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Porta San Paolo

Porta San Paolo è la porta delle Mura Aureliane che chiude a sud il tracciato urbano fra l’Aventino e Testaccio, all’imbocco di via Ostiense, e nell’antichità si chiamava Porta Ostiensis perché da qui partiva la strada per Ostia e per il porto alla foce del Tevere. È una delle porte antiche meglio conservate della città, con il fronte interno a doppio fornice e due torri semicircolari che nel tempo sono state alzate, rivestite e rimaneggiate almeno due volte. Dentro la porta, negli ambienti delle torri e del corpo centrale, si trova il Museo della Via Ostiense, un piccolo museo comunale che racconta la strada, il porto e i monumenti che la fiancheggiavano. Accanto, a pochi metri, la Piramide Cestia murata nelle mura stesse e il Cimitero acattolico. E qui, il 10 settembre 1943, si combatté l’ultimo scontro della difesa di Roma contro i reparti tedeschi, un episodio che la memoria pubblica ha trattato spesso con più retorica che precisione. Le righe che seguono mettono in fila le fasi costruttive, il cambio di nome, quello che si visita davvero oggi e che cosa accadde esattamente in quelle ore, separando i fatti accertati dalla vulgata.

Porta San Paolo (Rome)
Foto: Emanuele Mastrangelo, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova Porta San Paolo e come arrivare

La porta occupa il centro di piazzale Ostiense, il grande nodo di traffico fra viale Aventino, via Ostiense, via Marmorata e viale del Campo Boario. È un’isola: le cortine di mura che la fiancheggiavano verso Testaccio e verso San Saba furono in parte demolite fra fine Ottocento e primo Novecento per far passare i veicoli, e il risultato è che oggi la porta si guarda da fuori girandoci intorno a piedi, su marciapiedi e attraversamenti semaforici, con le auto che le passano ai due lati. Il riferimento più immediato per chi arriva senza conoscere la zona è la Piramide Cestia, che si trova a una trentina di metri e si vede da tutti gli accessi al piazzale.

A piedi dall’Aventino, da Testaccio e dal Circo Massimo

Dal Circo Massimo si arriva in dieci, dodici minuti scendendo lungo viale Aventino, una passeggiata quasi tutta in leggera discesa e con marciapiedi larghi. Dal Giardino degli Aranci e dalla basilica di Santa Sabina il percorso più comodo scende per via di Santa Sabina e via del Circo Massimo, oppure taglia dietro la basilica di San Saba arrivando a piazzale Ostiense dal lato di viale Giotto: in entrambi i casi si cammina per un quarto d’ora scarso, con un dislivello reale da affrontare al ritorno, perché l’Aventino si risale. Da Testaccio, cioè dal Nuovo Mercato Testaccio o dal Monte dei Cocci, bastano cinque o sei minuti lungo via Marmorata o via Galvani.

Con la metropolitana e con il trenino per il Lido

La fermata della metropolitana è Piramide, sulla linea B, e si trova letteralmente sotto il piazzale: uscendo si ha la porta davanti. La stessa stazione è lo scambio con la ferrovia urbana per Ostia, il cui capolinea storico si chiama proprio Porta San Paolo e occupa l’edificio a ridosso del piazzale: è la linea che porta a Ostia Antica e al mare in poco più di mezz’ora, e questo fa di piazzale Ostiense uno dei punti di partenza più usati dai romani per la giornata al litorale. La stazione ferroviaria Roma Ostiense, con i treni regionali e il collegamento per l’aeroporto di Fiumicino, è a due passi sull’altro lato del piazzale, collegata a piedi in cinque minuti.

Chi pianifica gli spostamenti in città trova un quadro più ampio nella nostra pagina su come muoversi a Roma. Il consiglio pratico per questa zona è uno solo: le linee di superficie che toccano piazzale Ostiense cambiano numerazione e percorso con una certa frequenza per via dei cantieri su via Ostiense e su lungotevere Testaccio, quindi conviene controllare il percorso aggiornato sull’app dell’azienda di trasporto il giorno stesso, invece di fidarsi di un numero letto su una guida stampata.

In tram, e perché il tram qui è la scelta migliore

Il tram 3 ferma a Piramide e collega la zona con Trastevere, il Colosseo, San Giovanni e Viale Regina Margherita: è la linea che permette di arrivare qui da mezza città senza cambiare mezzo e senza scendere sottoterra. Nelle ore di punta è affollato, ma resta più prevedibile di qualunque autobus perché non lo blocca il traffico che gira intorno alla porta. Per chi arriva dal centro storico e vuole vedere la porta in luce buona, il tram del tardo pomeriggio è la soluzione più semplice.

In auto: la risposta breve è no

Piazzale Ostiense è un anello a scorrimento continuo con più corsie e nessuna sosta libera nelle immediate vicinanze. La sosta su strada nelle vie intorno, via Marmorata e via Galvani comprese, è a pagamento nelle fasce diurne dal lunedì al sabato e satura quasi sempre. Chi arriva da fuori Roma fa bene a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio sulla linea B e scendere a Piramide: si risparmia tempo, non solo denaro. Questo è uno dei pochi punti della città dove il giudizio è netto e senza sfumature: venire qui in macchina è una perdita di tempo pura.

Che cosa si vede: la porta di fuori e la porta di dentro

La cosa che spiazza chi guarda Porta San Paolo per la prima volta è che i due lati non si somigliano. Dal lato della campagna, cioè verso via Ostiense e la Piramide, il passaggio è uno solo, incorniciato da due torri semicircolari alte e massicce, con un attico di finestre ad arco sopra il fornice. Dal lato della città, verso viale Aventino, i passaggi sono due, affiancati, più bassi e più larghi. Non è un errore di progetto né un capriccio: sono due fasi diverse, distanti fra loro più di un secolo, e la doppia apertura interna è quella originaria.

Il fronte esterno a un solo fornice

Il fronte che guarda verso Ostia fu ridotto a un unico passaggio nel rifacimento tardoantico, quando la porta venne trasformata in un dispositivo difensivo vero e non più in un semplice varco di transito. Una porta sola si chiude meglio, si difende con meno uomini e concentra il tiro dall’alto su un solo punto. Le due torri semicircolari che la fiancheggiano furono alzate e rivestite in quell’occasione, e la cortina di travertino che si vede alla base è in buona parte il risultato di quell’intervento, sovrapposto alla muratura in laterizio della fase originaria. Guardando da via Ostiense si distinguono a occhio nudo i due materiali e i due momenti: in basso il paramento in blocchi squadrati, in alto la muratura di mattoni con le finestre dell’attico.

Il fronte interno a doppio fornice

Il lato verso la città conserva invece l’impianto della porta di Aureliano: due fornici affiancati, ciascuno con la propria ghiera di mattoni, pensati per lo scorrimento a due sensi di marcia dei carri che entravano e uscivano dalla via Ostiense. È lo schema tipico delle porte principali delle Mura Aureliane, quello che si ritrova anche a Porta San Sebastiano sull’Appia, e per capirlo basta pensare al traffico che passava di qui: non un ingresso cerimoniale, ma la bocca di una strada commerciale che riforniva Roma di grano, olio, vino e marmi sbarcati a Ostia e risaliti lungo il fiume o portati su ruota.

Le due torri semicircolari

Le torri sono l’elemento che dà alla porta la sua sagoma riconoscibile. La pianta semicircolare non è decorativa: una torre curva devia meglio i colpi delle macchine d’assedio rispetto a uno spigolo vivo, e permette di battere con il tiro una fascia continua di terreno davanti alla cortina, senza angoli morti. Aureliano le fece costruire su un solo livello sopra il piano di camminamento; la sopraelevazione che si vede oggi appartiene a interventi successivi, che ne raddoppiarono l’altezza e ne rifecero il coronamento. Dentro, le torri sono cave e articolate su più piani collegati da scale: sono gli ambienti che oggi ospitano il museo.

Porta Ostiensis: la porta antica delle Mura Aureliane

Porta San Paolo nasce come Porta Ostiensis fra il 271 e il 275 dopo Cristo, nel cantiere delle Mura Aureliane voluto dall’imperatore Aureliano per dare a Roma una cinta difensiva che la città non aveva più da secoli. La data è uno dei pochi dati solidi di tutta la vicenda: il cantiere partì nei primi anni Settanta del III secolo e proseguì sotto Probo, con una rapidità che si spiega con l’urgenza militare del momento e con l’uso massiccio di edifici preesistenti inglobati nel tracciato.

Perché Roma tornò a costruirsi le mura

Per quasi cinque secoli Roma era stata una città senza difese murarie funzionanti. Le mura repubblicane, quelle che la tradizione attribuisce a Servio Tullio, erano state in gran parte smantellate o inglobate nell’edilizia privata: la capitale di un impero che combatteva ai confini non aveva ragione di temere un assedio. Nel III secolo quella certezza cadde. Le incursioni germaniche arrivarono in Italia settentrionale, la pressione sui confini danubiani e renani si fece continua, e nel 270 gli Alamanni penetrarono in profondità nella penisola. Aureliano prese la decisione che nessun imperatore aveva ritenuto necessaria prima: recintare Roma con diciannove chilometri di mura, alte inizialmente attorno ai sei o sette metri, con torri quadrate a intervalli regolari e porte fortificate sulle strade consolari.

Il cantiere e il riuso di quello che c’era

Il metodo fu quello del riuso sistematico. Dove il tracciato incontrava un edificio abbastanza robusto, quell’edificio diventava mura: un acquedotto, un sepolcro, un muro di sostruzione, un tratto di castra. La Piramide Cestia, tomba di un magistrato della fine del I secolo avanti Cristo, fu inglobata di peso nella cortina accanto alla porta e per questo si è conservata quasi intatta fino a oggi, mentre quasi tutti gli altri sepolcri monumentali della via Ostiense sono spariti. Lo stesso principio si ritrova lungo tutto il perimetro, e chi cammina sotto le mura fra Porta San Sebastiano e Porta Latina lo vede a ogni tratto.

Perché due fornici sulla via Ostiense

La scelta del doppio passaggio dipendeva dal volume di traffico. La via Ostiense collegava Roma al porto: da lì passavano il grano che alimentava l’annona, l’olio betico nelle anfore che avrebbero formato il Monte dei Cocci, i marmi destinati ai cantieri imperiali. Una porta a fornice unico avrebbe creato un collo di bottiglia permanente su una delle arterie di rifornimento più importanti della città. Sulle consolari meno trafficate, invece, Aureliano fece costruire porte a passaggio singolo, e la differenza si legge ancora oggi confrontando le porte superstiti della cinta.

Massenzio: la porta si alza

All’inizio del IV secolo, nel periodo in cui Massenzio controllava Roma, la porta venne rimaneggiata con un intervento di sopraelevazione: le torri furono alzate e la struttura ricevette un livello in più. Lo stesso tipo di lavoro interessò in quegli anni altri punti della cinta, in una campagna di potenziamento che rispondeva a una situazione politica precisa, quella di un imperatore che teneva Roma contro rivali esterni e che aveva bisogno di mura credibili. Nel 312 quelle mura non servirono: lo scontro decisivo con Costantino avvenne fuori città, a Ponte Milvio, e Massenzio morì nel Tevere senza che Roma sostenesse un assedio.

Onorio e il rifacimento di inizio V secolo

L’intervento che ha dato alla porta l’aspetto attuale è quello di età onoriana, attorno al 401 e 402, quando l’imperatore Onorio fece riorganizzare l’intera cinta davanti alla minaccia dei Visigoti di Alarico. Fu allora che il fronte esterno venne ridotto a un solo fornice, le torri furono rialzate e rivestite in blocchi di travertino, e l’intera porta fu ripensata come un caposaldo difensivo autonomo. Il criterio era lo stesso applicato alle altre porte principali: meno aperture, più altezza, più superfici da cui tirare. Nel 410 Alarico entrò comunque a Roma, ma da un altro punto della cinta, e la vicenda delle mura di Onorio è la dimostrazione che una fortificazione ben fatta serve a poco se manca chi la presidia.

Come Porta Ostiensis è diventata Porta San Paolo

Il nome attuale viene dalla strada, non dalla porta. Da questo varco usciva la via Ostiense, e lungo la via Ostiense, a circa due chilometri, sorge la basilica di San Paolo fuori le Mura, costruita sul luogo che la tradizione cristiana indica come sepoltura dell’apostolo. Man mano che il pellegrinaggio alla tomba di Paolo diventava uno degli assi devozionali della Roma cristiana, la porta smise di essere chiamata con il nome della destinazione geografica e prese quello della destinazione religiosa. È lo stesso meccanismo che ha ribattezzato Porta Appia in Porta San Sebastiano, per la basilica sull’Appia, e che ha trasformato decine di toponimi romani nel corso del Medioevo.

Il Museo della Via Ostiense, dentro la porta

Dentro Porta San Paolo, negli ambienti delle torri e nei vani sopra il fornice, si visita il Museo della Via Ostiense, museo civico affidato alla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali. L’allestimento racconta la strada antica, la sua uscita dalla città, i monumenti funerari che la fiancheggiavano, il porto di Ostia e l’approdo di Portus, con plastici, calchi, materiali archeologici e apparati grafici. La visita ha un valore doppio: si guarda una collezione, ma soprattutto si entra dentro una porta romana, cosa che a Roma si può fare in pochissimi punti.

Orari, ingresso e giorni di apertura: dove verificarli davvero

Su questo punto la redazione preferisce non riportare cifre. Le condizioni di accesso del Museo della Via Ostiense sono cambiate più volte negli ultimi anni, fra aperture ridotte, chiusure temporanee per lavori e calendari stagionali, e qualunque orario copiato da una guida o da un portale di terze parti rischia di essere vecchio di mesi. L’unica fonte che consigliamo è il sito della Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, dove la scheda del museo riporta giorni, fasce orarie e condizioni di ingresso aggiornate, insieme all’eventuale obbligo di prenotazione. Chi arriva da fuori Roma faccia una telefonata o una verifica online la mattina stessa: è l’unico modo per non trovare la porta chiusa.

La differenza fra questa pagina e la scheda del museo

Sul sito esiste già una scheda dedicata al Museo della Via Ostiense, che tratta la collezione, il percorso espositivo e le informazioni pratiche della struttura museale. Questa pagina riguarda invece la porta come monumento: le fasi costruttive delle Mura Aureliane, il contesto urbano di piazzale Ostiense e i fatti del settembre 1943. Chi vuole sapere che cosa c’è dentro le vetrine consulti quella; chi vuole capire che cosa è l’edificio che le contiene resti qui.

Perché merita anche a chi non ama i musei archeologici

Il giudizio della redazione è chiaro: la collezione in sé è modesta rispetto ai grandi musei archeologici romani, e chi ha poche ore in città non deve sentirsi in colpa a saltarla. Quello che rende la visita utile è l’edificio. Entrare in una porta delle Mura Aureliane e percorrerne gli ambienti interni è un’esperienza che a Roma si ripete soltanto al Museo delle Mura di Porta San Sebastiano, dove però il taglio del percorso è diverso e comprende un tratto di camminamento di ronda molto più lungo. Chi è interessato alle fortificazioni le veda entrambe, nello stesso giorno o in due momenti diversi: insieme raccontano l’intera logica della cinta.

Una curiosità sulla Porta San Paolo

La curiosità più solida riguarda la Piramide, e il fatto che la porta e il sepolcro sono cresciuti insieme per caso. Quando Aureliano fece tracciare le mura, la tomba di Caio Cestio esisteva da quasi tre secoli e sorgeva esattamente sulla linea scelta per la cortina, nel punto di confluenza fra la via Ostiense e la via Laurentina. Demolirla sarebbe costato tempo e manodopera; inglobarla costava nulla e regalava un bastione di marmo alto quasi quaranta metri di lato del tutto gratuito. Così la piramide diventò parte delle mura, e la porta le nacque accanto.

Un sepolcro diventato bastione

La conseguenza è che il monumento funerario più anomalo di Roma deve la propria sopravvivenza a una decisione di ingegneria militare presa quasi trecento anni dopo la sua costruzione. Tutti gli altri sepolcri monumentali che fiancheggiavano la via Ostiense, e ce n’erano molti, sono scomparsi: spogliati dei marmi, smontati per ricavarne materiale da costruzione, cancellati dall’urbanizzazione ottocentesca del quartiere. La Piramide no, perché nel frattempo era diventata un muro. È la stessa logica che ha salvato il sepolcro di Cecilia Metella sull’Appia, trasformato in torre di un castello medievale, e che ha conservato tanti edifici antichi romani: a Roma sopravvive quello che qualcuno ha continuato a usare.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Porta San Paolo

La porta che vediamo oggi è un’isola perché qualcuno ha demolito le mura che la tenevano attaccata alla città. Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con la crescita del quartiere Testaccio e poi di Ostiense, i tratti di cortina immediatamente adiacenti alla porta furono abbattuti per aprire il passaggio ai veicoli e per creare il piazzale. È un intervento che oggi nessuna soprintendenza autorizzerebbe, e che ha cambiato radicalmente la percezione del monumento: da elemento di una linea continua di fortificazione, la porta è diventata un oggetto isolato in mezzo a una rotatoria.

Che cosa si è perso con quelle demolizioni

Il danno non riguarda solo l’estetica. Una porta urbana ha senso in quanto interruzione di un muro: la sua architettura, le torri, il camminamento, la logica del tiro incrociato si capiscono soltanto se si vede da dove arriva e dove prosegue la cortina. Isolata, la porta perde questa leggibilità e si riduce a un fondale. Per recuperarla bisogna spostarsi: verso Testaccio, lungo viale del Campo Boario, e verso San Saba e viale Giotto, dove i tratti superstiti di mura riprendono e si vede il profilo continuo che una volta arrivava fino a qui.

Il 10 settembre 1943: la difesa di Roma a Porta San Paolo

Fra il 9 e il 10 settembre 1943, nei giorni immediatamente successivi all’annuncio dell’armistizio, reparti dell’Esercito italiano e gruppi di civili armati tentarono di fermare l’avanzata delle unità tedesche verso il centro di Roma, e l’ultimo scontro urbano di quel tentativo si svolse a Porta San Paolo il 10 settembre. È il fatto per cui questo luogo è entrato nella memoria pubblica della città. È anche il fatto su cui circolano più imprecisioni, perché la vicenda è stata raccontata per decenni con uno schema semplificato che non regge al confronto con la documentazione.

Il contesto: che cosa era successo l’8 settembre

L’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, firmato a Cassibile il 3 settembre 1943, fu reso pubblico la sera dell’8 settembre con l’annuncio radiofonico del capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio. Le forze armate italiane si trovarono senza ordini operativi chiari su come comportarsi con le truppe tedesche presenti in Italia, e questa è la premessa di tutto ciò che accadde nelle quarantotto ore successive. Intorno a Roma erano schierate divisioni italiane consistenti; nella zona a sud della città si muovevano le unità tedesche, fra cui reparti paracadutisti e corazzati che avevano il compito di prendere il controllo della capitale e delle sue vie di comunicazione.

La mattina del 9 settembre

Nelle prime ore del 9 settembre il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e i vertici militari lasciarono Roma dirigendosi verso Pescara e poi verso Brindisi. La partenza dei vertici è un fatto accertato e documentato, e produsse quello che gli studi militari descrivono come una paralisi della catena di comando: i comandi periferici continuarono in molti casi a combattere, ma senza un disegno unitario e senza che qualcuno assumesse la responsabilità politica della difesa della città.

Nello stesso giorno i combattimenti si accesero lungo le direttrici meridionali di accesso a Roma. Gli scontri più duri di tutta la vicenda non avvennero a Porta San Paolo, ma nella fascia esterna: alla Magliana, sul ponte della Magliana, alla Montagnola, alla Cecchignola, nella zona dell’attuale EUR e lungo la via Ostiense. È un punto che va detto con chiarezza, perché la memoria collettiva ha concentrato tutto sulla porta, mentre il grosso dei caduti cadde a chilometri di distanza, in quartieri che allora erano periferia e campagna.

Il 10 settembre: le ore della porta

Nella mattinata del 10 settembre i reparti tedeschi risalirono la via Ostiense verso il centro. Alla difesa dell’ultimo tratto, fra il quartiere Ostiense e la porta, parteciparono unità dell’Esercito, fra cui granatieri, lancieri e artiglieri, insieme a gruppi di civili che si erano procurati armi nelle ore precedenti. Gli scontri interessarono il piazzale, gli edifici circostanti, il fronte della stazione e la zona fra la porta e la Piramide. Nel pomeriggio, con la firma della resa e la dichiarazione di Roma città aperta, la resistenza organizzata cessò.

I reparti impegnati

Sul terreno operarono, in momenti e punti diversi della battaglia per Roma, reparti dei Granatieri di Sardegna, dei Lancieri di Montebello, della divisione corazzata Ariete e di altre grandi unità schierate intorno alla capitale, oltre a militari sbandati che si aggregarono ai nuclei ancora inquadrati. La ricostruzione puntuale di quali reparti fossero in quale strada e in quale ora è materia di studi specialistici, e le fonti non concordano su tutti i dettagli: chi cerca il quadro completo lo trova nella letteratura storiografica dedicata, non in una targa.

La resa e la città aperta

Nel pomeriggio del 10 settembre il comando italiano di Roma firmò la resa della città, che fu dichiarata città aperta. Roma passò sotto il controllo militare tedesco e vi rimase fino al giugno del 1944. I nove mesi che seguirono sono quelli dell’occupazione, della caccia agli ebrei romani culminata nella razzia del Ghetto del 16 ottobre 1943, della prigione di via Tasso, dell’attacco di via Rasella e della rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Porta San Paolo, in questo senso, è la data d’inizio di una stagione, e la sua memoria non si capisce isolandola da quello che venne dopo.

Il bilancio: perché le cifre non coincidono

Sul numero dei caduti le fonti divergono, e la redazione preferisce dirlo invece di scegliere una cifra e presentarla come certa. Le stime complessive dei combattimenti per Roma fra l’8 e il 10 settembre 1943 parlano di diverse centinaia di militari italiani caduti e di oltre un centinaio di civili, con variazioni sensibili da uno studio all’altro a seconda dei criteri adottati, del perimetro geografico considerato e del modo in cui si contano dispersi e feriti morti in seguito. Le cifre riferite ai soli scontri di Porta San Paolo sono una frazione di quel totale. Chiunque riporti un numero preciso senza indicare la fonte va letto con prudenza.

Fatti accertati e vulgata: che cosa va corretto

La narrazione più diffusa racconta un popolo romano insorto in massa alle barricate, abbandonato da un esercito in fuga. La documentazione restituisce un quadro diverso e più articolato. I combattimenti furono condotti in massima parte da reparti regolari dell’Esercito, che si batterono per due giorni pur senza direttive coerenti dall’alto. La partecipazione civile fu reale, documentata e in alcuni casi decisiva sul piano locale, ma riguardò gruppi limitati, in gran parte militanti dei partiti antifascisti che in quelle ore stavano riorganizzandosi. Sono due cose diverse dall’insurrezione popolare generalizzata del racconto celebrativo.

Un secondo elemento da maneggiare con cura è l’idea che a Porta San Paolo sia nata la Resistenza italiana. È una lettura che appartiene alla costruzione della memoria repubblicana del dopoguerra, legittima come interpretazione e come scelta simbolica, ma che gli storici discutono: la Resistenza come movimento organizzato si struttura nelle settimane e nei mesi successivi, in forme e luoghi diversi. Dire che qui si combatté uno degli episodi fondativi di quella stagione è corretto. Dire che qui la Resistenza è nata è una formula da citare come tale, cioè come formula.

Un terzo punto riguarda la topografia. Le immagini più note associate a quelle giornate, e alcune delle ricostruzioni cinematografiche successive, hanno fissato nell’immaginario un’idea di battaglia tutta concentrata davanti alla porta. Chi visita il luogo aspettandosi il teatro principale dello scontro troverà una porta romana su un piazzale trafficato. Il campo di battaglia vero era molto più esteso, e comprendeva la Magliana, la Montagnola, la Cecchignola e i quartieri lungo la via Ostiense.

Il monumento ai caduti e la memoria del 10 settembre

Accanto alla porta, nell’area verde del piazzale verso viale del Campo Boario, si trovano il monumento e le lapidi dedicati ai caduti per la difesa di Roma. Sono memorie posate in momenti diversi del dopoguerra, alle quali si sono aggiunte nel tempo targhe e iscrizioni collocate da istituzioni e associazioni. La redazione segnala, per onestà, che sulla datazione e sull’attribuzione di alcune di queste opere le fonti consultate non concordano, e preferisce non riportare nomi di autori o anni che non risultino confermati da una fonte ufficiale.

Come leggere le lapidi

Le iscrizioni commemorative vanno lette per quello che sono: documenti della memoria, non fonti storiche primarie. Il linguaggio con cui è stata raccontata la difesa di Roma è cambiato molto fra gli anni Quaranta e oggi, e confrontare le formule di targhe posate in decenni diversi è un esercizio che racconta la storia politica italiana quanto i fatti del 1943. Per un quadro più ampio di questi luoghi in città rimandiamo alla nostra pagina sui luoghi della memoria a Roma e alla Casa della memoria e della storia, che conserva fondi e archivi sul periodo.

Dove approfondire, a Roma

Chi vuole andare oltre la lapide ha in città due riferimenti indispensabili. Il Museo storico della Liberazione di via Tasso occupa gli ambienti in cui il comando tedesco detenne e interrogò i prigionieri, ed è il luogo che racconta i nove mesi di occupazione con i documenti originali. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine conserva la memoria della rappresaglia del 24 marzo 1944. Sono due visite pesanti, e chi le mette in programma faccia attenzione a non comprimerle in mezza giornata insieme ad altro.

Porta San Paolo (Rome)
Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il consiglio che ti do per visitare la Porta San Paolo

Il consiglio operativo è di guardare la porta da tre punti precisi e di non accontentarsi del primo che capita uscendo dalla metropolitana. Il primo è il marciapiede di via Ostiense sul lato del Cimitero acattolico, da cui si inquadra il fronte esterno a un fornice con la Piramide sulla destra. Il secondo è il lato di viale Aventino, che restituisce il doppio fornice interno. Il terzo è viale del Campo Boario, da cui si legge il rapporto fra la porta e il tratto di mura superstite verso Testaccio. Fatti i tre passaggi, la porta è capita.

A che ora venire

La luce migliore per il fronte esterno è quella del pomeriggio inoltrato, quando il sole arriva da ovest e stacca il travertino delle torri dal laterizio scuro. Al mattino presto il piazzale è in ombra su quel lato e le foto vengono piatte. Se l’interesse principale è il museo, invece, il ragionamento si rovescia: conviene arrivare all’apertura, perché gli ambienti interni sono piccoli e con poca gente si girano molto meglio. In estate, da metà giugno a fine agosto, il piazzale a mezzogiorno è un forno senza ombra: la visita si sposta o al mattino o dopo le diciotto.

Attraversare senza rischiare

Un avvertimento che nessuna guida dà e che qui serve: per arrivare alla base della porta bisogna attraversare corsie a scorrimento veloce con flussi che arrivano da più direzioni. Gli attraversamenti semaforici ci sono e vanno usati tutti, anche quando sembra di poter tagliare. Con bambini piccoli o con passeggini la prudenza deve essere doppia, e lo stesso vale nelle ore di punta serali, quando il traffico da via Marmorata e da via Ostiense converge insieme.

Che cosa abbinare nella stessa uscita

La porta da sola occupa venti minuti, il museo un’ora scarsa. Per costruire una mezza giornata sensata la si abbina al Cimitero acattolico, che è a cinquanta metri e richiede almeno un’ora, e poi a Testaccio, dove si arriva a piedi in cinque minuti. Chi preferisce salire invece che scendere prende viale Aventino e monta verso il Roseto di Roma e il Giardino degli Aranci, con una passeggiata che in venti minuti cambia completamente aria. La terza opzione è puntare a sud, verso la Centrale Montemartini, a un chilometro e mezzo lungo via Ostiense.

Il giudizio sincero

Porta San Paolo non regge una visita dedicata di tre ore, e chi ha due giorni a Roma e deve scegliere fra questa e il Colosseo non ha nemmeno il problema. Regge benissimo, invece, come tappa dentro un percorso su Aventino, Testaccio e Ostiense, e come punto di partenza della giornata al mare a Ostia. Il modo peggiore di trattarla è quello più comune: guardarla dal finestrino mentre si gira intorno al piazzale, e dire di averla vista.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che accanto alla porta c’è una piramide. Molti meno sanno che il piazzale così come lo vediamo, con la stazione monumentale, gli assi stradali larghi e l’impianto scenografico verso via Ostiense, è il risultato di una sistemazione urbanistica degli anni Trenta. La stazione Roma Ostiense fu progettata e costruita in quel periodo, in connessione con la visita di Adolf Hitler a Roma nel maggio 1938, per la quale la città predispose un percorso di arrivo che passava proprio di qui, e i lavori si conclusero nei primi anni Quaranta.

Un ingresso di regime

Il senso di quell’operazione era dichiarato: costruire una porta d’ingresso moderna alla Roma del regime, in asse con la direttrice che portava verso il quartiere dell’Esposizione Universale del 1942, oggi EUR. Per questo il piazzale fu allargato, le mura ai lati della porta furono definitivamente sacrificate al traffico e l’antica Porta Ostiensis si trovò a fare da quinta monumentale a un progetto che la riduceva a elemento decorativo. Cinque anni dopo, nello stesso spazio, si combatteva contro i tedeschi.

La coincidenza che quasi nessuno nota

La sovrapposizione fra le due cose è il dato più interessante di questo luogo e viene raccontato di rado: lo stesso piazzale costruito nel 1938 per accogliere il capo della Germania nazista diventa nel settembre 1943 il fondale dell’ultimo scontro contro l’esercito tedesco. È un fatto urbanistico, non un’ironia della storia da cartolina, e aiuta a capire perché la battaglia finì proprio qui: le direttrici stradali ampie costruite in quegli anni erano esattamente le vie di penetrazione che i reparti tedeschi risalirono.

Intorno alla porta: Piramide, cimitero, Testaccio, Ostiense

Nel raggio di dieci minuti a piedi da Porta San Paolo si concentrano cinque o sei luoghi che meritano ciascuno una visita propria, e questo è il vero motivo per cui vale la pena venire fin qui. La Piramide e il Cimitero acattolico sono a cinquanta metri; Testaccio comincia dall’altro lato di via Marmorata; l’Aventino si alza alle spalle; via Ostiense scende verso la Centrale Montemartini, la Garbatella e la basilica di San Paolo.

La Piramide Cestia

Il sepolcro di Caio Cestio, costruito alla fine del I secolo avanti Cristo e rivestito di marmo di Carrara, è aperto al pubblico con visite guidate su prenotazione in date stabilite dalla Soprintendenza competente, e le modalità cambiano di stagione in stagione: la nostra scheda sulla Piramide Cestia tratta nel dettaglio l’accesso alla camera funeraria. Dall’esterno si vede benissimo da piazzale Ostiense e dal muro di cinta del cimitero.

Il Cimitero acattolico

Il Cimitero acattolico, dove riposano John Keats e Percy Bysshe Shelley insieme a molti stranieri morti a Roma dal Settecento in poi, si apre su via Caio Cestio e funziona a offerta libera con orari propri, da verificare sul sito della struttura. È il posto più silenzioso di questo quadrante di città, e il contrasto con il traffico del piazzale a cinquanta metri è la ragione per cui conviene inserirlo subito dopo la porta e non prima.

Testaccio e il Monte dei Cocci

Passata via Marmorata comincia Testaccio, il rione nato intorno al mattatoio e all’antico porto fluviale. Il Monte dei Cocci, collina artificiale formata da milioni di frammenti di anfore olearie scaricate in età imperiale, si visita su prenotazione; l’Ex Mattatoio ospita mostre e attività culturali; il Museo diffuso del rione Testaccio racconta il quartiere attraverso i suoi luoghi. D’estate la zona è uno dei poli della programmazione all’aperto, come racconta la nostra pagina sull’Estate Romana.

Via Ostiense verso sud

Scendendo lungo via Ostiense si incontrano la Centrale Montemartini, dove le sculture antiche dei Musei Capitolini convivono con i motori diesel della vecchia centrale elettrica, gli Orti Urbani della Garbatella e, al chilometro due, la basilica di San Paolo fuori le Mura, cioè la destinazione da cui la porta ha preso il nome. Il percorso si fa bene anche in metropolitana, con due fermate della linea B, e chiude il cerchio del discorso.

Mangiare fra Testaccio e Ostiense: come sceglierlo

Questa zona è una delle poche del centro allargato dove si mangia ancora bene senza cercare troppo, e la nostra linea editoriale è di non fare nomi di locali: le insegne cambiano gestione, i livelli salgono e scendono, e un elenco stampato invecchia in pochi mesi. Quello che si può dare è il metodo, che funziona a Testaccio come ovunque in città.

I segnali che indicano una trappola

Ce ne sono cinque, e bastano. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede è un richiamo pubblicitario, non un indizio di cucina. Il menu con le fotografie dei piatti è un altro segnale netto. Terzo: la persona all’ingresso che invita a sedersi mentre si passa. Quarto: il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che significa piatti tenuti pronti. Quinto: la posizione davanti a un monumento molto visitato, dove il prezzo tende ad adeguarsi al turista che si ha davanti, con voci non prezzate sul menu o listini diversi fra dentro e fuori.

Le catene del centro

Nel centro di Roma si sono moltiplicati locali con la stessa insegna ripetuta in più punti, menu identico e coda regolata con il numerino. Funzionano come qualunque catena: standardizzazione, tempi rapidi, marketing forte. La cosa da sapere è semplice, e la diciamo senza fare nomi: i romani non ci mangiano. Chi ha tre giorni in città e vuole capire come si mangia a Roma li tratti come quello che sono, una scelta di comodità.

Il criterio più semplice di tutti

Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Un locale pieno di persone che parlano italiano a pranzo in un giorno feriale ha già superato l’esame più difficile. Per chi vuole un riferimento concreto e non sponsorizzato, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata nel tempo e senza accordi commerciali. Un quadro più ampio sulla ristorazione romana è nella nostra pagina su dove mangiare a Roma.

La foto giusta da fare alla Porta San Paolo

La fotografia che questo luogo regala e che quasi nessuno fa è quella che tiene dentro la porta e la Piramide nella stessa inquadratura, in modo che si capisca che il sepolcro è parte delle mura. Si scatta dal marciapiede di via Ostiense, sul lato del Cimitero acattolico, tenendosi bassi e arretrati il più possibile: la porta occupa la metà sinistra, la punta della piramide entra a destra, e il taglio racconta in un colpo solo la storia dell’inglobamento.

Due inquadrature alternative

La seconda foto che funziona è verticale e stretta, presa dalla base di una torre puntando verso l’alto: si vedono la curvatura della muratura, le finestre dell’attico e il passaggio fra i due materiali, e sparisce il traffico. La terza si fa dal lato di viale del Campo Boario, includendo il tratto di mura superstite: è l’unica angolazione da cui la porta torna a essere un pezzo di cinta e non un monumento isolato.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Su questo varco sono passati diciassette secoli di storia urbana, e alcuni episodi hanno lasciato traccia nelle fonti scritte molto prima del Novecento.

Il 549 e l’ingresso dei Goti

Procopio di Cesarea, nella sua storia delle guerre gotiche, racconta che nel 549 gli uomini di Totila entrarono in Roma passando da questa porta, aperta dall’interno grazie a un accordo con alcuni soldati isaurici della guarnigione. È il tipo di episodio che ricorre nella storia militare delle città murate: le mura cadono quasi sempre per un accordo, non per una breccia. Roma in quegli anni cambiò padrone più volte, e la cinta di Aureliano si rivelò tanto solida quanto dipendente da chi la presidiava.

I pellegrini e la strada per la basilica

Dal Medioevo in poi la porta è stata l’uscita dei pellegrini diretti alla tomba di Paolo, una delle mete obbligate dei percorsi giubilari insieme a San Lorenzo fuori le mura, a San Sebastiano e a Sant’Agnese. Per secoli il flusso di questo varco è stato scandito dagli anni santi, con punte che mettevano in crisi l’ordine pubblico e l’approvvigionamento della città.

Il Novecento: il piazzale, la guerra, il traffico

La sistemazione degli anni Trenta, i combattimenti del 10 settembre 1943, i nove mesi di occupazione tedesca e poi la Roma motorizzata del dopoguerra hanno scritto gli ultimi capitoli. Negli ultimi decenni gli interventi di restauro hanno riguardato le superfici murarie e la sistemazione delle aree verdi del piazzale, con un lavoro continuo di manutenzione che il traffico rende necessario.

Chi è passato dalla Porta San Paolo

L’elenco di chi è transitato da qui coincide in buona parte con l’elenco di chi arrivava a Roma dal mare, perché per secoli chi sbarcava a Ostia entrava in città da questa porta.

Viaggiatori del Grand Tour, Keats e Shelley

Fra Settecento e Ottocento l’angolo fra la porta e la Piramide è diventato uno dei soggetti più disegnati e incisi di Roma, e compare nelle vedute dei grandi incisori del secolo. Poco dopo, il cimitero degli stranieri accanto alla porta accolse le tombe di John Keats, morto a Roma nel 1821, e di Percy Bysshe Shelley, annegato nel 1822: entrambi sono sepolti a pochi metri dal fornice, e Shelley aveva descritto quel luogo prima di esservi sepolto.

Il 1943 e Raffaele Persichetti

Fra i caduti del 10 settembre 1943 a Porta San Paolo il nome più ricordato è quello di Raffaele Persichetti, professore di storia dell’arte e ufficiale di complemento dei Granatieri, che si unì ai combattenti e morì negli scontri. La sua figura è stata assunta nel dopoguerra come emblema della partecipazione degli intellettuali antifascisti a quelle giornate, ed è ricordata da targhe e intitolazioni in città.

Domande frequenti sulla Porta San Paolo

Che cos’è Porta San Paolo?

Porta San Paolo è una delle porte delle Mura Aureliane di Roma, costruita fra il 271 e il 275 dopo Cristo con il nome di Porta Ostiensis e situata in piazzale Ostiense, fra l’Aventino e Testaccio. Conserva il doppio fornice sul fronte interno, due torri semicircolari e, al suo interno, il Museo della Via Ostiense.

Perché si chiama Porta San Paolo se il nome antico era Porta Ostiensis?

Porta San Paolo ha preso il nome attuale dalla strada che ne esce, la via Ostiense, lungo la quale sorge la basilica di San Paolo fuori le Mura, meta di pellegrinaggio alla tomba dell’apostolo. Nel Medioevo il nome della destinazione religiosa ha sostituito quello geografico, come accadde a Porta Appia, diventata Porta San Sebastiano.

Quanto costa entrare a Porta San Paolo e quali sono gli orari?

L’ingresso a Porta San Paolo coincide con quello del Museo della Via Ostiense, gestito dalla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e le condizioni di accesso sono cambiate più volte negli ultimi anni. Non riportiamo tariffe né orari proprio per questo: vanno verificati sulla scheda ufficiale della Sovraintendenza o con una telefonata, possibilmente il giorno stesso della visita.

Come si arriva a Porta San Paolo con i mezzi?

Porta San Paolo si raggiunge con la metropolitana linea B, fermata Piramide, che sbuca direttamente sul piazzale. Nello stesso punto si trovano il capolinea della ferrovia urbana per Ostia, la stazione Roma Ostiense per i treni regionali e la fermata del tram 3. Le linee di autobus cambiano spesso percorso per i cantieri della zona: conviene controllare sull’app del trasporto pubblico.

Che cosa è successo a Porta San Paolo il 10 settembre 1943?

A Porta San Paolo il 10 settembre 1943 si combatté l’ultimo scontro della difesa di Roma, quando reparti dell’Esercito italiano e gruppi di civili armati tentarono di fermare le truppe tedesche che risalivano la via Ostiense. Nel pomeriggio la città si arrese e fu dichiarata città aperta. I combattimenti più duri di quei giorni avvennero però fuori città, alla Magliana, alla Montagnola e alla Cecchignola.

Quanto tempo serve per visitare Porta San Paolo?

Per vedere Porta San Paolo dall’esterno bastano venti minuti, il tempo di girare intorno al piazzale e guardarla dai tre lati liberi. Con la visita al Museo della Via Ostiense si arriva a un’ora e mezza. Chi aggiunge il Cimitero acattolico e una passeggiata a Testaccio costruisce una mezza giornata completa senza mai prendere un mezzo.

Porta San Paolo è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

Porta San Paolo si osserva dall’esterno su percorsi pianeggianti, ma gli attraversamenti del piazzale sono lunghi e trafficati e richiedono attenzione. Gli ambienti interni del museo si sviluppano in verticale su scale antiche, ripide e strette, quindi non sono adatti a tutti: chi ha esigenze specifiche chieda in anticipo alla Sovraintendenza Capitolina quali livelli siano effettivamente raggiungibili.

Che cosa si vede vicino a Porta San Paolo?

Accanto a Porta San Paolo si trovano la Piramide Cestia, inglobata nelle Mura Aureliane, e il Cimitero acattolico con le tombe di Keats e Shelley, entrambi a meno di cento metri. A pochi minuti a piedi ci sono Testaccio con il Monte dei Cocci e l’Ex Mattatoio, l’Aventino con il Giardino degli Aranci e, lungo via Ostiense, la Centrale Montemartini.

Si può fotografare Porta San Paolo?

Porta San Paolo si fotografa liberamente dall’esterno, trattandosi di un monumento su suolo pubblico, e il punto migliore è il marciapiede di via Ostiense dal lato del Cimitero acattolico. All’interno del Museo della Via Ostiense valgono invece le regole della Sovraintendenza Capitolina su riprese e flash, esposte all’ingresso e da chiedere al personale.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

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