Chiostri di San Cosimato a Roma
In breve. I Chiostri di San Cosimato a Roma sono la parte superstite di un antico monastero di Trastevere che oggi si trova, letteralmente, dentro un ospedale in funzione: il presidio Nuovo Regina Margherita, in piazza di San Cosimato, a pochi…
I Chiostri di San Cosimato a Roma sono la parte superstite di un antico monastero di Trastevere che oggi si trova, letteralmente, dentro un ospedale in funzione: il presidio Nuovo Regina Margherita, in piazza di San Cosimato, a pochi passi da Viale Trastevere e a un quarto d’ora di cammino da Santa Maria in Trastevere. Chi arriva in piazza vede un fronte lungo e severo, un portale quattrocentesco, un campanile romanico piccolo e storto che spunta oltre i tetti, e non immagina che dietro quel muro si aprano due chiostri di epoche diverse, una chiesa monastica con un affresco rinascimentale nel presbiterio e una vasca di granito antico rimasta al suo posto per secoli. È uno dei luoghi più stratificati del rione e insieme uno dei meno visitati, per una ragione molto semplice e molto concreta: l’edificio che li contiene è un ospedale, l’accesso è subordinato alle esigenze del presidio sanitario e non esiste una biglietteria. Chi vuole capire questo posto deve accettare in partenza che non funziona come un museo. In cambio ottiene una delle sequenze architettoniche più belle di Trastevere, a poche decine di metri dal mercato rionale e dalle osterie di via di San Francesco a Ripa.
Dove si trovano i Chiostri di San Cosimato a Roma e come ci si arriva
L’indirizzo è piazza di San Cosimato, nel rione Trastevere, il tredicesimo e più esteso dei rioni storici di Roma. La piazza si apre a metà strada fra Viale Trastevere e via di San Francesco a Ripa, in una zona dove il tessuto medievale del rione si allarga improvvisamente in uno spazio rettangolare che i trasteverini usano da generazioni come mercato, campo da gioco per i bambini e salotto all’aperto. Il complesso monumentale occupa tutto il lato occidentale della piazza. La facciata della chiesa prospetta sulla piazza a un livello più basso di quello attuale, perché il piano stradale si è alzato nei secoli: è un dettaglio che si nota subito e che da solo racconta quanti secoli ha questo edificio.
A piedi da Viale Trastevere
Il modo più naturale di arrivare è a piedi. Da Viale Trastevere, all’altezza della fermata del tram di piazza Mastai o di Ministero dell’Istruzione, si imbocca via di San Francesco a Ripa e si cammina verso ovest per tre o quattro minuti: la piazza si apre sulla destra. Chi viene da Santa Maria in Trastevere scende per via della Fonte d’Olio o per via della Paglia, prende vicolo del Cinque o via del Moro e poi punta a sud verso via di San Francesco a Ripa: sono otto o dieci minuti di vicoli, che valgono da soli il tragitto. Dal Lungotevere Ripa e da ponte Cestio, cioè dall’Isola Tiberina, il tempo è simile.
Con il tram e con gli autobus
Il tram 8 percorre Viale Trastevere da piazza Venezia fino a Casaletto ed è il mezzo di riferimento per tutto il rione. Le fermate utili sono quelle centrali del viale: da lì si risale a piedi per cinque minuti. Il tram 3 collega Trastevere con l’Aventino, il Colosseo, San Lorenzo e Valle Giulia e permette di arrivare da mezza città senza cambiare. Gli autobus che servono l’area, insieme al servizio elettrico che entra nei vicoli, cambiano numerazione e percorso con una certa frequenza: conviene controllare il percorso aggiornato sul sito dell’azienda di trasporto il giorno stesso, perché a Trastevere le deviazioni per manifestazioni, processioni e cantieri sono la norma e non l’eccezione.
In treno e dalla stazione Roma Trastevere
La stazione di Roma Trastevere, servita dalle linee regionali FL1, FL3 e FL5 e dai collegamenti con l’aeroporto di Fiumicino, si trova a circa un chilometro e mezzo dalla piazza, lungo viale Trastevere: a piedi sono venti minuti abbondanti, con il tram 8 poco più di cinque. Chi arriva dall’aeroporto e vuole dormire in zona trova qui il punto di sbarco più comodo, perché il resto del rione è chiuso al traffico in larga parte e i taxi nei vicoli faticano.
In auto: la scelta peggiore
Arrivare in auto a piazza San Cosimato è possibile ma sconsigliabile. Il rione è in gran parte a traffico limitato, con varchi elettronici attivi in fasce orarie che cambiano fra giorni feriali e fine settimana, e i posti auto in superficie sono pochissimi e quasi tutti riservati ai residenti. Chi deve per forza usare la macchina lascia il mezzo nei parcheggi del Gianicolense o lungo il Tevere e completa a piedi. Vale la pena ricordare che parte dei pochi stalli intorno al complesso è riservata ai mezzi sanitari e al personale dell’ospedale: occuparli non è soltanto vietato, è una scortesia verso chi lavora in un pronto soccorso.
Che cosa è davvero il complesso di San Cosimato: un monastero dentro un ospedale
Qui si gioca tutto il malinteso che accompagna questo luogo. Chi legge la parola chiostro immagina un monumento con orari, biglietti, guide e bookshop. San Cosimato non è questo. Il complesso è un monastero medievale e rinascimentale che, dopo l’esproprio ottocentesco, ha cambiato destinazione d’uso tre volte ed è oggi parte integrante di una struttura sanitaria pubblica, il Nuovo Regina Margherita, che ospita ambulatori, servizi territoriali e attività cliniche.
La conseguenza pratica è che i chiostri esistono, sono restaurati, sono bellissimi, e allo stesso tempo sono corridoi di collegamento, aree di attesa, spazi di servizio di un presidio dove la gente va a farsi curare. Non c’è nulla di degradante in questo: anzi, è una delle forme di riuso più antiche e più oneste di Roma, dove le strutture monastiche sono diventate caserme, scuole, ministeri, tribunali e ospedali senza soluzione di continuità. Ma cambia radicalmente il modo in cui il visitatore deve avvicinarsi.
Chi entra qui entra in un ospedale. Le priorità dello spazio sono altre. Si passa senza fare rumore, non si fotografano persone, non si entra nei reparti, non si tratta un’area di attesa come una quinta scenografica. Le possibilità di accesso ai chiostri dipendono dalle condizioni del presidio e dalle iniziative che di volta in volta vengono organizzate: la struttura ha ospitato negli anni aperture straordinarie, visite guidate legate a giornate del patrimonio, conferenze e concerti, ma non esiste un calendario stabile e pubblicato una volta per tutte. Chi vuole essere sicuro deve informarsi prima presso la direzione sanitaria o presso le associazioni culturali che di volta in volta organizzano le aperture.
Su questo punto preferisco essere netto e non vendere illusioni: non esistono orari di visita fissi, non esiste un biglietto d’ingresso, non esiste una prenotazione online standard. Qualunque pagina che vi prometta il contrario vi sta raccontando una favola. La cosa onesta da dire è che San Cosimato si vede quando si può vedere, e che la piazza, il portale, il campanile e il fronte del complesso sono invece visibili sempre e gratuitamente, in qualunque momento della giornata.

Il nome: i Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea
Il nome ufficiale del monastero era Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea, e la forma San Cosimato è la contrazione popolare romanesca dei due nomi, esattamente come Sancta Maria in Cosmedin è diventata nel parlato Santa Maria in Cosmedin e come tante altre titolature romane si sono accorciate in bocca ai fedeli. Il passaggio da Cosma e Damiano a Cosimato è un fenomeno linguistico, non un errore.
Chi erano Cosma e Damiano
Cosma e Damiano erano due fratelli medici, di origine araba secondo la tradizione, formatisi in Siria. Vengono chiamati anargiri, cioè senza denaro, perché curavano gratuitamente chi non poteva pagare. La tradizione li vuole martirizzati durante la persecuzione di Diocleziano, decapitati dopo lunghe torture, e sepolti a Ciro, in Siria, nei pressi di Antiochia. La data che circola più spesso è il 303, ma per i martiri di età dioclezianea le cronologie sono ricostruzioni tarde e vanno prese per quello che sono: tradizione agiografica, non cronaca.
C’è un’ironia che vale la pena raccogliere, perché non è una forzatura retorica ma un dato di fatto. Il complesso è dedicato ai due patroni dei medici, dei chirurghi e dei farmacisti, e oggi è un ospedale. Fra il titolo del X secolo e la destinazione d’uso del XXI secolo passa una linea dritta di mille anni. Roma è piena di continuità involontarie di questo tipo, ma poche sono così pulite.
Che cosa significa Mica Aurea
La specificazione in Mica Aurea indica il luogo. Le fonti erudite la spiegano con la presenza, sulle pendici del Gianicolo e lungo la riva del Tevere, di sabbia fluviale di colore giallastro, dorato sotto il sole. Mica, in latino medievale, vale granello, briciola: la mica aurea è quindi la sabbia dorata. Alcuni topografi ottocenteschi, fra cui Nibby, Fea e Canina, collocarono il monastero sul sito della Naumachia Augusti, il grande bacino artificiale che Augusto fece scavare a Trastevere per le battaglie navali simulate. L’identificazione è discussa e non va presentata come certezza: è una ipotesi topografica autorevole, ripetuta per due secoli, ma non confermata da uno scavo risolutivo.
Una curiosità su Chiostri di San Cosimato a Roma
Nel primo cortile, quello che si raggiungeva dal protiro sulla piazza, si trova ancora oggi al suo posto un grande vaso da bagno di granito, con anelli e teste di leone scolpite. È una vasca antica, di reimpiego, arrivata qui in un’epoca imprecisata e mai più spostata. Le guide erudite dell’Ottocento la segnalavano come una rarità e la descrivevano quasi con stupore, perché un pezzo del genere avrebbe dovuto finire in un cortile nobiliare o in un museo, e invece è rimasto dove i monaci e poi le monache lo usavano.
La curiosità vera però non è la vasca in sé: è che pezzi come questo, a San Cosimato, non sono l’eccezione. Il protiro che precede la facciata è costruito con materiale di reimpiego, cioè con colonne, capitelli e blocchi presi da edifici romani e rimontati nel XII secolo. Le colonne del chiostro più antico non sono tutte uguali fra loro. Camminare qui significa camminare dentro un edificio fatto di altri edifici, che è poi il modo in cui Roma ha costruito se stessa per quindici secoli. Il marmo antico, a Trastevere, non era un bene culturale: era materiale da cantiere che costava meno di quello nuovo perché era già lì.
C’è un dettaglio divertente da notare. La facciata del complesso prospetta sulla piazza a un livello più basso di quello attuale. Significa che il piano di calpestio della piazza si è alzato di parecchio nel corso dei secoli, per alluvioni, riporti, rifacimenti stradali. Quando guardate il fronte della chiesa dall’alto dei vostri scarponi, state guardando un edificio parzialmente sprofondato: non è sceso lui, siete saliti voi.
I due chiostri di San Cosimato: il duecentesco e quello del pozzo
Il cuore monumentale del complesso sono i due chiostri, di epoche e di linguaggi diversi. Non è un doppione: è una sequenza cronologica leggibile a occhio nudo, ed è per questo che gli storici dell’architettura tengono San Cosimato in grande considerazione.
Il chiostro medievale
Il primo chiostro, quello più antico, si apre sulla destra della chiesa. Le fonti lo datano alla metà del Duecento e indicano per la sua costruzione il 1240, in piena stagione delle Clarisse. Era in origine a due piani: un porticato inferiore su colonnine e un loggiato superiore. Le arcate del piano superiore furono tamponate durante le sistemazioni quattrocentesche, e questo spiega l’aspetto oggi un po’ chiuso e massiccio del registro alto, che a prima vista sembra incoerente con la leggerezza del porticato sottostante. Non è un errore di progetto: è una modifica tardiva che ha irrigidito un edificio nato arioso.
Il linguaggio è quello dei chiostri romani del Duecento: archi a tutto sesto su colonnine sottili, capitelli variati, proporzioni contenute, nessuna ostentazione. Chi conosce il chiostro dei Santi Quattro Coronati o quello di San Giovanni in Laterano ritrova qui la stessa famiglia formale, in scala minore e senza gli intarsi cosmateschi. San Cosimato è un chiostro di monache povere, non di canonici ricchi, e si vede: la bellezza è nel ritmo, non nel materiale.
Il chiostro quattrocentesco, detto del pozzo
Il secondo chiostro appartiene alla grande campagna di lavori di fine Quattrocento. È costruito su pilastri e non su colonne, ha proporzioni più larghe, arcate più ampie, un carattere già rinascimentale e una sobrietà quasi domestica. Al centro si trova un pozzo coperto, che gli ha dato il nome con cui lo conoscono i trasteverini: il chiostro del pozzo.
Alla stessa stagione di lavori si deve la sala capitolare, cioè l’ambiente in cui la comunità monastica si riuniva per le decisioni collettive e per la lettura della regola. La presenza di una sala capitolare riconoscibile è uno degli elementi che rendono questo complesso prezioso: di molti monasteri romani soppressi nell’Ottocento non resta più nulla di leggibile, qui invece la struttura funzionale dell’edificio monastico si legge ancora.
Come si legge la differenza fra i due
Se avete la fortuna di vederli entrambi in sequenza, il confronto è la cosa più istruttiva della visita. Il chiostro duecentesco è verticale, minuto, fatto di elementi sottili e ripetuti; quello quattrocentesco è orizzontale, largo, fatto di masse murarie e di vuoti regolari. Duecento anni di storia dell’architettura in dieci metri di distanza. Non serve essere studiosi per accorgersene: basta guardare lo spessore dei sostegni.
Una cosa che non ti dice nessuno su Chiostri di San Cosimato a Roma
La cosa che non vi dice quasi nessuno riguarda le monache. Le Clarisse di San Cosimato non si sono estinte nel 1891 con l’esproprio: hanno continuato a esistere, si sono spostate quattro volte in quarant’anni e la loro comunità è ancora viva a Roma. Dopo aver lasciato Trastevere andarono a San Gregorio al Celio, poi nel 1920 in via Aurelia, poi nel 1926 in un nuovo monastero sul colle Vaticano, e infine nel 1933 si stabilirono in via Ambrogio Contarini, nel quadrante sud occidentale della città, dove risultano tuttora. Continuano a chiamarsi Clarisse di San Cosimato, anche se il loro San Cosimato è un ospedale da più di mezzo secolo.
È un dettaglio che cambia il modo di guardare il chiostro. Non state guardando i resti di una comunità scomparsa, come accade in tanti monasteri soppressi d’Europa. State guardando la casa perduta di una comunità che esiste ancora, che ha portato via con sé archivi, memorie e titolo, e che considera quelle pietre la propria origine. La continuità si è spezzata nel luogo ma non nelle persone.
La seconda cosa che raramente viene detta è che la trasformazione ottocentesca non fu un atto isolato né una cattiveria personale. Dopo il 1870 e con le leggi di soppressione degli enti ecclesiastici, lo Stato italiano e poi il Comune di Roma si trovarono a dover trovare spazi per una capitale improvvisata: uffici, caserme, scuole, ospizi, ospedali. I grandi complessi conventuali erano l’unico patrimonio immobiliare disponibile in blocco dentro le mura. San Cosimato divenne un ricovero per anziani malati e indigenti perché serviva un ricovero e perché c’era un edificio grande e vuoto. La storia romana del Novecento è in buona parte la storia di questi cambi di destinazione d’uso.
La terza cosa, la più scomoda, è che l’attribuzione del complesso alla festa popolare più famosa di Trastevere è un equivoco che circola parecchio. La Festa de’ Noantri, che si celebra fra il 16 e il 30 luglio in onore della Madonna del Carmine, ruota intorno alla statua conservata nella chiesa di Sant’Agata in Trastevere, alla basilica di San Crisogono e a Santa Maria in Trastevere, non alla chiesa di San Cosimato. La processione attraversa il rione e tocca la zona, ma il perno liturgico della festa è altrove. Se qualcuno vi racconta che i Noantri nascono a San Cosimato, correggetelo con gentilezza.
Il consiglio che ti do per visitare Chiostri di San Cosimato a Roma
Il consiglio è di rovesciare l’ordine delle aspettative. Non organizzate una giornata intorno ai chiostri, perché rischiate di trovare la porta chiusa e di tornare a casa delusi. Organizzate una mattina a Trastevere e mettete San Cosimato dentro quella mattina, come una possibilità e non come un obiettivo.
In concreto: arrivate in piazza San Cosimato la mattina presto, fra le otto e le dieci, quando il mercato rionale lavora e la piazza ha ancora la sua funzione originaria di luogo di scambio. Guardate il fronte del complesso con calma, cercate il portale quattrocentesco, alzate gli occhi al campanile romanico, individuate il protiro. Questa parte non richiede permessi e non costa nulla: sono venti minuti che valgono più di molte visite frettolose.
Poi, se volete tentare l’interno, chiedete con educazione al personale dell’ospedale se in quel momento è possibile affacciarsi sul chiostro. La risposta dipende dal giorno, dall’ora, dai lavori in corso e dal carico di lavoro del presidio. Se la risposta è no, prendetela per quello che è: state chiedendo di entrare in una struttura sanitaria.
La strada più affidabile
La via che funziona meglio, per chi ci tiene davvero, è cercare le aperture straordinarie. Roma ne organizza molte durante l’anno, con formule che cambiano nome e promotore: giornate del patrimonio, iniziative del Fondo per l’ambiente, rassegne di apertura di luoghi normalmente inaccessibili, visite promosse da associazioni culturali del rione. San Cosimato compare in questi calendari con una certa regolarità, proprio perché è un luogo che non si vede mai. Iscriversi alle newsletter di queste iniziative e controllare i programmi nei mesi di primavera e autunno è, per esperienza, l’approccio che dà i risultati migliori.
Se volete un accompagnatore
Domande frequenti sui Chiostri di San Cosimato a Roma
Si possono visitare i Chiostri di San Cosimato?
Non liberamente e non con orari fissi: i Chiostri di San Cosimato sono parte di un presidio ospedaliero in attività, il Nuovo Regina Margherita, e l'accesso dipende dalle esigenze della struttura. Le occasioni più affidabili restano le aperture straordinarie organizzate durante l'anno da iniziative culturali e associazioni, da cercare di volta in volta.
Dove si trovano esattamente i Chiostri di San Cosimato?
I Chiostri di San Cosimato si trovano in piazza di San Cosimato, nel rione Trastevere a Roma, a metà strada fra Viale Trastevere e via di San Francesco a Ripa. La piazza è uno spazio rettangolare che i trasteverini usano da generazioni come mercato, campo da gioco per i bambini e salotto all'aperto.
Perché il complesso si chiama San Cosimato?
Il nome ufficiale del monastero era Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea, e San Cosimato è la contrazione popolare romanesca dei due nomi, esattamente come Sancta Maria in Cosmedin è diventata nel parlato Santa Maria in Cosmedin. È quindi un fenomeno linguistico, non un errore di trascrizione.
Quanti chiostri ci sono a San Cosimato e come sono diversi fra loro?
Dentro il complesso di San Cosimato ci sono due chiostri, di epoche e linguaggi diversi: il primo, più antico, si apre sulla destra della chiesa e le fonti lo datano alla metà del Duecento, mentre il secondo è noto come chiostro del pozzo. Non è un doppione ma una sequenza cronologica leggibile a occhio nudo, per questo gli storici dell'architettura tengono San Cosimato in grande considerazione.
Qual è il momento migliore per vedere la facciata dei Chiostri di San Cosimato?
Il momento migliore per vedere il fronte dei Chiostri di San Cosimato è la mattina feriale, fra le otto e le undici, quando il mercato rionale lavora e la luce arriva da est illuminando frontalmente la facciata con il campanile romanico. Verso mezzogiorno la luce diventa piatta e, da maggio a settembre, il caldo rende la sosta meno piacevole per la scarsa ombra sulla piazza.
Le monache che vivevano a San Cosimato esistono ancora?
Sì, le Clarisse di San Cosimato non si sono estinte con l'esproprio ottocentesco del 1891: si sono spostate più volte nei decenni successivi, prima a San Gregorio al Celio, poi in via Aurelia nel 1920 e in un nuovo monastero sul colle Vaticano nel 1926, e la loro comunità è ancora viva a Roma oggi.
Cosa si vede intorno ai Chiostri di San Cosimato a Trastevere?
Intorno ai Chiostri di San Cosimato si trova piazza San Cosimato con il suo mercato rionale storico, uno dei pochi mercati romani che ha resistito alla trasformazione turistica di Trastevere. Il complesso si trova in uno dei punti meglio serviti di Roma per attrazioni raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Un accompagnatore turistico abilitato che conosca il rione sa quando e come si entra, sa a chi chiedere e sa raccontare il chiostro senza inventare. Su un luogo così, dove metà dell’informazione che circola in rete è approssimativa, la differenza fra una visita riuscita e mezz’ora di confusione è tutta nella persona che vi accompagna. Chi organizza gruppi o vuole una mattina costruita su Trastevere trova il servizio nella pagina contatti di TourLeaderPro.
Regole di buon senso
Tre cose che sembrano ovvie e che ovvie non sono. Non si fotografano i pazienti, mai, per nessun motivo. Non si parla a voce alta nei corridoi, perché dietro le porte c’è gente che aspetta risultati. Non si occupano le sedute delle sale d’attesa per riposarsi durante il giro turistico. Chi rispetta queste tre regole trova quasi sempre personale disponibile; chi non le rispetta chiude la porta anche a chi verrà dopo.
La chiesa di San Cosimato, il protiro e il campanile
La chiesa è piccola, perché è nata come chiesa monastica e non come chiesa parrocchiale: serviva una comunità chiusa, non un quartiere. Vi si accedeva dal cortile sulla piazza attraverso il protiro, oggi chiuso, e dalla destra di quel cortile si apriva l’ingresso al chiostro più antico, dal quale si passava al chiostro del pozzo. La sequenza piazza, protiro, cortile, chiostro, chiostro era il filtro graduale fra il mondo e la clausura: ogni passaggio toglieva rumore.
Il protiro
Il protiro è la piccola struttura porticata che precede il portale, sorretta da colonne e coperta da un tetto a spiovente. A San Cosimato è databile al XII secolo ed è costruito con materiale di reimpiego. Le colonne sono di granito. È un elemento ricorrente nell’architettura sacra della Roma medievale: lo stesso schema si ritrova sopra gli ingressi principali della Basilica di San Clemente, di Santa Prassede sull’Esquilino e della Basilica di Santa Maria in Cosmedin, che con la sua Bocca della Verità è oggi molto più frequentata ma architettonicamente parla la stessa lingua.
Il protiro non è un vezzo decorativo. Aveva una funzione precisa: proteggere dalla pioggia chi attendeva davanti alla porta, segnare la soglia fra spazio civile e spazio sacro, ospitare le sepolture e le iscrizioni di chi voleva farsi ricordare all’ingresso della chiesa. Quando un protiro romano viene murato o chiuso, come è accaduto qui, il senso dell’ingresso cambia completamente e l’edificio diventa muto.
Il portale quattrocentesco e l’iscrizione di Sisto IV
Il portale che si vede oggi appartiene alla campagna quattrocentesca. Sull’architrave corre l’iscrizione che ricorda l’intervento di papa Sisto IV della Rovere, realizzato in occasione del Giubileo del 1475. Sisto IV è il papa che ha rifatto mezza Roma in vista di quell’anno santo: ponte Sisto, l’ospedale di Santo Spirito, la pavimentazione di molte strade di Trastevere, la Cappella che porta il suo nome in Vaticano. San Cosimato entra in quell’elenco. Leggere quel nome sull’architrave significa collocare l’edificio dentro il più grande programma di rinnovamento urbano del Quattrocento romano.
L’interno e l’affresco del Pastura
L’interno è a navata unica ed è stato rimaneggiato nel 1871, poco dopo la presa di Roma e poco prima dell’esproprio: un intervento tardo che ha cancellato buona parte delle stratificazioni precedenti. Della fase quattrocentesca sopravvive sostanzialmente un solo elemento pittorico, ma di qualità: l’affresco del presbiterio con la Madonna con il Bambino tra i santi Francesco e Chiara, attribuito ad Antonio del Massaro da Viterbo, detto il Pastura.
Il soggetto è coerente con la storia del luogo. Francesco e Chiara sono i fondatori dei due rami dell’ordine, e la presenza di Chiara accanto alla Madonna dichiara senza ambiguità che quello era un monastero di Clarisse. Il Pastura era un pittore umbro laziale della cerchia del Pinturicchio e la sua mano si riconosce nella dolcezza dei volti e nella pulizia del disegno. Per un affresco superstite in un ambiente tanto rimaneggiato, è una sopravvivenza fortunata.
Il campanile
Il campanile è piccolo e romanico, e appartiene alla stagione medievale del complesso. Non ha la monumentalità dei campanili a più ordini di bifore che si vedono a Santa Maria in Trastevere o a Santa Maria in Cosmedin, ma ha il pregio dell’autenticità: è rimasto quello che era. Dalla piazza si intravede oltre la linea dei tetti ed è il segnale più riconoscibile della presenza del monastero dentro il tessuto ospedaliero moderno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è noto agli storici e quasi ignoto ai visitatori: le Clarisse arrivarono qui perché i Benedettini se ne andarono, e il passaggio non fu del tutto sereno. Il monastero era in origine benedettino, fondato nel X secolo. Nel 1229 papa Gregorio IX lo assegnò ai Benedettini Camaldolesi, che vi rimasero pochi anni. Poi lo stesso pontefice decise di affidarlo a un gruppo di Poverelle inviate da Chiara d’Assisi, che in quegli anni viveva reclusa con le compagne nel monastero di San Damiano ad Assisi, e che per questo venivano chiamate Recluse di San Damiano prima ancora che Clarisse. La motivazione ufficiale, riportata dalle fonti, era mitigare con la vita di preghiera e di sacrificio l’ira di Dio sulla città eterna.
Sotto la formula devozionale, la tradizione locale ha sempre letto una sostituzione motivata da problemi disciplinari e gestionali dei religiosi precedenti. È una diceria, non un documento: va riferita come tale. Ma è una diceria coerente con quello che sappiamo del XIII secolo romano, quando molti monasteri urbani vivevano una crisi di osservanza e i pontefici usarono i nuovi ordini mendicanti come strumento di riforma.
Sulla data esatta dell’arrivo delle Clarisse le fonti oscillano fra il 1233 e il 1234. La differenza di un anno dipende dal tipo di documento considerato, se l’atto pontificio o l’insediamento effettivo della comunità. Non è un dettaglio da dirimere in una pagina divulgativa: è giusto però che chi legge sappia che entrambe le date circolano e che nessuna delle due è sbagliata in senso stretto.
Il secondo fatto poco citato riguarda il Quattrocento. La riforma interna del monastero non arrivò con Sisto IV, ma prima: nel 1447 la beata Margherita da Sulmona avviò la riforma della comunità romana con l’appoggio di san Giovanni da Capestrano, e da San Cosimato partirono poi iniziative di riforma verso altri monasteri. Il monastero romano, in altre parole, non fu soltanto oggetto di interventi papali: fu per un periodo un centro propulsore dell’osservanza francescana femminile. Questo spiega anche perché, trent’anni dopo, valesse la pena investirci il denaro del Giubileo.
La foto giusta da fare a Chiostri di San Cosimato a Roma
Parto dalla foto che si può fare sempre, senza permessi e senza entrare da nessuna parte. Mettetevi sul lato orientale di piazza San Cosimato, cioè dalla parte opposta rispetto al complesso, arretrate fino al limite della piazza e inquadrate il fronte intero con il campanile romanico che spunta oltre la linea di gronda. L’ora giusta è la prima mattina, quando il sole arriva da est e illumina frontalmente la facciata: il laterizio si accende, il campanile stacca contro il cielo e il dislivello fra il piano della piazza e la soglia della chiesa diventa evidente. Se includete nell’inquadratura i banchi del mercato, avete in una sola immagine mille anni di storia e la vita di oggi.
La foto del dettaglio
La seconda inquadratura è ravvicinata: il portale quattrocentesco con l’architrave iscritta. Avvicinatevi fino a riempire il fotogramma con la fascia dell’iscrizione, usate una luce radente di prima mattina o di tardo pomeriggio perché le lettere incise hanno bisogno di ombra per leggersi, e scattate leggermente dal basso. È il tipo di fotografia che nessuno fa e che invece racconta il monumento meglio di una veduta d’insieme.
La foto dei chiostri, se ci entrate
Nel chiostro duecentesco la fotografia che funziona è quella d’angolo, presa dal vertice del porticato, con le due ali che fuggono in diagonale e la sequenza delle colonnine che si compatta in prospettiva. Cercate il momento in cui la luce entra obliqua e il porticato resta in ombra: il contrasto fra il cortile illuminato e il portico scuro è esattamente ciò che rende leggibile un chiostro in fotografia. Un chiostro fotografato a mezzogiorno, con luce piatta, diventa una scatola senza profondità.
Nel chiostro del pozzo il soggetto è il pozzo coperto al centro, inquadrato di fronte con i pilastri simmetrici ai lati. Qui la geometria è rinascimentale e la simmetria va rispettata: mettetevi sull’asse, non di sbieco. Chi ha una macchina con obiettivo grandangolare deve fare attenzione alle linee cadenti: tenete la fotocamera in bolla, anche a costo di lasciare più pavimento nell’inquadratura.
Che cosa non fotografare
Persone ricoverate, personale sanitario al lavoro, cartelli con nomi di pazienti, porte di reparto, ambulanze in manovra. Non è una questione di educazione soltanto: è una questione di riservatezza delle persone. Una fotografia che contiene il volto di un paziente non va scattata e non va pubblicata. Dentro un ospedale il paesaggio si fotografa, le persone no.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di San Cosimato è lunga e, nei suoi snodi principali, ben documentata. La riporto in ordine, distinguendo ciò che è certo da ciò che è tradizione.
Il X secolo e la fondazione
Un documento del Regesto Farfense, la grande raccolta documentaria dell’abbazia di Farfa, attribuisce a un nobile romano di nome Benedetto Campagna la fondazione, verso la metà del X secolo, di un monastero dedicato ai Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea. La chiesa risulta sorta nel X secolo e questo è il dato su cui le fonti concordano. Il nome del fondatore e la datazione precisa dipendono dalla lettura di quel documento e vanno citati con il loro riferimento, non come cronaca.
1069: la consacrazione della chiesa
La tradizione locale colloca nel 1069 la conclusione dei lavori e la consacrazione della chiesa da parte di papa Alessandro II. A sostegno esiste una lapide, rinvenuta nel 1892 durante i lavori di trasformazione del complesso e conservata in loco. È un caso interessante di documentazione recuperata proprio nel momento in cui il monastero cessava di essere tale: l’ultima scoperta archeologica del monastero coincide con la sua fine come luogo di clausura.
1229 e il passaggio ai Camaldolesi
Papa Gregorio IX assegnò il monastero ai Benedettini Camaldolesi. La permanenza fu breve, pochi anni soltanto.
1233 o 1234: arrivano le Clarisse
Le Recluse di San Damiano, cioè le Clarisse, subentrano ai Benedettini per volontà dello stesso Gregorio IX. È lo snodo che definisce l’identità del complesso per i successivi sei secoli e mezzo.
Metà del Duecento: il primo chiostro e la prima grande ristrutturazione
Il chiostro più antico viene edificato intorno al 1240. Negli stessi anni le Clarisse avviano una ristrutturazione della chiesa e dell’edificio conventuale, resa possibile anche dalle risorse messe a disposizione dalla famiglia della badessa Jacopa Cenci; una parte della tradizione colloca questa campagna nel 1246. Le due date, 1240 per il chiostro e 1246 per l’insieme dei lavori, non sono in contraddizione: descrivono probabilmente fasi diverse dello stesso cantiere lungo.
1447: la riforma di Margherita da Sulmona
La beata Margherita da Sulmona, con l’appoggio di san Giovanni da Capestrano, riforma la comunità e fa di San Cosimato un punto di riferimento dell’osservanza francescana femminile a Roma.
1475: il Giubileo e Sisto IV
Nel 1475 il complesso versava in condizioni di grave fatiscenza nonostante gli interventi dei due secoli precedenti. Papa Sisto IV fece riedificare dalle fondamenta la chiesa e parte del monastero, in occasione dell’anno santo. A questa campagna si devono il portale con l’iscrizione, il secondo chiostro con il pozzo, la sala capitolare e il tamponamento delle arcate superiori del chiostro duecentesco.
1871: il rimaneggiamento dell’interno
L’interno della chiesa viene rimaneggiato, cancellando gran parte delle stratificazioni precedenti e lasciando in piedi, della fase quattrocentesca, quasi soltanto l’affresco del Pastura.
12 agosto 1891: la fine del monastero
La badessa riceve l’ordine ufficiale di lasciare San Cosimato. Seguono un atto di esproprio della congregazione religiosa e un successivo atto di cessione e consegna del monastero al Comune di Roma, per la trasformazione in ospizio. Le monache vengono trasferite l’anno dopo al monastero di San Gregorio al Celio. Dopo seicentocinquant’anni la clausura femminile a San Cosimato finisce in un pomeriggio d’agosto.
Dal 1891 agli anni Venti: ricovero e ospizio
Il complesso diventa ricovero per anziani malati e indigenti, poi Ospizio Umberto I in San Cosimato. Nel 1925 entra a far parte degli Istituti Riuniti di Assistenza e Beneficenza di Roma.
Dagli anni Sessanta a oggi: l’ospedale
A partire dagli anni Sessanta il complesso viene adattato a ospedale specializzato in ortopedia e chirurgia. La ristrutturazione è opera dell’architetto Alegiani e dell’ingegnere Secchi, e l’inaugurazione con il nome di Ospedale Nuovo Regina Margherita risulta nel marzo del 1970. Alcune fonti indicano il 1960 come anno in cui il complesso divenne sede ospedaliera: la discrepanza si spiega verosimilmente con la distanza fra l’avvio della destinazione sanitaria e l’inaugurazione della struttura ristrutturata, ma è un punto su cui le fonti non concordano e va detto.

Chi è passato da Chiostri di San Cosimato a Roma
Non è un luogo di celebrità e non ha senso costruirne un elenco da rotocalco. Le persone che contano, qui, sono quelle che il monastero lo hanno abitato, riformato o rifatto.
Chiara d’Assisi, per interposta comunità
Chiara non venne mai a Roma a stabilirsi, ma il gruppo di Poverelle che diede origine alla comunità romana partì da San Damiano ad Assisi per sua decisione. San Cosimato è quindi una delle prime propaggini romane del ramo femminile del francescanesimo, in una fase in cui l’ordine era ancora in costruzione e la regola in discussione.
Gregorio IX
Ugolino dei conti di Segni, papa Gregorio IX, è il pontefice che più di ogni altro ha determinato il destino di questo complesso: prima assegnandolo ai Camaldolesi, poi affidandolo alle Clarisse. Fu anche il grande protettore e regolatore dell’ordine francescano, e il suo intervento su San Cosimato rientra in una politica precisa di radicamento dei nuovi ordini dentro Roma.
La badessa Jacopa Cenci
Nome poco noto fuori dagli studi specialistici, ma determinante: la disponibilità economica della sua famiglia rese possibile la prima grande ristrutturazione duecentesca. I Cenci erano una delle famiglie del patriziato romano e il loro nome resta legato al quartiere fra il ghetto e il Tevere. Senza quel denaro, il chiostro medievale forse non esisterebbe.
Margherita da Sulmona e Giovanni da Capestrano
La coppia che nel 1447 riformò la comunità. Giovanni da Capestrano è una figura di primo piano del Quattrocento europeo, predicatore e organizzatore, e il suo passaggio per San Cosimato colloca il monastero dentro la rete dell’osservanza francescana continentale.
Sisto IV della Rovere
Il papa del Giubileo del 1475, di ponte Sisto, della Cappella Sistina e della riorganizzazione urbanistica di Trastevere. Il suo nome sull’architrave del portale è la firma più illustre che il complesso conservi.
Antonio del Massaro detto il Pastura
Il pittore viterbese al quale si deve l’affresco superstite del presbiterio. Attivo fra Viterbo, Roma e l’Umbria a cavallo fra Quattro e Cinquecento, vicino al Pinturicchio, è uno di quegli artisti di solido mestiere che hanno riempito di buona pittura le chiese minori dell’Italia centrale.
Alegiani e Secchi
L’architetto e l’ingegnere che hanno firmato la trasformazione novecentesca in ospedale. È giusto citarli, anche se il loro nome non compare mai nelle guide: la convivenza fra chiostro medievale e reparto ospedaliero, che oggi ci sembra ovvia, è il risultato del loro progetto.
Quando andare a piazza San Cosimato e quando evitarla
Il momento migliore per vedere il fronte del complesso e respirare la piazza è la mattina feriale, fra le otto e le undici. Il mercato rionale lavora, la luce arriva da est e batte sulla facciata, i bambini sono a scuola e la piazza appartiene a chi ci abita. Verso mezzogiorno la luce diventa piatta e il caldo, da maggio a settembre, rende la sosta poco piacevole perché la piazza ha poca ombra.
Il tardo pomeriggio ha un fascino diverso: la piazza si riempie di famiglie, il campetto da gioco lavora a pieno regime, i tavolini dei bar si allargano. È il momento giusto per capire la funzione sociale del posto, meno per fotografare l’architettura, perché il sole cala dietro il Gianicolo e il fronte del complesso resta in controluce.
L’estate e le serate in piazza
Nelle estati degli ultimi anni piazza San Cosimato ha ospitato una delle rassegne di cinema all’aperto più seguite di Roma, con proiezioni gratuite e serate molto affollate. È una manifestazione che cambia programma e formula ogni anno e che va verificata di stagione in stagione sui canali degli organizzatori. Nelle sere di proiezione la piazza si trasforma: migliaia di persone, sedie, schermo, ordine di servizio. Bellissimo da vivere, pessimo per chi voleva guardare in pace una facciata medievale. Regolatevi.
I giorni da evitare
Le domeniche estive di piena stagione turistica, quando Trastevere assorbe una quantità di visitatori sproporzionata rispetto alla sua dimensione. La settimana della Festa de’ Noantri, fra metà e fine luglio, se cercate tranquillità: il rione è in festa, le strade sono piene, le processioni cambiano la viabilità. Se invece la festa vi interessa come fenomeno, è esattamente il periodo giusto per venire, a patto di sapere che il perno della manifestazione sono Sant’Agata, San Crisogono e Santa Maria in Trastevere.
La stagione migliore
Ottobre e novembre, oppure marzo e aprile. Trastevere in mezza stagione è al suo meglio: la luce è bassa e calda, le temperature permettono di camminare per ore, i vicoli tornano a essere percorribili. Sono anche i mesi in cui si concentrano le iniziative culturali che aprono i luoghi normalmente chiusi, quindi le probabilità di trovare i chiostri accessibili aumentano.
Cosa c’è intorno a Chiostri di San Cosimato a Roma
Il complesso si trova in uno dei punti meglio serviti di Roma dal punto di vista di ciò che c’è da vedere nel raggio di dieci minuti a piedi. Costruire una mezza giornata intorno a San Cosimato è facile, anzi è il modo migliore di usarlo.
La piazza e il mercato
Piazza San Cosimato ospita il mercato rionale storico di Trastevere, uno dei pochi mercati romani che ha resistito alla trasformazione turistica del rione mantenendo una clientela di quartiere. Frutta, verdura, pesce, formaggi, banchi che lavorano la mattina e chiudono nel primo pomeriggio. Attorno, il campo da gioco recintato, le panchine, i bar. È uno degli ultimi spazi di Trastevere dove si sente parlare romanesco più che inglese, e vale la pena fermarsi anche solo dieci minuti.
Le chiese di Trastevere
A cinque minuti si trova la chiesa di San Francesco a Ripa, con la Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una delle sculture più intense del barocco romano e quasi sempre deserta. Poco più in là c’è la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, con il Giudizio Universale di Pietro Cavallini nel coro delle monache e gli scavi della domus romana sotto il pavimento. Verso nord, la Basilica di Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici absidali e la facciata a mosaico che si accende la sera. Sul percorso della Festa de’ Noantri, la chiesa di Sant’Agata in Trastevere.
I musei e le ville
Il Museo di Roma in Trastevere, nell’ex convento di Sant’Egidio, conserva la documentazione della vita popolare romana e ospita mostre fotografiche di buon livello. Risalendo verso la Lungara si arriva alla Villa Farnesina, con gli affreschi di Raffaello e della sua bottega, e all’Orto Botanico di Roma, dodici ettari di verde alle pendici del Gianicolo che nei giorni caldi valgono da soli il biglietto.
La salita al Gianicolo
Chi ha fiato sale al Gianicolo e trova la Fontana dell’Acqua Paola, il cosiddetto Fontanone, e la chiesa di San Pietro in Montorio con il Tempietto del Bramante nel cortile adiacente, che è uno dei manifesti dell’architettura rinascimentale. Il panorama dal piazzale Garibaldi è quello che tutti conoscono e che continua a funzionare.
Verso il fiume
Scendendo verso il Tevere si raggiunge in pochi minuti l’Isola Tiberina, che è anche l’altra grande isola ospedaliera di Roma: qui c’è il Fatebenefratelli, e prima ancora c’era il tempio di Esculapio, dio della medicina. Se cercate una costante nella topografia sanitaria di Roma, la trovate: i luoghi di cura restano luoghi di cura per due millenni. Sulla riva opposta, a poca distanza, la Basilica di Santa Maria in Cosmedin.
Dove mangiare, in due parole
La zona fra piazza San Cosimato e via di San Francesco a Ripa mantiene ancora qualche trattoria di impianto tradizionale, insieme a molte insegne pensate per il turismo di passaggio. La regola empirica: se il menu è tradotto in sei lingue e c’è qualcuno sulla porta che vi invita a entrare, camminate ancora cento metri. Se la sala è piena di romani a mezzogiorno di un martedì, sedetevi.
Domande veloci su Chiostri di San Cosimato a Roma
Si possono visitare i Chiostri di San Cosimato?
Non liberamente e non con orari fissi. Il complesso è parte di un presidio ospedaliero in attività e l’accesso dipende dalle esigenze della struttura. Le occasioni più affidabili sono le aperture straordinarie organizzate durante l’anno da iniziative culturali e da associazioni, che vanno cercate di volta in volta. La piazza, la facciata, il portale e il campanile sono invece visibili sempre dall’esterno.
Quanto costa il biglietto?
Non esiste un biglietto d’ingresso, perché non esiste un circuito di visita permanente. Le eventuali visite guidate organizzate da associazioni possono avere un contributo di partecipazione stabilito dagli organizzatori.
Quanti chiostri ci sono?
Due. Il primo, sulla destra della chiesa, risale alla metà del Duecento ed era in origine a due piani. Il secondo, con il pozzo coperto al centro e i sostegni a pilastro, appartiene alla campagna quattrocentesca legata al Giubileo del 1475.
Perché si chiama San Cosimato?
Per contrazione popolare dei nomi dei santi titolari, Cosma e Damiano. Il nome completo del monastero era Santi Cosma e Damiano in Mica Aurea, dove Mica Aurea indica la sabbia fluviale giallastra delle pendici del Gianicolo.
Quando è stato fondato il monastero?
Nel X secolo. Una fonte del Regesto Farfense attribuisce la fondazione al nobile romano Benedetto Campagna verso la metà di quel secolo; la consacrazione della chiesa viene tradizionalmente collocata nel 1069 da parte di papa Alessandro II, con una lapide rinvenuta nel 1892 a sostegno.
Le monache ci sono ancora?
Non qui. Le Clarisse lasciarono San Cosimato nel 1891 dopo l’esproprio e passarono per San Gregorio al Celio, via Aurelia e il colle Vaticano prima di stabilirsi nel 1933 in via Ambrogio Contarini, dove la comunità risulta tuttora e dove continua a portare il nome di Clarisse di San Cosimato.
Che rapporto c’è con la Festa de’ Noantri?
Nessuno diretto. La festa, che si celebra fra il 16 e il 30 luglio in onore della Madonna del Carmine, ruota intorno alla statua conservata a Sant’Agata in Trastevere, alla basilica di San Crisogono e a Santa Maria in Trastevere. La processione attraversa il rione, ma il complesso di San Cosimato non ne è il perno.
Che cosa si vede dentro la chiesa?
Un interno a navata unica, rimaneggiato nel 1871, che della fase quattrocentesca conserva soprattutto l’affresco del presbiterio con la Madonna con il Bambino tra i santi Francesco e Chiara, attribuito ad Antonio del Massaro detto il Pastura.
Quanto tempo serve?
Per la parte esterna, venti minuti. Se si riesce ad accedere ai chiostri, un’ora abbondante. Inserito in un giro di Trastevere che tocchi Santa Cecilia, San Francesco a Ripa e Santa Maria in Trastevere, si arriva comodamente a mezza giornata.
È adatto ai bambini?
La piazza sì, con il campo da gioco e il mercato. L’interno del complesso, trattandosi di un ospedale, richiede un comportamento controllato e non è il posto giusto per una visita con bambini piccoli e vivaci.
È accessibile a chi ha difficoltà motorie?
La struttura ospedaliera è attrezzata per l’accesso, essendo un presidio sanitario. Gli ambienti storici, con soglie, dislivelli e pavimentazioni antiche, presentano le difficoltà tipiche degli edifici medievali. Chi ha esigenze specifiche deve informarsi prima presso la struttura.
A nostro giudizio San Cosimato è il posto giusto per chi ha capito che a Roma la stratificazione non è una metafora per guide turistiche ma una condizione fisica degli edifici. Qui una vasca romana, un protiro del XII secolo, un chiostro duecentesco, un portale giubilare del 1475, un rimaneggiamento ottocentesco e un reparto ospedaliero degli anni Sessanta occupano lo stesso volume di aria. Nessuno di questi strati ha cancellato del tutto il precedente, e nessuno pretende di essere l’unico legittimo. Chi cerca il monumento intatto e presentabile rimarrà deluso; chi cerca di capire come funziona davvero una città vecchia di tremila anni troverà poche lezioni più chiare di questa, a due passi dal banco della frutta.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una mattina costruita su Trastevere con accompagnatore turistico abilitato, comprese le chiese e i chiostri che non si aprono da soli, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che mettono Roma dentro programmi più ampi trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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