Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
In breve. Ci sono monumenti che si guadagnano il nome sui libri e monumenti che se lo prendono per strada.
Ci sono monumenti che si guadagnano il nome sui libri e monumenti che se lo prendono per strada. La fontana che si trova oggi in piazza della Chiesa Nuova, sul fianco nord di corso Vittorio Emanuele II, appartiene senza discussione alla seconda categoria: sui documenti dell’amministrazione capitolina risulta come fontana della Terrina, nel parlato romano è la zuppiera di corso Vittorio, e chi la conosce da sempre la chiama semplicemente la zuppiera senza aggiungere altro. È uno dei pochissimi casi in cui il soprannome popolare non solo è sopravvissuto ai secoli, ma ha finito per imporsi come nome ufficioso e comprensibile a chiunque, mentre il nome colto resta confinato alle didascalie.
Dove si trova Zuppiera di Corso Vittorio e come ci si arriva davvero
La fontana si trova a Roma, rione Parione, in piazza della Chiesa Nuova, lungo il lato settentrionale di corso Vittorio Emanuele II, praticamente di fronte all’ingresso della chiesa di Santa Maria in Vallicella, quella che tutti chiamano Chiesa Nuova. Sul lato opposto del corso, a poche decine di metri verso il Tevere, si alza la mole del Palazzo della Cancelleria. È un punto che quasi tutti attraversano e quasi nessuno guarda, perché il corso in quel tratto funziona da arteria di scorrimento e chi cammina tende a tenere lo sguardo alto, sulle facciate, oppure basso, sui marciapiedi stretti.
Per arrivarci a piedi da Piazza Navona servono meno di cinque minuti: si esce dal lato di via di Pasquino, si prende via del Governo Vecchio e la si segue fino a sbucare sul corso, oppure si taglia da via dei Banchi Nuovi. Da Campo de’ Fiori ne servono sette o otto, attraversando piazza della Cancelleria e il corso stesso. Da Largo Torre Argentina, dove si concentra la maggior parte delle linee di superficie del centro, si cammina sempre lungo il corso per circa dieci minuti, tenendo la Basilica di Sant’Andrea della Valle come primo riferimento e il Museo di Roma a Palazzo Braschi come secondo.
Chi arriva con i mezzi pubblici scende a Largo Argentina oppure alle fermate lungo corso Vittorio, servite da diverse linee di autobus che percorrono l’asse da piazza Venezia verso il Vaticano. La metropolitana non passa di qui: le due linee principali sfiorano il centro storico ma non lo attraversano, e questo è uno dei motivi per cui questa porzione di Roma resta, paradossalmente, più faticosa da raggiungere di quartieri molto più periferici. Chi viene dalla stazione Termini ha davanti a sé o un cambio di autobus o una camminata di circa trenta minuti, che però attraversa mezza Roma monumentale e vale la fatica.
In automobile la risposta breve è che non conviene provarci. Tutta l’area rientra nella zona a traffico limitato del centro storico, gli stalli di sosta lungo il corso sono riservati e i parcheggi in struttura più vicini si trovano al Gianicolo o verso il lungotevere. Chi arriva con un gruppo organizzato viene di norma lasciato in prossimità del lungotevere dei Tebaldi o sul fronte di Castel Sant’Angelo, e da lì si prosegue a piedi.
Un dettaglio che conviene sapere in anticipo: la fontana non si vede da lontano. Non si alza come le fontane monumentali che ci si aspetta di trovare a Roma, non ha getti alti, non produce rumore d’acqua percepibile dal marciapiede opposto. Si trova al centro di una vasca quadrata incassata sotto il livello stradale, quindi chi passa in autobus la manca quasi sempre, e anche chi passa a piedi la nota solo quando è già arrivato al parapetto. Questo abbassamento non è una scelta estetica: risulta legato ai problemi di pressione idrica del punto in cui la fontana venne ricollocata, e ne ha condizionato per sempre la percezione.

Che cosa è davvero questa fontana: una vasca del Cinquecento sotto un coperchio del Seicento
La confusione più diffusa riguarda la natura stessa dell’oggetto. Molti danno per scontato che la fontana sia nata così, con quel profilo tondeggiante e schiacciato che ricorda una zuppiera da tavola. Non è andata in questo modo. Quello che si vede oggi è il risultato della somma di due interventi separati da più di trent’anni, concepiti da mani diverse e con intenzioni opposte.
La vasca originale
L’elemento primario risulta opera di Giacomo della Porta, l’architetto che tra gli anni ottanta e novanta del Cinquecento dotò Roma della maggior parte delle sue fontane pubbliche. Le fonti della Sovraintendenza Capitolina collocano la realizzazione entro l’arco 1581-1595, mentre la data più spesso citata in letteratura è il 1590. Il committente risulta papa Gregorio XIII Boncompagni, che però morì nel 1585, quindi prima che l’opera fosse portata a termine. Vale la pena fissare questo punto, perché nelle schede in circolazione si legge talvolta di un inesistente Gregorio XII Boncompagni: il numerale corretto è il tredicesimo.
La vasca interna era in marmo bianco, di forma tondeggiante, poggiata su un basamento a gradini. Sui bordi vennero collocati quattro delfini in bronzo. Questi delfini hanno una storia loro, e piuttosto gustosa: erano stati fusi un paio d’anni prima per la fontana di piazza Mattei, quella delle tartarughe, e lì non vennero mai montati. Della Porta li recuperò e li riutilizzò a Campo de’ Fiori. È il genere di economia di cantiere che nella Roma dei papi era prassi corrente e che oggi chiameremmo riuso, con un’aria molto più virtuosa di quanto fosse nelle intenzioni.
Il coperchio
Il secondo intervento arriva nel 1622 e cambia tutto. Un enorme coperchio di travertino a profilo di cupola, con un grosso pomello al centro, venne calato sulla vasca e la chiuse. L’autore resta ignoto: nessuna fonte affidabile lo nomina, e chi lo attribuisce a questo o a quello scultore sta aggiungendo qualcosa che i documenti non dicono. Da quel momento la fontana assunse il profilo che le ha dato il nome, e i quattro delfini di bronzo, rimossi nella stessa occasione, risultano perduti.
La somma dei due
Il risultato è un ibrido involontario. Una fontana rinascimentale progettata per essere guardata dall’alto e dai lati, con un gioco d’acqua leggero e quattro elementi zoomorfi in bronzo, ridotta a un contenitore chiuso da cui l’acqua esce attraverso un foro laterale. Nessun architetto avrebbe disegnato una cosa simile partendo da zero. Eppure il risultato, dopo quattro secoli, ha una sua evidenza: è riconoscibile in mezzo secondo, si racconta in una frase e non somiglia a nient’altro in città. La storia dell’arte la classifica come un’alterazione; la città la considera un monumento a pieno titolo.
Giacomo della Porta e il programma delle fontane pubbliche di Roma
Per capire perché questa vasca esisteva, bisogna allargare lo sguardo. Giacomo della Porta, nato nel 1532 e morto a Roma il 3 settembre 1602, è una delle figure decisive del passaggio fra Rinascimento maturo e primo Barocco. Aveva studiato nell’orbita di Michelangelo e di Jacopo Barozzi da Vignola, completò con Domenico Fontana la cupola di San Pietro dopo la morte di Michelangelo, disegnò la facciata della Chiesa del Gesù, lavorò al Palazzo Senatorio in Campidoglio e chiuse la carriera alla Villa Aldobrandini di Frascati.
Accanto a questa produzione monumentale ne portò avanti un’altra, meno appariscente e più incisiva sulla vita quotidiana dei romani: il programma delle fontane pubbliche. Nel Cinquecento il ripristino degli antichi acquedotti aveva rimesso acqua corrente in una città che per secoli era dipesa dal Tevere e dai pozzi. L’acqua andava distribuita, e il modo per distribuirla era costruire punti di erogazione nelle piazze. Della Porta si trovò nella posizione di progettarne una serie, in una manciata di anni, con un linguaggio coerente: vasche poligonali o mistilinee, gradoni, catini sovrapposti, poco apparato scultoreo e molta geometria.
Chi passeggia oggi per il centro incontra quel programma senza accorgersene. Le due fontane laterali di Piazza Navona sono sue, e furono realizzate decenni prima che Gian Lorenzo Bernini piazzasse al centro della piazza la Fontana dei Quattro Fiumi. Sua è la fontana di piazza della Rotonda davanti al Pantheon, sua quella di piazza Colonna, sua l’impostazione della fontana delle Tartarughe in piazza Mattei, poi completata da altre mani. E sua era la vasca di Campo de’ Fiori che, coperta, è diventata la zuppiera.
La conseguenza è che questo monumento, che oggi sembra un’anomalia isolata, appartiene alla stessa famiglia di oggetti di mezza dozzina di fontane che i visitatori fotografano ogni giorno senza collegarle fra loro. Chi volesse costruirsi un itinerario tematico dedicato all’acqua a Roma ha materiale per un’intera giornata, passando dalle vasche cinquecentesche di della Porta alle macchine barocche della Fontana di Trevi, della Fontana del Tritone, della Fontana della Barcaccia e del mostrone scenografico della Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo.
C’è una coincidenza che vale la pena registrare, e che quasi nessuna guida mette in fila. Della Porta intervenne anche nella progettazione degli interni della Chiesa Nuova, nella fase di lavori a cavallo fra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento. La fontana che oggi si trova sul sagrato di quella chiesa, arrivata lì per caso e con oltre tre secoli di ritardo, ha quindi lo stesso autore di una parte dell’edificio che ha davanti. Nessuno lo ha progettato: è successo. Ma quando lo si racconta a un gruppo, la piazza cambia peso.
Una curiosità su Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
Il nome popolare non nacque subito. Le fonti concordano sul fatto che il soprannome si affermò diversi anni dopo la costruzione, e in ogni caso soltanto dopo il 1622, cioè dopo l’arrivo del coperchio. Prima di quella data la fontana era semplicemente la fontana di Campo de’ Fiori, un manufatto utile e senza particolari caratteri distintivi in una piazza che di caratteri distintivi ne aveva già molti.
La cosa curiosa è che il soprannome nacque come insulto. I romani non gradirono affatto l’operazione del 1622. Una fontana da cui non si poteva più attingere comodamente, con un catino chiuso e un foro laterale da cui l’acqua colava invece di zampillare, venne percepita come una fontana rovinata, e il popolo reagì come reagisce da sempre in questa città: con un nome. Chiamarla zuppiera significava dire che non era più una fontana ma un oggetto da cucina ingrandito, buono per servire la minestra e non per dare acqua alla piazza.
Quattro secoli dopo, quell’insulto è diventato l’unica ragione per cui la fontana viene ricordata. Se il coperchio non fosse mai arrivato, oggi ci troveremmo davanti a una delle tante vasche cinquecentesche del centro, corretta, elegante e perfettamente dimenticabile, e nessuno le dedicherebbe una fotografia. Il danno estetico che i romani del Seicento denunciarono ha prodotto, nel lungo periodo, l’identità del monumento. È una lezione che a Roma si ripete più spesso di quanto si creda: il Colosseo deve una parte della propria forma alle spoliazioni, e questa fontana deve il proprio nome a un intervento che i contemporanei giudicarono sbagliato.
Vale la pena aggiungere una nota linguistica. Terrina e zuppiera non sono sinonimi perfetti. La terrina, nella tradizione italiana, è il recipiente fondo di terracotta o porcellana in cui si impasta o si serve; la zuppiera è il contenitore con coperchio che arriva in tavola con la minestra dentro. Il nome ufficiale usa il primo termine, il romano usa il secondo, e il romano ha ragione: il coperchio c’è, e proprio il coperchio è il punto.
Il coperchio del 1622 e l’iscrizione che quasi tutti trascrivono male
Sul collarino alla base del pomello centrale corre un’iscrizione che è, insieme al profilo, l’elemento più citato del monumento. Il testo è il seguente, in maiuscolo come sulla pietra:
AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII
Due precisazioni. La prima riguarda il verbo: la forma incisa è lassa, non lascia. È la variante romanesca del verbo lasciare, e la trascrizione in italiano moderno che circola in molte schede ne cancella proprio la caratteristica più interessante. La seconda riguarda la data: MDCXXII corrisponde al 1622, ed è la data di realizzazione del coperchio, non della fontana. Chi legge quella cifra credendo di leggere la data della fontana sbaglia di oltre trent’anni.
Che cosa significa
Il senso è un proverbio morale di tradizione popolare, dello stesso ceppo di tanti motti incisi su architravi e portali in tutta Italia fra Cinque e Seicento: comportati bene, fa’ il tuo dovere e non curarti delle chiacchiere. Non si tratta di una citazione d’autore, non è un verso di Dante e non è una frase papale. È sapienza spicciola, del tipo che si scriveva sopra le porte di casa e sui camini.
Perché proprio lì
Qui entra la lettura che rende l’iscrizione molto più interessante di un generico invito alla virtù. Il coperchio venne messo per impedire che la vasca continuasse a essere usata come lavatoio per gli ortaggi del mercato e come raccoglitore di scarti organici. Il committente sapeva benissimo che l’operazione avrebbe suscitato proteste. Incidere sul coperchio un motto che invita a fare il bene e a infischiarsi delle critiche, proprio sull’oggetto che genera le critiche, è una scelta che somiglia molto a una risposta anticipata. Non esiste un documento che lo confermi, quindi la presento per quello che è, cioè una lettura, però è difficile non pensarci quando ci si china sul parapetto a leggere le lettere.
Come si legge sul posto
L’iscrizione corre alla base del pomello e, dalla quota del marciapiede, risulta scomoda. Conviene avvicinarsi al parapetto dal lato che guarda la Chiesa Nuova e attendere una luce radente, che fa emergere le lettere dal fondo. Con il sole a picco la pietra appiattisce e le incisioni spariscono. Un teleobiettivo modesto risolve il problema in un attimo, ma anche a occhio nudo, con la luce giusta, il testo si legge.

Una cosa che non ti dice nessuno su Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
La fontana che si vede oggi a Campo de’ Fiori non è questa. Sembra ovvio detto così, ma nella pratica genera una quantità notevole di equivoci, perché in quella piazza una fontana di forma simile esiste davvero, e molti la fotografano convinti di avere davanti l’originale.
La sequenza dei fatti è questa. Nel 1889 la vasca di della Porta venne rimossa dal centro di Campo de’ Fiori per fare posto al monumento a Giordano Bruno di Ettore Ferrari, inaugurato il 9 giugno di quell’anno in una delle giornate più tese dei rapporti fra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Smontata, la fontana finì nei magazzini comunali, dove rimase per circa venticinque anni. Solo nel 1924 l’amministrazione capitolina decise di rimontarla in piazza della Chiesa Nuova, dove si trova tuttora.
A Campo de’ Fiori, però, una vasca dello stesso disegno resta. Già a metà Ottocento, quando la piazza venne ampliata verso nord con la demolizione delle case fra via dei Baullari e vicolo del Gallo, una copia venne spostata nella nuova porzione di spazio recuperato. È quella che oggi si vede sul lato corto della piazza, dietro le bancarelle, e che i romani usano da sempre come punto di appoggio per le borse della spesa.
Il risultato è una situazione quasi comica: l’originale si trova in una piazza che quasi nessuno associa alle fontane, e la copia si trova nella piazza dove tutti cercano l’originale. Chi vuole vedere la pietra del Cinquecento e il travertino del 1622 deve venire qui, sul corso. Chi resta a Campo de’ Fiori fotografa un’ottima riproduzione in un contesto molto più fotogenico.
C’è un secondo equivoco, più raro ma persistente, che riguarda la provenienza. Circola l’idea che la fontana provenga dal Campo Vaccino, cioè dalla denominazione che il Foro Romano portava prima degli scavi ottocenteschi. Non risulta nulla del genere nelle fonti consultate: la provenienza documentata è Campo de’ Fiori, e la confusione nasce quasi certamente dall’assonanza fra i due toponimi, entrambi aperti dalla parola campo. Il Campo Vaccino ha avuto le sue fontane, ma non questa.
Un’ultima annotazione, di quelle che cambiano il modo di guardare un oggetto. I venticinque anni passati in magazzino non furono un incidente burocratico: furono il periodo in cui la fontana rischiò seriamente di non tornare mai. Roma fra il 1889 e il 1924 attraversò la febbre edilizia umbertina, la prima guerra mondiale e l’avvio del regime, e nei depositi comunali di quegli anni finirono molti pezzi che non sono mai più riemersi. Che una vasca cinquecentesca con un coperchio secentesco sia sopravvissuta a quel quarto di secolo, smontata in pezzi numerati, e sia poi stata rimontata correttamente, è un piccolo caso di fortuna amministrativa.
Il consiglio che ti do per visitare Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
Il consiglio principale è contro-intuitivo: non venire qui per la fontana. Venire qui per la fontana significa arrivare, guardare un catino di travertino per novanta secondi, fare due fotografie e andarsene con la sensazione di avere perso tempo. La zuppiera regge male il ruolo di destinazione e regge benissimo il ruolo di tappa.
Come inserirla in un percorso
La collocazione ideale è a metà di un attraversamento del centro sull’asse est-ovest. Si parte da Largo Argentina, si risale corso Vittorio con la sosta a Sant’Andrea della Valle, si devia cento metri per Palazzo Braschi e piazza Navona, si torna sul corso, si arriva alla Chiesa Nuova, si entra a vedere le tre pale di Rubens e il quadro motorizzato della Madonna della Vallicella, si esce, si attraversa e si guarda la fontana con il Palazzo della Cancelleria alle spalle. Da lì si prosegue verso il Tevere e Castel Sant’Angelo. La fontana in questo schema non è il premio: è il punto in cui si tira il fiato fra due interni e si rimette in ordine quello che si è visto.
Il momento della giornata
Presto la mattina, prima delle nove, oppure dopo il tramonto. Il motivo è banale e decisivo: corso Vittorio è un asse di traffico intenso, e nelle ore centrali il rumore rende impossibile qualsiasi spiegazione fatta a voce. Al mattino presto la piazza della Chiesa Nuova risulta quasi silenziosa, il bar all’angolo lavora sui residenti e la luce arriva radente da est, che è esattamente quella che serve per leggere l’iscrizione.
La durata onesta
Dieci minuti alla fontana, venti se ci si ferma a leggere il testo del coperchio e a raccontare la vicenda dello spostamento, e da lì si prosegue. Chi programma un’ora in questa piazza sta sovrastimando. Chi programma tre minuti, invece, farebbe meglio a non fermarsi affatto, perché il monumento senza la sua storia risulta effettivamente poco interessante: è una forma semplice, senza sculture, senza getti spettacolari e senza scenografia. Tutto quello che ha da dare passa dal racconto.
Attraversare il corso
Ultima nota pratica, e non è banale. L’attraversamento di corso Vittorio in questo tratto va fatto sulle strisce semaforizzate. Il traffico procede a velocità sostenuta, le corsie sono più di due per senso in alcuni punti e i mezzi pubblici arrivano a ondate. Chi viaggia con bambini o con persone anziane faccia il giro lungo fino al semaforo, che costa quaranta secondi e risparmia un rischio che non ha senso correre.
La piazza della Chiesa Nuova, la Cancelleria e il corso che li separa
Il contesto conta più del monumento, e conviene dedicargli spazio. Piazza della Chiesa Nuova non è una piazza storica nel senso in cui lo sono Navona o Campo de’ Fiori: è uno spazio residuo, prodotto dallo sventramento ottocentesco che aprì corso Vittorio Emanuele II attraverso il tessuto medievale e rinascimentale di Parione e Regola. Prima di quell’operazione la Chiesa Nuova affacciava su uno slargo modesto, incassato fra vicoli stretti; dopo, si è ritrovata a fare da quinta a un’arteria urbana larga il doppio di qualsiasi strada del rione.
La Chiesa Nuova
Santa Maria in Vallicella nasce dall’iniziativa di Filippo Neri, che aveva fondato nel 1551 la Congregazione dell’Oratorio, riconosciuta ufficialmente nel 1575. Nello stesso 1575 Gregorio XIII affidò ai suoi la vecchia chiesa della Vallicella, e i lavori del nuovo edificio partirono subito: la prima messa venne celebrata nel 1577. Al cantiere lavorarono in successione Matteo di Città di Castello, Martino Longhi il Vecchio dal 1586, Giacomo della Porta per le modifiche interne fra la fine del secolo e i primi anni del Seicento, e Carlo Maderno, cui si attribuisce con buona probabilità il coronamento. La facciata, su disegno di Fausto Rughesi, venne avviata nel 1594 e conclusa nel 1605.
All’interno, la volta, la cupola e l’abside portano gli affreschi di Pietro da Cortona, eseguiti fra il 1647 e il 1666, ed è una delle imprese decorative più importanti del Seicento romano. Sull’altare maggiore e sulle pareti del presbiterio si trovano le tre tavole che Pietro Paul Rubens dipinse su ardesia nel 1608: al centro, l’immagine trecentesca della Madonna della Vallicella, venerata come miracolosa dopo che secondo la tradizione avrebbe sanguinato in seguito a un colpo ricevuto nel 1535, protetta da un pannello di rame mobile che viene abbassato e sollevato con un meccanismo. È quel meccanismo a dare a tutto il complesso il soprannome di quadro motorizzato.
L’Oratorio dei Filippini
A sinistra della chiesa, guardandola di fronte, si sviluppa l’Oratorio dei Filippini, che Francesco Borromini progettò fra il 1638 e il 1642. La facciata concava in mattoni è uno degli esercizi più raffinati dell’architettura barocca romana, e la torre dell’orologio che la conclude verso via del Governo Vecchio è uno degli elementi più riconoscibili dello skyline basso di Parione. Chi ha visto la fontana e alza lo sguardo di quarantacinque gradi ha davanti, nello stesso campo visivo, della Porta, Rughesi e Borromini.
Il Palazzo della Cancelleria
Dall’altra parte del corso, verso sud, si estende il Palazzo della Cancelleria, costruito fra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento per il cardinale Raffaele Riario. È uno dei primi palazzi pienamente rinascimentali di Roma, rivestito di travertino secondo una prassi di reimpiego da monumenti antichi che all’epoca non scandalizzava nessuno, con un cortile porticato di grande equilibrio tradizionalmente accostato al nome di Bramante. Inglobata nel palazzo si trova la basilica di San Lorenzo in Damaso, una delle chiese più antiche della città, ricostruita insieme al palazzo. L’edificio gode oggi di extraterritorialità vaticana.
Il corso
Corso Vittorio Emanuele II venne aperto dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, per collegare piazza Venezia al ponte sul Tevere e quindi al Vaticano, e i lavori procedettero per fasi lungo gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento. Il taglio distrusse una quantità enorme di tessuto storico, spostò facciate, arretrò edifici e lasciò dietro di sé una sequenza di piazze residue come questa. Giudicarlo è complicato: senza il corso, mezza Roma monumentale sarebbe oggi irraggiungibile a chiunque non voglia camminare; con il corso, il rione Parione ha perso una parte consistente della sua trama.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che la fontana sia stata usata come lavatoio e come pattumiera è scritto ovunque. Quello che si dice molto meno è che quel comportamento non era vandalismo: era il funzionamento normale di una fontana pubblica in una piazza di mercato, nella Roma di inizio Seicento.
Campo de’ Fiori ospitava da secoli uno dei mercati principali della città, e prima ancora un fiorente mercato dei cavalli che si teneva due volte alla settimana, il lunedì e il sabato. Il mercato generale ortofrutticolo si sarebbe consolidato in forma stabile nell’Ottocento, ma la vocazione commerciale della piazza era antica di secoli. In un contesto simile, l’unica acqua corrente disponibile per centinaia di persone era quella della fontana. I venditori ci lavavano le verdure perché non avevano altro modo di lavarle. Gli scarti finivano nel catino perché la piazza non aveva sistemi di raccolta. Non c’era intenzione di rovinare nulla: c’era una città che usava le proprie infrastrutture per quello che servivano.
Il conflitto del 1622, letto così, cambia natura. Non è il conflitto fra chi rispetta l’arte e chi la maltratta, ma fra due funzioni incompatibili assegnate allo stesso oggetto: decoro urbano da una parte, servizio idrico di un mercato dall’altra. L’autorità scelse il decoro e chiuse la vasca. La piazza rispose con il nomignolo. E il fatto che il nomignolo sia sopravvissuto quattro secoli mentre la questione igienica è archiviata da un pezzo suggerisce che, nel lungo periodo, a vincere sia stata la piazza.
C’è un corollario che vale per tutta Roma e che raramente viene enunciato. Le fontane storiche del centro non erano ornamenti: erano punti di distribuzione idrica, spesso l’unico di un intero isolato. La Fontana di Trevi era la mostra terminale dell’Acqua Vergine, la Fontana dell’Acqua Paola quella dell’acquedotto Traiano-Paolo. La monumentalità serviva a celebrare il papa che aveva riportato l’acqua, ma la funzione era prosaica e quotidiana: riempire secchi, abbeverare animali, lavare. Guardare queste fontane come sculture è un’abitudine recente, nata quando il rubinetto di casa le ha rese superflue.
Un ultimo dettaglio sul foro. Quando venne calato il coperchio, per non trasformare la fontana in un blocco inerte, venne praticata un’apertura a un’estremità da cui l’acqua defluisce. È un’apertura piccola, quasi dimessa, e produce un getto modesto che cola più che zampillare. Chi si aspetta il fragore delle fontane monumentali resta deluso; chi ci passa all’alba, con il corso ancora vuoto, sente un rumore d’acqua sottile che nel silenzio arriva benissimo, e capisce che il monumento ha una voce, solo molto bassa.
La foto giusta da fare a Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
La fotografia ovvia, quella che fanno tutti, è lo scatto frontale dalla quota del marciapiede con il monumento al centro. Restituisce un catino grigio in una vasca grigia, davanti a un fondale di traffico. È corretta e non serve a niente.
La composizione che funziona
Posizionarsi sul lato della fontana che guarda verso sud, con la Chiesa Nuova alle spalle, e inquadrare in modo che il coperchio occupi il terzo inferiore del fotogramma mentre nel terzo superiore entra la mole del Palazzo della Cancelleria dall’altra parte del corso. Si ottiene un’immagine che racconta tutto in un colpo: un oggetto piccolo, popolare, quasi domestico, messo a confronto con una delle architetture più aristocratiche del Rinascimento romano. La distanza fra le due cose, in quel fotogramma, è il senso dell’intera vicenda.
La variante migliore
Scendere con la fotocamera fino all’altezza del parapetto, appoggiare i gomiti sulla pietra e scattare quasi a filo del bordo, in modo che il coperchio si stagli contro la facciata della Chiesa Nuova. Il punto di vista basso corregge la posizione infossata della vasca e restituisce al monumento la monumentalità che la quota stradale gli toglie. Con un’ottica moderatamente grandangolare il risultato è sorprendente, perché il travertino riempie il fotogramma e la facciata gli fa da corona.
La luce
La luce giusta arriva presto la mattina, radente da est, quando attraversa il corso ancora libero e accende la superficie del travertino facendo emergere le lettere dell’iscrizione. La seconda finestra utile è la mezz’ora dopo il tramonto, con l’illuminazione artificiale accesa e il cielo ancora blu: la vasca ribassata prende luce dal basso e il monumento acquista un volume che a mezzogiorno non ha. Le ore centrali, con il sole a picco, sono le peggiori in assoluto.
Il dettaglio da non dimenticare
Una fotografia ravvicinata dell’iscrizione, leggibile. È lo scatto che fa la differenza fra un archivio di monumenti e un racconto, perché contiene la data, contiene il romanesco e contiene la frase. Chi torna a casa con quell’immagine ha portato con sé qualcosa che si può raccontare; chi torna con il catino visto da lontano ha portato un catino.
Che cosa evitare
Evitare di includere i mezzi in transito, che datano la fotografia e la sporcano. Evitare il controluce pomeridiano da nord, che appiattisce il travertino in una massa uniforme. Ed evitare, se possibile, di salire sul parapetto o di appoggiare attrezzatura sul bordo della vasca: la pietra è antica, il monumento è tutelato e il gesto risulta sgradevole a chiunque passi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo monumento è più movimentata di quella di molte fontane ben più celebri, perché comprende due traslochi, un venticinquennio di oblio e un rifacimento che ne ha cambiato l’aspetto.
1581-1595, la costruzione
Giacomo della Porta realizza la vasca per il centro di Campo de’ Fiori, nell’ambito del programma di fontane pubbliche promosso da Gregorio XIII Boncompagni. Il papa muore nel 1585, prima del completamento. La data che ricorre più spesso nelle sintesi è il 1590; la forbice indicata dalle fonti della Sovraintendenza è 1581-1595.
1622, il coperchio
Un autore rimasto anonimo realizza e installa il coperchio in travertino a forma di cupola, con pomello centrale e iscrizione alla base del pomello. I quattro delfini in bronzo vengono asportati nella stessa occasione e non sono mai stati ritrovati. È l’anno in cui nasce, di fatto, la zuppiera.
Metà Ottocento, la piazza cambia
Dopo il 1858 Campo de’ Fiori viene ampliata verso nord con la demolizione delle case fra via dei Baullari e vicolo del Gallo. Nella nuova porzione di piazza viene collocata la copia della fontana, spostata dal centro. È l’antefatto che rende possibile, trent’anni dopo, la rimozione dell’originale senza lasciare la piazza senz’acqua.
9 giugno 1889, Giordano Bruno
Viene inaugurato al centro di Campo de’ Fiori il monumento a Giordano Bruno di Ettore Ferrari, nel punto esatto in cui il filosofo era stato arso vivo nel 1600 e nel punto in cui si trovava la fontana. La cerimonia è un episodio politico di primo piano nel conflitto fra Stato italiano e Chiesa. La fontana viene smontata e portata via.
1889-1924, il magazzino
Venticinque anni nei depositi comunali. È la fase più fragile della storia dell’oggetto: smontato, accatastato, senza una destinazione, in una città che in quegli stessi anni stava demolendo e ricostruendo a ritmo forsennato.
1924, il ritorno
L’amministrazione capitolina ricolloca la fontana in piazza della Chiesa Nuova, lungo corso Vittorio Emanuele II, di fronte all’ingresso di Santa Maria in Vallicella. Per far fronte alla scarsa pressione dell’acqua disponibile in quel punto, la vasca viene inserita in un invaso quadrangolare più basso del livello stradale. È la soluzione che si vede ancora oggi e che determina la percezione attuale del monumento.
Dal 1924 a oggi
Da un secolo la fontana occupa questa posizione, ha attraversato il regime, la guerra, la ricostruzione e la trasformazione del corso in arteria di traffico, ed è diventata uno di quegli oggetti che i romani riconoscono senza guardare. Le campagne di manutenzione si sono succedute con la regolarità che riguarda tutte le fontane storiche della città, gestite dalla Sovraintendenza Capitolina.
Chi è passato da Zuppiera di Corso Vittorio – Fontana della Terrina
La domanda va posta in due tempi, perché il monumento ha avuto due vite in due luoghi diversi, e le persone che lo hanno incrociato appartengono a mondi lontanissimi fra loro.
Nella prima vita, a Campo de’ Fiori
Dal 1590 circa al 1889 la fontana si trovava al centro di una delle piazze più frequentate di Roma. Ci passavano i venditori del mercato, i cavallari nei giorni di contrattazione, i pellegrini diretti a San Pietro lungo la via Papale. Ci passavano, inevitabilmente, i condannati: Campo de’ Fiori fu per secoli luogo di esecuzioni pubbliche, e il 17 febbraio 1600 vi venne bruciato Giordano Bruno, nel punto dove oggi si alza la sua statua e dove allora si trovava, a pochi metri, la vasca di della Porta. La fontana era già lì. È uno di quei casi in cui un oggetto inanimato risulta testimone di qualcosa di enorme senza averne coscienza, e vale la pena dirlo senza retorica: la pietra c’era.
Ci passò anche Giacomo della Porta stesso, che di quella vasca era l’autore e che nella zona lavorò a lungo. E ci passarono i cardinali della Cancelleria, i banchieri di via dei Banchi, e l’intera popolazione minuta del rione Regola, che da quella fontana prendeva l’acqua per casa.
Nella seconda vita, alla Chiesa Nuova
Dal 1924 la fontana si trova davanti a una chiesa che è stata per quattro secoli e mezzo il centro della spiritualità oratoriana romana, e che continua a esserlo. Qui la comunità dei Filippini prosegue la propria attività, e il complesso attiguo dell’Oratorio borrominiano ospita da tempo istituzioni culturali cittadine, fra cui la Biblioteca Vallicelliana, una delle raccolte librarie storiche più importanti di Roma.
La lista delle presenze illustri, per la piazza nel suo complesso, comprende alcuni nomi molto grossi. Filippo Neri, che qui visse e qui è sepolto, e che è una delle figure più originali della Roma del Cinquecento: un prete che faceva ridere la gente, organizzava passeggiate e concerti invece di prediche minacciose, e che i romani chiamarono il santo della gioia. Pietro da Cortona, che sulla volta della chiesa lavorò quasi vent’anni. Rubens, che nel primo Seicento soggiornò a Roma e per questo altare dipinse su lastre di ardesia, scelta tecnica insolita adottata per ridurre i riflessi nella penombra del presbiterio. Francesco Borromini, che a pochi metri costruì la facciata concava dell’Oratorio.
E chi ci passa oggi
Oggi ci passano ogni giorno decine di migliaia di persone, e la stragrande maggioranza non si accorge della fontana. Ci passano i romani diretti al lavoro, gli studenti, i gruppi in trasferimento fra Navona e il Vaticano, i corridori del mattino. La zuppiera è diventata quello che le fontane finiscono per diventare quando sopravvivono abbastanza a lungo: un arredo. Riportarla alla condizione di monumento richiede solo la decisione di fermarsi trenta secondi, cosa che nessuno fa perché nessuno lo ha suggerito.
Quando venire e quando conviene evitare
Le ore
Le prime ore della mattina restano la scelta migliore per qualsiasi visita in questo punto. Il traffico su corso Vittorio parte presto ma fino alle otto e mezza resta gestibile, il bar della piazza lavora sui residenti e la luce è quella giusta. La seconda finestra è la sera, dopo le nove, quando il flusso si dirada e l’illuminazione artificiale trasforma completamente la percezione della vasca ribassata.
Le ore da evitare sono quelle fra le otto e mezza e le dieci e mezza del mattino e fra le cinque e le sette e mezza del pomeriggio, quando il corso lavora a pieno regime e la piazza diventa semplicemente il bordo di una strada trafficata.
Le stagioni
Aprile, maggio, ottobre e le prime due settimane di novembre sono i periodi in cui tutta questa porzione di centro dà il meglio: temperature ragionevoli, luce lunga, affollamento sopportabile. Luglio e agosto, nelle ore centrali, sono duri: la piazza ha poca ombra, il travertino riflette e il corso irraggia calore. Chi viene d’estate venga all’alba o dopo cena, e in questo secondo caso troverà anche l’area fra Navona e il Governo Vecchio nel suo momento più vivo.
L’inverno ha un vantaggio che pochi considerano: con il cielo coperto e il selciato bagnato il travertino cambia colore, diventa più scuro e più leggibile, e la fontana risulta fotograficamente migliore che in una giornata limpida di luglio.
Le date da conoscere
Il 26 maggio si celebra la festa di san Filippo Neri, e la Chiesa Nuova vive la sua giornata più intensa dell’anno, con funzioni e affluenza notevolmente superiori alla norma. Chi cerca raccoglimento cambi data; chi vuole vedere il complesso nel suo momento vivo scelga esattamente quella. Il 17 febbraio, anniversario del rogo di Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori si tiene ogni anno una commemorazione laica: è utile saperlo per chi costruisce un itinerario che colleghi i due luoghi, dato che la storia della fontana passa proprio da lì.
Cosa c’è intorno, entro dieci minuti a piedi
Questa è forse la porzione di Roma con la maggiore densità di cose notevoli per metro quadro, e la fontana ne è un buon centro geometrico.
Verso nord ed est
A cinque minuti si trova Piazza Navona, con la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini al centro e le due fontane laterali di della Porta ai capi, che riportano al programma cinquecentesco da cui nasce anche la zuppiera. Sotto la piazza si sviluppano i sotterranei dello Stadio di Domiziano, che spiegano perché la piazza abbia quella forma allungata con le estremità curve. Poco oltre, Palazzo Altemps ospita una delle sedi del Museo Nazionale Romano. Proseguendo verso est si arriva al Pantheon, alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva e alla Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, con la lanterna a spirale di Borromini che resta uno degli oggetti architettonici più arditi della città.
Verso sud
Il Palazzo della Cancelleria si trova sull’altro lato del corso, e subito oltre Campo de’ Fiori con il monumento a Giordano Bruno e la copia della fontana. Da lì si raggiunge in due minuti la Galleria Spada, che oltre alla quadreria conserva la celebre prospettiva solida di Borromini, e poco più in là via Giulia con la Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, che vale una sosta per ragioni completamente diverse da tutto il resto del quartiere.
Verso est, lungo il corso
La Basilica di Sant’Andrea della Valle ha la seconda cupola più alta di Roma e un interno che merita molto più dei cinque minuti che di solito le vengono concessi. Il Museo di Roma a Palazzo Braschi racconta proprio le trasformazioni urbane di cui questa fontana è vittima e testimone. Ancora oltre, Largo Torre Argentina con l’Area Sacra e il santuario dei gatti.
Verso il fiume
Dieci minuti verso ovest portano al Tevere e a Castel Sant’Angelo; una deviazione verso sud lungo il lungotevere conduce all’Isola Tiberina e al Ponte Rotto, e da lì alla Bocca della Verità. In direzione opposta, risalendo verso il centro moderno, si arriva a Via del Corso.
Domande veloci sulla fontana della Terrina
Perché si chiama zuppiera?
Per la forma assunta dopo il 1622, quando un grosso coperchio di travertino a cupola con pomello centrale venne calato sulla vasca. Il soprannome nacque in tono di protesta e si affermò nei decenni successivi.
Chi l’ha costruita?
La vasca è opera di Giacomo della Porta, realizzata nell’arco 1581-1595, con il 1590 come data più frequentemente citata. L’autore del coperchio del 1622 resta sconosciuto.
Chi la commissionò?
Papa Gregorio XIII Boncompagni, nell’ambito del programma di fontane pubbliche della fine del Cinquecento. Il pontefice morì nel 1585, prima che l’opera fosse conclusa.
Che cosa dice l’iscrizione?
AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII. Si trova alla base del pomello centrale del coperchio, e la forma lassa è la variante romanesca di lascia.
È la stessa fontana che si vede a Campo de’ Fiori?
No. Quella in Campo de’ Fiori è una copia, spostata nella parte nord della piazza dopo l’ampliamento del 1858. L’originale venne rimosso nel 1889 e si trova dal 1924 in piazza della Chiesa Nuova.
Perché venne spostata?
Per fare posto al monumento a Giordano Bruno di Ettore Ferrari, inaugurato il 9 giugno 1889 al centro di Campo de’ Fiori.
Dove è rimasta fra il 1889 e il 1924?
Nei magazzini comunali, smontata, per circa venticinque anni, fino alla decisione capitolina di ricollocarla.
Perché la vasca è più bassa della strada?
Per la limitata pressione dell’acqua disponibile nel punto di ricollocazione del 1924. Abbassando il piano della vasca si è ottenuto un deflusso funzionante, al prezzo di rendere il monumento quasi invisibile da corso Vittorio.
Che fine hanno fatto i delfini di bronzo?
Erano quattro, erano stati fusi per la fontana di piazza Mattei e mai montati lì, vennero riutilizzati su questa vasca e furono asportati nel 1622 con l’installazione del coperchio. Risultano perduti.
Viene dal Campo Vaccino?
No. La provenienza documentata è Campo de’ Fiori. La confusione con il Campo Vaccino, nome storico del Foro Romano, nasce dall’assonanza dei due toponimi.
Si può bere l’acqua?
Questa non è una fontanella potabile del tipo nasone e non è concepita per l’uso diretto. Chi cerca acqua da bere trova numerose fontanelle pubbliche nel raggio di poche centinaia di metri, lungo via del Governo Vecchio e attorno a piazza Navona.
Quanto tempo serve per vederla?
Dai dieci ai venti minuti, inserita in un percorso più ampio. Non regge una visita autonoma e non ne ha bisogno.
È accessibile?
La piazza è pianeggiante e il monumento si osserva dal parapetto senza gradini da superare. La criticità principale riguarda l’attraversamento di corso Vittorio, che va fatto sulle strisce semaforizzate.
Si visita anche la Chiesa Nuova?
Sì, l’ingresso alla chiesa è libero negli orari di apertura al culto, e vale la visita per la volta di Pietro da Cortona e per le tre tavole su ardesia di Rubens sull’altare maggiore.
A nostro giudizio la zuppiera è uno dei monumenti più sottovalutati del centro di Roma, e lo è per un motivo preciso: non ha nulla da mostrare e ha tutto da raccontare. Una vasca di Giacomo della Porta, un coperchio anonimo che i romani presero per un affronto e trasformarono in un nome, un proverbio in romanesco inciso sul travertino, un trasloco forzato per fare posto a un martire del libero pensiero, venticinque anni di oblio in un magazzino e un ritorno in una piazza che nel Cinquecento non esisteva. In pochi metri cubi di pietra si trovano il Rinascimento, la satira popolare, il conflitto fra Stato e Chiesa e gli sventramenti urbanistici dell’Italia unita. Chi passa e non si ferma non ha perso una fontana: ha perso quattro secoli di città.
Domande frequenti sulla Zuppiera di Corso Vittorio, Fontana della Terrina
Dove si trova la Zuppiera di Corso Vittorio?
La Zuppiera di Corso Vittorio si trova a Roma, nel rione Parione, in piazza della Chiesa Nuova, lungo il lato settentrionale di corso Vittorio Emanuele II, praticamente di fronte all’ingresso della chiesa di Santa Maria in Vallicella, detta appunto Chiesa Nuova. Sul lato opposto del corso si alza il Palazzo della Cancelleria.
Perché la fontana si chiama Zuppiera?
La Zuppiera di Corso Vittorio prende il soprannome dalla forma tondeggiante e schiacciata che assunse dopo il 1622, quando un grosso coperchio di travertino a cupola con pomello centrale venne calato sulla vasca cinquecentesca. Il nome nacque in tono di protesta e si affermò soltanto nei decenni successivi al 1622.
Chi ha costruito la Zuppiera di Corso Vittorio?
La vasca della Zuppiera di Corso Vittorio è opera di Giacomo della Porta, architetto attivo fra Rinascimento maturo e primo Barocco, realizzata nell’arco 1581-1595, con il 1590 come data più frequentemente citata. Il coperchio a cupola che le ha dato il soprannome è invece un intervento successivo, del 1622.
La Zuppiera di Corso Vittorio è la stessa fontana che si vede oggi a Campo de' Fiori?
No, la fontana che si vede oggi a Campo de’ Fiori non è la Zuppiera di Corso Vittorio, anche se le due hanno una forma simile e questo genera spesso equivoci. Nel 1889 la vasca originale di della Porta venne rimossa dal centro di Campo de’ Fiori per fare posto al monumento a Giordano Bruno, e la fontana attuale in quella piazza è un rifacimento diverso.
Cosa dice l'iscrizione sulla fontana?
Sul collarino alla base del pomello centrale della Zuppiera di Corso Vittorio corre l’iscrizione, in maiuscolo: AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE. MDCXXII. La forma lassa è la variante romanesca del verbo lasciare, non un errore di trascrizione.
Vale la pena fare una tappa apposita per vedere la fontana?
Non conviene arrivare in piazza della Chiesa Nuova soltanto per vedere la Zuppiera di Corso Vittorio, perché da sola si esaurisce in pochi minuti di osservazione. Rende molto di più se inserita a metà di un attraversamento a piedi del centro storico romano, fra Parione, Campo de’ Fiori e piazza Navona.
Cosa si trova vicino alla Zuppiera di Corso Vittorio?
A cinque minuti a piedi dalla Zuppiera di Corso Vittorio si trova Piazza Navona, con la Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini al centro e le due fontane laterali realizzate da della Porta, che appartengono allo stesso programma cinquecentesco di fontane pubbliche da cui nasce anche la zuppiera.
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