Museo dell’Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata occupa il piano terra del palazzo del Commendatario, dentro il recinto fortificato del monastero, all'indirizzo Corso del Popolo 128, 00046 Grottaferrata (RM). Il museo è statale: lo gestisce la Direzione regionale Musei nazionali Lazio del Ministero della cultura, e la posta elettronica dedicata è drm-laz.sannilo@cultura.gov.it. Le giornate di apertura indicate sono il venerdì e il sabato dalle 10 fino al tardo pomeriggio, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura, e la prima e la terza domenica del mese soltanto la mattina; l'orario preciso di chiusura viene riportato in modo non uniforme dalle fonti che lo pubblicano, quindi conviene chiedere conferma al museo prima di partire. Il biglietto intero indicato è di 5 euro, il ridotto di 2 euro, e la prima domenica del mese si entra gratis perché il museo rientra nella Domenica al museo del Ministero. Le visite guidate del sabato, alle 11 e alle 16, sono comprese nel prezzo del biglietto e le conduce il Gruppo Archeologico Latino Colli Albani Bruno Martellotta: per i gruppi oltre le dieci persone la prenotazione è obbligatoria al numero 340 9619736. La chiesa abbaziale di Santa Maria, che è cosa diversa dal museo, è aperta per le celebrazioni e si visita liberamente negli orari di culto; il centralino del monastero è +39 06 9459309 e la segreteria risponde a segreteria@abbaziasannilo.org. Si arriva da Roma in autobus Cotral dal capolinea di Anagnina, sulla metro A, con le corse dirette verso Rocca di Papa e verso Colleferro che transitano per Grottaferrata: il paese non ha stazione ferroviaria, e chi preferisce il treno scende a Frascati e prosegue con il Cotral per Albano e Velletri.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Da qui in avanti la guida entra nel merito: che cosa è davvero questo monastero di rito bizantino a un quarto d'ora dal Grande Raccordo Anulare, come si legge la chiesa di Santa Maria, che cosa raccontano gli affreschi del Domenichino nella cappella Farnese e come è organizzato il museo, sala per sala. Per inquadrare il paese e il territorio intorno c'è la pagina di Grottaferrata, e per il contesto più ampio quella del Parco dei Castelli Romani.

Abbazia greca di San Nilo - Santa Maria di Grottaferrata
Abbazia greca di San Nilo | Santa Maria di Grottaferrata

Dove si trova il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata e come ci si arriva

Grottaferrata occupa una terrazza vulcanica sul fianco settentrionale dell'antico cratere, fra Frascati e Marino, a circa venti chilometri dal centro di Roma. L'abbazia non è in periferia rispetto al paese: il paese è nato intorno all'abbazia. Corso del Popolo è la strada principale, e il monastero la chiude su un lato con un fronte di mura merlate che nessuno si aspetta di trovare dietro a una fila di negozi e di bar. Il colpo d'occhio è quello di una fortezza rinascimentale, perché di una fortezza rinascimentale si tratta.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata con i mezzi pubblici

Il mezzo giusto è l'autobus regionale. Dal capolinea Cotral di Anagnina, sotto la stazione terminale della metropolitana A, partono le corse per Rocca di Papa e per Colleferro, e diverse di queste attraversano Grottaferrata lungo la via Anagnina e il Corso del Popolo. Attenzione a un particolare che fa perdere mezze giornate: non tutte le corse per Rocca di Papa o per Colleferro passano per Grottaferrata, e l'orario cambia fra feriale e festivo. Verificate la corsa sul quadro del capolinea o sul sito del vettore prima di salire. Chi viene in treno non trova una stazione a Grottaferrata, perché il paese non ne ha mai avuta una: si scende a Frascati, capolinea del ramo dei Castelli, e da lì un Cotral in direzione Albano o Velletri completa il tragitto in pochi minuti. La camminata fra Frascati e Grottaferrata è di circa quattro chilometri, in discesa nel senso giusto, e la domenica mattina, con il traffico ridotto, diventa un pezzo di gita anziché una penitenza.

In automobile e dove si parcheggia

Da Roma si esce dal Grande Raccordo Anulare all'uscita 21 verso Anagnina e si prosegue sulla via Anagnina, oppure si arriva per la via Tuscolana. In una ventina di minuti, traffico permettendo, si è davanti alle mura. Il parcheggio è il problema vero: il Corso del Popolo è stretto e commerciale, gli stalli blu si liberano poco e il sabato mattina, con il mercato e con la gente che scende a fare la spesa, non se ne trova uno. La soluzione che uso quando accompagno un gruppo è lasciare l'auto nelle vie laterali a monte, verso viale San Nilo e viale Primo Maggio, e fare gli ultimi trecento metri a piedi. Costa cinque minuti e risparmia venti minuti di giri a vuoto.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata e il suo indirizzo esatto

Il civico è 128 di Corso del Popolo, e vale la pena saperlo perché l'ingresso al museo non coincide con l'ingresso alla chiesa. Si entra dal ponte che attraversa il fossato, si passa sotto il portone bugnato del castello, si sbuca nel cortile con la statua di San Nilo e il portico attribuito alla bottega dei Sangallo. La chiesa è di fronte. Il museo è sulla sinistra, al piano terra del palazzo del Commendatario, il quattrocentesco corpo di fabbrica che ospitava gli abati commendatari quando venivano a controllare la loro rendita. Se cercate una biglietteria monumentale rimarrete delusi: è una porta, un banco, un bookshop piccolo. La sostanza è dietro.

Orari, biglietti e visite guidate del Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Qui bisogna distinguere tre cose che i visitatori confondono di continuo: la chiesa, l'abbazia come complesso monumentale e il museo. La chiesa di Santa Maria è un luogo di culto vivo, con una comunità monastica che celebra ogni giorno, e vi si entra gratuitamente negli orari di apertura per la preghiera. Il complesso monumentale, con il cortile, le mura, il fossato e la Cappella Farnese, si visita con le guide volontarie. Il museo è invece un museo statale, con biglietto, orari propri e un calendario che non coincide con quello della chiesa.

Gli orari del Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Le aperture indicate sono venerdì e sabato dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17, e la prima e la terza domenica del mese dalle 9 alle 14, con ultimo ingresso alle 13. Su questi orari le pubblicazioni disponibili non concordano al minuto: qualcuna anticipa di un'ora la chiusura pomeridiana del venerdì e del sabato e di un'ora quella della domenica. La differenza pesa poco se arrivate la mattina, pesa moltissimo se contate di entrare alle 16.45 di sabato. Una telefonata al monastero, allo 06 9459309, o un messaggio all'indirizzo drm-laz.sannilo@cultura.gov.it risolve la questione in due minuti. Il resto della settimana, dal lunedì al giovedì, il museo è chiuso: chi arriva a Grottaferrata di mercoledì trova aperta la chiesa e chiuso il museo, ed è una delusione che si evita con un minimo di programmazione.

Quanto costa il biglietto

Il biglietto intero indicato è di 5 euro, il ridotto di 2 euro. Trattandosi di un museo dello Stato, si applicano le gratuità nazionali per i minori di diciotto anni e le riduzioni previste per le fasce di età intermedie; per le categorie particolari, dai docenti agli operatori del settore, la regola è quella generale dei musei statali e la si verifica in biglietteria. La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito, perché il museo aderisce alla Domenica al museo promossa dal Ministero della cultura. Cinque euro per sette sale e una visita guidata compresa sono, nel panorama dei musei del Lazio, una delle spese meglio investite che io conosca.

Le visite guidate incluse nel biglietto

Il sabato, alle 11 e alle 16, il Gruppo Archeologico Latino Colli Albani Bruno Martellotta accompagna i visitatori dentro le sale del museo, e la visita è compresa nel prezzo del biglietto. Il gruppo, un'associazione di volontariato iscritta al registro regionale, cura anche le visite guidate al complesso abbaziale: la domenica alle 16 nel semestre freddo, dal primo ottobre al trenta aprile, e alle 17 dal primo maggio al trenta settembre, escluse le festività civili e religiose. Per i singoli l'accesso avviene senza prenotazione; per i gruppi superiori alle dieci persone e per le visite concordate fuori orario si telefona al 340 9619736. Un consiglio da chi ha visto decine di guide volontarie all'opera: queste sono brave sul serio, conoscono il territorio e conoscono gli scavi da cui vengono i marmi esposti, e la visita guidata cambia completamente il valore dell'ora che passate dentro.

Card e abbonamenti: che cosa vale davvero a Grottaferrata

Punto delicato, e vale la pena essere precisi perché circolano informazioni sbagliate. La MIC card, la tessera annuale che permette l'ingresso illimitato ai musei civici, vale soltanto per il sistema dei Musei in Comune di Roma Capitale e non copre in alcun modo Grottaferrata, che è un altro comune, né copre i musei dello Stato. A San Nilo la MIC card non serve a nulla. Vale invece, dal 2026, l'abbonamento annuale introdotto dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio: una tessera nominativa valida dodici mesi dall'acquisto, che per l'Abbazia greca di San Nilo rientra nella fascia da 10 euro, e che si compra online sulla piattaforma ministeriale dei musei italiani. Fate il conto: se pensate di tornare almeno tre volte, o se volete portarci amici diversi in stagioni diverse, l'abbonamento si ripaga alla seconda visita. Non esistono, a mia conoscenza, biglietti cumulativi ufficiali che leghino il museo dell'abbazia agli altri musei dei Castelli Romani, e diffidate di chi ve li propone.

Abbazia di San Nilo - Grottaferrata (RM)
Abbazia di San Nilo - Grottaferrata (RM)

Mille anni di storia: dalla villa romana al monastero di San Nilo

La collina su cui sorge l'abbazia era già occupata in età romana da una villa signorile, una delle molte che punteggiavano il territorio tuscolano quando i senatori venivano quassù a respirare aria buona e a esibire il proprio patrimonio. Di quella villa restano murature in opera quadrata e, soprattutto, una camera sepolcrale che finirà per dare il nome a tutto il paese. Le finestre di quell'ambiente sotterraneo erano chiuse da grate di ferro, e la gente del posto la chiamò con la formula latina che significa esattamente questo: crypta ferrata, grotta ferrata. Da un dettaglio di ferramenta è nato il toponimo di un comune di ventimila abitanti.

San Nilo da Rossano, il monaco che arrivò da ultimo

Nilo era calabrese, di Rossano, e apparteneva a quel mondo italo greco che nel decimo secolo popolava la Calabria e la Lucania di monasteri di rito bizantino. Non era un giovane in cerca di avventura: quando arrivò sui colli Albani era vecchio, aveva alle spalle una vita intera di fondazioni, di fughe davanti alle incursioni saracene, di trattative con potenti che lo rispettavano e lo temevano. Fu Gregorio, conte di Tuscolo, a offrirgli il terreno della vecchia villa, e la tradizione monastica racconta l'episodio con la sobrietà che si addice a un santo: Nilo accettò e chiese di poter restare. Il monastero venne fondato nel 1004. Nilo non lo vide finito, perché morì quello stesso anno.

San Bartolomeo il Giovane e la consacrazione del 1024

Toccò al discepolo, Bartolomeo, portare a termine l'impresa: la costruzione della chiesa, l'organizzazione dello scriptorium, la definizione del profilo liturgico della comunità. La consacrazione avvenne nel 1024 per mano di papa Giovanni XIX, e la data si legge ancora nella memoria del monastero come il momento in cui una fondazione greca divenne un'istituzione riconosciuta dentro la Roma dei papi. Vent'anni dopo lo scisma d'Oriente del 1054, che spaccò la cristianità fra Roma e Costantinopoli, la comunità criptense scelse di restare in comunione con Roma pur conservando integralmente il rito greco. È da lì che discende una situazione unica: chi entra oggi nella chiesa di Santa Maria assiste a una liturgia bizantina celebrata in piena comunione cattolica, e un fedele cattolico vi si può accostare ai sacramenti senza alcuna riserva.

I secoli difficili: Barbarossa, Federico II, la commenda

Un monastero ricco e vicino a Roma è un bersaglio. Nel 1163 le truppe di Federico Barbarossa devastarono il complesso; nel 1241 fu la volta di Federico II, che lo saccheggiò nel quadro del suo scontro con il papato. Ogni volta la comunità ricostruì, ma il colpo più insidioso non arrivò da un esercito: arrivò dalla commenda. Dal Quattrocento l'abbazia venne assegnata in godimento a cardinali che ne incassavano le rendite senza risiedervi e senza far parte della comunità. Alcuni furono predatori. Altri, per fortuna, furono mecenati e la salvarono. Nel 1462 il cardinale Basilio Bessarione, greco di Trebisonda, umanista, uno dei più grandi collezionisti di manoscritti del suo secolo, prese in mano l'abbazia e le restituì dignità culturale: sotto di lui la biblioteca tornò a essere un centro di studi e non un deposito. Del suo passaggio il museo conserva un calice e una patena in argento dorato e smalti.

Giuliano della Rovere e il castello roveriano

Nel 1482 il commendatario era Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV e futuro papa Giulio II, uomo che pensava in termini militari prima ancora che spirituali. Fece cingere l'abbazia da una cinta muraria merlata con camminamento di ronda, un fossato, una rocca con torre semicircolare e un portone d'ingresso dotato di ponte levatoio, decorato da bassorilievi celebrativi che si vedono ancora. La progettazione viene tradizionalmente attribuita alla cerchia dei Sangallo e a Baccio Pontelli, ma l'attribuzione resta un'ipotesi degli storici dell'architettura e non un dato documentato: le fonti non concordano nemmeno su quale dei Sangallo sia in causa. I lavori si fermarono nel 1503, l'anno in cui Giuliano della Rovere venne eletto pontefice: da quel momento ebbe fortificazioni ben più importanti a cui pensare. Il risultato è che l'abbazia greca di San Nilo ha, ancora oggi, l'aspetto di un castello, e i visitatori che si aspettano un chiostro pacifico restano spiazzati sul ponte d'ingresso.

Il monumento nazionale e l'età contemporanea

Nel febbraio del 1874 il complesso fu dichiarato monumento nazionale, in un'Italia appena unificata che stava incamerando il patrimonio ecclesiastico e che decise, in questo caso, di riconoscere il valore dell'insieme anziché disperderlo. Da allora convivono nello stesso recinto due soggetti: la comunità monastica, che continua a vivere e a celebrare, e lo Stato, che tutela il monumento e gestisce il museo. Non è sempre una convivenza semplice, ma è la ragione per cui potete entrare in un monastero attivo pagando un biglietto da cinque euro.

Il monastero esarchico: che cosa vuol dire rito bizantino a Grottaferrata

Il nome giuridico completo è Monastero Esarchico di Santa Maria di Grottaferrata. Esarchico significa che la comunità non dipende da un vescovo diocesano latino ma costituisce una circoscrizione ecclesiastica a sé, retta da un archimandrita, cioè dal superiore secondo la terminologia orientale. I monaci seguono la regola di San Basilio e il rito bizantino nella sua forma greca, con la Divina Liturgia al posto della Messa romana, l'Orthros al posto del Mattutino, il Vespro e l'Apodipnon nel tardo pomeriggio. È l'unica realtà monastica di questo tipo sopravvissuta senza interruzione in Italia dal medioevo a oggi, e in questo consiste il suo primato: non nella bellezza degli affreschi, che pure è alta, ma nella continuità.

Gli orari delle liturgie all'Abbazia greca di San Nilo

Chi vuole assistere a una celebrazione trova la comunità in chiesa più volte al giorno. La domenica l'Orthros è alle 7, la Divina Liturgia alle 9 e alle 11, il Vespro con l'Apodipnon alle 18.50. Dal lunedì al venerdì l'Orthros è alle 6.15, la Divina Liturgia alle 7, il Vespro e l'Apodipnon alle 19. Il sabato l'Orthros è alle 6.45, la Divina Liturgia alle 7.30, il Vespro e l'Apodipnon alle 18.50. La mia opinione, e non la nascondo: se venite a Grottaferrata soltanto per il museo, avete visto metà della cosa. La Divina Liturgia domenicale delle 11, cantata in greco sotto i mosaici del dodicesimo secolo, è l'esperienza che rende comprensibile tutto il resto. Si assiste in silenzio, in piedi, senza fotografare. Chi non è credente ci vada lo stesso: è un documento vivo, non uno spettacolo.

Come ci si comporta in una chiesa di rito bizantino

Poche regole, tutte di buon senso. Si sta in piedi molto più che seduti, e nella tradizione orientale l'assemblea non si inginocchia la domenica. Le donne non hanno obblighi particolari di copricapo in questa comunità, ma l'abbigliamento sobrio è dovuto come in qualunque chiesa. Non si attraversa lo spazio davanti all'iconostasi durante le celebrazioni. Non si applaude, mai, nemmeno alla fine di un canto: quello che sentite è preghiera, non un concerto. E si spegne il telefono, cosa che dovrebbe essere ovvia e non lo è mai.

Abbazia greca di San Nilo - Santa Maria di Grottaferrata
Abbazia greca di San Nilo | Santa Maria di Grottaferrata

La chiesa di Santa Maria: la visita all'Abbazia greca di San Nilo

La chiesa è la parte più antica e la più stratificata dell'intero complesso. Impianto a tre navate con endonartece, cioè con un vestibolo interno che precede l'aula, e abside profonda con santuario chiuso dall'iconostasi: uno schema orientale, non romano. Poi mille anni di aggiunte, coperture, scoprimenti e restauri hanno reso la lettura complicata, e la complicazione è esattamente ciò che rende la visita interessante per chi ha voglia di guardare bene.

La facciata, il rosone e il campanile

L'esterno mostra un rosone marmoreo, finestre in marmo traforato e una teoria di archetti ciechi. La forma che vedete oggi è il risultato del restauro del 1930, condotto per riportare la fronte alle forme ritenute originarie dopo secoli di rimaneggiamenti: è un restauro di ripristino, con tutto quello che il termine comporta in termini di scelte interpretative, e va guardato sapendolo. Accanto si alza il campanile romanico a più ordini di bifore, uno dei più eleganti del Lazio meridionale, con quel gioco di aperture che si allargano man mano che si sale per alleggerire la muratura. Il campanile è autentico, e si vede.

La porta speciosa e il mosaico della Deesis

Il pezzo forte dell'ingresso si chiama porta speciosa, dove speciosa vale bella, ornata, e non ha nulla a che vedere con il significato che l'aggettivo ha assunto in italiano moderno. Gli stipiti sono in marmo scolpito a bassorilievo, con intarsi di pietre colorate e paste vitree: motivi vegetali, animali, girali che si avvitano, un repertorio romanico attraversato da una corrente bizantina che si riconosce nella minuzia dell'esecuzione. Sopra la porta, nella lunetta, si conserva un mosaico dell'undicesimo secolo con la Deesis: al centro il Cristo in trono, ai lati la Vergine e il Battista che intercedono per l'umanità. È uno schema fondamentale dell'iconografia orientale e in Italia se ne conservano pochissimi esemplari di quest'epoca. Guardatelo con calma e da un paio di metri di distanza: da vicino l'occhio si perde nelle tessere, da lontano si legge la composizione.

L'interno: il soffitto del 1577 e gli stucchi del 1754

Chi entra aspettandosi una basilica medievale nuda ha una sorpresa. Il soffitto ligneo a cassettoni risale al 1577; il pavimento in marmi policromi rimanda al gusto cosmatesco duecentesco, con i suoi dischi di porfido e serpentino incastonati in trame geometriche. Ma la superficie che colpisce di più è quella barocca: nel 1754 l'intera decorazione romanica venne ricoperta da un fitto rivestimento in stucco settecentesco, con cornici, angeli e volute. Per due secoli i visitatori hanno visto una chiesa del Settecento con dentro, nascosta, una chiesa dell'undicesimo secolo. È una stratificazione che oggi gli storici dell'arte considerano un valore, e che l'Ottocento avrebbe volentieri demolito.

L'arco trionfale e il mosaico della Pentecoste

Alzate gli occhi verso il punto in cui la navata centrale incontra il presbiterio. L'arco trionfale porta un mosaico del dodicesimo secolo con la Pentecoste: gli apostoli disposti in semicerchio, le lingue di fuoco, l'etimasia al centro. È il mosaico più importante della chiesa e uno dei più antichi cicli musivi del Lazio fuori Roma. La composizione segue moduli bizantini di scuola costantinopolitana, con quel ritmo pacato delle figure sedute che si ritrova nei mosaici greci del medesimo secolo. Se avete tempo per una sola opera in tutta l'abbazia, è questa. Portatevi un binocolo da teatro: cambia la vita.

L'iconostasi disegnata da Gian Lorenzo Bernini

La barriera che separa la navata dal santuario, con le icone incastonate nella struttura marmorea, è opera del 1665: il disegno è di Gian Lorenzo Bernini, l'esecuzione di Antonio Giorgetti, la committenza del cardinale Francesco Barberini. Il dato merita attenzione perché è tutt'altro che ovvio. Il maggiore scultore del barocco romano, l'uomo del colonnato di San Pietro e dell'Estasi di Santa Teresa, si è misurato qui con un elemento liturgico che appartiene alla tradizione orientale e non a quella latina, e ha dovuto risolvere un problema che a Roma nessuno gli aveva mai posto: come si dà forma barocca a una struttura che per definizione deve schermare, non aprire. La soluzione è di grande intelligenza, con la marmorea sobrietà che incornicia le icone senza soffocarle. Questo, e non altro, è il Bernini di Grottaferrata.

La Grotta Ferrata, la cripta che ha dato il nome al paese

Nella navata laterale si apre l'ambiente che ha battezzato tutto: la crypta ferrata, ossia la camera sepolcrale della villa romana, poi trasformata in luogo di culto. Un edificio del primo secolo diventato oratorio nel corso dell'alto medioevo, e conservato dentro la fabbrica della chiesa come una reliquia architettonica. Le finestre con le grate di ferro che le diedero il nome sono la ragione per cui, ogni volta che qualcuno scrive Grottaferrata su una busta, cita senza saperlo un dettaglio di ferramenta di duemila anni fa.

La Cappella Farnese e il ciclo del Domenichino

Il secondo motivo per venire quassù, e per molti storici dell'arte il primo, è la cappella dei Santi Fondatori, comunemente detta Cappella Farnese. Fu il cardinale Odoardo Farnese, commendatario dell'abbazia, a commissionare nel 1608 la decorazione a Domenico Zampieri detto il Domenichino, allora giovane allievo di Annibale Carracci arrivato a Roma nel 1601. Il ciclo fu portato a termine intorno al 1610. Ed è un capolavoro assoluto del classicismo bolognese, in un paese dei Castelli Romani dove nessuno lo va a cercare.

La struttura della cappella

L'ambiente è rettangolare, diviso in aula e santuario da un arco trionfale a forma di serliana impostato su coppie di colonne. Il santuario è coperto da una cupola su pennacchi, decorata con finti stucchi bianchi e dorati che simulano una plastica che non c'è: un gioco illusionistico che il Domenichino maneggia con misura, senza gli eccessi che verranno dopo. Il pavimento è in commessi marmorei, il soffitto dell'aula in legno intagliato. Nella cupola compaiono i quattro Evangelisti e, al centro, il Padre Eterno.

I soggetti degli affreschi

Il programma iconografico intreccia due filoni: le storie dei santi fondatori Nilo e Bartolomeo, trattate come quadri riportati nel registro mediano, e la celebrazione della Vergine, patrona dell'abbazia. Le scene principali sono cinque. La Vergine offre il pomo d'oro ai santi fondatori, sulla parete destra del presbiterio, è l'episodio mariano che sancisce la protezione celeste sulla fondazione. L'edificazione della chiesa mostra San Bartolomeo che esamina i progetti, e sullo sfondo si svolge il miracolo della colonna, quando il santo ferma con la preghiera un fusto marmoreo in caduta. Sul lato sinistro si trovano le due scene più celebri: l'incontro di San Nilo con l'imperatore Ottone III, e San Nilo che guarisce un fanciullo ossesso. Intorno, negli spazi minori, stemmi farnesiani, gigli, allegorie delle virtù e della fama, e i santi patroni del committente, Eustachio e Odoardo.

L'incontro con Ottone III, la scena da studiare

L'affresco dell'incontro fra il monaco calabrese e l'imperatore sassone è il vertice del ciclo e uno dei brani più alti della pittura romana del primo Seicento. L'episodio ha un fondamento nelle fonti agiografiche: Ottone III, giovanissimo imperatore, andò a rendere omaggio al vecchio Nilo, e la tradizione vuole che il santo gli chiedesse come unica grazia la salvezza della propria anima. Il Domenichino costruisce la scena come un dialogo fra due mondi, la corte e il deserto, con una gestualità pacata che rifiuta la retorica. La storiografia riferisce che nell'affresco l'artista avrebbe inserito ritratti di contemporanei, fra cui il suo protettore Girolamo Agucchi, l'abate Giuliano Boccarini e i colleghi pittori Guido Reni e Guercino: si tratta di una tradizione critica consolidata più che di un'identificazione documentata, e come tale va presa. Anche senza quel gioco di riconoscimenti, la scena regge da sola.

Come si visita la Cappella Farnese

La cappella si apre sulla navata destra della chiesa. Non sempre è accessibile liberamente, perché la conservazione degli affreschi impone limiti e perché la comunità la usa per la liturgia. Il modo sicuro per vederla con calma è la visita guidata del gruppo archeologico, che ha accesso concordato con il monastero. Una raccomandazione tecnica: qui il flash è vietato e sarebbe vietato anche se non ci fosse un cartello, perché su una superficie affrescata la luce diretta ripetuta è un danno cumulativo. Se volete portarvi via un ricordo, alzate la sensibilità e appoggiate i gomiti al corpo.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata sala per sala

Il museo nacque nel 1894 per volontà dell'abate Giuseppe Cozza Luzi, filologo e bibliotecario vaticano, morto nel 1902, che raccolse in forma ordinata quello che i monaci avevano messo da parte nei secoli per una vocazione alla conservazione mai venuta meno. I materiali arrivavano da tre direzioni: gli scavi condotti nel territorio, dalle ville romane della zona alle catacombe vicine; le donazioni dei protettori dell'abbazia, dal Quattrocento fino ai primi decenni dell'Ottocento; e la vita stessa del monastero, con i suoi arredi liturgici, i suoi frammenti architettonici e i suoi affreschi staccati. L'allestimento che si visita oggi è recente: venne inaugurato l'8 aprile 2017 dopo un cantiere di ristrutturazione durato circa quindici anni. Sette sale al piano terra del palazzo del Commendatario, un percorso cronologico che parte dall'antichità e arriva alla riscoperta del medioevo nel Novecento.

Sala I: scultura e ritrattistica antica

Si apre con la statuaria. Una statua femminile panneggiata in marmo, del secondo secolo dopo Cristo, dà subito la misura del livello delle ville tuscolane: non pezzi di ripiego, ma sculture di buona bottega urbana. Accanto, il pezzo che si ricorda: un ritratto marmoreo di Costantino il Grande, databile intorno al 321 dopo Cristo. È il Costantino della maturità, con la capigliatura a ciocche corte pettinate in avanti e lo sguardo rivolto verso l'alto che diventerà canonico nella ritrattistica imperiale tardoantica. Trovarselo davanti in una sala piccola, senza folla, senza transenne, a mezzo metro di distanza, vale da solo il biglietto. Al Museo Nazionale Romano un pezzo così avrebbe dieci persone davanti.

Sala II: l'Ipogeo delle Ghirlande

Questa è la sala che rende il museo dell'abbazia greca di San Nilo diverso da qualunque altro museo dei Castelli Romani. Nel 2000, durante lavori nel territorio di Grottaferrata, venne alla luce una camera sepolcrale di prima età imperiale rimasta sigillata: l'Ipogeo delle Ghirlande. Dentro c'erano due sarcofagi marmorei decorati a ghirlande, quelli di Tito Carvilio Gemello ed Ebuzia Quarta, madre e figlio, con corredi e materiali organici conservati in condizioni eccezionali. La sala ne propone la ricostruzione, e permette di capire una cosa che i musei raccontano di rado: come era fatta materialmente una deposizione romana, con i tessuti, le corone vegetali, gli oggetti personali. Nella stessa sala si trova la stele funeraria greca in marmo attico con un giovane e una pantera, databile fra il 430 e il 420 avanti Cristo. È il pezzo più antico e più prezioso della raccolta, un originale greco di età classica finito, per vie che gli studi hanno ricostruito solo in parte, nel Lazio dei Castelli.

Sala III: i sarcofagi

Due pezzi romani di qualità. Un fronte di sarcofago con processione dionisiaca, del secondo secolo, con il corteo di satiri e menadi che accompagna il dio: iconografia diffusissima, ma qui trattata con un rilievo alto e un panneggio nervoso che meritano un minuto in più. E una cassa di sarcofago del terzo secolo con il ritratto del defunto entro clipeo e le personificazioni delle Stagioni, tema che nel pieno Impero diventa la forma prediletta per parlare di ciclo della vita senza nominare la morte. Guardate le mani dei personaggi: sono il punto in cui la bottega dichiara il proprio livello.

Sala IV: il medioevo dell'abbazia

Qui si entra nella storia del monastero. La transenna marmorea traforata del quinto secolo, reimpiegata dai monaci e incisa con le iscrizioni degli abati, è un documento straordinario perché mostra materialmente come funzionava il riuso: un arredo tardoantico che diventa lapide della memoria di una comunità nata cinquecento anni dopo. Ci sono poi gli affreschi staccati con Storie della vita di Mosè, del tredicesimo secolo, provenienti dalla decorazione medievale del complesso; gli sportelli dipinti di un tabernacolo, sempre duecenteschi; e un frammento di vetrata gotica che testimonia una tecnica poco documentata nel Lazio di quell'epoca. Chi si occupa di pittura medievale laziale trova in questa sala materiale di prima mano.

Sala V: il riuso dei materiali antichi

Sala apparentemente minore, in realtà la più istruttiva per capire come si costruiva. Una lastra iscritta del primo secolo con testi di argomento filosofico e una lastra relativa all'Acqua Tepula datata 1688 raccontano la stessa storia a mille e seicento anni di distanza: il marmo antico come cava di materiale, come supporto scrittorio, come oggetto da rimettere in circolo. L'acquedotto Tepula, che captava le acque tiepide dei Colli Albani e le portava a Roma insieme alla Iulia e alla Marcia, passava da queste parti: la lastra è il segno di un intervento moderno su un sistema idraulico antichissimo. Chi ha camminato lungo il Parco degli Acquedotti riconosce il nome e capisce il collegamento.

Sala VI: l'età degli abati commendatari

La stagione ambigua della commenda, quella dei cardinali che incassavano le rendite, ha lasciato al museo alcuni dei suoi oggetti più belli. L'affresco con Storie di Fabio Massimo, firmato da Francesco Sala e datato 1547, viene dalla decorazione profana degli appartamenti: soggetto romano antico, dipinto in un monastero greco, per un abate che non era monaco. Il calice e la patena del cardinale Bessarione, in argento dorato con smalti, quattrocenteschi, sono l'oggetto liturgico più prezioso dell'abbazia e portano la memoria dell'uomo che salvò la biblioteca. E infine la statua della Madonna delle Grazie, in pietra arenaria dipinta, attribuita a Giovanni di Biasuccio e collocata fra il 1460 e il 1470: scultura di ambito laziale, di quella devozione tenace che sopravvive alle mode.

Sala VII: la riscoperta del medioevo

L'ultima sala racconta il Novecento: i restauri che hanno rimesso in luce le strutture medievali sepolte sotto le aggiunte moderne, con i materiali, i disegni e i frammenti che quel lavoro ha prodotto. È una sala che parla di metodo, e la trovo la più adulta del percorso. Spiega perché la facciata che avete visto entrando ha l'aspetto che ha, perché sotto gli stucchi del 1754 esiste un'altra chiesa, e quanto di ciò che chiamiamo medievale sia in realtà una ricostruzione consapevole. Chi entra in un museo per uscirne con qualche idea in più, e non solo con qualche fotografia, qui trova il suo pezzo migliore.

Le altre raccolte del Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Accanto al percorso principale il museo custodisce una collezione storico artistica che comprende ceramiche islamiche e siciliane, arrivate qui attraverso i traffici mediterranei e le donazioni; monete; frammenti marmorei; e paramenti liturgici, fra cui un omophorion, il paramento proprio del vescovo nel rito bizantino, in seta e oro, riferito al Trecento. L'omophorion è l'equivalente orientale del pallio latino: una fascia larga portata sulle spalle, che simboleggia la pecora smarrita caricata sul collo del pastore. Trovarne uno tessile di quell'epoca conservato in Italia è una rarità che pochi visitatori mettono a fuoco.

Museo dell'Abbazia greca di San Nilo - Santa Maria di Grottaferrata
Museo dell'Abbazia greca di San Nilo | Santa Maria di Grottaferrata

La biblioteca e il laboratorio di restauro del libro antico

Se l'abbazia fosse soltanto una chiesa bella e un museo piccolo, sarebbe una gita. Quello che la rende un'istituzione di rilievo europeo è la biblioteca. Lo scriptorium criptense produsse manoscritti greci dall'undicesimo al tredicesimo secolo con una qualità e una continuità che nel mondo latino non ha molti paragoni: la scrittura di Grottaferrata è una delle grafie greche identificabili dagli specialisti a colpo d'occhio. Il fondo attuale conta circa cinquecento manoscritti greci e altrettanti latini, diverse centinaia di incunaboli e cinquecentine e cinquantamila volumi a stampa. Alcuni codici risalgono ai primi decenni della fondazione, e la tradizione della casa ne lega qualcuno alla persona stessa di San Nilo.

Il Laboratorio di restauro del libro antico

Dal 1931 l'abbazia ospita il Laboratorio di restauro del libro antico, fondato da padre Nilo Borgia e nato come primo laboratorio di carattere scientifico voluto dallo Stato italiano per il restauro del patrimonio bibliografico. Non è un dettaglio locale: è il luogo dove in Italia si è cominciato a trattare il restauro dei libri come una disciplina con protocolli, e non come un mestiere artigiano tramandato a voce. Nel suo curriculum figura il restauro del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, e la partecipazione al salvataggio dei materiali danneggiati dall'alluvione di Firenze del 1966, la catastrofe che costrinse la conservazione italiana a inventarsi metodi nuovi nel giro di poche settimane. Il laboratorio è tuttora operativo e lavora su commessa per restauro, legatoria, digitalizzazione e recupero di volumi danneggiati dall'acqua; ha un proprio recapito, il numero 335 7460081 e l'indirizzo info@laboratoriosannilo.it.

Si può visitare la biblioteca dell'Abbazia greca di San Nilo?

La biblioteca è una biblioteca di ricerca, non un ambiente di visita turistica. L'accesso è riservato agli studiosi e va concordato con la direzione, motivando la richiesta. Chi ha un progetto serio scriva alla segreteria del monastero. Chi invece vuole solo vedere gli scaffali, e lo capisco benissimo, si accontenti delle aperture straordinarie che ogni tanto vengono organizzate in occasione delle giornate del patrimonio: sono l'unica occasione realistica, e quando capitano si esauriscono in poche ore.

Quanto dura la visita e come organizzare la giornata

Il museo, da solo, si percorre in quarantacinque minuti, un'ora se leggete i pannelli. Con la visita guidata del sabato si arriva comodamente a un'ora e un quarto. La chiesa richiede altri trenta minuti fatti bene, che diventano un'ora se aspettate che finisca una celebrazione per potervi muovere in libertà. La Cappella Farnese, se riuscite a vederla, merita venti minuti da sola. Il conto realistico per il complesso è quindi di due ore e mezza.

L'ordine giusto delle cose

Il mio suggerimento operativo, provato molte volte: arrivare la mattina presto, entrare prima in chiesa quando la luce da est illumina il mosaico della Pentecoste, poi passare al museo, e tenere la Cappella Farnese per ultima, quando l'occhio è già allenato a leggere l'iconografia dei santi fondatori e le scene del Domenichino diventano comprensibili anziché decorative. Chi fa il percorso al contrario esce dalla cappella senza avere capito chi fossero i due signori barbuti dipinti dappertutto.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata in mezza giornata da Roma

Da Anagnina il viaggio è di quaranta minuti circa. Partendo alle 9, si è al museo alle 10 all'apertura, si esce alle 12.30, si pranza a Grottaferrata, che è paese di osterie serie e di cantine, e nel pomeriggio si sale a Frascati oppure si scende verso Marino. È una delle gite fuori Roma con il miglior rapporto fra tempo speso e cose viste, e in genere costa meno di un ingresso a un museo del centro.

Accessibilità, servizi e visita con i bambini

Il museo è al piano terra e viene indicato come accessibile in sedia a rotelle; il cortile e il percorso di ingresso sono su superfici lastricate irregolari, tipiche di un complesso storico, quindi una persona con difficoltà motorie farà bene ad annunciarsi telefonicamente per farsi indicare il percorso migliore. La chiesa ha alcuni gradini. I servizi disponibili nel complesso comprendono le visite guidate, un piccolo bookshop, attività didattiche e spazi per mostre temporanee.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata con i bambini

Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è di puntare su tre cose e non su sette: il ritratto di Costantino, la ricostruzione dell'ipogeo con i sarcofagi, e la stele con la pantera. Sono i tre pezzi che un bambino di otto anni ricorda a cena. La seconda condizione è di raccontare la storia del nome del paese, perché il meccanismo della grotta con le grate di ferro che diventa il nome di un comune è il tipo di curiosità che i bambini adorano e ripetono per settimane. Le sale sono piccole e la visita è breve, il che è un vantaggio: nessuno si stanca. Da evitare, invece, la Divina Liturgia con i piccolissimi, per rispetto verso chi prega e per sanità mentale di chi accompagna.

Che cosa c'è intorno all'Abbazia greca di San Nilo

Uscendo dal portone si è già nel centro di Grottaferrata, con il Corso del Popolo che scorre fra botteghe e bar. Nel raggio di dieci minuti a piedi si trova poco di monumentale e molto di gastronomico: il paese è famoso per le cantine e per una tradizione di osterie che regge il confronto con quella dei Castelli più celebrati. La Fiera nazionale di marzo, dedicata a San Nilo e di origine antichissima, riempie il paese per giorni.

Le altre mete dei Castelli Romani

In pochi chilometri si raggiungono Frascati con le sue ville tuscolane, Marino con la sua sagra dell'uva e la sua basilica, Castel Gandolfo affacciato sul lago di Albano, e più in alto Rocca di Papa con il suo museo geofisico. A Monte Porzio Catone c'è l'osservatorio astronomico, che apre al pubblico in occasioni programmate. Scendendo verso sud si arriva a Nemi, ad Ariccia, ad Albano Laziale e a Genzano di Roma, con il suo palazzo Sforza Cesarini. Tutto il comprensorio è compreso nel Parco dei Castelli Romani.

Altri monasteri e luoghi di rito antico da visitare nel Lazio

Chi si appassiona alla vicenda monastica trova materiale in abbondanza nel resto della regione: l'abbazia di Farfa in Sabina, il monastero di Santa Scolastica a Subiaco, l'abbazia di Montecassino, e a Roma l'abbazia delle Tre Fontane. Sul versante delle antichità cristiane restano fondamentali le catacombe di San Callisto, e per l'arte orientale in senso lato il Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci.

Quando andare al Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

La stagione migliore è quella intermedia: aprile, maggio, ottobre. D'estate i Castelli Romani sono più freschi di Roma di qualche grado, ma le sale del museo non hanno un clima da grande istituzione e il pomeriggio di luglio si sente. D'inverno la luce entra bassa dalle finestre della chiesa e i mosaici guadagnano, ma le giornate sono corte e la chiusura pomeridiana arriva presto. Il momento peggiore, se cercate silenzio, è la domenica di una festività religiosa importante, quando il monastero è pieno di fedeli e la visita guidata non si svolge. Il momento migliore in assoluto, se dovessi indicarne uno, è il sabato mattina alle 11: apre la visita guidata, il museo è appena aperto, la chiesa è tranquilla, e a mezzogiorno e mezzo si va a tavola.

Una curiosità su Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

La curiosità sta in un pezzo di tessuto e in un errore di prospettiva che quasi tutti commettono. Fra i materiali della raccolta storico artistica si conserva un omophorion in seta e oro riferito al Trecento: il paramento che nel rito bizantino spetta al vescovo, una fascia larga portata sulle spalle che discende dal simbolo della pecora smarrita caricata sul collo del pastore. Il pubblico italiano lo guarda come si guarda un paramento sacro qualsiasi e passa oltre. Sbaglia due volte. Primo, perché i tessuti trecenteschi sopravvissuti sono rarissimi in assoluto: la seta è il materiale più fragile fra quelli che il medioevo ci ha lasciato, e per ogni omophorion arrivato fino a noi ne sono andati perduti mille. Secondo, perché quel paramento certifica una cosa che a Roma nessuno si aspetta di trovare: un episcopato di rito greco funzionante nel Lazio a due passi dalla capitale della Chiesa latina, con i suoi arredi, la sua gerarchia e le sue forme liturgiche.

C'è poi una seconda curiosità, altrettanto poco frequentata, e riguarda il nome. Il comune di Grottaferrata si chiama così per via delle grate di ferro che chiudevano le finestre di una camera sepolcrale romana del primo secolo, inglobata dai monaci nella navata laterale della chiesa. Vuol dire che il toponimo di una città di ventimila abitanti nasce da un dettaglio di ferramenta descritto in latino, crypta ferrata, da qualcuno che passava di lì nell'alto medioevo e non sapeva come altro chiamare quel posto. Nella navata quel manufatto è ancora visitabile. Fatevelo indicare: è l'oggetto che ha battezzato il paese, ed è un ambiente romano riutilizzato come oratorio cristiano, cosa che nel Lazio si dice spesso e si dimostra di rado.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Che il museo e l'abbazia non sono la stessa cosa, e che chi non lo sa perde metà del viaggio. Sembra un cavillo burocratico. È invece la chiave pratica di tutta la visita. Il museo è un museo statale, gestito dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio del Ministero della cultura, con i suoi orari, il suo biglietto e i suoi giorni di chiusura, che sono il lunedì, il martedì, il mercoledì e il giovedì. Il monastero è un ente ecclesiastico autonomo, esarchico, retto da un archimandrita, con i suoi orari di culto che coprono tutta la settimana dalle sei del mattino alle sette di sera. La Cappella Farnese, il cortile, le mura e la chiesa appartengono al secondo mondo; le sette sale con Costantino, l'ipogeo e la stele appartengono al primo. Il risultato pratico è che si può arrivare a Grottaferrata di martedì, entrare in chiesa, vedere i mosaici e trovare la porta del museo chiusa. Oppure arrivare di venerdì, vedere il museo per intero e non riuscire ad accedere alla cappella, che dipende dalla disponibilità della comunità.

La conseguenza operativa è una sola e vale la pena scriverla in chiaro: la giornata giusta è il sabato, ed è l'unica in cui tutto converge. Il museo è aperto per l'intera giornata, le visite guidate del gruppo archeologico partono alle 11 e alle 16 e sono comprese nel biglietto, la comunità celebra al mattino presto e nel tardo pomeriggio lasciando libera la parte centrale della giornata. Chi ha soltanto una domenica a disposizione scelga la prima o la terza del mese, quando il museo apre la mattina, e sappia che entro le 14 si chiude. Nessun sito turistico generalista lo spiega, perché per spiegarlo bisogna avere capito che sotto lo stesso tetto convivono uno Stato e un monastero.

Il consiglio che ti do per visitare Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Prendete il sabato mattina, telefonate il giorno prima allo 06 9459309 per confermare che la visita guidata delle 11 si svolga, e presentatevi alle 10 all'apertura. Fate il museo da soli in mezz'ora, veloce, per capire dove sono le cose. Poi unitevi alla visita guidata delle 11 e rifate lo stesso percorso ascoltando: vi accorgerete di quanto avevate perso al primo giro. È un metodo che uso con i gruppi da anni e che qui funziona particolarmente bene, perché le sale sono sette e piccole, si rifà tutto senza fatica, e la seconda passata costa venti minuti in più.

Secondo consiglio, sul portafoglio. Se il vostro programma dei prossimi dodici mesi comprende anche solo un paio di altri musei statali del Lazio, valutate l'abbonamento annuale della Direzione regionale Musei nazionali Lazio: per l'Abbazia greca di San Nilo la quota indicata è di 10 euro, si acquista online sulla piattaforma ministeriale dei musei italiani e vale un anno dall'acquisto. Chiarisco per contro un equivoco che sento ripetere ogni stagione: la MIC card di Roma Capitale qui non vale, e non varrebbe nemmeno se il museo fosse dentro il Grande Raccordo, perché copre i musei civici e non quelli dello Stato. Portarsela dietro pensando di entrare gratis è il modo più rapido per litigare con una biglietteria che non ha nessuna colpa.

Terzo, e questo è il consiglio che nessuno vi darà. Se potete scegliere, venite di domenica mattina alle 11 per la Divina Liturgia e tornate un sabato per il museo. Due viaggi anziché uno, lo so. Ma la liturgia cantata in greco sotto quei mosaici è il contesto che dà senso a ogni oggetto esposto nelle sette sale, e chi vede prima la liturgia guarda poi il museo con occhi diversi. Il contrario funziona molto meno.

Abbazia di San Nilo - Grottaferrata (RM)
Abbazia di San Nilo - Grottaferrata (RM)

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'iconostasi della chiesa è stata disegnata da Gian Lorenzo Bernini. Il dato compare nella letteratura, chi si occupa di barocco romano lo conosce, e tuttavia nella divulgazione corrente scompare o viene raccontato male, tanto che si sente ripetere che a Grottaferrata ci sarebbe una Madonna col Bambino di mano berniniana. L'opera documentata è un'altra: l'iconostasi del 1665, disegnata dal Bernini, eseguita da Antonio Giorgetti e commissionata dal cardinale Francesco Barberini.

Il motivo per cui la cosa merita più attenzione di quanta ne riceva è tutto nel problema progettuale. Un'iconostasi è una barriera. Serve a separare il santuario dall'aula, a sottrarre alla vista il momento centrale della liturgia, a fissare le icone in un ordine gerarchico stabilito dalla tradizione. È, per definizione, il contrario di quello che il barocco romano voleva fare: aprire, coinvolgere, portare il fedele dentro la scena. Bernini, l'uomo che a San Pietro aveva costruito due braccia di colonnato per abbracciare la folla, si trova qui a dover costruire un diaframma. E lo risolve senza tradire nessuna delle due esigenze: struttura marmorea sobria, ritmata, che incornicia le icone senza aggredirle, con quel senso della misura che il Bernini maturo possedeva e che i suoi imitatori non hanno mai avuto. Chi passa a Grottaferrata pensando di trovarci solo il romanico e il bizantino si perde uno dei pochi casi in cui il maggiore artista del Seicento romano ha lavorato dentro una grammatica orientale.

Aggiungo un secondo fatto della stessa famiglia: gli stucchi barocchi che ricoprono l'interno della chiesa risalgono al 1754 e nascondono la decorazione romanica sottostante. Per due secoli e mezzo i visitatori hanno visto una chiesa settecentesca. Sotto ce n'è un'altra, dell'undicesimo secolo, e i restauri novecenteschi ne hanno riportato in luce porzioni che la settima sala del museo documenta. È il genere di verità stratificata che rende un monumento complicato da raccontare e formidabile da visitare.

La foto giusta da fare a Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Non è quella che fanno tutti, cioè la facciata frontale con il rosone al centro. Quella foto è schiacciata, il Corso del Popolo non offre arretramento sufficiente e il risultato è una parete piatta senza profondità. La fotografia che rende è un'altra: mettetevi sul ponte d'ingresso, con le spalle alla strada, e inquadrate il portone bugnato del castello roveriano con la cinta merlata che scorre a destra e a sinistra. È l'immagine che racconta la contraddizione del posto, un monastero greco chiuso dentro una fortezza rinascimentale voluta da un futuro papa guerriero. In controluce del mattino le merlature si stagliano nette.

Dentro, la fotografia che vale è quella del mosaico della Pentecoste sull'arco trionfale, e va fatta con criterio. Serve luce naturale, quindi mattina, e serve stabilità: appoggiate la macchina o il telefono sullo schienale di una panca, alzate la sensibilità, e lasciate perdere lo zoom digitale che sgrana le tessere. Il flash, oltre a essere vietato, produrrebbe un riflesso piatto che uccide proprio quello che rende vivo un mosaico, cioè la lieve inclinazione irregolare delle tessere che frantuma la luce. Nella Cappella Farnese il flash è vietato senza eccezioni e per ottime ragioni conservative.

La foto sorprendente, quella che nessuno pensa di scattare, è il dettaglio degli stipiti della porta speciosa: gli intarsi di pietra colorata e pasta vitrea, ripresi da mezzo metro, con la luce radente del pomeriggio che ne rivela il rilievo. Vengono fuori immagini astratte, geometriche, che non sembrano nemmeno medievali. E nel cortile, la statua di San Nilo con il portico alle spalle regge bene il taglio verticale, se aspettate che passi qualcuno per dare la scala. Un'ultima raccomandazione di buona educazione: durante le celebrazioni si smette di fotografare. Senza discutere.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la fondazione stessa, nel 1004, e ha i contorni di una scena teatrale. Un monaco calabrese ormai anziano, Nilo da Rossano, arriva sui colli tuscolani dopo una vita di spostamenti fra la Calabria, la Campania e il Lazio, incalzato dalle incursioni saracene e dalla propria inquietudine. Il conte di Tuscolo, Gregorio, gli offre il terreno dell'antica villa romana. Nilo accetta. Muore quello stesso anno, senza vedere sorgere la chiesa che aveva chiesto. Il secondo avvenimento è la consacrazione del 1024 per mano di papa Giovanni XIX: vent'anni esatti, il tempo di una generazione, perché un accampamento di monaci greci diventasse una basilica riconosciuta dal papato.

Il terzo avvenimento è una non decisione, ed è il più importante di tutti. Nel 1054 lo scisma spacca la cristianità fra Roma e Costantinopoli. La comunità di Grottaferrata, greca di rito, di lingua e di formazione, avrebbe avuto tutte le ragioni per seguire l'Oriente. Restò invece in comunione con Roma, conservando integralmente il rito bizantino. Da quella scelta discende tutto quello che si visita oggi: mille anni ininterrotti di liturgia greca in territorio latino, e la possibilità, per un cattolico, di accostarsi ai sacramenti in una chiesa dove si canta in greco.

Poi vengono i disastri. Nel 1163 le truppe di Federico Barbarossa, impegnate nella lunga guerra contro il papato e i comuni, devastarono il complesso. Nel 1241 fu Federico II a saccheggiarlo, nel quadro dello scontro fra Impero e Chiesa che insanguinò il Lazio meridionale. Un monastero ricco, isolato, sulla strada di chiunque marciasse su Roma da sud, era un bersaglio evidente. Ogni volta la comunità ricostruì e ricominciò a copiare manoscritti.

Il quinto avvenimento è del 1462, quando l'abbazia venne affidata in commenda al cardinale Basilio Bessarione. Greco di Trebisonda, protagonista del concilio di Ferrara e Firenze, umanista e bibliofilo formidabile, Bessarione trattò l'abbazia come una responsabilità e non come una rendita: rimise ordine nella biblioteca, protesse i codici, restituì al monastero un ruolo culturale. Il calice e la patena esposti nella sesta sala del museo vengono da lui. Il sesto avvenimento è del 1482, quando il nuovo commendatario, Giuliano della Rovere, decise di trasformare l'abbazia in una fortezza: mura merlate, fossato, torre semicircolare, ponte levatoio. I lavori si interruppero nel 1503, l'anno in cui il cardinale divenne papa Giulio II. Il settimo è del 1608, quando il cardinale Odoardo Farnese chiamò il Domenichino ad affrescare la cappella dei Santi Fondatori: due anni di lavoro e un capolavoro del classicismo bolognese depositato in un paese dei Castelli.

Restano tre date moderne. Il febbraio 1874, quando lo Stato italiano dichiarò il complesso monumento nazionale, salvandolo dalla dispersione che colpì tanti beni ecclesiastici in quegli anni. Il 1894, quando l'abate Giuseppe Cozza Luzi ordinò le raccolte del monastero e fondò il museo. E il 1931, quando padre Nilo Borgia avviò qui il primo laboratorio scientifico italiano per il restauro del libro antico: da quel laboratorio sarebbero passati il Codice Atlantico di Leonardo e i materiali salvati dall'alluvione di Firenze del 1966. L'ultima data utile è l'8 aprile 2017, giorno in cui il museo riaprì con l'allestimento che si visita oggi, dopo un cantiere lunghissimo.

Chi è passato da Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Il primo nome è ovvio e va detto comunque: Nilo da Rossano, il monaco calabrese che scelse questo terreno nel 1004 e vi morì nello stesso anno. Con lui il discepolo Bartolomeo il Giovane, che portò a termine la chiesa e organizzò lo scriptorium, e che con Nilo forma la coppia dei santi fondatori dipinta dal Domenichino nella cappella. Il terzo nome è imperiale ed è quello attorno a cui ruota l'affresco più celebre del complesso: Ottone III di Sassonia, imperatore ventenne e visionario, che secondo la tradizione agiografica si recò a rendere omaggio al vecchio Nilo. L'episodio appartiene alle fonti agiografiche più che alla cronaca documentaria, ma è talmente radicato nella memoria della casa da essere diventato l'immagine con cui l'abbazia si racconta.

Sul versante ecclesiastico il passaggio più illustre è quello di papa Giovanni XIX, che consacrò la chiesa nel 1024. Poi la lunga fila dei cardinali commendatari, che qui vennero da padroni e non da monaci: Basilio Bessarione, il greco di Trebisonda che nel Quattrocento salvò la biblioteca e di cui il museo conserva calice e patena; Giuliano della Rovere, che dal 1482 fortificò il complesso e che nel 1503 sarebbe salito al soglio pontificio come Giulio II; Odoardo Farnese, che nel 1608 mise mano al portafogli per la cappella; Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, committente dell'iconostasi nel 1665. Quattro nomi che coprono duecento anni di storia romana e che spiegano, meglio di qualunque trattato, che cosa fosse davvero il sistema della commenda.

Sul versante degli artisti, il nome maggiore è Domenico Zampieri detto il Domenichino, allievo di Annibale Carracci, che fra il 1608 e il 1610 affrescò la cappella dei Santi Fondatori e lasciò qui uno dei suoi cicli più equilibrati. La storiografia riferisce che dentro l'affresco dell'incontro con Ottone III il pittore avrebbe ritratto alcuni contemporanei, fra cui il proprio protettore Girolamo Agucchi, l'abate Giuliano Boccarini e i colleghi Guido Reni e Guercino: identificazione tradizionale, non documentata, che vale la pena conoscere sapendo che cosa è. Con loro Gian Lorenzo Bernini, autore del disegno dell'iconostasi, e Antonio Giorgetti, che la eseguì. Più indietro nel tempo, Francesco Sala, che nel 1547 affrescò le Storie di Fabio Massimo oggi in museo, e Giovanni di Biasuccio, a cui si attribuisce la Madonna delle Grazie in arenaria dipinta.

Infine gli studiosi, categoria che a Grottaferrata conta più che altrove. L'abate Giuseppe Cozza Luzi, filologo e bibliotecario, fondatore del museo nel 1894. Padre Nilo Borgia, che nel 1931 aprì il laboratorio di restauro. E le generazioni di paleografi e bizantinisti che da tutta Europa sono saliti fin qui per leggere i codici greci del fondo criptense: gente che non lascia targhe e che ha fatto per la fama di questo posto più di qualunque cardinale.

Museo dell'Abbazia greca di San Nilo - Santa Maria di Grottaferrata
Museo dell'Abbazia greca di San Nilo | Santa Maria di Grottaferrata

Domande veloci su Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata

Quanto costa il biglietto del Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

Il biglietto intero indicato è di 5 euro, il ridotto di 2 euro. La prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito, perché il museo aderisce alla Domenica al museo del Ministero della cultura. Le gratuità e le riduzioni sono quelle previste per i musei statali.

Che giorni è aperto il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

Venerdì e sabato per l'intera giornata, dalle 10 al tardo pomeriggio, e la prima e la terza domenica del mese la mattina, dalle 9 fino alle prime ore del pomeriggio. Dal lunedì al giovedì il museo è chiuso. L'ora esatta di chiusura conviene farsela confermare al numero 06 9459309 o all'indirizzo drm-laz.sannilo@cultura.gov.it.

Chi gestisce il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

È un museo dello Stato, affidato alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio del Ministero della cultura, ospitato dentro il complesso del monastero, che resta invece un ente ecclesiastico autonomo.

Serve prenotare per visitare il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

Per i visitatori singoli no: si arriva e si entra negli orari di apertura. Per i gruppi superiori alle dieci persone e per le visite concordate fuori dagli orari standard la prenotazione è obbligatoria, al numero 340 9619736.

Le visite guidate sono comprese nel prezzo?

Sì. Il sabato alle 11 e alle 16 il Gruppo Archeologico Latino Colli Albani Bruno Martellotta conduce due visite guidate del museo, incluse nel costo del biglietto. Il gruppo cura anche le visite al complesso abbaziale la domenica pomeriggio.

La MIC card vale al Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

No. La MIC card riguarda esclusivamente i musei civici del sistema Musei in Comune di Roma Capitale. Grottaferrata è un altro comune e il museo dell'abbazia è statale: la tessera non dà alcun diritto di ingresso.

Esiste un abbonamento che conviene?

Dal 2026 la Direzione regionale Musei nazionali Lazio ha introdotto un abbonamento annuale ai propri musei. Per l'Abbazia greca di San Nilo la quota indicata è di 10 euro, valida dodici mesi dall'acquisto, in vendita online sulla piattaforma ministeriale dei musei italiani.

Quanto dura la visita al Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata?

Le sette sale si percorrono in quarantacinque minuti, un'ora se si leggono i pannelli, un'ora e un quarto con la visita guidata. Aggiungendo la chiesa e la Cappella Farnese si arriva a due ore e mezza complessive.

Si possono fare fotografie?

Nelle sale del museo e in chiesa si fotografa senza flash. Nella Cappella Farnese il flash è vietato per ragioni conservative. Durante le celebrazioni liturgiche non si fotografa affatto.

La chiesa dell'abbazia si visita gratuitamente?

Sì. La chiesa di Santa Maria è un luogo di culto attivo e vi si accede liberamente negli orari di apertura per la preghiera. Il biglietto riguarda soltanto il museo.

Che cos'è il rito bizantino celebrato a Grottaferrata?

È la liturgia della tradizione costantinopolitana, celebrata in greco: Divina Liturgia al posto della Messa romana, Orthros al mattino, Vespro e Apodipnon la sera. La comunità è in piena comunione con Roma, quindi un cattolico vi si può accostare ai sacramenti.

A che ora sono le celebrazioni?

La domenica Orthros alle 7, Divina Liturgia alle 9 e alle 11, Vespro e Apodipnon alle 18.50. Dal lunedì al venerdì Orthros alle 6.15, Divina Liturgia alle 7, Vespro e Apodipnon alle 19. Il sabato Orthros alle 6.45, Divina Liturgia alle 7.30, Vespro e Apodipnon alle 18.50.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata è accessibile in sedia a rotelle?

Il percorso espositivo è al piano terra e viene indicato come accessibile. Il cortile e l'ingresso hanno pavimentazioni storiche irregolari, quindi conviene annunciarsi telefonicamente per farsi indicare il percorso più agevole. La chiesa presenta alcuni gradini.

Si arriva con la metropolitana?

Non fino a Grottaferrata. Si prende la metro A fino ad Anagnina e da lì un autobus Cotral verso Rocca di Papa o verso Colleferro, verificando che la corsa transiti per Grottaferrata. In alternativa treno fino a Frascati e poi Cotral in direzione Albano o Velletri.

C'è un parcheggio all'abbazia?

Non un parcheggio dedicato. Corso del Popolo ha stalli a pagamento che il sabato si riempiono presto; conviene lasciare l'auto nelle vie a monte, verso viale San Nilo, e camminare qualche minuto.

Che cosa si vede di più importante nel museo?

Tre pezzi su tutti: il ritratto marmoreo di Costantino il Grande, databile intorno al 321 dopo Cristo; la ricostruzione dell'Ipogeo delle Ghirlande con i sarcofagi di Tito Carvilio Gemello ed Ebuzia Quarta, scoperto nel 2000; e la stele funeraria greca in marmo attico con giovane e pantera, del 430 e 420 avanti Cristo.

Si può visitare la biblioteca dell'abbazia?

La biblioteca è riservata agli studiosi e l'accesso va concordato con la direzione motivando la richiesta. Le uniche occasioni di visita per il pubblico generico sono le aperture straordinarie organizzate saltuariamente.

Il laboratorio di restauro è visitabile?

Il Laboratorio di restauro del libro antico, attivo dal 1931, è una struttura di lavoro e non un ambiente espositivo. Lavora su commessa e ha propri recapiti; le visite non fanno parte del percorso museale ordinario.

Il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata è adatto ai bambini?

Sì, a patto di puntare su pochi pezzi forti e di raccontarli. Le sale sono piccole, la visita è breve e il museo offre attività didattiche. Il ritratto di Costantino, l'ipogeo ricostruito e la storia del nome del paese funzionano benissimo con i più piccoli.

Che differenza c'è fra il museo e la Cappella Farnese?

Il museo è la raccolta statale nelle sette sale del palazzo del Commendatario. La Cappella Farnese è dentro la chiesa, appartiene al monastero, conserva il ciclo di affreschi del Domenichino del 1608 e 1610 e non è compresa nel biglietto del museo: si vede con le visite guidate del complesso abbaziale.

C'è un bookshop?

Sì, un piccolo bookshop fa parte dei servizi del museo, insieme alle visite guidate e alle attività didattiche. Non aspettatevi il negozio di un grande museo: è essenziale, e le pubblicazioni sull'abbazia valgono più dei souvenir.

Conviene abbinare la visita ad altre mete dei Castelli Romani?

Molto. Frascati è a pochi minuti, Marino altrettanto, e in mezz'ora di auto si raggiungono Castel Gandolfo, Nemi, Ariccia e Rocca di Papa. Una giornata ben costruita comprende il museo la mattina, il pranzo a Grottaferrata e un secondo paese nel pomeriggio.

Qual è il periodo migliore per venire?

Le mezze stagioni: aprile, maggio, ottobre. In estate i Castelli sono più freschi di Roma ma le sale si scaldano nel pomeriggio; in inverno la luce radente valorizza i mosaici, però le giornate sono corte e si chiude presto.

Il museo è mai chiuso per motivi straordinari?

Come tutti i musei statali può chiudere in occasioni particolari o per esigenze del complesso monastico, che ha un proprio calendario liturgico. Una telefonata al monastero prima di partire evita il viaggio a vuoto, soprattutto nelle grandi festività.

Chiudo con l'opinione che mi sono fatto accompagnando qui parecchi gruppi. Grottaferrata è il posto che consiglio a chi dice di conoscere Roma. Non perché sia spettacolare nel senso in cui lo sono i Fori o la Galleria Borghese, ma perché mette in crisi le certezze: una fortezza di papa Giulio II che protegge dei monaci greci, un Bernini che disegna una barriera invece di un abbraccio, un Domenichino appeso in un paese di cantine, una stele attica del quinto secolo avanti Cristo a venti chilometri dal Colosseo, e sotto tutto questo una camera funeraria romana che ha dato il nome a un comune. Cinque euro, sette sale, quaranta minuti di autobus. Se avete mezza giornata libera e vi resta ancora un po' di curiosità, non c'è in tutto il Lazio un investimento migliore.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl Museo dell'Abbazia greca di San Nilo, conosciuta anche con il nome di Santa Maria di Grottaferrata e consacrata nel 1024 dal Pontefice Giovanni XIX, ospita religiosi Basiliani che seguono il rito bizantino, proprio della Chiesa di Costantinopoli.
TagsAbbazia greca di San NiloMonaci BasilianiMuseorito bizantinoSanta Maria di Grottaferrata

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IndirizzoCorso del Popolo, 128, 00046 Grottaferrata RM, Italia 46
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