Museo francescano – Istituto Storico dei Cappuccini
Il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini è in Circonvallazione Occidentale 6850, sul Grande Raccordo Anulare al chilometro 65,050, quartiere Bravetta, 00163 Roma, dentro il Collegio Internazionale San Lorenzo da Brindisi. Non si entra passando dal portone: le visite si effettuano soltanto su appuntamento, e la visita guidata è gratuita. Si prenota al centralino +39 06 660521 oppure scrivendo a museo@istcap.org, il sito dell'ente è istcap.org. La finestra oraria entro cui si concordano gli appuntamenti è lunedì 16:00-18:30, martedì, mercoledì e venerdì 9:00-12:30 e 16:00-18:30, sabato 9:30-12:30; giovedì e domenica il museo non riceve, e luglio e agosto risultano mesi di chiusura. Biglietto non ce n'è: l'ingresso è gratuito, l'accompagnamento pure. In auto si esce dal GRA allo svincolo 32 Pisana e si prosegue sulla complanare interna; il punto GPS del Collegio è 41.858044, 12.377125. Con i mezzi, da Termini si prende la linea H fino a Capasso, poi l'808 in direzione Ponte Galeria, si scende alla fermata a richiesta di via della Pisana 1100 e si cammina otto minuti. Confermate orario e giorno quando prenotate, perché in una casa religiosa il calendario segue anche la vita della comunità.
Cripta dei Cappuccini: ingresso + guida
Sotto via Veneto, la cripta decorata con le ossa dei frati. Mezz'ora, e non somiglia a nient'altro in città.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se questa è la prima volta che vi orientate fra le raccolte romane, la mappa generale è nella pagina dei musei di Roma: il Museo francescano è uno dei pochi che si visita chiedendo il permesso, e proprio per questo resta uno dei più intatti.
Dove si trova il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini e come ci si arriva
La geografia qui conta più del solito. Il museo non è in centro, non è in un palazzo nobiliare e non ha un'insegna che si veda dalla strada: occupa due livelli del Collegio Internazionale San Lorenzo da Brindisi, un grande edificio conventuale affacciato sul Raccordo Anulare, in quel lembo di Roma occidentale che i romani chiamano Bravetta e che i tassisti chiamano, più semplicemente, la Pisana. Chi arriva pensando di trovare un museo cittadino resta spiazzato: davanti c'è una casa di studio, con la portineria, il chiostro interno, la biblioteca e i frati che passano con le cartelline sotto il braccio. È esattamente il motivo per cui vale la deviazione.
In auto verso il Museo francescano
Chi viene da sud, cioè dall'autostrada di Napoli, imbocca la diramazione del Raccordo verso le uscite 30, 31, 32 e 33 e prosegue sulla complanare; circa quattrocento metri dopo l'uscita 32, prima del distributore di benzina, si gira a destra. Chi arriva da nord, dalla via Aurelia o dalla Firenze-Roma, fa inversione sul cavalcavia dell'uscita 32 Pisana, scende sulla complanare interna del GRA seguendo l'indicazione per Civitavecchia sulla statale 1 e dopo cinquecento metri gira a destra. Il navigatore, se cercate soltanto il nome del museo, spesso non lo trova: impostate le coordinate 41.858044, 12.377125 oppure il nome del Collegio San Lorenzo da Brindisi, che è la denominazione con cui la casa è registrata. Il parcheggio interno esiste, ma è la corte di una comunità religiosa: chiedete in portineria e non date per scontato di poter lasciare l'automobile davanti all'ingresso.
Con i mezzi pubblici al Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Il percorso classico parte da Termini: linea H fino alla fermata Capasso, cambio sull'808 in direzione Ponte Galeria, discesa alla fermata a richiesta di via della Pisana 1100, quella segnalata come Pisana G.R.A., e poi circa otto minuti a piedi. Chi si muove dalla zona di via Gregorio VII prende invece l'881 verso via Avvanzini, scende in via della Pisana e da lì cambia sull'808 con lo stesso schema. Due avvertenze da chi quel tratto lo ha fatto più volte con i gruppi: l'808 è una linea a frequenza larga, quindi calcolate abbondante margine, e la fermata è a richiesta, il che significa che il pulsante va premuto per tempo, altrimenti vi ritrovate mezzo chilometro più avanti su una strada senza marciapiede continuo. Se siete in tre o quattro, l'automobile o il taxi condiviso è la soluzione onesta.
Gli ultimi otto minuti a piedi
L'ultimo tratto è il più antipatico dell'intero viaggio, e nessuno lo dice mai: si cammina lungo una viabilità pensata per le automobili, con il rumore del Raccordo che accompagna tutto il percorso. Scarpe comode, niente valigie, e in estate un cappello. Poi si varca il cancello del Collegio e succede una cosa curiosa: il traffico sparisce, resta il verde della pineta interna e il silenzio di una casa di studio. Il contrasto fra i due minuti prima e i due minuti dopo il cancello è la prima cosa che racconto sempre a chi accompagno.

Perché il Museo francescano non è la Cripta dei Cappuccini di via Veneto
Mettiamo subito in chiaro l'equivoco più frequente, quello che manda in confusione mezza Roma. In città esistono due luoghi cappuccini che i motori di ricerca confondono allegramente. Il primo è il Museo dei Frati Cappuccini di via Veneto, quello sotto la chiesa dell'Immacolata Concezione, celebre in tutto il mondo per le cappelle rivestite con le ossa dei frati: si visita ogni giorno, si paga un biglietto, ci sono le audioguide e la fila. Il secondo è il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini, che è dall'altra parte della città, non ha ossa, non ha biglietteria, non ha fila e apre soltanto a chi ha preso appuntamento.
Sono due istituzioni della stessa famiglia religiosa con missioni opposte. La cripta di via Veneto è un memento mori barocco diventato attrazione di massa; il museo della Bravetta è una raccolta di studio nata per documentare, con gli oggetti, sette secoli di storia francescana. Chi arriva alla Bravetta aspettandosi il macabro resta deluso; chi arriva a via Veneto cercando un dipinto duecentesco su fondo oro resta deluso allo stesso modo. La mia opinione, senza giri di parole: la cripta è la più sopravvalutata delle due esperienze, il Museo francescano la più sottovalutata di tutta Roma occidentale.
Che cos'è davvero il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
La definizione più onesta la dà l'Ordine stesso, e conviene riportarla perché è programmatica: il Museo Francescano non è un museo artistico, storico o archeologico, anche se comprende molti oggetti di alta qualità artistica e di grande valore storico. Appartiene invece alla categoria dei musei specializzati. La specializzazione è il francescanesimo in tutte le sue diramazioni: cappuccini, conventuali, osservanti, terziari, le famiglie femminili, le missioni. La materia non è l'arte, è l'Ordine; l'arte è lo strumento con cui l'Ordine viene raccontato.
Questo cambia il modo di guardare le sale. In una pinacoteca il criterio è la qualità del pennello, e la tavola mediocre si toglie dal muro. Qui il criterio è la capacità documentaria: una stampa popolare di secondo livello, se testimonia come veniva raffigurato un beato cappuccino in una provincia tedesca del Seicento, vale quanto un olio importante. È un museo che ragiona per serie e per confronti, e per questo produce un effetto strano su chi lo attraversa: dopo un'ora si comincia a riconoscere il modo in cui un santo viene costruito visivamente, decennio dopo decennio, fino a diventare un'immagine standard.
Il museo copre l'arco che va dal XIII al XXI secolo e mette insieme pittura, scultura, disegno, incisione, ceramica, medaglistica, libro antico, metalli, tessuti e paramenti. Occupa due livelli, chiamati per tradizione Galleria inferiore e Galleria superiore, ed è dotato di archivio storico, biblioteca e fototeca, oltre a un laboratorio di restauro interno.
La storia del Museo francescano: da Marsiglia al Grande Raccordo Anulare
Poche raccolte romane hanno una biografia altrettanto movimentata. Questo museo è nato in Francia, è stato smembrato da un'asta, è emigrato clandestinamente, ha attraversato due volte l'Italia, ha vissuto tredici anni dentro le casse e si è fermato solo nel 1968, in una casa costruita su misura sul Raccordo Anulare. Chi la conosce, guarda le sale con occhi diversi.
Il libro del 1884 e la raccolta di Louis-Antoine de Porrentruy
All'origine c'è un frate cappuccino svizzero-francese, padre Louis-Antoine de Porrentruy, che nel 1884 pubblica un libro su san Francesco d'Assisi. Per illustrarlo raccoglie materiale iconografico: stampe, disegni, immaginette, riproduzioni. È il meccanismo classico dell'erudito ottocentesco, quello per cui la documentazione di un lavoro finisce per diventare più importante del lavoro stesso. Alla fine della ricerca padre Louis-Antoine si ritrova fra le mani una collezione, e capisce che quella collezione ha un valore autonomo. Nasce così, da un apparato di note, uno dei musei francescani più completi al mondo.
Marsiglia 1885, l'inaugurazione del 1889
Nel 1885, nel convento cappuccino di Marsiglia, la raccolta viene organizzata come Museo Francescano vero e proprio. L'inaugurazione ufficiale arriva nell'ottobre del 1889 e la compie il ministro generale dell'Ordine, Bernardo d'Andermatt, la stessa persona il cui busto in marmo, opera di Giuseppe Sartorio, accoglie oggi i visitatori nell'atrio romano. Quel busto, che a prima vista sembra un ritratto celebrativo qualunque, è in realtà l'atto di nascita del museo trasformato in pietra: è il fondatore istituzionale messo alla porta d'ingresso.
Il breve di Leone XIII e la scomunica per chi porta via un pezzo
Nel 1895 papa Leone XIII firma un breve apostolico, il Minime nos latet, che protegge la raccolta vietando l'asportazione delle opere sotto pena di scomunica. Non è una formula di cortesia: è lo strumento giuridico più duro che la Chiesa avesse a disposizione, applicato a un museo. Serviva a impedire che i singoli conventi si riprendessero i pezzi che avevano prestato o donato, e a blindare l'unità della collezione. Che un papa metta la scomunica a difesa di un inventario dice quanto quella raccolta fosse considerata seria già alla fine dell'Ottocento.
La legge francese, la fuga e l'asta del 1905
La protezione pontificia non poteva nulla contro la politica francese. Dopo la legge del 1901 sulle associazioni e la stagione anticlericale che ne seguì, le case religiose vennero spogliate e nel 1905 una parte degli oggetti finì all'asta. Fra il 1903 e il 1904 i pezzi più importanti erano già stati portati fuori dalla Francia in segreto, salvati un carico alla volta. È il capitolo più romanzesco della vicenda e quello di cui si parla meno: una collezione religiosa smontata di nascosto per sottrarla alla vendita pubblica, con i frati nella parte dei contrabbandieri.
Roma 1912, via Boncompagni
Verso la fine del 1912 il museo riapre a Roma, presso la Curia generale dei cappuccini in via Boncompagni, con i pezzi scampati. Nello stesso anno la biblioteca del Museo Francescano viene incorporata in quella che sarebbe diventata la Biblioteca centrale dell'Ordine: libri e oggetti prendono strade parallele, e da allora non si sono più separati.
Assisi 1927 e l'apertura solenne del 29 novembre 1929
Nel 1927 la raccolta viene trasferita ad Assisi, dove l'Ordine stava costruendo il proprio centro di studi storici, e viene aperta solennemente il 29 novembre 1929. Assisi era la scelta simbolica ovvia: il museo di san Francesco nella città di san Francesco. Durò poco più di un decennio.
Il ritorno a Roma nel 1940 e i tredici anni dentro le casse
Nel 1940 tutto rientra a Roma, fra via Sicilia e via Boncompagni, e qui la storia si fa amara: il museo resta chiuso fino al 1953. Tredici anni di casse, di guerra, di dopoguerra e di ricostruzione, con una delle raccolte francescane più ricche d'Europa invisibile a chiunque. Quando finalmente riapre, l'Italia è un altro Paese e Roma si sta espandendo verso le periferie.
L'estate del 1968 e il trasloco al chilometro 65,050
Nell'estate del 1968 l'Istituto Storico e il suo museo si trasferiscono nella sede attuale, il Collegio Internazionale San Lorenzo da Brindisi, sul Grande Raccordo Anulare al chilometro 65,050. Le collezioni vengono distribuite in una quarantina di ambienti. È il momento in cui la raccolta smette di essere una serie di sale ricavate dentro una curia e diventa un museo progettato: percorsi, depositi, gabinetto dei disegni, laboratorio di restauro. Nel 1973 esce il catalogo, Il museo francescano. Catalogo, stampato dallo stesso Istituto Storico Cappuccino, che resta lo strumento di riferimento per chi voglia studiare le collezioni.
L'Istituto Storico dei Cappuccini, la casa del Museo francescano
Il museo non vive da solo. Il nome completo del luogo mette insieme due realtà, e la seconda è quella che spiega la prima: l'Istituto Storico dei Cappuccini è un centro di ricerca scientifica, e il Museo francescano è la sua sezione materiale, la parte che si può guardare invece che leggere.
14 novembre 1930, Assisi
L'Istituto nasce il 14 novembre 1930 ad Assisi con il nome di Collegio di San Lorenzo da Brindisi in Assisi, per volontà del ministro generale dell'Ordine, Melchiorre da Benisa. Il primo presidente fu fra Cuthbert da Brighton, storico inglese dell'Ordine. Lo scopo dichiarato è duplice e non è cambiato: la ricerca scientifica e la cura di pubblicazioni in campo francescano, principalmente cappuccino, e la promozione di iniziative culturali che interessino la vita dell'Ordine. Nel 1940 l'Istituto segue il museo a Roma, prima fra via Sicilia e via Boncompagni, poi dall'estate del 1968 nella sede sul Raccordo. Lo statuto attuale risale al 1995.
Collectanea Franciscana e Bibliographia Franciscana
Chi studia francescanesimo conosce due titoli che escono da questa casa. Collectanea Franciscana è la rivista dell'Istituto; Bibliographia Franciscana è il volume annuale che censisce la produzione scientifica mondiale sull'argomento. A questi si affiancano collane e repertori, fra cui il Lexicon Capuccinum. Detto in modo brutale: mentre voi guardate una tavola su fondo oro in Galleria superiore, al piano di sotto qualcuno sta compilando la bibliografia che permetterà a un ricercatore di Buenos Aires di trovare quella tavola fra dieci anni. Il museo è la vetrina di una fabbrica di conoscenza, e questo è il suo tratto più raro.
La Biblioteca centrale dei Cappuccini
Nello stesso Collegio ha sede la Biblioteca centrale dei Cappuccini, formatasi nella seconda metà dell'Ottocento e cresciuta per assorbimento: la biblioteca del Collegio San Fedele per le Missioni nel 1911, quella del Museo Francescano nel 1912, quella dell'Istituto Storico dell'Ordine nel 1940. Oggi conserva un patrimonio di circa 120.000 unità catalogate e circa 2.200 testate di periodici, di cui oltre seicento ancora correnti. Non è una biblioteca turistica e non si visita per curiosità, ma sapere che è lì cambia la percezione del museo: le opere non sono orfane, hanno alle spalle gli strumenti per essere capite.
Come è organizzato il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Il percorso si articola su due livelli e quattro sezioni. La ripartizione non è cronologica ma tipologica, e all'inizio spiazza: si passa dal Novecento al Duecento e ritorno, seguendo la natura degli oggetti invece che il calendario. Ci si abitua in fretta, e alla fine si capisce perché il criterio è quello giusto per un museo che documenta un'istituzione e non un'epoca.
Sezione I. L'atrio e il vestibolo del Museo francescano
Si comincia dal piano superiore, nell'atrio e nel vestibolo, dove sono raccolti dipinti e sculture del Novecento. Due pezzi reggono lo spazio. Il primo è il busto in marmo di Bernardo da Andermatt, opera di Giuseppe Sartorio, databile al primo quarto del XX secolo: il ministro generale che inaugurò il museo a Marsiglia, messo a fare da custode all'ingresso di quello romano. Il secondo è la vetrata policroma con Santi e beati cappuccini, della seconda metà del Novecento, di fra Ugolino da Belluno. Un consiglio pratico: chiedete di attraversare il vestibolo in una giornata di sole pieno, perché la vetrata senza luce dietro è mezza vetrata.
Fra Ugolino da Belluno, il frate che dipingeva
Vale la pena spendere due righe su di lui, perché il suo nome ritorna due volte nel percorso. Fra Ugolino da Belluno, al secolo Silvio Alessandri, nacque a Belluno il 15 dicembre 1919 e morì a Roma il 24 maggio 2002. Fu religioso, pittore e scultore, con una predilezione per il mosaico, il graffito su affresco, l'affresco, l'acquaforte e la xilografia; lavorò in decine di chiese italiane, dall'abside della parrocchiale di Rocca Priora nel 1972 al santuario di San Gabriele dell'Addolorata a Isola del Gran Sasso, dalla cattedrale di San Benedetto del Tronto al santuario dell'Immacolata a Barletta. Nel museo compare due volte, con la vetrata dell'atrio e con un bronzo in Galleria inferiore: è la prova che questa casa continua a produrre l'arte che colleziona, invece di limitarsi a conservarla.
Sezione II. Il Gabinetto dei disegni e delle stampe
Questa è la sezione più imponente e la meno visitabile: 2.207 disegni e circa 40.000 stampe fra incisioni, acqueforti e silografie, dal XVI al XXI secolo, tutte di soggetto francescano. L'accesso è riservato agli studiosi, e il motivo è tecnico prima che gerarchico: la carta si guarda tavola per tavola, in un ambiente controllato, con le mani pulite e con qualcuno che sappia rimetterla dove stava. Se avete una ricerca in corso, si chiede per iscritto e si concorda; se siete visitatori occasionali, sappiate che il museo continua anche dietro le porte che non aprirete. Quarantamila stampe significano che ogni immagine francescana circolata in Europa in quattro secoli ha qui, con ogni probabilità, un esemplare o un parente stretto.
Sezione III. La Galleria inferiore del Museo francescano
Il livello inferiore comprende un corridoio, un grande atrio interno e quattro sale. È la parte più varia del museo, quella dove la pittura convive con gli oggetti d'uso liturgico. Quattro pezzi tengono la scena. Il Martirio di san Lorenzo, olio su tela della seconda metà del Seicento, è di Guillaume Courtois, il pittore francese che a Roma tutti chiamavano il Borgognone e che lavorò nel giro di Pietro da Cortona e di Bernini: mano solida, impianto teatrale, esattamente il linguaggio che la Roma barocca chiedeva a una tela d'altare. Il Fedele da Sigmaringa in gloria, olio su tela della prima metà del Settecento, è di Sebastiano Conca, uno dei pittori più richiesti della Roma di quegli anni, di formazione napoletana: la scelta del soggetto non è casuale, perché il santo cappuccino fu beatificato nel 1729, e le glorie si dipingono quando c'è qualcosa da festeggiare.
Ci sono poi due pezzi molto diversi fra loro. Una litografia del 1832 di V. Battistelli e Francesco Cilleni Nepis mostra la basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi crollata dopo il terremoto: è un documento, non un quadro, e serve a ricordare che questo museo colleziona anche le ferite dei luoghi francescani. E infine il San Francesco d'Assisi predica agli uccelli, bronzo scolpito della seconda metà del Novecento, ancora di fra Ugolino da Belluno: il soggetto più abusato dell'iconografia francescana, trattato da un frate con una asciuttezza che gli toglie ogni zucchero.
Le suppellettili liturgiche e i tessuti della Galleria inferiore
La parte che i visitatori sottovalutano sempre, e che invece io faccio guardare per prima ai gruppi di appassionati, è quella degli arredi. C'è un secchiello per l'acqua benedetta in rame cesellato del Seicento, oggetto povero di materia e ricchissimo di lavoro. C'è una stola bianca appartenuta a papa Alessandro VII, seta e argento, manifattura italiana della metà del Seicento: un tessuto pontificio finito in una raccolta cappuccina è già una storia di rapporti fra Curia e Ordine. C'è un paliotto con San Francesco d'Assisi, olio su cuoio dorato di bottega napoletana, di inizio Seicento: il cuoio dorato e dipinto è una tecnica che oggi quasi nessuno sa più leggere, e che per due secoli fu il modo elegante di vestire un altare senza spendere in argenteria. E c'è un presepio settecentesco in terracotta smaltata, sempre di bottega napoletana, che è il pezzo su cui i bambini si fermano più a lungo.
Opinione netta, e la difendo: chi visita il Museo francescano guardando solo i dipinti si perde metà del museo. Gli oggetti d'uso raccontano l'Ordine molto meglio delle tele, perché mostrano come si pregava, con che cosa, e quanto poco bastasse.

Sezione IV. La Galleria superiore del Museo francescano
Il grande atrio del piano superiore, sette sale e le salette dei disegni ospitano il nucleo storico-artistico maggiore. Qui la cronologia si dispiega davvero, dal Duecento all'Ottocento, e qui si capisce che cosa significhi documentare l'immagine di un santo lungo sei secoli. È la parte del museo che giustifica da sola il viaggio fino al Raccordo.
Le opere da guardare per prime al Museo francescano
Se avete un'ora e mezza, e in genere una visita guidata dura più o meno questo, conviene sapere in anticipo dove concentrarsi. Ecco l'ordine che seguo io.
San Francesco mostra la Regola e le stimmate, ultimo quarto del XIII secolo
La tempera su tavola di anonimo pittore umbro è il pezzo più antico e più importante della raccolta, e la fonte dell'Ordine la descrive come una tavola a fondo oro di maestro toscano o laziale raffigurante san Francesco d'Assisi con la Regola. La duplice indicazione dell'ambito, umbro in una scheda, toscano o laziale in un'altra, non è una svista: è il modo corretto di dire che l'attribuzione resta aperta, come accade quasi sempre con la pittura duecentesca su tavola priva di firma e di documenti. Quello che invece è certo è l'impianto iconografico: Francesco frontale, il libro della Regola esibito verso chi guarda, le stimmate mostrate come credenziali. Nel Duecento questa immagine è un documento giuridico oltre che devozionale, perché afferma insieme la legittimità della Regola approvata e l'autenticità del segno ricevuto alla Verna. Fermatevi almeno cinque minuti: il fondo oro non è decorazione, è lo spazio non terreno in cui il santo viene collocato.
Il Quattrocento: Fabriano, il monogramma di san Bernardino, il polittico del 1489
Tre tavole raccontano il secolo successivo. Un San Francesco d'Assisi e devoti di anonimo pittore fabrianese, riferito al secondo o terzo quarto del Quattrocento, con la classica sproporzione fra il santo e i committenti inginocchiati, che dice tutto su chi contasse davvero in quel rapporto. Un San Bernardino da Siena con il monogramma IHS su un libro, datato 1450 e assegnato a un allievo di Carlo Crivelli: il monogramma raggiante inventato da Bernardino per la sua predicazione fu una delle operazioni di comunicazione religiosa più efficaci del Quattrocento, e vederlo dipinto pochi anni dopo la morte del predicatore è come vedere un logo appena registrato. E infine uno scomparto di polittico cuspidato con San Francesco d'Assisi e san Ludovico d'Angiò, datato 1489, del cosiddetto Maestro dei Polittici Crivelleschi: il nome convenzionale segnala una personalità artistica riconoscibile ma senza documenti, ed è una delle etichette più oneste che la storia dell'arte sappia produrre.
Il trittico portatile riferito a Ludovico Brea
Nella Galleria superiore è esposta un'ancona portatile a trittico con la Madonna con Gesù Bambino, l'Annunciazione, la Natività di Gesù e la Presentazione di Gesù al Tempio, tempera su tavola riferita a Ludovico Brea, il pittore nizzardo attivo fra Liguria e Provenza. Sull'ancona le schede oscillano fra riferimento diretto e ambito, e la datazione proposta va guardata con prudenza: qui siamo nel territorio dell'attribuzione tradizionale, non del documento. Guardatela per quello che è, un altare da viaggio: si chiudeva, si portava in bisaccia, si apriva in una stanza qualunque e quella stanza diventava una cappella. È l'oggetto che spiega meglio di ogni testo come si pregava fuori casa nel Cinquecento.
Paul Bril, San Francesco riceve le stimmate, 1583
Una data secca, 1583, su una tela di Paul Bril, il fiammingo di Anversa che a Roma insegnò all'Italia intera come si dipinge un paesaggio. Nelle stimmate dipinte da lui il protagonista rischia di essere il monte: rocce, alberi, cielo, e dentro il paesaggio la scena sacra. È esattamente la rivoluzione che i fiamminghi portarono nella pittura romana di fine Cinquecento, e trovarne un esempio datato in una collezione francescana è una fortuna. Chi mastica di paesaggio nordico si fermi qui più che altrove.
Trophime Bigot, San Francesco d'Assisi in preghiera, 1630-1634
Il pezzo che preferisco. Trophime Bigot, provenzale attivo a Roma, è il pittore che gli studiosi hanno a lungo chiamato il Maestro della candela per la sua ossessione delle fonti di luce artificiale dentro il quadro. Un Francesco in preghiera dipinto da lui significa buio quasi totale, una sorgente luminosa bassa, il volto scavato e le mani che emergono dall'ombra. È caravaggismo di seconda generazione, quello che rinuncia al gesto teatrale e tiene solo il silenzio. Se dovessi salvare una sola tela di questo museo, salverei questa.
Il Cavalier d'Arpino, il Pomarancio, Gerard Seghers
La Galleria superiore raccoglie anche tre nomi che qualunque appassionato di Seicento romano riconosce. Giuseppe Cesari detto il Cavaliere d'Arpino firma un San Francesco d'Assisi in estasi sostenuto da angeli, olio su tela della prima metà del Seicento: eleganza tardomanierista, corpi levigati, nessuna concessione al realismo, cioè l'esatto contrario di quello che stava facendo Caravaggio, che pure nella bottega di Cesari aveva lavorato da giovanissimo. Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio firma un San Francesco d'Assisi riceve le stimmate collocato fra ultimo quarto del Cinquecento e primo quarto del Seicento. Gerard Seghers, fiammingo, firma un San Francesco e santa Chiara d'Assisi in adorazione di Gesù Bambino della prima metà del Seicento: la coppia Francesco e Chiara insieme è meno frequente di quanto si pensi, e vale la sosta.
Cosimo da Castelfranco, un marmo dipinto
C'è poi un San Francesco d'Assisi consolato da una musica angelica in marmo dipinto, assegnato a Cosimo da Castelfranco e collocato fra fine Cinquecento e inizio Seicento. Il supporto è la stranezza: dipingere su lastra di marmo era una moda colta e costosa, praticata a Roma fra Cinque e Seicento, che sfruttava le venature della pietra come cielo o come nube. Cosimo da Castelfranco è il nome religioso di un pittore veneto entrato fra i cappuccini, e questo spiega la presenza dell'opera in una raccolta dell'Ordine: quella non è una committenza, è una vocazione.
Francesco Gessi e Francesco Grandi
Chiudono la rassegna due opere su carta e su tela che raccontano due secoli lontani. Una Madonna con Gesù Bambino e san Francesco d'Assisi, disegno della prima metà del Seicento di Francesco Gessi, allievo bolognese di Guido Reni: i disegni esposti sono pochi rispetto ai 2.207 conservati, quindi ogni foglio in vetrina va guardato come un privilegio. E un San Lorenzo da Brindisi nella battaglia ad Alba Reale, bozzetto della seconda metà dell'Ottocento di Francesco Grandi, pittore romano dell'epoca di Pio IX. Il bozzetto è la fase in cui il pittore decide, e per questo è quasi sempre più vivo del quadro finito.
I numeri delle collezioni del Museo francescano
Le cifre servono a capire la proporzione fra ciò che si vede e ciò che si conserva. Il museo custodisce circa 500 dipinti, 230 fra sculture e statue, oltre 600 fra ceramiche e porcellane, 1.993 fra medaglie e monete, 2.207 disegni e circa 40.000 stampe. Vuol dire che la parte esposta è una frazione minima del posseduto, e che la maggior parte del Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini vive nei depositi e nei cassetti del Gabinetto. Non è un difetto: è la condizione normale di ogni museo di documentazione, dove il deposito è il museo e la sala è l'antologia.
La medagliera, in particolare, è una sezione che meriterebbe una mostra propria. Quasi duemila fra medaglie e monete significano giubilei, canonizzazioni, fondazioni di conventi, anniversari, missioni: la storia dell'Ordine raccontata in metallo, un evento per volta. Se avete un interesse specifico, dichiaratelo quando prenotate: in una casa di studio la richiesta motivata trova ascolto molto più che in un museo con il tornello.
Chi erano i cappuccini: l'Ordine raccontato dal Museo francescano
Un museo che documenta un Ordine si capisce solo se si sa da dove viene quell'Ordine. La vicenda dei frati minori cappuccini è una delle più interessanti del Cinquecento religioso italiano, e le sale della Bravetta la illustrano oggetto per oggetto.
Matteo da Bascio e il 1525
Tutto comincia intorno al 1525 con un frate minore osservante ordinato sacerdote nelle Marche, Matteo da Bascio, convinto che la sua famiglia religiosa si fosse allontanata dallo stile di vita originario di san Francesco. La sua non fu una polemica teologica ma una questione di forma di vita: povertà reale, predicazione itinerante, eremitismo. Nelle Marche del primo Cinquecento questa era una posizione scomoda, e Matteo fu costretto alla fuga.
Religionis zelus, 1528
Nel 1528 arriva l'approvazione di papa Clemente VII con la bolla Religionis zelus, ottenuta grazie alla mediazione di Caterina Cybo, duchessa di Camerino. È uno dei casi in cui una donna della nobiltà italiana determina il destino di un ordine religioso, e vale la pena ricordarlo, perché nelle narrazioni correnti sparisce sempre. Senza quella mediazione, con ogni probabilità il movimento sarebbe stato riassorbito.
Il capitolo dell'Acquarella, 15 aprile 1529
Il 15 aprile 1529, nell'eremo dell'Acquarella presso Fabriano, si tiene il primo capitolo generale dell'Ordine. È la data di nascita istituzionale dei cappuccini. L'eremo, non la basilica: il luogo dice il programma.
Il cappuccio e la barba
I primi cappuccini trovarono rifugio presso i monaci camaldolesi e da loro adottarono il cappuccio, che nelle Marche era il segno riconoscibile dell'eremita, insieme all'uso della barba. Da lì il nome popolare, che poi divenne ufficiale. Vale la pena fissarlo, perché è uno dei rari casi in cui un soprannome dato dalla gente comune finisce dentro il diritto canonico: i frati non scelsero di chiamarsi cappuccini, furono i romani e i marchigiani a chiamarli così guardando l'abito.
Le note distintive dell'Ordine
Le caratteristiche che l'Ordine si diede e che ancora oggi lo definiscono sono poche e nette: un attaccamento particolare alla preghiera, la cura dei poveri e degli ammalati, la predicazione itinerante nelle zone rurali che nessun altro raggiungeva, l'abito con il cappuccio, la barba, e un voto di povertà interpretato in senso radicale. Nelle sale del Museo francescano questa scelta si legge negli oggetti: rame invece che argento, terracotta invece che porcellana fine, cuoio dipinto invece che oreficeria. Quando compare un pezzo prezioso, quasi sempre è un dono ricevuto, non una commessa.
La crisi del 1542 e la ripresa
Non tutto filò liscio. Nel 1542 il vicario generale dell'Ordine, Bernardino Ochino, predicatore fra i più ascoltati d'Italia, aderì alla Riforma protestante e lasciò l'Italia. Per un ordine nato da poco fu un colpo durissimo, e ci fu chi ne chiese la soppressione. I cappuccini sopravvissero, e la loro reazione fu di chiudersi sulla predicazione popolare e sull'assistenza, cioè su quello che sapevano fare meglio.
1574: il permesso di Gregorio XIII
Nel 1574 papa Gregorio XIII permise all'Ordine di insediarsi in Francia e in tutte le altre parti del mondo e di erigervi case, luoghi, custodie e province. Fino a quel momento i cappuccini erano stati di fatto confinati alla penisola italiana. Da quella data in poi il francescanesimo cappuccino diventa un fenomeno mondiale, e questo spiega perché nelle vetrine della Bravetta convivano manufatti italiani, spagnoli, tedeschi, francesi e delle missioni extraeuropee.
I numeri dell'Ordine fra Cinque e Settecento
Nel corso del Cinquecento l'Ordine arrivò a contare circa 14.000 frati in quasi mille conventi. Fra il 1600 e la metà del Settecento i numeri salirono a circa 34.000 frati e 1.700 conventi. Sono cifre che oggi sembrano incredibili e che spiegano la quantità di materiale iconografico conservato: ogni convento produceva immagini, ogni provincia celebrava i propri beati, ogni canonizzazione generava una campagna di stampe.
I santi che incontrerete nelle sale del Museo francescano
Tre nomi ricorrono più degli altri, e conoscerli in anticipo rende la visita molto più densa. San Felice da Cantalice, nato il 18 maggio 1515 e morto a Roma il 18 maggio 1587, nel giorno del suo settantaduesimo compleanno, fu il primo cappuccino canonizzato: contadino, questuante del convento di San Bonaventura dal 1547, girava scalzo per Roma con il sacco in spalla salutando con un Deo gratias che gli valse il soprannome. Beatificato nel 1625 da Urbano VIII, canonizzato il 22 maggio 1712 da Clemente XI. San Fedele da Sigmaringa, al secolo Mark Roy, nato il primo ottobre 1577, avvocato prima che frate, fu ucciso a Seewis nei Grigioni il 24 aprile 1622 durante una rivolta, poche settimane dopo essere stato incaricato dalla neonata Congregazione di Propaganda Fide come superiore delle missioni in quella regione: beatificato nel 1729, canonizzato nel 1746. San Lorenzo da Brindisi, al secolo Giulio Cesare Russo, nato a Brindisi il 22 luglio 1559 e morto a Lisbona il 21 luglio 1619, poliglotta, esegeta, vicario generale dell'Ordine dal 1602: beatificato nel 1783, canonizzato l'8 dicembre 1881 da Leone XIII e proclamato dottore della Chiesa nel 1959 da Giovanni XXIII con il titolo di doctor apostolicus. È lui che dà il nome al Collegio dentro cui il museo si trova, ed è lui il protagonista del bozzetto ottocentesco di Francesco Grandi.
Una curiosità su Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
La curiosità che nessuna guida racconta riguarda un documento del 1895. In quell'anno papa Leone XIII firmò un breve apostolico intitolato Minime nos latet con il quale vietava l'asportazione delle opere del Museo Francescano sotto pena di scomunica. Non era un'iperbole retorica: era la sanzione canonica più grave, applicata a chi si fosse portato via un disegno, una stampa, una statuetta. Un museo protetto dalla scomunica è una rarità assoluta nella storia del collezionismo europeo, e dice due cose insieme.
La prima è che alla fine dell'Ottocento la raccolta era già considerata un bene unitario e non un magazzino di oggetti prestati dai conventi. I frati che avevano ceduto un pezzo alla collezione di Marsiglia tendevano, com'è umano, a rivolerlo indietro quando cambiava il guardiano o la provincia; il breve pontificio serviva a bloccare esattamente quella emorragia. La seconda è che la difesa giuridica non bastò contro la politica: pochi anni dopo, la legislazione anticlericale francese fece quello che nessun frate avrebbe osato, e nel 1905 una parte degli oggetti finì all'asta. La scomunica poteva fermare un religioso, non un banditore.
Da qui nasce il carattere del Museo francescano di oggi, che è un carattere difensivo nel senso migliore del termine. Gli oggetti scampati furono portati fuori dalla Francia di nascosto fra il 1903 e il 1904, rimessi insieme a Roma nel 1912, trasferiti ad Assisi nel 1927, riportati a Roma nel 1940, chiusi nelle casse fino al 1953 e finalmente stabiliti al Raccordo nel 1968. Quando guardate una vetrina della Bravetta, state guardando materiale che ha attraversato una legge di soppressione, un'asta, un espatrio clandestino, due traslochi internazionali e una guerra mondiale. È il motivo per cui, in questa casa, le opere non si prestano con leggerezza e la sala si apre soltanto a chi ha chiesto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Che l'ingresso sia gratuito, quasi nessuno lo sa. E soprattutto quasi nessuno sa che gratuita è anche la visita guidata: non si paga il biglietto, non si paga l'accompagnamento, non c'è un bookshop a fare da cassa mascherata. Detto così sembra un vantaggio, e lo è, ma comporta una conseguenza che va capita prima di partire: senza biglietto non esiste un turno, e senza turno non esiste un orario garantito. Tutto passa dall'appuntamento. Chi si presenta al cancello senza aver scritto o telefonato rischia seriamente di fare il viaggio a vuoto, e la delusione non ha nulla a che vedere con la scortesia dei frati: semplicemente, in una casa di studio non c'è personale di sala in attesa di visitatori.
La seconda informazione poco nota riguarda i tempi di risposta. Il centralino è quello del Collegio, +39 06 660521, e l'indirizzo di posta del museo è museo@istcap.org. Chi scrive in un fine settimana d'estate può aspettare parecchio, perché luglio e agosto risultano mesi di chiusura e la comunità in quel periodo si dirada. Il mio suggerimento operativo, quello che do sempre ai colleghi che portano gruppi: scrivere con almeno due settimane di anticipo, indicare numero di persone, lingua, interessi specifici e due o tre date alternative. Una richiesta precisa ottiene una risposta precisa; una richiesta generica finisce in fondo alla pila.
La terza cosa che non vi dice nessuno riguarda il Gabinetto dei disegni e delle stampe. Quarantamila stampe e 2.207 disegni non sono accessibili al visitatore comune, e non per gelosia: la carta esposta si degrada, la carta manipolata si rovina, e un fondo di quelle dimensioni si consulta con procedura da biblioteca. Se avete una ricerca in corso, anche amatoriale ma seria, la strada esiste e passa da una richiesta motivata all'Istituto Storico. È una porta che si apre a chi ha una domanda, non a chi ha una curiosità generica: distinzione antipatica, ma è la stessa di qualunque gabinetto disegni del mondo.
Ultima annotazione, e riguarda le aspettative. Nelle indicazioni ministeriali questo museo compare con la formula burocratica di museo minore, diocesano o religioso. La parola minore, qui, è una categoria amministrativa, non un giudizio: significa non statale. Il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini possiede una tavola duecentesca su fondo oro, un Paul Bril datato 1583 e un Bigot degli anni Trenta del Seicento. In una qualunque capitale europea sarebbe una piccola pinacoteca con la fila fuori.
Il consiglio che ti do per visitare Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Il consiglio numero uno è banale e nessuno lo segue: prenotate prima di comprare il biglietto del treno, non dopo. Ho visto persone organizzare una giornata romana intorno a questa visita e scoprire all'ultimo che il giorno scelto era un giovedì, quando il museo non riceve, o che il periodo era agosto. Fissate l'appuntamento, poi costruite la giornata.
Il consiglio numero due riguarda la fascia oraria. Fra le due finestre disponibili, quella pomeridiana delle 16:00-18:30 e quella mattutina delle 9:00-12:30, io scelgo sempre la mattina, e per una ragione tecnica: la Galleria superiore vive di luce naturale e la tavola duecentesca a fondo oro cambia completamente a seconda di come la luce arriva sull'oro. Il fondo oro non è una superficie piatta, è uno specchio strutturato: con la luce radente si vedono le punzonature, con la luce frontale si perde tutto. Se invece il vostro obiettivo è la vetrata di fra Ugolino da Belluno nell'atrio, allora il pomeriggio pieno di sole batte qualunque mattina.
Il consiglio numero tre è di dichiarare in anticipo che cosa vi interessa. Questo non è un museo con un percorso unico e obbligato: è una casa di studio, e chi vi accompagnerà è quasi sempre qualcuno che quella materia la conosce dall'interno. Se dite che vi interessa la pittura del Seicento, la visita prende una piega; se dite che vi interessano le missioni cappuccine o la medagliera, ne prende un'altra. Ho visto visite di quaranta minuti diventare di due ore soltanto perché qualcuno aveva fatto la domanda giusta all'inizio.
Il consiglio numero quattro è logistico e vale oro: non incastrate questa visita fra due appuntamenti in centro. Fra andata, ritorno e cambio di autobus vi servono almeno tre ore e mezza porta a porta, e se il museo vi prende bene ne servono quattro. Costruite la mezza giornata intorno alla Bravetta e alla Pisana, non il contrario. Il consiglio numero cinque, infine: portate un taccuino. In un museo dove non si compra un catalogo alla cassa, perché la cassa non c'è, gli appunti sono l'unico souvenir che vi resta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: con decreto ministeriale del 15 settembre 1965 il Museo Francescano è iscritto fra i musei non statali italiani come museo minore, diocesano o religioso numero 246. Lo si trova scritto ovunque, nelle schede, nei repertori, sui pannelli, e quasi nessuno si ferma a chiedersi che cosa comporti davvero. Comporta molto, e riguarda direttamente chi organizza la visita.
Prima conseguenza, quella pratica. Il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini non è un museo civico e non è un museo statale: appartiene all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, cioè a un ente ecclesiastico. Quindi la MIC Card del Comune di Roma non serve, la Roma Pass non serve, le tessere ministeriali non servono, la domenica gratuita al museo statale non c'entra nulla. Non servono perché non c'è niente da scontare: si entra gratis comunque, su appuntamento. Chi arriva con la card in mano pensando di saltare una coda scopre che non esiste né la coda né il tornello.
Seconda conseguenza, quella storica. L'iscrizione del 1965 arriva in un momento preciso della vita dell'istituzione: tre anni prima del trasloco al Raccordo del 1968. È il riconoscimento pubblico di una raccolta che, in quel momento, era ancora sistemata negli spazi di una curia generalizia in città. Il decreto ministeriale fotografa un museo che stava per rinascere e certifica che quello che i cappuccini custodivano interessava anche allo Stato italiano.
Terza conseguenza, quella culturale, ed è la più interessante. La categoria dei musei religiosi in Italia raccoglie alcune delle collezioni più ricche e meno frequentate del Paese: musei diocesani, tesori di cattedrale, raccolte di ordini religiosi. Sono luoghi con poco personale, poca comunicazione, orari difficili, e con dentro opere che nelle pinacoteche pubbliche starebbero in prima sala. Il Museo francescano è il caso di scuola: un Paul Bril datato, un Bigot, un Conca, un Courtois, un Cavalier d'Arpino, e una tavola duecentesca, in un luogo che si raggiunge con due autobus e una telefonata. Se volete confrontare, guardate come sono organizzati i grandi musei della città nella pagina dei musei statali di Roma: la differenza di apparato è abissale, quella di qualità delle singole opere molto meno.

La foto giusta da fare a Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Prima regola, e vale più di qualunque consiglio tecnico: chiedete il permesso all'inizio della visita, non alla fine e non a scatto già fatto. In un museo ecclesiastico privo di biglietteria le condizioni per fotografare le stabilisce chi vi accompagna, e possono variare da sala a sala, perché alcuni pezzi sono su prestito o in condizioni conservative delicate. Una domanda fatta bene in portineria vale dieci scuse dopo.
Detto questo, la fotografia che porta a casa il senso del posto non è il primo piano del capolavoro. Il primo piano del dipinto lo trovate già fatto meglio nei repertori, e sotto vetro riflettente vi porterete a casa soprattutto la vostra faccia. La foto giusta è quella che tiene insieme opera e contesto: la Galleria superiore vista in prospettiva lungo l'infilata delle sale, con le cornici che si rincorrono e la luce che cala di intensità man mano che si allontana. È l'immagine che racconta che cosa sia un museo di documentazione, cioè una serie, non un pezzo.
La seconda inquadratura che consiglio è la vetrata di fra Ugolino da Belluno nell'atrio, presa in controluce con il sole dietro. Il vetro policromo del secondo Novecento ha una saturazione che le macchine moderne restituiscono benissimo, e i santi e beati cappuccini raffigurati diventano una tavolozza. Sottoesponete di un paio di terzi di stop, altrimenti il bianco delle aureole vi brucia tutto.
La terza è il busto di Bernardo da Andermatt di Giuseppe Sartorio, fotografato di tre quarti con luce laterale. Il marmo di primo Novecento ha una lavorazione della barba e del saio che con la luce frontale sparisce e con la luce radente esplode. E se avete pazienza, la quarta foto, quella che io preferisco: il cancello del Collegio con il Raccordo Anulare alle spalle. Un museo che conserva una tavola del Duecento affacciato sull'anello autostradale di Roma è un cortocircuito visivo che spiega la città meglio di mille cartoline del Colosseo.
Una cosa da non fare: il flash. Su carta, tessuti e legno dipinto è vietato quasi ovunque e qui a maggior ragione, con un fondo di quarantamila stampe che si conserva proprio evitando la luce. Se la sala è buia, alzate la sensibilità e appoggiatevi allo stipite: il treppiede, in una casa religiosa e in ambienti stretti, è quasi sempre di troppo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento in ordine di tempo non accadde a Roma ma a Marsiglia, nell'ottobre del 1889, ed è l'inaugurazione ufficiale del Museo Francescano da parte del ministro generale Bernardo d'Andermatt. Quattro anni prima, nel 1885, la raccolta di padre Louis-Antoine de Porrentruy era stata organizzata come museo dentro il convento cappuccino della città; nel 1889 diventa istituzione. Sono le due date fondative, e senza di esse la Bravetta non esisterebbe.
Il secondo avvenimento è del 1895 ed è il breve apostolico Minime nos latet di Leone XIII, con il divieto di asportare le opere sotto pena di scomunica. Nella vita di un museo europeo dell'Ottocento è un fatto eccezionale, e conviene ripeterlo perché è la ragione per cui una parte consistente della collezione è arrivata fino a noi unita.
Il terzo avvenimento è drammatico e si colloca fra il 1903 e il 1905. Dopo la legge francese del 1901 sulle associazioni e la stagione di soppressioni che ne seguì, i pezzi più importanti vennero trasferiti fuori dalla Francia in segreto fra il 1903 e il 1904; nel 1905 quello che era rimasto fu venduto all'asta. È l'unico momento in cui la collezione perde davvero una parte di sé, e chi oggi studia il museo lavora anche per ricostruire che cosa andò disperso in quella vendita.
Il quarto avvenimento è la rinascita romana della fine del 1912, presso la Curia generale di via Boncompagni. Nello stesso anno la biblioteca del museo confluisce nel fondo che diventerà la Biblioteca centrale dei Cappuccini: da quel momento in poi libri e oggetti viaggiano insieme.
Il quinto avvenimento è del 29 novembre 1929 ad Assisi, con l'apertura solenne del museo nella nuova sede dell'Istituto Storico, dove la raccolta era stata trasferita nel 1927. Fu il momento di massima coerenza simbolica della sua storia: il museo francescano nella città del santo. Un anno dopo, il 14 novembre 1930, ad Assisi nasce formalmente l'Istituto Storico dei Cappuccini con il nome di Collegio di San Lorenzo da Brindisi, per volontà del ministro generale Melchiorre da Benisa, e primo presidente è fra Cuthbert da Brighton. Museo e Istituto diventano una cosa sola, e lo sono rimasti.
Il sesto avvenimento è il ritorno a Roma nel 1940, con il lunghissimo periodo di chiusura che segue: il museo resta inaccessibile fino al 1953. Tredici anni di silenzio che coincidono con la guerra e la ricostruzione. Chi entra oggi in Galleria superiore dovrebbe saperlo: quelle tavole hanno passato più tempo dentro le casse, in quel tratto di secolo, di quanto ne abbiano passato alle pareti.
Il settimo avvenimento è il decreto ministeriale del 15 settembre 1965, con cui il museo viene iscritto fra i musei non statali italiani al numero 246 nella categoria dei musei minori, diocesani o religiosi. È il riconoscimento pubblico italiano dopo ottant'anni di vita.
L'ottavo e ultimo avvenimento è l'estate del 1968, il trasferimento al Collegio Internazionale San Lorenzo da Brindisi sul Grande Raccordo Anulare e la distribuzione delle collezioni in una quarantina di ambienti. Cinque anni più tardi, nel 1973, esce il catalogo edito dall'Istituto Storico Cappuccino, che rimane a tutt'oggi lo strumento fondamentale di consultazione. Da allora la storia del Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini è quella, più quieta, di un museo che studia, restaura, cataloga e apre la porta a chi bussa con anticipo.
Chi è passato da Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Chi si aspetta l'elenco dei viaggiatori del Grand Tour resterà a bocca asciutta: questo museo, nella sua sede attuale, ha meno di sessant'anni, e la sua è una storia di studiosi più che di celebrità. Ma i nomi ci sono, e sono nomi che pesano.
Il primo è padre Louis-Antoine de Porrentruy, il cappuccino che nel 1884 pubblicò il libro su san Francesco e che, raccogliendo il materiale per illustrarlo, si ritrovò fondatore di un museo. È l'uomo senza il quale nulla di tutto questo esisterebbe, e la sua figura riassume un'intera stagione di erudizione religiosa europea.
Il secondo è Bernardo d'Andermatt, ministro generale dei cappuccini, che inaugurò la raccolta a Marsiglia nell'ottobre del 1889. È passato di qui in senso letterale, perché il suo ritratto scolpito da Giuseppe Sartorio è la prima cosa che si incontra entrando nell'atrio del museo romano. Difficile trovare una continuità più fisica fra fondatore e istituzione.
Il terzo è papa Leone XIII, che nel 1895 firmò il breve Minime nos latet. Non mise piede nelle sale, ma la sua firma sulla carta ha protetto quelle sale per decenni: è passato di qui attraverso un atto giuridico, che in una istituzione ecclesiastica è un modo di esserci non meno concreto di una visita.
Il quarto è fra Cuthbert da Brighton, storico inglese dell'Ordine e primo presidente dell'Istituto fondato nel 1930, insieme al ministro generale Melchiorre da Benisa che lo volle. Sono i due che hanno trasformato una collezione in un centro di ricerca, cioè la mossa che ha salvato il museo dall'essere un deposito di ricordi.
Il quinto è fra Ugolino da Belluno, al secolo Silvio Alessandri, 1919-2002. Non è passato di qui: qui ha lavorato. La vetrata dell'atrio e il bronzo di san Francesco che predica agli uccelli sono suoi, e fanno di lui l'unico artista contemporaneo che nel Museo francescano sia insieme autore ed elemento della collezione.
Il sesto capitolo riguarda chi da questa casa è passato senza esserci mai entrato: gli artisti le cui opere ci sono arrivate. Guillaume Courtois, il Borgognone del Seicento romano. Sebastiano Conca, principe dell'Accademia di San Luca in pieno Settecento. Paul Bril, il fiammingo che riscrisse il paesaggio italiano. Trophime Bigot, il provenzale delle candele. Giuseppe Cesari, Cavaliere d'Arpino, nella cui bottega passò da ragazzo Caravaggio. Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio. Gerard Seghers, da Anversa. Francesco Gessi, allievo di Guido Reni. Un allievo di Carlo Crivelli e il Maestro dei Polittici Crivelleschi per il Quattrocento marchigiano. E l'anonimo pittore umbro del Duecento che ha lasciato la tavola più antica di tutte. Un elenco che in una qualunque galleria pubblica sarebbe la locandina della mostra dell'anno.
Il settimo e ultimo gruppo è quello che continua a passare: gli studiosi. Il Gabinetto dei disegni e delle stampe, l'archivio storico, la fototeca e la Biblioteca centrale dei Cappuccini con i suoi 120.000 pezzi catalogati fanno di questa casa un passaggio necessario per chiunque lavori sul francescanesimo, dalla storia dell'Ordine all'iconografia dei santi, dalla storia delle missioni alla medaglistica devozionale. Nessuno di loro finirà su una targa. Sono però la ragione per cui il museo esiste ancora.
Quanto dura la visita al Museo francescano e come organizzarla
Sulla durata bisogna essere realistici. La visita guidata gratuita del Museo francescano dura in genere fra un'ora e un'ora e mezza, che è il tempo giusto per percorrere l'atrio, la Galleria inferiore e la Galleria superiore con calma. Se avete interessi specifici e li avete dichiarati in fase di prenotazione, si può arrivare tranquillamente a due ore. Aggiungete il viaggio: da Termini, con i mezzi, mettete in conto almeno un'ora all'andata e altrettanto al ritorno, e non fate i conti sui tempi teorici delle linee, perché l'808 non è la metropolitana.
Il mio schema collaudato per una mezza giornata: appuntamento la mattina alle 9:30, visita fino alle 11, uscita verso mezzogiorno, pranzo lungo la Pisana o a Monteverde, pomeriggio dedicato a Trastevere e al Gianicolo, che dalla zona si raggiungono senza attraversare tutta la città. In alternativa, appuntamento pomeridiano alle 16:00 e rientro in centro all'ora di cena. Quello che sconsiglio è di provare a incastrare la Bravetta fra i Musei Vaticani e il Colosseo nello stesso giorno: si arriva di corsa, si guarda male e si spreca una delle visite più tranquille che Roma offra.
Il Museo francescano con i bambini e con i gruppi
Con i bambini funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è dirlo quando si prenota, perché una visita pensata per adulti studiosi e una visita per una famiglia con ragazzini di otto anni non sono lo stesso mestiere. La seconda è puntare sugli oggetti e non sui dipinti: il presepio settecentesco in terracotta smaltata di bottega napoletana, il secchiello in rame cesellato, le medaglie, i tessuti. I bambini leggono benissimo gli oggetti d'uso e si annoiano davanti a una teoria di tele scure. Il bronzo di san Francesco che predica agli uccelli è l'altro pezzo che funziona sempre.
Con i gruppi il discorso cambia. Qui non ci sono sale ampie e non c'è personale numeroso: un gruppo di quindici persone è già impegnativo, uno di trenta è irrealistico senza un accordo preciso. Se accompagnate un gruppo professionale, scrivete presentandovi, indicate la lingua, il numero esatto e l'interesse specifico, e proponete date alternative. E preparate le persone prima di salire sul pullman: chi arriva sapendo che entrerà in una casa di studio si comporta di conseguenza, chi arriva pensando a un museo con l'audioguida no.
Accessibilità e servizi al Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Su questo punto la regola è una sola: chiedete quando prenotate, e chiedete in modo specifico. Il museo si sviluppa su due livelli, Galleria inferiore e Galleria superiore, all'interno di un edificio conventuale degli anni Sessanta. Non esistono informazioni pubbliche dettagliate su ascensori, rampe e servizi igienici attrezzati, e in un luogo che apre su appuntamento la risposta corretta arriva direttamente da chi apre la porta. Chi si muove in sedia a rotelle o con difficoltà motorie faccia presente la cosa nella prima comunicazione, indicando anche se viaggia in automobile: l'accesso carrabile al Collegio, in quel caso, cambia radicalmente la fattibilità della visita.
Quanto ai servizi, il quadro è quello di un ente di ricerca: archivio storico, biblioteca, fototeca, laboratorio di restauro, visite guidate. Non aspettatevi caffetteria, guardaroba, deposito bagagli o negozio. Portate poco con voi, perché non c'è dove lasciare le borse, e non contate su un bar all'uscita: la zona è quella del Raccordo, non del centro storico.
Quanto costa il Museo francescano e perché le card di Roma non servono
Costa zero. L'ingresso è gratuito e la visita guidata pure. È uno dei pochissimi luoghi romani di questo livello in cui la parola gratis non nasconde una clausola, e la ragione è semplice: il museo appartiene a un ente ecclesiastico, l'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, e non è gestito come attività commerciale. Non essendo né civico né statale, il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini resta fuori dai circuiti delle tessere: la MIC Card comunale vale nei musei del Comune, le agevolazioni ministeriali valgono nei musei dello Stato, e qui non serve nessuna delle due perché non c'è nulla da pagare. Vale anche per le iniziative di gratuità del calendario pubblico: chi cerca il quadro completo dei giorni a ingresso libero in città lo trova nella pagina dei musei gratis a Roma, ma per la Bravetta la voce è sempre la stessa, tutto l'anno.
Una nota di educazione, che con i luoghi religiosi non è mai superflua. Gratuito non significa senza costi: il personale che vi accompagna è tempo sottratto alla ricerca, e la manutenzione di quarantamila stampe non si paga da sola. Un'offerta lasciata all'uscita, se c'è modo di lasciarla, è il gesto che fa la differenza fra un visitatore e un ospite.
Cosa vedere intorno al Museo francescano
La zona non è il centro storico, e chi arriva fin qui fa bene a costruirsi una mezza giornata sensata invece di scappare via. Verso nord, oltre la Pisana, si apre il parco del Pineto, una delle valli verdi più belle e meno battute di Roma occidentale, con la pineta storica e il casale. Poco distante, la Tenuta dei Massimi conserva un pezzo di campagna romana con i fossi e i casali, ed è il posto giusto per capire che cosa fosse questo quadrante prima dell'espansione edilizia.
Verso sud, lungo la Portuense, il quadrante archeologico è sorprendente: la necropoli di via Portuense e il museo delle catacombe di Generosa raccontano la Roma funeraria e paleocristiana fuori dai percorsi consueti. Sono luoghi con regimi di apertura particolari, spesso su prenotazione o in occasione di aperture straordinarie: verificate prima, come per la Bravetta.
Se invece volete chiudere la giornata in bellezza, il consiglio è di scendere verso il Gianicolo e Trastevere. Dalla passeggiata gianicolense si arriva in pochi minuti alla basilica di Santa Maria in Trastevere e ai chiostri di San Cosimato. È il modo giusto di far seguire alla concentrazione del museo il respiro della città.
Altri luoghi francescani e cappuccini a Roma
Chi si appassiona alla materia ha di che continuare. Il luogo cappuccino per eccellenza, dopo la Bravetta, è la chiesa di San Felice da Cantalice a Centocelle, dedicata al primo santo dell'Ordine, quel questuante scalzo morto a Roma nel 1587 di cui il museo conserva memoria iconografica. Sul versante francescano non cappuccino, la chiesa di San Francesco a Ripa a Trastevere custodisce la cella in cui, secondo la tradizione, il santo alloggiò durante i suoi soggiorni romani, oltre alla Beata Ludovica Albertoni di Bernini. E la basilica di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio è la grande chiesa francescana del centro, con il pavimento cosmatesco e le tombe.
Per chi voglia invece confrontare la pittura vista alla Bravetta con quella delle grandi raccolte cittadine, i due termini di paragone naturali sono Palazzo Barberini, per il Seicento romano, e la Galleria Borghese, per il rapporto fra collezionismo e devozione. Chi si è innamorato della terracotta smaltata del presepio napoletano può proseguire nella raccolta romana dedicata alla ceramica. E chi vuole capire quanto pesi la committenza francescana nell'edilizia sacra romana non ha che da attraversare il fiume e guardare le cappelle laterali della basilica di San Pietro.
Quando andare al Museo francescano e quando evitarlo
Il periodo migliore è la primavera, fra marzo e giugno, e l'autunno pieno, fra ottobre e novembre: luce buona, temperature ragionevoli per gli otto minuti a piedi dall'autobus, comunità al completo. Luglio e agosto risultano mesi di chiusura, quindi la finestra estiva semplicemente non esiste. Fra dicembre e gennaio bisogna tenere conto del calendario liturgico, che in una casa religiosa condiziona la disponibilità molto più dei festivi civili: Natale, Epifania e i giorni immediatamente vicini sono da evitare in fase di richiesta.
Sul giorno della settimana ho una preferenza netta: il martedì o il venerdì mattina. Il lunedì apre solo il pomeriggio, il sabato ha una finestra breve e affollata di impegni, il giovedì e la domenica il museo non riceve. Martedì e venerdì mattina sono i momenti in cui la casa è nel pieno del suo ritmo di lavoro e in cui si ha più probabilità di trovare qualcuno disposto a raccontare oltre il minimo. Ultima raccomandazione, che vale come una regola: confermate l'appuntamento il giorno prima. Un messaggio di conferma costa niente e vi risparmia l'unica cosa davvero irrimediabile di questa visita, cioè il viaggio a vuoto fino al chilometro 65 del Raccordo.
Domande veloci su Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini
Dove si trova esattamente il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini?
In Circonvallazione Occidentale 6850, sul Grande Raccordo Anulare al chilometro 65,050, quartiere Bravetta, 00163 Roma, dentro il Collegio Internazionale San Lorenzo da Brindisi. Le coordinate del Collegio sono 41.858044, 12.377125. La casella postale dell'ente, il numero 18382, compare spesso negli indirizzari e non è il codice di avviamento postale: quello è 00163.
Quanto costa il biglietto del Museo francescano?
Niente. L'ingresso è gratuito e anche la visita guidata è gratuita. Non esiste biglietteria e non esiste tariffa ridotta, perché non esiste tariffa.
Serve prenotare per visitare il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini?
Sì, ed è la cosa più importante di tutta la pagina: le visite si effettuano soltanto per appuntamento. Si telefona al +39 06 660521 o si scrive a museo@istcap.org con almeno due settimane di anticipo, indicando data, orario, numero di persone e lingua.
Quali sono gli orari del Museo francescano?
La finestra entro cui si concordano gli appuntamenti è lunedì 16:00-18:30, martedì, mercoledì e venerdì 9:00-12:30 e 16:00-18:30, sabato 9:30-12:30. Giovedì e domenica il museo non riceve. Luglio e agosto risultano mesi di chiusura. Confermate sempre l'orario esatto al momento della prenotazione.
Il Museo francescano è la stessa cosa della Cripta dei Cappuccini di via Veneto?
No, e l'equivoco è frequentissimo. La cripta con le ossa è sotto la chiesa dell'Immacolata Concezione in via Veneto, apre tutti i giorni e ha un biglietto. Il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini è alla Bravetta, sul Raccordo, è gratuito e apre solo su appuntamento. Stesso Ordine religioso, luoghi e finalità diversissimi.
Quanto dura la visita al Museo francescano?
In genere fra un'ora e un'ora e mezza. Con interessi specifici dichiarati in anticipo si arriva anche a due ore. Sommate almeno due ore di spostamenti se venite dal centro.
Come si arriva al Museo francescano con i mezzi pubblici?
Da Termini si prende la linea H fino a Capasso, poi l'808 in direzione Ponte Galeria fino alla fermata a richiesta di via della Pisana 1100, indicata come Pisana G.R.A., e si cammina otto minuti. Dalla zona di via Gregorio VII si può usare l'881 verso via Avvanzini fino a via della Pisana e da lì cambiare sull'808.
Come si arriva al Museo francescano in automobile?
Da sud si imbocca la diramazione del GRA verso le uscite 30-33 e si prosegue sulla complanare, girando a destra circa quattrocento metri dopo l'uscita 32, prima del distributore. Da nord si fa inversione sul cavalcavia dell'uscita 32 Pisana, si scende sulla complanare interna seguendo l'indicazione per Civitavecchia e dopo cinquecento metri si gira a destra.
Si possono fare fotografie al Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini?
Chiedete il permesso in portineria all'inizio della visita: in un museo ecclesiastico le condizioni le stabilisce chi accompagna e possono cambiare da sala a sala. Il flash è da escludere sempre, per la conservazione di carta, legno e tessuti.
La MIC Card o la Roma Pass valgono al Museo francescano?
No, e non servono. Il museo appartiene all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, quindi non rientra nel circuito dei musei civici né in quello dei musei statali. Del resto non c'è nulla da scontare, perché si entra gratis.
Che cosa si vede al Museo francescano?
Dipinti, sculture, disegni, incisioni, stampe, codici miniati, ceramiche, medaglie, tessuti e arredi liturgici che documentano la storia dell'Ordine francescano in tutte le sue diramazioni, dal XIII al XXI secolo. Il percorso si articola in atrio e vestibolo, Gabinetto dei disegni e delle stampe, Galleria inferiore e Galleria superiore.
Qual è l'opera più antica del Museo francescano?
Una tavola a fondo oro dell'ultimo quarto del XIII secolo con san Francesco d'Assisi che mostra la Regola e le stimmate, riferita a un anonimo pittore umbro e, in altre schede, a un maestro toscano o laziale. L'attribuzione resta aperta, la datazione duecentesca no.
Quante opere conserva il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini?
Circa 500 dipinti, 230 fra sculture e statue, oltre 600 fra ceramiche e porcellane, 1.993 fra medaglie e monete, 2.207 disegni e circa 40.000 stampe. La parte esposta è una frazione del posseduto.
Si può accedere al Gabinetto dei disegni e delle stampe?
Solo gli studiosi, con richiesta motivata all'Istituto Storico. La ragione è conservativa: si tratta di quarantamila stampe e 2.207 disegni, e la carta non regge l'esposizione continua né la consultazione libera.
Il Museo francescano è adatto ai bambini?
Sì, se lo dite quando prenotate e se puntate sugli oggetti: il presepio settecentesco in terracotta smaltata, il secchiello in rame cesellato, le medaglie, il bronzo di san Francesco che predica agli uccelli. Davanti a una sequenza di tele scure, invece, i più piccoli si perdono.
Il Museo francescano è accessibile in sedia a rotelle?
Non ci sono informazioni pubbliche dettagliate sui percorsi accessibili. Il museo occupa due livelli di un edificio conventuale: la cosa da fare è porre la domanda in modo esplicito al momento della prenotazione, segnalando anche se arrivate in automobile.
C'è un bookshop o una caffetteria al Museo francescano?
No. Non c'è negozio, non c'è caffetteria, non c'è guardaroba. C'è invece un catalogo storico delle collezioni, pubblicato dall'Istituto Storico Cappuccino nel 1973, che resta lo strumento di riferimento per lo studio.
Perché il museo si chiama Istituto Storico dei Cappuccini?
Perché il museo è la sezione materiale di un centro di ricerca fondato il 14 novembre 1930 ad Assisi come Collegio di San Lorenzo da Brindisi, trasferito a Roma nel 1940 e sul Raccordo nel 1968. L'Istituto pubblica la rivista Collectanea Franciscana e il volume annuale Bibliographia Franciscana.
Che cos'è la Biblioteca centrale dei Cappuccini?
È la biblioteca dell'Ordine, ospitata nello stesso Collegio, nata nella seconda metà dell'Ottocento e cresciuta assorbendo la biblioteca del Collegio San Fedele per le Missioni nel 1911, quella del Museo Francescano nel 1912 e quella dell'Istituto Storico nel 1940. Conserva circa 120.000 unità catalogate e circa 2.200 testate di periodici.
Da quando esiste il Museo francescano?
La raccolta fu organizzata come museo nel 1885 nel convento cappuccino di Marsiglia e inaugurata ufficialmente nell'ottobre del 1889. Roma dal 1912, Assisi dal 1927 con apertura solenne il 29 novembre 1929, di nuovo Roma dal 1940 con riapertura nel 1953, sede attuale dall'estate del 1968.
Perché il museo è iscritto con il numero 246?
Perché con decreto ministeriale del 15 settembre 1965 fu iscritto fra i musei italiani non statali nella categoria museo minore, diocesano o religioso, con quel numero. La parola minore indica una categoria amministrativa, non un giudizio sulla qualità delle collezioni.
Si può visitare il Museo francescano in estate?
Luglio e agosto risultano mesi di chiusura, quindi programmate fra settembre e giugno. Se il vostro viaggio a Roma cade in piena estate, la visita alla Bravetta va rimandata.
Vale la pena arrivare fin sul Raccordo Anulare per questo museo?
Se vi interessa la storia religiosa, l'iconografia dei santi, la pittura del Sei e Settecento o semplicemente vedere un museo senza folla, sì, senza esitazioni. Se cercate un'attrazione da un'ora fra due tappe del centro, no: sbagliereste posto e sprechereste una delle visite più intense che la città sappia offrire.
Che differenza c'è fra il Museo francescano e gli altri musei religiosi di Roma?
La specializzazione. Un museo diocesano racconta un territorio, un tesoro di basilica racconta una chiesa; il Museo francescano - Istituto Storico dei Cappuccini racconta un ordine religioso in tutte le sue famiglie e in tutti i continenti, dal Duecento a oggi, e lo fa con un apparato di ricerca alle spalle che pochi altri hanno.
Vi dico come la penso, dopo averci portato molte persone. Questo è il museo che consiglio a chi mi dice di aver visto tutto a Roma. Non perché sia esotico, ma perché rovescia le abitudini: si telefona invece di fare la fila, si entra in una casa invece che in un monumento, non si paga e quindi non si è clienti, si viene accompagnati da qualcuno che quella materia la vive invece che ripeterla. Uscendo, sul piazzale, si sente il rumore del Raccordo e si pensa che a duecento metri da lì c'è una tavola su fondo oro dipinta quando Francesco era morto da pochi decenni, e che quella tavola ha attraversato una scomunica, un'asta, un espatrio clandestino e mezzo Novecento dentro le casse per finire qui. Prendetevi il tempo. E scrivete con anticipo: è tutto quello che vi chiedono.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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