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San Carlo ai Catinari

San Carlo ai Catinari è la grande chiesa barocca che chiude il lato orientale di piazza Benedetto Cairoli, a metà strada fra Campo de’ Fiori e il Ghetto ebraico di Roma, in quel tratto di centro storico che migliaia di persone attraversano ogni giorno andando da via Arenula ai Giubbonari senza mai alzare lo sguardo. Il nome completo è Santi Biagio e Carlo ai Catinari: la dedica al vescovo armeno Biagio viene dalla chiesa medievale che occupava l’area, quella a Carlo Borromeo dai Barnabiti, i Chierici Regolari di San Paolo, che ottennero il complesso da papa Gregorio XIII nel 1575 e che la chiesa la reggono ancora oggi. Il soprannome “ai Catinari” viene invece dalle botteghe dei fabbricanti di catini che stavano in questo quadrante. Dentro ci sono una delle cupole più ampie costruite a Roma nel Seicento e i quattro pennacchi affrescati dal Domenichino con le Virtù cardinali, che restano il motivo principale per entrare. Il punto che nessuna guida turistica mette in prima riga è però un altro: la chiesa risulta inagibile dal 2016 per i danni dei terremoti dell’Italia centrale, le celebrazioni sono state spostate in una cappella del convento e dall’ottobre 2021 è aperto un cantiere di restauro che alla primavera del 2024 non era ancora concluso. Chi legge questa pagina per programmare una visita deve partire da lì.

San Carlo ai Catinari
Foto: Sonse, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova San Carlo ai Catinari e come arrivarci

L’indirizzo che compare sui documenti della rettoria è piazza Benedetto Cairoli 117, 00186 Roma, mentre alcune banche dati cittadine registrano lo stesso civico su via dei Giubbonari: le due indicazioni descrivono lo stesso isolato, perché la chiesa occupa l’angolo fra la piazza, via di Monte della Farina e l’imbocco dei Giubbonari. Sull’appartenenza amministrativa le fonti divergono in modo minore ma reale: Wikipedia e Roma Segreta la assegnano al rione Sant’Eustachio, altri repertori la collocano al confine con Regola e Parione. Non è una questione da pignoli: se si cerca un indirizzo su una mappa e compare un rione diverso da quello atteso, il motivo è questo.

A piedi dai punti di riferimento del centro

Da Campo de’ Fiori si arriva in tre o quattro minuti percorrendo tutta via dei Giubbonari, che è pedonale di fatto e affollatissima nel pomeriggio. Da largo di Torre Argentina servono cinque minuti scendendo per via di Torre Argentina e piegando in via Arenula. Dal Portico di Ottavia e dal cuore del Ghetto il tragitto è di sette o otto minuti per via dei Falegnami e piazza Costaguti, ed è il percorso più interessante dei tre perché attraversa il tessuto di vicoli su cui si regge tutta la toponomastica di mestiere di questo quadrante. Da piazza Navona il cammino è di dieci minuti scarsi tagliando corso Vittorio Emanuele II all’altezza di Sant’Andrea della Valle.

Con i mezzi pubblici

La linea più comoda è il tram 8, che percorre via Arenula collegando Trastevere a piazza Venezia: la fermata utile è quella di via Arenula, a un centinaio di metri dalla chiesa. Su corso Vittorio Emanuele II passano le linee di autobus che attraversano il centro storico da est a ovest, fra cui il 46, il 62 e il 64, con fermate a due o tre minuti di cammino. Metropolitana non ce n’è: nessuna delle tre linee romane tocca questo tratto di centro storico, e le stazioni più vicine restano lontane abbastanza da rendere più rapido il tram o l’autobus. Le linee e i percorsi cambiano spesso per cantieri e deviazioni, quindi conviene controllare il giorno stesso sui canali ufficiali del trasporto pubblico romano. Per un quadro d’insieme su biglietti, validità e coincidenze rimandiamo alla nostra pagina su come muoversi a Roma.

Lo stato attuale: una chiesa chiusa e un cantiere lungo

Le informazioni pubblicate dalla rettoria indicano che la chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari è inagibile dal 2016, dopo i danni prodotti dalle scosse dei terremoti dell’Italia centrale, e che le messe sono state trasferite in una cappella all’interno del convento, allo stesso civico di piazza Benedetto Cairoli. Non è una chiusura temporanea di qualche settimana: dura da anni ed è il dato operativo più importante di questa pagina.

Il cantiere aperto nel 2021

L’ordine dei Barnabiti ha documentato l’avvio dei lavori l’11 ottobre 2021, partendo dalla sotto chiesa e con il coordinamento di uno studio di architettura incaricato del progetto. Repertori specializzati in chiese romane hanno riportato per l’intervento una cifra intorno ai 3,3 milioni di euro e una conclusione attesa per il maggio 2024, registrando però che a quella data i lavori non erano finiti. Alla data in cui scriviamo non ci risulta una comunicazione ufficiale di riapertura al culto della chiesa grande: il dato va verificato prima di muoversi, perché su un cantiere di questa durata lo stato delle cose può cambiare da un mese all’altro.

Cosa significa in pratica per chi arriva

Significa che la facciata di Soria si vede sempre, perché è su strada pubblica, ma che l’interno può essere inaccessibile, accessibile solo in parte o accessibile con ponteggi montati. Significa anche che la cupola, cioè la ragione per cui si entra qui, può risultare coperta: i restauri delle cupole si fanno con impalcature interne che tagliano la vista dei pennacchi per mesi. Chi arriva sperando nel Domenichino e trova un tubo Innocenti ha sprecato mezza mattinata. L’unica difesa è una telefonata o un messaggio alla rettoria qualche giorno prima.

Perché si chiama “ai Catinari”

L’appellativo “ai Catinari” deriva dalle botteghe dei fabbricanti di catini, cioè di recipienti di terracotta e di ceramica da cucina e da toeletta, che lavoravano nelle strade intorno alla chiesa. È una specificazione di mestiere, come se ne trovano a decine nel centro di Roma, e serviva a distinguere questa chiesa dalle altre dedicate allo stesso santo in città, a partire da San Carlo alle Quattro Fontane, che è una chiesa diversa, molto più piccola e di tutt’altro autore.

Una città che si nomina con i mestieri

Basta guardare le targhe stradali del quadrante per capire il criterio: via dei Giubbonari dai venditori di giubboni, via dei Chiavari dai fabbricanti di chiavi e serrature, via dei Baullari dai costruttori di bauli, via dei Cappellari, via dei Balestrari, via dei Pettinari, via dei Falegnami, largo dei Librari. Non sono nomi decorativi: registrano una topografia produttiva reale, quella dei rioni di mestiere che occupavano l’ansa del Tevere fra il Campidoglio e Castel Sant’Angelo. I catinari stavano dentro questa rete, e la chiesa ha preso il soprannome dalla strada come tutte le altre. Chi cammina da Campo de’ Fiori verso il Ghetto attraversa in dieci minuti quattro o cinque di questi nomi.

San Biagio dell’Anello, la chiesa che c’era prima

Sul sito esisteva una chiesa medievale intitolata a san Biagio, documentata almeno dal 1186 e legata a un piccolo complesso assistenziale. Il nome tradizionale era San Biagio dell’Anello, per via di una reliquia conservata lì. Quando nel 1575 papa Gregorio XIII assegnò il complesso ai Barnabiti, l’ordine si trovò con un edificio troppo piccolo per le proprie esigenze e con un progetto di ampliamento che avrebbe richiesto quasi mezzo secolo. La chiesa vecchia fu demolita nel 1617, a cantiere nuovo già avviato, e la dedica a san Biagio è stata conservata nel titolo ufficiale accanto a quella a Carlo Borromeo. Per questo l’edificio ha due nomi e la gente ne usa uno solo.

Una curiosità su San Carlo ai Catinari

Dal 1685 al 1848 l’Accademia di Santa Cecilia, cioè l’istituzione musicale romana da cui discende l’attuale Accademia Nazionale, ebbe qui la propria sede. Non è un dettaglio da nota a piè di pagina: per oltre un secolo e mezzo la vita musicale della città, le prove, gli esami dei maestri di cappella e le celebrazioni per la patrona dei musicisti sono passate da questo isolato fra via Arenula e i Giubbonari.

Perché proprio qui

La coincidenza non è casuale. In chiesa esiste una cappella dedicata a Santa Cecilia, decorata fra il 1692 e il 1700 da Antonio Gherardi, che ne fu insieme architetto e pittore. La presenza della cappella e la presenza dell’Accademia si sono alimentate a vicenda: una comunità di musicisti che aveva un luogo di culto proprio, e un luogo di culto che per quella comunità è diventato un punto di riferimento. La cappella è uno degli ambienti più singolari del tardo barocco romano, con stucchi trattati come drappeggi e un gioco di luce studiato per arrivare dall’alto.

Il motto sulla facciata

Sopra il portale centrale, un’immagine di san Carlo Borromeo in preghiera è accompagnata dalla scritta HUMILITAS in caratteri gotici. È il motto della famiglia Borromeo, e chi lo riconosce può divertirsi a ritrovarlo in mezza Italia settentrionale, sulle isole del lago Maggiore come sulle facciate milanesi. A Roma questa è una delle poche occasioni per vederlo esposto in facciata su una chiesa di grande formato. Guardarlo costa dieci secondi e non richiede che la chiesa sia aperta.

Una chiesa che quasi nessuno entra a vedere

Il giudizio che ci sentiamo di dare è netto: San Carlo ai Catinari è, in rapporto alla qualità di quello che contiene, una delle chiese meno visitate del centro storico di Roma. Il motivo non è il valore, è la posizione. Sta su un asse di puro transito, in mezzo a due poli che assorbono tutta l’attenzione, con una facciata che chiude una strada anziché aprire una piazza monumentale. Chi cammina sui Giubbonari sta andando da qualche parte, non sta visitando. E infatti tira dritto.

Il cantiere del Seicento: Rosato Rosati, Soria, Marucelli

La chiesa attuale fu progettata da Rosato Rosati, architetto marchigiano di formazione tardo cinquecentesca, e costruita in un arco di tempo che le fonti collocano fra il 1611 o il 1612 e il 1620 per la parte strutturale. La divergenza fra le due date d’avvio è reale e conviene riportarla: alcuni repertori indicano il 1611 come inizio dei lavori, altri precisano la data del 26 febbraio 1612 come posa della prima pietra. Il completamento della fabbrica richiese comunque più di un secolo, perché la consacrazione avvenne solo nel 1722.

Rosato Rosati e l’impianto a croce greca

L’impianto è a croce greca allungata, con una navata breve e un incrocio dominato dalla cupola. È una soluzione che nel primo Seicento romano non era scontata: le chiese degli ordini nuovi puntavano spesso su navate lunghe e cappelle laterali profonde, pensate per la predicazione. Rosati ha invece concentrato tutto sull’invaso centrale, e ha calibrato l’alzato perché lo sguardo di chi entra finisca inevitabilmente in alto. La cupola era la scommessa del progetto, e risulta conclusa entro il 1620. Chi vuole un termine di paragone cronologico lo trova nella cupola di Sant’Andrea della Valle, cantiere quasi contemporaneo a quattrocento metri di distanza.

La facciata di Giovanni Battista Soria

La facciata in travertino è opera di Giovanni Battista Soria. Sulle date le fonti oscillano fra 1635-1638 e 1636-1638, e la differenza dipende da come si conta l’avvio del cantiere rispetto all’approvazione del progetto. Si articola su due ordini separati da una trabeazione continua, con otto paraste corinzie e un corpo centrale leggermente aggettante, tre portali di cui il mediano più largo, una finestra ad arco sopra l’ingresso e finestre rettangolari ai lati. Soria lavorava spesso su modelli desunti dall’architettura di fine Cinquecento, e qui il risultato è una facciata sobria, costruita per reggere la prospettiva di una strada stretta più che per stupire da lontano. Chi conosce il repertorio delle facciate romane la confronterà volentieri con quelle raccolte nel nostro percorso su Roma barocca.

Una cosa che non ti dice nessuno su San Carlo ai Catinari

Sotto il pavimento della chiesa esistono ambienti di età imperiale romana, documentati dai gruppi che si occupano di sotterranei urbani: strutture di servizio pertinenti a un grande edificio dei primi due secoli dopo Cristo e, soprattutto, un ninfeo appartenente a una residenza signorile del III secolo, con una decorazione a mosaico sulla volta che viene segnalata come rara.

Un ninfeo con il mosaico sulla volta

I mosaici parietali e voltati sono molto meno comuni dei pavimentali, perché si conservano peggio e perché richiedevano una committenza ricca. Trovarne uno in buona parte leggibile sotto una chiesa barocca del centro dice due cose: che l’area era occupata da abitazioni di livello alto in età imperiale, e che le fondazioni seicentesche hanno inglobato invece di distruggere. È la stessa dinamica che rende stratificate quasi tutte le chiese romane, dalla Basilica di San Clemente in giù.

La cupola e i pennacchi del Domenichino

La cupola di San Carlo ai Catinari, conclusa entro il 1620 su progetto di Rosato Rosati, è una delle più ampie realizzate a Roma prima dell’età contemporanea, e i suoi quattro pennacchi furono affrescati dal Domenichino fra il 1627 e il 1630 con le quattro Virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Questi due dati sono il motivo per cui la chiesa merita una deviazione, e vanno raccontati con le cautele che seguono.

Il primato conteso

Sulla posizione esatta della cupola in classifica le fonti non concordano, e sarebbe scorretto scegliere la versione più comoda. La voce enciclopedica italiana la definisce la quarta di Roma per grandezza dopo quelle del Pantheon, di San Pietro in Vaticano e di Sant’Andrea della Valle, precisando che il confronto riguarda gli edifici anteriori all’epoca contemporanea e che due chiese novecentesche l’hanno poi superata. Un repertorio specializzato in chiese romane la indica invece come la terza del centro storico, dopo San Pietro e Sant’Andrea della Valle, escludendo dal conto il Pantheon perché edificio di origine antica. Le due affermazioni sono compatibili fra loro: cambia il criterio, non la sostanza. Resta che parliamo di una delle cupole più grandi della città.

Le misure che non riportiamo

Non troviamo un dato di diametro concordante e verificabile fra le fonti consultate, e quindi non ne indichiamo nessuno. Le schede divulgative che circolano riportano numeri diversi senza citare il rilievo da cui derivano. Su un elemento architettonico di questa importanza preferiamo un’assenza dichiarata a una cifra inventata.

Il tamburo, la calotta e una seconda divergenza

Anche sulla partizione della cupola le descrizioni non coincidono. Una tradizione descrittiva parla di un tamburo alto traforato da dodici finestre ad arco e di una calotta divisa in dodici spicchi da costoloni, con oculi ciechi. Un’altra descrive un impianto a sedici lati con sedici oculi. La discordanza nasce probabilmente dal fatto che si stanno contando elementi diversi, finestre del tamburo da un lato e partizioni della calotta o oculi dall’altro. Chi entra e vuole togliersi il dubbio può contare da sotto: è un esercizio che occupa due minuti e che costringe a guardare la cupola davvero, invece di fotografarla e basta.

Le quattro Virtù cardinali e il problema della Fortezza

Gli affreschi dei pennacchi sono opere tarde del Domenichino, realizzate quando il pittore aveva già alle spalle i cicli romani maggiori. Su uno dei quattro, la Fortezza, un repertorio specializzato riporta il completamento da parte di Francesco Cozza. Non abbiamo trovato conferma di questa notizia in tutte le fonti consultate, e la riportiamo come divergenza: se la chiesa è aperta e c’è un pannello informativo o una guida della rettoria, è la domanda giusta da fare sul posto.

Come si guardano i pennacchi, in pratica

I pennacchi sono i quattro triangoli sferici che raccordano l’arco della crociera al cerchio del tamburo. Si trovano in alto, in una zona di penombra, e da terra si vedono male se non ci si mette nella posizione giusta. Le indicazioni operative sono quattro. Primo: mettersi sotto l’incrocio, esattamente al centro, e guardare uno per volta invece di ruotare in fretta. Secondo: andare nelle ore centrali della giornata, quando la luce entra dalle finestre del tamburo e illumina i raccordi da dietro. Terzo: portare un binocolo piccolo, perché i volti e i panneggi a occhio nudo restano illeggibili. Quarto: mettere in conto dieci minuti buoni di collo all’insù, che sono tanti e che quasi nessuno dedica.

Fulmini, cannonate e terremoti

La cupola ha una storia di danni ben documentata. Le cronache locali ricordano che fu colpita più volte da fulmini e che subì i colpi dell’artiglieria francese sparata dal Gianicolo durante l’assedio della Repubblica Romana del 1849. Questi danni furono alla base dei restauri generali ordinati da Pio IX intorno al 1860. Nel 1915 la cupola fu nuovamente restaurata per i danni di un terremoto. E nel 2016 i terremoti dell’Italia centrale hanno portato alla dichiarazione di inagibilità che ha chiuso la chiesa. Quattro secoli di storia sismica e bellica concentrati su un unico elemento strutturale.

Il consiglio che ti do per visitare San Carlo ai Catinari

Il consiglio operativo è uno solo e viene prima di tutti gli altri: telefonare o scrivere alla rettoria qualche giorno prima, perché con un cantiere aperto dal 2021 lo stato di accesso può cambiare senza preavviso e senza comunicati. L’ingresso in chiesa, quando la chiesa è aperta, è libero: non esiste biglietteria, non esiste prenotazione online, non esiste tariffa. Chiunque proponga un biglietto a pagamento per entrare in questa chiesa sta vendendo altro.

Gli orari sono variabili, e non li inventiamo

Gli orari di apertura di San Carlo ai Catinari non sono stabili e non ci risulta un calendario ufficiale pubblicato e aggiornato per la chiesa grande. Le informazioni della rettoria riguardano le celebrazioni nella cappella del convento, con messe feriali al mattino e una messa domenicale in tarda mattinata, oltre a variazioni estive. Repertori più vecchi riportano finestre di apertura mattutine e pomeridiane che non possiamo dare per attuali. La regola pratica: le chiese romane di questo tipo chiudono quasi tutte per alcune ore nel primo pomeriggio, e nessuna apertura è garantita nei giorni di festa. Chiedere è più rapido che sperare.

Se la trovi aperta, in che ordine guardarla

Un percorso che funziona in venti minuti è questo. Entrare e fermarsi subito, senza avanzare, per prendere la misura dell’invaso: l’impianto a croce greca si legge solo dall’ingresso. Poi andare al centro dell’incrocio e dedicare i primi dieci minuti alla cupola e ai quattro pennacchi, prima che la stanchezza del collo renda tutto faticoso. Poi la testata: l’altare maggiore e il catino absidale. Poi le cappelle laterali, con una sosta più lunga su quella di Santa Cecilia. La sagrestia, quando è accessibile, va chiesta esplicitamente. Chi inverte l’ordine e parte dalle cappelle arriva alla cupola già stufo, e la cupola è la ragione per cui è venuto.

Accessibilità e comfort

L’ingresso principale su piazza Benedetto Cairoli ha alcuni gradini, come quasi tutte le chiese romane di questo formato. Non ci risultano informazioni ufficiali aggiornate su rampe o percorsi alternativi, e con il cantiere in corso qualunque indicazione precedente va riverificata. Dentro non ci sono servizi igienici pubblici, e nel raggio di due minuti a piedi non ce ne sono di gratuiti: conviene organizzarsi prima. In inverno la chiesa è fredda, come tutte le chiese non riscaldate del centro; in estate è uno dei pochi ambienti freschi della zona, ed è un motivo pratico in più per entrarci nel primo pomeriggio di luglio.

Se la trovi chiusa: il piano B che consigliamo

Trovare chiuso qui non è una giornata persa, perché nel raggio di cinquecento metri ci sono almeno cinque chiese che aprono con più regolarità. In ordine di distanza: San Paolo alla Regola, Santissima Trinità dei Pellegrini, Santa Maria dell’Orazione e Morte su via Giulia, Sant’Andrea della Valle su corso Vittorio e Santa Maria in Campitelli verso il Ghetto. Le prime tre sono poco frequentate quanto San Carlo; la quarta ha una cupola che consente un confronto diretto con quella di Rosati; la quinta è un’architettura di Carlo Rainaldi che da sola vale lo spostamento.

Le opere dentro la chiesa, e quali attribuzioni reggono

San Carlo ai Catinari conserva un insieme di dipinti seicenteschi firmati da alcuni dei nomi maggiori della pittura barocca romana: Pietro da Cortona, Giovanni Lanfranco, Andrea Sacchi, Mattia Preti, Giacinto Brandi, oltre al Domenichino dei pennacchi. È esattamente il tipo di chiesa in cui le guide divulgative mescolano le attribuzioni, perché i nomi grossi sono tanti e le cappelle sono molte. Qui separiamo quello che le fonti riportano in modo concorde da quello che va verificato sul posto.

L’altare maggiore e Pietro da Cortona

La pala dell’altare maggiore raffigura san Carlo Borromeo che reca in processione il Santo Chiodo ed è attribuita concordemente a Pietro da Cortona, con data 1667. È un soggetto preciso e storicamente identificabile: la processione milanese del 1576, durante la peste, in cui l’arcivescovo portò la reliquia del Chiodo della Croce. Il dipinto racconta quel momento, e non una scena devozionale generica. L’architettura dell’altare che lo inquadra viene riferita a Martino Longhi il Giovane. Chi vuole seguire Pietro da Cortona in città trova il suo capolavoro decorativo a pochi minuti da qui, e il percorso è tracciato nella nostra pagina su Roma barocca.

Giovanni Lanfranco, due volte

Lanfranco compare in due punti. Nel catino absidale con l’apoteosi di san Carlo Borromeo accolto in cielo, affresco datato 1646. E come autore di un’Annunciazione riferita al 1624, legata nelle descrizioni alla cappella Costaguti. Le due opere distano vent’anni e mostrano due momenti diversi della carriera del pittore, che in mezzo aveva lavorato a Napoli. Non tutte le schede distinguono le due presenze, e capita di leggere descrizioni che le confondono in una sola.

La cappella di Santa Cecilia di Antonio Gherardi

La cappella di Santa Cecilia, realizzata fra il 1692 e il 1700, è opera di Antonio Gherardi come architetto e come pittore: sua è la tela con Santa Cecilia e gli angeli musicanti, sua l’invenzione dello spazio. Le descrizioni specialistiche la considerano uno degli esercizi più elaborati del tardo barocco romano, con stucchi lavorati a imitazione di drappeggi e una volta ellittica inferiore traforata da un oculo, oltre il quale compaiono figure di angeli musicisti. Antonio Gherardi firma a Roma anche la cappella di Santa Teresa d’Avila nella basilica di Santa Maria in Trastevere, costruita sulla stessa idea di apertura scenografica verso l’alto: chi ha visto una delle due riconosce subito l’altra. È il pezzo che consigliamo di guardare subito dopo i pennacchi.

Le altre attribuzioni, e come trattarle

Nelle cappelle e nella sagrestia le fonti segnalano un martirio di san Biagio riferito a Giacinto Brandi con data 1678, affreschi con storie di san Carlo attribuiti a Mattia Preti e al fratello Gregorio, una morte di sant’Anna di Andrea Sacchi, una tela con martiri persiani riferita a Giovanni Francesco Romanelli, una Madonna della Divina Provvidenza collegata al nome di Scipione Pulzone e datata 1594, un trittico quattrocentesco con la Madonna col Bambino, un crocifisso bronzeo attribuito ad Alessandro Algardi e un dipinto del Cavalier d’Arpino datato 1589. Alcune schede aggiungono il nome di Guido Reni. Queste attribuzioni non hanno tutte lo stesso grado di solidità: alcune sono consolidate nella letteratura, altre circolano nelle guide senza riferimenti. Le riportiamo perché il lettore sappia cosa cercare, e raccomandiamo di considerarle indicative finché non si legge una didascalia in chiesa o una scheda di catalogo.

San Carlo ai Catinari
Foto: Nicholas Gemini, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

San Carlo ai Catinari non è più una parrocchia: la parrocchia omonima è stata soppressa il 14 settembre 2020 e la chiesa è diventata una rettoria dipendente dalla parrocchia di San Lorenzo in Damaso, quella che ha sede nel Palazzo della Cancelleria. È un fatto pubblico, riportato dalla rettoria stessa e dalle fonti diocesane, e cambia in modo concreto il funzionamento del luogo.

Che differenza fa, per chi visita

Una parrocchia ha obblighi di apertura e un flusso quotidiano di fedeli che la tengono viva; una rettoria no. Significa orari più stretti, meno personale in sede, meno presidio. Significa anche che le informazioni si trovano sui canali della rettoria e non su quelli di una parrocchia strutturata. Quando una chiesa romana passa da parrocchia a rettoria, di norma l’accessibilità peggiora. Qui è successo quattro anni dopo la dichiarazione di inagibilità, e i due fatti sono chiaramente collegati.

Il titolo cardinalizio e la diaconia

Sul piano ecclesiastico la chiesa ha una storia di titoli piuttosto mossa. Il titolo cardinalizio di San Carlo ai Catinari fu istituito e poi soppresso nel 1627, con trasferimento ai Santi Ambrogio e Carlo al Corso. La diaconia dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari è stata istituita il 2 dicembre 1959 da Giovanni XXIII. Sono dettagli che interessano chi segue le nomine cardinalizie, e che spiegano perché cercando il nome della chiesa si trovino elenchi di cardinali titolari che sembrano non avere nulla a che fare con il quartiere.

La foto giusta da fare a San Carlo ai Catinari

La fotografia che rende meglio questa chiesa è la facciata di Soria ripresa dall’imbocco di via dei Giubbonari, nel tardo pomeriggio, quando il sole radente da ovest colpisce il travertino e mette in rilievo le paraste e la trabeazione. È l’unica inquadratura in cui l’edificio si legge per intero senza deformazioni pesanti, perché la strada funziona da corridoio prospettico e la piazza dà lo spazio di arretramento che serve.

Dall’esterno: tre inquadrature che funzionano

La prima è quella frontale dai Giubbonari, descritta sopra. La seconda è dall’angolo opposto di piazza Benedetto Cairoli, con gli alberi della piazza in primo piano a fare da cornice naturale e la facciata sul fondo: regge bene anche a mezzogiorno, quando la luce piatta uccide i rilievi. La terza è il dettaglio del portale centrale con l’immagine di san Carlo e la scritta HUMILITAS, che si fa con un teleobiettivo corto o con lo zoom del telefono e che restituisce l’unico elemento davvero identificativo della facciata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di San Carlo ai Catinari copre otto secoli e mezzo, dal 1186 della prima menzione della chiesa medievale al cantiere di restauro aperto nel 2021. Quello che segue è l’elenco dei passaggi documentati dalle fonti consultate, con l’avvertenza che su alcune date i repertori divergono e che le divergenze sono segnalate.

Il Seicento, secolo del cantiere

Il cantiere della chiesa nuova parte fra il 1611 e il 1612, a seconda della fonte. Entro il 1620 la struttura e la cupola sono compiute. Nel 1617 viene demolita la chiesa medievale e la dedica si sposta su Carlo Borromeo, canonizzato sette anni prima. Nel 1627 il lascito del cardinale Giovanni Battista Leni rimette in moto i lavori, e fra il 1627 e il 1630 il Domenichino affresca i pennacchi. Fra il 1635 e il 1638, con oscillazione delle fonti sull’anno d’avvio, Giovanni Battista Soria costruisce la facciata. Nel 1642 Paolo Marucelli aggiunge l’abside, che Lanfranco affrescherà nel 1646. Nel 1667 Pietro da Cortona consegna la pala dell’altare maggiore, e fra il 1692 e il 1700 Antonio Gherardi realizza la cappella di Santa Cecilia.

Il Novecento e gli ultimi vent’anni

Nel 1915 la cupola è restaurata per i danni di un terremoto. Il 2 dicembre 1959 Giovanni XXIII istituisce la diaconia. Nel 1995 viene restaurato l’organo. Nel 2016 i terremoti dell’Italia centrale portano alla dichiarazione di inagibilità. Il 14 settembre 2020 la parrocchia è soppressa e la chiesa diventa rettoria. L’11 ottobre 2021 si apre il cantiere di restauro, che alla primavera del 2024 non risultava concluso. È una sequenza che dice molto su come funziona la manutenzione del patrimonio religioso romano: interventi grandi e distanziati, decenni di attesa in mezzo.

Chi è passato da San Carlo ai Catinari

Da San Carlo ai Catinari sono passati, come progettisti o come esecutori, alcuni dei nomi che definiscono il Seicento romano: Rosato Rosati, Giovanni Battista Soria, Paolo Marucelli, Martino Longhi il Giovane, il Domenichino, Giovanni Lanfranco, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Mattia Preti, Antonio Gherardi. Sono gli stessi nomi che si incontrano percorrendo il centro storico da piazza Navona al Campidoglio.

Carlo Borromeo, che qui non è mai stato

Vale la pena chiarirlo subito per evitare equivoci: Carlo Borromeo, morto nel 1584, non ha mai messo piede in questa chiesa, che è stata costruita quasi trent’anni dopo la sua morte e intitolata a lui dopo la canonizzazione del 1610. Il legame è devozionale, non biografico. Lo stesso vale per Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti, morto nel 1539: la sua presenza qui è quella di un santo dell’ordine, celebrato nel 1897 con la canonizzazione, non quella di un abitante del convento.

I pittori, e cosa stavano facendo in quegli anni

Il Domenichino arriva ai pennacchi nel 1627, in una fase tarda della sua carriera romana, dopo i cicli che lo avevano imposto come uno dei protagonisti del classicismo bolognese trapiantato a Roma. Lanfranco, suo rivale storico proprio sul terreno delle cupole, torna qui nel 1646 dopo l’esperienza napoletana. Pietro da Cortona nel 1667 è all’ultimo tratto della sua attività, quando ha già dato alla città le sue macchine decorative maggiori. Tre generazioni, o quasi, sovrapposte nello stesso edificio a distanza di quarant’anni. Chi vuole seguire il filo della pittura seicentesca romana da una chiesa all’altra trova il percorso più ricco nel nostro itinerario su Caravaggio a Roma per la generazione precedente e in quello su Bernini a Roma per la scultura contemporanea.

Il quadrante intorno: fra Campo de’ Fiori e il Ghetto

San Carlo ai Catinari si trova esattamente sulla linea che separa due zone del centro storico con caratteri opposti: a ovest il reticolo dei mestieri intorno a Campo de’ Fiori, a est il Ghetto. In mezzo passa via Arenula, che è un taglio ottocentesco e si vede: strada larga, palazzi umbertini, traffico. Capire questa geografia serve, perché spiega perché la chiesa è così poco visitata pur avendo decine di migliaia di passaggi al giorno a cento metri.

Verso Campo de’ Fiori

Via dei Giubbonari è la strada commerciale più battuta del quadrante e porta in quattro minuti alla piazza del mercato. Da lì in poi si apre il reticolo di vicoli che arriva a via Giulia, con Santa Maria dell’Orazione e Morte, Sant’Eligio degli Orefici e la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Verso corso Vittorio si incontrano il Palazzo della Cancelleria, il Museo Barracco e il Museo di Roma a Palazzo Braschi.

Verso il Ghetto

Dall’altra parte, per via dei Falegnami, si arriva in pochi minuti a piazza Mattei con la Fontana delle Tartarughe, e da lì al Portico di Ottavia, a Santa Maria in Campitelli, al Museo Ebraico di Roma e alla piccola San Gregorio della Divina Pietà. Proseguendo si raggiungono il Teatro di Marcello, San Nicola in Carcere e i ponti sull’Isola Tiberina, cioè ponte Fabricio e ponte Cestio.

Verso corso Vittorio e il Pantheon

Risalendo via di Torre Argentina si incontrano largo di Torre Argentina con l’area sacra, il santuario dei gatti, la Chiesa del Gesù e, più su, la Basilica di Santa Maria sopra Minerva e Sant’Ignazio di Loyola. Verso ovest, oltre corso Vittorio, ci sono San Luigi dei Francesi con la cappella Contarelli, Sant’Ivo alla Sapienza e Sant’Agnese in Agone. Nel raggio di un chilometro da piazza Cairoli si concentra quanto di meglio abbia prodotto il barocco romano, e chi ha una mezza giornata farebbe bene a costruire il giro in questo quadrante invece di attraversare la città.

Il giudizio, senza giri di parole

Fra le chiese di questo tratto di centro, San Carlo ai Catinari è quella con il rapporto migliore fra qualità di quello che contiene e numero di visitatori. Sant’Andrea della Valle e il Gesù sono più frequentate e più affollate; San Luigi dei Francesi in alta stagione ha una fila che scoraggia. Qui, quando la chiesa è aperta, si entra e si è soli. Il prezzo di questa tranquillità è l’incertezza sull’apertura, e con il cantiere aperto il prezzo è salito parecchio.

Mangiare in zona senza cadere in trappola

La zona fra Campo de’ Fiori e il Ghetto è una delle più esposte di Roma al turismo di passaggio, e di conseguenza una delle più piene di locali costruiti per intercettare chi cammina senza sapere dove va. Non facciamo nomi di insegne, né in positivo né in negativo: un elenco invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri, che restano validi quando le insegne cambiano.

I cinque segnali che riconosciamo sul campo

Il primo è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o su un tavolino in strada: è un richiamo pubblicitario, non un indizio di cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, in qualunque lingua sia scritto: serve a chi non deve leggere, cioè a chi non tornerà. Il terzo è l’acchiappino sulla soglia che invita a sedersi: un locale con clienti non ha bisogno di fermare i passanti. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte, senza pausa di cucina: una cucina vera si ferma fra i servizi. Il quinto è la posizione davanti a un monumento famoso, dove capita che il prezzo si adegui al turista che si ha di fronte, con voci non prezzate sul menu o listini diversi fra dentro e fuori.

Le catene del centro

Nel centro storico si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino all’ingresso. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione che conta è un’altra: i romani non ci vanno. Un esercizio che vive esclusivamente di flusso turistico non ha nessun motivo per tenere alta la qualità, perché il cliente che perde non tornerebbe comunque.

Il criterio più semplice di tutti

Guardare chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio di un martedì il locale è pieno di gente che parla italiano e ordina senza guardare il menu, si è trovato un posto che lavora sul quartiere. Se invece i tavoli sono occupati solo da persone con lo zaino e la mappa, il conto lo dirà. Questo criterio vale a due passi da San Carlo ai Catinari come in qualunque altro punto della città, e non richiede né app né classifiche.

La lista che usiamo noi

Per chi vuole partire da una selezione già fatta, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata e non sponsorizzata: nessun locale paga per esserci e nessuno viene tolto su richiesta. Per un ragionamento più ampio su come si sceglie dove mangiare in città, e su quali quartieri conviene battere, rimandiamo alla nostra pagina su dove mangiare a Roma.

Come inserire la visita in un itinerario

San Carlo ai Catinari funziona come tappa dentro un percorso, non come meta di una gita a sé: la visita dura mezz’ora e l’apertura non è garantita, quindi costruirci sopra una mattinata è imprudente. Qui sotto tre schemi che abbiamo verificato a piedi e che si tengono anche se la chiesa risulta chiusa.

Mezza giornata barocca, tutta a piedi

Partenza da Sant’Andrea della Valle, discesa per via dei Chiavari fino a San Carlo ai Catinari, poi via dei Giubbonari verso Campo de’ Fiori e via Giulia, rientro per ponte Sisto se si vuole chiudere a Trastevere, dove la prima chiesa che si incontra è la Basilica di San Crisogono. Sono tre ore e mezza con le soste, quattro se si entra in tutte le chiese.

Con i bambini, e quando piove

Con i bambini piccoli la chiesa regge dieci minuti, non di più: si entra, si guarda la cupola, si esce. Funziona meglio abbinata all’Isola Tiberina e ai ponti, dove c’è spazio per camminare. Se piove, il giro resta praticabile perché le distanze sono brevissime e le chiese sono al coperto, ma conviene mettere in conto che con il maltempo gli orari si accorciano e che qualche portone chiude prima. In estate, con il caldo forte del primo pomeriggio, il quadrante fra piazza Cairoli e il Ghetto è uno dei pochi del centro in cui si cammina quasi sempre all’ombra: i vicoli sono stretti e i palazzi alti.

Domande frequenti su San Carlo ai Catinari

Quanto costa entrare a San Carlo ai Catinari?

L’ingresso a San Carlo ai Catinari è libero e gratuito, come in quasi tutte le chiese di culto di Roma: non esiste biglietteria, non esiste prenotazione online e non esiste alcuna tariffa ufficiale. Eventuali offerte sono volontarie. Chi trova in rete proposte a pagamento per la sola visita di questa chiesa sta acquistando un servizio di accompagnamento, non un titolo di accesso.

Quali sono gli orari di apertura di San Carlo ai Catinari?

Gli orari di San Carlo ai Catinari sono variabili e non ci risulta un calendario ufficiale stabile e aggiornato per la chiesa grande, che dal 2016 è dichiarata inagibile. Le celebrazioni si svolgono in una cappella del convento, con messe feriali al mattino e una messa domenicale in tarda mattinata soggetta a variazioni estive. Prima di andare conviene contattare la rettoria in piazza Benedetto Cairoli 117 e chiedere conferma.

San Carlo ai Catinari è aperta o chiusa per restauro?

San Carlo ai Catinari risulta chiusa al pubblico da quando, nel 2016, i terremoti dell’Italia centrale ne hanno determinato l’inagibilità, e dall’ottobre 2021 è interessata da un cantiere di restauro il cui completamento, previsto per il 2024, alla primavera di quell’anno non risultava raggiunto. Lo stato attuale dei lavori va verificato direttamente con la rettoria o sui canali dell’ordine dei Barnabiti prima di programmare la visita.

Dove si trova San Carlo ai Catinari e come ci si arriva?

San Carlo ai Catinari si trova in piazza Benedetto Cairoli 117, fra via Arenula e via dei Giubbonari, a metà strada fra Campo de’ Fiori e il Ghetto. Ci si arriva con il tram 8 lungo via Arenula, oppure con gli autobus che percorrono corso Vittorio Emanuele II, fra cui il 46, il 62 e il 64. La metropolitana non serve questo tratto di centro storico. A piedi sono quattro minuti da Campo de’ Fiori.

Perché la chiesa si chiama “ai Catinari”?

Il nome di San Carlo ai Catinari deriva dalle botteghe dei fabbricanti di catini, recipienti di terracotta e ceramica, che lavoravano nelle strade intorno alla chiesa. È lo stesso criterio che ha dato il nome a via dei Giubbonari, via dei Chiavari, via dei Baullari e via dei Falegnami: una toponomastica di mestiere che nel centro storico di Roma registra la geografia produttiva dei rioni artigiani fra Campo de’ Fiori e il Tevere.

Chi ha dipinto i pennacchi della cupola di San Carlo ai Catinari?

I quattro pennacchi della cupola di San Carlo ai Catinari furono affrescati dal Domenichino fra il 1627 e il 1630 con le quattro Virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Sono opere tarde del pittore. Un repertorio specializzato riporta che la Fortezza sarebbe stata completata da Francesco Cozza, notizia che non trova conferma in tutte le fonti e che conviene verificare sul posto o in un catalogo scientifico.

Quanto è grande la cupola di San Carlo ai Catinari?

La cupola di San Carlo ai Catinari, compiuta entro il 1620 su progetto di Rosato Rosati, è una delle più ampie costruite a Roma prima dell’età contemporanea: alcune fonti la indicano come la quarta della città dopo Pantheon, San Pietro e Sant’Andrea della Valle, altre come la terza del centro storico escludendo il Pantheon. Non riportiamo un dato di diametro perché le fonti consultate non concordano.

Quanto tempo serve per visitare San Carlo ai Catinari?

Per visitare San Carlo ai Catinari bastano venti minuti, che diventano trenta o trentacinque guardando con attenzione la cupola, i pennacchi del Domenichino e la cappella di Santa Cecilia di Antonio Gherardi. È una chiesa densa ma non vasta, senza percorso museale e senza sale successive. Chi vuole dedicare tempo ai soli pennacchi può arrivare a quaranta minuti, binocolo alla mano.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi costruisce un itinerario nel centro storico di Roma incrociando questa tappa con le chiese di corso Vittorio, il reticolo di Campo de’ Fiori e il Ghetto trova strumenti di pianificazione, gestione dei gruppi e coordinamento delle visite su Tour Leader Pro, che segue da anni la programmazione culturale romana e la logistica dei percorsi a piedi nel centro.

Per il quadro più ampio, cioè spostamenti fra le città italiane, collegamenti ferroviari e aeroportuali, tempi di percorrenza e organizzazione di un viaggio che comprenda Roma insieme ad altre mete del Lazio e del resto del Paese, una risorsa utile è Italy Planner.

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