Museo della Zecca di Roma
Il Museo della Zecca di Roma, il museo numismatico dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è in via Salaria 712, all'interno del complesso industriale del Poligrafico, nel quadrante nord della città a ridosso dell'incrocio con via dei Prati Fiscali. Telefono 06 85082125, posta elettronica info_museodellazecca@ipzs.it, prenotazioni all'indirizzo booking_museodellazecca@ipzs.it. L'ingresso è gratuito, ma la visita si fa solo su prenotazione obbligatoria, da inoltrare con almeno un paio di giorni di anticipo: il museo non ha un orario ordinario continuo come un museo civico, apre in giornate stabilite e a turni contingentati, e il calendario aggiornato delle aperture viene pubblicato sul sito ufficiale museozecca.ipzs.it, che va consultato prima di muoversi. Non c'è metropolitana in zona: da Termini si sale lungo la Salaria con la linea di superficie 92, diretta verso Val Melaina, che tocca Prati Fiscali e la stazione ferroviaria di Nuovo Salario; in auto si arriva dalla Salaria o dalla tangenziale, e il quartiere ha parcheggio su strada. Per la visita mettete in conto un'ora e mezza, due ore abbondanti se vi fermate davanti ai macchinari e alle cere. Questa guida fa parte della nostra raccolta dedicata ai musei di Roma.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho imparato a riconoscere il momento in cui una visita smette di essere una cortesia e diventa una scoperta. Al Museo della Zecca di Roma quel momento arriva quasi sempre allo stesso punto: quando ci si trova davanti a un torchio a bilanciere del Settecento e si capisce, con gli occhi e non con una didascalia, che ogni moneta che abbiamo avuto in tasca è nata da una violenza meccanica calcolata al millesimo. Non è un museo di vetrine con dentro dischetti di metallo. È l'archivio fisico del mestiere che ha prodotto il denaro dello Stato italiano, ed è uno dei pochissimi luoghi in Italia dove il gesto artigianale e la macchina industriale si guardano in faccia nella stessa sala.
Che cos'è davvero il Museo della Zecca di Roma
Cominciamo togliendo di mezzo l'equivoco più diffuso. Il Museo della Zecca di Roma non è un museo archeologico di monete antiche, e non è nemmeno un medagliere nel senso ottocentesco del termine, cioè una collezione di pezzi raccolti da un erudito. È il museo di una fabbrica. Conserva ed espone il patrimonio storico dell'officina monetaria dello Stato: le monete che ha prodotto, le medaglie che ha inciso, gli strumenti con cui le ha prodotte, i modelli con cui sono state pensate e le macchine con cui sono state battute. Questa differenza cambia completamente il modo in cui si guarda una vetrina. In un medagliere si guarda il pezzo finito e lo si legge come un documento storico ed economico; qui, accanto al pezzo finito, ci sono il punzone che lo ha generato, la matrice che lo ha ricevuto, il modello in cera da cui tutto è partito e il torchio che ha dato il colpo.
La collezione, secondo i dati dell'istituto che la conserva, comprende oltre ventimila opere: monete, medaglie, oggetti da conio e modelli in cera. Le monete coprono le emissioni degli Stati italiani ed esteri dal Medioevo ai giorni nostri, prove e progetti compresi, e questa è una precisazione tutt'altro che marginale, perché le prove e i progetti sono i pezzi che nessun altro museo può avere: sono gli scarti nobili del processo produttivo, le versioni che non ce l'hanno fatta, i tentativi bocciati da un ministro o da una commissione. Le medaglie coprono il lavoro dei maggiori incisori attivi nell'orbita romana. Il nucleo dei conii e dei punzoni proviene in larga parte dalla raccolta pontificia, con l'aggiunta di quelli usati per le medaglie di devozione. E poi ci sono le cere, che sono la vera specialità della casa.
La mia opinione, dopo averlo visitato più volte e averci portato gruppi di appassionati e gruppi di curiosi assoluti: è un museo che rende moltissimo a chi ci arriva con una domanda in testa e pochissimo a chi ci arriva per riempire un'ora. Non ha la spettacolarità di una galleria di statue, non ha una facciata monumentale, non è in centro. Ha però una densità di sapere tecnico che a Roma non trovate da nessun'altra parte, e ha il vantaggio raro di essere gratuito e poco affollato. Se il vostro interesse per le monete è pari a zero, andateci lo stesso, ma andateci per le macchine.
Dov'è il Museo della Zecca di Roma e perché è finito lì
L'indirizzo attuale è via Salaria 712. Ci è arrivato nell'autunno del 2016, quando il nuovo allestimento fu inaugurato il 25 ottobre all'interno del complesso industriale del Poligrafico, poche centinaia di metri più a nord della sede direzionale dell'istituto, che è al 691 della stessa strada. Prima di quella data le collezioni erano rimaste per anni nel palazzo del Ministero dell'Economia e delle Finanze, nel rione Castro Pretorio, in una condizione di semiaccessibilità che ne aveva fatto un museo più citato che visitato.
Il modo in cui il trasferimento fu raccontato all'epoca dai vertici dell'istituto merita di essere ricordato, perché spiega lo spirito dell'allestimento: si parlò apertamente di un patrimonio recuperato da una condizione di abbandono, di casse accatastate e impolverate rimesse in ordine nel giro di un anno e restituite a uno spazio aperto al pubblico. L'allestimento porta la firma di Silvana Balbi De Caro, studiosa di numismatica che ha dedicato buona parte della propria carriera a questo materiale, e dell'architetto Giovanni Bulian. Il risultato non ha nulla del museo aziendale autocelebrativo: il percorso è organizzato per problemi, non per targhe di riconoscimento.
Una precisazione utile a chi conosce Roma. Se avete in mente il palazzone della Zecca all'Esquilino, quello tra il Mercato Esquilino e la stazione Termini, avete in mente l'edificio giusto ma il posto sbagliato. Quella è la storica officina monetaria, di cui parleremo diffusamente più avanti, e non ospita il museo. Chi arriva lì aspettandosi di trovare le vetrine fa un viaggio a vuoto: il museo è alla Salaria.
Il Museo della Zecca di Roma e il Medagliere di Palazzo Massimo: due cose diverse
Questa è la confusione più frequente che sento nei gruppi, e vale la pena chiarirla una volta per tutte, perché a Roma esistono due grandi luoghi della moneta e non sono la stessa cosa.
Che cosa conserva il Medagliere del Museo Nazionale Romano
Il Medagliere è la sezione numismatica del Museo Nazionale Romano e occupa l'intero piano interrato di Palazzo Massimo alle Terme, il livello meno due, dedicato all'economia e all'uso del denaro in età antica. Il suo nucleo fondamentale è la raccolta di Vittorio Emanuele III, che è la più grande collezione di monete italiane medievali e moderne oggi conosciuta. È una collezione da collezionista, messa insieme da un sovrano che alla numismatica dedicò una vita e vent'anni di lavoro editoriale. Lì si va per leggere la storia d'Italia attraverso le emissioni delle zecche, dalle città comunali ai ducati, dai regni preunitari alle monete dell'antichità classica.
Che cosa conserva invece il Museo della Zecca di Roma
Il Museo della Zecca di Roma conserva l'altra metà della storia: non chi ha collezionato le monete, ma chi le ha fabbricate. Il suo patrimonio nasce dal Gabinetto Pontificio delle Medaglie istituito nel 1824, passa allo Stato italiano nel 1870 con la fine del potere temporale, viene formalmente istituito come museo dalla Repubblica nel 1958 e confluisce nel 1978 nel patrimonio dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato insieme all'apparato di macchinari d'epoca, in parte tuttora funzionanti. È un museo di produzione: conii, punzoni, modelli, presse, torchi, cere.
Quale dei due visitare per primo
Il mio consiglio da guida, e qui mi espongo: se avete un solo pomeriggio e vi interessa la storia, andate al Medagliere di Palazzo Massimo, che è in centro, ha orari regolari ed è dentro un museo che vale comunque il biglietto. Se avete una giornata e vi interessa il come, prendete la Salaria. Se avete due giorni, fateli tutti e due nell'ordine sbagliato: prima la Zecca, poi il Medagliere. Dopo aver visto come nasce un conio, le monete nelle vetrine di Palazzo Massimo smettono di essere dischetti e diventano oggetti con un padre e una data di nascita. Attorno a Palazzo Massimo, poi, avete a due passi le Terme di Diocleziano e a poca distanza Palazzo Altemps e la Crypta Balbi, che completano il quadro del Museo Nazionale Romano.
Duemila anni di zecca a Roma: da dove viene la parola moneta
Il tempio di Giunone Moneta sull'Arx
La storia comincia molto prima del museo, e comincia sul colle capitolino. In età repubblicana l'officina che batteva il denaro di Roma era nei pressi del tempio di Giunone Moneta, sull'Arx Capitolina, la sommità settentrionale del Campidoglio. Da quel luogo sacro deriva il termine che usiamo tutti i giorni: moneta, prima di essere il dischetto, era l'epiteto della dea e per estensione il posto dove si coniava. Chi sale oggi al Campidoglio e arriva sotto Santa Maria in Aracoeli cammina, con ogni probabilità, sopra l'area dell'antica officina.
I tresviri monetales
La responsabilità della coniazione in età repubblicana era di un collegio di tre magistrati, i tresviri monetales, tecnicamente tresviri auro argento aere flando feriundo, cioè incaricati di fondere e battere l'oro, l'argento e il bronzo. Era una carica giovanile, spesso il primo gradino del cursus honorum, e i giovani aristocratici che la ricoprivano ci mettevano volentieri i simboli della propria famiglia. Questo dettaglio apparentemente burocratico è la ragione per cui la monetazione repubblicana è così ricca di soggetti: ogni triumviro monetale usava il rovescio come manifesto della gloria dei propri antenati. La propaganda per immagini sulla moneta nasce lì, secoli prima che se ne accorgessero i regimi del Novecento.
Dal Celio in poi
In età imperiale l'officina si spostò. Sotto Domiziano, dopo un incendio, la zecca fu trasferita sul Celio, dove rimase fino alla fine del terzo secolo, per poi cambiare ancora sede più volte. Nella lunga stagione medievale la produzione monetaria romana ebbe alterne fortune, legata al Senato cittadino e poi progressivamente al papato. Il museo non racconta tutto questo con reperti archeologici, che non gli appartengono, ma il filo storico è quello: da Giunone Moneta al Poligrafico corrono ventitré secoli di stessa attività, esercitata dalla stessa città, con una continuità che nessun'altra capitale europea può vantare nella stessa forma.
La zecca pontificia, il cuore antico del Museo della Zecca di Roma
Il patrimonio più prezioso del museo viene dalla zecca dei papi, ed è qui che la visita diventa una lezione di storia dell'arte oltre che di tecnica.
Benvenuto Cellini maestro delle stampe di Clemente VII
Nel 1529, con un motu proprio datato 16 aprile, papa Clemente VII nominò Benvenuto Cellini incisore della zecca di Roma. Cellini aveva poco più di ventotto anni, era reduce dall'esperienza del Sacco di Roma del 1527, durante il quale sostenne di aver combattuto sui bastioni di Castel Sant'Angelo, e viveva ospite dell'orafo Raffaello del Moro. Il ruolo di maestro delle stampe non era onorifico: significava incidere i conii, cioè disegnare e scolpire in negativo, su acciaio, l'immagine che sarebbe finita su ogni pezzo emesso dallo Stato pontificio.
Le monete che ne uscirono sono fra le più belle del Cinquecento europeo. Il doppio ducato porta al dritto il ritratto del pontefice rivolto a sinistra e al rovescio un Cristo nudo con le mani legate e la scritta ECCE HOMO: una scelta iconografica durissima per una moneta, che trasforma il mezzo di scambio in una meditazione sulla passione. La moneta da due carlini ha al rovescio Cristo che salva san Pietro caduto in mare, con la legenda QVARE DVBITASTI, perché hai dubitato: per un papa uscito dal Sacco di Roma e dalla prigionia, un messaggio politico travestito da episodio evangelico.
Sul versante delle medaglie, a Cellini si devono per Clemente VII la medaglia della Pace, databile fra il 1533 e il 1534, con al rovescio l'allegoria della Pace che regge la cornucopia e il Furore incatenato, e la celebre medaglia con Mosè che percuote la rupe e ne fa scaturire l'acqua, legata all'impresa del Pozzo di San Patrizio di Orvieto: i conii furono ultimati a ridosso della morte del pontefice, avvenuta nel 1534. Cellini lavorò poi brevemente per Paolo III Farnese, per il quale incise uno scudo con lo stemma papale e san Paolo, prima che i rapporti con la corte si guastassero. Quando in una vetrina del museo vedete un punzone cinquecentesco, ricordatevi che la mano che lo ha inciso apparteneva a un uomo che ha scritto una delle autobiografie più spudorate della letteratura italiana.
Gli Hamerani, duecento anni di incisori pontifici
La seconda grande storia è quella di una dinastia. Gli Hamerani erano orefici e medaglisti di origine bavarese: il capostipite, Johann Hameran, nato verso il 1590 nei pressi di Vilsbiburg, in Bassa Baviera, si trasferì a Roma e nel 1619 sposò Margherita Corradini, figlia di un orafo, entrando così nel giro delle botteghe romane. Da quel matrimonio nasce una successione di incisori della zecca pontificia che copre quasi due secoli.
Alberto Hamerani (1620-1677) imparò il mestiere dal padre e lavorò sotto Clemente IX e Clemente X. Suo figlio Giovanni Martino (1646-1705) gli succedette come medaglista e servì Clemente X, Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII e Clemente XI, entrando nel 1684 nell'Accademia di San Luca, che per un artigiano dell'acciaio significava il riconoscimento pieno del rango di artista. Ermenegildo (1685-1756) incise per Clemente XI, Innocenzo XIII e Benedetto XIII e fu uno degli incisori dei conii delle monete dello Stato pontificio. Ottone (1694-1761) lavorò per Clemente XII, Benedetto XIV e Clemente XIII.
Il finale della vicenda riguarda direttamente il museo. Gli ultimi eredi della dinastia, Gioacchino e Giovanni Hamerani, cedettero allo Stato pontificio la collezione di famiglia delle medaglie papali. Quella raccolta è oggi conservata al Museo della Zecca di Roma. In altre parole: una parte consistente di ciò che vedete in vetrina non è entrata nelle collezioni per acquisto sul mercato antiquario, ma per passaggio diretto dalla bottega che l'aveva prodotta. È una filiera senza intermediari, e nel mondo dei musei è una rarità.
Il Gabinetto Pontificio delle Medaglie del 1824
Il museo ha una data di nascita precisa: il 1824, anno in cui viene costituito il Gabinetto Pontificio delle Medaglie. Le radici affondano nella zecca pontificia di fine Settecento, ma è nel 1824 che il materiale smette di essere un magazzino di lavoro e diventa una raccolta ordinata, con un criterio e un responsabile. Nel 1870, con Roma capitale, il Gabinetto passa al Governo del Regno d'Italia. Nel 1958 la Repubblica lo istituisce ufficialmente come museo. Nel 1978, anno del passaggio della Zecca di Stato all'allora Poligrafico, le collezioni confluiscono nel patrimonio dell'attuale Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

Dal 1870 alla Regia Zecca: la fabbrica del denaro del Regno
La zecca pontificia diventa Regia Zecca
Con la breccia di Porta Pia e il trasferimento della capitale, la zecca dei papi diventa la zecca del Regno d'Italia. Il passaggio non fu solo di bandiera: cambiarono i volumi di produzione, cambiò il sistema monetario di riferimento, cambiò la scala industriale richiesta. Per decenni la lavorazione proseguì negli spazi ereditati dallo Stato pontificio, che dal 1665 aveva la propria officina in un edificio presso il Vaticano. Alla fine dell'Ottocento quegli spazi erano largamente inadeguati.
L'officina di via Principe Umberto
La soluzione fu costruire da zero. La prima pietra della nuova zecca fu posata il 27 giugno 1908 alla presenza del Re, i lavori durarono tre anni e nel 1911 l'edificio di via Principe Umberto, all'Esquilino, entrò in funzione. Era pensato per ospitare tutto insieme: la produzione, un museo e la Scuola dell'Arte della Medaglia. Un isolato intero fra il Mercato Esquilino e la stazione Termini, in uno stile che un cronista dell'epoca liquidò con eleganza come il genere edilizio riservato alle costruzioni burocratiche del tempo.
Che cosa si faceva dentro la Zecca nel 1912
Di quell'officina appena aperta abbiamo un ritratto straordinario, firmato da Giuseppe Maria Viti sulla rivista La Lettura nel marzo del 1912. I numeri raccontano meglio di qualunque aggettivo che cosa fosse una zecca all'inizio del secolo: quarantasei motori per una forza complessiva di quattrocento cavalli, impiegati per la forza motrice, l'illuminazione e i controlli automatici. L'argento veniva fuso in crogiuoli di grafite e colato in lingottiere a formare verghe; le verghe passavano fra cilindri d'acciaio che le assottigliavano progressivamente, con ricotture intermedie per restituire malleabilità al metallo; le lamine così ottenute venivano perforate da punzoni che ne estraevano i tondelli, i dischetti lisci, al ritmo di centomila al giorno; una macchina per orlettare incideva il contorno; le presse coniatrici stampavano circa tremilaseicento pezzi all'ora.
Sempre da quel resoconto viene un dato che vale una lezione di storia economica: dalla proclamazione del Regno, nel 1861, al giugno del 1911 erano stati coniati 389.732.213 pezzi d'argento, per un valore di 653.080.273 lire. Sono cifre che al museo tornano utili, perché davanti a una pressa ferma è difficile immaginare che cosa significhi una produzione di massa. Quelle macchine hanno lavorato così.
1978 e 1999: il Poligrafico e via Gino Capponi
Il Poligrafico dello Stato era stato istituito nel 1928, erede di una tradizione che risale all'Officina Governativa delle Carte Valori fondata a Torino nel 1865 per volontà di Quintino Sella. Con la legge 154 del 20 aprile 1978 il Poligrafico assorbe la Zecca e assume la denominazione attuale di Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; nel 2002 diventa società per azioni con il Ministero dell'Economia e delle Finanze socio unico. Nel 1999 la coniazione lascia l'Esquilino e si trasferisce nello stabilimento di via Gino Capponi, dove tuttora si producono le monete in euro e le emissioni numismatiche. L'istituto conia per l'Italia, per la Repubblica di San Marino e per lo Stato della Città del Vaticano.
La collezione del Museo della Zecca di Roma, nucleo per nucleo
Le monete
Il nucleo monetale copre le emissioni di Stati italiani ed esteri dal Medioevo a oggi. Il valore aggiunto, come dicevo, sono le prove e i progetti: pezzi mai entrati in circolazione, coniati per essere sottoposti a un ministro, a una commissione, a un sovrano. Sono documenti di decisioni politiche. Una prova bocciata racconta un'idea di Paese che qualcuno ha scartato, e leggerla insieme alla moneta poi effettivamente emessa è un esercizio di storia politica che vale quanto un editoriale d'epoca.
Le medaglie
La raccolta di medaglie mette in fila i nomi degli artisti che hanno lavorato per la committenza pontificia e poi statale. La medaglia è un genere che il pubblico italiano oggi conosce poco, e che invece per quattro secoli è stato il principale strumento di comunicazione ufficiale del potere: si emetteva per un'incoronazione, per l'apertura di una Porta Santa, per l'inaugurazione di un acquedotto o di una strada, per una vittoria militare. Era il comunicato stampa dell'antico regime, coniato in metallo e distribuito ai personaggi che contavano.
I conii e i punzoni
Qui c'è il tesoro tecnico. Il nucleo comprende conii e punzoni della raccolta pontificia e parte di quelli utilizzati per le medaglie di devozione. Sono cilindri e blocchetti d'acciaio con l'immagine incisa in negativo o in rilievo, spesso anneriti dall'uso, a volte crepati. Un conio spaccato è un oggetto commovente: significa che ha lavorato fino a rompersi.
Le cere di Benedetto Pistrucci
Il gruppo più numeroso e famoso della collezione dei modelli in cera per medaglie e cammei è costituito dai lavori di Benedetto Pistrucci: 425 cere secondo i dati dell'istituto. Sono modelli di lavoro, non opere pensate per l'esposizione, e proprio per questo hanno una freschezza che il metallo finito perde. La cera conserva le esitazioni, i ripensamenti, le impronte del bulino e a volte del polpastrello. Guardarle è la cosa più vicina che si possa fare all'entrare nello studio di un incisore dell'Ottocento mentre lavora.
Benedetto Pistrucci, il romano che ha disegnato la sterlina
Se dovessi indicare una sola ragione per cui il Museo della Zecca di Roma ha rilievo internazionale e non soltanto nazionale, indicherei lui.
Da Roma a Londra
Benedetto Pistrucci nacque a Roma il 29 maggio 1783 e morì a Windsor il 16 settembre 1855. Si formò come incisore di gemme e cammei, il mestiere più raffinato e più commerciale dell'epoca, quello che riforniva i viaggiatori del Grand Tour di ricordi preziosi. Nel 1815 si trasferì a Londra e cominciò a lavorare per la Royal Mint.
San Giorgio e il drago
Nel 1816 conobbe William Wellesley Pole, Master of the Mint, che accettò il suo modello di San Giorgio e il drago. Dal 1817 quel gruppo compare al rovescio della sovrana d'oro e della corona, e ci compare ancora oggi. Fermiamoci un secondo su questa frase, perché è enorme: l'immagine più riconoscibile della monetazione britannica, quella che ogni collezionista del mondo associa all'oro inglese, è stata concepita da un romano nato all'ombra del Campidoglio. Al museo si vedono studi e modelli originali di quell'opera, ed è materiale che a Londra non hanno.
La medaglia di Waterloo, trent'anni di lavoro
Il capolavoro assoluto e la maledizione della sua vita è la medaglia di Waterloo. La cominciò nel 1817, ricevette l'incarico ufficiale nel 1819 e terminò i conii soltanto nel 1849: trent'anni. Quando fu pronta, i sovrani a cui avrebbe dovuto essere consegnata erano quasi tutti morti. È il monumento involontario a un carattere: Pistrucci non volle mai copiare il lavoro di altri artisti e pretese sempre di creare opere originali, il che gli costò carissimo. Non gli fu mai riconosciuto il ruolo di incisore capo della Royal Mint per via della sua origine italiana, e la rivalità con la famiglia Wyon lo accompagnò per tutta la carriera. Le figlie Elena (1822-1886) e Maria Elisa (1824-1881) proseguirono il mestiere del padre incidendo cammei.
La mia opinione netta su questo capitolo: la sala delle cere di Pistrucci è il punto più alto del museo e andrebbe visitata per ultima, non per prima, perché dopo aver capito come funziona la riduzione dal modello al conio si guardano quelle cere con occhi completamente diversi. Se la vostra visita è guidata, chiedete espressamente di fermarvi lì qualche minuto in più.
La visita al Museo della Zecca di Roma, piano per piano
Il percorso si sviluppa su due livelli espositivi ed è stato pensato, dichiaratamente, come un ambiente da laboratorio e da officina piuttosto che come una galleria. La scelta è coerente con il materiale: qui il contenitore imita il luogo di lavoro perché gli oggetti vengono dal lavoro.
Il primo piano del Museo della Zecca di Roma: dalla lira all'euro
Il primo livello segue l'evoluzione della moneta dall'inizio dell'Ottocento all'euro. Si parte dai marenghi, si prosegue con la monetazione postunitaria, si arriva ai progetti dell'età di Vittorio Emanuele III, il sovrano numismatico di cui parleremo tra poco, e alle prime lire della Repubblica. È un percorso che si legge come una storia d'Italia raccontata dai profili dei capi di Stato e dai simboli scelti per i rovesci: la spiga, la quercia, l'olivo, l'aratro. Chi ha più di quarant'anni ritrova qui la propria infanzia in forma di metallo, e non è un effetto nostalgia da poco: è uno dei pochi musei dove il pubblico adulto riconosce gli oggetti esposti perché li ha avuti in tasca.
Monete e propaganda
Una sezione specifica è dedicata al rapporto fra moneta e propaganda, con particolare attenzione al Ventennio. È la parte del museo che consiglio a chi insegna: la moneta è il più capillare dei mezzi di comunicazione di massa, entra in ogni tasca e non si può rifiutare. Vedere come cambiano i simboli, le legende, i profili, e come la scelta di un rovescio segua l'agenda politica del momento, vale dieci pagine di manuale. Accanto, la sezione dedicata ai volti dell'Italia fra Regno e Repubblica mette in fila le effigi ufficiali e permette di leggere il passaggio istituzionale del 1946 come un cambio di iconografia prima ancora che di forma di governo.
Le medaglie d'arte del Novecento
Il primo piano espone medaglie d'arte firmate da maestri come Luigi Giorgi, Aurelio Mistruzzi, Giuseppe Romagnoli e Orlando Paladino Orlandini. Sono nomi che al grande pubblico dicono poco e agli addetti ai lavori dicono tutto: hanno firmato le monete e le medaglie ufficiali dello Stato italiano per decenni. La medaglia d'arte novecentesca è un genere scultoreo a pieno titolo, con problemi di composizione, di luce radente e di rilievo schiacciato che sono gli stessi del bassorilievo monumentale, ridotti a pochi centimetri di diametro.
Le cere e il laboratorio didattico
Sul primo livello si trovano anche la collezione di modelli in cera di Pistrucci, con il celebre san Giorgio, e un laboratorio didattico in cui è possibile realizzare medaglie personalizzate. Questa è la carta vincente con i ragazzi: la differenza tra sentirsi spiegare che cos'è un conio e vedere il proprio pezzo uscire da una pressa è la differenza tra una lezione e un ricordo. Completa il piano una sezione sulle produzioni numismatiche contemporanee, cioè le monete da collezione, le serie divisionali e le commemorative che l'istituto emette ogni anno.
Il secondo piano del Museo della Zecca di Roma: le macchine
Il secondo livello è quello che consiglio a chi non sa niente di monete e teme di annoiarsi. Qui ci sono i macchinari storici, e sono oggetti imponenti: torchi pontifici, fra i quali quello di Clemente XIII, presse a collo d'oca, lingottiere, macchine per la verifica dei pesi. Sono strumenti che uniscono una brutalità meccanica assoluta e una precisione da orologeria. Il torchio a bilanciere, in particolare, è un pezzo di ingegneria che si capisce guardandolo: due masse alle estremità di una barra, una vite centrale, e la forza d'inerzia trasformata in pressione.
Il gabinetto dell'incisore
Accanto ai macchinari, il percorso ricostruisce il gabinetto dell'incisore, con la postazione di lavoro storica: il banco, gli strumenti, la disposizione della luce. È la ricostruzione che raccomando di guardare più a lungo, perché spiega una cosa che le vetrine non dicono. L'incisore lavorava seduto, per ore, su una superficie di pochi centimetri quadrati, in negativo e specchiata, con la sola verifica possibile costituita da improntature in cera o piombo. Un errore di un decimo di millimetro mandava all'aria settimane.
Il mausoleo romano dentro il Museo della Zecca di Roma
C'è poi la sorpresa che nessuno si aspetta in un museo aziendale: i resti di un mausoleo romano di età imperiale, valorizzati in situ nel percorso espositivo. Siamo sulla via Salaria, una delle grandi consolari, e le consolari erano fiancheggiate da sepolcri per chilometri fuori dalle mura. Costruendo il complesso industriale ci si è imbattuti in un pezzo di quella necropoli suburbana. Il risultato è una coincidenza che sembra costruita a tavolino e invece è pura geografia: il museo della moneta romana ha sotto i piedi un monumento funerario dell'epoca in cui quelle monete circolavano.
Video, tablet e audioguide
Il percorso è accompagnato da proiezioni video di documentazione storica e, in alcune formule di visita, da tablet e audioguide messi a disposizione all'ingresso. Le modalità cambiano nel tempo e a seconda del tipo di apertura: in certe giornate le visite sono accompagnate, in altre si procede in autonomia con l'ausilio audio. Conviene informarsi al momento della prenotazione.

Come nasce una moneta: la tecnica del conio spiegata bene
Questa è la sezione che vale il viaggio, e la scrivo con ordine perché al museo la vedrete illustrata dagli oggetti veri e conviene arrivarci preparati.
Primo passo: il modello
Tutto comincia da un modello molto più grande della moneta finita. L'artista lo esegue in gesso, in cera o in bronzo, con le impronte in positivo e in rilievo. Lavorare in grande permette di controllare la composizione, i volumi e i passaggi di piano che su un disco di due centimetri e mezzo sarebbero impossibili da governare. Il modello è scultura a tutti gli effetti, e i modellatori bravi sono scultori bravi.
Secondo passo: la riduzione al pantografo
Il modello viene poi trasferito su scala reale con una macchina riduttrice, il pantografo. Nel procedimento classico, quello che il museo documenta con le macchine storiche, il pantografo trasferisce l'immagine del modello grande su un punzone delle dimensioni esatte della moneta. Nella versione contemporanea il modello viene ricoperto di gomma siliconata per ricavarne uno stampo negativo, dallo stampo si trae una copia positiva in metallo o resina, e da questa il pantografo riduce l'immagine su una matrice positiva d'acciaio. È un lavoro lento: per una sola riduzione ci vogliono giorni, e il principio non è sostanzialmente cambiato in circa un secolo.
Terzo passo: il punzone tipo e i ritocchi
Dalla riduzione nasce il punzone tipo, con le impronte in positivo e in rilievo. Nessuna macchina restituisce un risultato pronto: il punzone passa nelle mani degli incisori, che lo rifiniscono a bulino con quelli che le fonti tecniche d'epoca chiamano con ammirazione ritocchi abilissimi. È il momento in cui la moneta smette di essere una copia meccanica di una scultura e diventa un oggetto pensato per la scala in cui verrà guardato.
Quarto passo: tempra, matrice, conii di lavoro
Il punzone viene temprato in appositi forni portati ad altissima temperatura, perché deve poter imprimere l'acciaio senza deformarsi. Dalla matrice principale si ricavano per pressione più punzoni riproduttori, e da questi si ottengono i conii di lavoro, quelli che batteranno effettivamente le monete. Il passaggio avviene al bilanciere, con due o tre colpi formidabili intervallati da ricotture che addolciscono il metallo fra un colpo e l'altro. Tutta questa catena, che ancora oggi struttura il processo, arrivò alla zecca di Roma nei primi anni dell'Ottocento come sistema francese.
Quinto passo: il tondello, il contorno, la battuta
Parallelamente si prepara il supporto. Il metallo viene fuso, colato in lingottiere, laminato in nastri di spessore calibrato e tranciato in tondelli, i dischi lisci. I tondelli vengono ricotti, puliti e passati alla contornatura, che ricava il bordo rialzato e, quando previsto, l'incisione del taglio. Poi arriva la coniazione vera e propria: il tondello viene chiuso in un collare fra i due conii, quello del dritto e quello del rovescio, e la pressa dà il colpo. Il collare è il terzo conio, quello che nessuno considera: è lui a decidere il diametro finale e a imprimere le zigrinature o le scritte sul contorno.
Perché tutto questo conta
Perché spiega la rarità. Un conio si usura e si rompe; ogni sostituzione introduce microdifferenze; le monete battute da conii diversi si distinguono, e su quelle differenze si fonda un'intera disciplina. E spiega la bellezza: la moneta è l'unico oggetto d'arte prodotto in decine di milioni di esemplari identici che continua a essere pensato, uno per uno, da uno scultore. Il museo racconta questa contraddizione meglio di qualunque libro.
Una curiosità su Museo della Zecca di Roma
La curiosità che scelgo riguarda un oggetto che al museo si vede in forma di studi e modelli e che quasi nessuno, in Italia, sa essere italiano: il san Giorgio della sterlina d'oro.
Benedetto Pistrucci era un incisore di gemme romano, formato nella Roma neoclassica, cresciuto in mezzo ai marmi antichi e ai calchi dell'Accademia. Quando nel 1816 propose alla Royal Mint il suo gruppo di San Giorgio a cavallo che trafigge il drago, portò dentro la monetazione britannica una lezione tutta romana: la torsione del corpo, il panneggio che vola, il cavallo impennato che sembra uscito da un sarcofago con scena di battaglia. Quell'immagine, accettata dal Master of the Mint William Wellesley Pole, compare dal 1817 sul rovescio della sovrana d'oro e della corona, ed è rimasta lì. Attraversa il regno di Giorgio IV, l'età vittoriana, due guerre mondiali, la fine dell'impero, il passaggio alla sterlina decimale, e arriva intatta ai giorni nostri.
Provate a misurare che cosa significa. Nessuna opera d'arte italiana dell'Ottocento è stata riprodotta un numero di volte lontanamente paragonabile. Nessun quadro, nessuna statua. Un romano ha disegnato l'immagine più moltiplicata dell'oro britannico, e in patria il suo nome lo conoscono i numismatici e poco più. Il paradosso si completa con la nota biografica: proprio perché italiano, a Pistrucci non fu mai concesso il titolo di incisore capo della Royal Mint, carica che gli spettava per merito e che gli fu negata per nazionalità.
Al museo della Salaria ci sono gli studi e i modelli originali di quel lavoro, insieme al grosso delle sue cere. È un piccolo risarcimento postumo, e ha il pregio di essere concreto: chi vuole vedere il san Giorgio prima che diventasse oro inglese deve venire a Roma, in via Salaria, e prenotare.
La lira, le caravelle e l'arrivo dell'euro
Le 500 lire d'argento e la polemica delle vele
Se cercate una storia che spieghi in due minuti quanto una moneta possa scaldare gli animi, è questa. Le 500 lire d'argento con le caravelle nacquero da un'idea del ministro del Tesoro Giuseppe Medici e furono realizzate dal capo incisore Pietro Giampaoli e da Guido Veroi. Giampaoli, per il volto femminile del dritto, si ispirò al viso della moglie. Al rovescio, le tre caravelle di Colombo.
Il 10 dicembre 1957 un ufficiale di marina sollevò l'obiezione: le bandiere sulle caravelle sono disposte controvento, il verso è sbagliato. La cosa finì sui giornali, si consultarono specialisti di navigazione, si aprì un dibattito nazionale di quelli che oggi durerebbero tre giorni sui social e allora durarono settimane. La conclusione tecnica fu che la navigazione con quell'assetto era possibile, andando di bolina, e che quindi il disegno stava in piedi. Ciononostante il modello fu variato per togliere ogni dubbio, e gli esemplari già distribuiti furono ritirati.
Nel 1957 erano state coniate 1.070 monete prova, da 11 grammi e 29,50 millimetri di diametro, distribuite in omaggio ai parlamentari uscenti con la scritta PROVA al dritto. Quei pezzi sono oggi fra le monete repubblicane più ricercate dal collezionismo. La versione corretta entrò in circolazione dall'agosto del 1958. Morale della favola, e la dico da guida che di polemiche italiane ne ha viste parecchie: nel nostro Paese si può avere ragione e perdere lo stesso.
Le monete della Repubblica
La sezione dedicata alle prime lire repubblicane merita attenzione perché mette in fila i simboli con cui un Paese uscito dalla guerra decise di rappresentarsi: il lavoro, l'agricoltura, la fertilità della terra, l'olivo. Erano monete di alluminio, leggerissime, prodotte in una nazione che non poteva permettersi il metallo pregiato, e proprio per questo sono documenti storici di prima grandezza. Al museo si vedono accanto ai progetti scartati, che è il modo migliore per capire quanto ogni scelta iconografica sia stata discussa.
Come sono stati scelti i soggetti delle monete in euro
Il passaggio all'euro è raccontato nell'ultima parte del primo livello, e contiene un episodio che diverte sempre i visitatori stranieri. I soggetti delle otto monete italiane furono scelti con una votazione telefonica del pubblico, andata in onda l'8 febbraio 1998 durante una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio. Una sola moneta fu sottratta al voto: quella da 1 euro, per la quale il ministro dell'Economia Carlo Azeglio Ciampi decise personalmente che dovesse portare l'Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, immagine del Rinascimento e della moneta al servizio dell'uomo. Le otto facce nazionali furono affidate ad altrettanti artisti diversi: Eugenio Driutti, Luciana De Simoni, Ettore Lorenzo Frapiccini, Claudia Momoni, Maria Angela Cassol, Roberto Mauri, Laura Cretara e Maria Carmela Colaneri.
Mi permetto un giudizio personale: la scelta di far votare gli italiani fu una trovata felice e un po' sfacciata, e ha prodotto la serie di monete nazionali più eterogenea della zona euro. Altri Paesi hanno risolto con un ritratto di sovrano ripetuto otto volte. L'Italia ha messo otto capolavori diversi e ha lasciato decidere al pubblico. Piaccia o no, è un ritratto del Paese.
Serie divisionali, commemorative e fondo specchio al Museo della Zecca di Roma
L'ultima parte del percorso sulle produzioni contemporanee è quella che i visitatori attraversano più in fretta e che invece merita una sosta, perché spiega un mondo che quasi tutti hanno sfiorato senza capirlo.
Che cos'è una serie divisionale
Una serie divisionale è l'insieme completo dei tagli in corso legale di un anno, dal centesimo al pezzo di valore più alto, confezionato e venduto come oggetto da collezione. Non sono monete diverse da quelle che circolano: sono le stesse, coniate però con cura particolare, controllate una per una e mai entrate nel circuito degli scambi. Il valore, per il collezionista, sta nella completezza e nell'anno: una serie divisionale è la fotografia ufficiale del sistema monetario di un Paese in un momento preciso. Quando cambia un soggetto, quando si aggiunge o si toglie un taglio, quando muta la legenda, la serie divisionale lo registra.
Le monete commemorative
Le commemorative seguono un'altra logica. Si emettono per un anniversario, per una ricorrenza civile, per un personaggio o per un monumento, e nel sistema dell'euro hanno una regola precisa: il pezzo commemorativo da due euro mantiene corso legale in tutta l'area, la faccia comune europea resta invariata e a cambiare è soltanto la faccia nazionale. Accanto a queste esistono le emissioni in oro e in argento destinate esclusivamente al collezionismo, con tirature dichiarate e certificate. Al museo si vedono i progetti e le prove che precedono l'emissione, e sono spesso più interessanti del pezzo finito, perché mostrano la moneta che poteva essere e non è stata.
Fondo specchio, fior di conio e le finiture
Il vocabolario tecnico che si legge sulle confezioni ha un senso preciso, e conoscerlo cambia il modo di guardare le vetrine. Fior di conio indica una moneta mai circolata, con il rilievo integro e nessun segno di usura. Fondo specchio, che nel gergo internazionale si chiama proof, indica invece una lavorazione specifica: i conii vengono lucidati a specchio nelle superfici piane e satinati nei rilievi, i tondelli sono selezionati, la battuta avviene con più colpi a pressione ridotta e le monete si maneggiano solo con i guanti. Il risultato è il contrasto fra un fondo nero lucido e un rilievo bianco vellutato che nessuna moneta da circolazione possiede.
La mia opinione, che qualche collezionista non condividerà: il fondo specchio è una meraviglia tecnica e un pessimo modo di guardare una moneta. La monetazione nasce per essere maneggiata, consumata, passata di mano; la sua bellezza è quella di un oggetto d'uso disegnato benissimo. Le vetrine di questo museo che mi commuovono di più restano quelle con i conii crepati e le cere ammaccate, non quelle con i pezzi perfetti.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo della Zecca di Roma
Ve la dico chiara, perché è l'informazione che cambia i piani a chi organizza una visita e non si trova nelle pagine turistiche.
Per quasi dieci anni, chiunque si occupasse di questo museo ha dato per acquisita una cosa: che la sede della Salaria fosse provvisoria e che il Museo della Zecca di Roma sarebbe tornato all'Esquilino, nella storica officina monetaria di via Principe Umberto, l'isolato fra il Mercato Esquilino e Termini, nell'ambito di una grande riqualificazione. Non era una voce di corridoio: nel 2021 fu approvato un progetto da 35 milioni di euro, firmato dallo studio Atelier(s) Alfonso Femia, che prevedeva dentro quell'edificio il museo della Zecca, la Scuola dell'Arte della Medaglia, laboratori artigianali, sale mostre, biblioteca, caffetteria, ristorante, foresteria e gli uffici del Comando Carabinieri Anticontraffazione Monetaria. L'istituto proprietario la definì una fabbrica dell'arte e dei mestieri.
Nel marzo del 2025 una variante approvata dal Provveditorato interregionale per le opere pubbliche ha cambiato tutto. Degli undicimila metri quadrati complessivi, circa ottomila diventano uffici dell'istituto. Fuori il museo, fuori la scuola, fuori i laboratori artigianali, fuori la foresteria e le mostre. Restano la mensa aziendale, non aperta al pubblico, qualche spazio polivalente e una ristorazione limitata; i parcheggi salgono da ottocento a oltre millecento metri quadrati. La motivazione dichiarata dall'istituto è di sostenibilità economica: il progetto originario avrebbe prodotto perdite stimate in due o tre milioni all'anno. Lo stesso progettista ha commentato che è inutile nascondersi dietro un dito, si passa da una fruizione pubblica a spazi per uffici, e ha annunciato che cercherà di rendere reversibili gli interventi sui due piani monumentali. Il comitato di quartiere dell'Esquilino ha parlato dell'ennesima occasione persa e di un edificio destinato a tornare il vecchio fortino inespugnabile.
Che cosa significa in pratica per chi legge. Significa che via Salaria 712 non è una sistemazione temporanea in attesa del trasloco: è l'indirizzo del museo, punto. Significa che chi rimandava la visita aspettando la sede nuova in centro ha rimandato per niente. E significa, aggiungo con una certa amarezza professionale, che Roma ha perso un pezzo di città: un isolato intero a duecento metri da Termini, che poteva diventare uno dei poli culturali più interessanti della capitale, resterà chiuso dietro un cancello. Da guida che accompagna gente all'Esquilino da vent'anni, la considero una delle occasioni mancate più pesanti dell'ultimo decennio.
La Scuola dell'Arte della Medaglia, la sorella maggiore del Museo della Zecca di Roma
Non è dentro il museo, ma senza di lei il museo non si capisce. La Scuola dell'Arte della Medaglia fu istituita nel 1907 per volontà di Vittorio Emanuele III, il re numismatico, che voleva formare artisti capaci di dare forma all'immagine della moneta. La sede ufficiale fu inaugurata nel 1911 nel palazzo della Zecca all'Esquilino, insieme all'officina e al museo. Oggi la scuola ha sede in viale Gottardo 146 ed è gestita dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato: le informazioni sui corsi sono pubblicate sul sito dell'istituto.
I numeri raccontano un'istituzione seria e piccolissima: corso triennale, gratuito, a numero chiuso, una quindicina di allievi per corso ordinario selezionati con prove pratiche di disegno dal vero e modellazione in bassorilievo, oltre quattromila ore di formazione teorica e pratica, undici laboratori attrezzati, una decina di progetti speciali all'anno. Dal 2024 la dirige Daniela Longo, che di quella stessa scuola è stata allieva. Gli sbocchi vanno dalla Zecca al Poligrafico, dalla gioielleria di lusso al design, e i dati dichiarati parlano di circa l'ottanta per cento dei diplomati occupato entro un anno.
Fra i lavori usciti da quelle aule ci sono cose che i romani hanno sotto gli occhi senza saperlo: la riproduzione della statua equestre di Marco Aurelio collocata in Campidoglio nel 1997, il logo del Giubileo del 2000, medaglie celebrative di ogni genere. Nel 2025 una medaglia bronzea per il Natale di Roma realizzata da un'allieva della scuola è stata consegnata al sindaco. È il caso raro di una scuola d'arte italiana che non lamenta la scomparsa di un mestiere: lo pratica e lo colloca.
Il consiglio che ti do per visitare Museo della Zecca di Roma
Il consiglio principale è uno e lo metto in cima: prenotate con largo anticipo e scrivete, non telefonate soltanto. Il museo lavora su turni contingentati, con gruppi piccoli, e le date disponibili si esauriscono in fretta soprattutto quando vengono annunciate aperture accompagnate. Una richiesta inviata all'indirizzo di prenotazione qualche settimana prima, con data desiderata, orario preferito e numero esatto di persone, vi mette in condizione di scegliere; una richiesta inviata due giorni prima vi fa prendere quello che avanza. Se siete un gruppo, dichiaratelo subito e chiedete se è possibile una visita accompagnata: cambia completamente la resa.
Secondo consiglio, sull'ordine della visita. Se potete scegliere, cominciate dal livello dei macchinari e finite con le vetrine. So che è controintuitivo e che la logica cronologica vorrebbe il contrario, ma il museo funziona meglio così: dopo aver visto un torchio a bilanciere, una pressa a collo d'oca e la postazione dell'incisore, ogni moneta esposta smette di essere un dischetto e diventa il risultato di un processo che avete appena capito. Le cere di Pistrucci, viste alla fine, valgono il doppio.
Terzo consiglio, pratico. Portatevi un blocco e una matita. Non lo dico per vezzo: il museo è pieno di dettagli tecnici che si dimenticano nel giro di un'ora e che invece sono la sostanza di quello che avete visto. Se siete miopi o presbiti, portatevi gli occhiali giusti, perché qui si guardano oggetti di due centimetri e le vetrine non perdonano. E se avete la possibilità di scegliere il turno, prendete quello del mattino: la luce degli spazi espositivi è artificiale e costante, ma la testa dei visitatori no, e davanti a un materiale così tecnico l'attenzione della prima ora fa la differenza.
Quarto e ultimo, l'errore da non commettere: non trattatelo come una tappa dentro una giornata romana classica. Non è a dieci minuti dal centro, non ci si passa davanti per caso, non si combina con il Colosseo. Va messo in programma da solo, magari abbinandolo a qualcosa del quadrante nord.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che le monete italiane le fa la Zecca dello Stato. Lo sanno tutti. Quello che quasi nessuno collega è la conseguenza: la Zecca conia anche per la Repubblica di San Marino e per lo Stato della Città del Vaticano, oltre che per l'Italia.
Ci pensate raramente, eppure ha effetti concreti che qualunque appassionato conosce bene. Le monete in euro vaticane e sammarinesi sono a corso legale nell'eurozona esattamente come le nostre, ma vengono emesse in tirature ridottissime rispetto al fabbisogno reale, e finiscono quasi integralmente sul mercato del collezionismo. È il motivo per cui nel resto d'Europa un due euro vaticano trovato in un resto è una piccola leggenda metropolitana, mentre in Italia c'è chi ha passato anni a controllare la monetina del caffè.
C'è poi il risvolto storico, che al museo si legge nelle vetrine. La monetazione papale non si è mai interrotta davvero: dalla zecca pontificia dei secoli d'oro, con Cellini e gli Hamerani, si arriva alla monetazione dello Stato della Città del Vaticano nata dopo i Patti Lateranensi, e da lì all'euro vaticano. Cambiano gli Stati, cambiano i sistemi monetari, resta l'officina romana che incide i conii. In quattrocento anni la sede si è spostata poche volte: dall'edificio presso il Vaticano usato dal 1665, alla nuova zecca dell'Esquilino nel 1911, allo stabilimento di via Gino Capponi dal 1999. Tre indirizzi in tre secoli e mezzo, per un'attività che non si è mai fermata.
Aggiungo il dettaglio che uso sempre con i gruppi, perché è quello che resta impresso. La Scuola dell'Arte della Medaglia forma ancora oggi incisori che lavorano per il Vaticano, per la Zecca e per le grandi maison di gioielleria. La catena che parte dai punzoni cinquecenteschi esposti in vetrina arriva, senza soluzione di continuità, alle mani di ragazzi che oggi hanno vent'anni e studiano in viale Gottardo. Pochi mestieri in Italia possono raccontare una linea così lunga e così poco interrotta.
La foto giusta da fare a Museo della Zecca di Roma
Premessa doverosa: siamo dentro uno stabilimento industriale attivo dell'istituto, non in un museo civico. Le regole sulle fotografie possono variare a seconda del tipo di apertura e delle aree, e la cosa più sensata è chiederlo all'accoglienza quando arrivate, prima di tirare fuori la macchina. Detto questo, se le riprese sono consentite, ecco dove punterei l'obiettivo.
La foto giusta non è la vetrina delle monete. Le monete in vetrina fotografano male sempre: sono piccole, sono dietro il vetro, riflettono, e il risultato è un'immagine grigia che non dice niente. La foto giusta è il torchio a bilanciere ripreso dal basso, di tre quarti, in modo che le due masse alle estremità della barra entrino in inquadratura e si capisca la meccanica del gesto. È un oggetto scultoreo, ha una silhouette potente, e restituisce esattamente ciò che il museo racconta: la forza applicata al metallo. Se riuscite a inquadrare il torchio con una vetrina di monete sfocata sullo sfondo, avete la sintesi perfetta del posto in un solo scatto.
La seconda foto che consiglio è la postazione dell'incisore. Ripresa dall'alto, quasi a piombo, con gli strumenti disposti sul banco, diventa un'immagine di grande fascino documentario: sembra una natura morta fiamminga fatta di acciaio. Funziona benissimo anche con il telefono, purché appoggiato o tenuto fermo, perché la luce degli allestimenti è calibrata sulla conservazione e non sulla fotografia.
La terza, per chi ha pazienza, è il dettaglio di un conio consumato, se l'allestimento lo consente e se la vetrina lo permette. Un conio crepato o usurato, fotografato di taglio, racconta il lavoro meglio di qualunque didascalia.
Un consiglio tecnico da chi fotografa nei musei da anni: niente flash, mai, sia per rispetto della conservazione sia perché sul metallo lucido produce solo un buco bianco. Alzate la sensibilità, appoggiate il telefono al vetro con un panno o alla struttura della vetrina per stabilizzare, e scattate due o tre volte. E fuori, prima di entrare o dopo essere usciti, l'unica immagine ambientale che ha senso è la Salaria stessa: una consolare romana ancora percorsa dal traffico, che porta a un museo dove si racconta la moneta di Roma. La didascalia si scrive da sola.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Un museo giovane in un edificio industriale non ha battaglie né conclavi da raccontare. Ha però una catena di date che spiegano perché esiste, e alcune di queste sono avvenimenti veri, con conseguenze pesanti.
1824: nasce il Gabinetto Pontificio delle Medaglie
È l'atto di fondazione. Nella Roma della Restaurazione, che stava riorganizzando le proprie istituzioni culturali dopo la parentesi napoleonica, il materiale della zecca smette di essere magazzino e diventa collezione. Da quella decisione discende tutto il resto.
1870: la raccolta passa al Regno d'Italia
Con Roma capitale, il Gabinetto viene acquisito dal Governo del Regno. È il passaggio più delicato di tutta la storia: cambiare proprietario è il momento in cui le collezioni si disperdono. Qui non successe, e il nucleo rimase compatto.
27 giugno 1908: la prima pietra della nuova zecca
Alla presenza del Re viene posata la prima pietra dell'officina di via Principe Umberto. I lavori durano tre anni. Nel 1911 l'edificio entra in funzione, e con esso il museo e la Scuola dell'Arte della Medaglia, tutti sotto lo stesso tetto. È il momento in cui la zecca italiana diventa un impianto industriale moderno.
10 dicembre 1957: la questione delle vele
Un ufficiale di marina sostiene pubblicamente che le bandiere delle caravelle sulle nuove 500 lire d'argento sono controvento. Ne nasce una polemica nazionale, con perizie e articoli. Il disegno viene comunque modificato e i pezzi già distribuiti ritirati. Le millesettanta prove del 1957 diventano, con gli anni, uno dei pezzi più ricercati della numismatica repubblicana.
20 aprile 1978: la Zecca entra nel Poligrafico
La legge 154 unisce la Zecca di Stato al Poligrafico. Le collezioni numismatiche e l'apparato di macchinari d'epoca confluiscono nel patrimonio del nuovo istituto. Senza quel passaggio, i torchi e le presse che oggi si ammirano al museo sarebbero probabilmente finiti a ferro vecchio come è successo a tanti impianti storici italiani negli stessi anni.
8 febbraio 1998: gli italiani votano le monete
La scelta dei soggetti delle facce nazionali delle monete in euro viene affidata a una votazione telefonica del pubblico durante una trasmissione televisiva. È un avvenimento minore per la storia dell'arte e maggiore per la storia del costume: un Paese che sceglie in diretta televisiva l'immagine del proprio denaro.
25 ottobre 2016: l'inaugurazione della sede attuale
Il museo apre in via Salaria 712 con l'allestimento curato da Silvana Balbi De Caro e Giovanni Bulian. Alla presentazione si parla apertamente di un patrimonio recuperato dall'abbandono: casse impolverate rimesse in ordine e restituite al pubblico.
Marzo 2025: il ritorno all'Esquilino non ci sarà
La variante al progetto di riqualificazione dell'ex zecca di via Principe Umberto elimina museo, scuola e laboratori a favore di ottomila metri quadrati di uffici. La sede della Salaria diventa definitiva. È l'avvenimento più recente e, per chi visita, il più rilevante.
Chi è passato da Museo della Zecca di Roma
La domanda va girata: più che chi ha visitato il museo, conta chi è passato per la zecca di Roma e ha lasciato in queste collezioni la propria firma. L'elenco è di quelli che fanno impressione.
Benvenuto Cellini ci è passato per davvero, come incisore stipendiato, nominato con motu proprio del 16 aprile 1529 da Clemente VII. Ha inciso i conii del doppio ducato con l'Ecce Homo e della moneta da due carlini con il QVARE DVBITASTI, ha modellato la medaglia della Pace fra il 1533 e il 1534 e quella con Mosè che percuote la rupe, e ha poi lavorato per Paolo III Farnese. È il nome più alto della storia dell'oreficeria italiana, e per qualche anno il suo mestiere quotidiano fu incidere l'acciaio della zecca romana.
Gli Hamerani ci sono passati per due secoli interi, di padre in figlio, da Alberto a Giovanni Martino, da Ermenegildo a Ottone, fino a Gioacchino e Giovanni che allo Stato pontificio cedettero la collezione di famiglia oggi conservata nel museo. Una dinastia bavarese trapiantata a Roma nel Seicento che ha dato volto alle medaglie di una dozzina di pontefici.
Benedetto Pistrucci, romano del 1783, è passato di qui prima di andare a Londra e diventare l'autore del san Giorgio della sterlina. Le sue 425 cere sono il nucleo più prezioso della collezione, e la sua vicenda biografica, dalla partenza del 1815 alla morte a Windsor nel 1855, è la storia di un italiano che conquistò l'Inghilterra e non ottenne mai il titolo che gli spettava.
Vittorio Emanuele III è il personaggio più ambiguo e più presente. Numismatico serio, non dilettante coronato, mise insieme la più grande raccolta di monete italiane medievali e moderne oggi conosciuta e la catalogò nel Corpus Nummorum Italicorum, venti volumi pubblicati fra il 1910 e il 1943, rilegati nell'azzurro di Casa Savoia, rimasti incompiuti per lo scoppio della guerra. Volle nel 1907 la Scuola dell'Arte della Medaglia e seguì personalmente i progetti delle monete del Regno, molti dei quali sono esposti al museo. La sua collezione è oggi al Medagliere del Museo Nazionale Romano; i progetti che lo videro committente sono qui.
Fra i maestri incisori del Novecento sono passati di qui Giuseppe Romagnoli, Aurelio Mistruzzi, Luigi Giorgi e Orlando Paladino Orlandini, le cui medaglie d'arte sono esposte al primo livello. E ci sono passati Pietro Giampaoli, capo incisore, e Guido Veroi, autori delle 500 lire con le caravelle: la moneta che quasi tutti gli italiani nati nel Novecento hanno tenuto in mano.
Vale la pena aggiungere una presenza più antica di tutte e involontaria: chiunque sia stato sepolto nel mausoleo romano i cui resti sono conservati nel percorso espositivo. Un ignoto proprietario terriero o liberto arricchito, sepolto lungo la Salaria in età imperiale, che oggi si ritrova a fare da fondamenta al museo della moneta.
Il Museo della Zecca di Roma con i bambini e con i ragazzi
Funziona, ma a due condizioni. La prima è l'età: sotto i sette o otto anni il materiale è troppo tecnico e le vetrine troppo minute, e il rischio è mezz'ora di lamentele. Dagli otto anni in su, invece, il museo ha una carta che pochissimi altri musei romani possiedono, ed è il laboratorio didattico dove si realizzano medaglie personalizzate. Vedere trasformarsi un dischetto liscio in un oggetto con un'immagine sopra è una piccola magia meccanica che i ragazzi capiscono al volo.
La seconda condizione è la preparazione. Un bambino entra in questo museo con un vantaggio enorme rispetto a un adulto se gli si pone prima la domanda giusta: perché un pezzo di metallo vale qualcosa? Da lì si arriva a tutto: al peso, alla lega, al conio come garanzia dello Stato, alla contraffazione, al motivo per cui esiste una zigrinatura sul bordo delle monete d'argento. Quella zigrinatura, per inciso, è la miglior spiegazione da museo che conosca: serviva a rendere evidente il ritaglio fraudolento del bordo, con cui i disonesti raschiavano via metallo prezioso da ogni moneta che passava per le loro mani.
Per le scuole il museo è stato pensato fin dall'inizio come strumento didattico, e la formula della visita accompagnata con laboratorio è quella che rende di più. Le classi vanno organizzate con largo anticipo scrivendo all'indirizzo di prenotazione, specificando numero di studenti, età e disponibilità di date.
Un'avvertenza da chi accompagna gruppi: il livello dei macchinari è quello che entusiasma i ragazzi, il livello delle vetrine è quello che entusiasma i genitori. Regolatevi di conseguenza e non invertite l'ordine.
Accessibilità e servizi del Museo della Zecca di Roma
Il museo è ospitato in un edificio moderno all'interno di un complesso industriale realizzato secondo standard contemporanei, e si sviluppa su due livelli collegati internamente. Le condizioni concrete della visita, però, dipendono dal tipo di apertura e dalla disponibilità del personale, e questo è un punto su cui conviene essere espliciti al momento della prenotazione: se avete necessità di accessibilità motoria, di percorsi senza scale, di sedute lungo il percorso o di assistenza specifica, scrivetelo nella richiesta di prenotazione e chiedete conferma prima di mettervi in viaggio. Il museo lavora su gruppi piccoli e può organizzarsi, ma va avvisato.
Sui servizi vale lo stesso principio. Non siamo in un grande museo con guardaroba, bookshop e caffetteria: siamo in uno spazio espositivo aziendale, con un'accoglienza dimensionata sui numeri contenuti delle visite. Presentatevi con documento di identità, perché l'ingresso avviene in un'area industriale e il controllo all'accesso è la norma. Borse voluminose e zaini grossi è meglio lasciarli a casa.
Per l'orientamento nel percorso sono previsti supporti audio e, in alcune formule, tablet. Chi ha difficoltà uditive dovrebbe segnalarlo in fase di prenotazione per capire se la visita accompagnata sia preferibile al supporto audio. Anche qui, chiedere prima risparmia una delusione dopo.
Quanto costa e quanto dura la visita al Museo della Zecca di Roma
Il costo è il capitolo più semplice di tutti: l'ingresso è gratuito. Non c'è biglietto intero, non c'è ridotto, non ci sono riduzioni per categorie perché non c'è tariffa. Non serve nessuna carta museale, nessuna tessera, nessun abbonamento. L'unico requisito è la prenotazione, che è obbligatoria e va fatta con anticipo.
Questo dato, che sembra una buona notizia e basta, va letto bene. La gratuità non deriva da una politica di promozione culturale: deriva dal fatto che non siamo in un museo statale ordinario ma nello spazio espositivo di una società pubblica, aperto al pubblico in giornate stabilite. La conseguenza pratica è che il museo non ha l'obbligo di orari continuativi, e che il numero di posti disponibili è limitato dalla capienza dei turni e dal personale disponibile. Gratuito non significa sempre aperto: significa che quando è aperto non si paga.
Sulla durata: un'ora e mezza è la misura standard, e corrisponde a una visita attenta senza dilungarsi. Due ore abbondanti se siete appassionati o se vi fermate al laboratorio. Meno di un'ora è possibile ma è uno spreco: per fare una corsa fino alla Salaria e restare quaranta minuti tanto vale non muoversi. Se avete famiglia al seguito, calcolate anche il tempo di trasferimento, che dal centro non è banale: fra andata e ritorno la mezza giornata se ne va comunque.
Come arrivare al Museo della Zecca di Roma
L'indirizzo è via Salaria 712, nel quadrante nord della città, all'altezza dell'incrocio con via dei Prati Fiscali, nel territorio del Municipio III. Non è una zona turistica e non è servita dalla metropolitana: mettetevelo in conto e organizzatevi.
Con i mezzi pubblici
Da Termini la soluzione più diretta è la linea di superficie 92, che risale via Salaria in direzione di Val Melaina e serve le fermate di Prati Fiscali e della stazione ferroviaria di Nuovo Salario. La stessa stazione di Nuovo Salario, servita dai treni regionali, è il riferimento su ferro più comodo per chi arriva da fuori città o dal quadrante nord. Dalla fermata alla porta del museo si cammina qualche minuto lungo la Salaria. Prima di partire, controllate percorsi e orari sul sito dell'azienda di trasporto, perché su questa direttrice le linee di superficie hanno frequenze variabili nelle fasce di morbida.
In auto e in motorino
In auto si arriva dalla via Salaria stessa, che è la consolare che porta verso Fidene e il Grande Raccordo Anulare, oppure dalla tangenziale est uscendo verso Prati Fiscali. Il quartiere non è in zona a traffico limitato e il parcheggio su strada esiste, con la difficoltà tipica delle ore di ufficio in un'area con molte attività produttive. Il motorino, a Roma, resta la soluzione più rapida per questo genere di trasferimenti.
Quanto tempo serve dal centro
Dal centro storico, con i mezzi, calcolate quaranta minuti buoni in condizioni normali e un'ora nelle fasce di punta. È il motivo per cui insisto: questo museo va programmato, non improvvisato. Se avete prenotato per un turno preciso, partite con largo margine, perché la Salaria nelle ore di punta è una delle strade più congestionate del quadrante nord e arrivare in ritardo a un turno contingentato significa, molto semplicemente, non entrare.
Quando andare al Museo della Zecca di Roma e quando evitarlo
La stagione conta poco, perché si tratta di una visita interamente al coperto. Conta invece moltissimo il giorno e l'ora, e conta il calendario delle aperture, che non è continuo.
Il momento migliore è la mattina infrasettimanale, quando i turni sono meno affollati e il personale ha più tempo per rispondere alle domande. Se il calendario propone turni pomeridiani, il primo pomeriggio è preferibile al tardo pomeriggio, perché in una visita così densa di informazioni la stanchezza si sente.
Da evitare, per ragioni logistiche: le ore di punta del traffico sulla Salaria, che rendono l'arrivo un'incognita, e le giornate in cui avete già in programma un'altra visita in centro. Non è un museo che si incastra fra due appuntamenti. Da evitare anche l'improvvisazione dell'ultimo minuto: senza prenotazione confermata non si entra, e presentarsi al cancello sperando in un posto libero è un viaggio a vuoto assicurato.
Un consiglio stagionale che vale in generale per Roma: agosto e le settimane a cavallo delle festività sono periodi in cui le aperture di questo tipo di strutture si diradano. Se avete solo quelle settimane a disposizione, verificate il calendario con largo anticipo e mettete in conto un'alternativa.
Che cosa c'è intorno al Museo della Zecca di Roma
Siamo fuori dai circuiti classici, e la sincerità impone di dirlo: nel raggio di dieci minuti a piedi non c'è granché per un visitatore. Nel raggio di venti minuti con i mezzi, però, il quadrante nord ha cose serie.
Scendendo lungo la Salaria verso il centro si arriva a Villa Ada, uno dei parchi più grandi di Roma, che al suo interno conserva il Forte Antenne e i resti dell'insediamento antico di Antemnae. Sempre sulla Salaria, poco più avanti, ci sono le Catacombe di Priscilla, uno dei complessi cimiteriali cristiani più antichi e più belli della città, con il celebre ciclo pittorico della cosiddetta cappella greca. L'abbinamento catacombe più museo della moneta è insolito e funziona: due modi diversissimi di raccontare la Roma che si trovava fuori dalle mura.
Verso est, il quadrante della Nomentana offre Villa Torlonia con il Casino Nobile, e più vicino al centro il quartiere Coppedè, che resta una delle passeggiate architettoniche più sorprendenti della città. Se invece volete chiudere il cerchio tematico, la meta naturale dopo la Salaria è il centro: Palazzo Massimo alle Terme con il Medagliere, e poi l'Esquilino, con il Nuovo Mercato Esquilino e la Porta Alchemica di piazza Vittorio, a due passi dall'isolato dell'ex zecca.
Per chi è interessante il Museo della Zecca di Roma
Faccio una classifica onesta, per evitare delusioni.
È perfetto per collezionisti e appassionati di numismatica, ovviamente, che qui trovano materiale che non vedranno altrove: prove, progetti, conii, punzoni. È perfetto per chi si occupa di storia della tecnica e di archeologia industriale: i macchinari valgono da soli il viaggio. È molto interessante per insegnanti e studenti, in particolare per chi lavora su storia economica, storia contemporanea e propaganda politica. È ottimo per scultori, orafi, incisori e studenti di accademia, per i quali la sezione delle cere e la ricostruzione del gabinetto dell'incisore sono materiale di studio.
È consigliato con riserva a chi cerca una visita spettacolare o panoramica: qui non ci sono affreschi, non c'è una vista, non c'è un cortile monumentale. È sconsigliato a chi ha poche ore a Roma e non ha mai visto il Colosseo: non è il museo con cui si comincia.
E lo consiglio con particolare convinzione a una categoria che non se lo aspetta: chi si occupa di design e di comunicazione visiva. Progettare una moneta significa risolvere un problema di leggibilità estrema, in bianco e nero di metallo, a due centimetri di diametro, per un pubblico di decine di milioni di persone, con vincoli tecnici feroci e una durata di decenni. Non conosco esercizio di design più difficile, e qui se ne vedono duecento anni di soluzioni.
Domande veloci su Museo della Zecca di Roma
Dove si trova esattamente il Museo della Zecca di Roma
In via Salaria 712, a Roma, all'interno del complesso del Poligrafico nel quadrante nord della città, vicino all'incrocio con via dei Prati Fiscali. La sede direzionale dell'istituto è poco distante, al numero 691 della stessa strada.
Quanto costa il biglietto del Museo della Zecca di Roma
Niente: l'ingresso è gratuito. Non esistono tariffa intera e tariffa ridotta perché non si paga alcun biglietto. L'unico obbligo è la prenotazione.
Serve prenotare per visitare il Museo della Zecca di Roma
Sì, la prenotazione è obbligatoria e va fatta con almeno un paio di giorni di anticipo, meglio con qualche settimana. Si scrive all'indirizzo booking_museodellazecca@ipzs.it oppure si telefona al 06 85082125. Senza prenotazione confermata non si entra.
Quali sono gli orari del Museo della Zecca di Roma
Il museo non ha un orario ordinario continuo: apre in giornate stabilite, con turni a numero chiuso. Il calendario aggiornato delle aperture viene pubblicato sul sito ufficiale del museo, che va consultato prima di programmare la visita.
Quanto dura la visita al Museo della Zecca di Roma
Un'ora e mezza per una visita completa e attenta, due ore abbondanti per chi si ferma sui macchinari, sulle cere e sul laboratorio. Meno di un'ora significa vedere il museo di corsa.
Il Museo della Zecca di Roma è adatto ai bambini
Dagli otto anni in su sì, soprattutto grazie al laboratorio didattico dove si realizzano medaglie personalizzate e alla sezione dei macchinari storici. Sotto i sette anni il materiale è troppo tecnico e le vetrine troppo minute.
Si possono fare fotografie al Museo della Zecca di Roma
Le regole sulle riprese possono variare a seconda dell'area e del tipo di apertura, trattandosi di uno spazio interno a un complesso industriale. Va chiesto all'accoglienza al momento dell'ingresso. In ogni caso, niente flash.
Il Museo della Zecca di Roma è accessibile in sedia a rotelle
L'edificio è moderno e il percorso si sviluppa su due livelli collegati internamente, ma le condizioni concrete dipendono dal tipo di apertura. Chi ha esigenze di accessibilità deve segnalarlo nella richiesta di prenotazione e chiedere conferma prima di partire.
Come si arriva al Museo della Zecca di Roma con i mezzi
Da Termini con la linea di superficie 92, che risale via Salaria verso Val Melaina e serve Prati Fiscali e la stazione di Nuovo Salario. La metropolitana non arriva in zona. In auto si arriva dalla Salaria o dalla tangenziale, uscendo verso Prati Fiscali.
Che differenza c'è fra il Museo della Zecca di Roma e il Medagliere di Palazzo Massimo
Il Medagliere del Museo Nazionale Romano, al piano meno due di Palazzo Massimo alle Terme, conserva collezioni di monete, con al centro la raccolta di Vittorio Emanuele III, la più grande collezione di monete italiane medievali e moderne conosciuta. Il Museo della Zecca di Roma conserva invece il patrimonio della fabbrica: conii, punzoni, modelli in cera, macchinari, prove e progetti. Uno racconta le monete, l'altro racconta chi e come le ha fatte.
Quante opere conserva il Museo della Zecca di Roma
Oltre ventimila, fra monete, medaglie, oggetti da conio e modelli in cera, secondo i dati dell'istituto che le conserva. Fra queste, 425 cere di Benedetto Pistrucci.
Che cosa sono le cere di Pistrucci
Modelli in cera per medaglie e cammei realizzati dall'incisore romano Benedetto Pistrucci (Roma 1783, Windsor 1855), autore del san Giorgio che dal 1817 compare sul rovescio della sterlina d'oro britannica. Sono modelli di lavoro, e conservano il gesto dell'artista molto più del metallo finito.
Il Museo della Zecca di Roma si sposterà all'Esquilino
No. Il progetto che prevedeva il trasferimento del museo nella storica officina di via Principe Umberto è stato modificato nel marzo 2025: circa ottomila degli undicimila metri quadrati dell'edificio diventeranno uffici, e le funzioni culturali sono state eliminate. La sede di via Salaria 712 resta quella del museo.
C'è un bookshop o una caffetteria al Museo della Zecca di Roma
Non siamo in un grande museo civico con servizi al pubblico completi: l'accoglienza è dimensionata sui numeri contenuti delle visite. Conviene organizzarsi con calma e non contare su bar interni.
Si entra gratis la prima domenica del mese al Museo della Zecca di Roma
La domanda non si pone, perché l'ingresso è sempre gratuito. La prima domenica del mese ad ingresso libero riguarda i musei statali e quelli civici, non questo museo, che ha un regime di apertura proprio su prenotazione.
Si può visitare la Zecca dove si producono le monete
Lo stabilimento di coniazione, che dal 1999 è in via Gino Capponi, è un impianto produttivo e non un luogo di visita. Il museo di via Salaria è lo spazio aperto al pubblico, e vi si vedono i macchinari storici e la ricostruzione del gabinetto dell'incisore.
Che cos'è la Scuola dell'Arte della Medaglia
Un corso triennale gratuito e a numero chiuso di alta formazione per incisori, modellatori e medaglisti, istituito nel 1907 per volontà di Vittorio Emanuele III e oggi gestito dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con sede in viale Gottardo 146. Ammette circa quindici allievi per corso ordinario, selezionati con prove di disegno dal vero e di modellazione in bassorilievo.
Ci sono resti archeologici dentro il Museo della Zecca di Roma
Sì: nel percorso sono valorizzati in situ i resti di un mausoleo romano di età imperiale, emersi nell'area del complesso. Siamo lungo la via Salaria, una consolare fiancheggiata da sepolcri per chilometri fuori dalle mura.
Il Museo della Zecca di Roma vale una visita se non si capisce niente di monete
Sì, a patto di puntare sul livello dei macchinari e sulla ricostruzione della postazione dell'incisore. Il museo è tanto una storia di tecnica quanto una storia di numismatica, e la parte tecnica è comprensibile a chiunque.
Si possono comprare monete o medaglie al Museo della Zecca di Roma
Il museo è uno spazio espositivo, non un punto vendita. Le emissioni numismatiche ufficiali, le serie divisionali e le commemorative si acquistano attraverso i canali indicati dall'istituto emittente sul proprio sito.
Quanto tempo prima conviene prenotare la visita al Museo della Zecca di Roma
Il minimo indicato è di un paio di giorni, ma per scegliere data e orario conviene muoversi con due o tre settimane di anticipo, soprattutto per i gruppi e per le scolaresche. Le aperture accompagnate si esauriscono in fretta.
Il Museo della Zecca di Roma si può abbinare ad altre visite
Nel quadrante nord sì: Villa Ada e il Forte Antenne, le Catacombe di Priscilla sulla stessa Salaria, e più a est Villa Torlonia e il quartiere Coppedè. Con il centro storico l'abbinamento funziona male per via dei tempi di trasferimento.
La mia ultima raccomandazione
Se dovessi convincere una persona sola a prendere il 92 e risalire la Salaria, non le parlerei di monete. Le direi questo: esiste a Roma un luogo dove si può guardare in faccia la macchina che ha fatto i soldi che avevamo in tasca, e accanto a quella macchina i modelli in cera del romano che ha disegnato l'immagine più riprodotta dell'oro inglese. Non c'è nessun altro posto in Italia dove queste due cose si trovino nella stessa stanza.
Prenotate con anticipo, chiedete un turno del mattino, cominciate dai macchinari e tenete le cere di Pistrucci per ultime. E quando siete davanti al torchio a bilanciere, fatevi spiegare il gesto: due uomini, una barra, due masse, un mezzo giro. Da quel gesto, ripetuto milioni di volte, è uscito il denaro di uno Stato. È una cosa che vale la pena di aver visto una volta nella vita, e che dopo cambia il modo in cui si guarda una moneta da due euro sul bancone di un bar.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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