Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
Sull’Aventino, fra il Giardino degli Aranci e piazza dei Cavalieri di Malta, ci sono due chiese che quasi nessuno visita e che distano meno di cento metri l’una dall’altra: l’abbazia di Sant’Anselmo, in piazza dei Cavalieri di Malta, e la chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio, in piazza Sant’Alessio, sullo stesso breve tratto di strada. Le mettiamo insieme in una pagina sola perché si visitano insieme, in un’ora scarsa, e perché raccontano due cose opposte dello stesso colle. Sant’Anselmo è una costruzione della fine dell’Ottocento in stile neoromanico: non è un edificio antico, e conviene saperlo prima di salire, perché chi arriva credendo di trovare una basilica medievale resta deluso e se ne va senza capire a cosa serve quel luogo. Serve al canto: la comunità monastica canta i vespri in gregoriano, ogni giorno, come parte della propria giornata e non come concerto. I Santi Bonifacio e Alessio, invece, sono una chiesa antica per davvero, con un campanile romanico che si vede da mezzo colle, una cripta sotto il pavimento e, dentro, la reliquia più strana dell’Aventino: un frammento di scala di legno che la tradizione agiografica indica come quella sotto cui sant’Alessio avrebbe vissuto da mendicante, nella casa di suo padre, senza farsi riconoscere.
Nessuna delle due chiese ha biglietto, nessuna ha un orario stabile e comunicato con precisione, e nessuna delle due va affrontata come si affronta un museo. Questa pagina spiega che cosa si vede, che cosa ci si deve aspettare, come ci si comporta se si capita dentro durante una liturgia, e come legare le due chiese al resto dell’Aventino senza rifare due volte lo stesso giro. Per la panoramica del colle, con il Giardino degli Aranci, il Roseto e il buco della serratura, la pagina di riferimento resta Aventino: cosa vedere, che tiene insieme tutte le tappe in un itinerario unico; qui si entra nel dettaglio delle due sole chiese che quella panoramica cita di sfuggita. Per la basilica paleocristiana del colle, con le sue porte di cipresso del V secolo, la scheda dedicata è Basilica di Santa Sabina all’Aventino: è un altro edificio, molto più importante dal punto di vista storico e artistico, e merita una visita a sé.
Dove si trovano le due chiese e come arrivarci
Le due chiese si trovano sul colle Aventino, nel rione Ripa, lungo la stessa direttrice che sale da via di Santa Sabina e finisce in piazza dei Cavalieri di Malta: prima piazza Sant’Alessio con i Santi Bonifacio e Alessio, poi, a una cinquantina di passi, l’ingresso dell’abbazia di Sant’Anselmo. Chi conosce il colle sa che è tutto qui: una strada, tre chiese in fila (Santa Sabina, Sant’Alessio, Sant’Anselmo) e una piazza scenografica in fondo. Il dislivello dal lungotevere è di una cinquantina di metri e si supera in dieci minuti di salita.

Con la metropolitana
La fermata più comoda è Circo Massimo, sulla linea B della metropolitana. Uscendo, si prende viale Aventino e poi si sale per via di Valle Murcia, quella che costeggia il Roseto di Roma e sbuca davanti al Giardino degli Aranci: da lì alle due chiese sono altri tre minuti a piedi. In alternativa si scende a Piramide, sempre linea B, e si sale dal versante opposto passando accanto alla Piramide Cestia e a Porta San Paolo: è una salita più lunga e più ripida, ma permette di incastrare in un solo giro anche il Cimitero acattolico. Sul colle non c’è nessuna fermata della metropolitana: l’Aventino si raggiunge sempre a piedi, in salita, e chi ha problemi di deambulazione deve metterlo in conto.
Con il tram e gli autobus
Il tram 3 percorre viale Aventino e collega la zona con Piramide, Trastevere, il Colosseo e San Lorenzo: la fermata da usare è quella all’altezza di viale Aventino, da cui vale la stessa salita descritta sopra. Lungo viale Aventino e sul lungotevere passano anche diverse linee di superficie che scendono dal centro storico: i percorsi delle linee cambiano spesso per cantieri e deviazioni, e conviene verificarli sull’app ufficiale del trasporto pubblico di Roma il giorno stesso, invece di fidarsi di un numero letto su una guida. Il quadro generale dei mezzi, dei biglietti e delle fasce orarie è nella pagina Come muoversi a Roma.
A piedi, e da che parte conviene salire
Il modo più bello di arrivarci è il Clivo di Rocca Savella, la rampa in salita che parte dal lungotevere Aventino, passa sotto un arco e sale fra due muri di tufo fino al fianco di Santa Sabina. È chiusa di notte e a volte anche di giorno per lavori, ed è ripida: chi ha il fiato corto o spinge un passeggino faccia il giro più largo da via di Valle Murcia, che ha una pendenza più dolce. Dal Circo Massimo sono dieci minuti, dalla Bocca della Verità e dal Foro Boario circa quindici, da Testaccio venti abbondanti passando per via Marmorata.
In auto: perché non conviene
L’Aventino è zona a traffico limitato e la sosta sul colle è quasi tutta riservata ai residenti o a pagamento nelle fasce diurne. Le strade sono strette, i marciapiedi pure, e nelle ore di punta la salita da via Marmorata si blocca. Chi arriva da fuori Roma fa prima a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio sulla linea B e a fare l’ultimo tratto in metropolitana. Il consiglio vale doppio nei fine settimana di primavera, quando il Giardino degli Aranci diventa una delle mete più affollate della città e la fila di auto in cerca di posto arriva fino a lungotevere Aventino.
Sant’Anselmo all’Aventino: un’abbazia di fine Ottocento, e conviene dirlo subito
La chiesa abbaziale di Sant’Anselmo fu costruita negli ultimi anni dell’Ottocento in stile neoromanico, cioè imitando le forme delle chiese medievali con tecniche e materiali del proprio tempo: le sue colonne, le sue absidi e il suo campanile non sono antichi, sono una ricostruzione colta di come si immaginava, alla fine del secolo, una basilica benedettina delle origini. Chi entra aspettandosi una chiesa vecchia di mille anni si accorge quasi subito che qualcosa non torna: le pietre sono troppo regolari, gli intonaci troppo netti, i capitelli tutti uguali. Meglio saperlo prima. Non toglie niente al posto, ma cambia il motivo per cui ci si va.
Perché nasce: un collegio internazionale benedettino
Il complesso nasce per volontà di papa Leone XIII, che nel 1887 istituì sull’Aventino un collegio internazionale per i monaci benedettini di tutto il mondo. L’idea era pratica: dare all’ordine, sparso in centinaia di abbazie autonome e spesso poco comunicanti fra loro, una casa comune a Roma dove i giovani monaci potessero studiare insieme. I lavori si svolsero negli anni Novanta dell’Ottocento su progetto dell’architetto Francesco Vespignani, che scelse il repertorio neoromanico proprio per legare visivamente il nuovo edificio alla tradizione monastica antica. La chiesa fu aperta al culto sul finire del secolo. Sulle date precise di consacrazione le fonti divulgative non sono del tutto concordi, e chi vuole il dato esatto lo chieda all’abbazia.
Che cosa è oggi: un ateneo, non solo una chiesa
Sant’Anselmo è la sede dell’Abate Primate della Confederazione Benedettina, cioè della figura che rappresenta le congregazioni benedettine di tutto il mondo, e del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, l’università pontificia che ospita fra le sue istituzioni il Pontificio Istituto Liturgico. Dentro quelle mura si studia liturgia, teologia e filosofia a livello accademico, con studenti e docenti che arrivano da decine di paesi. Questo spiega due cose che il visitatore nota subito: il viavai di monaci e studenti nei corridoi, e il fatto che la chiesa non sia gestita come un monumento ma come il luogo di preghiera di una comunità che ci vive e ci lavora.
Come si presenta l’edificio
Si entra da un portico e da un cortile: la chiesa non si affaccia direttamente sulla piazza come una parrocchia di quartiere, e questo basta a tenere fuori chi passa per caso. L’interno è a tre navate con colonne, abside decorata e un’aula sobria, con poca luce e pochissimi ornamenti rispetto a una chiesa barocca romana. Le superfici sono chiare, le linee semplici, gli arredi essenziali. È una sobrietà voluta, coerente con l’idea benedettina di uno spazio pensato per il canto e per l’ascolto più che per lo stupore. Il risultato acustico, in una chiesa di queste dimensioni e con questi materiali, è la ragione principale per cui vale la salita.
Il canto gregoriano ai vespri: il vero motivo per salire a Sant’Anselmo
La comunità monastica di Sant’Anselmo canta i vespri in canto gregoriano, e li canta quasi ogni giorno come parte della propria liturgia delle ore: è una delle poche occasioni, a Roma, per ascoltare il gregoriano eseguito da una comunità che lo pratica per mestiere e per vocazione, fuori dal circuito dei concerti e delle rassegne. È la differenza che conta. Un concerto di musica antica si programma, si paga, si applaude alla fine. I vespri sono un atto di culto: chi arriva si siede in fondo, ascolta e basta.
L’orario cambia, e non lo trovi scritto qui
Non riportiamo un orario preciso dei vespri, e diffidate di chi lo fa senza citare la fonte. L’orario varia secondo il calendario liturgico, il periodo dell’anno accademico, le solennità e le esigenze della comunità, e può essere modificato senza preavviso. La regola operativa è una sola: prima di salire sull’Aventino, controllate gli orari sui canali ufficiali dell’abbazia, oppure telefonate. Salire a vuoto significa una mezz’ora di salita e un portone chiuso, e capita più spesso di quanto si creda, soprattutto d’estate quando molti studenti e monaci sono fuori sede e il ritmo della casa cambia.
Quanto dura e com’è fatta la liturgia
I vespri sono la preghiera della sera: salmi cantati a cori alterni, un inno, un cantico evangelico, alcune orazioni. La durata tipica di un ufficio vespertino cantato è dell’ordine della mezz’ora, che può allungarsi nelle solennità. Il canto è in latino e segue la notazione gregoriana; le voci sono maschili, senza accompagnamento strumentale per gran parte dell’ufficio. Non serve conoscere il latino per starci dentro: la struttura è ripetitiva per costruzione, ed è proprio la ripetizione a produrre l’effetto che la gente ricorda.
Come ci si comporta: la parte che nessuno spiega
Si entra prima dell’inizio, non a metà. Ci si siede nei banchi riservati ai fedeli, non nel coro dei monaci. Si resta in silenzio, si spegne il telefono, non si fotografa durante il canto e non si registra: qualche visitatore tira fuori il telefono credendo di assistere a uno spettacolo, ed è il modo più rapido per farsi guardare male da chi sta pregando. L’abbigliamento è quello che si tiene in qualunque chiesa romana, spalle e ginocchia coperte. Alla fine non si applaude. Se si vuole uscire prima, lo si fa in silenzio e dal fondo, non attraversando la navata. Sono regole banali, ma sull’Aventino le vediamo violare con una certa regolarità da gruppi che arrivano convinti di aver trovato un’attrazione gratuita.
Chi ci troverà quello che cerca, e chi no
Diciamolo con franchezza: chi vuole una mezz’ora di silenzio, di voci gravi e di acustica di pietra, qui la trova in una forma che a Roma è difficile replicare. Chi invece cerca uno spettacolo, un programma di sala, un’esecuzione filologicamente curata come quella di un ensemble professionale, resterà spiazzato: la qualità del canto dipende da chi c’è quella sera, e in una comunità che cambia continuamente per via degli studenti stranieri non tutte le sere si somigliano. È un luogo di preghiera che si può ascoltare, non un auditorium. Chi cerca invece concerti veri, con programma e biglietto, guardi al cartellone della città e alle rassegne raccolte nella pagina Estate Romana.
I Santi Bonifacio e Alessio: la chiesa antica a cinquanta passi
La chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio si affaccia su piazza Sant’Alessio, dietro un cortile chiuso da una cancellata, e ha una storia lunga almeno mille anni: le sue origini si collocano nell’alto Medioevo attorno a un titolo dedicato a san Bonifacio, e nel X secolo il complesso venne affidato a una comunità monastica che teneva insieme monaci di rito greco e di rito latino, in una Roma che era ancora crocevia fra Oriente e Occidente. Da quella fase nasce il culto di sant’Alessio sull’Aventino, e da lì in avanti la doppia dedicazione che la chiesa porta ancora.
Il campanile romanico
Il campanile è la parte che si riconosce da lontano, anche da fuori del colle: laterizio, ordini sovrapposti di bifore, la tipica struttura dei campanili romani del pieno Medioevo, parente di quelli di Santa Maria in Cosmedin e di altre chiese della città bassa. Appartiene alla fase medievale del complesso, quando l’edificio fu ricostruito e riorganizzato: la datazione corrente lo colloca nel giro del XII secolo, e non tutte le fonti divulgative concordano sull’anno esatto. Chi guarda il campanile guarda il pezzo di chiesa più vecchio che si vede a occhio nudo dalla piazza, perché il resto della facciata racconta un’altra epoca.
La facciata e il rifacimento settecentesco
L’aspetto attuale della chiesa, dentro e in facciata, è il risultato di un rifacimento del Settecento: la facciata a cinque arcate su un portico e l’interno rimaneggiato appartengono a quella campagna, promossa in età moderna quando la chiesa passò sotto la cura di una congregazione religiosa che la riorganizzò secondo il gusto del tempo. Il risultato è una chiesa dall’aria pulita, chiara, con un impianto settecentesco che avvolge un corpo molto più antico. Il contrasto è la cosa più interessante da osservare: un campanile del Medioevo, colonne e frammenti di epoche precedenti riadoperati, e attorno un guscio del XVIII secolo.
Che cosa si vede dentro
Dentro ci sono tre cose che ripagano la salita, a parte il silenzio. La prima è l’insieme dei materiali antichi sopravvissuti ai rifacimenti: elementi di reimpiego, frammenti di decorazione cosmatesca, resti che raccontano le fasi precedenti dell’edificio. La seconda è l’immagine mariana di tradizione bizantina conservata in chiesa, legata dalla tradizione al mondo orientale e alla fase greco-latina del monastero. La terza è l’edicola con il frammento di scala, di cui si parla più avanti. L’illuminazione interna è modesta e in giornate nuvolose diventa scarsa: chi vuole vedere i dettagli entri a metà giornata, quando la luce naturale è al massimo.
La cripta: il piano di sotto che quasi nessuno chiede di vedere
Sotto la chiesa esiste una cripta, cioè un ambiente sotterraneo che conserva strutture e memorie delle fasi più antiche del complesso: è la parte dell’edificio che restituisce meglio l’idea di quanto sia stratificato l’Aventino sotto il livello di strada attuale. L’accesso non è garantito, non è continuo e non segue un orario pubblicato: dipende dalla disponibilità di chi custodisce la chiesa, e può essere chiuso per lavori, per sicurezza o semplicemente perché quel giorno non c’è nessuno a scendere con i visitatori.
Come si fa a scendere
Il metodo che funziona è chiedere in chiesa, con garbo, a chi si occupa dell’accoglienza, fuori dagli orari di messa. Non è una visita a pagamento, non esiste una biglietteria, non c’è un percorso attrezzato. Se vi dicono di no, è no: non insistete e non provate a scendere per conto vostro. Chi vuole andare a colpo sicuro scriva o telefoni prima, spiegando che cosa vuole vedere e in quanti siete. I gruppi vanno sempre annunciati in anticipo, e su questo l’Aventino è più rigido di altri quartieri, perché la pressione turistica sul colle è cresciuta molto negli ultimi anni.
Che cosa aspettarsi, senza illusioni
Una cripta di questo tipo, a Roma, non è mai uno spettacolo archeologico paragonabile ai livelli inferiori di San Clemente o al mitreo di Santa Prisca, qui accanto sullo stesso colle. È un ambiente raccolto, poco illuminato, con strutture murarie e tracce di decorazione. Chi ci scende per curiosità archeologica trova materiale da leggere; chi ci scende aspettandosi una città sotterranea si annoia in tre minuti. Lo diciamo perché l’aspettativa sbagliata è il modo più sicuro di rovinarsi una visita che, presa per quella che è, funziona benissimo.
La scala di sant’Alessio: una reliquia, una leggenda e il modo onesto di raccontarla
Nella chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio si conserva, dentro un’edicola, un frammento di scala di legno che la tradizione agiografica indica come quella sotto cui sant’Alessio avrebbe vissuto per anni, da mendicante, nella casa del padre e senza farsi riconoscere. Va detto subito e senza giri di parole: è una tradizione agiografica, cioè un racconto devozionale trasmesso dalle vite dei santi, non un fatto storicamente documentato. Trattarla come cronaca sarebbe disonesto. Deriderla sarebbe sciocco, perché quel racconto ha dato forma alla chiesa, al culto e a mille anni di devozione popolare, ed è il motivo per cui l’edificio si chiama così.
La storia, come la racconta la tradizione
Nella versione romana della leggenda, Alessio è figlio di un nobile di nome Eufemiano. La sera stessa delle nozze lascia la sposa e la casa, parte per l’Oriente e vive per anni come mendicante a Edessa, in Siria. Poi torna a Roma. Nessuno lo riconosce: irriconoscibile per la povertà e per gli anni, chiede ospitalità nella casa di suo padre e viene sistemato in un sottoscala, dove resta per anni fra i servitori, ascoltando la propria famiglia piangere la sua scomparsa. Solo dopo la sua morte, secondo il racconto, un documento stretto nella sua mano rivela chi fosse. La chiesa dell’Aventino sorgerebbe sul luogo di quella casa paterna, e la scala conservata sarebbe quella del sottoscala.
Da dove viene davvero il racconto
Gli studi agiografici collocano l’origine di questa vicenda in ambito siriaco, attorno alla figura anonima dell’“uomo di Dio” di Edessa, e ricostruiscono un passaggio successivo verso il mondo greco e poi verso Roma, dove il racconto si arricchisce del nome, della genealogia romana e dell’ambientazione aventina. Il culto arriva sull’Aventino nel periodo in cui il monastero ospita monaci greci, e il dettaglio non è casuale: la storia viaggia insieme ai monaci che la portano. È uno dei casi più chiari, a Roma, di leggenda importata che mette radici in un luogo preciso e lo ribattezza.
Una curiosità su Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
La curiosità più solida riguarda il Mercoledì delle Ceneri: da Sant’Anselmo parte la processione penitenziale che raggiunge a piedi Santa Sabina, prima stazione quaresimale romana, lungo la stessa strada che i visitatori percorrono distrattamente il resto dell’anno. È un rito antico, legato al sistema delle chiese stazionali di Roma, e una delle poche occasioni in cui le due estremità dell’Aventino monastico si collegano fisicamente, con i monaci in corteo fra i due edifici.
Una processione che usa la strada come navata
Chi capita sull’Aventino quel giorno vede una cosa che nel resto dell’anno non esiste: via di Santa Sabina chiusa al passaggio, il canto che si sposta all’aperto, e un colle che per mezz’ora torna a funzionare come funzionava nel Medioevo, quando le stazioni quaresimali spostavano il clero e il popolo di Roma da una basilica all’altra secondo un calendario fisso. Le date e gli orari cambiano ogni anno con la Quaresima e con la presenza o meno di celebranti di rango: vanno verificati di volta in volta sui canali ufficiali, mai dati per scontati.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
La cosa che nessuno dice è che queste due chiese, prese da sole, non reggono un viaggio: reggono benissimo un’ora dentro un giro più ampio dell’Aventino, e male qualunque altra cosa. Chi arriva a Roma per tre giorni e mette Sant’Anselmo nella lista al posto di San Giovanni in Laterano o di Santa Maria Maggiore sta facendo un errore di priorità, e glielo diciamo apertamente.
Il secondo non detto: gli orari sono il problema principale
Nessuna delle due chiese funziona come un museo con orario continuato. Aprono e chiudono secondo le funzioni, chiudono a pranzo, possono restare chiuse per un funerale, e non aggiornano sempre i propri canali. Il risultato, sul campo, è che una parte dei visitatori trova il portone chiuso e se ne va convinta che il posto sia abbandonato. Non lo è: ha un’altra logica. Chi vuole ridurre il rischio sale a metà mattina di un giorno feriale e tiene un piano B a portata di mano.
Il terzo: il silenzio dell’Aventino è fragile
Il colle ha la fama di essere il posto più tranquillo del centro di Roma, e in parte è vero, ma il silenzio si concentra dove non arrivano i gruppi. Il tratto fra le due chiese, nei pomeriggi di primavera, è percorso da una processione continua di persone dirette al buco della serratura e al Giardino degli Aranci. Se cercate la quiete, salite presto la mattina o al calare della sera nei giorni feriali: la differenza fra le nove del mattino e le sei del pomeriggio di un sabato di maggio è enorme, e nessuna guida la scrive.
Il consiglio che ti do per visitare Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
Il consiglio operativo è uno: costruite la visita attorno ai vespri di Sant’Anselmo, dopo aver verificato l’orario sui canali ufficiali dell’abbazia, e usate il resto del pomeriggio per le altre tappe del colle. In questo modo una salita sola vi rende quattro cose, l’abbazia con il canto, la chiesa di Sant’Alessio, Santa Sabina e il panorama, e nessuna di queste finisce sacrificata.
L’ordine che funziona
Si arriva dal Clivo di Rocca Savella o da via di Valle Murcia. Prima Santa Sabina, che è la più importante e la più esigente in termini di attenzione. Poi i Santi Bonifacio e Alessio, cinquanta metri più avanti, dove si guarda la scala e si chiede della cripta. Poi piazza dei Cavalieri di Malta, con l’ingresso dell’abbazia da un lato e il portone della Villa del Priorato di Malta dall’altro. Chiusura a Sant’Anselmo per i vespri. Chi ha ancora tempo scende al Giardino degli Aranci per il tramonto, che dall’affaccio si vede bene dieci mesi l’anno.
Quanto tempo serve davvero
Per le due sole chiese bastano quaranta minuti, un quarto d’ora ciascuna più gli spostamenti. Con i vespri si arriva a un’ora e mezza. Con tutto il colle, comprese Santa Sabina, il Giardino degli Aranci e la fila al buco della serratura, si sta fra le due e le tre ore. Chi ha un pomeriggio libero a Roma e vuole spenderlo bene senza code da grande monumento, questo è un impiego di tempo sensato; chi ha sei ore in tutto faccia altro e torni un’altra volta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che l’Aventino è, da mille e cinquecento anni, un colle di monasteri: lo sa chiunque abbia letto due righe di storia romana, e quasi nessuno lo collega a quello che vede oggi. Eppure la disposizione attuale delle tre chiese, tutte sullo stesso lato della strada, con i giardini alle spalle e il fronte verso il Tevere, è l’eredità diretta di quella storia: sono i recinti dei monasteri antichi a spiegare perché il colle sia tuttora verde, chiuso e senza negozi.
Perché i monasteri salirono qui
L’Aventino, in età tardoantica e altomedievale, era un colle di grandi residenze aristocratiche progressivamente abbandonate, ben difendibile, isolato dal traffico della città bassa e vicinissimo al porto fluviale. Erano le condizioni giuste per insediarci comunità religiose: spazio, mura già esistenti, silenzio, e la possibilità di riusare edifici privati come nuclei di chiese e monasteri. Santa Sabina nasce così nel V secolo, dentro quel tessuto; il monastero dei Santi Bonifacio e Alessio si sviluppa nella stessa logica secoli dopo.
Le conseguenze urbanistiche, ancora visibili
Quando nell’Ottocento e nel Novecento Roma si espanse, l’Aventino rimase in gran parte fuori dalla speculazione edilizia proprio perché gran parte del suolo apparteneva a enti religiosi e a proprietà chiuse. Il risultato è il colle che si vede: villini, muri di cinta, giardini interni, pochissimi esercizi commerciali e una densità abitativa bassissima per essere a un chilometro dal Circo Massimo. Chi si chiede perché sull’Aventino non ci sia niente da comprare ha la risposta qui, e non è un caso né una scelta di stile.
La foto giusta da fare a Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
La foto che funziona davvero qui non è l’interno di nessuna delle due chiese: è il campanile romanico dei Santi Bonifacio e Alessio ripreso dal cortile d’ingresso, con la cancellata in primo piano e i laterizi caldi del campanile che si staccano sul cielo. Si fa senza flash, senza treppiede e in pochi secondi. Ed è l’unica immagine di queste due chiese che si riconosce anche a distanza di anni.
La luce e l’ora
Il cortile e la facciata prendono luce nella seconda parte della giornata, e il laterizio del campanile rende al massimo nell’ultima ora prima del tramonto, quando il colore vira sull’arancio. La mattina presto la stessa inquadratura è in ombra e piatta. Se il cielo è coperto, conviene rinunciare al campanile e concentrarsi sui dettagli ravvicinati: il portico, i capitelli, la cancellata, dove la luce diffusa aiuta invece di penalizzare.
Dentro le chiese: regole e buon senso
Dentro, la regola è chiedere. Nelle chiese romane officiate la fotografia senza flash è di norma tollerata fuori dalle celebrazioni, ma non è un diritto e in alcuni ambienti è vietata del tutto: durante i vespri di Sant’Anselmo non si fotografa, punto. Se trovate un cartello, vale il cartello. Se non c’è nessuno a cui chiedere e nessun cartello, si scatta in silenzio, senza flash, senza treppiede e senza mettersi davanti a chi prega.
E fuori, l’errore più comune di tutti
Il buco della serratura del portone dei Cavalieri di Malta non si fotografa bene con il telefono, e chi resta in fila mezz’ora per provarci porta a casa quasi sempre un cerchio nero con una macchia chiara al centro. Chi vuole assolutamente provarci usi la messa a fuoco manuale e appoggi l’obiettivo alla piastra del portone, ma sappia che il risultato, nove volte su dieci, deluderà. La vista si guarda con l’occhio, si tiene a mente, e si passa oltre.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il fatto storicamente più rilevante accaduto in questo punto dell’Aventino è l’insediamento, nel X secolo, di una comunità monastica greco-latina presso la chiesa allora intitolata a san Bonifacio: un episodio che collega Roma al mondo bizantino in un momento in cui i due mondi stavano separandosi, e che porta sul colle il culto di sant’Alessio destinato a ribattezzare la chiesa.
La ricostruzione medievale e il campanile
La fase medievale piena, quella a cui appartengono il campanile e la sistemazione della chiesa su impianto basilicale, corrisponde al periodo in cui Roma ricostruisce e riorganizza decine di edifici di culto: gli stessi decenni che hanno dato alla città i campanili di Santa Maria in Cosmedin, di Santa Cecilia in Trastevere e di Santa Prassede. Le datazioni puntuali variano secondo gli studi, e su questo punto le fonti divulgative non concordano sempre: conviene prendere il XII secolo come ordine di grandezza, senza pretendere l’anno esatto.
La fondazione di Sant’Anselmo, 1887
Sull’altro versante della stessa piazza, la data che conta è il 1887, quando Leone XIII istituì il collegio benedettino internazionale; i lavori di costruzione del complesso si svolsero negli anni immediatamente successivi, su progetto di Francesco Vespignani, e la chiesa entrò in funzione sul finire del secolo. È un episodio della Roma post unitaria, quella che costruisce quartieri nuovi e istituzioni nuove: l’abbazia dell’Aventino appartiene alla stessa stagione edilizia dei quartieri umbertini, anche se il suo linguaggio architettonico guarda indietro di ottocento anni.
Chi è passato da Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
Da queste due chiese sono passati papi, abati e studiosi della liturgia di tutto il mondo: Sant’Anselmo riceve regolarmente visite pontificie legate al Mercoledì delle Ceneri e alle celebrazioni benedettine, e i Santi Bonifacio e Alessio sono una chiesa titolare cardinalizia, cioè assegnata come titolo a un cardinale, il che la lega da secoli alla vita della curia romana.
I monaci di tutto il mondo
La popolazione abituale di Sant’Anselmo è fatta di monaci benedettini provenienti da abbazie di ogni continente, che qui studiano per qualche anno e poi tornano nelle proprie comunità. È la ragione per cui in una sola serata di vespri si sentono, nelle conversazioni all’uscita, cinque o sei lingue diverse. Il colle ospita da più di un secolo una delle comunità più internazionali di Roma, e lo fa senza che nessuno se ne accorga.
I pellegrini dell’Europa centro-orientale
Ai Santi Bonifacio e Alessio arrivano con regolarità gruppi di pellegrini legati alle chiese dell’Europa centro-orientale, per la memoria monastica del luogo. Chi capita sull’Aventino durante una di queste visite trova la chiesa piena e una celebrazione in una lingua che non si aspettava. È il momento sbagliato per una visita turistica, e quello giusto per capire a cosa serve ancora oggi quell’edificio.
I romani che ci abitano
Infine ci sono i romani dell’Aventino, poche migliaia di persone che vivono in uno dei quartieri più cari della città e che queste due chiese le usano come chiese, non come monumenti. Sono quelli che vedete sedersi in fondo con la busta della spesa, entrare cinque minuti e uscire. È anche per loro che valgono le regole di comportamento, e sono il motivo per cui su questo colle un gruppo rumoroso si nota molto più che a Trastevere.
Come le due chiese si legano al resto dell’Aventino
Le due chiese occupano il tratto centrale di via di Santa Sabina, la strada che unisce il Giardino degli Aranci a piazza dei Cavalieri di Malta: in duecento metri si attraversa tutto quello per cui la gente sale sul colle, e le pagine dedicate alle singole tappe evitano di ripetere qui le stesse informazioni. Chi vuole l’itinerario completo parta dalla panoramica Aventino: cosa vedere, che tiene insieme giardini, affacci e chiese in un percorso unico; questa pagina resta dedicata alle due chiese e a come si visitano.
Santa Sabina: la chiesa che viene prima di tutto
La Basilica di Santa Sabina all’Aventino è del V secolo e conserva, fra le altre cose, le porte lignee di cipresso con scene bibliche fra le più antiche della cristianità. La differenza con le due chiese di cui parliamo qui è netta: Santa Sabina è un monumento paleocristiano di importanza internazionale, Sant’Anselmo è un edificio di fine Ottocento e i Santi Bonifacio e Alessio sono una chiesa medievale riscritta nel Settecento. Chi ha un’ora sola sul colle entri a Santa Sabina e lasci perdere il resto.
Il Giardino degli Aranci e l’affaccio
Il Giardino degli Aranci, intitolato a Nicola Savello, si apre sul fianco di Santa Sabina e ha la terrazza da cui si vede la curva del Tevere e la cupola di San Pietro. È gratuito, ha orari di apertura e chiusura che variano con le stagioni, e al tramonto nei fine settimana è molto affollato. La scheda dedicata ne spiega accessi e orari: qui basta sapere che si trova a due minuti dalle due chiese e che chiude prima del buio.
Il buco della serratura: la verità sulla fila
In fondo alla strada, in piazza dei Cavalieri di Malta, c’è il portone del priorato con il famoso buco della serratura che inquadra la cupola di San Pietro in fondo a un viale di siepi. Diciamolo senza retorica: la fila esiste quasi sempre, nei pomeriggi belli può superare la mezz’ora, si aspetta in piedi e senza ombra, e quello che si vede attraverso il foro è una piccola immagine circolare che dura dieci secondi. A noi pare che valga la pena solo se siete già lì per altro e la fila è corta. La piazza, disegnata nel Settecento, e la storia del complesso sono raccontate nella scheda Villa del Priorato di Malta, che spiega anche come funzionano le visite al giardino, cosa che dal buco della serratura non si capisce.
Le altre tappe del colle e dei dintorni
Scendendo dal versante opposto si incontrano Santa Prisca con il suo mitreo e, poco più in là, la Basilica di San Saba. Ai piedi del colle, verso il fiume, si aprono il Foro Boario con l’Arco di Giano, l’Arco degli Argentari, San Giorgio in Velabro e San Nicola in Carcere. Verso sud si arriva alle Terme di Caracalla, alla Piramide Cestia e al Cimitero acattolico, e da lì a Centrale Montemartini e al Museo della via Ostiense. Sull’altra sponda, a un quarto d’ora di cammino, ci sono l’Isola Tiberina con San Bartolomeo all’Isola e i chiostri di San Cosimato.
Dove mangiare dopo la visita: l’Aventino è il posto sbagliato
Sull’Aventino l’offerta di ristorazione è scarsa e cara, e lo diciamo apertamente: il colle è residenziale, i locali sono pochissimi, molti sono legati agli alberghi, e i prezzi riflettono la rendita di posizione più che la cucina. Il consiglio è di non cercare da mangiare sul colle e di scendere a Testaccio, che è a venti minuti a piedi lungo via Marmorata e ha un’offerta di quartiere vera, con prezzi normali.
Non nominiamo locali, e spieghiamo perché
Su questo sito non consigliamo insegne. Un elenco di ristoranti invecchia in pochi mesi, cambia gestione, cambia cuoco e cambia prezzi, e finisce per ingannare chi lo legge un anno dopo. Preferiamo insegnare a scegliere, perché il criterio resta buono anche quando il locale chiude. Vale anche per le catene: nel centro di Roma ci sono insegne ripetute in più punti, con lo stesso menu e la coda col numerino, che vivono esclusivamente di turismo. Non le nominiamo e non le consigliamo. Basta osservare un dato: i romani non ci vanno.
I cinque segnali che riconoscono una trappola
Sono i segnali che si imparano sul campo e che funzionano in tutta la città. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente in strada: è un richiamo per chi passa, non una cucina. Il menu con le fotografie dei piatti: chi ha clienti abituali non ne ha bisogno. L’acchiappino sulla porta che invita a sedersi: un locale con la sala piena non manda nessuno per strada. Il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina: significa piatti riscaldati e nessun servizio vero. E i posti davanti ai monumenti famosi, che spesso alzano il prezzo in base al turista che si trovano davanti, con voci non prezzate sul menu e listini diversi fra dentro e fuori.
Il criterio più semplice di tutti
Prima di sedervi, guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono famiglie e colleghi di lavoro che parlano italiano e ordinano senza guardare il menu, siete nel posto giusto. Se ci sono solo stranieri con lo zaino e una guida in mano, cambiate strada. È il criterio che usiamo noi e non ha mai sbagliato.
La lista di Daniele Dezi
Chi vuole indirizzi già selezionati può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata e non sponsorizzata, costruita nel tempo mangiando in quei posti. Per il quadro generale della ristorazione romana, con i criteri per quartiere, la pagina di riferimento è Dove mangiare a Roma; per le opzioni di alloggio in zona, Dove dormire a Roma. A Testaccio, comunque, il punto di partenza sensato resta il Nuovo Mercato Testaccio, dove si mangia in piedi e bene, e attorno al quale si sono raccolti il Museo diffuso del rione Testaccio e l’Ex Mattatoio.
Orari, accesso, accessibilità e regole di comportamento
Né Sant’Anselmo né i Santi Bonifacio e Alessio hanno biglietto d’ingresso: si entra gratuitamente, negli orari in cui la chiesa è aperta, e quegli orari non sono fissi. Lo ripetiamo perché è l’unico dato che conta davvero per organizzare la visita, e perché è anche quello che troverete scritto in modi diversi e contraddittori in giro per la rete.
Come verificare prima di salire
Per Sant’Anselmo, il riferimento sono i canali ufficiali dell’abbazia e dell’ateneo, che pubblicano gli orari della liturgia e le variazioni. Per i Santi Bonifacio e Alessio, il riferimento sono gli avvisi affissi in chiesa e il contatto diretto con chi la officia. Una telefonata la mattina stessa vale più di qualunque pagina aggregatrice. Se andate in gruppo, avvisate sempre prima: una comitiva che arriva senza preavviso durante una funzione è un problema per tutti.
Accessibilità
Il limite vero è la salita: l’Aventino si raggiunge per rampe e scalinate, e il Clivo di Rocca Savella non è praticabile in carrozzina. Chi ha difficoltà motorie deve arrivare dal versante di via di Valle Murcia o farsi lasciare il più vicino possibile, tenendo conto delle limitazioni al traffico. Gli ingressi delle chiese presentano gradini, e la cripta dei Santi Bonifacio e Alessio si raggiunge per scale strette, quindi non è accessibile a tutti. Chi ha bisogno di sapere in anticipo il dettaglio esatto lo chieda direttamente, perché le condizioni cambiano con i lavori.
Regole di buon senso, valide sempre
Spalle e ginocchia coperte. Telefono in silenzioso. Nessuna fotografia durante le celebrazioni. Voce bassa anche fuori, nel cortile, perché le finestre dei monasteri danno lì. Niente cibo e niente bevande dentro. Nessun drone sopra il colle, che è area vincolata e sorvolata da regole precise. E, se trovate chiuso, evitate di suonare ai campanelli delle comunità religiose per farvi aprire: è una chiesa officiata, non un ufficio informazioni.
Domande frequenti su Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio
Quanto costa entrare a Sant’Anselmo e ai Santi Bonifacio e Alessio?
L’ingresso a Sant’Anselmo e ai Santi Bonifacio e Alessio, sull’Aventino, è gratuito: sono due chiese officiate e non hanno biglietteria. Non esistono tariffe, prenotazioni a pagamento o audioguide ufficiali. L’unica variabile è l’orario di apertura, che dipende dalle celebrazioni e dalla disponibilità di chi custodisce gli edifici, e che conviene verificare sui canali ufficiali prima di salire sul colle.
A che ora sono i vespri in gregoriano a Sant’Anselmo?
I vespri in canto gregoriano a Sant’Anselmo all’Aventino si tengono quasi quotidianamente, ma l’orario cambia secondo il calendario liturgico e il periodo dell’anno accademico, quindi non pubblichiamo un orario fisso. Va verificato di volta in volta sui canali ufficiali dell’abbazia o con una telefonata. Chi sale senza controllare rischia di trovare la chiesa chiusa, soprattutto nei mesi estivi.
Sant’Anselmo all’Aventino è una chiesa antica?
No: Sant’Anselmo all’Aventino fu costruita alla fine dell’Ottocento in stile neoromanico, cioè imitando le forme delle chiese medievali con materiali e tecniche del proprio tempo. Il collegio benedettino internazionale fu istituito da Leone XIII nel 1887 e il complesso venne realizzato negli anni successivi su progetto di Francesco Vespignani. La chiesa antica del colle è Santa Sabina, del V secolo.
Che cos’è la scala di sant’Alessio?
La scala di sant’Alessio è un frammento ligneo conservato nella chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, che la tradizione agiografica indica come la scala sotto cui il santo avrebbe vissuto da mendicante nella casa paterna senza farsi riconoscere. È una leggenda devozionale, non un fatto storicamente documentato: il racconto ha origini siriache e arrivò a Roma con i monaci greci nel X secolo.
Si può visitare la cripta dei Santi Bonifacio e Alessio?
La cripta dei Santi Bonifacio e Alessio esiste e si può visitare, ma l’accesso non è garantito né regolato da un orario pubblicato: dipende dalla disponibilità di chi custodisce la chiesa. Si chiede in chiesa, con garbo e fuori dagli orari delle celebrazioni, oppure si contatta prima la parrocchia. Per i gruppi l’accordo preventivo è indispensabile, e la discesa avviene per scale strette.
Quanto tempo serve per visitare le due chiese dell’Aventino?
Per visitare Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio bastano quaranta minuti complessivi, circa un quarto d’ora ciascuna più lo spostamento fra le due. Se si resta per i vespri cantati a Sant’Anselmo si arriva a un’ora e mezza. Mettendo nel giro anche Santa Sabina, il Giardino degli Aranci e la fila al buco della serratura, il colle occupa fra le due e le tre ore.
Come si arriva alle chiese dell’Aventino con i mezzi pubblici?
Le chiese dell’Aventino si raggiungono dalla fermata Circo Massimo della metropolitana linea B, con dieci minuti di salita a piedi per via di Valle Murcia, oppure dalla fermata Piramide della stessa linea, con un percorso più lungo. Il tram 3 serve viale Aventino. Sul colle non ci sono fermate della metropolitana: l’ultimo tratto è sempre a piedi e in salita.
Si possono fare fotografie dentro le due chiese?
Dentro Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio la fotografia senza flash è di norma tollerata fuori dalle celebrazioni, ma non è un diritto: se c’è un cartello di divieto vale il cartello, e durante i vespri cantati non si fotografa e non si registra. Niente treppiedi, niente flash verso le opere, e mai riprendere chi prega senza il suo consenso.
Le chiese dell’Aventino sono adatte ai bambini?
Sant’Anselmo e i Santi Bonifacio e Alessio sono visitabili con bambini, a patto di gestire due cose: la salita al colle, faticosa con i passeggini sul Clivo di Rocca Savella, e il silenzio richiesto dentro. La storia della scala di sant’Alessio funziona bene come racconto per i più piccoli. Per una pausa all’aperto il Giardino degli Aranci è a due minuti e ha panchine e spazio per muoversi.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.
Chi costruisce un itinerario romano che tenga insieme l’Aventino, il Palatino e la fascia del Tevere fino al Campidoglio, con tempi di percorrenza realistici e soste calcolate, trova strumenti di pianificazione e supporto organizzativo su Tour Leader Pro, che lavora quotidianamente su questi percorsi con gruppi e visitatori individuali.
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