terza e ultima scultura autografa di Michelangelo visibile a Roma, a ingresso gratuito. È anche il caso in cui la divulgazione corrente sbaglia più spesso, perché di questo Cristo esistono due versioni e soltanto una è a Roma.
La prima versione, abbandonata e ritrovata
Nel 1514 quattro committenti romani, fra cui Metello Vari, ordinarono a Michelangelo un Cristo risorto con la croce. Lui cominciò a scolpirlo e lo abbandonò quando nel marmo emerse una vena nera sul volto, difetto insanabile per un’opera d’altare. Quel primo esemplare rimase per secoli senza identificazione, finché all’inizio degli anni Duemila è stato riconosciuto nella chiesa del monastero di San Vincenzo a Bassano Romano, nel Viterbese: la pulitura mise in evidenza la venatura scura descritta dalle fonti cinquecentesche. Chi scrive che il Cristo Risorto e il Cristo della Minerva sono due opere diverse entrambe a Roma sta confondendo due versioni della stessa statua, e una delle due è a settanta chilometri dalla città.
La seconda versione e il panno di bronzo
Michelangelo riprese il lavoro su un secondo blocco, lo portò a buon punto entro il 1518 o poco dopo e lo inviò a Roma nel marzo del 1520. La rifinitura in loco fu affidata all’aiuto Pietro Urbano, che lavorò tanto male da essere sostituito da Federico Frizzi, e il risultato non soddisfece mai l’autore. La statua fu collocata in basilica il 27 dicembre 1521. Il drappeggio bronzeo che oggi copre i fianchi non è suo: fu aggiunto dopo il Concilio di Trento per adeguare l’opera alle norme sul decoro. Anche il piede destro porta una protezione metallica applicata più tardi, per difendere il marmo dal contatto dei fedeli. Sottraendo mentalmente quelle due aggiunte resta la figura che Michelangelo aveva pensato: un Cristo nudo e stante, che regge la croce come un oggetto qualunque.
La basilica è un cantiere, e va detto
Santa Maria sopra Minerva è interessata da interventi di restauro non conclusi. La scheda della Soprintendenza Speciale di Roma elenca fra i lavori in corso il restauro delle cantorie, dell’abside e della cappella Altieri e la messa in sicurezza delle navate laterali, con finanziamento del Fondo Edifici di Culto. La statua si vede, ma può capitare di trovare ponteggi o accessi ridotti altrove. Sugli orari le fonti consultabili non coincidono, e l’indicazione più affidabile resta quella legata agli orari delle messe. In piazza, davanti alla chiesa, c’è l’obelisco della Minerva sull’elefantino del Bernini, e a cinquanta metri il Pantheon.
La Cappella Sistina: la volta, il Giudizio e come entrarci senza rovinarsi la giornata
La Cappella Sistina non ha un ingresso proprio e si raggiunge soltanto con il biglietto dei Musei Vaticani, in viale Vaticano, a ridosso delle mura della Città del Vaticano: intero 20 euro, ridotto 10 euro, più 5 euro per la prenotazione online sul portale ufficiale. Dentro ci sono due interventi distinti a venticinque anni di distanza l’uno dall’altro, e il modo migliore di guardarli è tenerli separati.
La volta, 1508-1512
Giulio II affidò a Michelangelo la decorazione della volta nel 1508 e i lavori si chiusero nel 1512. Michelangelo, che si considerava scultore e non pittore, trasformò un incarico che non aveva cercato in un sistema architettonico dipinto: nove storie della Genesi al centro, dalla Separazione della luce dalle tenebre all’Ebbrezza di Noè, incorniciate da una finta struttura di cornici e pilastri, con profeti e sibille sui pennacchi, gli Antenati di Cristo nelle lunette e gli ignudi seduti agli angoli dei riquadri. Su questi ultimi la discussione non si è mai chiusa: angeli senza ali, geni di ascendenza neoplatonica, o il corpo umano come misura del divino.
Il Giudizio Universale, 1536-1541
La parete di fondo è opera successiva di venticinque anni: Michelangelo la dipinse fra il 1536 e l’ottobre del 1541, su commissione avviata da Clemente VII e proseguita da Paolo III, in un clima culturale del tutto diverso. È il Michelangelo dopo il sacco di Roma del 1527 e dentro la crisi religiosa europea: una massa di corpi senza prospettiva ordinata, un Cristo giudice imberbe nell’atto di levare il braccio, nessuna cornice architettonica a tenere insieme la scena. Le braghe dipinte sulle nudità furono aggiunte dopo, in più riprese, in applicazione delle norme tridentine: il restauro del 1989-1994 ne ha rimosse alcune, conservando quelle cinquecentesche perché ormai parte della storia materiale dell’opera.
Il restauro del Novecento e la manutenzione di oggi
Il grande cantiere cominciò nel 1979 e procedette per fasi: le lunette dal giugno 1980 all’ottobre 1984, la volta dal 1984 al 1989, il Giudizio dal 1989 al 1994, e infine gli affreschi quattrocenteschi delle pareti. La direzione operativa fu di Gianluigi Colalucci e il finanziamento arrivò dalla Nippon Television Network Corporation in cambio dei diritti di ripresa. Il colore acceso che oggi si vede è il risultato di quella pulitura e ha fatto discutere per anni; la posizione prevalente è che corrisponda al Michelangelo descritto dai contemporanei. A circa trent’anni di distanza i Musei Vaticani hanno avviato una manutenzione straordinaria del Giudizio, una pulitura dai depositi di microparticelle.
Prezzi, orari e giorni da evitare
I Musei Vaticani sono aperti dal lunedì al sabato dalle 8 alle 19 con ultimo ingresso alle 17; la domenica chiudono, tranne l’ultima del mese, quando l’ingresso è gratuito dalle 9 alle 14 con ultimo ingresso alle 12.30. Il ridotto a 10 euro vale per ragazzi fra 7 e 18 anni e studenti fino a 25 anni con documento; è gratuito sotto i 7 anni e per le persone con disabilità certificata con accompagnatore. La prenotazione online aggiunge 5 euro e assegna una fascia oraria: salta la coda della biglietteria, non i controlli. Nel 2026 le chiusure festive comunicate sono 1 e 6 gennaio, 11 febbraio, 19 marzo, 6 aprile, 1 maggio, 29 giugno, 14 e 15 agosto, 8, 25 e 26 dicembre, e il calendario va ricontrollato prima di fissare la data. Il consiglio che funziona: prima fascia del mattino, gallerie a passo deciso, Sistina entro le nove. Dentro la cappella le fotografie sono vietate, per la tutela degli affreschi e per un vincolo sui diritti di riproduzione legato al finanziamento del restauro.
Immagine: l’interno della Cappella Sistina in controluce, con la fila di visitatori lungo le pareti e la volta in penombra.
La Cappella Paolina: le ultime pitture di Michelangelo, che non si possono vedere
La Cappella Paolina, dentro il Palazzo Apostolico Vaticano a breve distanza dalla Sistina, custodisce le due ultime opere pittoriche di Michelangelo e non è aperta al pubblico né compresa nel percorso dei Musei Vaticani. Vale la pena saperlo prima di partire: è l’unica lacuna seria di qualunque itinerario michelangiolesco romano, e nessun operatore può colmarla.
Due affreschi, otto anni, poi mai più
Paolo III gli commissionò la decorazione subito dopo il Giudizio Universale. La Conversione di Saulo fu dipinta fra il 1542 e il 1545, la Crocifissione di san Pietro fra il 1546 e il 1550: Michelangelo aveva settantacinque anni quando chiuse il cantiere e non dipinse mai più. Sono opere difficili, con composizioni spiazzanti e un uso della figura che anticipa esiti molto successivi, e la critica le ha rivalutate tardi. La cappella resta chiusa perché è in uso liturgico per le celebrazioni della Casa Pontificia, più che per ragioni di conservazione; un restauro condotto nel primo decennio del Duemila, diretto scientificamente da Arnold Nesselrath, ne ha recuperato i colori originali.
La cupola di San Pietro: progettata da Michelangelo, costruita da altri
La cupola di San Pietro, con un diametro interno di circa 42 metri e un’altezza complessiva superiore ai 130 metri fino alla lanterna, fu progettata da Michelangelo, nominato architetto della fabbrica nel 1546 alla morte di Antonio da Sangallo il Giovane, ma costruita fra il 1588 e il 1590 da Giacomo Della Porta e Domenico Fontana, ventiquattro anni dopo la sua morte. Michelangelo rifiutò il compenso, dichiarando di accettare per devozione, e smontò buona parte del progetto del predecessore per tornare a un impianto centrale più vicino all’idea di Bramante: il cantiere, cominciato nel 1506, continuò per un secolo dopo di lui, e facciata di Maderno, colonnato di Bernini e rivestimento marmoreo interno appartengono a stagioni successive. È la sua opera più vista al mondo e quella su cui ebbe meno controllo.
Il modello ligneo e la modifica del profilo
Fra il 1557 e il 1558 Michelangelo fece costruire un modello ligneo della cupola, preceduto da uno studio in argilla del 1556, con un tamburo scandito da finestre trabeate: quel modello è tuttora conservato in Vaticano ed è il documento decisivo per capire che cosa avesse in mente. Della Porta e Fontana, al momento di costruire, ne modificarono il profilo realizzando una calotta a sesto rialzato, cioè più slanciata e appuntita rispetto a quella più emisferica del modello, sia per aumentarne la visibilità dalla città sia per ridurre le spinte laterali. La cupola che si vede da piazza Navona o dal Gianicolo è quindi michelangiolesca nell’impianto e tardocinquecentesca nel profilo: una distinzione che nessuna targa spiega. Per coglierla dal basso conviene arretrare in piazza San Pietro verso l’obelisco vaticano, da dove il colonnato smette di nasconderla.
Salire: gradini, biglietto, orari
La salita si fa dall’interno della basilica, con biglietto a parte e orario assegnato, acquistabile sulla biglietteria ufficiale della Fabbrica di San Pietro o, secondo disponibilità, in tre punti vendita in loco. I gradini sono 551 per chi sale interamente a piedi; con l’ascensore fino alla terrazza ne restano 320, nel corridoio elicoidale fra le due calotte, stretto e progressivamente inclinato. Gli orari sono 7.30-17 in inverno e 7-18 in estate. Il prezzo cambia fra scale e ascensore e si aggira intorno alla decina di euro: il listino esatto lo pubblica solo la biglietteria ufficiale, e i biglietti non sono modificabili né rimborsabili. Chi soffre di claustrofobia o vertigini salga in ascensore e si fermi alla terrazza: è una visita più corta e tutt’altro che sprecata.
Il Campidoglio: la piazza che Michelangelo non vide finita
Piazza del Campidoglio fu progettata da Michelangelo a partire dal 1538-1539 su incarico di Paolo III, e alla sua morte era realizzata solo in minima parte: quella che si cammina oggi è il risultato di quattro secoli di esecuzione del suo disegno, con l’ultimo pezzo posato nel 1940. L’accesso è libero e gratuito a qualunque ora.
Una piazza nata come basamento di una statua
Nel gennaio del 1538 Paolo III fa trasferire dal Laterano al Campidoglio la statua equestre bronzea di Marco Aurelio; l’anno seguente affida a Michelangelo la risistemazione dell’area, allora uno slargo irregolare fra edifici medievali affacciato verso il Foro Romano. Michelangelo compie il gesto che cambia la storia dell’urbanistica europea: gira la piazza di centottanta gradi verso la città moderna e verso San Pietro, la chiude su tre lati e la apre sul quarto verso la Cordonata. La piazza più armoniosa d’Europa nasce quindi come piedistallo urbanistico di una statua: il contrario di quello che l’occhio moderno presume.
Che cosa vide e che cosa non vide
Prima di morire vide compiuta la scala doppia di accesso al Palazzo Senatorio e la collocazione delle statue fluviali del Nilo e del Tevere. La facciata del Palazzo dei Conservatori fu portata a termine da Guido Guidetti e poi da Giacomo Della Porta, che concluse nel 1568 restando fedele ai disegni del maestro; il Palazzo Nuovo, terzo lato della piazza, fu completato solo nel 1654. L’ordine gigante dei pilastri, che abbraccia due piani con un solo ordine architettonico, è l’invenzione che qui compare per la prima volta in una piazza. Il disegno ovale a dodici punte del pavimento, invece, fu realizzato nel 1940 da Antonio Muñoz sulla base del progetto michelangiolesco noto dalle incisioni: per quattro secoli era rimasto sulla carta.
Il Marco Aurelio: l’originale è dentro
La statua equestre che si vede in piazza è una copia, collocata nel 1997; l’originale in bronzo dorato è al coperto nell’Esedra di Marco Aurelio dei Musei Capitolini. Il basamento in travertino, quello sì, è disegnato da Michelangelo. Il biglietto dei Musei Capitolini, con il listino in vigore dal 13 maggio 2026, costa 15 euro intero e 9,50 ridotto per la sola collezione permanente, e sale a 20,50 intero e 15 ridotto con le mostre in corso; l’orario è tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, ultimo ingresso alle 18.30, con chiusura annuale soltanto il 1 maggio e il 25 dicembre. Dal febbraio 2026 l’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana con la carta d’identità.
Due punti di vista gratuiti
Per capire la piazza servono due sguardi gratuiti. Il primo è da metà Cordonata, dove la scenografia obliqua dei palazzi si apre gradualmente: è esattamente l’effetto per cui fu disegnata. Il secondo è dalla Terrazza Caffarelli, sopra il Palazzo dei Conservatori, con accesso esterno dalla scalinata a fianco e senza biglietto del museo. A pochi passi ci sono Santa Maria in Aracoeli con la sua scalinata ripidissima, l’Altare della Patria e, sul versante opposto del colle, i Mercati di Traiano e il Foro di Traiano con la Colonna Traiana.
Santa Maria degli Angeli e il chiostro grande: l’ultimo cantiere
La Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri fu ricavata da Michelangelo dentro le sale delle Terme di Diocleziano a partire dal 1562, su incarico di Pio IV, e l’ingresso è libero tutti i giorni. È il cantiere che meglio spiega il Michelangelo degli ultimi anni, perché l’intervento consiste soprattutto in un atto di lettura: non alzare muri nuovi, ma riconoscere che una sala termale romana era già una chiesa.
La bolla del 1561 e i lavori del 1562
Con un breve datato 27 luglio 1561 Pio IV ordinò di ricavare dentro le terme una chiesa dedicata alla Vergine e ai martiri cristiani, insieme a un convento certosino. Gli scavi partirono l’anno seguente e il progetto andò a Michelangelo, ottantaseienne e contemporaneamente impegnato a San Pietro e a Porta Pia. Il grande ambiente che oggi forma il transetto corrisponde al frigidarium, la sala fredda delle terme, con le colonne monolitiche di granito rosso ancora in opera: sono antiche, non rinascimentali.
Vanvitelli, 1749: la chiesa che vediamo non è quella di Michelangelo
L’ingresso voluto da Michelangelo non era sull’asse della grande esedra che oggi affaccia su piazza della Repubblica: era laterale e defilato. Nel 1749, in vista del Giubileo e per decisione degli stessi monaci certosini, Luigi Vanvitelli ruotò di novanta gradi l’orientamento della chiesa aprendo l’attuale ingresso nel calidarium e riorganizzando l’interno. Chi entra oggi dal portale sulla piazza percorre un breve corridoio curvo prima di sbucare nell’enorme transetto: quella sequenza è settecentesca, e Michelangelo è nelle proporzioni e nelle strutture antiche conservate, non nella superficie decorativa. Nel pavimento del transetto corre la Meridiana Clementina, linea di bronzo lunga circa quarantacinque metri costruita nel 1702 da Francesco Bianchini su incarico di Clemente XI: non sarebbe stata possibile senza lo spazio del transetto michelangiolesco.
Il chiostro grande e un’attribuzione da maneggiare con cautela
Il chiostro grande della certosa, oggi chiamato Chiostro di Michelangelo e visitabile dall’interno del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, è uno dei più grandi d’Italia: quattro ali di cento metri scandite da cento colonne monolitiche in travertino, con un giardino al centro dove si trovano sette teste colossali di animali rinvenute nel 1586 nell’area intorno alla Colonna Traiana. Sul nome conviene però essere precisi. La data incisa sul primo pilastro d’angolo indica che la costruzione cominciò nel 1565, cioè un anno dopo la morte di Michelangelo, e il primo piano fu concluso soltanto nel 1676. Le fonti indicano che fu verosimilmente costruito su un disegno suo, o su un impianto da lui suggerito, ma l’esecuzione non è sua e la paternità resta un’attribuzione tradizionale, non un dato documentato come per la basilica.
Biglietti del Museo Nazionale Romano
Il chiostro si visita con il biglietto delle Terme di Diocleziano: 15 euro l’intero e 2 euro il ridotto alle condizioni previste per i luoghi della cultura statali, orario dalle 9.30 alle 19 e chiusura il lunedì. Quel biglietto non vale per una sola sede: è del Museo Nazionale Romano e consente un ingresso in ciascuna sede del circuito entro una settimana dalla prima vidimazione, cioè Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Aula Ottagona. Va però segnalato che la Crypta Balbi è temporaneamente chiusa e che alle Terme la natatio, l’Aula VIII e il Museo di Protostoria dei Popoli Latini non risultano accessibili: conviene controllare lo stato delle aperture prima di costruirci una giornata sopra.
Immagine: il chiostro grande delle Terme di Diocleziano con le colonne in travertino, i sarcofagi lungo le ali e i cipressi al centro del giardino.
Porta Pia: l’ultimo progetto, e la facciata che non è sua
Porta Pia fu costruita fra il 1561 e il 1565 su progetto di Michelangelo per volere di Pio IV, e fu l’ultimo incarico architettonico della sua vita: aveva ottantacinque anni quando presentò i disegni e morì nel febbraio del 1564 con il cantiere ancora aperto. Si osserva liberamente e gratuitamente dal piazzale, che è pubblico e attraversato dal traffico.
Quale facciata è di Michelangelo
Questo è l’errore più diffuso su Porta Pia, e capovolge la fotografia che fanno tutti. La facciata rivolta verso l’esterno della città, quella che si inquadra arrivando da via Nomentana, non è di Michelangelo: fu completata in forme neoclassiche da Virginio Vespignani nel corso dell’Ottocento, dopo che un fulmine aveva danneggiato l’attico, sulla base di un’incisione cinquecentesca ritenuta vicina al progetto originale. Michelangelo è nel fronte interno, quello verso la città, che si guarda stando in via XX Settembre con le spalle al centro: un fondale scenografico con un solo grande arco e dettagli grotteschi. Michelangelo presentò tre progetti e, secondo Vasari, il papa scelse quello di minore spesa. La collocazione è l’altra scelta singolare: la porta non è allineata alla cortina delle Mura Aureliane ma leggermente arretrata verso l’interno, perché l’interesse andò all’aspetto teatrale e prospettico molto più che alla funzione difensiva. Il cantiere fu materialmente condotto da Giacomo Del Duca, lo stesso della vicenda di Santa Maria degli Angeli.
Il 1870 e il museo dentro la porta
Nella memoria italiana il nome Porta Pia significa 20 settembre 1870, non Michelangelo. La breccia però non fu aperta sulla porta, ma in un tratto di cortina delle Mura Aureliane a una cinquantina di metri, all’altezza di villa Bonaparte: il varco fu richiuso già nel 1871 e il punto è segnalato da un monumento marmoreo con lapidi e da una colonna con una Vittoria alata. Nei corpi di fabbrica che uniscono le due facciate, dove c’era l’ufficio doganale, ha sede dal 18 settembre 1932 il Museo Storico dei Bersaglieri. Su orari e modalità di accesso non è possibile dare un dato attendibile: trattandosi di un museo militare in edificio demaniale, l’accesso avviene con ogni probabilità in fasce limitate e può richiedere prenotazione, e va confermato con il museo o con l’Esercito Italiano.
La cappella Sforza in Santa Maria Maggiore: il progetto più radicale e il meno visitato
La cappella Sforza, nella navata sinistra della Basilica di Santa Maria Maggiore, fu progettata da Michelangelo negli ultimissimi anni della sua vita e costruita dopo la sua morte: si visita gratuitamente insieme al resto della basilica, aperta tutti i giorni dalle 7 alle 19 secondo le fonti consultabili. È la sua opera romana meno guardata e, paradossalmente, una delle più audaci.
Che cosa ha di speciale, e chi la costruì
È un ambiente a pianta centrale in cui le pareti laterali si incurvano verso l’esterno in due absidi diagonali, sorrette da colonne isolate che non si appoggiano al muro ma avanzano nello spazio. Il risultato è una stanza che sembra dilatarsi mentre la si guarda: il Michelangelo architetto più sperimentale, quello che smonta le regole classiche dall’interno usando gli stessi elementi, ed è stata studiata come uno degli antecedenti diretti del barocco romano. Come per il Campidoglio e per Porta Pia, il progetto è suo e l’esecuzione è posteriore: i lavori furono condotti da Tiberio Calcagni, collaboratore stretto degli ultimi anni, e proseguiti da Giacomo Della Porta nella seconda metà del Cinquecento.
Come vederla, e il resto della basilica
La cappella si raggiunge percorrendo la navata sinistra e non serve biglietto. La luce è scarsa, e la conformazione dello spazio si legge meglio fermandosi qualche minuto sulla soglia invece di entrare subito. Il percorso a pagamento del Polo Museale Liberiano, che comprende museo, Loggia delle Benedizioni, Sala dei Papi, Scala del Bernini e scavi, è un’altra cosa e non riguarda la cappella Sforza: le fonti indicano un’apertura dal lunedì al sabato indicativamente dalle 9.30 alle 18 e non pubblicano un prezzo fisso chiaro, per cui conviene scrivere alla biglietteria della basilica prima di andare. A duecento metri c’è l’obelisco esquilino, e in dieci minuti a piedi si scende a San Pietro in Vincoli.
Palazzo Farnese: il cornicione che nessuno guarda
A Palazzo Farnese, oggi sede dell’ambasciata di Francia in Italia, Michelangelo intervenne dopo la morte di Antonio da Sangallo il Giovane nel 1546, progettando il grande cornicione che chiude in alto la facciata, il balcone sopra il portale centrale con lo stemma e buona parte del completamento del cortile interno. La visita è possibile solo su prenotazione, con modalità stabilite dall’ambasciata.
Il cornicione, e perché è un pezzo di storia dell’architettura
È uno di quegli elementi che i passanti attraversano senza vedere e che gli architetti studiano da cinque secoli. Sangallo aveva progettato un coronamento più contenuto; Michelangelo lo sostituì con una fascia molto più aggettante e pesante, sproporzionata rispetto alle regole del trattato e perfetta rispetto alla massa dell’edificio. La polemica fra i due è documentata dalle fonti contemporanee ed è uno dei momenti in cui si vede meglio la distanza fra il classicismo regolato di Sangallo e il modo michelangiolesco di trattare l’ordine architettonico come materia plastica. Nel cortile l’intervento riguarda soprattutto i livelli superiori; il palazzo fu poi concluso da Giacomo Della Porta, che realizzò il corpo posteriore e il fronte verso il Tevere, terminato nel 1589.
Come si visita, senza inventarsi niente
Le visite sono gestite su prenotazione obbligatoria, con largo anticipo, numero chiuso e obbligo di documento di identità, secondo le modalità pubblicate dall’ambasciata di Francia: giorni, tariffa ed età minima cambiano nel tempo e vanno controllati sul canale ufficiale, perché nessun operatore terzo può garantire l’ingresso al di fuori di quello. Chi non riesce a prenotare guardi la facciata da piazza Farnese verso sera, quando la luce radente fa lavorare il cornicione.
I luoghi della vita romana, compresi quelli scomparsi
Michelangelo arrivò a Roma per la prima volta il 25 giugno del 1496, tornò nel marzo del 1505 chiamato da Giulio II e vi si stabilì definitivamente negli anni Trenta del Cinquecento: gli ultimi trent’anni della sua vita sono romani. Alcuni dei luoghi che frequentò esistono ancora, altri sono stati demoliti, e su uno di essi circola da un secolo un equivoco che conviene chiarire.
La casa dove morì, a Macel de’ Corvi
Michelangelo morì il 18 febbraio 1564 nella sua casa di Macel de’ Corvi, il quartiere che occupava l’area fra il Campidoglio, la Colonna Traiana e l’attuale piazza Venezia. Era un’abitazione modesta, con due camere, una bottega al piano terreno, una sala da pranzo e una cantina, nella zona di via dei Fornari. Non esiste più: fu demolita fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, negli sventramenti che crearono lo spazio per il monumento a Vittorio Emanuele II e per la sistemazione di piazza Venezia. Chi oggi sale la Cordonata o passa davanti a Palazzo Venezia cammina a poche decine di metri dal punto dove Michelangelo morì, senza che nulla sul posto lo dica in modo chiaro. La salma fu portata a Firenze e sepolta in Santa Croce: a Roma non c’è la sua tomba.
La casa sul Gianicolo, che non è la sua casa
Sulla passeggiata del Gianicolo si trova una facciata rinascimentale comunemente chiamata casa di Michelangelo: non è la casa dove visse e morì. È una facciata smontata da un edificio di Macel de’ Corvi demolito nel 1874 durante lavori stradali, recuperata e rimontata altrove, e spostata di nuovo nel 1941 per mascherare il serbatoio dell’acquedotto sul colle. L’identificazione di quell’edificio come abitazione di Michelangelo è dubbia già nelle fonti ottocentesche e gli studiosi la considerano non accertata: prima di Macel de’ Corvi le case romane documentate di Michelangelo erano nei rioni Parione e Borgo. Vale la pena andarci lo stesso, perché il Gianicolo è uno dei punti migliori da cui capire la cupola di San Pietro, ma sapendo che cosa si guarda.
Progetti mancati e opere che hanno lasciato Roma
Per la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, chiesa della comunità fiorentina sul Tevere, Michelangelo elaborò negli anni Cinquanta un progetto a pianta centrale mai eseguito: la chiesa che si vede è di altra mano. Vasari racconta inoltre che gli fu affidato un intervento sul ponte Santa Maria, l’antico ponte oggi ridotto al troncone noto come Ponte Rotto, e che il lavoro passò poi ad altri con esiti disastrosi: è un racconto vasariano, cioè una fonte di parte. Tre sculture, infine, furono fatte a Roma e non ci sono più: il Bacco, oggi al Bargello di Firenze; il primo Cristo della Minerva, a Bassano Romano; e la Pietà Rondanini, l’ultima scultura a cui lavorò fino a pochi giorni dalla morte proprio nella casa di Macel de’ Corvi, oggi al Castello Sforzesco di Milano. Chi vuole vedere il Michelangelo degli ultimissimi anni, quello che toglie materia fino a fare della figura un’ombra, a Roma non lo trova.
Itinerari: un giorno, due giorni, quanto costa
Un solo giorno basta per vedere le tre sculture autografe e l’architettura del centro, ma non basta per aggiungerci la Cappella Sistina, perché i Musei Vaticani da soli richiedono mezza giornata e stanno dalla parte opposta della città. Chi ha un giorno sceglie fra due blocchi; chi ne ha due li fa entrambi, divisi per geografia e non per cronologia.
Un giorno, versione centro storico
Si parte da Santa Maria Maggiore all’apertura, per la cappella Sforza con la basilica ancora vuota, e si scende a piedi verso San Pietro in Vincoli, dieci minuti in discesa, per il Mosè. Poi il Campidoglio, con la salita dalla Cordonata, e chi vuole l’originale del Marco Aurelio entra ai Musei Capitolini. Nel pomeriggio la Minerva per il Cristo, a due passi dal Pantheon, e chiusura a piazza Farnese davanti al cornicione. Costo: zero, salvo il biglietto dei Capitolini.
Un giorno, versione Vaticano
L’alternativa si costruisce all’incontrario: prenotazione online per la prima fascia dei Musei Vaticani alle 8, percorso museale a passo deciso fino alla Sistina entro le nove, poi la basilica di San Pietro con la Pietà e la salita alla cupola con l’orario assegnato. In una mattinata si vedono volta, Giudizio, Pietà e cupola, e il pomeriggio si tiene libero. Il conto: 20 euro di biglietto più 5 di prenotazione, più la decina di euro della cupola, con la basilica gratuita.
Due giorni, e il vincolo che decide l’ordine
Con due giorni si vede tutto il Michelangelo romano accessibile: il primo giorno il blocco vaticano, aggiungendo se resta tempo le Grotte Vaticane, gratuite dal percorso segnalato, e una salita al Gianicolo nel pomeriggio; il secondo giorno il centro, con Santa Maria Maggiore, San Pietro in Vincoli, Campidoglio, Minerva e, in coda, piazza della Repubblica per Santa Maria degli Angeli e il chiostro grande, con Porta Pia un chilometro e mezzo più a nord lungo via XX Settembre. Il solo vincolo rigido è la fascia oraria prenotata ai Musei Vaticani: il resto è flessibile, perché le chiese sono gratuite e i Musei Capitolini aprono tutti i giorni, lunedì compreso. Il lunedì, giorno peggiore per i musei statali romani, qui è quasi un vantaggio: chiudono le Terme di Diocleziano, ma non il resto. Chi vuole allargare il percorso ad altri artisti trova un itinerario analogo dedicato a Caravaggio a Roma, che copre chiese e musei in gran parte diversi.
Domande frequenti su Michelangelo a Roma
Quante opere di Michelangelo si vedono a Roma?
A Roma si vedono tre sculture autografe di Michelangelo, la Pietà in San Pietro, il Mosè con Lia e Rachele in San Pietro in Vincoli e il Cristo portacroce alla Minerva, più due cicli pittorici di cui uno solo visitabile, la Cappella Sistina, e almeno sei opere di architettura progettate da lui. Il conteggio cambia a seconda che si includano o no le opere costruite da altri dopo la sua morte, che sono la maggioranza della parte architettonica.
Quanto costa vedere tutte le opere di Michelangelo a Roma?
Vedere le opere di Michelangelo a Roma costa poco più di cinquanta euro a persona, perché quasi tutto è gratuito. Le voci a pagamento sono il biglietto dei Musei Vaticani per la Cappella Sistina, 20 euro più 5 di prenotazione online, la salita alla cupola di San Pietro intorno alla decina di euro, i Musei Capitolini da 15 a 20,50 euro e il Museo Nazionale Romano a 15 euro per il chiostro grande. Tutte le chiese sono a ingresso libero.
Dove si trova il Mosè di Michelangelo a Roma?
Il Mosè di Michelangelo si trova nella basilica di San Pietro in Vincoli, sul colle Oppio, dentro il monumento funebre di papa Giulio II addossato alla parete destra del transetto, e si vede gratuitamente. Si arriva dalla stazione metro Cavour della linea B o in dieci minuti di salita dal Colosseo. Attenzione agli orari: le fonti ufficiali della basilica non concordano fra loro, quindi conviene telefonare prima di salire la scalinata.
La Cappella Sistina si può visitare senza fare tutti i Musei Vaticani?
La Cappella Sistina non ha un ingresso indipendente e si raggiunge soltanto attraverso il percorso dei Musei Vaticani, con biglietto da 20 euro intero o 10 ridotto, più 5 euro prenotando online. Non esiste un biglietto separato per la sola cappella, ma il percorso si può abbreviare: chi entra alla prima fascia delle 8 e attraversa le gallerie senza fermarsi arriva in cappella entro le nove, quando è ancora praticabile.
Il Cristo della Minerva e il Cristo Risorto di Michelangelo sono due statue diverse?
Il Cristo della Minerva e il Cristo Risorto di Michelangelo sono la stessa opera in due versioni successive, non due opere distinte. La prima, cominciata nel 1514, fu abbandonata per una vena nera affiorata nel marmo e si trova oggi nella chiesa del monastero di San Vincenzo a Bassano Romano, nel Viterbese, dove è stata riconosciuta all’inizio degli anni Duemila. La seconda, collocata in basilica nel dicembre del 1521, è quella visibile a Roma.
La cupola di San Pietro è davvero di Michelangelo?
La cupola di San Pietro è di Michelangelo nel progetto ma non nell’esecuzione: fu costruita fra il 1588 e il 1590 da Giacomo Della Porta e Domenico Fontana, ventiquattro anni dopo la sua morte, e i due ne modificarono il profilo rendendolo a sesto rialzato rispetto al modello ligneo del 1557-1558. L’impianto, il tamburo e il sistema dei costoloni restano michelangioleschi; la silhouette appuntita che si vede da lontano no.
Si possono fare fotografie alle opere di Michelangelo a Roma?
Le fotografie alle opere di Michelangelo a Roma sono ammesse quasi ovunque tranne che nella Cappella Sistina, dove sono vietate per la tutela degli affreschi e per un vincolo sui diritti di riproduzione legato al finanziamento del restauro. In San Pietro si fotografa liberamente, tenendo conto che la Pietà è dietro un cristallo antiproiettile che riflette il flash. Nelle chiese si evitano flash e treppiedi durante le funzioni.
Si può visitare la casa dove morì Michelangelo a Roma?
La casa dove Michelangelo morì il 18 febbraio 1564, nel quartiere di Macel de’ Corvi fra il Campidoglio e l’attuale piazza Venezia, non esiste più: fu demolita fra fine Ottocento e primo Novecento per costruire il monumento a Vittorio Emanuele II e sistemare l’area. La facciata che sulla passeggiata del Gianicolo viene chiamata casa di Michelangelo proviene da un altro edificio di quel quartiere e l’identificazione non è accertata.
Quanto tempo serve per vedere le opere di Michelangelo a Roma?
Per vedere tutte le opere di Michelangelo accessibili a Roma servono due giorni pieni, divisi per geografia: uno in Vaticano fra Musei Vaticani, Cappella Sistina, basilica di San Pietro e cupola, e uno nel centro fra Santa Maria Maggiore, San Pietro in Vincoli, Campidoglio, Minerva, Santa Maria degli Angeli e Porta Pia. In una sola giornata si sceglie fra i due blocchi, senza provare a unirli.
Una raccomandazione finale
Il percorso michelangiolesco romano funziona se trattato come una biografia e non come una collezione. Fra la Pietà del 1499 e Porta Pia del 1564 passano sessantacinque anni, e in mezzo c’è un uomo che a venticinque anni scolpiva il marmo più levigato del Rinascimento e a ottantasei disegnava porte urbane con dettagli deliberatamente sgrammaticati. Se una sola tappa dovesse restare, che sia il Campidoglio al tramonto, gratis, con la Cordonata alle spalle.
Chi vuole trasformare queste tappe in un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociandole con le basiliche, le piazze e i musei di Monti, del Campo Marzio e del Vaticano, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro generale su trasporti, collegamenti e mete del Lazio, compresa Bassano Romano dove si trova la prima versione del Cristo della Minerva, è una buona risorsa Italy Planner.
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