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Scalea del Tamburino

In breve. C’è un punto di Trastevere in cui la città cambia quota di colpo, e lo fa senza avvisare.

C’è un punto di Trastevere in cui la città cambia quota di colpo, e lo fa senza avvisare. Da una parte hai il rione basso, quello del viale, del traffico, dei portoni di travertino e delle botteghe; dall’altra, una manciata di metri più in alto, cominciano gli orti pensili, i villini, i muri di cinta, il verde che sale verso il Gianicolo. In mezzo c’è una rampa di gradini in mattoni e travertino che nessuna guida turistica ha mai messo in copertina e che invece, per chi è nato da queste parti, è un indirizzo nel senso più letterale del termine. Si chiama Scalea del Tamburino, collega viale Glorioso a via Dandolo, e ha centoventisei scalini.

A Roma i posti più interessanti della città quasi mai coincidono con quelli più fotografati. Questa scalinata è il caso di scuola. Non ha una facciata barocca, non ha un capolavoro dentro, non compare in nessun itinerario da tre giorni. Però tiene insieme, in centoventisei gradini, almeno quattro storie romane completamente diverse fra loro: un ragazzino di sedici anni morto nel 1849 difendendo la Repubblica Romana, un regista che qui ci ha passato l’infanzia e che da grande ha reinventato il western americano, un pezzo di Trastevere popolare che resiste dentro un rione ormai quasi interamente trasformato, e una generazione di musicisti romani nati negli anni Novanta che da questo numero, centoventisei, si è presa il nome.

Questa scalinata provoca di solito due reazioni. Chi ha una certa età si illumina alla parola Gianicolo e comincia a parlare di Garibaldi. Chi ha vent’anni si illumina al numero e comincia a parlare di dischi. Il bello è che hanno ragione tutti e due, e che il punto in cui le due cose si toccano è esattamente questo, un corrimano di ferro e una rampa di scalini nel mezzo di Trastevere.

Che cosa collega, esattamente

Conviene mettere subito a posto la geografia, perché è la prima cosa che confonde chi arriva. Trastevere non è un rione piatto. La parte che tutti conoscono, quella di piazza Santa Maria e delle osterie, è la pianura sull’ansa del Tevere, poche decine di centimetri sopra il livello del fiume. Ma il rione R. XIII comprende anche la collina del Gianicolo, e quindi ha un dislivello interno molto più drammatico di quanto la cartolina lasci immaginare. Il confine fra le due Trastevere non è una strada, è una serie di salite, rampe e scalinate che nel corso dei secoli sono state ricavate lì dove la pendenza lo permetteva.

La Scalea del Tamburino è una di queste cerniere. In basso comincia da via Dandolo, la strada che corre parallela a viale Trastevere sul lato della collina, dietro il palazzone del Ministero della Pubblica Istruzione (l’edificio è delimitato proprio da viale Trastevere, via Emilio Morosini, via Dandolo e viale Glorioso, e questo dà l’idea di quanto il blocco sia compatto). In alto arriva a viale Glorioso, che è già un altro mondo: strada larga, alberata, con i villini e i palazzine degli anni Venti e Trenta, aria di Monteverde più che di Trastevere.

Il salto di quota non è enorme in valore assoluto, ma la percezione sì. In basso si sente il rumore del viale, i clacson, i tram. A metà scalinata il rumore si smorza. In cima quasi non si sente più niente, e quello che senti è il verde: i giardini privati che sporgono oltre i muri, i pini, il vento che dal Gianicolo scende verso il fiume. Dodici minuti a piedi e sembra di avere cambiato città.

Per orientarsi: se scendi dal Gianicolo verso Trastevere seguendo via Garibaldi ti trovi sul versante nord della collina, quello del Fontanone e di San Pietro in Montorio. La Scalea del Tamburino è sul versante opposto, quello sud, che guarda verso viale Trastevere e verso Monteverde. È il motivo per cui moltissimi visitatori passano un’intera giornata a Trastevere senza mai avvicinarsi a questi gradini: semplicemente non sono sulla traiettoria che tutti percorrono.

Una parola sul nome, perché anche quello dice qualcosa. Scalea non è un romanesco approssimativo per scalinata: è un termine architettonico preciso, che indica una gradinata monumentale o comunque una rampa di scalini di una certa ampiezza inserita in un contesto urbano. Roma ne ha diverse, e il fatto che la toponomastica abbia scelto questa parola invece di scalinata o salita racconta l’intenzione con cui nel 1891 la si è battezzata: non una scorciatoia di servizio, ma un luogo con una dignità propria. Chi ci arriva oggi e trova una rampa modesta, con i muri segnati e qualche scritta, capisce subito che fra l’intenzione del 1891 e la realtà del 2026 è passato un secolo e mezzo di uso quotidiano. Che è, poi, il modo in cui una città rimane viva.

Un’ultima annotazione sulla quota. Il Gianicolo non è uno dei sette colli di Roma, anche se praticamente tutti lo credono. I sette colli della Roma antica sono sulla riva sinistra del Tevere: Palatino, Campidoglio, Aventino, Celio, Esquilino, Viminale, Quirinale. Il Gianicolo è sulla riva destra, è più alto di tutti loro, e proprio per questo è stato per secoli il punto militarmente decisivo della città: chi lo controlla domina Roma. Nel 1849 i francesi lo sapevano benissimo, ed è il motivo per cui tutto l’assedio si è giocato su quel crinale invece che sulle porte orientali. La Scalea del Tamburino è una delle vie con cui la città bassa raggiungeva quella quota decisiva.

Una curiosità su Scalea del Tamburino

Cominciamo dal fatto che negli ultimi dieci anni ha reso questa scalinata famosa presso un pubblico che di Repubblica Romana non aveva mai sentito parlare: i centoventisei gradini hanno dato il nome a uno dei collettivi musicali più influenti del rap italiano degli anni Dieci.

La crew si chiama Lovegang, ed è conosciuta anche semplicemente come 126, stilizzato in numeri romani CXXVI. Il nome deriva dai centoventisei scalini che compongono la Scalea del Tamburino, la zona fra Trastevere e Monteverde in cui i membri del gruppo si trovavano quotidianamente da adolescenti. Non è una leggenda costruita a posteriori da un ufficio stampa: è un dato che compare nelle biografie dei singoli artisti e che loro stessi hanno raccontato più volte.

I nomi, per chi non frequenta quel mondo, sono questi. Franco126, pseudonimo di Federico Bertollini, nato a Roma il 4 luglio 1992. Ketama126, pseudonimo di Piero Baldini, nato a Latina il 30 marzo 1992 e cresciuto a Roma, rapper e produttore. Pretty Solero, che all’inizio si faceva chiamare Sean126 e poi SeanyDelRey. E poi Drone126, Asp126, Gordo, Ugo Borghetti, con l’orbita allargata che comprende Nino Brown e Carl Brave. Chi ha ascoltato musica italiana negli ultimi anni conosce almeno un pezzo uscito da questo giro, anche senza sapere di conoscerlo.

La cosa che trovo bella, e che di solito racconto proprio fermandomi a metà rampa, è la catena di sensi che quel numero si porta dietro. Centoventisei è il numero di gradini di una scalinata. La scalinata è intitolata a un tamburino morto a sedici anni nel 1849. Un secolo e mezzo dopo, un gruppo di ragazzi che su quegli stessi gradini passava i pomeriggi si prende il numero come marchio, senza che il significato originario c’entri niente, e da lì costruisce una scena musicale. È esattamente il modo in cui la memoria funziona davvero in una città vecchia: non per conservazione, ma per riuso. Il nome resta, il senso cambia, e il posto continua a essere usato.

Aggiungo un dettaglio che a me diverte molto. Il numero CXXVI in cifre romane, stampato su una felpa o su una copertina di disco, sembra una scelta estetica da grafico. In realtà è la trascrizione di un conteggio fatto a piedi, salendo, da qualcuno che quei gradini li aveva percorsi abbastanza volte da avere voglia di contarli. E chiunque provi a contarli oggi arriva allo stesso numero, il che è un modo piuttosto onesto di verificare una leggenda urbana.

Chi era davvero il tamburino

Il tamburino della Scalea ha un nome, un cognome, una data di nascita e una data di morte. Non è una figura simbolica, non è un’allegoria risorgimentale messa lì per fare atmosfera. Si chiamava Domenico Subiaco.

Era nato a Ripi, in Ciociaria, in provincia di Frosinone, il 4 dicembre 1832, da una famiglia di contadini: il padre Giovanni, la madre Angela Maria Paparelli. Aveva appena compiuto sedici anni quando decise di lasciare il paese e di andare a Roma per unirsi alle brigate garibaldine che difendevano la Repubblica Romana dall’attacco francese.

Qui arriva il dettaglio che spiega tutto il resto. Per la sua statura bassa, e soprattutto per l’età, non fu ritenuto adatto al combattimento. Non gli diedero un fucile. Lo nominarono tamburino del I Reggimento Fanteria, cioè gli affidarono il compito di suonare la carica prima di ogni assalto e di incitare gli uomini durante gli spostamenti. Nelle guerre dell’Ottocento il tamburino era un ruolo reale e importante: i comandi si trasmettevano con il suono, non con la voce, e un ragazzino con un tamburo a tracolla in mezzo alla fanteria era uno strumento di comunicazione tattica prima che una figura folcloristica. Era anche, va detto senza retorica, un bersaglio.

Il 3 giugno 1849, il giorno in cui l’esercito francese comandato dal generale Oudinot sferra l’attacco decisivo al Gianicolo, Domenico Subiaco fa la cosa per cui è ricordato. Suonata la carica, getta il tamburo, raccoglie da terra un fucile abbandonato, grida Viva l’Italia! Viva Roma, prende la mira e comincia a sparare contro i soldati francesi. Poco dopo viene colpito da una palla nemica e muore. Aveva sedici anni e sei mesi.

Di questa scena esiste una testimonianza oculare. A raccontarla è Camillo Ravioli, che combatteva insieme a lui. Il suo scritto dice che il ragazzo, dall’alto della porta di San Pancrazio, tirò a petto scoperto dopo avere gettato l’uniforme; che Ravioli lo vide con i propri occhi la mattina di quel 3 giugno; che sparò da dieci a dodici colpi contro i francesi che assalivano l’ottavo bastione, facendosi porgere l’arma già carica dai compagni che erano più in basso; e che alla fine una palla nemica lo colpì al parietale sinistro e lo gettò riverso e moribondo giù dalla postazione.

È una testimonianza asciutta, di quelle che non abbelliscono. Quel dettaglio dell’arma passata già carica dai compagni sotto di lui dice più di dieci pagine di retorica: significa che intorno a quel ragazzo si era organizzata una piccola catena di uomini adulti che avevano deciso di assecondarlo. Significa che nessuno lo ha fermato. Significa, anche, che il fucile ricaricato arrivava più in fretta di quanto lui riuscisse a sparare, e che quindi ha continuato finché è stato fisicamente possibile.

A Frosinone, al centro di piazza della Libertà, c’è un monumento che lo rappresenta, opera dello scultore Ernesto Biondi. A Roma c’è questa scalinata.

Qualcuno a questo punto si chiede perché un ragazzino di sedici anni della Ciociaria si trovasse a Roma nel giugno del 1849, a duecento chilometri da casa, in un esercito che non era il suo. La risposta è che la Repubblica Romana fu, per pochi mesi, una calamita. Arrivarono volontari da tutta la penisola e anche da fuori: lombardi che avevano combattuto l’anno prima a Milano, romagnoli, toscani, la Legione Polacca, il Battaglione Universitario Romano fatto di studenti, e una quantità di giovanissimi che partirono da paesi dello Stato pontificio dove fino a pochi mesi prima nessuno avrebbe immaginato una cosa simile. Ripi era uno di quei paesi. Il fatto che un figlio di contadini decidesse a sedici anni di andarsene a piedi verso Roma per difendere una repubblica proclamata da poche settimane dice quanto profondamente quell’idea avesse attecchito, e in quanto poco tempo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Scalea del Tamburino

Ed eccoci al punto che raramente viene chiarito, e che è la chiave per capire davvero il posto: Domenico Subiaco non è morto su questi gradini.

La formulazione che circola più spesso, anche in fonti serie, è che la scalinata fu intitolata a lui perché è il luogo dove cadde. La testimonianza di Ravioli dice un’altra cosa, e la dice in modo molto preciso: il ragazzo era dall’alto della porta di San Pancrazio, sull’ottavo bastione delle mura gianicolensi. Porta San Pancrazio è in cima al Gianicolo, dall’altra parte della collina, a una distanza considerevole da via Dandolo. Quella era la linea del fronte: il punto in cui le mura urbane fronteggiavano le batterie francesi accampate fuori, verso Villa Pamphili. La Scalea del Tamburino, invece, è dentro la città, sul versante che scende verso il rione.

Perché allora intitolargli proprio questa rampa? Per la ragione più ovvia e più bella: perché è sulla direttrice. Chi nel giugno del 1849 doveva salire da Trastevere alle postazioni del Gianicolo passava di qui o da rampe come questa. I feriti scendevano per la stessa via. Le munizioni, il pane, l’acqua, i rinforzi, i messaggi salivano da questa parte. Non è il luogo della morte di Domenico Subiaco: è il luogo del suo tragitto, e del tragitto di tutti gli altri. È una differenza che a me pare molto più interessante della versione semplificata, perché sposta l’attenzione da un singolo istante eroico a una logistica quotidiana fatta di gambe, fiato e gradini.

Il secondo elemento poco noto è la data dell’intitolazione. La scalinata prende il nome del Tamburino nel 1891. Quarantadue anni dopo i fatti. Non è un dettaglio irrilevante. Nel 1891 Roma era capitale del Regno d’Italia da vent’anni, i reduci della Repubblica Romana erano ormai anziani signori con le medaglie, e la città stava costruendo attivamente la propria toponomastica risorgimentale. Il Gianicolo in quegli stessi anni si riempiva dei busti dei garibaldini che ancora oggi accompagnano la passeggiata. Intitolare una scalinata di Trastevere a un tamburino sedicenne di Ripi era, in quel contesto, una scelta politica precisa: non celebrare un generale, ma il più piccolo e il meno graduato di tutti.

Terzo elemento, e qui entriamo nel territorio delle cose che si imparano solo camminandoci: la scalinata non è un monumento, è un’infrastruttura viva. Non è recintata, non ha orari, non ha biglietteria e non ha nessuno che la sorvegli. Ci passano i residenti con la spesa, i ragazzini che tornano da scuola, i corrieri, i cani. La mattina presto ci si incontra gente che la fa su e giù di corsa per allenarsi. Il che vuol dire che chi ci arriva aspettandosi un luogo della memoria solenne rimane spiazzato, e chi ci arriva sapendo che è una strada la trova esattamente per quello che è.

Il consiglio che ti do per visitare Scalea del Tamburino

Il consiglio più importante è anche il più banale e va detto per primo: falla in salita, non in discesa.

Può sembrare il contrario di quello che consiglierebbe chiunque abbia a cuore i vostri polpacci, ma ha una logica. In discesa, da viale Glorioso verso via Dandolo, la scalinata è una comodità: arrivi in basso in quattro minuti, non ti accorgi di niente, e il gesto è talmente automatico che il posto non lascia traccia. In salita cambia tutto. Devi contare il fiato, ti fermi almeno una volta, e nella pausa ti guardi intorno. E il senso del posto, che è il senso di un dislivello superato a gambe, si capisce solo così. Poi c’è un motivo storico: chi nel 1849 saliva di qui verso le postazioni del Gianicolo lo faceva con il fucile addosso e con l’idea di arrivare in un punto in cui gli sparavano. Farla in salita è il modo più diretto e meno retorico di avere un’idea di che cosa significasse.

Sull’orario. La luce migliore, da queste parti, è quella del tardo pomeriggio, quando il sole scende dietro il Gianicolo e la rampa resta in ombra mentre le case in alto sono ancora illuminate. Si crea un contrasto molto netto fra il basso e l’alto che è, in pratica, la fotografia del posto. La prima mattina funziona in modo diverso ma altrettanto bene: la scalinata è deserta, si sentono gli uccelli dei giardini privati, e la città rumorosa comincia solo trenta metri più in basso. L’ora da evitare, se cercate un’atmosfera, è quella dell’uscita da scuola, quando la rampa diventa una specie di corridoio affollato. L’ora da cercare, se invece volete capire perché generazioni di ragazzi romani ci hanno passato i pomeriggi, è esattamente quella.

Sul tempo da dedicarci. Onestamente: da sola, questa scalinata vale venti minuti. Non è una tappa che regge un’uscita apposta se arrivate da un altro quartiere. È invece un pezzo eccellente di un itinerario più lungo, ed ecco la combinazione consigliata.

L’itinerario che consiglio. Si comincia in basso, a Trastevere, dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici, e si prosegue verso il Museo di Roma in Trastevere a piazza Sant’Egidio, che costa poco, non ha mai coda e ha una programmazione fotografica migliore di quanto la sua scarsa pubblicità lasci immaginare. Da lì si taglia verso viale Trastevere, si prende via Dandolo e si sale la Scalea del Tamburino. In cima, viale Glorioso porta in pochi minuti verso la parte alta del rione. A questo punto si può puntare al Gianicolo, con la passeggiata dei busti garibaldini, la Fontana dell’Acqua Paola, che tutti chiamano il Fontanone, e San Pietro in Montorio con il Tempietto del Bramante nel cortile. Chi vuole chiudere il cerchio storico può arrivare fino a Porta San Pancrazio, dove oggi si trova il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, che è il posto dove la vicenda di Domenico Subiaco trova il suo contesto completo. Con calma è mezza giornata piena, ed è una delle mezze giornate romane con il miglior rapporto fra fatica e ricompensa.

Sulle scarpe. Gradini in pietra e mattoni, consumati, leggermente irregolari, con qualche tratto sconnesso. Dopo la pioggia possono essere scivolosi, soprattutto nei punti in ombra dove il muschio non asciuga mai. Suole lisce sono una pessima idea. Il corrimano centrale c’è ed è solido, ma tenerlo significa camminare in fila indiana, il che con un gruppo rallenta parecchio.

Sull’accessibilità. Va detto chiaro: è una scalinata, quindi non è percorribile con sedie a rotelle, con passeggini o con bagagli a rotelle. Chi ha problemi di deambulazione deve aggirarla, e l’aggiro non è brevissimo perché il versante è ripido e le strade carrabili fanno giri larghi. Se accompagnate qualcuno con difficoltà motorie, la salita verso il Gianicolo conviene farla in autobus o in taxi da viale Trastevere.

Su che cosa portarsi. Niente, se non acqua d’estate. Questa è una zona senza servizi: nessun bar sulla rampa, nessun bagno, nessuna fontanella proprio sui gradini. I bar sono in basso su via Dandolo e in alto verso viale Glorioso. D’estate a Roma fare centoventisei gradini a mezzogiorno senza una bottiglia in borsa è un errore che si paga.

Sulla stagione. La scalinata è aperta tutto l’anno e non ha una stagione sbagliata, ma cambia parecchio. In primavera i giardini privati che sporgono dai muri laterali sono l’attrazione principale: glicini, gelsomini, qualche albero da frutto, e un odore che in basso, sul viale, non arriva. In estate la rampa è un imbuto di calore fino alle cinque del pomeriggio, poi diventa uno dei posti più freschi del rione perché l’ombra della collina la copre presto. In autunno le foglie rendono i gradini scivolosi ma la luce è la migliore dell’anno. In inverno, con le giornate corte, conviene farla presto: l’illuminazione pubblica c’è ma non è generosa, e al buio i gradini irregolari richiedono attenzione.

Sul come arrivarci. Il riferimento più semplice è viale Trastevere, che è servito dal tram e da diverse linee di autobus. Da lì si prende via Dandolo e si cerca l’imbocco della rampa sul lato della collina. Chi scende invece dal Gianicolo arriva dall’alto, da viale Glorioso. Non ci sono cartelli turistici e non c’è nessun tipo di segnalazione: bisogna sapere che esiste, ed è precisamente questo che la rende un posto da conoscere e non da inciampare per caso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Qui ci arriva la seconda storia, quella che a sorpresa piace anche a chi del Risorgimento non vuole sapere niente. Sergio Leone è cresciuto qui.

I fatti sono questi. Sergio Leone nasce a Roma il 3 gennaio 1929, in via dei Lucchesi, a pochi metri dalla Fontana di Trevi, figlio di Vincenzo Leone, regista e attore del cinema muto che firmava con il nome d’arte Roberto Roberti, e dell’attrice Edvige Valcarenghi, in arte Bice Waleran. Nel 1931, quando lui ha due anni, la famiglia si trasferisce a via Filippo Casini, nel Trastevere popolare, nel blocco di case che si affaccia proprio sulla scalinata di viale Glorioso. Lì Leone passa l’infanzia e la giovinezza.

Su quella casa oggi c’è una targa. Non è una targa comunale delle solite, con le date e la formula burocratica. Porta una frase di Leone stesso, ed è per questo che chi la vede parla di targa firmata da lui. La frase è: Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile, ma sincero. Come i bambini della scalinata di viale Glorioso.

Vale la pena fermarsi un secondo su questa frase, perché è molto più di una citazione affettuosa. Leone la usa per definire il proprio sguardo di regista, cioè lo sguardo che ha costruito Per un pugno di dollari, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, C’era una volta in America. Chiunque abbia visto quei film sa di che cosa parla: il western di Leone è un western visto con gli occhi di un ragazzino europeo che il West lo conosce dai fumetti e dal cinema, e che invece di correggere quella distanza la trasforma nella forma stessa del racconto. Le maschere, i duelli dilatati, la musica che arriva prima dell’immagine, il gusto per il mito più che per la storia: tutta quella grammatica nasce, per esplicita ammissione dell’autore, dai giochi su una scalinata di Trastevere.

C’è un particolare che rende la cosa ancora più letterale. Negli anni Cinquanta, prima di debuttare alla regia, Leone scrisse la sceneggiatura di un film che non venne mai prodotto. Si intitolava Viale Glorioso e raccontava temi vicini a quelli che Federico Fellini avrebbe messo ne I vitelloni. Quando I vitelloni uscì, nel 1953, Leone rinunciò temporaneamente alle proprie ambizioni registiche e tornò a fare l’aiuto regia. Vuol dire che il suo primo film mai girato si chiamava come la strada in cima a questi gradini, e che il mestiere di regista, per lui, è cominciato con l’idea di raccontare proprio questo pezzo di città.

E poi c’è la coincidenza che quasi non sembra vera. Leone studiò dai lasalliani, per scelta di una famiglia che avversava l’educazione pubblica fascista. Tra i banchi delle elementari conobbe un compagno di classe che si chiamava Ennio Morricone. Quei due bambini, che negli stessi anni giravano per la stessa zona di Trastevere, avrebbero poi costruito insieme il sodalizio fra regia e musica più riconoscibile della storia del cinema italiano, dal 1964 fino a C’era una volta in America nel 1984. Vent’anni di collaborazione che cominciano su un banco di scuola a poche centinaia di metri da questa rampa.

Aggiungo per completezza un dettaglio che ci riguarda come romani: il giovane Leone, quattordicenne, decise di unirsi alla Resistenza e fu dissuaso dalla madre. Quattordici anni, in un quartiere sotto occupazione, con l’idea di andarsene a combattere. Non è difficile vedere il filo che lega quel ragazzo al tamburino sedicenne a cui è intitolata la scalinata sotto casa sua. Nessuno dei due, immagino, ci aveva pensato. Ma la scala è la stessa.

La foto giusta da fare a Scalea del Tamburino

Premessa doverosa: questa non è una scalinata spettacolare. Non è Trinità dei Monti, non è la scalinata di Aracoeli, non ha un panorama da cartolina in cima. Se venite qui cercando l’inquadratura che fa cinquemila cuoricini, tornate indietro delusi. Il che è precisamente il motivo per cui la fotografia giusta è interessante: bisogna guadagnarsela.

L’inquadratura principale. Si fa dal basso, dai primi gradini, obiettivo tenuto basso, quasi appoggiato al secondo o terzo scalino, puntato verso l’alto lungo l’asse della rampa. Quello che si ottiene è la fuga prospettica dei gradini che si stringe verso il punto di luce in cima. È un’inquadratura elementare, la conoscono tutti, ma qui funziona benissimo per una ragione specifica: la rampa è stretta, i muri laterali la comprimono, e il risultato è una specie di canyon urbano che ti obbliga a guardare verso l’uscita. Se tenete la macchina o il telefono più basso possibile, i gradini in primo piano diventano enormi e la deformazione racconta la fatica meglio di qualsiasi didascalia.

L’inquadratura che invece consiglio davvero. Salite a circa due terzi, giratevi, e fotografate in discesa con il rione basso sullo sfondo. Quello è il punto in cui l’immagine contiene tutte e due le Trastevere: i gradini in primo piano, i tetti e le antenne del rione popolare più in là, e la sensazione fisica del dislivello. È la fotografia che spiega che cosa è questo posto, cioè una cerniera, e non semplicemente una scala. In una fotografia dal basso il dislivello non si vede: si vede solo la salita. Dall’alto si vede da dove si è partiti, che è l’informazione più importante.

La luce. Tardo pomeriggio, ripeto, perché il sole che cala dietro il Gianicolo lascia la rampa in ombra e accende i muri e i tetti in basso. Ottieni un primo piano scuro, quasi grafico, e un fondo caldo. Il contrasto è forte, quindi esponete per le luci e lasciate che le ombre chiudano: l’immagine ci guadagna. Se scattate con il telefono, toccate il punto luminoso dello schermo per fare la messa a fuoco e poi abbassate manualmente l’esposizione. Nelle giornate coperte la scalinata diventa piatta e grigia, e onestamente la fotografia non vale il viaggio; in compenso in quelle condizioni si vedono benissimo i dettagli dei materiali, il mattone consumato, il muschio, i graffiti sui muri laterali.

Il dettaglio da non dimenticare. Fotografate la targa con il nome della strada. Le targhe stradali romane sono quelle lastre di marmo bianco con la scritta incisa e il nome del rione sopra, e quella della Scalea del Tamburino ha il vantaggio raro di essere un titolo che chiede immediatamente una spiegazione. È lo scatto che poi vi fa raccontare la storia a chi guarda le fotografie, ed è molto più utile di un’ennesima veduta.

Il dettaglio bonus. Se avete voglia di cercare, provate a inquadrare la targa con la frase di Sergio Leone sulla casa di via Filippo Casini. È piccola, non è segnalata, e non è nemmeno facilissima da individuare al primo colpo. Ma è una di quelle fotografie che vale più per quello che c’è scritto che per come è composta, e mettere nello stesso rullino il nome del tamburino e la frase del regista è il riassunto migliore di questa pagina di città.

Un avvertimento sul buon senso. Questa è una strada residenziale, non un set. Le finestre ai lati della rampa sono case abitate. Mettere il treppiede in mezzo ai gradini a ora di cena, o fare servizi fotografici lunghi bloccando il passaggio, è il tipo di comportamento che nel giro di cinque anni fa chiudere o recintare i posti come questo. Si scatta, si ringrazia e ci si sposta.

Perché Trastevere ha bisogno di posti così

Faccio una digressione che non è una digressione. Trastevere negli ultimi trent’anni è cambiato più di quanto sia cambiato nei trecento precedenti. La popolazione storica del rione si è assottigliata, gli affitti sono saliti, molti piani terra sono diventati locali, e la parte bassa nelle sere del fine settimana è un luogo di consumo prima che un quartiere. Non lo dico con nostalgia militante: è una descrizione, e chiunque ci cammini se ne accorge.

In questo contesto le scalinate del versante alto hanno acquistato una funzione nuova. Sono rimaste fuori dal circuito. Non ci si beve, non ci si mangia, non si comprano souvenir, non ci passano i gruppi. Ci passano i residenti. Il che significa che se volete vedere come funziona Trastevere quando non è in scena, i posti come la Scalea del Tamburino sono fra i pochi rimasti in cui succede ancora qualcosa di ordinario. Un anziano che sale piano con la busta. Due ragazzini seduti a metà rampa. Qualcuno che porta giù il motorino a mano. È la stessa città di cento metri più in basso, ma con il volume abbassato.

È anche il motivo per cui questa scalinata è diventata, generazione dopo generazione, un luogo di ritrovo. Nella descrizione tradizionale del posto si dice che è da sempre il punto d’incontro della gioventù de noantri, e la formula è giusta a patto di capirla bene. Le scalinate sono i luoghi di ritrovo naturali di tutte le città in pendenza: offrono una seduta gratuita, sono coperte dagli sguardi delle strade principali, non hanno un proprietario e nessuno ti dice di consumare o di andartene. Roma è piena di ragazzi seduti sui gradini: davanti alle chiese, sulle rampe, ai bordi delle fontane. Qui succede da decenni, e la prova migliore è che a un certo punto ne è uscito un nome di una scena musicale.

A proposito di de noantri: la Festa de Noantri è la ricorrenza identitaria di questo rione e vale la pena sapere che cosa è, perché il nome ricorre continuamente e quasi nessuno lo spiega. De noantri in romanesco significa di noi altri, in contrapposizione esplicita a voi altri che abitate negli altri quartieri. È già una dichiarazione di appartenenza prima ancora di essere il nome di una festa.

La festa si celebra in onore della Beata Vergine del Carmelo dal 16 al 30 luglio. L’origine che si tramanda risale al 1535: dopo una tempesta, alcuni pescatori corsi trovarono alla foce del Tevere una statua della Vergine scolpita in legno di cedro. Per questo la chiamarono Madonna Fiumarola, cioè Madonna del fiume. La statua fu donata ai carmelitani della Basilica di San Crisogono, a piazza Sonnino, da cui deriva il titolo di Madonna del Carmine, e la Vergine divenne la protettrice dei trasteverini.

Oggi la statua si trova nella Chiesa di Sant’Agata in Trastevere, a metà di via della Lungaretta, in piazza San Giovanni de Matha. Da lì, il sabato dopo il 16 luglio, una statua lignea policroma dell’Ottocento raffigurante la Madonna del Carmine viene portata in processione per le vie del rione fino a San Crisogono e, dopo una breve sosta, torna a Sant’Agata, dove resta solennemente esposta per una settimana. La domenica successiva si tiene la processione sul Tevere: la statua, adagiata su una barca, percorre il fiume fino all’altezza di ponte Garibaldi, a ricordo del ritrovamento alla foce, poi risale fino a Santa Maria in Trastevere, dove rimane fino alla mattina dopo. Lì i festeggiamenti si chiudono.

Un dettaglio che va detto perché smonta un equivoco diffuso: la parte religiosa è antica, ma la festa popolare come la conosciamo, con le bancarelle, la musica, le osterie all’aperto e il baraccone, risale agli anni Venti del Novecento e fu promossa dal regime fascista nel quadro del recupero delle feste e delle tradizioni popolari italiane. Non è meno vera per questo, ma è utile sapere che l’immagine folcloristica della Trastevere che canta e balla a luglio ha meno di un secolo, mentre la Madonna trovata nel fiume ne ha quasi cinquecento.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Ecco quello che è successo attorno a questi gradini, perché il contesto è molto più drammatico di quanto la tranquillità del posto lasci immaginare.

9 febbraio 1849. Viene proclamata la Repubblica Romana. Il governo è affidato a un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Il papa Pio IX è fuggito a Gaeta. Roma diventa, per pochi mesi, un laboratorio politico di enorme importanza, con una Costituzione che sarà tra le più avanzate del suo tempo.

30 aprile 1849. Primo attacco francese. Il generale Oudinot arriva con circa cinquemila uomini convinto di entrare in città quasi senza combattere. Viene respinto dalle milizie romane e dalle cariche dei volontari di Garibaldi, che escono da Porta San Pancrazio. I francesi si ritirano con oltre cinquecento morti e trecentosessantacinque prigionieri. È la giornata che convince i romani che la difesa è possibile, ed è anche la giornata che rende Garibaldi un mito popolare nel rione.

15 maggio, 31 maggio 1849. Fase diplomatica. Il plenipotenziario francese Ferdinand de Lesseps negozia una tregua di venti giorni e il 31 maggio sottoscrive un accordo di non ingerenza. Ma già il 29 maggio Luigi Napoleone aveva ordinato a Oudinot di riprendere l’assedio e richiamato Lesseps in Francia. L’accordo, in pratica, nasce già morto.

3 giugno 1849. La data che riguarda direttamente questa scalinata. Oudinot attacca con trentamila uomini e settantacinque cannoni, un giorno prima di quanto avesse annunciato. L’obiettivo è il Gianicolo, l’altura che domina Trastevere e da cui si può bombardare la città. Nella stessa giornata Goffredo Mameli, il ventunenne autore del testo dell’inno nazionale, viene ferito a Villa Corsini: morirà il 6 luglio. E a Porta San Pancrazio, sull’ottavo bastione, muore Domenico Subiaco.

Giugno 1849, le settimane dell’assedio. Il 10 giugno c’è la sortita sfortunata del generale Luigi Mezzacapo. Il 15 giugno si combatte sui Monti Parioli con la Legione Polacca. Il 20 giugno i francesi passano il Tevere a Ponte Milvio nonostante la resistenza del Battaglione Universitario Romano. Il 26 giugno un nuovo assalto a Villa del Vascello viene respinto da Giacomo Medici. In tutte queste settimane Trastevere è la retrovia immediata del fronte: le cannonate cadono sul rione, i feriti scendono dal Gianicolo per le rampe come questa, e la popolazione civile convive con l’artiglieria.

30 giugno 1849. Assalto generale francese e battaglia finale sul Gianicolo. Garibaldi difende il Vascello. Le perdite italiane fra morti e feriti sono circa tremila, quelle francesi circa duemila. La difesa cede, ma l’esercito della Repubblica esce dalla giornata con l’onore militare intatto.

2 luglio 1849. Garibaldi tiene in piazza San Pietro il discorso rimasto celebre, quello in cui non promette paghe né ozi molli ma fame, sete, marce forzate e battaglie. La sera, verso le venti, lascia Roma con circa quattromila armati, ottocento cavalli e un cannone. Comincia la ritirata che lo porterà, braccato dagli austriaci, fino a San Marino e poi in fuga verso l’Adriatico, dove morirà la moglie Anita.

4 luglio 1849. I francesi occupano Roma. L’Assemblea costituente approva un decreto di resa ma resta al suo posto; Mazzini e il triumvirato non sottoscrivono mai una capitolazione formale. Viene proclamata la legge marziale. La Repubblica Romana finisce dopo meno di cinque mesi, e Roma tornerà a essere capitale dello Stato pontificio fino alla breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870.

1891. La scalinata fra viale Glorioso e via Dandolo viene intitolata a Domenico Subiaco, il Tamburino. Sono gli anni in cui Roma capitale costruisce la propria memoria risorgimentale e in cui il Gianicolo si riempie dei busti dei difensori del 1849.

Anni Venti del Novecento. La Festa de Noantri assume la forma popolare che conosciamo, con bancarelle e manifestazioni, dentro l’operazione di recupero delle tradizioni promossa dal regime.

1931. La famiglia Leone si trasferisce in via Filippo Casini. Sergio ha due anni. Comincia l’infanzia trasteverina che trent’anni dopo si vedrà, trasfigurata, nei suoi film.

Anni Dieci del Duemila. Un gruppo di ragazzi che frequenta questi gradini fonda la crew Lovegang e si dà come nome il numero degli scalini. Da lì escono dischi che cambiano il panorama del rap italiano e portano il toponimo, senza che quasi nessuno se ne accorga, in mezzo mondo.

Chi è passato da Scalea del Tamburino

La lista è meno prevedibile di quanto sembri, e vale la pena leggerla per intero perché è il modo migliore di capire quanta città passa da centoventisei gradini.

Domenico Subiaco. Il tamburino di Ripi, sedici anni, I Reggimento Fanteria, morto il 3 giugno 1849. La scalinata porta il suo nome dal 1891. Non è morto qui, ma è passato di qui, come tutti quelli che dal rione salivano verso le postazioni.

Camillo Ravioli. Il compagno d’armi che vide la scena e la mise per iscritto. Senza la sua testimonianza oculare, oggi avremmo solo un nome su una targa e nessuna storia. È il promemoria del fatto che la memoria di una città dipende quasi sempre da qualcuno che si è seduto a scrivere.

I garibaldini del 1849. Volontari lombardi, romagnoli, polacchi, studenti universitari romani, trasteverini di mestiere, ragazzi arrivati a piedi dalla provincia. Il corpo di difesa della Repubblica Romana era un aggregato improbabile e internazionale, e la sua logistica passava per le rampe del versante sud del Gianicolo.

Giuseppe Garibaldi. Non ci sono prove che abbia messo piede esattamente su questi gradini. Ma nei mesi della Repubblica ha attraversato Trastevere in tutte le direzioni, dal Vascello a Porta San Pancrazio a piazza San Pietro, e l’intera collina sopra questa scalinata è il teatro in cui ha costruito la propria leggenda europea.

Sergio Leone. Dal 1931 in poi, bambino e poi ragazzo, in via Filippo Casini. La targa sulla casa porta la sua frase sui bambini della scalinata di viale Glorioso. Il suo primo copione mai girato si intitolava Viale Glorioso.

Ennio Morricone. Compagno di banco di Leone alle elementari dai lasalliani, nella stessa zona, negli stessi anni. Dal 1964 al 1984 il loro lavoro comune ha definito il suono del cinema italiano nel mondo.

Ketama126, Franco126, Pretty Solero, Drone126, Asp126, Ugo Borghetti, Gordo. La Lovegang, il collettivo CXXVI. Federico Bertollini, Piero Baldini e gli altri hanno passato qui pomeriggi interi da adolescenti e hanno portato il numero di questi scalini sulle copertine dei dischi e dentro i testi.

I trasteverini. Che sono la categoria più importante di tutte e l’unica che non ha una targa. Generazioni di persone che questa rampa la fanno due volte al giorno perché è la strada di casa, e che continuano a farla mentre la parte bassa del rione si riempie di gente venuta da fuori. Sono loro il motivo per cui la Scalea del Tamburino è ancora un posto vivo e non un monumento.

Che cosa vedere nel raggio di dieci minuti

Chiudo con la parte pratica, perché la domanda più frequente dopo avere salito la scalinata è: e adesso?

In basso, verso il rione. Da via Dandolo si arriva in pochi minuti al cuore di Trastevere. La Basilica di Santa Maria in Trastevere con i mosaici absidali e il pavimento cosmatesco è la tappa obbligata. La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, dall’altra parte del viale, è più tranquilla e per me più emozionante, con la statua del Maderno e il Giudizio di Pietro Cavallini al piano superiore. Il Museo di Roma in Trastevere a piazza Sant’Egidio è il museo civico che consiglio più spesso a chi torna a Roma per la seconda o terza volta.

Un dettaglio che quasi nessuno conosce è l’Antica Spezieria di Santa Maria alla Scala, la farmacia dei carmelitani scalzi, che è uno dei pochi interni settecenteschi romani rimasti sostanzialmente intatti e che si visita solo su prenotazione. Se vi interessa il genere, è una delle cose più particolari di tutto il rione.

In alto, verso la collina. Dalla cima della scalinata, il Gianicolo è a portata di gambe. La passeggiata con i busti dei garibaldini, il piazzale con la vista su tutta Roma, il cannone di mezzogiorno. Poco più in là la Fontana dell’Acqua Paola e San Pietro in Montorio con il Tempietto del Bramante. A Porta San Pancrazio il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina racconta esattamente i mesi in cui è morto il ragazzo a cui è intitolata la scalinata: è la tappa che dà senso a tutto il resto, e consiglio di farla dopo, non prima, perché i nomi diventano molto più concreti quando hai già camminato sul terreno.

Sul versante del fiume. Scendendo verso la Lungara ci sono Villa Farnesina con gli affreschi di Raffaello e Peruzzi e l’Orto Botanico di Roma, che d’estate è una delle poche zone d’ombra serie del centro. Più a sud, la domenica mattina, c’è Porta Portese, e sul fiume l’Isola Tiberina.

Una nota sul ritmo. Il rischio con Trastevere è di farne troppo. Il rione regge bene una giornata lenta e regge malissimo una visita a tappe forzate, perché il suo valore è in gran parte atmosferico e l’atmosfera non si vede di corsa. Se dovessi scegliere una sola combinazione con questa scalinata dentro, farei così: mattina bassa nel rione fra le due basiliche e il museo civico, pranzo lungo, pomeriggio in salita dalla Scalea del Tamburino, tramonto al Gianicolo, discesa a piedi al buio. È una giornata che non costa quasi niente e che alla fine si ricorda meglio di parecchi musei a pagamento.

Perché vale la pena, in conclusione

Non vi sto dicendo che dovete prendere un autobus apposta per salire centoventisei gradini. Vi sto dicendo un’altra cosa, più utile: che a Roma le storie non sono quasi mai dove le cercate, e che la differenza fra vedere una città e capirla passa quasi sempre da posti come questo, dove non c’è nulla da vedere e c’è parecchio da sapere.

Una rampa di scalini ordinaria, che serve a superare un dislivello, porta il nome di un contadino sedicenne di Ripi che nel 1849 buttò il tamburo per prendere un fucile. Su una casa lungo la stessa rampa una targa riporta la frase di un regista che ha spiegato il proprio sguardo sul mondo citando i bambini che giocavano lì. Il numero dei suoi gradini è diventato il nome di una generazione di musicisti romani. E tutto questo succede su un pezzo di Trastevere che nessun itinerario turistico prevede, in cui la gente sale con la spesa in mano e nessuno chiede un biglietto.

Roma funziona così. La memoria non è custodita: è calpestata quotidianamente, e proprio per questo sopravvive. Una scalinata che nessuno usa diventa un rudere in vent’anni. Una scalinata che tutti usano resta una scalinata per un secolo e mezzo, e continua a chiamarsi con il nome di un ragazzino di cui altrimenti non sapremmo niente.

Domande frequenti su Scalea del Tamburino

Dove si trova la Scalea del Tamburino?

La Scalea del Tamburino si trova a Trastevere, a Roma, e collega la parte bassa del rione, quella di piazza Santa Maria, con la collina del Gianicolo, superando con centoventisei gradini un dislivello interno che il rione ha ma che sulla mappa non si vede.

Chi era il tamburino a cui è dedicata la scalinata?

Il tamburino a cui è dedicata la Scalea del Tamburino si chiamava Domenico Subiaco, nato a Ripi, in Ciociaria, il 4 dicembre 1832, morto il 3 giugno 1849 durante la difesa della Repubblica Romana. La scalinata porta il suo nome dal 1891, anche se non morì fisicamente su questi gradini.

Conviene salire o scendere la Scalea del Tamburino?

Conviene farla in salita, non in discesa. In discesa, da viale Glorioso verso via Dandolo, la scalinata è solo una comodità che si attraversa senza accorgersene, mentre affrontarla in salita permette di apprezzarla davvero.

Perché la Scalea del Tamburino è nota anche fuori dal contesto storico?

Negli ultimi dieci anni i centoventisei gradini della Scalea del Tamburino hanno dato il nome a Lovegang, conosciuta anche come 126 o CXXVI, uno dei collettivi musicali più influenti del rap italiano degli anni Dieci.

Che legame ha la Scalea del Tamburino con Sergio Leone?

Sergio Leone, il regista nato a Roma il 3 gennaio 1929, è cresciuto nella zona della Scalea del Tamburino, un fatto risaputo fra chi conosce Trastevere ma raramente raccontato per esteso a chi visita il quartiere.

Cosa si vede intorno alla Scalea del Tamburino?

Scendendo dalla Scalea del Tamburino verso il basso, in pochi minuti si arriva al cuore di Trastevere, con la Basilica di Santa Maria in Trastevere e i suoi mosaici absidali, e la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, più tranquilla, dall'altra parte del viale.

La Scalea del Tamburino è una scalinata spettacolare da fotografare?

No, e va detto con chiarezza: non è Trinità dei Monti né la scalinata di Aracoeli, e non ha un panorama da cartolina in cima. Il suo valore non è visivo ma nella storia e nella stratificazione di eventi che porta con sé.

Prima di chiudere

Se state organizzando un viaggio a Roma e volete costruirlo attorno a cose come questa, cioè attorno a quartieri da camminare, a storie che stanno dentro un nome di strada e a musei civici invece che attorno alla lista dei dieci monumenti obbligatori, ecco due riferimenti utili. Su italyplanner.com trovate itinerari e guide pratiche per mettere insieme i giorni in Italia con un criterio, comprese le combinazioni di quartiere che permettono di non buttare mezze giornate negli spostamenti: per una giornata trasteverina e gianicolense come quella descritta qui sopra è esattamente il tipo di strumento che serve. Su tourleaderpro.com c’è invece il lato professionale del mestiere, per chi accompagna gruppi e ha bisogno di tempistiche reali, materiali di lavoro e strumenti operativi.

E se passate da via Dandolo, anche solo per caso, alzate lo sguardo e cercate l’imbocco della rampa. Poi contateli, i gradini. Sono centoventisei, e arrivati in cima avrete un’idea molto più precisa di che cosa significhi, in una città costruita su sette colli, la parola dislivello.

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RiassuntoScalea del Tamburino Viale Glorioso, Roma Scalinata che unisce Trastevere alta a Trastevere bassa, dedicata a un giovane tamburino immolatosi nella difesa della Repubblica Romana. Da sempre ritrovo della gioventù de noantri - con tanto di dedica su targa firmata Sergio Leone - conta 126 gradini. Indovinate chi ha tratto ispirazione da questo numero...
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