Forte Antenne

Ci sono luoghi a Roma che si visitano perché lo dice la guida, e luoghi che si visitano perché, una volta che hai capito che cosa sono, non riesci più a fare finta di niente. Forte Antenne appartiene alla seconda categoria. È una fortezza ottocentesca costruita sopra le rovine di una città che i Romani cancellarono quando Roma stessa era poco più di un villaggio di capanne, dentro un parco dove le famiglie portano i cani e i ragazzini giocano a pallone, a un quarto d'ora di autobus da piazza Fiume. Nessun cartellone la annuncia, nessun tornello ne regola l'accesso, e proprio per questo la maggior parte dei romani ci passa accanto senza sapere che cosa sta guardando.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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In questa scheda ti racconto tutto: la collina e i due fiumi che la definiscono, la città sabina di Antemnae e le sue mura di cappellaccio, il ratto delle Sabine e il secondo trionfo di Romolo, gli scavi ottocenteschi che confermarono un'intuizione erudita e nello stesso momento la distrussero, il Regio Decreto che nel 1877 mise in moto il più grande cantiere militare della Roma post-unitaria, l'anatomia del forte con il suo fossato e le sue caponiere, l'obsolescenza fulminea che lo rese inutile prima ancora che fosse finito, il Novecento delle caserme e dei depositi, il settembre del 1943 con il bunker reale a poche centinaia di metri, le famiglie che ci hanno abitato dentro fino a pochi anni fa, e che cosa esattamente puoi vedere oggi salendo a piedi dal parco. Alla fine saprai anche che fotografia fare e da dove.

Forte Antenne: che cos'è davvero, in due minuti

Forte Antenne è uno dei quindici forti del cosiddetto Campo Trincerato di Roma, la cintura di fortificazioni che il neonato Regno d'Italia costruì attorno alla sua nuova capitale fra il 1877 e il 1891. Occupa una superficie di circa 2,5 ettari, la più piccola di tutta la serie, e sorge sulla sommità di Monte Antenne, un colle di sessanta metri di quota che si affaccia sul punto in cui l'Aniene si getta nel Tevere. Amministrativamente siamo nel quartiere Parioli, il Q. II, dentro il territorio del Municipio Roma II; geograficamente siamo all'interno del parco di Villa Ada Savoia, centosessanta ettari di verde pubblico nella zona nord della città.

Detto così sembra una scheda catastale, e infatti lo è. Ma la cosa interessante di Forte Antenne non è il forte in sé: è la stratigrafia. Sotto le opere murarie dell'Ottocento ci sono i resti di Antemnae, un oppidum del Latium vetus abitato dalla metà dell'VIII secolo avanti Cristo, cioè da prima che Roma fosse Roma in senso pieno. La collina è la stessa. La posizione strategica è la stessa. Gli ingegneri militari sabaudi che nel 1882 aprirono il cantiere scelsero quel punto per le stesse ragioni per cui l'avevano scelto gli Antemnati ventisei secoli prima: da lassù si controlla il fondovalle, si controlla la via Salaria, si controlla chi arriva da nord. Cambiano le armi, non la geografia.

Il nome di Forte Antenne, spiegato una volta per tutte

Il forte prende il nome dal colle, il colle prende il nome dalla città antica, e la città antica prendeva il nome dalla propria posizione. Antemnae, in latino, viene con ogni probabilità da ante amnes, cioè "davanti ai fiumi": Varrone, nel De lingua Latina, lo dice con una chiarezza che non lascia molto spazio all'immaginazione, e la fonte pseudo-festina va nella stessa direzione. Non c'entra nulla, quindi, con le antenne radio, anche se — colpo di scena che ti racconto meglio più avanti — nel Novecento il forte finì effettivamente per ospitare il deposito di un reggimento di radiotelegrafisti. Una coincidenza toponomastica così perfetta che sembra inventata, e invece è vera.

Il consiglio che ti do fin da subito è di tenere a mente questa catena etimologica quando sali: colle, fiumi, città, forte. Ti serve per leggere il paesaggio. Se ti fermi sul ciglio nord e guardi in basso, quello che vedi non è "un pezzo di Roma con del traffico": è la ragione per cui qui è successo tutto quello che è successo.

Dove si trova Forte Antenne: la geografia che spiega tutto

Metti il dito su una carta di Roma nel punto in cui l'Aniene finisce dentro il Tevere. Adesso spostalo di trecento metri verso sud-est e sei sulla sommità di Monte Antenne. Quella confluenza, oggi seminascosta fra la tangenziale, il quartiere Salario e i capannoni, è stata per secoli uno dei nodi decisivi dell'Italia centrale: chi risaliva la valle dell'Aniene arrivava a Tivoli e poi ai valichi appenninici; chi risaliva il Tevere arrivava in Sabina e in Umbria; chi scendeva dalla Salaria portava il sale dall'Adriatico verso la costa tirrenica. Tre direttrici in un punto solo. Forte Antenne sta esattamente lì sopra.

La via Salaria, va detto, è la più antica delle grandi consolari e nasce come pista del sale, molto prima che i Romani la lastricassero e le dessero un nome ufficiale. Passa ai piedi del colle. Il Ponte Salario, poco più a nord, è il punto in cui la strada scavalca l'Aniene: un ponte rifatto e distrutto e rifatto talmente tante volte, dai Goti a Narsete ai garibaldini, che raccontarne la storia richiederebbe una scheda a parte. Da Monte Antenne quel ponte lo controlli con lo sguardo. Nell'antichità significava controllarlo con le armi.

Sessanta metri che valgono più di duecento

Monte Antenne misura sessanta metri di altezza, e il piano di sedime del forte si attesta intorno ai sessantacinque metri sul livello del mare. Sono numeri modesti: il Gianicolo arriva a ottantotto, Monte Mario supera i centoquaranta. Ma l'altimetria assoluta conta meno del dislivello relativo, e qui il dislivello rispetto al fondovalle dell'Aniene è netto, con versanti ripidi su tre lati. È una posizione naturalmente difendibile, il che spiega perché fu fortificata due volte a distanza di venticinque secoli.

C'è poi un dettaglio che gli ingegneri militari dell'Ottocento consideravano non secondario: da lassù si teneva sotto tiro anche la ferrovia per l'Aquila e Pescara, la linea che scavalcava l'Appennino verso l'Adriatico. Nel calcolo strategico del 1880 una ferrovia valeva quanto una strada consolare, forse di più. Forte Antenne, in altre parole, non era un capriccio panoramico: presidiava il fronte settentrionale della città, la Salaria e i binari.

Perché oggi la geografia è meno leggibile

Ti avverto: il paesaggio che vedi oggi non è quello che vedevano né gli Antemnati né i genieri sabaudi. La confluenza è stata regimata, l'Aniene incassato fra argini e vegetazione, il fondovalle occupato da infrastrutture, e il bosco di Villa Ada è cresciuto molto rispetto alla campagna rada dell'Ottocento. Da alcuni punti del colle i fiumi non si vedono affatto. Il consiglio che ti do è di andarci in inverno, con gli alberi spogli: la lettura del sito migliora di parecchio e improvvisamente capisci perché qualcuno, nell'VIII secolo avanti Cristo, decise di costruirci sopra una città.

Antemnae, la città che stava qui prima di Forte Antenne

Prima del forte c'era una città, e non una città qualsiasi. Antemnae era un oppidum del Latium vetus, cioè un abitato fortificato di quel mosaico di comunità latine, sabine e italiche che occupavano il basso Tevere quando Roma era una delle tante e non ancora la più forte. La documentazione archeologica attesta un centro abitato già dalla metà dell'VIII secolo avanti Cristo, particolarmente fiorente fino ai primi decenni del V. In termini pratici: qui si viveva stabilmente da almeno due secoli e mezzo prima che la Repubblica romana esistesse.

Gli autori antichi non si mettono d'accordo sulle origini, il che di per sé è una notizia. Plutarco, nella Vita di Romolo, la dà per sabina. Dionigi di Alicarnasso la vuole fondata dai Siculi e poi conquistata dagli Aborigeni, in una di quelle genealogie etniche in cui i Greci erano maestri. Virgilio, nel settimo libro dell'Eneide, la elenca fra le città che presero le armi contro i Troiani. Silio Italico, nei Punica, la dichiara più antica di Crustumerium. Quattro autori, quattro versioni. Quello su cui tutti concordano è che Antemnae c'era, era vecchia, ed era importante abbastanza da meritare una citazione.

Tredici ettari di città sotto e attorno a Forte Antenne

La cinta muraria antica racchiudeva un'area di circa tredici ettari. Per darti un metro di paragone: il forte ottocentesco ne occupa 2,5. Vuol dire che l'insediamento antico si estendeva ben oltre il perimetro delle opere militari, sui pendii e sui pianori laterali del colle. Non tutto è stato distrutto, ma tutto è stato pesantemente compromesso, e quello che resta è per lo più sottoterra o ridotto a lacerti difficili da leggere per chi non ha in mano una pianta.

Tredici ettari, per una comunità dell'età del ferro laziale, sono tanti. Non siamo ai livelli di Veio o della stessa Roma arcaica, ma siamo davanti a un centro di prima fascia nel proprio contesto locale. La Sovrintendenza Capitolina, che ha in carico il sito, lo definisce senza mezzi termini il centro dell'agro sabino-latino più vicino a Roma. Più vicino significa anche: il primo a essere schiacciato quando Roma cominciò a spingere.

Che cosa mangiavano, che cosa commerciavano

Su questo la prudenza è d'obbligo, perché lo scavo ottocentesco non fu esattamente un modello di metodo stratigrafico e molti contesti sono andati perduti. Quello che sappiamo con ragionevole certezza è che la posizione sulla via del sale — la Salaria, appunto — colloca Antemnae su un asse commerciale di lunghissima durata. Il sale dall'Adriatico verso il Tirreno e i pascoli della transumanza appenninica passavano di lì. Una comunità che controlla un guado e una strada del sale non è una comunità povera.

Restano poi le terrecotte architettoniche, di cui ti parlo fra poco, e sono un indizio prezioso: chi decora un tempio con antefisse di quel livello ha artigiani, committenti e denaro. Antemnae non era un villaggio di pastori. Era una città, con un santuario, mura e una classe dirigente. Il fatto che di tutto questo oggi si veda quasi nulla è precisamente il motivo per cui vale la pena raccontarlo mentre si è lassù, in piedi, sul posto.

Il ratto delle Sabine e il primo assedio del colle di Forte Antenne

Qui entriamo nella zona in cui la storia e il mito si tengono per mano, e conviene dirlo apertamente invece di far finta che la tradizione annalistica romana sia un verbale di polizia. La vicenda è arcinota nella sua forma letteraria. Romolo, a corto di donne per la nuova comunità, organizza dei giochi in onore di Conso, invita i vicini, e nel mezzo della festa i Romani rapiscono le ragazze degli ospiti. Le città offese reagiscono in ordine sparso invece che tutte insieme: prima i Ceninensi, poi gli Antemnati, poi i Crustumini, infine i Sabini di Tito Tazio.

Gli abitanti di Antemnae, racconta Tito Livio nel primo libro dell'Ab Urbe condita, approfittarono dell'assenza dell'esercito romano — impegnato contro Cenina — per razziare il territorio di Roma. Fu un calcolo pessimo. Romolo tornò, li affrontò, li batté, prese la città e celebrò il proprio secondo trionfo. Poi, secondo lo schema che diventerà il marchio di fabbrica della politica romana, non rase al suolo nulla: vi inviò coloni e assorbì la popolazione. Dionigi di Alicarnasso conferma nella sostanza, aggiungendo dettagli.

Quante donne erano di Antemnae

Le fonti antiche insistono su un particolare che vale la pena riportare: fra le donne rapite ce n'erano molte provenienti proprio da questo centro. È un dettaglio che serviva alla narrazione romana per giustificare l'accanimento degli Antemnati, ma che dice anche qualcosa sulla prossimità e sulla frequentazione reciproca fra Roma e Antemnae. Non erano stranieri lontani: erano vicini di casa, a un'ora di cammino, che partecipavano alle stesse feste.

Il consiglio che ti do, quando sei lassù, è di guardare verso sud. In linea d'aria, dal colle al Campidoglio ci sono poco più di quattro chilometri. La distanza fra la città che sopravvisse e quella che sparì è tutta qui. Non è una distanza geografica: è una distanza di esito.

Storia o leggenda?

Domanda legittima e risposta onesta: la cronologia regia romana è ricostruzione tarda, e nessuno storico serio prende il ratto delle Sabine come cronaca. Ma il nucleo del racconto — un piccolo centro vicino, conflittuale, sottomesso presto e poi inglobato — è perfettamente compatibile con quello che l'archeologia mostra: un abitato fiorente fino al V secolo, poi ridimensionato, poi ridotto ad avamposto, poi abbandonato. La leggenda e la stratigrafia, in questo caso, raccontano la stessa parabola con parole diverse.

Tito Tazio e i re: il capitolo sabino di Forte Antenne

Nel racconto tramandato da Plinio il Vecchio, e riportato attraverso Dionigi di Alicarnasso, la sottomissione di Antemnae passa per la sconfitta del suo re, identificato con Tito Tazio, il sovrano sabino che secondo la tradizione finì poi associato al trono di Roma accanto a Romolo. La versione più diffusa fa di Tito Tazio il re di Cures; questa lo lega invece ad Antemnae. Le tradizioni si sovrappongono, si contraddicono, si contaminano — e questo è normale in un materiale che fu messo per iscritto secoli dopo i fatti che pretende di narrare.

Quello che conta, per chi sta in piedi sulla collina, è il concetto di regno associato: Roma, invece di annientare l'avversario, se ne prese il re e lo mise sul proprio trono. È il prototipo di una politica di integrazione che nei mille anni successivi avrebbe fatto di una città-stato del Lazio l'impero più esteso del Mediterraneo. Il fatto che quel prototipo, nella memoria antica, sia collegato a questa collina non è una curiosità da poco.

Antemnae contro Roma, di nuovo

C'è un secondo episodio, meno noto. La tradizione ricorda che Antemnae sostenne il tentativo di Tarquinio il Superbo, alleatosi per l'occasione con Porsenna, di riprendere il controllo di Roma dopo la cacciata dei re. In altre parole: alla prima occasione utile, il centro sottomesso si schierò contro. È il segnale di una autonomia mai davvero estinta, e spiega perché più tardi Roma preferì fortificare il colle come proprio avamposto piuttosto che lasciarlo a se stesso.

Da avamposto a rudere il passo, storicamente parlando, fu lungo ma inesorabile. Ed è esattamente il tipo di parabola che Forte Antenne, ventisei secoli dopo, avrebbe ripetuto in scala ridotta: costruito per difendere, dichiarato inutile, abbandonato, dimenticato.

Le mura di cappellaccio: che cosa c'era sotto Forte Antenne

Fra la fine del VI e gli inizi del V secolo avanti Cristo, Antemnae — ormai avamposto romano — venne dotata di una cinta fortificata di tutto rispetto. Era realizzata in blocchi di cappellaccio, il tufo grigio-cinerino più antico usato nell'edilizia laziale arcaica, messo in opera secondo la tecnica dell'opus quadratum: blocchi squadrati, disposti a filari regolari, senza malta. Le misurazioni effettuate prima della costruzione del forte ottocentesco registravano tratti conservati fino a sette metri di altezza.

Sette metri. Fermati un attimo su questo numero, perché è quello che rende il sito di Forte Antenne archeologicamente doloroso. Una cortina muraria arcaica alta sette metri, in cappellaccio, a quattro chilometri dal Campidoglio, sarebbe oggi uno dei monumenti più importanti per capire l'architettura difensiva del Lazio pre-repubblicano. La cinta di Servio Tullio, a Roma, si conserva in tratti sparsi e discussi; le mura di Ardea, di Lavinio, di Gabii sono studiatissime proprio perché rare. Qui c'era un termine di paragone di prima grandezza, ed è stato in larghissima parte smontato.

Il cappellaccio, spiegato bene

Vale la pena spendere due parole su questo materiale, perché a Roma lo incontri ovunque e quasi nessuno te lo spiega. Il cappellaccio è il tufo più antico affiorante nell'area urbana, di origine vulcanica, tenero, poroso, grigio scuro, poco resistente all'aria aperta. I costruttori arcaici lo usavano perché era quello che avevano sotto i piedi: si cavava sul posto, si squadrava con attrezzi semplici, si metteva in opera a secco. Con il tempo i Romani passarono a tufi migliori — il tufo di Grotta Oscura dopo la presa di Veio, poi il peperino, poi il travertino — ma il cappellaccio resta la firma inconfondibile delle strutture più antiche.

Se durante una passeggiata dentro Villa Ada ti capita di riconoscere blocchi grigi, sbrecciati, di grana grossa e con quell'aria di pietra che si sbriciola, non sono cascami di cantiere: sono verosimilmente il materiale più antico che vedrai in tutta la giornata. Il consiglio che ti do è di non toccarli e di non spostarli. Un blocco fuori contesto è un blocco muto, e qui di contesto ne è già andato perduto abbastanza.

Che cosa resta da vedere delle mura

Poco, e distribuito male. I lavori del cantiere militare, fra il 1877 e il 1891, hanno asportato o inglobato la maggior parte della cinta; una cisterna antica fu distrutta durante quegli stessi lavori. Le indagini archeologiche successive — nel 1978 e nel 1986 — hanno permesso di documentare fondazioni in tufo e coperture in tegola dell'abitato, di ricostruire l'andamento del perimetro e di precisare la cronologia, ma non hanno restituito al pubblico un monumento visitabile nel senso in cui lo è, mettiamo, il Foro Romano.

Sii realista quando sali a Forte Antenne: non stai andando a vedere le mura di Antemnae, perché non ci sono più in forma leggibile. Stai andando a vedere il luogo in cui c'erano, e il monumento ottocentesco che le ha sostituite. È una visita di immaginazione informata, non di contemplazione. Sapere che cosa cercare — la forma del pianoro, la ripidezza dei versanti, la posizione rispetto ai fiumi — è ciò che trasforma una passeggiata in un'esperienza.

Giunone Sospita e il santuario sulla collina di Forte Antenne

Fra i pochi elementi che hanno attraversato indenni la distruzione ottocentesca c'è un gruppo di terrecotte architettoniche, e fra queste un pezzo che merita una gita a parte. Si tratta di un'antefissa — cioè uno di quegli elementi decorativi in terracotta che chiudevano le testate dei coppi lungo la falda del tetto — con la raffigurazione della testa di Giunone provvista di un elmo realizzato con elementi bovini, in particolare corna. È datata agli inizi del V secolo avanti Cristo ed è oggi conservata al Museo Nazionale Romano.

Quell'elmo cornuto è una firma iconografica precisa: rimanda a Giunone Sospita, o Giunone Lanuvina, la grande divinità di Lanuvio, raffigurata con la pelle di capra e il copricapo caprino. Che il suo culto sia attestato ad Antemnae ci dice che questa comunità partecipava del sistema religioso latino nella sua declinazione più caratteristica, e che il santuario del colle non era una cappelletta ma un edificio templare con un programma decorativo di livello.

Un tempio del VII secolo avanti Cristo

Un edificio cultuale databile al VII secolo, con reperti votivi coerenti, precede la fase tardo-arcaica del tempio. Significa che sulla sommità del colle si praticava un culto organizzato almeno dal secolo successivo alla fondazione dell'abitato, e che questo culto continuò per tutta l'età repubblicana anche quando la città civile era ormai in declino. È uno schema comune nel Lazio: i santuari sopravvivono agli insediamenti, perché la santità di un luogo si consuma più lentamente della sua utilità.

Il consiglio che ti do, se il tema ti prende, è di abbinare la salita a Forte Antenne con una visita al Museo Nazionale Romano: vedere l'antefissa dopo aver camminato sulla collina da cui proviene cambia completamente la percezione dell'oggetto. Non è più una terracotta in vetrina: è il tetto di un tempio che stava esattamente dove poco fa avevi i piedi.

Perché le terrecotte contano più delle mura

Sembra un paradosso e non lo è. Le mura ti dicono che una comunità aveva paura e risorse. Le terrecotte architettoniche ti dicono chi frequentava quella comunità, da dove venivano gli artigiani, quali modelli iconografici circolavano, con quali centri c'erano scambi. Sono, in sostanza, un documento di relazioni internazionali in argilla cotta. E in un sito devastato come questo, dove la stratigrafia è compromessa, gli oggetti mobili diventano la fonte principale.

Antonio Nibby e la riscoperta del sito di Forte Antenne

La prima identificazione moderna del sito di Antemnae si deve ad Antonio Nibby, nel 1834. Nibby, romano, archeologo e topografo, professore alla Sapienza, è uno di quei personaggi che oggi si citano poco e a cui invece si deve una fetta consistente di quello che sappiamo sui dintorni di Roma. La sua Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' Dintorni di Roma è ancora oggi uno strumento di lavoro, e non per nostalgia: perché descrive un paesaggio che poi è stato cancellato dall'espansione urbana.

Nibby arrivò a Monte Antenne per via letteraria. Strabone e Plutarco collocavano Antemnae poco fuori Porta Collina; la geografia, la toponomastica sopravvissuta e i resti visibili facevano il resto. Non era una intuizione da poco: identificare una città scomparsa sulla base di citazioni antiche e di un rilievo del terreno richiede una competenza che si costruisce camminando per anni nella campagna romana. Nel medesimo torno d'anni anche William Gell, nella sua Topography of Rome and Its Vicinity del 1834, dedicava ad Antemnae pagine specifiche.

Perché la proposta di Nibby non fu subito accettata

Perché era, appunto, una proposta. In assenza di scavi, la topografia storica dell'Ottocento procedeva per congetture argomentate, e le congetture si combattevano a colpi di citazioni. La localizzazione proposta da Nibby ottenne un consenso generale soltanto con gli scavi del 1878, quelli aperti per la costruzione del forte, che portarono alla luce le strutture antiche e chiusero la discussione. Quarantaquattro anni fra l'ipotesi e la conferma: la ricerca funziona così, anche quando ha ragione.

Vale la pena notare l'ironia della situazione, e te la segnalo perché è il cuore della storia di Forte Antenne: il cantiere che confermò l'esistenza di Antemnae è lo stesso che ne cancellò le tracce. La prova e la distruzione arrivarono insieme, con le stesse pale.

Gli scavi del 1878 e il paradosso archeologico di Forte Antenne

Nel 1878 il colle si aprì. Non per volontà scientifica ma per necessità di cantiere: bisognava sbancare, spianare, scavare fossati, fondare murature, e nel farlo emersero le strutture della città antica. Furono anni in cui a Roma si scavava dappertutto e in fretta, perché la nuova capitale costruiva quartieri interi e ogni fondazione intercettava qualcosa. La Commissione Archeologica Comunale, istituita proprio in quel decennio, faceva quello che poteva. Sui cantieri militari, però, la mano dell'archeologia era più corta.

Il bilancio, oggi, è impietoso: i lavori per la costruzione del forte tardo-ottocentesco hanno distrutto gran parte del sito archeologico. La formula è della Sovrintendenza Capitolina e non ammette sfumature. Le mura vennero in larghissima parte smontate; una cisterna antica fu demolita; il piano di calpestio della città fu rimaneggiato per far posto ai terrapieni e alle opere murarie. Le misurazioni delle cortine, per fortuna, furono prese prima dello sbancamento, ed è per questo che oggi sappiamo di quei sette metri di altezza.

Le indagini del 1978 e del 1986

Un secolo dopo si tornò a guardare il colle con occhi diversi. Nel 1978 Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli pubblicarono per il Consiglio Nazionale delle Ricerche il volume Latium vetus. I. Antemnae: una monografia interamente dedicata al sito, che raccoglie la documentazione ottocentesca, i dati topografici e le evidenze superstiti. È il tipo di lavoro che salva un sito dall'oblio anche quando il sito fisicamente non c'è più. Una seconda campagna di indagini seguì nel 1986.

Grazie a questi studi, la cronologia dell'insediamento è oggi ragionevolmente solida: abitato dalla metà dell'VIII secolo, fiorente fino ai primi decenni del V, fortificato fra fine VI e inizio V, in decadenza dal III secolo, sostituito verso la fine del I secolo avanti Cristo da una imponente villa privata. Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, la inserisce nell'elenco delle città del Lazio ormai scomparse: una lista di fantasmi che è forse il documento più malinconico dell'antiquaria romana.

La villa romana che chiuse il cerchio

Quella villa tardo-repubblicana merita una riga in più. Il passaggio da città a villa privata è un fenomeno tipico dell'agro romano fra I secolo avanti Cristo e I secolo dopo: le vecchie comunità autonome, spopolate e prive di funzione politica, diventano proprietà di famiglie senatorie che ne sfruttano i terreni e ne riusano le strutture. Il colle di Forte Antenne, con la sua vista sulla confluenza e la sua vicinanza alla Salaria, era esattamente il tipo di posto che un ricco romano voleva per la propria residenza suburbana.

Quindi la sequenza completa è questa: villaggio dell'VIII secolo, città fortificata arcaica, avamposto romano, centro in decadenza, villa suburbana, campagna, fortezza militare, deposito, alloggi di fortuna, parco pubblico. Nove vite sullo stesso ettaro di terra. Pochi luoghi a Roma condensano altrettanto in così poco spazio.

La battaglia di Porta Collina finì proprio sotto Forte Antenne

C'è un episodio della storia romana repubblicana che si consumò letteralmente ai piedi di questa collina, e che quasi nessuna guida racconta. Nel novembre dell'82 avanti Cristo si combatté la battaglia di Porta Collina, l'ultimo grande scontro della guerra civile fra i sostenitori di Silla e la coalizione dei populares con le milizie italiche. Da una parte le legioni della fazione aristocratica guidate da Lucio Cornelio Silla; dall'altra un esercito comandato dal condottiero sannita Ponzio Telesino, che marciava su Roma con l'intenzione dichiarata di finirla una volta per tutte.

Lo scontro principale avvenne davanti alla porta nord-orientale delle mura serviane, in un pomeriggio e in una notte di combattimenti confusi e sanguinosissimi. Ma l'episodio conclusivo, quello in cui la resistenza sannita e mariana venne spezzata definitivamente, si consumò davanti ad Antemnae. Le fonti antiche sono concordi nel collocare qui la fine della battaglia. Sulla collina di Forte Antenne, insomma, si decise chi avrebbe governato Roma e con quale metodo.

Che cosa successe dopo

Quello che seguì è uno dei capitoli più cupi della storia repubblicana. I superstiti che si arresero furono radunati e, secondo la tradizione, massacrati; Silla instaurò la dittatura e le proscrizioni. Ponzio Telesino morì nello scontro. La guerra sociale e le guerre civili avevano dissanguato l'Italia, e la battaglia combattuta qui sotto è convenzionalmente il punto in cui quella stagione finì e ne cominciò un'altra, non meno violenta ma più ordinata.

Ti confesso che di tutte le cose che si possono raccontare su questo colle, questa è quella che mi impressiona di più. Non c'è nulla che lo segnali. Nessuna lapide, nessun pannello. Cammini su un sentiero sterrato in un parco pubblico, con i cani che corrono e i podisti che sbuffano, e sotto di te c'è un campo di battaglia in cui morirono decine di migliaia di persone e in cui la Repubblica romana cambiò forma.

Il legame con la porta scomparsa

Piccola nota topografica che ti serve per orientarti: Porta Collina si apriva nelle mura serviane nella zona dell'attuale piazza Sallustio, fra Termini e via Veneto. Da lì partiva la via Salaria vetus. Antemnae stava lungo quella direttrice, poco più a nord. È esattamente la stessa linea su cui, ventinove secoli dopo, l'esercito italiano avrebbe piazzato Forte Antenne e la Batteria Nomentana. La geografia militare di Roma è sorprendentemente stabile nei millenni.

Perché Roma capitale si costruì quindici forti come Forte Antenne

Facciamo un salto di diciannove secoli. Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrano da Porta Pia; nel 1871 Roma diventa capitale del Regno d'Italia. La città si ritrova addosso, nel giro di pochi mesi, un ruolo politico enorme e un apparato difensivo ridicolo: le Mura aureliane, cioè un'opera del III secolo dopo Cristo, rimaneggiata nel Rinascimento e sostanzialmente inutile contro l'artiglieria rigata dell'Ottocento. Il 1870 stesso l'aveva dimostrato: bastarono poche ore di cannoneggiamento per aprire una breccia.

Il contesto internazionale non aiutava a stare tranquilli. La guerra franco-prussiana del 1870-71 aveva mostrato che cosa poteva fare un esercito moderno, e l'assedio di Parigi con la sua cintura di forti staccati era diventato il caso di studio obbligatorio per ogni stato maggiore europeo. La dottrina del momento diceva: le mura urbane non servono più, servono forti autonomi disposti a corona a qualche chilometro dall'abitato, in grado di battere con la propria artiglieria il terreno circostante e di sostenersi a vicenda.

Il Regio Decreto del 12 agosto 1877

Dopo anni di controversie sui progetti — e le controversie furono aspre, perché c'era chi riteneva l'intera impresa uno spreco — i forti vennero commissionati con Regio Decreto n. 4007 del 12 agosto 1877. Il piano prevedeva quindici forti di tipo "prussiano" e quattro batterie a pianta esagonale, disposti a una distanza di circa quattro-cinque chilometri dalle Mura aureliane e di due-tre chilometri l'uno dall'altro, per uno sviluppo complessivo di circa quaranta chilometri.

Quaranta chilometri di fortificazioni. È una cifra che vale la pena ripetere, perché rende l'idea dello sforzo: il Campo Trincerato di Roma fu, di gran lunga, la più grande opera pubblica militare dell'Italia post-unitaria e uno dei cantieri più imponenti d'Europa nel suo genere. Forte Antenne ne è un tassello, il più piccolo per superficie, e occupa il vertice settentrionale della corona sulla riva sinistra del Tevere.

I primi sette e gli altri otto

La costruzione avvenne in due tempi. I primi sette forti — Monte Mario, Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta, Portuense e Appia Antica — partirono nello stesso 1877 e, con la sola eccezione dell'Appia Antica, sorgono tutti sulla destra del Tevere: la preoccupazione dominante era uno sbarco sul litorale tirrenico e una risalita verso la città da ovest. La seconda tranche di otto — Antenne, Ardeatina, Casilina, Ostiense, Pietralata, Prenestina, Tiburtina e Trionfale — fu avviata nel 1880 grazie a nuovi stanziamenti.

Con Regio Decreto del 1º novembre 1882 i forti presero ufficialmente il nome delle strade su cui sorgevano. Ed è qui che il nostro fa eccezione, in modo istruttivo: non c'è nessuna "via Antenne" consolare. Il forte prese il nome del colle, che a sua volta lo aveva dalla città scomparsa. Fra tutti i quindici, Forte Antenne è l'unico che si chiama come un'archeologia invece che come una strada.

Forte Antenne nel sistema: numeri, distanze e vicini di casa

Per capire davvero Forte Antenne bisogna vederlo dentro la serie. Ecco i suoi dati identificativi: costruzione fra il 1882 e il 1891, superficie 2,5 ettari, Municipio Roma II, ubicazione sul Monte Antenne alla confluenza fra Tevere e Aniene, distanza dal forte successivo lungo la corona pari a quattro chilometri. È il forte più piccolo dell'intera cintura, a pari merito con il Portuense, e uno degli ultimi a essere completato.

Il confronto con gli altri è illuminante. Forte Pietralata copre 25,4 ettari, Forte Tiburtina 23,8, Forte Trionfale 21, Forte Appia Antica 16,5, Forte Prenestina 13,4. Il nostro, con i suoi 2,5, è dieci volte più piccolo del maggiore. Non è una questione di importanza: è orografia. Sulla sommità di un colle stretto e ripido non ci stava altro. La forma stessa dell'opera, come vedremo, è dettata dal profilo del terreno più che dai manuali.

La corona completa, forte per forte

Vale la pena elencarli tutti, perché è il tipo di informazione che nessuno ha mai a portata di mano. In senso orario a partire da ovest: Aurelia Antica (1877-81, 5,7 ha), Boccea (1877-81, 7,3 ha), Braschi (1877-81, 8,2 ha), Monte Mario (1877-82, 8,4 ha), Trionfale (1882-88, 21 ha), Antenne (1882-91, 2,5 ha), Pietralata (1881-85, 25,4 ha), Tiburtina (1880-84, 23,8 ha), Prenestina (1880-84, 13,4 ha), Casilina (1881-82, 3,8 ha), Appia Antica (1877-80, 16,5 ha), Ardeatina (1879-82, 11,2 ha), Ostiense (1882-84, 8,8 ha), Portuense (1877-81, 2,5 ha), Bravetta (1877-83, 10,6 ha).

Alle quali si aggiungono le quattro batterie, costruite in posizione intermedia e arretrata rispetto ai forti: Tevere, sulla riva destra sotto Monte Mario; Appia Pignatelli (1877-81); Porta Furba (1883-86); Nomentana (1884-90). Quest'ultima, sulla via Nomentana al civico 274, è la vicina più prossima di Forte Antenne e chiude con esso il presidio del quadrante nord-orientale.

La via militare che non fu mai finita

Il progetto originario prevedeva che i forti fossero collegati fra loro da una "via militare", affiancata da una ferrovia di servizio, così da poter spostare rapidamente uomini e pezzi da un punto all'altro della corona. Il collegamento fu realizzato solo in parte, dalla via Tiburtina alla via Appia Antica, intersecando Prenestina, Casilina, Tuscolana e Appia Nuova. In seguito venne smilitarizzato, e oggi il suo tracciato semicircolare si riconosce ancora nell'andamento delle attuali via di Portonaccio, via dell'Acqua Bullicante, via di Porta Furba, via dell'Arco di Travertino, via dell'Almone e via di Cecilia Metella.

È una di quelle cose che, una volta sapute, ti cambiano il modo di guidare per Roma: quel curvone assurdo che fai ogni giorno tornando dal lavoro è un residuo della logistica militare del 1880. Il quadrante nord, però, restò fuori dal collegamento. Forte Antenne, sul suo colle isolato oltre l'Aniene, fu sempre il punto più difficile da raggiungere di tutta la cintura, e questa relativa marginalità spiega buona parte della sua storia successiva.

Come è fatto Forte Antenne: anatomia di un forte alla prussiana

La definizione tecnica dice "forte di tipo prussiano", ed è bene capire che cosa significa, perché la formula ricorre ovunque e quasi nessuno la spiega. Il modello prussiano, affermatosi in Europa dopo il 1860 e canonizzato dall'esperienza del 1870-71, prevede un'opera poligonale a pianta compatta, protetta da un fossato asciutto, con il volume principale interrato o coperto da terrapieni, l'artiglieria disposta in barbetta sul terrapieno superiore, e la difesa ravvicinata del fossato affidata a caponiere, cioè a piccoli corpi di fabbrica sporgenti dai quali si batte di infilata il fondo del fossato stesso.

In pratica: niente torri, niente bastioni all'italiana, niente cortine visibili. Un forte prussiano visto da fuori sembra una collina artificiale con qualche muro. Ed è esattamente questo il punto: l'artiglieria rigata del secondo Ottocento demoliva qualunque muratura esposta, quindi la muratura si nasconde sotto la terra e si lascia in vista solo ciò che sta dentro il fossato, dove i proiettili nemici non arrivano per traiettoria.

La pianta di Forte Antenne, dettata dal colle

La pianta del nostro forte è descritta come un quadrilatero trapeziforme, con i due fronti rettilinei non paralleli e con fianchi asimmetrici in ragione dell'orografia del colle. Traduzione: non è regolare, e non lo è perché non poteva esserlo. Sui manuali il forte tipo è un pentagono o un esagono simmetrico; qui la sommità disponibile era stretta e irregolare, e i progettisti adattarono lo schema al terreno. Il risultato è un'opera che, per chi sa leggerla, racconta il proprio sito già nella forma.

Il perimetro è cinto da un fossato con caponiere laterali. Sul fronte di gola — cioè il lato posteriore, quello rivolto verso la città, per definizione il meno esposto e il più delicato — corre un muro alla Carnot. Sul fronte principale si trova un tamburo difensivo con rivellino. Due rampe portano dal cortile interno al ramparo superiore, quello su cui era prevista la posizione dei pezzi. Un ponte levatoio, oggi conservato ma deteriorato, regolava l'accesso.

Perché la parola "gola" e perché "Carnot"

Due termini che vale la pena avere in tasca. La "gola" di un'opera fortificata è il suo lato posteriore, quello dal quale entrano i rifornimenti e la guarnigione: è il ventre molle, e per questo lo si protegge in modo particolare. Il "muro alla Carnot" prende il nome da Lazare Carnot, il matematico e ministro della guerra francese che ne teorizzò l'uso all'inizio dell'Ottocento: è un muro staccato, posto in fondo al fossato e non addossato al terrapieno, con feritoie per la fucileria, così che i difensori possano battere il fossato senza essere esposti al tiro diretto dell'artiglieria assediante. Il muro sta in ombra rispetto alla traiettoria, e questo lo salva.

Il "rivellino" è invece un'opera avanzata triangolare o a mandorla posta davanti al fronte principale per proteggerne l'accesso, un concetto che viene dritto dalla fortificazione bastionata rinascimentale e che nel forte ottocentesco sopravvive in forma ridotta. Vedere questi elementi tutti insieme in un'opera così piccola è, per un appassionato di architettura militare, motivo sufficiente per fare la salita.

La polveriera, il pozzo e la cisterna di Forte Antenne

Un forte non è solo muri e cannoni: è un organismo che deve resistere isolato per settimane. Questo significa acqua, munizioni, viveri, alloggi, latrine, infermeria. Forte Antenne disponeva di una polveriera con doppio ingresso — soluzione standard per garantire la ventilazione e per evitare che un unico accesso ostruito intrappolasse gli uomini — di un pozzo di acqua sorgiva e di una cisterna.

Il pozzo merita attenzione. Un forte con acqua propria è un forte che può reggere un assedio; un forte che dipende da approvvigionamenti esterni è un forte che si arrende. Il fatto che qui ci fosse acqua sorgiva è, in prospettiva storica, quasi divertente: è probabilmente lo stesso motivo per cui gli abitanti di Antemnae, ventisei secoli prima, avevano scelto quella sommità. Le città antiche si fondano dove c'è acqua, non dove c'è panorama.

Gli ambienti ipogei

La parte più interessante del complesso, e quella meglio conservata, è quella interrata. I volumi ipogei e i rampari originali sono rimasti sostanzialmente intatti, e questo fa di Forte Antenne un caso di studio: molti degli altri forti sono stati pesantemente rimaneggiati da decenni di uso militare o civile, mentre qui la struttura, per quanto priva di manutenzione, ha conservato la propria configurazione.

Gli ambienti coperti da volta a botte, i corridoi di collegamento, i locali di servizio, i depositi: è l'architettura anonima e funzionale del genio militare ottocentesco, fatta di mattoni pieni e di misure ripetute con precisione ossessiva. Non è bella nel senso in cui è bella una chiesa barocca. È bella nel senso in cui è bella una macchina ben progettata, dove ogni elemento risponde a un problema specifico.

Lo stato di conservazione, senza edulcorare

Va detto con chiarezza, perché è la premessa di qualsiasi visita: il forte è rimasto privo di manutenzione ordinaria per decenni. Ci sono crolli parziali, superfetazioni moderne aggiunte nel corso del Novecento, vegetazione infestante, dissesti. Il ponte levatoio esiste ancora ma è deteriorato. Non è una rovina romantica curata dal paesaggista: è un edificio dismesso che sta invecchiando male e che negli ultimi anni ha cominciato, faticosamente, a essere riportato in vita da attività culturali.

Ti dico questo perché la delusione, in questo mestiere, nasce sempre dalle aspettative sbagliate. Se sali pensando di trovare un forte restaurato con percorso museale e audioguide, resterai deluso. Se sali sapendo che stai andando a vedere un'architettura militare autentica, non ripulita, dentro un bosco urbano, sopra una città sepolta, sarà una delle mattinate più interessanti che passerai a Roma.

L'obsolescenza lampo: perché Forte Antenne nacque già vecchio

Ecco il paradosso centrale di tutta questa vicenda. Forte Antenne fu completato intorno al 1891. Nel giro di pochissimi anni era già militarmente inutile. Non "superato dopo una generazione": inutile quasi subito. E la ragione non è l'incompetenza di chi lo progettò, ma un salto tecnologico che colse di sorpresa tutti gli eserciti europei nello stesso momento.

Il salto ha un nome: la "crisi del proietto-torpedine". Fra il 1885 e il 1890, l'introduzione degli esplosivi ad alto potenziale — melinite in Francia, poi le varianti adottate ovunque — e dei proiettili d'acciaio a caduta ripida rese improvvisamente vulnerabili le fortificazioni in muratura e terra che fino a un attimo prima erano considerate inespugnabili. Un forte progettato nel 1877 per resistere alla polvere nera si trovò, quindici anni dopo, a dover reggere ordigni con una capacità distruttiva di un ordine di grandezza superiore. Non li reggeva.

E poi la città arrivò addosso ai forti

Il secondo fattore fu urbanistico. La logica del campo trincerato presuppone che fra i forti e l'abitato ci sia campagna aperta, dove l'artiglieria del forte possa battere liberamente il terreno e dove il nemico non abbia ripari. Ma Roma, fra il 1880 e il 1920, esplose. I quartieri si mangiarono la campagna in cui i forti erano stati piantati, gli spianamenti si riempirono di case, le servitù militari divennero un ostacolo insopportabile per la speculazione edilizia. Un forte con un quartiere davanti non è un forte: è un edificio ingombrante.

Aggiungici l'evoluzione delle strategie militari — la Prima guerra mondiale si combatté su fronti continui, non su piazzeforti isolate — e il quadro è completo. La cintura fortificata di Roma non sparò mai un colpo per difendere la città. Nemmeno uno. È il più grande investimento militare dell'Italia liberale, ed è stato interamente sprecato, il che non gli toglie nulla in interesse storico, anzi: gliene aggiunge.

Un destino condiviso in tutta Europa

Per correttezza va detto che non fu una figuraccia solo italiana. Le cinture di forti costruite negli stessi anni intorno a Bruxelles, Anversa, Liegi, Bucarest, Parigi e Vienna vissero la stessa parabola, e alcune di esse dovettero anche affrontare il combattimento, con esiti disastrosi: i forti di Liegi, nell'agosto 1914, furono polverizzati dai mortai pesanti tedeschi in pochi giorni. Roma, almeno, si risparmiò la dimostrazione pratica. Forte Antenne non ha mai avuto la sventura di essere messo alla prova.

Il 1919 e la radiazione: la seconda vita di Forte Antenne

La presa d'atto ufficiale arrivò con il Regio Decreto n. 2179 del 9 ottobre 1919. Con quel provvedimento tutte le opere del Campo Trincerato vennero radiate dal novero delle fortificazioni dello Stato. Non demolite: declassate. Da fortezze diventarono immobili militari qualsiasi, da utilizzare come caserme, magazzini e depositi. È un passaggio burocratico che vale una scena di romanzo: quarantadue anni dopo il decreto che le aveva volute, un altro decreto le cancellava.

Da quel momento la storia dei quindici forti si divarica. Alcuni finirono a corpi dello Stato e ci sono ancora: Forte Braschi ospita oggi l'AISE e il Raggruppamento Unità Difesa; Forte Pietralata è sede del Comando della Brigata "Granatieri di Sardegna" e del 1º Reggimento; Forte Tiburtina è annesso alla struttura del Reparto Comando e Supporti Tattici dei Granatieri; Forte Appia Antica e la Batteria Appia Pignatelli sono dell'Aeronautica Militare; Forte Ostiense è della Polizia di Stato; Forte Aurelia Antica e la Batteria Porta Furba della Guardia di Finanza; la Batteria Nomentana dell'Esercito.

Quelli consegnati alla città

Altri sono stati consegnati a Roma Capitale, con esiti molto diversi fra loro. Forte Prenestino è dal 1986 il più noto centro sociale autogestito d'Italia, e paradossalmente è anche uno dei forti meglio conosciuti e più frequentati proprio grazie a quell'occupazione. Forte Portuense, Forte Ardeatina e Forte Bravetta sono rimasti a lungo abbandonati. Forte Boccea e Forte Trionfale hanno seguito percorsi propri. Forte Antenne appartiene a questo secondo gruppo: proprietà di Roma Capitale, a lungo inutilizzato, oggi affidato al Municipio Roma II per usi istituzionali e culturali.

Il consiglio che ti do, se il tema dei forti ti appassiona, è di non fermarti a questo: costruisci un itinerario. Vedere in sequenza Antenne, Prenestino e Pietralata significa vedere tre risposte completamente diverse alla stessa domanda — che cosa se ne fa una città di un'architettura militare che non serve più — e nessuna delle tre è banale.

I radiotelegrafisti: Forte Antenne fra le due guerre

Fino agli anni Quaranta il forte fu utilizzato come deposito del Reggimento Radiotelegrafisti. È il dettaglio che regala alla scheda la sua coincidenza più bella: un forte che si chiama Antenne perché sta su un colle che si chiama così perché lì c'era una città chiamata "davanti ai fiumi", e che finisce per ospitare i militari delle trasmissioni radio. Nessuno l'ha fatto apposta. La toponomastica, ogni tanto, ha il senso dell'umorismo.

Il Reggimento Radiotelegrafisti, erede delle prime specialità del genio dedicate alle trasmissioni, fu una struttura di rilievo nell'Esercito italiano fra le due guerre. Le comunicazioni radio erano, negli anni Venti e Trenta, la tecnologia militare in più rapida evoluzione, e Roma ne era il centro nevralgico. Un deposito significa magazzini di materiale, officine, stoccaggio di apparati. Gli ambienti ipogei del forte, asciutti e a temperatura costante, erano perfetti per lo scopo.

Che cosa vuol dire "deposito" per un edificio storico

Vuol dire, in genere, salvezza e degrado insieme. Salvezza perché un immobile usato è un immobile che non crolla: c'è un custode, ci sono manutenzioni minime, ci sono coperture riparate. Degrado perché l'uso come magazzino porta tramezzature, aperture nuove, impianti volanti, rimozione di elementi ritenuti d'intralcio. Molte delle superfetazioni che oggi si notano dentro Forte Antenne risalgono a questa fase e a quelle immediatamente successive.

È il destino di tutta l'architettura militare dismessa, e non solo in Italia. Chi si occupa di restauro dei forti sa che il nemico principale non è il tempo, ma l'adattamento continuo: cinquant'anni di piccoli lavori fatti in economia trasformano un'opera coerente in un collage. Riconoscere che cosa è originale e che cosa è aggiunto, in un edificio così, è il primo lavoro dell'occhio.

Villa Ada attorno a Forte Antenne: come nasce il parco

Il forte oggi non si capisce senza il parco che lo circonda, e il parco ha una storia sua, molto meno militare e molto più aristocratica. Villa Ada Savoia occupa centosessanta ettari nella zona settentrionale di Roma, a nord-ovest della via Salaria, fra Parioli, Pinciano e Trieste-Salario. È il quarto parco pubblico della città per estensione, dopo il Parco dell'Appia Antica, il Parco del Pineto e Villa Doria Pamphilj.

Nel Seicento l'area era sede del Collegio Irlandese, e funzionava come tenuta agricola più che come villa urbana. Passata ai principi Pallavicini, fu riorganizzata alla fine del Settecento secondo il gusto del "giardino di paesaggio", con percorsi, prospettive e piccole costruzioni di gusto pittoresco: il Tempio di Flora, il Belvedere, il Cafehaus. Il terreno mosso e i dislivelli naturali fornivano già di per sé quegli sfondi romantici che altrove i giardinieri dovevano costruire artificialmente.

I Savoia, il conte Telfener e la signora Ada

La svolta è del 1872: la tenuta viene acquistata da Vittorio Emanuele II, che ne ama il parco, compra terreni limitrofi per portarla ai centosessanta ettari attuali e vi fa realizzare opere di servizio, fra cui le scuderie. Suo figlio Umberto I, però, la campagna non la sopportava e preferiva il Quirinale: nel 1878 la villa fu venduta a prezzo di favore al conte Giuseppe Telfener, amministratore dei beni della famiglia reale, che la intitolò alla moglie Ada. Da quel gesto coniugale viene il nome con cui tutti i romani la chiamano ancora oggi.

Nel 1904 Vittorio Emanuele III la riacquistò e la ribattezzò "Villa Savoia", facendone residenza reale fino al 1946. È in questa fase che il rapporto fra la villa e Forte Antenne diventa curioso: la residenza del re di Italia e una fortezza dell'esercito italiano condividevano lo stesso comprensorio collinare, separati da poche centinaia di metri di bosco. Il parco fu, fra l'altro, riserva di caccia della famiglia reale.

Dal contenzioso al parco pubblico

Con la caduta della monarchia la villa fu oggetto di un lungo contenzioso. Una parte rimase proprietà privata dei Savoia e fu poi variamente alienata — ed è, paradossalmente, quella che conserva meglio i tracciati del giardino settecentesco, proprio grazie all'abbandono in cui è rimasta. La parte verso via Salaria fu acquisita dal demanio pubblico nel 1957 e attrezzata come parco, con rimaneggiamenti e piantumazioni non sempre di specie autoctone. La Villa Reale fu donata da Umberto all'Egitto in cambio dell'ospitalità ricevuta dai suoi genitori durante l'esilio ad Alessandria nel 1946-47: oggi ospita l'Ambasciata e il Consolato della Repubblica Araba d'Egitto.

Gli ingressi principali sono su via Salaria ai civici 267, 273 e 275, su via di Ponte Salario, su via di Monte Antenne e su via Panama. Il parco è aperto tutti i giorni dall'alba al tramonto. Il consiglio che ti do è di entrare da via di Ponte Salario o da via di Monte Antenne se il tuo obiettivo è il forte: da via Panama e da via Salaria bassa ti tocca attraversare quasi tutto il parco.

Il bunker reale, vicino di casa di Forte Antenne

A poche centinaia di metri dal forte, dentro lo stesso parco, c'è la seconda fortificazione di Villa Ada: il rifugio antiaereo della famiglia reale. È una struttura completamente diversa per epoca, tecnica e destinazione, e insieme a Forte Antenne compone un dittico che racconta due modi di aver paura a sessant'anni di distanza.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale i Savoia usavano come riparo le cantine della villa, accessibili da botole e arredate a mo' di salottino: una soluzione di fortuna, e nemmeno tanto sicura. Con l'aggravarsi della situazione si decise di realizzare un vero bunker, scavato nel banco tufaceo. I lavori furono eseguiti dall'impresa dell'ingegner Romeo Cametti fra il novembre del 1942 e il maggio del 1943. Il costo complessivo fu di 705.929,40 lire, saldate con otto assegni della Banca Commerciale Italiana il 23 giugno 1943.

Come è fatto il bunker

La struttura sfrutta un rilievo naturale, il Colle delle Cavalle Madri, circa trecentocinquanta metri a nord della residenza reale, ed è concepita con una intelligenza pratica notevole: l'accesso è in piano, così che un'automobile potesse arrivarci in due o tre minuti dalla villa percorrendo una strada interna, senza scale né rampe da fare a piedi. L'ingresso principale si apre sotto un grande arco di mattoni rossi pieni, vicino alla prima scuderia.

Dentro, l'impianto è ad anello: una galleria circolare in muratura di mattoni, che sfrutta l'effetto arco per resistere alla compressione, con una camera di sovrapressione dotata di filtri dell'aria, una zona di sosta capace di ospitare fino a tre automobili, due servizi igienici, un'anticamera e locali di servizio. Le porte sono in ferro a due battenti, ciascun battente del peso di circa 1.800 chilogrammi e rinforzato internamente con calcestruzzo, con guarnizioni di gomma a tenuta di gas. Una scala a chiocciola in travertino di quaranta gradini porta all'uscita secondaria di emergenza. In cima al colle uno scudo in calcestruzzo, sostenuto da archi in muratura, era pensato per assorbire l'impatto delle bombe; il tutto era mimetizzato con pini marittimi e pietrisco di tufo.

Abbandono e recupero

Il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena lasciarono il rifugio l'8 settembre 1943, dopo l'annuncio dell'armistizio, e non vi tornarono mai più. Seguirono decenni di totale abbandono: la struttura divenne riparo di senzatetto e luogo senza regole, e quasi tutte le pareti interne furono coperte di graffiti. Fino agli anni Sessanta conservava ancora parte dell'arredo originale e residui di armamento.

Il recupero è recente. L'associazione Roma Sotterranea avviò i lavori nell'ottobre del 2015 e li completò il 24 marzo 2016, impiegando oltre tremila ore di lavoro volontario; da aprile del 2016 il bunker è restaurato e visitabile grazie a una convenzione con l'amministrazione capitolina. È il modello, in piccolo, di quello che a Forte Antenne non è ancora accaduto su scala piena: un manufatto militare dimenticato che torna accessibile grazie a un lavoro associativo ostinato.

Settembre 1943: che cosa accadde intorno a Forte Antenne

Bisogna essere precisi, perché su questo tema circola molta confusione e le suggestioni si sostituiscono facilmente ai fatti. Nei giorni dell'armistizio, Villa Ada e il quadrante nord di Roma furono al centro di eventi decisivi, ma non per il forte in sé.

Il primo episodio è del 25 luglio 1943. Dopo l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi al Gran Consiglio del Fascismo, il re convocò Mussolini a Villa Savoia. All'uscita dal colloquio Mussolini fu arrestato e portato via a bordo di un'autoambulanza. Il regime fascista finì in un viale alberato, a poche centinaia di metri dalla collina di Forte Antenne. È uno dei fatti più celebri della storia d'Italia contemporanea, e la maggior parte delle persone che frequenta il parco non sa che è successo lì.

La notte fra l'8 e il 9 settembre

L'8 settembre 1943, alle 22:10, cominciarono i combattimenti nella zona del ponte della Magliana. Nelle ore successive lo scontro si estese: a sud verso la Magliana, le Tre Fontane e Forte Ostiense; a nord verso La Storta, Manziana e il lago di Bracciano; a est lungo la Tiburtina. Le unità italiane schierate a difesa della capitale comprendevano la Divisione "Granatieri di Sardegna" nel settore meridionale, la "Piacenza" nel quadrante sudoccidentale, la "Piave" fra via Trionfale e via Salaria, la "Ariete II" corazzata attorno a Bracciano, la "Centauro" lungo la Tiburtina, la "Sassari" e altri reparti in città.

La Divisione "Piave" presidiava il settore che comprende la via Salaria, cioè proprio la direttrice sotto Monte Antenne. Verso le 5:10 del mattino del 9 settembre, Vittorio Emanuele III con la famiglia, il capo del governo maresciallo Badoglio e i capi di stato maggiore Ambrosio e Roatta lasciarono Roma diretti verso l'Adriatico e poi a Brindisi, abbandonando il coordinamento della difesa. La resistenza si concentrò nei giorni successivi e culminò a Porta San Paolo il 10 settembre; l'accordo di resa fu firmato alle 16:00, ma i combattimenti proseguirono fino a sera in vari punti.

Quello che non si può dire di Forte Antenne

Qui mi fermo e faccio una precisazione che considero doverosa. Non risultano documentati combattimenti dentro Forte Antenne, né un ruolo autonomo del forte nella difesa di Roma. Nel 1943 l'opera era da ventiquattro anni radiata dalle fortificazioni dello Stato e serviva da deposito. Le storie che circolano su presunte eroiche resistenze nel forte vanno prese per quello che sono: leggende urbane nate dalla vicinanza fra un luogo dall'aspetto marziale e una data drammatica.

Quello che si può dire, e che basta e avanza, è che il colle si trovava nel cuore geografico degli avvenimenti: il re che scappa passa per queste strade, il bunker che il re abbandona è nello stesso parco, la divisione che presidia la Salaria è schierata sotto la collina, e la fine del fascismo è stata firmata a un chilometro da qui. Non serve inventare nulla.

Il 1958, le Olimpiadi e il campeggio ai piedi di Forte Antenne

Nel 1958, in vista delle Olimpiadi di Roma del 1960, il forte fu ceduto dal demanio al Comune di Roma con una destinazione precisa: adibirlo a campeggio. Roma si aspettava un'ondata di visitatori a basso costo e cercava posti dove metterli. Un compendio recintato di 2,5 ettari con acqua propria, dentro un parco, a pochi minuti dal centro, sembrava perfetto.

Andò diversamente. Il campeggio fu realizzato soltanto nel parco circostante, perché dentro il forte erano già state costruite delle residenze private. Traduzione senza eufemismi: qualcuno ci abitava. L'amministrazione si trovò proprietaria di un bene occupato e dovette adattare il progetto all'esistente. È un episodio che a Roma si è ripetuto talmente tante volte da essere quasi un genere letterario.

Le Olimpiadi che cambiarono la città

Vale la pena ricordare che cosa significarono per Roma i Giochi del 1960: il Palazzetto dello Sport di Nervi, il Palazzo dello Sport all'EUR, lo Stadio Flaminio, il Villaggio Olimpico costruito nella zona di Campo Parioli, la via Olimpica, il nuovo aeroporto di Fiumicino. Fu la più grande trasformazione infrastrutturale della città dal fascismo, e riguardò in modo diretto proprio il quadrante nord, quello di Forte Antenne: il Villaggio Olimpico e lo Stadio Flaminio sono a un paio di chilometri, e la maratona di Abebe Bikila, corsa a piedi nudi nella notte del 10 settembre 1960, passò per le strade di questa parte di città prima di arrivare all'Arco di Costantino.

Il forte, in tutto questo, restò ai margini: un contenitore assegnato a una funzione, la funzione che non si realizza, la struttura che continua a invecchiare. È il destino tipico dei beni che nessuno riesce a inquadrare in una categoria amministrativa chiara.

Le famiglie dentro Forte Antenne: un forte abitato fino al 2017

Questo è forse il capitolo più sorprendente, e quello che nessuna guida racconta. Forte Antenne è stato abitato. Non nell'Ottocento da una guarnigione, ma nel secondo Novecento da nuclei familiari, in ambienti ricavati dentro e attorno alle strutture militari, fino al 2017. Vuol dire che fino a pochissimi anni fa, dentro una fortezza ottocentesca costruita sopra una città arcaica, dentro un parco pubblico romano, c'era gente che stendeva il bucato.

Come sia accaduto è una storia italiana esemplare: assegnazioni di alloggi di servizio, situazioni consolidate, subentri, un bene demaniale trasferito al Comune con le persone dentro, decenni di limbo giuridico. Non c'è un cattivo in questa vicenda; c'è un pezzo di patrimonio storico usato come casa perché nessuno sapeva che altro farne, e persone che ci hanno vissuto una vita.

Che cosa lascia in eredità un forte abitato

Dal punto di vista della conservazione, le conseguenze sono ambivalenti. Da un lato le superfetazioni: tramezzi, bagni, cucine, tettoie, controsoffitti, impianti aggiunti nei decenni senza alcun criterio di reversibilità. Dall'altro, di nuovo, la presenza: un edificio abitato è un edificio sorvegliato, in cui le infiltrazioni si tamponano e i vetri rotti si sostituiscono. Il fatto che i volumi ipogei e i rampari originali siano giunti sostanzialmente intatti fino a oggi si spiega anche così.

Dopo il 2017 il compendio è stato affidato al Municipio Roma II per usi istituzionali e culturali. È l'inizio di una fase nuova, ancora in corso, in cui il forte prova a diventare quello che non è mai stato: un luogo pubblico.

Il vincolo del 2008 e i progetti per il futuro di Forte Antenne

Il 6 agosto 2008 il forte è stato dichiarato di interesse culturale ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Da quel decreto ministeriale discendono conseguenze concrete: qualsiasi intervento richiede autorizzazione, le trasformazioni sono soggette a verifica, e il bene non può essere alienato o modificato liberamente. È una tutela che arriva tardi rispetto ai danni già fatti, ma che almeno impedisce che se ne facciano altri.

Negli anni sono circolate ipotesi di riuso di natura molto diversa. Si è parlato di una trasformazione in struttura alberghiera; si è parlato di una sede distaccata della vicina università LUISS Guido Carli, il cui campus principale è a poche centinaia di metri in viale Romania. Nessuna di queste ipotesi si è tradotta in un progetto realizzato, e questo, va detto, non è necessariamente un male: la riconversione dei forti è un tema delicatissimo, su cui esiste una letteratura specifica.

Il dibattito sulla riconversione dei forti

Chi vuole approfondire trova un riferimento nel volume collettaneo Operare i forti. Per un progetto di riconversione dei forti militari di Roma, pubblicato da Gangemi nel 2010, e nel precedente Il sistema dei forti militari a Roma, curato da Elvira Cajano per lo stesso editore nel 2006. Sono studi che affrontano la questione con serietà: che cosa si può mettere dentro un'architettura nata per non essere abitata, come si concilia l'accessibilità con la conservazione, come si evita che il recupero significhi snaturamento.

La bibliografia storica di riferimento comprende poi due titoli di taglio diverso: I forti di Roma di Michele Carcani, stampato a Roma nel 1883 dal tipografo Voghera, cioè una fonte contemporanea al cantiere e per questo preziosissima; e I forti di Roma di Giorgio Giannini, pubblicato da Newton Compton nel 1998, che è la sintesi divulgativa più diffusa. Il consiglio che ti do, se il tema ti prende, è di cercarli in biblioteca prima di salire: cambiano completamente la qualità di quello che vedi.

Il ruolo delle associazioni

Negli ultimi anni la vita di Forte Antenne è ripartita dal basso, come è accaduto per il bunker di Villa Ada. Attività culturali, aperture in occasione di eventi, rassegne estive di cinema all'aperto con proiezioni serali, visite guidate al forte, laboratori e installazioni: un presidio costruito da associazioni con il sostegno del Municipio, che ha il merito enorme di aver riportato dentro le mura persone che altrimenti non ci sarebbero mai entrate. Non è un restauro, e nessuno lo spaccia per tale. È però l'unico modo, finora, in cui questo posto è tornato a esistere nella vita della città.

Forte Antenne oggi: che cosa si vede e che cosa no

Passiamo al pratico, che è la parte in cui molte schede su questo luogo raccontano frottole. Ecco la situazione reale, senza abbellimenti.

Il colle di Monte Antenne fa parte del parco di Villa Ada ed è liberamente percorribile negli orari di apertura del parco, cioè dall'alba al tramonto tutti i giorni. Ci si arriva a piedi dai viali interni, si sale per sentieri e stradelli, e si arriva alle pendici e al perimetro esterno del compendio. Da lì si vedono i muri di cinta, i tratti di scarpa, gli accessi, il contesto boschivo. Il panorama verso l'Aniene e verso il quartiere Salario è raggiungibile da vari punti del pianoro.

L'interno del forte, invece, non è un museo. Non ha biglietteria, non ha orari di apertura fissi, non ha un percorso di visita permanente. Le aperture avvengono in occasione di eventi, rassegne, giornate speciali e visite guidate organizzate da associazioni e dal Municipio. Se ci vai in un martedì qualunque di novembre, con ogni probabilità troverai i cancelli chiusi e potrai girare solo attorno. Se ci vai durante la stagione estiva, quando il complesso ospita attività culturali, la situazione cambia.

Come verificare prima di partire

Il consiglio che ti do è semplice e vale oro: verifica sempre il programma dell'anno in corso prima di andarci con l'idea di entrare. Le aperture dipendono da calendari associativi e da autorizzazioni che cambiano di stagione in stagione. Considera anche che, trattandosi di un edificio non restaurato, alcune porzioni possono essere interdette per motivi di sicurezza anche durante gli eventi: è normale e va accettato.

Sii diffidente verso qualunque fonte che ti prometta "visita guidata al forte tutti i giorni" o che indichi orari fissi e prezzi standard. Non è così che funziona questo posto. Il modello mentale giusto non è quello del museo, ma quello del luogo che si apre quando qualcuno lo apre.

Le altre cose di Villa Ada che si vedono sempre

Fortunatamente il contorno regge la giornata anche se il forte è chiuso. Dentro il parco ci sono la Palazzina Reale, oggi sede dell'Ambasciata d'Egitto e quindi visibile solo dall'esterno, le Scuderie Reali, il Tempio di Flora, il Belvedere, la Torre Gotica, lo Chalet svizzero, Villa Polissena, il laghetto con la sua isoletta, e il percorso anulare di circa quattro chilometri attrezzato con pannelli illustrativi. Il bunker reale è visitabile su prenotazione tramite l'associazione che lo gestisce.

Come arrivare a Forte Antenne: mezzi, ingressi, salita

Il complesso si trova su via del Forte Antenne, dentro Villa Ada, nel Municipio Roma II. Non ci si arriva in automobile fino sotto le mura, e questa è una buona notizia per il posto e una cosa da sapere per te.

In autobus è la soluzione più semplice: la via Salaria è servita da diverse linee urbane che collegano piazza Fiume, il Policlinico e la stazione Termini con il quadrante nord, e le fermate lungo la Salaria all'altezza degli ingressi del parco ti lasciano a pochi minuti di cammino. Chi arriva dal centro nord può servirsi anche della ferrovia regionale Roma-Viterbo, sulla quale insistono le stazioni di Campi Sportivi e di Monte Antenne, quest'ultima a ridosso dell'area.

La salita, in concreto

Dal fondovalle al pianoro del forte il dislivello è modesto ma reale: si tratta di risalire un colle di sessanta metri con il piano del forte intorno ai sessantacinque metri sul livello del mare. I sentieri sono sterrati, in parte battuti, in parte irregolari, con radici e pietrame. Non serve attrezzatura, serve una scarpa chiusa con una suola decente. Dopo la pioggia il fondo diventa scivoloso, e i tratti in pendenza sotto i lecci restano umidi a lungo.

Metti in conto, dall'ingresso del parco alla sommità, dai quindici ai venticinque minuti di cammino a passo tranquillo, a seconda del cancello da cui entri. Con un passeggino è fattibile solo lungo i viali principali; l'ultimo tratto di salita è disagevole. Con una carrozzina la parte alta è di fatto preclusa: te lo dico perché è meglio saperlo prima che scoprirlo sul posto.

Acqua, ombra e servizi

Dentro Villa Ada trovi fontanelle e punti di ristoro nelle zone più frequentate, ma sul colle no: l'ultimo tratto è bosco e basta. In estate porta acqua. L'ombra è abbondante grazie ai lecci e ai pini, il che rende la salita sopportabile anche a luglio nelle ore giuste, ma il pianoro sommitale ha tratti scoperti e a mezzogiorno di agosto è un forno. Il consiglio che ti do è di trattare Forte Antenne come una piccola escursione urbana e non come una tappa fra due musei.

Che cosa vedere intorno a Forte Antenne in mezza giornata

Il forte da solo non riempie una mattinata, ma il quadrante in cui si trova è uno dei più ricchi e meno battuti di Roma. Ti propongo tre combinazioni, tutte a piedi o con un tratto brevissimo di mezzo pubblico.

La combinazione archeologica

Sotto Villa Ada corre, per la maggior parte del suo sviluppo, il complesso delle Catacombe di Priscilla, uno dei cimiteri cristiani più antichi e importanti di Roma, il cui ingresso è su via Salaria. L'area apparteneva alla gens Acilia — il toponimo di piazza Acilia, lì vicino, ne conserva la memoria — che vi aveva un ipogeo gentilizio. Si ricorda in particolare il console Manio Acilio Glabrione, probabilmente convertito al cristianesimo, condannato nel 95 da Domiziano per aver complottato contro di lui. All'ipogeo originario fu poi aggiunta una piccola basilica sotto papa Silvestro I.

Abbinare Forte Antenne e le catacombe significa fare in una mattina il salto fra la Roma arcaica sepolta sotto il forte, la Roma cristiana sotterranea sotto il parco e la Roma sabauda sopra il colle. Tre città sovrapposte in un chilometro quadrato.

La combinazione novecentesca

Il bunker reale dentro il parco, la Palazzina Reale dove fu arrestato Mussolini, e poi, uscendo verso ovest, il Villaggio Olimpico del 1960 con il Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi e Annibale Vitellozzi, uno dei capolavori assoluti dell'architettura italiana del dopoguerra. Poco oltre, lo Stadio Flaminio di Antonio e Pier Luigi Nervi e l'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano. È un itinerario di architettura contemporanea di livello europeo, e comincia dal cancello di un forte dell'Ottocento.

La combinazione religiosa e paesaggistica

Alle pendici di Monte Antenne sorge la grande Moschea di Roma, il complesso del Centro Islamico Culturale d'Italia progettato da Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti e Sami Mousawi e inaugurato nel 1995: uno degli edifici di culto islamici più grandi d'Europa, con una struttura di pilastri ramificati che è una delle invenzioni spaziali più originali dell'architettura italiana recente. Da lì, risalendo verso il colle, si torna nel bosco. Nel giro di venti minuti passi da una moschea contemporanea a una fortezza sabauda a una città sabina: pochi luoghi al mondo offrono una compressione simile.

Quando andare a Forte Antenne: stagioni, luce, affollamento

La stagione cambia radicalmente l'esperienza, più che in quasi ogni altro luogo romano, perché qui il protagonista è un bosco.

Inverno: la stagione migliore

Da novembre a marzo, con i caducifogli spogli, la lettura topografica del sito migliora enormemente. Si intuiscono i dislivelli, si percepisce la forma del colle, si aprono viste che in estate la vegetazione chiude completamente. Le giornate limpide di tramontana, quelle in cui da Roma si vedono i Castelli e il Terminillo, sono l'occasione ideale. Il freddo non è mai proibitivo e il parco è meno frequentato. Il consiglio che ti do è di puntare su una mattina di gennaio dopo un giorno di vento: è la condizione perfetta.

Primavera: la più bella da fotografare

Aprile e maggio portano il verde nuovo, i prati fioriti e una luce morbida che valorizza le murature in laterizio. È anche il periodo in cui Villa Ada è più frequentata dalle famiglie romane, quindi i viali principali sono affollati mentre il colle resta relativamente tranquillo. Attenzione ai pollini se sei sensibile: qui la concentrazione è alta.

Estate: la stagione degli eventi

L'estate è il periodo in cui il complesso di Forte Antenne torna a vivere grazie alle attività culturali e alle rassegne serali all'aperto. È l'occasione migliore per entrare, ma le ore centrali della giornata vanno evitate. Se ci vai di giorno, vacci prima delle dieci del mattino. Se ci vai la sera per un evento, porta una felpa leggera: il colle è ventilato e dopo il tramonto la temperatura cala più che in centro.

Autunno: la luce migliore

Ottobre e novembre danno la luce radente più bella dell'anno e il bosco cambia colore. È anche il periodo in cui il fondo dei sentieri comincia a diventare fangoso dopo le prime piogge. Considera che in autunno e in inverno il parco chiude presto, perché l'orario segue il tramonto: a dicembre significa essere fuori dai cancelli entro il tardo pomeriggio.

Forte Antenne con i bambini, con il cane, in bicicletta

Villa Ada è uno dei parchi più usati dai romani per la vita quotidiana, e questo si riflette sull'esperienza del forte.

Con i bambini

Funziona, a patto di raccontare la storia giusta. Un forte è un forte: fossato, ponte levatoio, feritoie, polveriera. Sono parole che con un bambino di otto anni fanno il novanta per cento del lavoro. Aggiungici che sotto c'era una città cancellata dai Romani e che qui hanno rapito le ragazze delle Sabine, e la passeggiata diventa una spedizione. Il consiglio che ti do è di preparare la visita a casa con una pianta e un paio di immagini di forti simili, così che sappiano che cosa stanno cercando. La salita è alla portata di un bambino che cammina, non di un passeggino su tutti i tratti.

Con il cane

Villa Ada è tradizionalmente uno dei parchi più frequentati dai proprietari di cani in tutta Roma, con aree dedicate e viali percorribili. Le regole del parco su guinzaglio e aree cani vanno rispettate, e sul colle, dove la fauna selvatica è più presente, il buon senso suggerisce comunque di tenere il cane sotto controllo. Nel parco vivono scoiattoli, ricci, talpe, conigli selvatici e istrici, oltre a una avifauna ricchissima che comprende anche le famose colonie di pappagalli.

In bicicletta

Il percorso anulare di circa quattro chilometri è comodo e ben tenuto, e le scorciatoie trasversali permettono di variare il giro. La salita verso il forte, invece, è un'altra faccenda: sterrato ripido, radici, tratti dissestati. Con una gravel o una mountain bike si fa, con una city bike si spinge a mano. Il consiglio che ti do è di lasciare la bici in basso e fare l'ultimo tratto a piedi, che tanto vale la pena camminarlo.

Errori da non fare a Forte Antenne

Ne elenco cinque, che sono quelli che vedo commettere più spesso e che si evitano tutti con dieci minuti di preparazione.

Primo: aspettarsi un museo

L'ho già detto e lo ripeto perché è l'errore capitale. Forte Antenne non è un sito museale con apertura garantita. È un compendio storico dentro un parco pubblico, con aperture legate a eventi e iniziative. Chi arriva convinto di comprare un biglietto torna a casa arrabbiato, e ha torto: l'informazione era disponibile.

Secondo: cercare le rovine di Antemnae

Non ci sono, non in forma visibile e leggibile. La cinta di cappellaccio alta sette metri è stata smontata dal cantiere ottocentesco. Chi sale sperando di trovare mura arcaiche in vista resta a bocca asciutta. Il valore del posto è concettuale e paesaggistico, non monumentale nel senso classico.

Terzo: entrare in aree interdette

È un edificio non restaurato, con crolli parziali e dissesti. Le recinzioni e i divieti ci sono per motivi seri. Scavalcare per fare una fotografia è, oltre che vietato, stupido: dentro un forte abbandonato ci sono pozzi, gallerie, solai indeboliti e vuoti non segnalati. Nessuno scatto vale una caviglia rotta a duecento metri dal sentiero più vicino.

Quarto: andarci in orario sbagliato

Il parco apre all'alba e chiude al tramonto, e in inverno il tramonto è presto. Ritrovarsi sul colle a luce calante, con sentieri sterrati e senza illuminazione, è un modo eccellente per rovinarsi la giornata. Calcola sempre un'ora abbondante di margine.

Quinto: liquidarlo in venti minuti

È l'errore più sottile. Chi sale, guarda un muro, scatta una foto e riscende, non ha visto niente. Questo posto si capisce standoci: girando il perimetro, guardando come il fossato segue il terreno, cercando i punti in cui il bosco si apre sulla valle, immaginando i sette metri di mura arcaiche dove oggi c'è una scarpata erbosa. Datti almeno un'ora e mezza sul colle.

Una curiosità su Forte Antenne

La curiosità che preferisco riguarda il nome, e ha la forma perfetta di una coincidenza che nessuno ha progettato. Forte Antenne si chiama così per una catena di derivazioni che comincia nell'VIII secolo avanti Cristo: la città di Antemnae prese il nome dalla propria posizione ante amnes, "davanti ai fiumi", perché stava sopra la confluenza dell'Aniene nel Tevere; il colle ereditò il nome dalla città; il forte ereditò il nome dal colle. Fin qui, filologia ordinaria.

Il colpo di scena arriva nel Novecento. Il forte, dismesso dalla funzione difensiva, venne destinato a deposito del Reggimento Radiotelegrafisti, e lo rimase fino agli anni Quaranta. Cioè: un'opera che si chiama "Antenne" per ragioni idrografiche latine finì per ospitare i militari delle trasmissioni radio, la specialità che con le antenne ci lavorava davvero. Nessuno lo decise per gioco di parole, nessun ufficiale del genio pensò "che bella coincidenza". Successe e basta, perché quel compendio era vuoto, asciutto, recintato e vicino alla città.

C'è una seconda stranezza toponomastica, meno vistosa ma altrettanto significativa. Con Regio Decreto del 1º novembre 1882 i forti del Campo Trincerato furono denominati con i nomi delle strade su cui sorgevano: Boccea, Portuense, Casilina, Prenestina, Tiburtina, Ardeatina, Ostiense, Trionfale, Appia Antica. Tutti nomi di consolari. Forte Antenne è l'unico che si chiama come un'archeologia scomparsa invece che come una via. In un elenco di quindici, è quello che rompe la regola, e la rompe perché lì sopra c'era stata una città talmente antica da aver lasciato il proprio nome alla terra anche dopo essere sparita del tutto.

Ci aggiungo una postilla di misura, per chi ama i numeri: con i suoi 2,5 ettari è il più piccolo dei quindici forti, dieci volte meno esteso di Forte Pietralata che ne conta 25,4. Il forte più piccolo della cintura è quello che sta sul sito più antico. La sproporzione fra l'esiguità dell'opera e la profondità del luogo è, in fondo, l'intera storia di questo posto in una riga.

Una cosa che non ti dice nessuno su Forte Antenne

Quello che non ti dice nessuno è che Forte Antenne è stato una casa. Non una caserma, non un magazzino: una casa, con famiglie che ci abitavano dentro, e non in un lontano passato ma fino al 2017. Quando nel 1958 il demanio cedette il forte al Comune di Roma per farne un campeggio in vista delle Olimpiadi, il progetto si arenò per una ragione che sta scritta nei documenti e che raramente viene raccontata: dentro il forte erano già state realizzate delle residenze private. Il campeggio si fece solo nel parco circostante. La fortezza, semplicemente, era occupata.

Prova a visualizzarlo. Una fortezza poligonale del 1891, con fossato, caponiere, muro alla Carnot, polveriera a doppio ingresso e ponte levatoio, costruita sopra le rovine di una città sabina rasa al suolo da Romolo, dentro l'ex riserva di caccia dei re d'Italia. E dentro: cucine, tramezzi, panni stesi, biciclette appoggiate al muro, bambini che facevano i compiti in una casamatta. Per quasi sessant'anni. È una delle sovrapposizioni più incredibili che Roma abbia prodotto, e non c'è un cartello che la racconti.

Questa vicenda ha lasciato tracce fisiche che chiunque salga può notare, se sa che cosa cercare: le superfetazioni moderne addossate alle strutture originali, le aperture ricavate dove non erano previste, i resti di impianti, gli intonaci che non c'entrano nulla con la muratura ottocentesca. Un occhio distratto le legge come degrado generico. Un occhio informato ci legge sessant'anni di vita quotidiana dentro un monumento.

E c'è un risvolto che va detto con onestà, perché è controintuitivo: quella presenza ha anche protetto l'edificio. I volumi ipogei e i rampari originali sono arrivati fino a noi sostanzialmente intatti, mentre altri forti della cintura sono stati stravolti da decenni di adeguamenti militari. Un edificio abitato è un edificio sorvegliato. Il forte è sopravvissuto perché qualcuno ci viveva, e ha subito danni perché qualcuno ci viveva. Le due cose sono vere insieme, e chi racconta questa storia scegliendo una sola delle due metà la racconta male.

Il consiglio che ti do per visitare Forte Antenne

Il consiglio che ti do è di rovesciare completamente l'ordine delle priorità: non andare a vedere il forte, vai a vedere il colle. Se sali con l'obiettivo di entrare dentro le mura, il novanta per cento delle volte tornerai a casa con un buco in mano, perché l'interno si apre solo in occasione di eventi e iniziative. Se invece sali con l'obiettivo di capire perché quel colle è stato conteso per ventisei secoli, non c'è giorno dell'anno in cui la visita possa fallire.

Operativamente, ecco come la organizzerei io. Entra da via di Ponte Salario o da via di Monte Antenne, che sono i cancelli più vicini, e prenditi il tempo di risalire a piedi: quindici o venticinque minuti, con scarpe chiuse e suola decente, perché il fondo è sterrato e dopo la pioggia scivola. Scegli una mattina d'inverno con gli alberi spogli, meglio se dopo una giornata di tramontana. Arriva presto, quando la luce è ancora bassa e il parco è di chi cammina e non di chi fa il picnic.

Una volta in cima, fai il giro del perimetro esterno prima di guardare qualsiasi altra cosa. Osserva come il fossato segue l'andamento del terreno, nota che la pianta non è regolare — è un quadrilatero trapeziforme con fronti non paralleli e fianchi asimmetrici, perché la sommità del colle non permetteva altro — e cerca il punto in cui il bosco si apre verso nord. Da lì guarda in basso: sotto di te ci sono l'Aniene che finisce nel Tevere, la via Salaria, la ferrovia. È tutto quello che Forte Antenne doveva controllare, ed è tutto quello che Antemnae controllava ventisei secoli prima con gli stessi occhi e da un metro più in alto.

Ultima raccomandazione, la più importante: non scavalcare recinzioni e non entrare nelle porzioni interdette. È un edificio senza manutenzione ordinaria da decenni, con crolli parziali e vuoti non segnalati, e le transenne non sono lì per scoraggiare i curiosi ma per evitare gli incidenti. Se vuoi vedere l'interno, aspetta un'apertura ufficiale e verifica il programma dell'anno in corso: sono occasioni reali, e valgono l'attesa molto più di un'incursione clandestina fatta di corsa.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È risaputo che il Campo Trincerato di Roma non sparò mai un colpo. Lo si legge dappertutto, in genere come battuta finale, con un tono fra il bonario e il sarcastico: quaranta chilometri di fortificazioni, quindici forti, quattro batterie, e non un solo proiettile in difesa della capitale. Fine della storia, si passa oltre. Quello che si cita molto meno spesso è quanto rapidamente e per quali ragioni tecniche precise tutto questo diventò inutile, e il dato è molto più interessante della battuta.

La cintura fu commissionata con Regio Decreto n. 4007 del 12 agosto 1877. Forte Antenne, avviato nel 1882, fu completato intorno al 1891. E già in quegli stessi anni il presupposto tecnico dell'intera opera era saltato. Fra il 1885 e il 1890 l'artiglieria europea adottò gli esplosivi ad alto potenziale e i proiettili d'acciaio a caduta ripida, e nel giro di un lustro le fortificazioni in muratura e terra progettate per resistere alla polvere nera si trovarono improvvisamente scoperte. Non è che i forti di Roma invecchiarono male: nacquero dentro una rivoluzione balistica che li superò mentre erano ancora in cantiere.

Il secondo fattore, altrettanto poco citato, è urbanistico e ha una morale attualissima. Il campo trincerato funziona solo se fra i forti e la città c'è campagna aperta, terreno battuto dall'artiglieria e libero da ripari. Roma, fra il 1880 e il 1920, mangiò quella campagna con una voracità che nessuno aveva previsto: i quartieri arrivarono fin sotto i forti, le servitù militari divennero un ostacolo per l'edilizia, gli spianamenti si riempirono di case. La conclusione burocratica arrivò con il Regio Decreto n. 2179 del 9 ottobre 1919, che radiò tutte le opere dal novero delle fortificazioni dello Stato: quarantadue anni dopo il decreto che le aveva volute.

La cosa che aggiungo sempre, e che raramente viene detta, è che non fu un'anomalia italiana. Le stesse identiche cinture furono costruite negli stessi anni intorno a Bruxelles, Anversa, Liegi, Bucarest e Vienna, con gli stessi criteri e lo stesso esito. Anzi: alcune di esse dovettero anche essere messe alla prova, e il risultato fu peggiore del nostro. I forti di Liegi, nell'agosto del 1914, furono ridotti in polvere dai mortai pesanti in pochissimi giorni. Che Forte Antenne non abbia mai sparato non è una vergogna nazionale: è, tutto sommato, la migliore delle notizie possibili.

La foto giusta da fare a Forte Antenne

Ti do la mia risposta secca e poi te la spiego: la foto giusta non è il muro del forte. È il fossato che segue la curva del colle, ripreso in luce radente, con il bosco che entra da un lato dell'inquadratura. È l'unica immagine che racconta in un fotogramma solo che cosa è questo posto, cioè un'architettura militare che si piega alla forma di una collina invece di imporsi su di essa.

Tecnicamente: vacci d'inverno, la mattina presto o nell'ultima ora prima della chiusura del parco, quando il sole è basso e la luce arriva di traverso. La luce radente è quella che tira fuori la tessitura del laterizio e delle scarpe murarie, che a mezzogiorno diventano una superficie piatta e senza carattere. Usa una focale normale o un leggero grandangolo, non un teleobiettivo: qui serve il contesto, non il dettaglio. E cerca un punto in cui puoi mettere nell'inquadratura sia la muratura sia il terreno naturale, perché il soggetto vero è il rapporto fra i due.

Le altre tre inquadrature che funzionano

La seconda è dall'alto del pianoro verso nord, con il varco del bosco aperto sulla valle dell'Aniene. Funziona solo con i rami spogli, quindi da novembre a marzo, e funziona benissimo nelle giornate di tramontana quando l'aria è tersa e si vedono i monti. È la fotografia che spiega la strategia: perché qui, perché sempre qui.

La terza è l'ingresso, con quello che resta del ponte levatoio. È deteriorato, e proprio per questo è onesto: fotografare un elemento conservato ma malandato è più veritiero che cercare l'angolo che finge un restauro mai avvenuto. Se ti capita di essere lì durante una apertura, il controcampo dall'interno verso il varco d'ingresso è l'immagine più forte che questo posto sappia dare.

La quarta la chiamo la fotografia del paradosso, ed è quella che consiglio a chi ha voglia di raccontare invece che di collezionare: un'inquadratura che tenga insieme la muratura militare ottocentesca e un segno di vita ordinaria del parco — un sentiero battuto, un cane, una panchina, un podista. Perché la verità di Forte Antenne è esattamente questa: una fortezza dimenticata dentro il posto in cui i romani portano i figli la domenica. Il consiglio che ti do è di non pulire l'inquadratura da questi elementi. Sono il soggetto, non il disturbo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questa collina ha una densità di eventi che non ha quasi nessun altro luogo periferico di Roma. Li metto in fila, con le date, perché visti in sequenza fanno un effetto che il racconto sparso non riesce a dare.

Dall'VIII secolo avanti Cristo all'età repubblicana

Metà dell'VIII secolo avanti Cristo: sul colle esiste già un centro abitato stabile, quello che le fonti chiamano Antemnae, fiorente fino ai primi decenni del V secolo. VII secolo: si costruisce un edificio cultuale, i cui depositi votivi rimandano al culto di Giunone Sospita. Età regia: dopo l'episodio del ratto delle Sabine, gli Antemnati razziano il territorio romano approfittando dell'assenza dell'esercito impegnato contro i Ceninensi; Romolo li batte, prende la città, celebra il proprio secondo trionfo e vi invia coloni. Fine del VI - inizi del V secolo: la città, ormai avamposto romano, viene dotata di una cinta in blocchi di cappellaccio alta fino a sette metri, che racchiude circa tredici ettari.

Poi la parabola discendente. Fine del VI secolo: Antemnae appoggia il tentativo di Tarquinio il Superbo, alleato con Porsenna, di riprendersi Roma. Dal III secolo avanti Cristo è attestata la decadenza. Novembre dell'82 avanti Cristo: l'episodio conclusivo della battaglia di Porta Collina si combatte davanti ad Antemnae, con la vittoria di Lucio Cornelio Silla sulle milizie italiche e populares di Ponzio Telesino. Verso la fine del I secolo avanti Cristo: al posto della città sorge una imponente villa privata. Poco dopo, Plinio il Vecchio inserisce Antemnae nell'elenco delle città del Lazio ormai scomparse.

Dall'Ottocento a oggi

1834: Antonio Nibby identifica il sito di Antemnae su Monte Antenne. 12 agosto 1877: il Regio Decreto n. 4007 avvia la costruzione del Campo Trincerato. 1878: gli scavi per il cantiere del forte confermano l'identificazione di Nibby e nello stesso tempo distruggono gran parte del sito archeologico. 1882: comincia la costruzione di Forte Antenne; il 1º novembre dello stesso anno un Regio Decreto assegna ai forti i nomi delle strade. 1891: l'opera è completata. 9 ottobre 1919: il Regio Decreto n. 2179 radia tutte le fortificazioni del campo trincerato.

Fino agli anni Quaranta: il forte è deposito del Reggimento Radiotelegrafisti. 25 luglio 1943: nella vicina Villa Savoia, dentro lo stesso parco, il re convoca Mussolini, che all'uscita viene arrestato e portato via in autoambulanza. 8 settembre 1943: i sovrani abbandonano definitivamente il bunker di Villa Ada; alle 22:10 cominciano i combattimenti per la difesa di Roma. 9 settembre 1943, ore 5:10 circa: il re, Badoglio, Ambrosio e Roatta lasciano la città. 1958: il forte passa dal demanio al Comune di Roma in vista delle Olimpiadi del 1960, ma il campeggio viene realizzato solo nel parco perché all'interno esistono già residenze private. 1978 e 1986: nuove indagini archeologiche sul sito. 6 agosto 2008: il forte è vincolato ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio. 2017: cessa l'utilizzo residenziale; il compendio viene affidato al Municipio Roma II per usi istituzionali e culturali.

Chi è passato da Forte Antenne

Metto le mani avanti su un punto di metodo, perché su questa collina la tentazione di esagerare è forte: alcuni dei nomi che seguono appartengono alla tradizione letteraria più che alla cronaca documentata, e altri sono passati per il colle o per il parco che lo circonda, non necessariamente dentro le mura del forte. Lo dico perché la differenza conta. Fatta questa premessa, l'elenco resta impressionante.

I nomi antichi

Nella tradizione confluita in Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e Plutarco, il primo a salire quassù con intenzioni ostili è Romolo, che prende la città degli Antemnati e celebra il suo secondo trionfo. Con lui compare Tito Tazio, il re sabino che secondo la versione riportata da Plinio il Vecchio governava Antemnae e che, sconfitto, fu associato al regno di Roma: uno dei nomi fondativi della memoria romana. Virgilio inserisce la città fra quelle che presero le armi contro i Troiani, Silio Italico la dichiara più antica di Crustumerium, Strabone e Plutarco la collocano poco fuori Porta Collina.

Poi c'è la storia documentata, e qui i nomi sono di prima grandezza. Nel novembre dell'82 avanti Cristo, davanti ad Antemnae, si chiude la battaglia di Porta Collina: da una parte Lucio Cornelio Silla, dall'altra il condottiero sannita Ponzio Telesino, che qui muore. Su questo pendio si è deciso l'esito della guerra civile che avrebbe portato alla dittatura sillana e alle proscrizioni. Non credo esistano molte colline di parco pubblico, in Europa, con un curriculum simile.

Gli studiosi

Nel 1834 arriva Antonio Nibby, archeologo e topografo, che identifica il sito basandosi sulle fonti antiche e sulla lettura del terreno; nello stesso anno William Gell dedica ad Antemnae pagine della sua Topography of Rome and Its Vicinity. Nel 1883, mentre il cantiere è ancora aperto, Michele Carcani pubblica a Roma I forti di Roma, che è la testimonianza contemporanea più preziosa sull'intera cintura. Nel 1978 Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli firmano per il Consiglio Nazionale delle Ricerche Latium vetus. I. Antemnae, la monografia che salva il sito dall'oblio bibliografico. Nel 1998 Giorgio Giannini ne dà la sintesi divulgativa più diffusa, e nel 2006 e nel 2010 escono per Gangemi i due volumi che affrontano il tema della conservazione e della riconversione dei forti.

I Savoia, i militari, le famiglie

Il parco attorno al forte è stato per decenni casa dei re d'Italia. Vittorio Emanuele II acquista la tenuta nel 1872 e la porta ai centosessanta ettari attuali; Umberto I, che detestava la campagna, la vende nel 1878 al conte Giuseppe Telfener, amministratore dei beni della famiglia reale, che la intitola alla moglie Ada e le regala il nome con cui la conosciamo; Vittorio Emanuele III la riacquista nel 1904 e ne fa residenza reale fino al 1946, con la regina Elena. È dentro questo perimetro che il 25 luglio 1943 il re convoca Mussolini, il cui arresto all'uscita dal colloquio chiude ventun anni di regime. Ed è a poche centinaia di metri dal forte che i sovrani, l'8 settembre 1943, lasciano per l'ultima volta il bunker fatto scavare nel tufo dall'impresa dell'ingegner Romeo Cametti.

Poi ci sono quelli senza nome, che di questo posto hanno fatto un uso quotidiano: i soldati del Reggimento Radiotelegrafisti che fino agli anni Quaranta ci tenevano il deposito, i tecnici e i magazzinieri che hanno attraversato quegli ambienti ipogei per decenni, e le famiglie che dentro il compendio ci hanno abitato fino al 2017. Sono loro, in fondo, gli abitanti più longevi di Forte Antenne dopo gli Antemnati. E oggi ci passano i volontari delle associazioni, i ragazzi delle rassegne estive, i podisti che salgono per allenarsi in pendenza e le famiglie che la domenica arrivano fin quassù senza sapere che stanno camminando su un campo di battaglia della Repubblica romana. Il consiglio che ti do, quando ci vai, è di pensarci un attimo: ventisei secoli di gente diversa, sullo stesso ettaro e mezzo di terra, per la stessissima ragione — perché da lassù si vede tutto.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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