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Teatro Centrale

Teatro Centrale, dove si trova davvero e perché l'indirizzo conta

Ci sono luoghi di Roma che si raccontano da soli perché stanno su una piazza monumentale, con la facciata in vista e il nome scolpito sull'architrave. Teatro Centrale non è uno di questi. Teatro Centrale si trova in via Celsa 6, una strada breve, stretta, quasi timida, che si apre alle spalle di piazza del Gesù e scivola verso il fondo del rione Pigna. Se non sapete che c'è, gli passate davanti e non lo vedete. Ed è esattamente questa la ragione per cui, quando accompagno qualcuno da quelle parti, comincio sempre dall'indirizzo e non dal palcoscenico.

Le coordinate, per chi ama la precisione, cadono attorno a 41,895 di latitudine e 12,476 di longitudine: siamo nel cuore geometrico della Roma storica, dentro il Municipio I, a poche decine di metri dal punto in cui la città medievale, quella barocca e quella repubblicana si sovrappongono senza soluzione di continuità. Da via Celsa, camminando cinque minuti in una direzione, si arriva al Pantheon; cinque minuti nell'altra e si è ai piedi del Vittoriano; tre minuti scarsi e si è affacciati sull'area sacra di largo di Torre Argentina, dove i templi repubblicani stanno quattro metri sotto il livello della strada moderna.

Questa condizione — un teatro nascosto in mezzo a tutto — non è un dettaglio pittoresco. È la chiave interpretativa dell'intero luogo. Teatro Centrale appartiene a quella famiglia di sale romane che non sono nate come monumenti ma come esercizi: spazi costruiti dentro il tessuto edilizio esistente, ricavati in cortili, magazzini, corti interne, adattati e riadattati nel corso di più di un secolo. Non hanno un architetto celebre da esibire, non hanno una data di inaugurazione che entri nei manuali, e proprio per questo sono i testimoni più onesti di come funziona davvero la vita culturale di una città.

Vi dico subito come la penso: se venite a Roma per la prima volta e avete tre giorni, Teatro Centrale non sarà il motivo del vostro viaggio. Ma se ci tornate, se volete capire come i romani hanno usato il proprio centro storico nel Novecento invece di limitarsi a fotografarlo, allora l'indirizzo di via Celsa 6 diventa una tappa che spiega più di molte basiliche.

Il punto esatto sulla mappa mentale della città

Per orientarvi senza telefono in mano, tenete tre riferimenti. Il primo è la facciata della Chiesa del Gesù, la chiesa madre della Compagnia di Gesù, che chiude la piazza omonima con la sua massa travertino e la sua storia densa. Il secondo è la mole rossastra e severa di palazzo Altieri, che occupa un intero lato dello stesso slargo. Il terzo è via delle Botteghe Oscure, l'arteria che scorre poco più a sud e che nel Novecento è stata, nell'immaginario politico italiano, sinonimo di un partito intero. Teatro Centrale sta dentro il triangolo definito da questi tre punti.

È un triangolo minuscolo, si percorre in meno di dieci minuti a passo lento, eppure contiene una quantità di storia sproporzionata: un tempio repubblicano, un teatro antico di età augustea, una chiesa che ha riscritto l'architettura religiosa di mezza Europa, un palazzo cardinalizio, e una sala da spettacolo del primo Novecento. Non conosco molte città in cui una passeggiata di ottocento metri copra duemila anni con questa densità.

Via Celsa, la strada che ospita Teatro Centrale

Via Celsa è una di quelle strade romane che si attraversano senza accorgersene. È corta, è in ombra per buona parte della giornata, ha il selciato di sampietrini e i palazzi alti abbastanza da trasformarla in una specie di corridoio. Chi la percorre di solito lo fa per tagliare, per uscire dalla congestione di piazza del Gesù e infilarsi verso le vie più tranquille che scendono al Ghetto e a piazza Margana.

Il nome, come accade per moltissime vie del centro, viene da una famiglia che vi ebbe proprietà: la tradizione toponomastica romana lo collega ai Celsi, il cui ricordo si è conservato nella strada assai più che nei documenti. È un meccanismo che a Roma si ripete ovunque: via dei Polacchi, via dei Delfini, via dei Funari, via dei Barbieri. Le strade del centro sono un archivio orizzontale di cognomi, mestieri e nazioni. Se imparate a leggerle, il centro storico smette di essere un labirinto e diventa un indice.

Camminare in via Celsa significa anche capire una cosa poco intuitiva per chi arriva da fuori: il centro di Roma non è fatto di grandi assi. È fatto di piazze slargate collegate da budelli. Le grandi arterie rettilinee — corso Vittorio Emanuele II, via del Plebiscito, via delle Botteghe Oscure — sono in larga parte interventi otto e novecenteschi, sventramenti che hanno tagliato il tessuto medievale per far passare le carrozze prima e le automobili poi. Via Celsa appartiene invece a ciò che è rimasto sotto, o meglio accanto: la trama antica, quella che sopravvive negli interstizi.

Ecco perché trovo che l'ubicazione di Teatro Centrale sia narrativamente perfetta. Un teatro che sta in un vicolo, incastrato tra due sventramenti, è la metafora fisica di cosa significa fare cultura dal vivo in una città che ha già tutto e che, proprio per questo, tende a non accorgersi di ciò che le succede addosso.

Come cambia la strada nell'arco della giornata

La mattina via Celsa è una strada di servizio: furgoni in doppia fila, saracinesche che si alzano, impiegati che tagliano verso gli uffici di via delle Botteghe Oscure e del Ghetto. Nel primo pomeriggio si svuota. Verso sera, quando le luci dei portoni si accendono e il rumore del traffico si attutisce, cambia carattere: diventa una di quelle strade che sembrano fatte apposta per essere percorse prima di entrare da qualche parte. La luce radente di fine giornata sulle facciate ocra è, senza esagerare, uno dei piccoli piaceri gratuiti del rione.

Se dovessi consigliare un momento per arrivare a Teatro Centrale con calma, direi quaranta minuti prima di qualunque cosa vi abbia portato lì. Non per l'ansia dell'orario, ma perché quei quaranta minuti spesi a girare tra via Celsa, piazza Margana e via dei Delfini valgono più di molte visite guidate.

Il rione Pigna, la cornice di Teatro Centrale

Teatro Centrale sta nel rione Pigna, il nono dei rioni storici di Roma, e questa non è un'informazione burocratica: è la premessa di tutto il resto. La Pigna è un rione piccolo, compresso, che si stringe tra il Pantheon a nord, largo Argentina a ovest, piazza Venezia a sud-est. Nella sua superficie modesta contiene una densità monumentale che in qualunque altra città europea basterebbe per un centro storico intero.

Il nome deriva dalla grande pigna bronzea di età romana, alta più di quattro metri, che in antico stava probabilmente nei pressi delle terme di Agrippa o comunque nella zona del Campo Marzio centrale, e che nel Medioevo fu spostata davanti alla basilica di San Pietro prima di trovare, nel Cinquecento, la sua collocazione definitiva nel grande cortile vaticano che da lei prende nome: il Cortile della Pigna. Il rione ha dunque perso il proprio simbolo, che oggi si ammira a due chilometri e mezzo di distanza, dentro i Musei Vaticani. È una perdita che trovo istruttiva: a Roma i simboli migrano, e il nome resta attaccato al luogo anche quando l'oggetto se n'è andato.

Lo stemma del rione è appunto una pigna, di solito rappresentata dorata su campo rosso. Lo trovate sulle targhe stradali smaltate e su alcune lapidi. È un piccolo gioco che consiglio sempre: mentre girate attorno a Teatro Centrale, alzate gli occhi alle targhe e provate a capire quando attraversate il confine tra Pigna, Sant'Angelo e Campitelli. I confini dei rioni sono invisibili ma reali, e cambiano il carattere delle strade in modo sorprendentemente netto.

Che cosa contiene la Pigna oltre a Teatro Centrale

Nel perimetro del rione, o immediatamente a ridosso, si trovano il Pantheon, la basilica di Santa Maria sopra Minerva con la sua volta stellata neogotica e l'elefantino berniniano davanti, il Collegio Romano con la sua facciata di severità gesuitica, la Chiesa del Gesù, palazzo Altieri, palazzo Doria Pamphilj con la sua galleria privata tra le più belle d'Europa, l'area sacra di largo Argentina e la Crypta Balbi.

Mettere in fila questi nomi serve a capire una cosa: chi va a Teatro Centrale non sta andando in periferia culturale, sta entrando in una delle concentrazioni di patrimonio più fitte del pianeta. E ci sta entrando dalla porta di servizio, il che, secondo me, è il modo migliore.

Piazza del Gesù, l'anticamera di Teatro Centrale

Se arrivate a Teatro Centrale a piedi dal centro, con ogni probabilità passerete per piazza del Gesù. È una piazza strana, asimmetrica, ventosa — i romani ci hanno costruito sopra un modo di dire, sostenendo scherzosamente che il vento aspetta lì fuori il diavolo entrato in chiesa e non più uscito. È una leggenda urbana perfetta perché spiega un fatto reale: la conformazione della piazza, incastrata tra la mole del Gesù e quella di palazzo Altieri, crea correnti d'aria che chiunque abbia aspettato lì un autobus di gennaio ricorda benissimo.

La piazza è un incrocio di poteri. Su un lato la chiesa madre dei gesuiti, cioè per secoli uno dei centri nevralgici della cultura cattolica mondiale. Sull'altro palazzo Altieri, residenza di una famiglia che diede alla Chiesa il papa Clemente X. Poco distante, il palazzo che ospitò a lungo la sede di un partito politico che ha segnato la storia repubblicana italiana. È una quantità di potere per metro quadro che, quando ci si ferma a pensarci, mette una certa soggezione.

Eppure, e qui sta il bello, oggi piazza del Gesù è soprattutto un luogo di passaggio: gente che aspetta, turisti che consultano una mappa, romani che tagliano verso il lavoro. Roma ha questa capacità unica di declassare i propri centri di potere a scorciatoie quotidiane. Nessun'altra città lo fa con altrettanta noncuranza.

Il dettaglio da non perdere in piazza

Guardate l'angolo di palazzo Altieri verso via del Plebiscito e cercate la finestrella minuscola incastrata nella muratura, sproporzionata rispetto al resto. La tradizione racconta che appartenesse alla casa di una vecchia proprietaria che si rifiutò di vendere quando gli Altieri ampliarono il palazzo, e che il cardinale committente, per non usare la forza, fece inglobare l'abitazione nel nuovo edificio lasciandone visibile la finestra.

Non ho modo di garantire che l'aneddoto sia storicamente esatto in ogni dettaglio, e vi invito a prenderlo per quello che è: una storia che i romani si tramandano da generazioni. Ma è esattamente il tipo di racconto che rende viva una passeggiata, e che consiglio di verificare con i propri occhi prima di entrare in via Celsa.

La Chiesa del Gesù, la vicina illustre di Teatro Centrale

A meno di duecento metri da Teatro Centrale si trova un edificio che ha cambiato l'architettura religiosa europea. La Chiesa del Gesù, chiesa madre della Compagnia di Gesù, fu avviata nel 1568 su progetto di Jacopo Barozzi da Vignola, con il finanziamento decisivo del cardinale Alessandro Farnese, e la facciata fu poi realizzata da Giacomo della Porta. Consacrata nel 1584, divenne immediatamente il modello di riferimento per centinaia di chiese costruite dai gesuiti in Europa, in America Latina e in Asia.

La ragione di questo successo è tecnica prima ancora che estetica. La Controriforma aveva bisogno di spazi in cui la predicazione fosse udibile e la messa visibile da tutti. Vignola rispose con una navata unica ampia, cappelle laterali comunicanti al posto delle navate minori, un transetto poco sporgente e una cupola sull'incrocio. Il risultato è un'aula che concentra l'attenzione sull'altare e sul pulpito. Chiunque abbia progettato una sala per spettacoli riconosce subito il problema affrontato e la soluzione adottata: è un problema di acustica, di linee di vista e di gerarchia dello sguardo.

Trovo questo parallelismo tutt'altro che ozioso quando si parla di un teatro. La sala all'italiana, con la platea e i palchi, e l'aula controriformistica nascono a poca distanza cronologica e affrontano la stessa questione: come si tiene insieme un pubblico numeroso e come lo si governa attraverso lo spazio. Passare dal Gesù a una sala da spettacolo del Novecento in duecento metri di strada è un esercizio di storia dell'architettura che vale un semestre.

La volta del Baciccia e la spettacolarità barocca

Dentro il Gesù, la volta della navata ospita il "Trionfo del Nome di Gesù", affrescato da Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia tra il 1676 e il 1679. È una delle grandi macchine illusionistiche del barocco romano: la cornice architettonica finge di aprirsi, alcune figure sembrano debordare oltre il bordo dell'affresco e proiettarsi nello spazio reale della chiesa, con ombre dipinte sul cornicione che completano l'inganno.

Quella volta è teatro puro. È scenografia, illusione prospettica, gestione della luce, e usa gli stessi strumenti mentali che un secolo più tardi useranno gli scenografi delle sale all'italiana. Quando dico che a Roma il confine tra sacro e spettacolo è più poroso di quanto si racconti, penso esattamente a questo soffitto.

Nella stessa chiesa si trova la cappella di Sant'Ignazio di Loyola, sistemata sul finire del Seicento da Andrea Pozzo, gesuita e teorico della prospettiva, autore del celebre trattato sulla pittura prospettica. Pozzo è l'uomo che ha insegnato all'Europa come far sfondare un soffitto. Se vi interessa capire da dove viene l'idea occidentale di illusione scenica, la sua opera romana è un passaggio obbligato.

Palazzo Altieri, la massa che chiude l'orizzonte di Teatro Centrale

Palazzo Altieri occupa un lato intero di piazza del Gesù e continua lungo via del Plebiscito con una facciata che sembra non finire mai. La sua costruzione, avviata nel Cinquecento su nuclei preesistenti, conobbe la fase decisiva nel Seicento, quando la famiglia raggiunse il vertice con l'elezione di Emilio Altieri al soglio pontificio come Clemente X nel 1670. L'architetto principale della grande fase di ampliamento fu Giovanni Antonio de' Rossi.

La cosa che colpisce di questo palazzo è la sproporzione tra l'imponenza e l'anonimato percepito. Migliaia di persone gli passano davanti ogni giorno senza sapere che si tratta di uno dei più vasti palazzi nobiliari di Roma, con una sala centrale affrescata da Carlo Maratta. È l'effetto Roma nella sua forma più pura: la quantità di eccellenza è tale che l'eccellenza smette di essere notata.

Per chi va a Teatro Centrale c'è anche un aspetto pratico. Palazzo Altieri è il riferimento visivo più affidabile per orientarsi: se avete la sua facciata alle spalle e la Chiesa del Gesù a sinistra, siete a un paio di minuti dall'imbocco di via Celsa. È un modo di navigare il centro storico che consiglio sempre: sostituire le indicazioni digitali con tre o quattro masse architettoniche memorizzate. Funziona meglio, e non si scarica.

La famiglia, il papa e il modo romano di lasciare traccia

Gli Altieri sono un caso da manuale di come funzionava l'ascesa delle famiglie romane. Un membro raggiunge il pontificato, e nel giro di pochi anni il patrimonio familiare, il palazzo, le cappelle e il nome vengono consolidati in forma monumentale. Clemente X regnò dal 1670 al 1676, e in quel breve arco di tempo la famiglia impresse sulla città un segno che dura da tre secoli e mezzo.

Quando si cammina nel rione Pigna, si cammina dentro questo meccanismo. Ogni facciata è il residuo di una strategia familiare. È una lettura cinica, forse, ma è anche l'unica che spiega perché il centro di Roma abbia esattamente questa forma e non un'altra.

Il Collegio Romano e la fabbrica del sapere accanto a Teatro Centrale

Poco più a nord di Teatro Centrale, verso il Pantheon, si apre la piazza del Collegio Romano, chiusa dalla facciata dell'edificio che i gesuiti costruirono come loro grande istituzione educativa. Il Collegio Romano fu fondato da Ignazio di Loyola nel 1551 e la sede monumentale fu realizzata sul finire del Cinquecento sotto il pontificato di Gregorio XIII, il papa della riforma del calendario.

Quell'edificio è stato per secoli uno dei centri scientifici più importanti d'Europa. Vi insegnò Cristoforo Clavio, matematico e astronomo, tra i protagonisti della commissione che elaborò il calendario gregoriano introdotto nel 1582. Vi lavorò Athanasius Kircher, poligrafo, egittologo ante litteram, collezionista e sperimentatore, il cui museo di curiosità fu una delle meraviglie della Roma seicentesca. Sul tetto dell'edificio, nell'Ottocento, fu attivo l'osservatorio astronomico diretto tra gli altri da Angelo Secchi, pioniere della spettroscopia stellare e della classificazione spettrale delle stelle.

Ricordo tutto questo perché quando si parla di un teatro nel rione Pigna si tende a immaginare un contesto puramente devozionale o puramente turistico. Non è così. Questo è il quadrante in cui, per quattro secoli, si è prodotta scienza, si è discusso di ottica e di astronomia, si è insegnato il greco e la retorica. Il pubblico che nel Novecento è entrato nelle sale da spettacolo di questa zona camminava sopra una stratificazione di aule e biblioteche.

Da collegio gesuitico a istituzione dello Stato

Dopo il 1870 e il passaggio di Roma al Regno d'Italia, l'edificio del Collegio Romano fu in gran parte incamerato dallo Stato e destinato a nuove funzioni, tra cui un liceo classico che porta ancora il nome di Ennio Quirino Visconti e, per lungo tempo, sedi ministeriali e istituti culturali. È un altro esempio di quella metamorfosi continua che rende Roma difficile da raccontare per categorie fisse: nulla resta mai esattamente ciò per cui era nato.

Teatro Centrale, con la sua traiettoria di sala nata a inizio Novecento e riadattata più volte fino a diventare uno spazio per la musica dal vivo, appartiene alla stessa logica. La differenza è solo di scala.

Largo di Torre Argentina e i templi repubblicani vicino a Teatro Centrale

Tre minuti a piedi da Teatro Centrale, verso ovest, si apre uno degli spettacoli archeologici più sottovalutati della città: l'area sacra di largo di Torre Argentina. Quattro templi di età repubblicana, convenzionalmente indicati con le lettere A, B, C e D perché la loro attribuzione è stata a lungo dibattuta, stanno in una grande vasca rettangolare scavata sotto il livello della strada moderna.

Furono riportati alla luce tra il 1926 e il 1929, durante i lavori di ristrutturazione urbanistica del quartiere. Il tempio C è il più antico del gruppo e risale probabilmente al IV o III secolo avanti Cristo; il tempio B, quello circolare con le colonne ancora in piedi, è generalmente identificato con l'aedes Fortunae Huiusce Diei, dedicato dalla gens Lutatia alla fine del II secolo avanti Cristo. È materiale della Roma medio-repubblicana, cioè di un'epoca da cui in città è sopravvissuto pochissimo.

Ma la ragione per cui largo Argentina è celebre nel mondo è un'altra. Sul lato orientale dell'area si trovano i resti della Curia di Pompeo, l'aula annessa al grande complesso teatrale che Pompeo Magno inaugurò nel 55 avanti Cristo. In quell'aula, alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, il Senato si riunì e Gaio Giulio Cesare fu ucciso. Il luogo materiale dell'assassinio più celebre della storia occidentale si trova a poche centinaia di metri da via Celsa.

Perché il Senato si riuniva in un teatro

Vale la pena spiegare la ragione, perché racconta molto della relazione romana tra politica e spettacolo. La Curia Hostilia nel Foro era all'epoca inagibile per lavori, e il Senato si riuniva in edifici alternativi. Pompeo aveva costruito nel Campo Marzio un complesso enorme che comprendeva il primo teatro stabile in muratura di Roma, un grande portico con giardini e, appunto, un'aula per assemblee.

Il fatto che il potere politico repubblicano si riunisse in un annesso di un teatro non è un accidente della storia: è la prova che a Roma lo spazio dello spettacolo e lo spazio della decisione collettiva sono stati fisicamente contigui fin dall'inizio. Quando entro in una sala del centro storico, io a questa continuità penso sempre.

Aggiungo un dettaglio che diverte tutti e che è documentato: per decenni l'area sacra è stata una delle colonie feline più note d'Europa, con gatti che dormivano sui rocchi di colonne del III secolo avanti Cristo. La sistemazione dell'area con la passerella di visita ha ordinato la situazione, ma i gatti sono rimasti parte del paesaggio, e continuano a essere il primo soggetto fotografico di chiunque si affacci alla balaustra.

La Crypta Balbi, il teatro antico sepolto accanto a Teatro Centrale

C'è un fatto che trovo quasi troppo bello per essere vero, e che racconto ogni volta che porto qualcuno in via Celsa. A duecento metri da un teatro del Novecento si trovano i resti di un teatro dell'anno 13 avanti Cristo.

Il teatro di Lucio Cornelio Balbo, detto Balbo il Minore, fu inaugurato nel 13 avanti Cristo, in età augustea, e fu il terzo teatro stabile in muratura di Roma dopo quello di Pompeo e quello di Marcello. Al teatro era annesso un grande quadriportico, la crypta Balbi, uno spazio coperto dove il pubblico poteva passeggiare e ripararsi. Di quel complesso oggi si conserva un settore, inglobato in secoli di costruzioni successive, lungo via delle Botteghe Oscure.

Il sito è diventato una sede museale che ospita un percorso dedicato in gran parte a Roma nell'alto Medioevo, cioè al periodo peggio rappresentato in tutte le altre collezioni cittadine. Lo considero, senza esitazione, uno dei musei più intelligenti d'Italia, perché invece di esporre capolavori isolati mostra il metodo: come si legge una stratigrafia, come un edificio antico diventa calcinaia, poi casa, poi convento, poi condominio, e come gli archeologi ricostruiscono questa catena.

La lezione della stratigrafia applicata a un teatro moderno

Se avete tempo, andate alla Crypta Balbi prima di andare a Teatro Centrale. L'ordine conta. Uscendo dal museo, avrete in testa l'idea che ogni edificio del centro storico sia il risultato di una sequenza di riusi, e guarderete la sala di via Celsa con occhi diversi.

Perché è esattamente quello che è: uno spazio nato con una destinazione, trasformato più volte, riadattato alle esigenze di epoche successive, sopravvissuto grazie alla propria capacità di cambiare funzione. Nel centro di Roma la sopravvivenza non premia la purezza, premia l'adattabilità. Vale per un quadriportico augusteo e vale per una sala da spettacolo di cent'anni fa.

Il Pantheon a pochi minuti da Teatro Centrale

Cinque o sei minuti a piedi in direzione nord da via Celsa e si arriva in piazza della Rotonda. Il Pantheon, nella forma che vediamo, è il rifacimento adrianeo di un edificio originariamente costruito da Marco Vipsanio Agrippa; l'iscrizione sul frontone continua a citare Agrippa, ma la struttura attuale si data convenzionalmente al secondo decennio del II secolo dopo Cristo, sotto Adriano.

La cupola in calcestruzzo, con i suoi 43,3 metri circa di diametro interno, è rimasta per oltre tredici secoli la più ampia mai costruita, e ancora oggi è la più grande cupola in calcestruzzo non armato del mondo. L'oculo aperto al centro misura circa nove metri. L'altezza interna coincide con il diametro, il che significa che nello spazio interno si può inscrivere una sfera perfetta: una scelta geometrica che non è decorativa ma cosmologica.

La conversione in chiesa cristiana, avvenuta nel 609 con la dedicazione a Santa Maria ad Martyres, è la ragione principale per cui l'edificio è arrivato intatto fino a noi. È un caso esemplare di conservazione per riuso: nessuno lo ha protetto perché era bello, si è salvato perché era utile.

Il legame con la cupola di Teatro Centrale

Faccio un accostamento che può sembrare azzardato e invece è il modo migliore per far ricordare la geografia del rione. Teatro Centrale ha, al centro della propria sala, una copertura a cupola. È ovviamente una cupola di scala e natura tutt'altra rispetto a quella del Pantheon: parliamo di una sala da spettacolo di inizio Novecento, non di un monumento imperiale.

Ma l'idea di raccogliere un pubblico sotto una copertura centrale, in modo che tutti guardino verso il medesimo punto e che il suono si distribuisca in modo omogeneo, viene da lì. Nel rione Pigna esistono due sale a pianta raccolta sotto una cupola, distanti seicento metri e diciotto secoli l'una dall'altra. Non credo che gli architetti del Novecento avessero questo in mente. Ma la città sì, la città lo ha in mente sempre.

Che cos'è oggi Teatro Centrale

Arriviamo al punto. Teatro Centrale è una sala da spettacolo di inizio Novecento, situata in via Celsa 6, che nel corso del tempo è stata riadattata a polo culturale e che oggi ospita soprattutto musica dal vivo, concerti, spettacoli ed eventi. La sala ha una copertura a cupola centrale, una balconata e una capienza che si attesta attorno alle cinquecento persone.

Sono numeri che vanno letti bene, perché dicono molto. Cinquecento posti è una taglia precisa nell'ecosistema dei luoghi di spettacolo. È troppo per un club da centocinquanta persone, dove il rapporto con chi sta sul palco è quasi domestico. È molto meno di un teatro storico all'italiana come l'Argentina o il Sistina, che stanno ampiamente sopra il migliaio. È la taglia in cui un artista può ancora vedere le facce della prima fila e allo stesso tempo la sala fa massa, il suono ha corpo e l'applauso conta.

Nella Roma dei concerti quella taglia è preziosa e rara, perché il centro storico ne ha pochissima. Le sale medie della città stanno quasi tutte fuori dal perimetro delle Mura o comunque lontane dal cuore monumentale, per ragioni ovvie di spazio, di logistica e di vincoli. Avere cinquecento posti in un vicolo alle spalle di piazza del Gesù è un'anomalia urbanistica, ed è la ragione principale per cui questo luogo continua a interessare.

Un polo culturale più che un teatro di prosa

È importante non equivocare sul nome. La parola "teatro" nell'insegna indica l'origine dell'edificio e la sua struttura, non necessariamente la programmazione. Nella sua configurazione recente Teatro Centrale ha funzionato principalmente come spazio per concerti ed eventi, cioè come luogo dove il palcoscenico ospita musica dal vivo più che stagioni di prosa.

Questa distinzione, che a Roma vale per parecchi spazi, spiega perché conviene sempre verificare in anticipo la natura di ciò che si andrà a vedere. Un teatro all'italiana con la stagione di prosa e un polo per la musica dal vivo sono due esperienze completamente diverse anche quando l'edificio è lo stesso: cambia la disposizione del pubblico, cambia il volume, cambia l'orario, cambia perfino il modo in cui conviene vestirsi.

Non entro nel merito del programma, e lo dico con chiarezza: i cartelloni cambiano di stagione in stagione e non ha senso che io elenchi nomi che potrebbero essere già superati quando leggerete. Quello che posso dirvi con sicurezza è la natura del contenitore. Il contenuto verificatelo alla fonte, sempre.

La sala di Teatro Centrale: cupola, balconata e geometria dell'ascolto

La configurazione della sala di Teatro Centrale — cupola centrale, balconata, capienza attorno alle cinquecento unità — descrive un tipo architettonico ben riconoscibile: la sala a pianta compatta con galleria sopraelevata, tipica delle costruzioni per spettacolo dei primi decenni del Novecento.

La balconata non è un vezzo. In una sala di quelle dimensioni la galleria risolve tre problemi contemporaneamente. Aumenta la capienza senza allungare la distanza dal palco, e la distanza è il nemico numero uno della resa dal vivo. Crea un secondo punto di ascolto, spesso il migliore in assoluto per la musica amplificata, perché sta sopra la testa del pubblico in platea e riceve meno assorbimento. E offre allo sguardo un affaccio dall'alto che cambia completamente la percezione dello spazio scenico.

La cupola, dal canto suo, è una scelta acustica ambivalente e va detto onestamente. Una superficie curva concentra le riflessioni, e nelle sale storiche questo produce a volte punti di focalizzazione, cioè zone dove il suono arriva rinforzato in modo anomalo. È uno dei motivi per cui nelle sale con copertura curva si interviene quasi sempre con trattamenti fonoassorbenti o diffondenti, e per cui il posizionamento dell'impianto è particolarmente delicato.

Dove conviene mettersi

Do un consiglio che vale per la generalità delle sale con questa geometria e che potete adattare. Se cercate resa sonora, il centro della platea a circa due terzi di profondità, oppure la prima fila della balconata, sono quasi sempre le posizioni migliori. Se cercate energia e contatto, il fronte palco leggermente decentrato rispetto all'asse è preferibile all'asse esatto, perché sull'asse ci si trova spesso in mezzo alle sovrapposizioni delle casse.

Se invece siete lì per godervi l'edificio più che l'evento, il punto giusto è il fondo della balconata, da cui si abbraccia tutta la geometria: la curva della copertura, la ringhiera, il taglio del boccascena, la platea vista di sbieco. È da lì che una sala racconta la propria età.

Un teatro di inizio Novecento: come nasce Teatro Centrale

L'edificio è documentato come un teatro dei primi del Novecento, e questo dato colloca Teatro Centrale in una stagione precisa della storia urbana romana. Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, Roma capitale conobbe una moltiplicazione dei luoghi di spettacolo che non aveva precedenti.

Le ragioni sono demografiche prima che culturali. Nel 1870 Roma contava poco più di duecentomila abitanti; alla vigilia della Prima guerra mondiale ne aveva superato i cinquecentomila; negli anni Trenta si avvicinava al milione. Una città che triplica la popolazione in sessant'anni ha bisogno di spazi dove quella popolazione possa passare la sera. Nacquero così teatri di quartiere, sale di varietà, politeama, café-chantant, e poi, con crescente rapidità, cinematografi.

Molte di queste sale furono ricavate dentro il tessuto edilizio esistente, occupando cortili interni, ex magazzini, corti di palazzi. Non erano opere firmate da grandi architetti e non finirono sulle riviste specializzate. Erano infrastrutture del divertimento urbano, costruite in fretta, con budget contenuti, e destinate a cambiare pelle appena il mercato lo avesse richiesto.

La generazione delle sale invisibili

Questa è la famiglia a cui appartiene Teatro Centrale, e a mio avviso è la famiglia più interessante da studiare, proprio perché è la meno documentata. Delle grandi sale storiche romane sappiamo quasi tutto: l'Argentina, il Valle, il Costanzi divenuto Teatro dell'Opera hanno archivi, monografie, cronologie complete. Delle sale minori del primo Novecento sappiamo pochissimo, perché nessuno ha mai considerato il loro archivio degno di conservazione.

Il risultato è che la storia dello spettacolo romano che leggiamo nei libri è la storia dei suoi vertici. La storia del consumo culturale quotidiano — quello che faceva davvero un impiegato o un artigiano il sabato sera — è largamente perduta. Quando entro in una di queste sale sopravvissute, ho sempre la sensazione di camminare dentro una fonte primaria che nessuno ha ancora trascritto.

Per onestà devo aggiungere che sulla vicenda edilizia specifica di via Celsa 6 la documentazione facilmente accessibile è scarsa. Non vi darò date di progetto, nomi di progettisti o cronologie di ristrutturazioni che non sono in grado di verificare. Preferisco un vuoto dichiarato a una riga inventata.

Le vite parallele di Teatro Centrale nel Novecento

Se c'è una legge che governa i luoghi di spettacolo del centro di Roma, è la legge dell'intermittenza. Aprono, funzionano per un decennio, chiudono, restano vuoti per anni, riaprono con un altro nome e un'altra destinazione. La descrizione che si dà comunemente di Teatro Centrale — un vecchio teatro di inizio Novecento riadattato a polo culturale — è la sintesi perfetta di questo destino.

Il mondo dell'intrattenimento, specie per quel che riguarda gli spazi fisici, funziona in modo carsico: locali che stanno sulla cresta dell'onda spariscono improvvisamente, restano sotto traccia per anni e riemergono più a valle in vesti completamente nuove. Chi frequenta Roma da qualche decennio conosce bene la sensazione di passare davanti a un portone e non riuscire a ricordare che cosa ci fosse prima.

Nel caso di via Celsa questo ciclo ha attraversato almeno un passaggio commerciale che vale la pena ricordare, e cioè il tentativo, oggi quasi dimenticato, di un grande marchio internazionale della birra di aprire un proprio locale nel centro di Roma. Fu una di quelle operazioni di brand experience che negli anni Duemila sembravano il futuro del marketing e che, come molte di quelle operazioni, non lasciò un'impronta duratura.

Perché le sale del centro chiudono

Le ragioni sono sempre le stesse e vale la pena elencarle, perché aiutano a capire quanto sia fragile ciò che diamo per scontato. Il costo degli immobili nel centro storico è tale che qualunque metro quadro rende più come ricettivo o commerciale che come sala da spettacolo. I vincoli acustici verso i condomini limitano orari e volumi. La logistica è proibitiva: far arrivare un camion con l'attrezzatura in un vicolo a traffico limitato è un'impresa quotidiana. E il pubblico, negli ultimi decenni, si è spostato verso zone dove parcheggiare è possibile.

Ogni sala che resiste nel centro di Roma lo fa contro l'economia, non grazie a essa. È un dato che tengo sempre presente e che, quando entro in un posto come questo, mi fa guardare con un po' di rispetto in più anche i dettagli meno curati.

Teatro Centrale e la musica contemporanea: il capitolo Nuova Consonanza

C'è un passaggio nella storia di questa sala che considero il più affascinante di tutti, e riguarda l'avanguardia musicale romana del secondo Novecento.

Il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, fondato a Roma nella prima metà degli anni Sessanta, è stato uno dei più radicali esperimenti collettivi della musica europea del dopoguerra. Non era un ensemble che eseguiva partiture: era un collettivo di compositori che improvvisavano insieme, mettendo in discussione il ruolo stesso dell'autore e la separazione tra chi scrive e chi esegue. Tra i suoi protagonisti figurano nomi di primo piano della musica italiana del Novecento, e nel gruppo suonò anche Ennio Morricone, che vi partecipò come trombettista e sperimentatore.

Ebbene, tra i luoghi romani in cui questo gruppo tenne concerti dal vivo figura proprio il Teatro Centrale di via Celsa. E la circostanza tramandata è così eloquente da valere un intero saggio: le loro esibizioni avevano in sala un pubblico assai ristretto. Poche decine di persone in una sala da centinaia di posti, ad ascoltare un collettivo di compositori che demoliva sistematicamente le convenzioni dell'ascolto.

Che cosa significa una sala mezza vuota

Questo dettaglio, che potrebbe sembrare un fallimento, è invece il segno di qualcosa di prezioso. Le rivoluzioni musicali non nascono nei palazzetti. Nascono in sale semivuote, davanti a venti o trenta persone che poi diventeranno critici, compositori, produttori, e che porteranno altrove ciò che hanno sentito.

L'influenza di Nuova Consonanza sulla musica successiva — sulle colonne sonore italiane, sull'elettronica, su intere generazioni di improvvisatori europei — è sproporzionata rispetto al numero di biglietti che vendettero. È il paradosso classico dell'avanguardia: il pubblico presente conta meno del pubblico che quel pubblico genererà.

Per me questo è il vero titolo nobiliare di Teatro Centrale. Non un cartellone di grandi nomi, ma l'aver ospitato, in una Roma che non se ne accorgeva, uno dei laboratori sonori più coraggiosi del continente.

La riapertura recente e la nuova stagione di Teatro Centrale

Dopo un periodo di intermittenza, la sala di via Celsa è stata ripresa in mano da una nuova gestione che dal 2019 le ha dato nuova vita, orientandola soprattutto verso la musica dal vivo. La gestione fa capo alla stessa realtà che opera storicamente in un'altra sala romana dedicata ai concerti, e questo dettaglio è più significativo di quanto sembri.

Quando un operatore che gestisce già un locale per la musica dal vivo prende in carico una seconda sala, quasi mai lo fa per duplicare l'offerta. Lo fa per completarla. Le due taglie si integrano: una sala grande per i tour maggiori, una sala media in centro per i progetti che non riempirebbero il grande spazio ma che meritano una platea vera. È il modo in cui funziona il circuito dei concerti in tutte le città europee mature, e vederlo applicato al centro storico di Roma è una notizia in sé.

Non entro nel dettaglio dei nomi passati sul palco negli ultimi anni, per la ragione che ho già dichiarato: i cartelloni cambiano, e una guida che li congela diventa vecchia in sei mesi. Ma il posizionamento è chiaro: cinquecento posti, in centro, dedicati principalmente al live.

Che cosa cambia per chi va a un concerto in centro

Andare a un concerto nel cuore del centro storico è un'esperienza diversa dall'andarci in periferia, e conviene saperlo prima. In positivo: si arriva a piedi o con i mezzi di superficie, si può cenare prima in un raggio di duecento metri, e all'uscita ci si ritrova in strade che di notte sono tra le più belle d'Europa. Camminare da via Celsa verso il Pantheon dopo un concerto, con le piazze quasi vuote, è una di quelle cose che si raccontano per anni.

In negativo: parcheggiare è di fatto impossibile, la zona a traffico limitato impone attenzione, e i vincoli di quiete pubblica rendono gli orari meno elastici che altrove. Chi arriva in auto dalla provincia farebbe bene a lasciarla in un parcheggio di scambio e completare il percorso con i mezzi. Non è pigrizia mia: è l'unico consiglio realistico.

Teatro Centrale nel sistema dei teatri romani

Per capire dove si colloca Teatro Centrale conviene guardare la mappa dei teatri della città, che è una delle più ricche d'Europa e insieme una delle più disordinate.

Al vertice istituzionale c'è il Teatro dell'Opera di Roma, l'antico Costanzi inaugurato nel 1880, dove nel 1890 andò in scena la prima assoluta di "Cavalleria rusticana" di Pietro Mascagni e nel 1900 quella di "Tosca" di Giacomo Puccini. Due prime mondiali di quel peso in dieci anni bastano a fare la storia di un teatro.

Poi c'è il Teatro Argentina, inaugurato nel 1732, che è la sede storica del Teatro di Roma e che sta a poche centinaia di metri da via Celsa: si affaccia sullo stesso largo che ospita l'area sacra. E c'è il Teatro Valle, aperto nel 1727, il più antico teatro romano ancora esistente, in cui nel 1816 avvenne la celebre e disastrosa prima del "Barbiere di Siviglia" di Rossini, fischiata a sangue e diventata trionfo nelle repliche successive.

Sotto questo strato aureo c'è la fascia intermedia: il Sistina per il grande musical, il Brancaccio, il Quirino, l'Eliseo, l'Ambra Jovinelli erede della tradizione dell'avanspettacolo. E sotto ancora c'è la fascia più densa e più mutevole, quella delle sale medie e piccole, dei teatri di ricerca e degli spazi ibridi. È qui che si colloca Teatro Centrale.

Perché la fascia intermedia è quella decisiva

Nei discorsi pubblici sulla cultura si parla quasi sempre dei grandi teatri, che sono pochi e riconoscibili. Ma la salute reale della vita culturale di una città si misura sulla fascia intermedia: le sale tra i trecento e i settecento posti, quelle in cui un artista può crescere prima di affrontare le platee maggiori e in cui un pubblico può formarsi un gusto.

Se quella fascia si assottiglia, succede un fenomeno preciso e documentabile: gli artisti emergenti saltano direttamente dal locale da cento posti al palazzetto, e nel mezzo si perde la formazione. Roma, per ragioni immobiliari, ha una fascia intermedia più fragile di quanto la sua dimensione richiederebbe. Ogni sala che presidia quella taglia, e in centro per giunta, svolge una funzione di sistema.

Il Teatro Valle, l'Argentina e la genealogia di cui fa parte Teatro Centrale

Voglio soffermarmi sui due teatri storici più vicini a via Celsa, perché senza di loro non si capisce che cosa significhi "teatro" nel lessico romano.

Il Teatro Argentina fu inaugurato nel gennaio del 1732 per volontà della famiglia Sforza Cesarini, su progetto di Girolamo Theodoli. Il nome non ha nulla a che vedere con il paese sudamericano: deriva dalla vicina Torre Argentina, a sua volta legata al nome latino di Strasburgo, Argentoratum, città d'origine del prelato Johannes Burckardt che fece costruire lì il proprio palazzo alla fine del Quattrocento. È una delle etimologie più eleganti della toponomastica romana, e la racconto ogni volta perché nessuno se la aspetta.

All'Argentina, nel febbraio del 1816, andò in scena la prima assoluta del "Barbiere di Siviglia". Fu un fiasco memorabile, con fischi, incidenti sul palco e ostilità organizzata dai sostenitori del vecchio "Barbiere" di Paisiello. Rossini, ventiquattrenne, disertò la seconda serata. La seconda serata fu un trionfo. È la parabola più istruttiva della storia dello spettacolo: la sera della prima non è un giudizio, è un evento sociale.

Il Valle e la nascita della drammaturgia moderna

Il Teatro Valle, aperto nel 1727, è il più antico teatro di Roma ancora in piedi, e ha una storia densissima. Vi si tennero prime importanti del repertorio ottocentesco e vi passò, nel Novecento, uno degli episodi fondativi del teatro moderno europeo: nel maggio del 1921 andò in scena la prima di "Sei personaggi in cerca d'autore" di Luigi Pirandello, e la serata finì in rissa, con parte del pubblico che gridava contro l'autore.

Anche qui la parabola è la stessa: l'opera che scandalizza Roma diventa nel giro di pochi anni un testo canonico rappresentato in tutto il mondo. Il pubblico romano ha una lunga tradizione di rifiutare rumorosamente ciò che poi adotterà.

Ricordo queste due serate — 1816 all'Argentina, 1921 al Valle — perché aiutano a contestualizzare l'aneddoto di Nuova Consonanza al Teatro Centrale negli anni Sessanta. La sala semivuota di via Celsa appartiene alla stessa storia: quella di una città in cui l'innovazione arriva sempre prima del suo pubblico.

I teatri di ricerca nella Roma del secondo Novecento

Per collocare correttamente il ruolo culturale di uno spazio come Teatro Centrale bisogna raccontare che cosa succedeva a Roma tra gli anni Sessanta e Ottanta, perché in quei decenni la città fu uno dei laboratori teatrali più intensi d'Europa.

Il fenomeno prese il nome di teatro di ricerca, o teatro di cantina, e la seconda definizione è letterale: molti degli spazi utilizzati erano scantinati, garage, magazzini, sale parrocchiali dismesse, ricavati nei rioni del centro. Non c'erano boccascena, non c'erano palchi, spesso non c'era neppure la separazione tra pubblico e attori. Era una risposta esplicita al teatro borghese all'italiana, considerato una macchina di conservazione.

In quel contesto lavorarono figure che avrebbero segnato il teatro internazionale: Carmelo Bene, la cui prima stagione romana degli anni Sessanta fu una serie di provocazioni sistematiche; Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann con lo spazio del Vascello; Memè Perlini, Simone Carella, Giuseppe Bartolucci come teorico e organizzatore. Nel 1977 il Beat 72, una delle cantine più note, fu tra i centri di quella stagione di sperimentazione.

La lezione delle cantine applicata a oggi

Che cosa ci lascia quella stagione? Soprattutto un'idea: che lo spazio non è neutro. Un teatro all'italiana costringe il pubblico a una gerarchia — chi sta in platea, chi nei palchi, chi in loggione — e a una relazione frontale. Uno spazio ibrido, ricavato in un edificio nato per altro, permette configurazioni diverse e produce un'esperienza diversa.

Le sale come quella di via Celsa, con la loro storia di riadattamenti successivi, portano dentro di sé questa lezione anche quando ospitano musica commerciale. La flessibilità che oggi consente a un ex teatro di inizio Novecento di funzionare come sala per concerti è la stessa flessibilità che quarant'anni fa consentiva a un garage di funzionare come teatro. È lo stesso gene urbano.

Aggiungo una considerazione che mi sta a cuore. Quella stagione romana fu possibile perché gli affitti nel centro erano ancora accessibili e perché esisteva una tolleranza sociale verso gli usi temporanei degli immobili. Entrambe le condizioni sono oggi largamente scomparse. Chi apre uno spazio culturale nel centro di Roma nel ventunesimo secolo affronta una montagna economica che negli anni Settanta era una collina.

Come si arriva a Teatro Centrale

La geografia dei trasporti attorno a via Celsa è semplice da capire e leggermente frustrante da praticare, quindi conviene spiegarla bene.

Il punto di riferimento assoluto è piazza Venezia, a circa quattro o cinque minuti a piedi. Piazza Venezia è il nodo del trasporto di superficie del centro: da lì passa la gran parte delle linee che attraversano la città da est a ovest e da nord a sud. Se sapete arrivare a piazza Venezia, sapete arrivare a Teatro Centrale.

Il secondo riferimento è largo di Torre Argentina, anch'esso a pochi minuti, altro grande capolinea e nodo di scambio, dal quale partono e transitano numerose linee, comprese quelle che collegano il centro a Trastevere e alla stazione Termini.

La metropolitana, invece, non serve direttamente il rione. La linea B ha una fermata a Colosseo e una a Cavour; la linea A ha Barberini e Spagna. Da ciascuna di queste si cammina, e il tratto più breve è quello che parte dalla fermata Colosseo, con una passeggiata di quindici o venti minuti lungo via dei Fori Imperiali che, per inciso, è tra le più spettacolari che si possano fare per raggiungere un concerto.

Il consiglio pratico sulla ZTL

Il centro storico di Roma è coperto da una zona a traffico limitato con orari di attivazione che variano a seconda del settore e del giorno, e i varchi sono controllati elettronicamente. Se non siete residenti o autorizzati, l'auto in quella zona è semplicemente un problema. La sanzione arriva per posta e non ammette discussione.

L'alternativa sensata, per chi arriva da fuori Roma, è lasciare l'auto in un parcheggio di scambio servito dalla metropolitana e completare il percorso con i mezzi. In taxi, indicate come destinazione piazza del Gesù: gli autisti la conoscono tutti, mentre via Celsa richiede una spiegazione in più.

Un'ultima nota: uscendo la sera tardi, il servizio di superficie si dirada e conviene organizzarsi in anticipo. La rete notturna esiste e passa da piazza Venezia, ma le frequenze sono quelle che sono. Chi alloggia in centro non ha problemi; chi alloggia lontano faccia i conti prima.

Che cosa vedere entro cinquecento metri da Teatro Centrale

Mi diverte fare questo esercizio con i visitatori: tracciare un cerchio di cinquecento metri di raggio attorno a un indirizzo e vedere che cosa ci finisce dentro. Attorno a via Celsa 6 il risultato è quasi comico per abbondanza.

Dentro il cerchio ci sono: il Pantheon, la basilica di Santa Maria sopra Minerva, l'area sacra di largo Argentina con i quattro templi repubblicani, la Crypta Balbi, la Chiesa del Gesù, palazzo Altieri, palazzo Doria Pamphilj con la sua galleria, il Collegio Romano, la basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio, palazzo Venezia, il Vittoriano, la piazza del Campidoglio disegnata da Michelangelo, il Teatro di Marcello, il portico d'Ottavia e l'ingresso del Ghetto, piazza Mattei con la Fontana delle Tartarughe, il Teatro Argentina e, appena oltre, il Teatro Valle.

Sono, senza esagerazione, duemilacento anni di architettura in dieci minuti a piedi. Non conosco un altro punto della Terra con questa densità, e la conosco abbastanza bene da poterlo affermare senza retorica.

L'itinerario che consiglio prima di uno spettacolo

Se avete un'ora e mezza da riempire prima di entrare, ecco il giro che faccio io. Si parte da via Celsa, si scende verso via delle Botteghe Oscure e si va a vedere l'esterno della Crypta Balbi per farsi un'idea della stratigrafia. Si prosegue verso piazza Mattei e ci si ferma cinque minuti davanti alla Fontana delle Tartarughe, che è probabilmente la fontana più delicata di Roma. Si scende al portico d'Ottavia e si guarda il Teatro di Marcello dal basso, con i suoi tre ordini sovrapposti e i palazzi rinascimentali costruiti sopra le arcate.

Poi si risale per via Montanara verso piazza Venezia, si taglia dietro il Vittoriano e si rientra verso piazza del Gesù dal lato di via del Plebiscito. Il giro dura circa un'ora a passo umano, con le soste. E consegna al concerto un pubblico decisamente meglio disposto di quello arrivato in taxi cinque minuti prima.

Il Ghetto e piazza Mattei, il vicinato meridionale di Teatro Centrale

Scendendo da via Celsa verso sud si entra rapidamente nell'area del rione Sant'Angelo e del Ghetto, che è forse il quadrante più commovente del centro storico.

Il Ghetto di Roma fu istituito nel 1555 con la bolla "Cum nimis absurdum" di Paolo IV, che impose agli ebrei romani la reclusione in un'area recintata e chiusa da porte. La comunità ebraica di Roma è la più antica della diaspora occidentale, presente in città in modo documentato dal secondo secolo avanti Cristo, e ha attraversato più di duemila anni di storia romana. Il recinto fu abolito definitivamente solo con la fine dello Stato Pontificio, nel 1870.

Dentro quel quadrante si trovano il portico d'Ottavia, monumento augusteo poi trasformato in mercato del pesce medievale, la Sinagoga con il suo tiburio quadrangolare inaugurata nel 1904, e le strade in cui la cucina giudaico-romanesca ha prodotto alcune delle sue invenzioni più imitate: il carciofo alla giudia, i filetti di baccalà, la torta di ricotta e visciole.

Le pietre d'inciampo e il 16 ottobre 1943

Camminando in queste strade si incontrano, incastonate nel selciato, le pietre d'inciampo: piccoli blocchi con una targa d'ottone che riportano il nome, la data di nascita, la data di deportazione e il destino di una persona che abitava in quell'edificio. Il progetto è dell'artista tedesco Gunter Demnig e ha coperto ormai gran parte d'Europa.

Il riferimento storico è la razzia del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, quando oltre mille persone furono rastrellate e deportate ad Auschwitz. I sopravvissuti al ritorno furono pochissimi. È una ferita che il quartiere non nasconde e non spettacolarizza: la tiene lì, sotto i piedi, e chiede solo che si abbassi lo sguardo.

Lo dico a chi verrà per un concerto in via Celsa: se avete mezz'ora, fate quattrocento metri verso sud e camminate lentamente per via del Portico d'Ottavia. È il modo migliore che conosco per ricordarsi che una serata di musica nel centro di Roma è un privilegio costruito su una storia che non è stata leggera per tutti.

Piazza Venezia e il Vittoriano, il fondale di Teatro Centrale

Uscendo da via Celsa e andando verso sud-est si arriva in pochi minuti a piazza Venezia, che è insieme il crocevia più trafficato e uno degli spazi più discussi della città.

Il Vittoriano, il grande monumento bianco dedicato a Vittorio Emanuele II, fu progettato da Giuseppe Sacconi, vinse il concorso nel 1884, fu inaugurato nel 1911 per il cinquantenario dell'Unità d'Italia e completato nei decenni successivi. Il marmo usato è il botticino, proveniente dal bresciano, e la sua bianchezza abbagliante contro il travertino dorato del resto della città è la ragione principale delle polemiche che accompagnano l'edificio da oltre un secolo.

I romani lo hanno battezzato con una serie di soprannomi affettuosamente irriverenti, dalla macchina da scrivere alla torta nuziale. Ma la sua costruzione comportò la demolizione di un intero settore di edilizia medievale e rinascimentale sul fianco del Campidoglio, e questo è il vero motivo per cui la critica novecentesca lo ha trattato con durezza.

La vista che nessuno considera

Detto tutto il male possibile, aggiungo il bene: la terrazza sommitale del Vittoriano, raggiungibile con gli ascensori panoramici, offre il punto di vista più completo sul centro storico. Da lassù si vede il Foro, il Colosseo, le cupole allineate, e — con un po' di attenzione — anche il quadrante di tetti sotto cui sta il rione Pigna.

È l'unico posto da cui si può, letteralmente, guardare dall'alto l'isolato che contiene Teatro Centrale. Non lo riconoscerete, perché quella sala non ha una copertura visibile che la distingua dai tetti circostanti. Ma sapere che sta lì, invisibile in mezzo a un mare di coppi, è un piacere sottile che consiglio.

Nel monumento si trova anche l'Altare della Patria con la tomba del Milite Ignoto, collocata nel 1921. La salma fu scelta da Maria Bergamas, madre di un caduto disperso, tra undici bare di soldati non identificati, in una cerimonia nella basilica di Aquileia. È uno dei rari momenti in cui la retorica nazionale italiana ha prodotto un gesto di autentica potenza simbolica.

Dove mangiare e bere intorno a Teatro Centrale

Non farò nomi di locali, per una ragione di metodo: le insegne del centro di Roma cambiano proprietà e qualità con una velocità che rende irresponsabile qualunque elenco. Farò invece qualcosa di più utile, cioè spiegarvi come si legge la zona.

Attorno a piazza del Gesù e lungo via del Plebiscito prevale l'offerta di passaggio, tarata sul turismo e sugli uffici. Mangiare in quelle vetrine è possibile, ed è quasi sempre una transazione senza memoria. Non c'è nulla di scandaloso, ma non è per questo che si viene a Roma.

Il salto di qualità avviene spostandosi di due o tre isolati. Andando verso il Ghetto, verso piazza Margana, verso via dei Delfini e via dei Funari, si entra in un tessuto di trattorie e osterie che vive ancora in buona parte di clientela romana. Andando invece verso nord, verso via dei Cestari e la zona della Minerva, si trova un'offerta più composta e più cara, con qualche insegna storica.

La regola dei duecento metri

Il criterio che uso da anni e che regalo volentieri: nel centro di Roma la qualità media di un locale è inversamente proporzionale alla sua visibilità da un monumento. Duecento metri di distanza da una piazza famosa, e in una strada senza sbocco panoramico, cambiano completamente la cucina e il prezzo.

Il secondo criterio è la lingua del menù. Se il menù è tradotto in sei lingue ed esposto con le fotografie dei piatti, siete in un locale che vive sul passaggio e che non ha bisogno di farvi tornare. Se il menù è in italiano, scritto a mano o stampato quel giorno, e cambia con le stagioni, avete trovato un posto che punta sul cliente abituale.

Il terzo criterio è l'orario. I romani cenano tardi. Un locale pieno alle diciannove e trenta è un locale che lavora con i turisti; un locale che si riempie alle ventuno è un locale che lavora con il quartiere. Chi va a uno spettacolo deve fare i conti con questa asimmetria, e spesso conviene mangiare dopo anziché prima.

Teatro Centrale e l'accessibilità del centro storico

È un argomento che affronto sempre, perché viene chiesto raramente e serve moltissimo. Il centro storico di Roma, per chi ha difficoltà motorie, presenta ostacoli concreti e va pianificato con anticipo.

Il primo ostacolo è il selciato. I sampietrini, i cubetti di leucitite che pavimentano gran parte del centro, sono splendidi da fotografare e faticosi da attraversare in sedia a rotelle, con un passeggino o con un bastone. Le connessure sono irregolari, e in alcuni tratti l'usura ha prodotto avvallamenti sensibili. Via Celsa e le strade circostanti sono in gran parte pavimentate così.

Il secondo ostacolo è la larghezza dei marciapiedi, spesso ridotta a pochi centimetri o del tutto assente nei vicoli, il che costringe a camminare in carreggiata. Il terzo è che gli edifici storici del centro hanno frequentemente soglie, gradini d'ingresso e ascensori assenti o di dimensioni minime.

Che cosa fare in concreto

Il consiglio operativo è uno solo, ed è sempre lo stesso: contattare in anticipo la struttura e chiedere in modo specifico. Non "siete accessibili", che è una domanda a cui tutti rispondono di sì, ma domande puntuali. Quanti gradini ci sono dall'ingresso alla platea. La balconata è raggiungibile solo per scale. Esistono posti riservati e come si prenotano. C'è un servizio igienico attrezzato. Dove può accostare un'auto per far scendere una persona.

Per il resto della giornata, i grandi siti archeologici e museali della zona hanno negli ultimi anni migliorato molto i percorsi accessibili, e le informazioni aggiornate si trovano sui rispettivi canali ufficiali. Consiglio comunque sempre una verifica telefonica il giorno prima: nel centro di Roma i cantieri compaiono e scompaiono con rapidità, e un percorso praticabile a marzo può non esserlo a maggio.

Quando conviene passare da Teatro Centrale

La stagionalità del centro storico romano è marcata e vale la pena conoscerla, indipendentemente da che cosa si vada a vedere.

L'inverno, da novembre a febbraio, è il periodo che preferisco. Fa freddo ma raramente in modo aggressivo, la luce è bassa e obliqua, le strade sono percorribili, e la vita culturale al chiuso è nel pieno della sua stagione. Una sera di gennaio in via Celsa, con i palazzi umidi e la nebbia sottile che ogni tanto sale dal Tevere, ha un carattere che d'estate è impossibile trovare.

La primavera, marzo e aprile, è la stagione più bella e la più affollata. Da metà aprile in poi il centro storico entra in regime di alta pressione turistica, e camminare tra piazza Venezia e il Pantheon a metà pomeriggio diventa un esercizio di pazienza. Le sere restano perfette.

L'estate romana è calda, e nel centro il calore accumulato dalle pietre non si scarica prima delle undici di sera. È però la stagione in cui la città moltiplica gli appuntamenti all'aperto lungo il fiume, nelle ville, nelle aree archeologiche. Chi cerca spettacolo al chiuso in luglio e agosto trova un'offerta più rarefatta, perché molte sale sospendono l'attività.

L'autunno, la stagione tecnica

Settembre e ottobre sono il momento in cui la città riprende ritmo. Le sale riaprono, i cartelloni ripartono, il turismo si dirada rispetto alla primavera e il clima è ancora clemente. Per chi vuole combinare visite diurne e serate al chiuso, è oggettivamente la finestra migliore dell'anno.

Aggiungo un dettaglio pratico che sfugge sempre: l'ora legale finisce alla fine di ottobre, e da quel momento a Roma il buio arriva prima delle cinque e mezza del pomeriggio. Le fotografie serali nelle strade del centro, con i lampioni accesi e ancora un residuo di cielo blu, si fanno in quel breve intervallo. È l'unico momento in cui via Celsa si lascia fotografare davvero bene.

Errori da non fare quando si va a Teatro Centrale

Vengo alla parte più utile e meno poetica. Ho visto sbagliare così tante volte le stesse cose che ormai le elenco preventivamente.

Il primo errore è cercare l'indirizzo all'ultimo momento. Via Celsa è breve e poco segnalata, i numeri civici del centro storico seguono logiche che sfidano l'intuizione, e i navigatori nei vicoli con palazzi alti perdono precisione. Se avete un orario, arrivate in zona con venti minuti di margine e trovate il portone con calma.

Il secondo errore è pensare che "centro storico" significhi "facile da raggiungere in auto". È vero l'opposto. La zona a traffico limitato, l'assenza pressoché totale di parcheggi liberi e la conformazione delle strade rendono l'auto la peggiore delle opzioni possibili.

Il terzo errore è non verificare in anticipo la natura dell'evento. Come ho detto, la sala funziona prevalentemente come spazio per la musica dal vivo, il che può significare posti a sedere oppure platea in piedi a seconda della configurazione scelta per la serata. Sono due esperienze radicalmente diverse, soprattutto per chi ha problemi di schiena, per chi porta bambini o per chi ha semplicemente una certa età.

Gli errori più sottili

Il quarto errore è vestirsi come per un teatro d'opera. In una sala per concerti la formalità è fuori luogo, e in inverno c'è il problema pratico del guardaroba: chi arriva con un cappotto pesante e non trova un servizio disponibile passa la serata con l'ingombro sulle ginocchia.

Il quinto errore è organizzare la cena immediatamente prima. In centro, tra la prenotazione al ristorante e l'ingresso in sala, il margine si comprime sempre più del previsto, e si finisce per mangiare di corsa e arrivare trafelati. Meglio un aperitivo prima e una cena dopo, tanto a Roma le cucine di quartiere restano aperte più tardi di quanto i visitatori immaginino.

Il sesto errore, il più diffuso, è non guardarsi intorno. Si arriva, si entra, si esce, si prende un mezzo e si torna in albergo, senza rendersi conto di essere stati per tre ore a duecento metri dalla chiesa madre dei gesuiti e a quattrocento dal luogo in cui fu ucciso Cesare. Se avete letto fin qui, questo errore non lo farete.

Le domande che mi fanno più spesso su Teatro Centrale

Raccolgo qui le domande ricorrenti, con risposte oneste, comprese quelle in cui la risposta onesta è "verificate alla fonte".

È un teatro di prosa o una sala da concerti

Nella sua configurazione recente funziona principalmente come spazio per la musica dal vivo e per eventi, pur essendo nato come teatro di inizio Novecento e conservandone la struttura. La parola "teatro" nell'insegna descrive l'edificio, non necessariamente il tipo di programmazione.

Quanta gente ci sta

La capienza indicata si attesta attorno alle cinquecento unità, distribuite tra platea e balconata. È una taglia media, che in centro a Roma è rara.

Si vede bene da tutti i posti

Nelle sale con questa geometria — pianta compatta, copertura centrale, galleria — la visibilità è generalmente buona proprio perché le distanze dal palco sono contenute. I punti critici, come sempre, sono gli estremi laterali della platea e i posti immediatamente sotto lo sbalzo della balconata, dove la copertura bassa può comprimere la resa acustica.

Che cosa c'era prima

La sala ha attraversato più destinazioni nel corso del Novecento e dei primi anni Duemila, comprese fasi di chiusura e riadattamento, e tra queste anche l'esperimento di un locale legato a un grande marchio internazionale della birra nel centro di Roma, oggi largamente dimenticato. Dal 2019 la struttura è stata ripresa in mano e riportata all'attività con un orientamento sulla musica dal vivo.

Vale la pena andarci se sono a Roma per pochi giorni

Se avete tre giorni e non siete mai stati a Roma, no: dedicateli al Foro, ai Musei Vaticani, al Pantheon e a camminare. Se invece tornate, o se cercate una serata che non sia la solita, allora sì — a patto che il programma vi interessi davvero. Un bel contenitore non salva una serata sbagliata, in nessun teatro del mondo.

Una curiosità su Teatro Centrale

La curiosità che preferisco riguarda una coincidenza geografica che nessuno racconta mai, e che secondo me è il fatto più notevole di tutto questo indirizzo.

A poche centinaia di metri da Teatro Centrale, lungo via delle Botteghe Oscure, si trovano i resti del teatro di Balbo, inaugurato nel 13 avanti Cristo, e a poca distanza in direzione opposta ci sono quelli del complesso teatrale di Pompeo, del 55 avanti Cristo, e più a sud il Teatro di Marcello, dedicato anch'esso in età augustea. Questo significa che l'isolato di via Celsa 6 si trova esattamente nel mezzo del quadrante in cui Roma antica concentrò i suoi tre teatri stabili in muratura.

Non è casuale. Il Campo Marzio meridionale era, in età tardo-repubblicana e augustea, la zona in cui si costruivano gli edifici per lo spettacolo, perché stava fuori dal pomerio, il confine sacro della città, e perché offriva superfici pianeggianti ancora disponibili. Nel giro di quarant'anni, tra il 55 e il 13 avanti Cristo, in quel fazzoletto di terra sorsero tre teatri in muratura capaci complessivamente di decine di migliaia di spettatori.

La curiosità, dunque, è questa: costruire un teatro in via Celsa all'inizio del Novecento significò, senza che nessuno probabilmente ci pensasse, riportare la funzione teatrale esattamente dove la città l'aveva collocata duemila anni prima. Il quadrante degli spettacoli di Roma antica e il quadrante di una sala per concerti del ventunesimo secolo coincidono quasi perfettamente.

Chiamatela persistenza funzionale, chiamatela caso. Io la trovo una delle cose più eleganti che si possano raccontare camminando in quella strada. Le città hanno una memoria che non passa per la coscienza di chi le costruisce: passa per la forma del suolo, per la disponibilità degli spazi, per la posizione rispetto ai flussi. E la forma del suolo, in quel punto, dice "spettacolo" da venti secoli.

Una cosa che non ti dice nessuno su Teatro Centrale

Ecco la cosa che non trovate scritta da nessuna parte, e che secondo me è la chiave per capire questo posto: Teatro Centrale è uno dei pochissimi luoghi del centro storico di Roma in cui si produce cultura contemporanea invece di conservare cultura passata.

Provate a fare mentalmente l'inventario di ciò che sta dentro il cerchio dei cinquecento metri che ho descritto prima. Il Pantheon: conservazione. La Chiesa del Gesù: conservazione. Palazzo Altieri: conservazione. Largo Argentina: conservazione. La Crypta Balbi: conservazione, per quanto intelligentissima. Palazzo Doria Pamphilj: conservazione. Il Vittoriano: conservazione.

Sono tutti luoghi meravigliosi e tutti, senza eccezione, dedicati a custodire e mostrare qualcosa che è già accaduto. In quel cerchio, i luoghi in cui stasera accade qualcosa di nuovo, che prima non esisteva, si contano sulle dita di una mano. Teatro Centrale è uno di questi.

Questo dato ha una conseguenza urbanistica che pochi considerano. Un centro storico interamente dedicato alla conservazione smette progressivamente di essere una città e diventa un museo con dei residenti dentro. È un processo che ha un nome, museificazione, ed è documentato in decine di città europee: i residenti diminuiscono, le botteghe di quartiere chiudono, gli appartamenti diventano ricettivo, e alla fine il centro è pieno di gente e vuoto di vita.

Ogni spazio che nel centro di Roma continua a ospitare produzione culturale viva — non repliche, non ricostruzioni, non rievocazioni, ma persone che salgono su un palco stasera e fanno qualcosa che non era mai stato fatto prima — sta svolgendo una funzione di resistenza urbana che non compare in nessun bilancio e che nessuno gli riconosce.

La cosa che non vi dice nessuno, quindi, è che quando comprate un biglietto per una sala come questa non state solo comprando una serata. State pagando una piccola quota dell'affitto di uno dei metri quadri più contesi d'Europa, sottraendolo per qualche ora in più al destino di diventare l'ennesimo esercizio commerciale. Non è retorica militante: è aritmetica immobiliare.

Il consiglio che ti do per visitare Teatro Centrale

Il consiglio è duplice, e il primo pezzo riguarda il tempo.

Arrivate in zona almeno un'ora prima. Non davanti al portone: in zona. Usate quell'ora per fare il giro che ho descritto — Botteghe Oscure, piazza Mattei, portico d'Ottavia, Teatro di Marcello, e ritorno per via del Plebiscito — oppure una sua variante più corta. La differenza tra chi entra in sala dopo aver camminato per un'ora nel rione e chi entra scendendo da un taxi è enorme, e riguarda la qualità della serata più di quanto immaginiate.

Il secondo pezzo del consiglio riguarda la verifica. Prima di muovervi, controllate alla fonte diretta tre cose: che l'evento sia confermato, quale sia la configurazione della sala per quella serata — posti a sedere oppure platea in piedi — e quale sia l'orario reale di apertura porte, che nella musica dal vivo è quasi sempre diverso e anticipato rispetto all'orario di inizio dichiarato.

Aggiungo un terzo elemento che vale in generale per il centro storico: verificate anche che non ci siano manifestazioni, cortei o dispositivi di sicurezza previsti in zona per quella data. Piazza Venezia e le vie limitrofe sono uno dei punti nevralgici della vita istituzionale italiana, e la chiusura improvvisa di un asse stradale può cambiare completamente i tempi di percorrenza. Non capita spesso, ma quando capita capita male.

Il consiglio per chi ci va da solo

Ne aggiungo uno che do raramente perché sembra strano, e invece funziona. Un concerto in una sala da cinquecento posti è uno dei pochi eventi culturali che si godono benissimo da soli. Non c'è la formalità del teatro d'opera, non c'è la conversazione obbligata dell'intervallo, non c'è nessuno che vi chieda che cosa ne pensate mentre state ancora ascoltando.

Se siete a Roma per lavoro e avete una serata libera, una sala media in centro è un'idea migliore della cena solitaria in albergo. E uscendo, avete tutto il rione a disposizione per una passeggiata notturna che non costa nulla e che vale il viaggio.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: nel centro storico di Roma non c'è quasi nessun edificio nato per lo scopo che oggi ricopre. E questa, che tutti sanno in astratto, quasi nessuno la applica quando guarda un luogo concreto.

Il Pantheon è un tempio diventato chiesa. Il Teatro di Marcello è un teatro augusteo diventato fortezza medievale e poi palazzo nobiliare abitato. Palazzo Venezia fu residenza cardinalizia, poi ambasciata, poi sede del governo, poi museo. Il Collegio Romano fu istituzione gesuitica, poi proprietà dello Stato, poi liceo e sede ministeriale. Castel Sant'Angelo nacque mausoleo imperiale, divenne fortezza, prigione, residenza papale e infine museo.

La regola di Roma non è la conservazione: è il riuso continuo. Gli edifici che sono arrivati fino a noi non sono quelli che qualcuno ha protetto per bellezza, sono quelli che hanno trovato di volta in volta una funzione che li rendesse utili. La bellezza, paradossalmente, non ha mai salvato nulla da sola. L'utilità sì.

Applicata a Teatro Centrale, questa regola spiega tutto. Un teatro di inizio Novecento che nel corso di un secolo ha cambiato pelle più volte, ha ospitato avanguardie musicali davanti a sale semivuote, è passato attraverso un esperimento commerciale legato a un marchio di birra, ha conosciuto periodi di chiusura ed è stato riportato in attività nel 2019 come sala per concerti, non è un caso anomalo di instabilità: è un edificio romano che si comporta esattamente come si sono comportati tutti gli edifici romani da venti secoli.

La differenza è solo di velocità. Il Pantheon ha cambiato funzione una volta in duemila anni; una sala da spettacolo del Novecento lo fa ogni quindici o vent'anni, perché il mercato dell'intrattenimento si muove a una frequenza che l'architettura religiosa non ha mai conosciuto.

Trovo che sia una consolazione, più che una malinconia. Un luogo che cambia è un luogo vivo. I luoghi che non cambiano più, a Roma, sono quelli che hanno smesso di servire a qualcuno, e sono quasi sempre i più tristi da visitare.

La foto giusta da fare a Teatro Centrale

Sarò diretto: la facciata su via Celsa non è il soggetto. È un fronte modesto in una strada stretta, senza arretramento sufficiente per una ripresa frontale decente e con una luce che per buona parte della giornata è piatta. Chi si ostina a fotografare l'ingresso porta a casa un'immagine anonima.

La foto giusta è un'altra, e sta dentro. È l'inquadratura dalla balconata verso la platea, presa dal fondo, con la curva della copertura che entra nel fotogramma in alto e la ringhiera della galleria che taglia il primo piano in basso. In quell'inquadratura si legge tutto ciò che rende interessante la sala: la pianta compatta, la geometria del contenimento, la relazione fisica tra chi guarda e chi sta sul palco. È una fotografia di architettura travestita da fotografia di evento.

Tecnicamente serve poco: una focale grandangolare moderata, sui ventiquattro o ventotto millimetri equivalenti, tenuta il più possibile in bolla per non far cadere le verticali. La tentazione di andare sul grandangolo estremo va resistita, perché deforma la curva della copertura e trasforma la sala in una caricatura di sé stessa.

La regola che viene prima della tecnica

Prima di tutto questo, però, c'è una cosa da verificare sempre: se in quella serata le fotografie siano consentite. In molte situazioni di musica dal vivo esistono limitazioni concordate con gli artisti, e non riguardano solo i professionisti. Un cartello all'ingresso o un'indicazione dello staff valgono più di qualunque consiglio fotografico io possa darvi.

E aggiungo la regola di comportamento, che vale in ogni sala del mondo: niente flash, mai. Il flash non migliora la vostra foto, perché a quella distanza non illumina nulla di utile, e rovina la serata a chi vi sta intorno e all'artista che ha luci calibrate al millimetro. Se la luce è poca, alzate la sensibilità e accettate il rumore. Una foto rumorosa è una foto; una foto con il flash in un concerto è un torto.

La foto giusta fuori dalla sala

Se cercate invece un'immagine da portare a casa che racconti il contesto, uscite e camminate cento metri fino a piazza del Gesù. Mettetevi con le spalle a via del Plebiscito e inquadrate la facciata del Gesù di tre quarti, con la massa di palazzo Altieri a fare da quinta laterale. Fatelo nella mezz'ora dopo il tramonto, quando l'illuminazione artificiale della facciata è già accesa ma il cielo conserva ancora una dominante blu profondo.

È l'ora blu, dura pochi minuti e cambia con la stagione. È l'unico momento in cui l'esposizione della pietra illuminata e quella del cielo si equilibrano senza bisogno di trucchi. Con quella foto in tasca, e la storia del teatro nascosto in via Celsa da raccontare, avete una serata romana che vale il doppio del biglietto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Devo fare una premessa di metodo, perché la storia si rispetta anche dicendo quello che non si sa. Sulla cronologia interna di questa sala la documentazione facilmente accessibile è scarsa: non esiste, per quanto mi risulta, una cronologia pubblicata degli spettacoli ospitati in via Celsa nell'arco del Novecento. Non vi elencherò quindi date di prime, nomi di stagioni o eventi che non posso sostenere. Vi racconterò invece gli avvenimenti documentati che riguardano questo luogo e il suo immediato contesto, che sono comunque notevoli.

I concerti dell'avanguardia negli anni Sessanta

L'avvenimento meglio documentato che riguarda direttamente il Teatro Centrale è l'attività concertistica del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, che tenne qui alcune delle proprie esibizioni dal vivo. Il gruppo, nato a Roma negli anni Sessanta, riuniva compositori che improvvisavano collettivamente, e tra i suoi membri figurò Ennio Morricone.

La testimonianza tramandata sottolinea che quei concerti avevano in sala un pubblico assai ristretto. È un dettaglio che vale come documento sociale: dice che negli anni Sessanta, in una sala del centro di Roma, si eseguiva musica di frontiera davanti a poche decine di persone, e che quella pratica ebbe conseguenze enormi sulla musica europea successiva, dalle colonne sonore all'elettronica sperimentale.

Gli avvenimenti del quadrante

Se allarghiamo lo sguardo di trecento metri, gli avvenimenti storici diventano di primo piano assoluto. Alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, nella Curia di Pompeo, i cui resti affiorano sul lato orientale dell'area sacra di largo Argentina, fu assassinato Gaio Giulio Cesare. È probabilmente l'evento politico più raccontato della storia occidentale, ed è accaduto a meno di cinque minuti a piedi da via Celsa.

Nel 13 avanti Cristo, a poche decine di metri di distanza, fu inaugurato il teatro di Balbo, terzo teatro stabile in muratura di Roma, con il suo quadriportico. Nel 1568 iniziò la costruzione della Chiesa del Gesù, che avrebbe fornito il modello architettonico a centinaia di chiese in quattro continenti; fu consacrata nel 1584. Nel 1670 Emilio Altieri divenne papa con il nome di Clemente X, e la sua famiglia consolidò il palazzo che ancora oggi chiude la piazza.

Nel gennaio del 1732 fu inaugurato, a trecento metri da qui, il Teatro Argentina, dove nel febbraio del 1816 la prima del "Barbiere di Siviglia" di Rossini si concluse in un fiasco clamoroso destinato a rovesciarsi in trionfo. Il 16 ottobre 1943, a quattrocento metri, avvenne la razzia del Ghetto di Roma, con oltre mille persone deportate.

La riapertura del 2019

L'ultimo avvenimento documentato che riguarda direttamente questa sala è il ritorno all'attività dal 2019 sotto una nuova gestione, con un orientamento sulla musica dal vivo. Nella scala degli eventi che ho appena elencato può sembrare poca cosa, e in termini di storia universale lo è. In termini di storia urbana, però, la riapertura di una sala da cinquecento posti nel cuore del centro storico di una capitale europea nel ventunesimo secolo è un fatto tutt'altro che ordinario, e in molte altre città non sarebbe semplicemente accaduto.

Chi è passato da Teatro Centrale

Anche qui procedo con onestà. Non esiste, per quanto mi risulta, un elenco pubblicato e verificabile degli artisti che hanno calcato questo palcoscenico nell'arco del Novecento, e non ho intenzione di costruirne uno per riempire una pagina. Vi dico quello che si può sostenere.

I compositori di Nuova Consonanza

Il passaggio meglio attestato riguarda il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, che si esibì qui negli anni della sua attività. Del gruppo fece parte Ennio Morricone, il compositore italiano più conosciuto al mondo, autore di centinaia di colonne sonore e premio Oscar. Che Morricone abbia suonato in una sala di via Celsa davanti a poche decine di persone, in una fase in cui la sua ricerca sperimentale procedeva parallela e nascosta rispetto al lavoro cinematografico, è il tipo di dettaglio che rende una sala interessante molto più di un elenco di grandi nomi.

Il gruppo comprendeva altri compositori di rilievo della musica italiana del Novecento, impegnati in un'operazione di radicale ridefinizione dei ruoli: nessun direttore, nessuna partitura, nessuna gerarchia tra chi scrive e chi esegue. Erano musicisti colti che sceglievano deliberatamente di non sapere in anticipo che cosa sarebbe successo.

Il pubblico come protagonista

C'è un secondo modo di rispondere alla domanda su chi sia passato di qui, e a mio parere è quello più vero per una sala di questo tipo. Da Teatro Centrale, in oltre un secolo, sono passate centinaia di migliaia di persone comuni: romani che uscivano la sera, impiegati del quadrante di via delle Botteghe Oscure, studenti, coppie, gruppi di amici.

Sono loro il vero repertorio di una sala di quartiere trasformatasi in polo culturale. I nomi sul cartellone cambiano; il gesto di uscire di casa la sera per andare ad ascoltare qualcosa insieme ad altri sconosciuti, invece, è rimasto identico dal primo Novecento a oggi, ed è uno dei pochi rituali collettivi urbani sopravvissuti alla televisione prima e agli schermi individuali poi.

Chi ci passa oggi

Dalla ripresa dell'attività nel 2019 la sala ha ospitato prevalentemente musica dal vivo, con una programmazione di concerti ed eventi. Non elenco nomi per la ragione che ho ripetuto più volte e che ribadisco qui una volta ancora: i cartelloni cambiano, e un elenco congelato invecchia in una stagione, mentre l'edificio e la sua storia restano.

Il consiglio finale è dunque semplice e resta valido negli anni: verificate il programma alla fonte diretta, scegliete una serata che vi interessi davvero, arrivate con un'ora di anticipo e camminate. Il resto — la cupola, la balconata, i cinquecento posti, il vicolo alle spalle di piazza del Gesù, i venti secoli di spettacolo sepolti sotto le strade attorno — ve lo racconta il posto da solo, se gli date il tempo di farlo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoTeatro Centrale Via Celsa, 6 Roma Un vecchio teatro di inizio Novecento, riadattato a polo culturale, per concerti, spettacoli e quant'altro.
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