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Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio è una delle prime grandi chiese rinascimentali costruite a Roma e, con ogni probabilità, quella che concentra il maggior numero di capolavori per metro quadro rispetto alla notorietà di cui gode. Si trova a due passi da Piazza Navona, in una piazzetta laterale che la maggior parte dei turisti attraversa senza alzare lo sguardo, e custodisce in poche decine di metri la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, il profeta Isaia affrescato da Raffaello, il gruppo marmoreo di Sant’Anna, la Vergine e il Bambino di Andrea Sansovino e la Madonna del Parto di Jacopo Sansovino, coperta di ex voto e meta di un pellegrinaggio devozionale che a Roma non si è mai interrotto. Accanto alla chiesa, nel convento degli Agostiniani, si apre la Biblioteca Angelica, la prima biblioteca d’Europa aperta al pubblico senza distinzione di ceto. L’ingresso in basilica è gratuito, come in quasi tutte le chiese di Roma, e non serve prenotare. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede dentro, in che ordine conviene guardarlo, perché la facciata di travertino ha una storia controversa alle spalle e come questa chiesa sia diventata, in cinque secoli, uno dei luoghi più stratificati del centro storico.

Dove si trova la Basilica di Sant’Agostino e come raggiungerla

La basilica si affaccia su piazza di Sant’Agostino, una piazzetta rettangolare del rione Sant’Eustachio compresa fra via della Scrofa e via dei Pianellari, a meno di duecento metri dal fianco settentrionale di Piazza Navona. Chi arriva da via della Scrofa, l’arteria che taglia il Campo Marzio da nord a sud, la incontra sulla destra dopo aver superato l’incrocio con via dei Portoghesi. È una posizione paradossale: la chiesa si trova nel cuore assoluto del centro turistico romano, in mezzo al flusso che ogni giorno collega il Pantheon a Piazza Navona, eppure la piazzetta antistante resta quasi sempre semivuota, perché non è sull’asse pedonale principale e perché la mole della facciata, arretrata in cima a una scalinata, non si vede finché non ci si trova proprio di fronte.

A piedi dal centro storico

Da Piazza Navona si arriva in tre minuti scarsi: basta uscire dal lato nord della piazza, quello della fontana del Nettuno, imboccare via di Sant’Agostino e proseguire dritti fino a quando la strada sbocca nella piazzetta. Dal Pantheon il percorso è altrettanto breve, sette o otto minuti camminando lungo via della Scrofa oppure attraversando la zona di piazza delle Cinque Lune. Da Campo de’ Fiori servono una quindicina di minuti passando per corso Vittorio Emanuele II e risalendo verso il Campo Marzio, mentre da Piazza di Spagna il tragitto è di poco superiore al quarto d’ora seguendo via dei Condotti, via Tomacelli e poi le stradine interne del rione.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una fermata della metropolitana nelle immediate vicinanze: il Campo Marzio è la porzione di centro storico romano più lontana dalle linee A e B, un vuoto che chiunque visiti Roma scopre presto. La soluzione più pratica è scendere a Spagna o a Barberini sulla linea A e completare il percorso a piedi in un quarto d’ora circa, oppure servirsi degli autobus di superficie che percorrono corso del Rinascimento e corso Vittorio Emanuele II, con fermate a poche centinaia di metri dalla chiesa. Le linee che collegano Termini al centro storico passando per largo di Torre Argentina lasciano a una decina di minuti a piedi dalla basilica.

Una delle prime chiese rinascimentali di Roma

La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio venne ricostruita nella forma attuale fra il 1479 e il 1483, il che ne fa una delle primissime chiese pienamente rinascimentali costruite ex novo a Roma. È un dato che merita di essere messo a fuoco, perché nella percezione comune il Rinascimento romano coincide con il Cinquecento di Bramante, Raffaello e Michelangelo, e si tende a dimenticare che nei decenni precedenti la città aveva già cominciato ad adottare il linguaggio architettonico maturato a Firenze nella prima metà del Quattrocento.

Prima del 1483: gli Agostiniani e San Trifone

Gli eremitani di Sant’Agostino, l’ordine mendicante che riuniva sotto la regola agostiniana diverse congregazioni eremitiche, si erano stabiliti in questa zona del Campo Marzio già alla fine del Duecento, quando nel 1287 ottennero la chiesa di San Trifone in Posterula, poco distante. La comunità crebbe rapidamente e alla fine del Trecento avviò la costruzione di una chiesa nuova dedicata al proprio fondatore spirituale, completata attorno al 1420. Quella prima chiesa, però, si rivelò presto inadeguata: troppo piccola per una comunità in espansione e, soprattutto, costruita a una quota troppo bassa rispetto al Tevere, che in questo tratto del Campo Marzio esondava con regolarità allagando le strade e i piani terra degli edifici.

Il cardinale d’Estouteville, il committente

A finanziare la ricostruzione fu il cardinale Guillaume d’Estouteville, prelato francese di famiglia nobile normanna, uno degli uomini più ricchi e influenti della curia romana nel pieno Quattrocento. D’Estouteville, che fu camerlengo di Santa Romana Chiesa e vescovo di Ostia, aveva già finanziato interventi consistenti in altre chiese romane, e la sua liberalità nei confronti degli Agostiniani ebbe una ragione precisa: l’ordine era in quel momento uno dei più attivi nella vita intellettuale e universitaria della città. L’iscrizione sul portale centrale della basilica ricorda esplicitamente il suo nome e l’anno del completamento, il 1483, in una formula che attribuisce a lui la paternità dell’opera.

Chi la progettò: una questione con più di una risposta

Sull’attribuzione del progetto le fonti non concordano del tutto, e vale la pena dirlo con chiarezza invece di scegliere arbitrariamente una versione. La tradizione storiografica italiana più diffusa attribuisce la ricostruzione a Giacomo da Pietrasanta e a Sebastiano da Firenze, due maestri attivi nella Roma di Sisto IV, e questa è la versione che si ritrova sia nella documentazione della parrocchia sia nelle schede degli enti turistici comunali. Una parte della letteratura di lingua inglese, invece, riconduce il progetto generale a Baccio Pontelli, l’architetto legato ad altri cantieri sistini, assegnando a Giacomo da Pietrasanta la sola realizzazione della facciata. In assenza di un documento contrattuale che sciolga la questione, la posizione più onesta è registrare entrambe le letture: il nome che ricorre in tutte le versioni, e quindi il più solido, è quello di Giacomo da Pietrasanta.

La cupola: un primato architettonico spesso frainteso

L’edificio del 1483 fu coronato da una cupola emisferica impostata su un tamburo cilindrico, e diverse fonti la indicano come la prima cupola rinascimentale realizzata a Roma non inclusa dentro un tiburio, cioè non nascosta da un involucro esterno di forma diversa, come accadeva nella tradizione costruttiva medievale. Qui va segnalata una confusione che circola in rete e anche in alcune schede istituzionali: qualche testo attribuisce a Luigi Vanvitelli, l’architetto settecentesco che intervenne pesantemente sulla basilica, la realizzazione della prima cupola rinascimentale di Roma. È un fraintendimento cronologico evidente, dato che Vanvitelli lavorò qui a metà Settecento, oltre due secoli e mezzo dopo. La lettura corretta è l’opposta: la cupola quattrocentesca era il primato, e fu proprio Vanvitelli a trasformarne l’assetto interno.

La facciata in travertino: che cosa si vede e che cosa si racconta

La facciata della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio è interamente rivestita di blocchi di travertino, la pietra calcarea estratta nelle cave di Tivoli e dell’Aniene che costituisce il materiale identitario dell’architettura romana in ogni epoca. Si articola su due ordini sovrapposti: quello inferiore, più largo, corrisponde alla larghezza delle tre navate interne e presenta il portale centrale e due portali laterali minori; quello superiore, arretrato e più stretto, corrisponde alla sola navata centrale ed è chiuso in alto da un timpano triangolare entro il quale campeggia lo stemma del cardinale d’Estouteville.

Il modello albertiano

Il raccordo fra i due ordini è affidato a due grandi volute laterali, cioè due elementi curvi a forma di ricciolo che mascherano il gradino fra la navata centrale alta e le navate laterali più basse. È una soluzione che Leon Battista Alberti aveva codificato nella facciata di Santa Maria Novella a Firenze, portata a termine nel 1470, e che dalla seconda metà del Quattrocento in avanti divenne lo schema canonico per le facciate di chiese a tre navate in tutta Italia, fino a diventare uno dei tratti riconoscibili della facciata barocca romana un secolo e mezzo dopo. A Sant’Agostino le volute sono però un’aggiunta successiva, introdotta da Vanvitelli nel rifacimento settecentesco: la facciata quattrocentesca originaria aveva un profilo diverso, e questo è uno dei molti punti in cui l’edificio che vediamo è un palinsesto e non un documento puro del suo secolo di fondazione.

La scalinata

La scalinata monumentale che precede la facciata fu rifatta nel 1666, e la sua funzione originaria, come si è detto, era sollevare il piano della chiesa rispetto alla quota delle inondazioni. L’effetto secondario, però, fu scenografico: la basilica domina la piazzetta dall’alto, e chi sale i gradini compie un percorso di avvicinamento che nelle chiese romane a filo di strada manca completamente. È un dispositivo che i visitatori percepiscono senza saperlo, e che contribuisce a spiegare perché l’interno, una volta varcata la soglia, appaia più solenne di quanto le dimensioni non lascerebbero prevedere.

Una curiosità sulla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

La tradizione più ripetuta su questa chiesa riguarda la provenienza del travertino della facciata: secondo il racconto tramandato dalle guide e riportato da numerose fonti locali, i blocchi sarebbero stati prelevati direttamente dalle rovine del Colosseo. È una notizia che va maneggiata con una certa cautela, e conviene spiegare esattamente perché.

Che cosa si può dire con sicurezza

Il fatto storico generale non è in discussione: fra il Medioevo e il pieno Rinascimento il Colosseo funzionò a tutti gli effetti come una cava di pietra a cielo aperto, e i suoi blocchi di travertino finirono in decine di cantieri romani, compresi alcuni fra i più celebri. Le concessioni papali che autorizzavano il prelievo di materiale dall’anfiteatro Flavio sono documentate, e la pratica della spoliazione fu interrotta soltanto nel Settecento, quando Benedetto XIV consacrò il monumento alla memoria dei martiri cristiani. Che nella Roma del 1483 un cantiere di grande scala si rifornisse di travertino di reimpiego, invece di aprire nuove cave, era quindi la norma, non l’eccezione.

Perché la notizia va etichettata come tradizione

Quello che manca, nel caso specifico di Sant’Agostino, è la prova documentaria diretta che i blocchi provengano proprio dal Colosseo e non da altre rovine antiche o da cave attive. Le fonti che si occupano della basilica usano infatti formule prudenti, parlando di travertino proveniente dal Colosseo “secondo la tradizione”, e la stessa cautela si ritrova nelle schede degli enti turistici. Alcune ricostruzioni indicano il Colosseo con certezza, altre ampliano la formula a un generico reimpiego di materiale antico. La versione che si può sostenere senza forzature è questa: il travertino della facciata è quasi certamente di reimpiego, il Colosseo è la fonte tradizionalmente indicata, e in mancanza di documenti contrattuali dell’epoca l’attribuzione resta una tradizione consolidata piuttosto che un dato verificato.

La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio: la prima cappella a sinistra

La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio si trova nella prima cappella della navata sinistra, immediatamente a sinistra di chi entra dal portale centrale, ed è un olio su tela di dimensioni monumentali, circa 260 centimetri di altezza per 150 di larghezza. È nota anche come Madonna di Loreto, dal santuario marchigiano a cui rimanda l’iconografia, ed è uno dei dipinti che meglio riassumono la rivoluzione che Caravaggio portò nella pittura sacra italiana all’inizio del Seicento.

La committenza: la cappella Cavalletti

La cappella fu acquistata dalla famiglia Cavalletti il 4 settembre 1603, in esecuzione delle volontà testamentarie di Ermete Cavalletti, un gentiluomo bolognese trapiantato a Roma e legato agli ambienti della devozione lauretana, morto l’anno precedente. Fu la vedova a seguire la realizzazione della pala d’altare, affidata a Caravaggio. Sulla datazione esatta dell’esecuzione le fonti oscillano fra il 1604 e il 1606, con la maggioranza degli studi che colloca il dipinto fra il 1604 e il 1605 e alcune schede che indicano il 1606: il dato sicuro è la finestra cronologica, non l’anno singolo.

Che cosa rappresenta il dipinto

La scena è di una semplicità disarmante. La Vergine, in piedi sulla soglia di una porta, con il Bambino già grandicello in braccio, si mostra a due pellegrini inginocchiati con le mani giunte: un uomo anziano dai capelli radi e una donna con una cuffia consunta. Alle spalle della Madonna non c’è la Santa Casa che vola sorretta dagli angeli, come vuole l’iconografia lauretana tradizionale, ma un semplice muro di mattoni scrostato con uno stipite di pietra e una soglia di marmo. Caravaggio, in altre parole, prende un tema devozionale codificato e lo riscrive come un incontro avvenuto sulla porta di casa in un vicolo romano qualsiasi.

I piedi sporchi che fecero scandalo

Il dettaglio che scatenò le polemiche è il più visibile di tutti: i piedi nudi e infangati del pellegrino inginocchiato in primo piano, con le piante rivolte verso lo spettatore e la sporcizia del cammino perfettamente resa. Nel clima della Controriforma, che pretendeva dall’arte sacra decoro e dignità, mostrare la miseria fisica dei devoti in una pala d’altare era una provocazione difficile da digerire. Giovanni Baglione, pittore e biografo contemporaneo di Caravaggio nonché suo avversario dichiarato, registrò nelle sue Vite il malcontento del pubblico proprio verso questa “estrema povertà” e verso i piedi sudici collocati in primo piano, testimoniando che la reazione non fu un’invenzione posteriore ma un fatto contemporaneo all’opera.

Va detto però che la lettura critica moderna ha rovesciato il giudizio. Come ha osservato Ferdinando Bologna fra gli altri, quel realismo estremo non allontanò affatto i fedeli comuni: al contrario, la gente che frequentava la basilica si riconobbe in quelle figure logore e polverose molto più che nelle Madonne levigate della pittura tardomanierista. Lo scandalo, in altre parole, fu un fatto della critica colta più che della devozione popolare, e la fortuna secolare del dipinto in una chiesa parrocchiale lo conferma.

La modella e la sua identità discussa

Sull’identità della modella che posò per la Vergine circola da secoli un’attribuzione tradizionale: si è ipotizzato che si tratti di Lena, identificata da parte della critica con Maddalena Antognetti, una donna romana legata a Caravaggio e citata nei documenti giudiziari dell’epoca, descritta come cortigiana. Se l’identificazione fosse fondata, la provocazione sarebbe doppia, perché le norme controriformistiche scoraggiavano l’uso di modelle di dubbia reputazione per le figure sacre. Qui però serve prudenza: si tratta di un’ipotesi storiografica ricorrente e non di un dato documentato in modo definitivo, e diversi studiosi la trattano come tale.

Come si guarda, concretamente

La cappella è piccola e il dipinto, collocato sull’altare, in condizioni di luce naturale risulta molto scuro: come in quasi tutte le chiese romane che custodiscono opere di questo rilievo, un apparecchio a gettone accende per qualche minuto i riflettori, e chi vuole vedere davvero i piedi del pellegrino farebbe bene a portarsi qualche moneta da un euro.

Chi vuole capire fino in fondo la portata della rivoluzione caravaggesca farebbe bene a completare la visita con le tre tele della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, a cinque minuti a piedi, e con le due grandi tele della cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. Le tre chiese formano, insieme a Sant’Agostino, il circuito caravaggesco gratuito di Roma, uno degli itinerari d’arte a costo zero più densi che esistano in Europa.

La facciata della basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio
La facciata rinascimentale in travertino della basilica di Sant'Agostino, in Campo Marzio. Foto di Wilfredor, licenza CC0, via Wikimedia Commons.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Nel Cinquecento la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio accolse fra le proprie sepolture un gruppo sociale che nessun’altra chiesa romana di pari rango avrebbe accettato con la stessa disinvoltura: le cortigiane di alto bordo della città. Accanto alle tombe di cardinali, prelati e famiglie nobiliari, la basilica ospitò i sepolcri di alcune fra le donne più note e più discusse della Roma rinascimentale.

Chi fu sepolta qui

Le fonti locali ricordano in particolare Fiammetta Michaelis, celebre cortigiana legata a Cesare Borgia e proprietaria di una casa ancora oggi individuabile nel rione Ponte, dove una piazzetta porta il suo nome; Giulia Campana, anche lei cortigiana di successo; e la figlia di quest’ultima, Tullia d’Aragona, figura di rilievo ben superiore alla sola cronaca mondana, perché fu poetessa, autrice di un trattato filosofico sull’amore e interlocutrice riconosciuta dei circoli letterari di Roma, Firenze e Ferrara. Accanto a lei, secondo le stesse fonti, fu sepolta la sorella Penelope.

Perché proprio qui

La spiegazione è geografica prima ancora che morale. La zona a nord del Campo Marzio, fra via di Ripetta e il Tevere, ospitava nel Cinquecento il quartiere che i romani chiamavano l’Ortaccio, l’area in cui le autorità pontificie tentarono di confinare la prostituzione cittadina. Sant’Agostino era la chiesa parrocchiale di riferimento per una parte consistente di quella popolazione, e il diritto di sepoltura seguiva la residenza. A questo si aggiungeva un fattore pratico: le cortigiane di rango elevato disponevano di patrimoni personali significativi e potevano permettersi lasciti generosi alla comunità religiosa, il che rendeva la questione meno controversa di quanto il senso comune suggerirebbe.

Di quelle sepolture oggi non resta nulla di visibile: lapidi e monumenti funebri vennero rimossi nei secoli, verosimilmente durante le campagne di rigore seguite al Concilio di Trento e poi nei rifacimenti settecenteschi. Va aggiunto che la vicenda circola in versioni molto variabili, arricchite nel tempo di particolari romanzeschi: il nucleo attestato dalle fonti erudite romane è la presenza delle sepolture, mentre i dettagli su epigrafi e circostanze delle rimozioni vanno presi come tradizione locale e non come cronaca verificata.

Il profeta Isaia di Raffaello sul terzo pilastro

Il profeta Isaia affrescato da Raffaello si trova sul terzo pilastro della navata sinistra della basilica, su una superficie muraria a vista, non dentro una cappella, e per questo motivo sfugge a moltissimi visitatori che entrano cercando solo il Caravaggio. È datato al 1511 o al 1512 a seconda degli studi, quindi al momento più intenso dell’attività romana di Raffaello, contemporaneo alle Stanze Vaticane.

Il committente: Johann Goritz e la sua devozione

L’affresco faceva parte di un complesso votivo commissionato da Johann Goritz, noto a Roma nella forma italianizzata Giovanni Coricio o Coritius, protonotario apostolico originario del Lussemburgo e figura di primo piano nell’umanesimo romano di inizio Cinquecento. Goritz destinò il monumento alla devozione verso Sant’Anna, la Vergine e Cristo, un tema trinitario familiare che ricorre esplicitamente nell’iscrizione. Il complesso era concepito come un’unità: l’affresco di Raffaello in alto e, direttamente sotto, il gruppo scultoreo marmoreo di Andrea Sansovino.

L’iscrizione greca e il cartiglio ebraico

Il profeta è raffigurato seduto, in torsione, fra due putti che reggono una cartella con una dedica in greco, il cui senso è un omaggio a Sant’Anna madre della Vergine, alla Vergine madre di Dio e a Gesù salvatore da parte di Giovanni Goritz. Il rotolo che Isaia tiene in mano reca un versetto in ebraico tratto dal libro omonimo, un invito ad aprire le porte perché entri il popolo che crede. La compresenza di greco ed ebraico in un’unica opera è un tratto colto tipico dell’ambiente umanistico romano del primo Cinquecento, in cui la conoscenza delle lingue delle Scritture era diventata un segno di distinzione intellettuale.

Raffaello davanti a Michelangelo

La cosa più interessante dell’Isaia, per chi conosce la pittura del Cinquecento, è quanto poco somigli al Raffaello che tutti hanno in mente. Nessuna dolcezza, nessuna grazia leggera: il profeta ha una muscolatura pesante, una posa in torsione violenta, una fisicità che deriva in modo diretto dai profeti e dalle sibille che Michelangelo aveva dipinto sulla volta della Cappella Sistina fra il 1508 e il 1512. Nel momento in cui Raffaello dipinse l’Isaia, la volta sistina era in corso di completamento e alcune sue parti erano già state svelate: l’impatto su Raffaello fu immediato e l’affresco di Sant’Agostino ne è la testimonianza più esplicita che si conservi a Roma fuori dai Palazzi Vaticani.

L’aneddoto del compenso

Alla storia dell’affresco si lega un aneddoto tramandato dalla tradizione biografica cinquecentesca: Goritz avrebbe trovato eccessivo il compenso richiesto da Raffaello e avrebbe chiesto il parere di Michelangelo, il quale, osservata l’opera, avrebbe risposto che il solo ginocchio del profeta valeva la cifra pattuita. È uno di quei racconti che gli storici dell’arte trattano con la giusta distanza, perché appartiene al repertorio aneddotico costruito attorno alla rivalità fra i due artisti; resta però significativo di come già i contemporanei leggessero l’Isaia come un’opera michelangiolesca.

Sant’Anna, la Vergine e il Bambino di Andrea Sansovino

Sotto l’affresco di Raffaello, sullo stesso pilastro, si trova il gruppo scultoreo in marmo raffigurante Sant’Anna, la Vergine e il Bambino, opera di Andrea Sansovino databile al 1512, commissionato dallo stesso Johann Goritz come parte unitaria del medesimo complesso votivo. È un errore frequente considerarlo un’opera indipendente collocata lì per caso: affresco e scultura nacquero insieme e vanno letti insieme.

Che cosa rappresenta

Il soggetto è quello che l’iconografia chiama Sant’Anna Metterza, cioè la rappresentazione delle tre generazioni sacre: la nonna Anna, la figlia Maria e il nipote Gesù disposti in una composizione piramidale che le collega fisicamente. È un tema di grande fortuna nel Rinascimento italiano, che Leonardo aveva affrontato negli stessi anni in un’interpretazione destinata a diventare celeberrima, e che qui Sansovino risolve in chiave monumentale e composta, con una piramide di corpi che gioca sul contrasto fra la materialità dei panneggi e la levigatezza degli incarnati.

La tradizione dei poeti nel giorno di Sant’Anna

Un dettaglio che restituisce l’atmosfera umanistica della Roma di Leone X: nel giorno della festa di Sant’Anna, il 26 luglio, gli intellettuali del circolo di Goritz erano soliti riunirsi davanti al gruppo scultoreo e affiggervi componimenti poetici in latino composti per l’occasione. Quei versi vennero poi raccolti e pubblicati, e costituiscono una fonte preziosa sulla sociabilità letteraria romana del primo Cinquecento. È un caso raro in cui si conosce non solo l’opera d’arte, ma anche il rito collettivo che le si svolgeva attorno.

La Madonna del Parto di Jacopo Sansovino e il suo culto

La Madonna del Parto di Jacopo Sansovino si trova in una nicchia sulla parete destra, subito dopo l’ingresso principale, ed è l’opera d’arte della basilica davanti alla quale si trova quasi sempre qualcuno in preghiera. È un gruppo marmoreo che raffigura la Vergine seduta in trono con il Bambino in piedi sulle sue ginocchia, realizzato fra il 1516 e il 1521 su commissione della famiglia fiorentina dei Martelli, il cui stemma compare ancora sull’edicola architettonica che la incornicia.

Una statua sepolta dagli ex voto

Ciò che colpisce chi entra per la prima volta non è la scultura in sé, ma quello che la circonda. La nicchia e le pareti attorno sono letteralmente coperte di ex voto: cuori d’argento, medagliette, catenine, fotografie, fiocchi azzurri e rosa, lastre con iscrizioni di ringraziamento, fasce votive. È l’accumulazione materiale di un culto ininterrotto, praticato in modo prevalente ma non esclusivo da donne che chiedono o ringraziano per una gravidanza, un parto andato bene, un figlio desiderato a lungo. Nella Roma contemporanea, dove molte devozioni popolari si sono spente o ridotte a folklore turistico, questa è ancora vivissima e del tutto spontanea.

Il piede d’argento

Il dettaglio più raccontato riguarda il piede della Vergine, che sporge dal basamento e che i fedeli hanno baciato e toccato per secoli. Nel 1822 papa Pio VII concesse un’indulgenza a chi baciava la statua, e l’usura provocata dal contatto continuo fu tale che il piede originale in marmo dovette essere sostituito con una lamina d’argento. Quando si osserva la scultura da vicino, quella superficie metallica lucida in mezzo al marmo è immediatamente riconoscibile: è la misura fisica, quantificabile, di due secoli di devozione popolare.

La leggenda di Agrippina e Nerone

Prima che il gruppo diventasse oggetto di culto mariano, a Roma circolava una tradizione popolare del tutto diversa: che la statua raffigurasse in realtà Agrippina con il giovane Nerone, e che si trattasse quindi di una scultura antica reimpiegata in chiesa. È una leggenda infondata, dato che l’opera è documentata come creazione cinquecentesca di Jacopo Sansovino, ma dice qualcosa di importante sulla Roma di quei secoli: l’abitudine a convivere con marmi antichi riusati era tale che una scultura rinascimentale di impianto classicheggiante poteva essere scambiata per romana senza che nessuno trovasse la cosa strana. La devozione mariana, secondo le ricostruzioni disponibili, si consolidò e assunse la forma attuale soprattutto nel corso dell’Ottocento.

Il sonetto di Belli

La quantità di gioielli e ornamenti accumulati sulla statua colpì a tal punto Giuseppe Gioachino Belli da spingerlo a dedicare alla Madonna del Parto uno dei suoi sonetti in dialetto romanesco, in chiave ironica verso quella pratica devozionale. È un riscontro letterario prezioso, perché documenta che già nella prima metà dell’Ottocento l’aspetto della nicchia era sostanzialmente quello che vediamo oggi, con la scultura quasi nascosta sotto la massa degli ex voto.

Il restauro del 2022

La devozione, però, ha un prezzo conservativo. Secoli di contatto fisico, di oli sacri applicati sulla superficie, di cere e di resine sintetiche stese in interventi non sempre accorti avevano prodotto un imbrunimento esteso e a macchia del marmo di Carrara, oltre ad abrasioni e graffi diffusi. Nel 2022 la scultura è stata sottoposta a un restauro durato circa sei mesi, coordinato dalla restauratrice Anna Borzomati con la Soprintendenza Speciale di Roma e il sostegno di un istituto bancario, che ha combinato solventi organici tradizionali con una tecnica di biopulitura basata su ceppi batterici selezionati, capaci di metabolizzare i depositi organici senza aggredire il marmo. La documentazione dell’intervento è stata elaborata con modellazione tridimensionale.

Il consiglio che ti do per visitare la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Il consiglio più utile riguarda l’orario di apertura, perché la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio segue il regime di chiusura pomeridiana tipico delle chiese romane officiate da una comunità religiosa, e chi arriva verso l’una del pomeriggio rischia di trovare i portoni sbarrati. Le indicazioni disponibili parlano di un’apertura mattutina che si chiude attorno a mezzogiorno e mezzo e di una riapertura pomeridiana verso le quattro fino alla sera, con orario leggermente diverso nei giorni festivi, ma queste fasce cambiano con le stagioni e con il calendario liturgico: conviene sempre verificarle sul sito della basilica o telefonando in parrocchia prima di organizzare la visita, perché nessun orario di chiesa romana è affidabile se letto su una fonte di terze parti.

Il momento giusto della giornata

Se l’obiettivo principale è vedere il Caravaggio nelle condizioni migliori, la prima mattina è preferibile: la chiesa è quasi vuota, la luce che entra dalle finestre alte è ancora morbida e non ci sono gruppi guidati davanti alla cappella. Nel tardo pomeriggio, invece, l’atmosfera è completamente diversa, con la luce artificiale accesa, le funzioni in corso e una presenza di fedeli locali che restituisce alla basilica la sua dimensione di chiesa parrocchiale viva. Sono due visite diverse e chi ha tempo farebbe bene a farle entrambe.

Combinare la visita con il resto del Campo Marzio

Sant’Agostino funziona meglio come tappa di un percorso che come meta a sé stante. Un itinerario che parte da Piazza Navona, tocca Sant’Agostino, prosegue verso San Luigi dei Francesi e arriva al Pantheon copre in poco più di un chilometro alcuni dei luoghi più densi del centro storico, tutti a ingresso gratuito, e può essere completato in una mattinata senza correre. Chi ha più tempo può allargarlo a Palazzo Altemps, che si trova a due passi e ospita una delle raccolte di scultura antica più belle di Roma, questa però con biglietto.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Addossata alla basilica, nel complesso conventuale degli Agostiniani, si trova la Biblioteca Angelica, fondata nel 1604 e considerata la prima biblioteca d’Europa concepita per essere aperta al pubblico senza distinzione di stato sociale o di censo. È un primato di cui pochissimi visitatori della chiesa sono consapevoli, anche perché l’ingresso della biblioteca è separato e si apre sulla stessa piazza.

Angelo Rocca e la sua idea

La biblioteca prende il nome da Angelo Rocca, vescovo agostiniano ed erudito, che era stato responsabile della Tipografia Vaticana sotto Sisto V. Rocca donò al convento di Sant’Agostino la propria raccolta personale, circa ventimila volumi, ponendo una condizione destinata a fare storia: che la nuova biblioteca fosse aperta a tutti, senza limiti di stato e di censo. In un’epoca in cui le grandi raccolte librarie erano prerogativa di corti, conventi e cardinali, e l’accesso era regolato da rapporti personali, era un’idea di portata rivoluzionaria.

Il salone vanvitelliano

La sala di lettura che si visita oggi, uno degli ambienti più fotografati di Roma fra gli amanti delle biblioteche storiche, fu progettata da Luigi Vanvitelli e completata nel 1765: uno spazio a doppia altezza con scaffalature lignee che salgono fino al soffitto lungo tutto il perimetro, percorse da un ballatoio. È lo stesso Vanvitelli che negli stessi decenni stava rimaneggiando la basilica accanto, il che rende il complesso di Sant’Agostino un caso raro di intervento coordinato su chiesa e convento.

I libri proibiti

Un dettaglio che merita di essere citato: l’Angelica godeva dell’autorizzazione a conservare i libri messi all’Indice, e per questo custodisce tuttora un fondo di volumi censurati che altrove sarebbero stati distrutti. È una funzione paradossale e preziosa, quella di una biblioteca cattolica che, grazie a un privilegio ecclesiastico, ha finito per salvare proprio i testi che la Chiesa condannava. Dal 1940 la biblioteca ospita anche l’Accademia dell’Arcadia, l’istituzione letteraria fondata a Roma alla fine del Seicento.

Chi vuole i dettagli pratici su modalità di accesso, orari e visite dell’istituto li trova nella scheda dedicata alla Biblioteca Angelica, che affronta la biblioteca come istituzione a sé: qui interessa soprattutto il fatto che chiesa e biblioteca siano nate dallo stesso convento e vadano lette come un unico organismo. Chi ama le biblioteche storiche romane può completare il percorso con la Biblioteca Vallicelliana e con la Biblioteca Casanatense, entrambe a pochi minuti a piedi e entrambe legate a ordini religiosi.

La foto giusta da fare alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

La fotografia migliore da fare alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio non è l’interno, dove le opere sono protette e la luce è difficile, ma la facciata ripresa dal lato opposto della piazza, con la scalinata a doppia rampa in primo piano e il travertino illuminato di taglio. È un’inquadratura che quasi nessuno fa, perché la maggior parte dei visitatori entra ed esce senza mai voltarsi indietro.

Da dove scattarla

Il punto giusto è l’angolo della piazza verso via dei Pianellari, arretrando il più possibile fino a toccare il fronte degli edifici opposti. Da lì la facciata entra tutta nell’inquadratura e la scalinata guadagna profondità, funzionando come linea guida che porta l’occhio verso il portale. Un obiettivo grandangolare moderato aiuta, ma anche la fotocamera di un telefono in modalità standard restituisce un risultato dignitoso se ci si allontana abbastanza.

L’ora giusta

La facciata guarda in una direzione che riceve la luce diretta in una fascia limitata della giornata, e il travertino dà il meglio quando il sole lo colpisce di taglio, perché la grana porosa della pietra produce un microrilievo che con il sole a picco scompare completamente. Le prime ore del mattino e l’ultima luce del pomeriggio sono i momenti in cui la superficie racconta di più. Nelle giornate coperte il travertino vira verso un grigio piatto e la foto perde quasi tutto il suo interesse.

La foto che quasi nessuno pensa a fare

C’è un soggetto fotografico molto più originale della facciata, ed è la parete degli ex voto accanto alla Madonna del Parto: una superficie interamente ricoperta di cuori d’argento, targhe, fiocchi e medagliette che, ripresa da vicino come una texture astratta, restituisce visivamente il concetto di devozione accumulata meglio di qualsiasi didascalia. Va fatta con discrezione assoluta, senza flash e senza inquadrare i volti delle persone in preghiera, e senza mai puntare l’obiettivo verso qualcuno che sta pregando.

Le altre opere: Bernini, Guercino, Lanfranco e la tomba di Santa Monica

Chi entra a Sant’Agostino per il Caravaggio e si limita a quello perde almeno metà di quello che la chiesa offre. Oltre ai quattro capolavori più noti, la basilica conserva un apparato decorativo notevole distribuito fra altare maggiore, cappelle laterali e transetto.

L’altare maggiore di Bernini

L’altare maggiore fu progettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1627, in una fase ancora giovanile ma già pienamente matura della sua carriera romana, gli stessi anni in cui lavorava al baldacchino di San Pietro. Al centro dell’altare è collocata un’icona bizantina della Vergine con il Bambino, che secondo la tradizione proverrebbe da Santa Sofia di Costantinopoli e sarebbe giunta a Roma dopo la caduta della città. L’immagine è oggetto di una venerazione specifica ed è nota anche come Madonna del Popolo o Madonna di Sant’Agostino: l’attribuzione costantinopolitana appartiene alla tradizione devozionale e non a una provenienza documentata con certezza, e come tale va riportata.

La tomba di Santa Monica

La basilica custodisce le reliquie di Santa Monica, madre di Sant’Agostino, morta a Ostia nel 387 mentre rientrava in Africa con il figlio. Il corpo fu traslato a Roma nel Quattrocento, prima nella chiesa di San Trifone, secondo le fonti nel 1430, e infine nella basilica attuale. Il sarcofago che la contiene presenta una parte superiore scolpita da Isaia da Pisa attorno al 1455, ed è collocato nella cappella dedicata alla santa, spostato nella posizione attuale durante i lavori settecenteschi. Per la spiritualità agostiniana è il punto più significativo dell’intero edificio, e nel calendario liturgico la memoria di Santa Monica, il 27 agosto, precede di un giorno la festa di Sant’Agostino stesso.

Il Guercino e le pale seicentesche

Accanto all’altare maggiore si trova una pala raffigurante Sant’Agostino attribuita al Guercino, Giovanni Francesco Barbieri, uno dei protagonisti della pittura emiliana del Seicento, e nel complesso decorativo della chiesa sono documentati anche interventi di Giovanni Lanfranco, altro grande nome della scuola emiliana attiva a Roma. La stratificazione pittorica seicentesca della basilica è cospicua e meriterebbe da sola una visita, ma resta quasi invisibile schiacciata dal peso dei quattro capolavori rinascimentali e caravaggeschi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio si può riassumere in una sequenza di date che vanno dal 1287, quando gli Agostiniani ottennero la vicina chiesa di San Trifone, fino agli anni Duemila dei restauri contemporanei. Ecco i passaggi che hanno cambiato davvero l’edificio e il suo ruolo nella città.

1287: gli Agostiniani arrivano nel Campo Marzio

L’ordine degli eremitani di Sant’Agostino, uno dei quattro grandi ordini mendicanti riconosciuti dalla Chiesa nel Duecento insieme a domenicani, francescani e carmelitani, si insedia in questo settore del Campo Marzio ottenendo la chiesa di San Trifone in Posterula. È l’atto di nascita della presenza agostiniana nel rione, che dura ininterrotta fino a oggi.

1479-1483: la ricostruzione rinascimentale

Il cantiere finanziato dal cardinale Guillaume d’Estouteville produce in quattro anni l’edificio che sostanzialmente vediamo oggi, con la facciata in travertino, la scalinata e la cupola emisferica su tamburo cilindrico. Nel 1484 i frati vi si trasferiscono definitivamente. È il momento in cui Roma acquisisce una delle sue prime grandi chiese di linguaggio pienamente rinascimentale.

1511-1512: Raffaello e Andrea Sansovino

Nel giro di pochissimi anni la basilica riceve due opere destinate a restare fra i vertici dell’arte del primo Cinquecento romano: l’affresco del profeta Isaia e il gruppo marmoreo di Sant’Anna, la Vergine e il Bambino, entrambi commissionati da Johann Goritz. È il momento in cui la chiesa entra stabilmente nel circuito dell’umanesimo romano di corte.

1516-1521: la Madonna del Parto

Jacopo Sansovino realizza per la famiglia Martelli il gruppo marmoreo che, nel corso dei secoli successivi, diventerà il centro della devozione popolare più intensa della basilica, prevalendo per notorietà locale persino sul Caravaggio.

1603-1606: Caravaggio

La famiglia Cavalletti acquista la prima cappella a sinistra il 4 settembre 1603 e commissiona a Caravaggio la pala d’altare, realizzata nella seconda metà del primo decennio del Seicento. È l’ingresso della basilica nella storia della pittura moderna europea.

1604: nasce la Biblioteca Angelica

Angelo Rocca dona al convento la propria biblioteca con il vincolo dell’apertura a tutti, dando vita a quella che è considerata la prima biblioteca pubblica d’Europa. Chiesa e convento diventano un polo culturale oltre che religioso.

1746-1750: il cantiere di Vanvitelli

Luigi Vanvitelli conduce un intervento di trasformazione profonda: modifica l’assetto della cupola sostituendo l’impianto emisferico originario con una soluzione a volta, aggiunge le volute laterali alla facciata, trasforma il campanile da cuspidato a quadrato e riorganizza l’interno. I lavori furono materialmente eseguiti da collaboratori, fra cui vengono citati Antonio Rinaldi e Carlo Murena. Alcune fonti estendono la campagna fino al 1756 e altre indicano il 1763 come anno di conclusione dei restauri: qui la cronologia precisa varia da fonte a fonte e conviene trattenere l’intervallo, cioè la metà del Settecento, più che un anno singolo.

1822: l’indulgenza di Pio VII

Papa Pio VII concede un’indulgenza a chi bacia la Madonna del Parto, dando un impulso decisivo a una pratica devozionale che porterà al consumo del piede marmoreo e alla sua sostituzione con una lamina d’argento.

2022: il restauro della Madonna del Parto

La scultura di Jacopo Sansovino viene sottoposta a un restauro di sei mesi che combina metodi tradizionali e biopulitura batterica, restituendo al marmo una leggibilità che secoli di devozione fisica avevano compromesso.

Chi è passato dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Poche chiese romane possono elencare, fra chi ha lavorato o pregato al loro interno, una sequenza di nomi paragonabile a quella della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio: Raffaello, Caravaggio, Bernini, i due Sansovino, il Guercino, Vanvitelli, oltre a una comunità intellettuale che per secoli ha gravitato attorno al convento e alla sua biblioteca.

Gli artisti

Raffaello Sanzio affrescò qui il profeta Isaia nel momento in cui la sua pittura assorbiva l’urto della Cappella Sistina michelangiolesca. Andrea Sansovino scolpì il gruppo sottostante. Jacopo Sansovino, suo allievo, realizzò la Madonna del Parto prima di trasferirsi a Venezia, dove sarebbe diventato il protagonista assoluto dell’architettura della Serenissima. Michelangelo Merisi da Caravaggio vi dipinse una delle sue pale più discusse. Gian Lorenzo Bernini vi progettò l’altare maggiore. Il Guercino e Giovanni Lanfranco vi lasciarono opere pittoriche. Luigi Vanvitelli, l’architetto della reggia di Caserta, ne riprogettò l’interno e la biblioteca annessa. È una lista che basterebbe a riempire un museo nazionale di medie dimensioni.

I committenti

Dietro ciascuna di quelle opere c’è un committente che merita di essere ricordato quanto l’artista: il cardinale Guillaume d’Estouteville per la ricostruzione della chiesa, Johann Goritz per il complesso di Raffaello e Andrea Sansovino, la famiglia fiorentina dei Martelli per la Madonna del Parto, Ermete Cavalletti e la sua vedova per il Caravaggio. Sono nomi che raccontano la Roma della committenza colta fra Quattro e Seicento, in cui prelati stranieri, funzionari di curia e famiglie mercantili fiorentine trapiantate nella capitale competevano per lasciare un segno nelle chiese del centro.

Le donne dell’Ortaccio

Fra chi passò da questa chiesa vanno contate anche le cortigiane del quartiere vicino, che qui furono parrocchiane e in alcuni casi sepolte. Tullia d’Aragona in particolare non fu soltanto una figura del mondo galante: fu autrice di un dialogo filosofico sull’infinità dell’amore e di un canzoniere, e partecipò da protagonista ai dibattiti letterari del suo tempo. La sua presenza nella storia di Sant’Agostino è un correttivo utile a qualunque lettura semplificata della Roma rinascimentale.

Cosa vedere nei dintorni

La Basilica di Sant’Agostino si trova in uno dei punti a maggiore densità monumentale di Roma, e qualunque itinerario che la includa può essere esteso senza fatica in qualsiasi direzione.

Il circuito caravaggesco

A cinque minuti a piedi, San Luigi dei Francesi custodisce nella Cappella Contarelli le tre grandi tele dedicate a san Matteo, il ciclo che nel 1600 rivelò Caravaggio al pubblico romano. Poco più a nord, Santa Maria del Popolo conserva la Crocifissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo nella cappella Cerasi. Le tre chiese, insieme a Sant’Agostino, mettono a disposizione gratuitamente sei tele caravaggesche nel raggio di poco più di un chilometro.

Piazza Navona e i suoi sotterranei

A due passi si apre Piazza Navona, che conserva nella propria forma allungata il perimetro dello Stadio di Domiziano, visitabile nei suoi resti sotterranei con biglietto. Sul lato occidentale della piazza, la chiesa di Santa Maria della Pace custodisce le Sibille affrescate da Raffaello, che si prestano a un confronto diretto con l’Isaia di Sant’Agostino, dipinto negli stessi anni.

I musei del rione

Palazzo Altemps, sede del Museo Nazionale Romano, si trova a un paio di minuti a piedi e ospita collezioni di scultura antica di primissimo livello, fra cui il Galata suicida e il Trono Ludovisi. Poco distante, Palazzo Madama, oggi sede del Senato, apre al pubblico in giornate stabilite.

Le chiese del Campo Marzio

Il rione è saturo di chiese che valgono una sosta: il Pantheon, che è la costruzione antica meglio conservata di Roma e allo stesso tempo una chiesa in funzione; la Basilica di Santa Maria sopra Minerva, unica chiesa gotica del centro storico; la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, con la volta prospettica di Andrea Pozzo; la Basilica di San Lorenzo in Lucina, che conserva un crocifisso di Guido Reni. Verso il Tevere, l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto chiudono il rione sul lato settentrionale.

Domande frequenti sulla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Quanto costa entrare nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio?

L’ingresso alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio è gratuito, come nella quasi totalità delle chiese officiate di Roma, e non è prevista alcuna prenotazione. L’unica spesa possibile riguarda le monete per gli apparecchi a gettone che illuminano temporaneamente gli altari, in particolare quello della cappella con la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, che al buio risulta praticamente illeggibile.

Quali sono gli orari della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio?

La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio osserva il classico orario spezzato delle chiese romane, con apertura al mattino fino a mezzogiorno e mezzo circa e riapertura nel pomeriggio fino alla sera, con fasce leggermente diverse nei giorni festivi. Gli orari variano con le stagioni e con il calendario liturgico, quindi conviene verificarli direttamente con la parrocchia o sul sito della basilica prima di arrivare.

Dove si trova la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio?

La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio si trova nella prima cappella della navata sinistra della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, immediatamente a sinistra di chi entra dal portale principale. È un olio su tela di circa 260 per 150 centimetri, noto anche come Madonna di Loreto, realizzato fra il 1604 e il 1606 per la cappella della famiglia Cavalletti.

Perché la Madonna dei Pellegrini fece scandalo?

La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio fece scandalo soprattutto per i piedi nudi e infangati del pellegrino inginocchiato in primo piano, ritenuti indecorosi per una pala d’altare nel clima della Controriforma. Il biografo Giovanni Baglione registrò il malcontento dei contemporanei verso l’estrema povertà delle figure, mentre la devozione popolare accolse l’opera senza difficoltà, riconoscendosi in quei pellegrini logori.

Come arrivare alla Basilica di Sant’Agostino con i mezzi pubblici?

La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio non ha una fermata della metropolitana nelle vicinanze, perché il Campo Marzio è la zona del centro storico più lontana dalle linee A e B. La soluzione più pratica è scendere alla fermata Spagna della linea A e proseguire a piedi per un quarto d’ora, oppure usare gli autobus di superficie che servono corso del Rinascimento e largo di Torre Argentina.

Quanto tempo serve per visitare la Basilica di Sant’Agostino?

Per visitare con attenzione la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio servono fra i quaranta minuti e un’ora, il tempo di vedere il Caravaggio, l’Isaia di Raffaello, il gruppo di Andrea Sansovino, la Madonna del Parto e l’altare maggiore. Chi si limita alla sola cappella di Caravaggio impiega meno di un quarto d’ora, ma perde la parte rinascimentale della chiesa, che è altrettanto rilevante.

Si possono fare fotografie dentro la Basilica di Sant’Agostino?

Nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio la fotografia è generalmente tollerata senza flash e senza treppiede, come nella maggior parte delle chiese romane, ma dipende dalle indicazioni esposte all’ingresso e va sospesa durante le funzioni. Davanti alla nicchia della Madonna del Parto, dove ci sono quasi sempre fedeli in preghiera, la discrezione è d’obbligo e non vanno mai inquadrati i volti delle persone.

La Basilica di Sant’Agostino è accessibile alle persone con disabilità?

L’accesso principale della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio avviene attraverso una scalinata monumentale a doppia rampa, che rappresenta un ostacolo per chi si muove in carrozzina o ha difficoltà motorie. Non è disponibile una informazione ufficiale e aggiornata su eventuali ingressi alternativi in piano: chi ha esigenze specifiche di accessibilità dovrebbe contattare preventivamente la parrocchia per verificare le soluzioni possibili.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

Sant’Agostino ripaga chi ha già visto le cose ovvie di Roma e comincia a cercare il livello successivo: non è una meta da mezza giornata, ma per chi costruisce un itinerario rinascimentale e barocco nel Campo Marzio è un passaggio obbligato, e per chi si interessa alla devozione popolare romana è forse il luogo più significativo dentro le mura. La combinazione ideale resta quella con San Luigi dei Francesi e con il Pantheon, in una mattinata che non costa nulla e che attraversa quattro secoli di storia dell’arte.

Chi sta costruendo un itinerario più ampio nel centro storico, incrociando questa tappa con le altre chiese e i musei del Campo Marzio, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro complessivo su trasporti, collegamenti e mete del Lazio resta una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoPiazza di Sant'Agostino Roma Roma Città 00186

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