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San Nicola da Tolentino

San Nicola da Tolentino si trova in salita di San Nicola da Tolentino 17, a pochi minuti a piedi da piazza Barberini, ed è la chiesa del Pontificio Collegio Armeno e della comunità armeno-cattolica di Roma. L’ingresso è libero e gratuito, non ci sono biglietti né prenotazioni. Si apre in pratica per le funzioni in rito armeno: il gestore non pubblica un orario online e il portale turistico di Roma Capitale rimanda ai contatti, cioè email@comunitaarmena.it e il numero 06 0608.

Da fuori sembra una delle tante chiese barocche nate fra Seicento e Settecento lungo la via che scende verso il Tritone. Dentro trovate un’altra storia. Costruita dagli Agostiniani Scalzi e pagata dai Pamphilj, oggi ospita la liturgia armena cantata in lingua armena, il ricordo dei patriarchi della Chiesa armeno-cattolica e, sulla salita, una croce di pietra che ricorda le vittime del 1915. Il barocco romano e l’Armenia si trovano nello stesso edificio.

Le informazioni pratiche qui riportate risultano alla data del 29 settembre 2026 dalla pagina del portale turistico di Roma Capitale, dal sito del Pontificio Collegio Armeno e dalle altre fonti richiamate più avanti. Il punto delicato sono gli orari: la chiesa non ha una bacheca online aggiornata e le funzioni seguono il calendario della comunità e del collegio. Prima di attraversare Roma apposta, scrivete o telefonate e fatevi confermare giorno e ora della liturgia.

Chiesa di San Nicola da Tolentino a Roma
San Nicola da Tolentino, sulla salita omonima. Foto di Nicholas Gemini, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

La chiesa si trova nel rione Trevi, sul fianco della collina che sale verso via Bissolati, in una zona che le carte antiche chiamano Orti Sallustiani, dal nome dei giardini dello storico Sallustio che occupavano la valle fra Pincio e Quirinale. Da Palazzo Barberini si arriva in cinque minuti. Il nome completo che trovate nelle guide specialistiche, San Nicola da Tolentino agli Orti Sallustiani, viene proprio da lì.

La facciata è su due ordini, divisa in tre parti da colonne e lesene, con il portale centrale sotto un timpano curvo. Nell’ordine inferiore si leggono due iscrizioni documentate: IN HONOREM D. NICOLAI TOLENTINATIS, la dedica al santo, e CAMILLUS PRINCEPS PAMPHILIUS, il nome di chi ha pagato. Nei pennacchi c’è la colomba con il ramo d’ulivo, lo stemma dei Pamphilj. Le due nicchie laterali, sormontate da timpani triangolari, sono vuote.

L’interno è a croce latina, con tre cappelle per lato, un transetto sormontato dalla cupola e un’abside rettangolare poco profonda. Le misure che le schede specialistiche riportano sono trentacinque metri di lunghezza, venti di larghezza e venticinque di altezza alla cupola. Non è una chiesa grande. La volta della navata ha un cassettonato con gigli, la cantoria sopra l’ingresso poggia su quattro colonne di marmo fior di pesco, il pavimento in marmo risale al 1950.

Guardate anche il vecchio portale del convento, accanto alla chiesa. Sopra un timpano curvo c’è un tondo ovale dentro una ghirlanda sorretta da putti, con un rilievo di San Nicola da Tolentino che le schede specialistiche attribuiscono a Giovanni Francesco Rossi. È un pezzo di scultura seicentesca che quasi tutti ignorano, perché si trova all’altezza del primo piano e la salita obbliga a guardare dove si mettono i piedi. Alzate lo sguardo prima di entrare.

L’altare maggiore è la cosa che colpisce entrando. Il disegno è di Alessandro Algardi, con quattro colonne scanalate di marmo bigio. Il gruppo scultoreo mostra la Madonna con il Bambino, Sant’Agostino e Santa Monica che porgono il pane miracoloso a San Nicola. Le schede di settore assegnano la Vergine e i due santi a Ercole Ferrata e la figura di San Nicola a Domenico Guidi. La cupola ha un affresco con la gloria del santo, di Giovanni Coli e Filippo Gherardi.

Nella stessa zona hanno sede altri collegi ecclesiastici, e il portale turistico di Roma Capitale segnala nelle vicinanze il Pontificio Collegio Germanico-Ungarico. Il quartiere intorno è fatto di uffici, alberghi e ambasciate. La domenica mattina, quando la chiesa è aperta per la liturgia, la strada è quasi vuota e l’effetto è strano: esci da una celebrazione in armeno e ti ritrovi fra gli ingressi di servizio degli alberghi di via Veneto.

Come si entra, orari e funzioni

Si entra gratis. Non esiste biglietteria, non ci sono visite guidate a pagamento organizzate dal gestore, e nessun portale vende accessi a questa chiesa. Il problema non è il costo, è trovare la porta aperta. La chiesa è retta dal Pontificio Collegio Armeno, il seminario dei preti armeno-cattolici fondato da Leone XIII nel 1883, e funziona prima di tutto come chiesa della comunità, non come monumento da visitare negli orari di ufficio.

Il portale turistico di Roma Capitale, alla voce dedicata, scrive che per gli orari delle messe e le condizioni di visita bisogna consultare i contatti, e indica la posta elettronica della comunità armena di Roma, email@comunitaarmena.it, e il numero del contact center cittadino 06 0608. Il sito del collegio descrive la sede e la storia, ma nelle pagine consultabili il gestore non indica un calendario delle funzioni. Scrivete con qualche giorno di anticipo.

Le guide specialistiche sulle chiese di Roma descrivono da anni la stessa situazione: chiesa aperta per le funzioni liturgiche, con la divina liturgia domenicale in tarda mattinata e qualche movimento prima, quando si prepara il coro. Sono indicazioni di fonti non ufficiali, utili per capire il ritmo della settimana ma non per programmare. Il dato ufficiale sull’orario non è pubblicato. Per una festa o una ricorrenza, chiedete sempre alla comunità.

Due date conviene segnarle. Il 10 settembre la Chiesa latina festeggia San Nicola da Tolentino, e il calendario della chiesa ne tiene conto. Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo ricordano l’inizio delle deportazioni del 1915, e conviene chiedere alla comunità se sono previste celebrazioni. In quei giorni la probabilità di trovare la chiesa aperta sale, ma sale anche la presenza di fedeli, e la visita va fatta con discrezione.

Una curiosità su San Nicola da Tolentino

La chiesa armena di Roma è dedicata a un santo latino che con l’Armenia non ha niente a che fare. Nicola da Tolentino era un frate agostiniano marchigiano, morto nel 1305, e la chiesa gli fu intitolata dagli Agostiniani Scalzi che la fondarono nel 1599. Quando nel 1883 Leone XIII la affidò agli armeni, la dedica rimase com’era. Nessuno ha pensato di cambiarla, e questo racconta bene il modo in cui Roma stratifica le sue chiese.

Il pane è la chiave del gruppo scultoreo sull’altare maggiore. Secondo la tradizione agiografica, San Nicola malato ricevette in visione dalla Madonna l’indicazione di mangiare un pane intinto nell’acqua, e guarì. Da qui vengono i panini di San Nicola, benedetti nelle chiese agostiniane il giorno della festa. Quello che dicono i documenti è la canonizzazione del 1446. Quello che dice la tradizione è il pane. La guarigione miracolosa appartiene alla leggenda devozionale.

C’è poi una seconda coincidenza che a Roma piace. A poca distanza, in via Giulia, la chiesa di San Biagio degli Armeni è nota come San Biagio della Pagnotta per i piccoli pani benedetti il 3 febbraio. Le due chiese armene della città sono entrambe legate a un pane distribuito ai fedeli, per ragioni che non hanno niente in comune fra loro. È un caso, ma è il tipo di caso che fa sorridere chi le visita tutte e due.

La Cappella Gavotti e gli artisti del Seicento

La seconda cappella a sinistra è la Cappella Gavotti, progettata da Pietro da Cortona, che ne affrescò anche la cupola. La data di sistemazione che riportano le schede è il 1668, un anno prima della morte del pittore. È dedicata alla Madonna della Misericordia venerata vicino a Savona, città d’origine della famiglia committente, e porta due grandi colonne di marmo verde antico. Chi conosce Cortona solo per i soffitti la trova molto più raccolta.

La scultura è divisa fra tre mani. Cosimo Fancelli eseguì il rilievo con l’apparizione della Vergine al beato Antonio Botta, il contadino savonese della tradizione. Ercole Ferrata scolpì San Giuseppe, Antonio Raggi San Giovanni Battista. Sulle pareti ci sono le memorie dei Gavotti, una del 1661 e una del 1706, e la seconda si riconosce perché le colonne che la incorniciano imitano il verde antico senza esserlo. Guardatele da vicino.

Resto della chiesa. La prima a destra ha una pala di Filippo Laurenzi del 1710 con un miracolo di San Nicola di Bari. La terza a destra, Cappella Lante della Rovere, sistemata nel 1648, ha marmi policromi fin sul pavimento. Nel transetto destro la pala del Battista è di Giovanni Battista Gaulli, il Baciccio che ha dipinto la volta della Chiesa del Gesù. Nei pennacchi della cupola ci sono le figure femminili di Pietro Paolo Ubaldini, del 1643.

Due cappelle meritano una sosta in più. La Cappella Buratti è minuscola, si raggiunge da una porta laterale e secondo le schede di settore potrebbe essere ciò che resta della cappella originaria dei frati, con un progetto di Giovan Battista Mola e storie della Vergine di Giovanni Francesco Romanelli. La terza a sinistra ha una copia dell’icona della Madonna del Buon Consiglio venerata a Genazzano, dentro una gloria di stucco dorato.

Adesso la posizione controcorrente. Le guide d’arte mandano qui la gente per la Cappella Gavotti, ed è, a nostro giudizio, il motivo sbagliato. È una buona cappella, ma chi ha visto la volta di Cortona a Palazzo Barberini o la sua chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro trova qui un’opera minore. Quello che a Roma non trovate altrove è la liturgia armena cantata dentro un interno barocco.

Una cosa che non ti dice nessuno su San Nicola da Tolentino

L’organo è un bottino di guerra. Le schede enciclopediche lo attribuiscono all’organaro romano Celestino Testa, con la data 1629, e lo indicano come proveniente dalla chiesa di San Savino a Castro, la città del ducato dei Farnese rasa al suolo nel 1649 per ordine di Innocenzo X, cioè di un Pamphilj. Lo stesso casato che pagava la ricostruzione di questa chiesa si portò a Roma lo strumento della città distrutta.

Il paradosso diventa più netto se si guarda la data. Castro fu distrutta nel 1649, e proprio in quegli anni i Pamphilj finanziavano il cantiere di questa chiesa con Algardi alla direzione. Le fonti non dicono chi decise di portare l’organo a Roma né in che anno arrivò qui. Quello che si può affermare è la provenienza indicata dalle schede e la coincidenza fra la famiglia che distrusse e quella che costruì. Il resto è ricostruzione.

Le stesse fonti dicono che l’organo è ancora funzionante e che è l’unico oggetto sopravvissuto dell’antica San Savino. Castro oggi è un’area di rovine nel bosco, nella Tuscia al confine con la Toscana, e nel centro storico di quella città non è rimasto in piedi quasi niente. Che la sua voce superstite suoni nella chiesa armena di Roma è un paradosso che nessun pannello in chiesa vi spiegherà, perché pannelli non ce ne sono.

Seconda cosa che quasi nessuno sa. Nella prima cappella a sinistra si trova un modello del Santo Sepolcro di Gerusalemme, arrivato qui dalla chiesa di Santa Maria Egiziaca, cioè dall’antico Tempio di Portuno al Foro Boario, che fino al Novecento è stato la chiesa nazionale degli armeni. Le schede specialistiche lo datano al 1679 e lo descrivono in gesso dipinto a finto marmo. È un oggetto devozionale povero, e proprio per questo raro.

Terzo dettaglio, per chi guarda in alto. Le schede di settore segnalano crepe nella cupola, nella navata e nel transetto sinistro, lasciate da un terremoto dei primi del Novecento, e aggiungono che la struttura è stata controllata e giudicata sicura. Quelle crepe vanno guardate, perché sono il racconto più onesto dell’età dell’edificio. Nessuno deve preoccuparsi, ma è giusto sapere che una chiesa di quattro secoli si muove.

Gli armeni a Roma, dal Foro Boario a qui

La presenza armena organizzata a Roma è antica. Le fonti specialistiche ricordano che nel Cinquecento la comunità ebbe prima la chiesa di San Lorenzo dei Cavallucci, persa quando Pio V allargò il recinto del Ghetto, e poi in compenso Santa Maria Egiziaca, con un ospizio per i pellegrini armeni costruito accanto a partire dal 1571. Per più di tre secoli il centro della comunità si è trovato sul Tevere, vicino al Foro Boario.

Il Novecento ha spostato tutto. Nel 1921 lo Stato sequestrò la sede di Santa Maria Egiziaca, perché la chiesa era un tempio romano e l’archeologia ufficiale voleva liberarlo. I religiosi lasciarono l’edificio nel 1924, l’ospizio fu demolito negli anni successivi. Gli arredi che si potevano salvare presero la strada di San Nicola da Tolentino, dove il collegio si trovava dal 1883. Da allora questa è la casa della comunità armeno-cattolica romana.

Una precisazione che serve. Gli armeni che celebrano qui sono cattolici di rito armeno, cioè in comunione con il papa, con un loro patriarca che ha sede in Libano e la propria tradizione liturgica. Non è una chiesa della Chiesa apostolica armena, che è separata da Roma. Molti visitatori confondono le due cose, e anche alcune guide online le mescolano. La differenza conta per chi vuole partecipare a una celebrazione.

La rete armena in città si legge anche fuori dalle chiese. Chi ha tempo può legare questa visita a San Biagio della Pagnotta in via Giulia e a Santa Maria Egiziaca al Foro Boario, e confrontarla con altre chiese di comunità orientali come Sant’Atanasio dei Greci o Santo Stefano degli Abissini. Ognuna ha un rito diverso, e la differenza si capisce meglio vedendole in sequenza.

Il consiglio che ti do per visitare San Nicola da Tolentino

Andate alla liturgia, non alla chiesa. Detto in altro modo: non provate a entrare un martedì pomeriggio sperando nella porta aperta, perché quasi sempre la troverete chiusa. Scrivete alla comunità, fatevi dire quando si celebra la domenica e arrivate un quarto d’ora prima. Mettetevi in fondo, restate per tutta la celebrazione o almeno per una parte consistente, e uscite senza fretta. È l’unico modo per vedere l’interno con calma e con la luce giusta.

La liturgia armena è lunga e cantata, con un coro e un uso dell’incenso e dei veli che chi viene dal rito latino non conosce. Non serve capire la lingua. Serve sapere che non è uno spettacolo, che le persone davanti a voi stanno pregando e che le foto durante la celebrazione non si fanno. Se volete fotografare la cappella di Cortona, chiedete alla fine a chi riordina la chiesa, con cortesia, se è possibile per due minuti.

Vestitevi come per una messa in qualunque chiesa romana, spalle coperte e niente pantaloncini da spiaggia. Portate qualche moneta se volete lasciare un’offerta: non c’è biglietto, ma la comunità mantiene l’edificio e il collegio. Se viaggiate con un gruppo, avvisate prima per posta elettronica e non presentatevi in venti durante la liturgia: la chiesa è piccola e i fedeli sono pochi, un gruppo numeroso cambia l’aria della celebrazione.

Se la domenica non è possibile, chiedete alla comunità se ci sono celebrazioni infrasettimanali, feste o concerti. Il collegio ha anche una sala di rappresentanza usata per eventi culturali, secondo le schede enciclopediche, e in quelle occasioni capita che la chiesa resti aperta. Tenete d’occhio in particolare il periodo intorno al 24 aprile e le feste armene. E se la porta resta chiusa, la salita con il khachkar merita comunque la deviazione.

Un’ultima cosa sul tempo. Non mettete questa chiesa come tappa rapida fra due musei. Una liturgia armena domenicale occupa buona parte della mattinata, e uscire a metà per rincorrere una prenotazione alla Galleria Borghese rovina l’esperienza a voi e disturba gli altri. Organizzate la domenica così: liturgia la mattina, pranzo, poi il giro delle chiese barocche del Quirinale nel pomeriggio, quando le altre riaprono.

Il rito armeno per chi entra la prima volta

Il rito armeno ha origine antiochena e nei secoli ha preso elementi sia dalla tradizione bizantina sia da quella romana. La lingua della celebrazione è l’armeno classico, con parti nella lingua corrente della comunità. Quello che colpisce un visitatore latino è il canto quasi continuo, con il celebrante e il coro che si rispondono, e il momento in cui una tenda davanti all’altare si chiude e poi si riapre, nascondendo e mostrando la preparazione dei doni.

Non aspettatevi l’iconostasi delle chiese greche. Qui l’altare barocco è rimasto quello degli Agostiniani, e la liturgia armena si è adattata a uno spazio pensato per il rito latino. È una delle cose interessanti della chiesa: vedere come una tradizione orientale abita un edificio costruito per un’altra. Il presbiterio con l’altare di Algardi diventa il fondale di gesti che il suo architetto non aveva previsto, e funziona meglio di quanto si immagini.

Chi vuole capire prima di entrare può leggere qualcosa sulla storia del cristianesimo armeno, la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale secondo la tradizione, con Gregorio l’Illuminatore e il re Tiridate. Quello che dicono i documenti è una conversione del regno all’inizio del quarto secolo. La data precisa oscilla fra gli studiosi, e la tradizione armena la fissa al 301. In chiesa questa storia la trovate nella seconda cappella di destra.

Una domanda frequente: un cattolico di rito latino può fare la comunione qui? Sì, perché la Chiesa armeno-cattolica è in piena comunione con Roma, e un fedele cattolico può ricevere i sacramenti in qualunque rito cattolico. Le modalità pratiche però cambiano, e l’uso orientale prevede il pane intinto o gesti diversi da quelli latini. Se avete dubbi, osservate chi vi precede o chiedete prima al sacerdote.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Questa è una chiesa dei Pamphilj, e lo si sa, ma quasi nessuno ricorda il motivo. Le schede specialistiche riferiscono che Camillo Pamphilj e sua moglie Olimpia Aldobrandini finanziarono il cantiere come voto per la guarigione di lei. Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, è la nobildonna delle ville e dei palazzi di famiglia, e Camillo era il nipote di Innocenzo X. Non va confusa con la più famosa cognata del papa, Olimpia Maidalchini, la donna Olimpia delle cronache romane.

C’è anche una lettura politica che le guide saltano. La chiesa si trova sulla collina che sovrasta Palazzo Barberini, la reggia della famiglia di Urbano VIII. Quando Innocenzo X Pamphilj fu eletto, nel 1644, aprì un’inchiesta sulle finanze dei nipoti Barberini, che fuggirono in Francia. Una chiesa con il nome di un principe Pamphilj in facciata, a pochi passi dal palazzo dei rivali caduti, nella Roma di allora si leggeva senza bisogno di didascalie.

L’iscrizione con il nome di Camillo sulla facciata ha lo stesso peso di quella sulla chiesa di Sant’Agnese in Agone: le chiese pagate dai Pamphilj portano il nome del committente in vista. Chi fa il giro dei luoghi della famiglia passa da Piazza Navona, dal Palazzo Doria Pamphilj al Corso e da Villa Doria Pamphilj sul Gianicolo, e raramente sale qui. Sbaglia, perché la colomba dei Pamphilj sulla facciata è la stessa.

Il secondo fatto noto e poco raccontato è la catena delle comunità religiose. Dopo gli Agostiniani Scalzi, nel 1775 il complesso passò alle monache Battistine, un ordine contemplativo fondato nel Settecento. Nel 1798 i francesi lo requisirono durante la Repubblica Romana, poi fu restituito. Nel 1883 arrivarono gli armeni. Il coro delle monache si trova ancora dietro l’altare maggiore, raggiungibile da due porte con grate sopra, che oggi si guardano senza sapere a che cosa servissero.

La foto giusta da fare a San Nicola da Tolentino

La foto è dal basso della salita, in verticale, con la scalinata in primo piano e la facciata intera fino al timpano. La salita è stretta e la facciata alta, quindi dovrete allontanarvi fino al punto in cui la strada lo permette e accettare un po’ di convergenza delle linee. Correggetela dopo, non cercate di evitarla allungando il collo. La luce buona è quella della mattina, quando la pietra prende il sole di lato.

La seconda immagine è il khachkar con la lapide accanto, da vicino e di tre quarti, perché la croce scolpita ha rilievi bassi che si leggono solo con la luce radente. A mezzogiorno il rilievo sparisce. Vale la regola di buon senso: è un memoriale, non uno sfondo per ritratti. Fotografate la pietra, non voi davanti alla pietra, e se c’è una commemorazione in corso aspettate che finisca.

Dentro, se vi viene concesso a chiesa vuota, l’inquadratura che funziona è la cupola della Cappella Gavotti dal basso, con le colonne di verde antico ai lati. Serve un obiettivo largo e un tempo lungo, perché la cappella è poco illuminata. In alternativa, dal fondo della navata, l’asse centrale verso l’altare di Algardi, con il gruppo del pane al centro e la cantoria che vi incornicia dall’alto.

Evitate il flash, che sui marmi policromi della Cappella Lante crea riflessi bianchi e appiattisce i colori, e che durante una funzione non si usa comunque. Evitate anche le foto ai fedeli e al clero durante la liturgia: la comunità è piccola e le persone si conoscono, un obiettivo puntato si nota subito. Per il racconto di viaggio bastano la facciata, la croce di pietra e una cappella.

Il khachkar e la memoria del 1915

Il khachkar è una stele di pietra con una croce scolpita al centro e decorazioni intrecciate intorno, tipica dell’arte armena medievale e ancora prodotta oggi. Quello della salita di San Nicola da Tolentino ricorda le vittime del genocidio armeno, iniziato nel 1915 nell’Impero ottomano. Accanto si trova una lapide che usa la formula genocidio armeno. L’enciclopedia libera italiana ricorda anche una targa posta nel 2006 dal Comune di Roma in memoria delle vittime del Metz Yeghern.

Metz Yeghern significa grande crimine, ed è il nome con cui gli armeni indicano lo sterminio. Le stime più citate parlano di circa un milione e mezzo di vittime, cifra che le fonti armene e buona parte degli storici adottano. L’Italia lo ha riconosciuto ufficialmente come genocidio, e così l’Unione europea. La Turchia contesta questa definizione. Non è una discussione da sagrato, ma chi porta ragazzi o gruppi deve sapere che quella lapide ha un peso politico ancora oggi.

Esiste anche un secondo khachkar, più antico, nel chiostro interno del collegio. Quello non si vede: il collegio è un istituto di formazione con residenti e il chiostro è privato. Non suonate al portone per chiedere di vederlo, e non cercate di sbirciare dagli ingressi di servizio. Se avete un interesse di studio, scrivete al collegio spiegando chi siete. La croce sulla salita è pubblica e basta a capire che cos’è un khachkar.

Per leggere un khachkar servono pochi elementi. Al centro c’è la croce, spesso fiorita, cioè con i bracci che terminano in volute e germogli, a significare la croce come albero della vita. Sotto compare di frequente un disco o una rosetta, intorno un fitto intreccio geometrico. Ogni pietra è diversa dall’altra, e in Armenia se ne conservano migliaia. Chi vuole capire la differenza con una croce latina la vede qui in un minuto.

Come si arriva

A piedi dalla stazione Termini si cammina un quarto d’ora abbondante, passando per piazza della Repubblica e via Leonida Bissolati. Da piazza Barberini si imbocca via di San Nicola da Tolentino, e in pochi minuti di salita si trova la rampa con la scalinata che porta alla chiesa. Il percorso è in pendenza ma breve, e con il passeggino si fa lungo la strada.

In metropolitana la fermata più vicina è Barberini, sulla linea A. Negli ultimi anni la stazione ha avuto chiusure lunghe per i lavori sulle scale mobili, quindi controllate sul sito dell’azienda dei trasporti cittadina che sia aperta prima di contarci. In alternativa la fermata Repubblica, sempre sulla linea A, lascia a una decina di minuti a piedi. Da lì la strada per la chiesa passa accanto alle Terme di Diocleziano.

In automobile lasciate perdere. La zona è centrale e trafficata, i parcheggi su strada sono pochi e contesi, e la domenica mattina le strade intorno a via Veneto hanno regole di sosta che cambiano con gli eventi. I taxi si fermano senza problemi in piazza Barberini, da cui salite a piedi. Le biciclette e i monopattini in condivisione si trovano in tutta la zona.

Chi arriva con un gruppo in pullman deve sapere che i bus turistici non salgono nelle vie intorno. Il punto di discesa più pratico è un’area autorizzata, e da lì si cammina. Per un gruppo la sequenza consigliata è Fontana del Tritone, salita alla chiesa, poi discesa verso le Quattro Fontane e il Quirinale. È un anello di un’ora e mezza con tutte le pause.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nel 1599 gli Agostiniani Scalzi, un ramo riformato dell’ordine agostiniano, si stabiliscono su questo terreno allora di campagna, per volontà di Clemente VIII secondo il portale turistico di Roma Capitale. Comprano il sito nel 1604 e costruiscono una cappella con due altari, uno a San Nicola e uno alla Madonna del Rosario. Dal 1615 il complesso diventa la loro casa di noviziato, cioè il luogo dove si formano i nuovi frati.

Negli anni Venti del Seicento comincia la chiesa vera. Le fonti non concordano sul nome del primo architetto: Carlo Buti per il portale turistico di Roma Capitale e per l’enciclopedia inglese, Carlo Buzzi per altre schede specialistiche. La chiesa apre al culto nel 1624, ma il cantiere va avanti a rilento per mancanza di soldi. Poi arrivano i Pamphilj e cambia tutto. Alessandro Algardi dirige i lavori fino al 1650, e Martino Longhi il Giovane ne cura alcune parti.

A metà del secolo Giovanni Maria Baratta, allievo di Algardi, completa la struttura e la facciata. Anche qui le date oscillano, fra il 1651 e il 1654 secondo le fonti. Nel 1670 Francesco Buzio modifica la facciata e realizza la scalinata. Nel 1668 Pietro da Cortona sistema la Cappella Gavotti. Nel 1671 Coli e Gherardi dipingono la cupola. La consacrazione arriva solo nel 1685, quasi novant’anni dopo la fondazione.

Nel 1775 il convento passa alle monache Battistine, nel 1798 viene requisito dalle truppe francesi e poi restituito. Nel 1883 Leone XIII assegna il complesso al nuovo Pontificio Collegio Armeno, destinato alla formazione del clero armeno-cattolico. Il fondatore riconosciuto è il patriarca e cardinale Antonio Pietro IX Hassun, morto l’anno dopo. Nel 1908 la seconda cappella a destra viene dedicata a San Gregorio l’Illuminatore, l’apostolo degli armeni.

La cappella di San Gregorio l’Illuminatore conserva la pala di Giovanni Gagliardi con l’incontro fra Gregorio e papa Silvestro I a Roma, con Costantino e il re Tiridate sullo sfondo. Qui i tre livelli vanno tenuti separati. I documenti attestano la conversione del regno armeno all’inizio del quarto secolo. La tradizione armena lega quella conversione a Gregorio. Il viaggio a Roma e l’incontro con il papa e l’imperatore appartengono alla leggenda, che il quadro racconta come storia.

Nel Novecento cambia l’intorno. Il sequestro di Santa Maria Egiziaca nel 1921 porta qui la sede della comunità. Negli anni Trenta l’apertura di via Bissolati, una delle strade del periodo fascista, si porta via il vecchio convento, e gli edifici attuali del collegio occupano l’area degli antichi orti. Nel 1950 si rifà il pavimento. Nel 2006 il Comune di Roma pone la targa sul Metz Yeghern, secondo l’enciclopedia libera italiana.

Chi è passato da San Nicola da Tolentino

Camillo Pamphilj, principe, nipote di Innocenzo X, cardinale per qualche anno e poi di nuovo laico per sposare Olimpia Aldobrandini. Uomo di grandi cantieri: a lui si devono gran parte della villa sul Gianicolo e questa chiesa. Il suo nome sulla facciata è una firma di proprietà nel senso letterale del Seicento: chi pagava si faceva vedere, e il passante doveva sapere a chi dire grazie.

Alessandro Algardi, bolognese, il grande rivale di Bernini nella scultura del pieno Seicento, il preferito di Innocenzo X quando il papa voleva prendere le distanze dagli artisti dei Barberini. Qui ha lasciato l’altare maggiore e l’impostazione del cantiere. Chi vuole vedere Algardi in grande scala trovi il suo rilievo con l’incontro fra Leone Magno e Attila nella Basilica di San Pietro, poi torni a guardare questo altare.

Pietro da Cortona, toscano, pittore e architetto, l’uomo della volta del salone di Palazzo Barberini. La Cappella Gavotti è uno dei suoi ultimi lavori, e alcune fonti riferiscono che la cupola fu completata dopo la sua morte, nel 1669, dall’allievo Ciro Ferri: le fonti non concordano sulla ripartizione del lavoro. Per l’architettura di Cortona a Roma la tappa chiave è la facciata di Santa Maria della Pace.

Giovanni Battista Gaulli, detto il Baciccio, genovese, ha lasciato qui la pala del Battista nel transetto destro, accanto alle memorie di Giuseppe Oreggi del 1669 e del cardinale Nicola Oreggi del 1672. Ercole Ferrata e Antonio Raggi, che a Roma hanno scolpito per mezza città fra Sant’Agnese e il Gesù, lavorano qui fianco a fianco nella stessa cappella. San Nicola da Tolentino è una piccola antologia della scultura romana del secondo Seicento.

Antonio Pietro IX Hassun, patriarca armeno-cattolico e cardinale, fondatore riconosciuto del collegio, morto nel 1884. Nella seconda cappella di destra le schede specialistiche segnalano la sua memoria, con il cappello cardinalizio, secondo la vecchia usanza di appendere il galero sopra la tomba di un cardinale defunto. Nella stessa cappella c’è il monumento funebre di Gregorio Pietro XV Agagianian, patriarca e cardinale di Curia, morto nel 1971.

Agagianian è il personaggio più noto passato da qui nel Novecento. Formato a Roma, patriarca della Chiesa armeno-cattolica e poi prefetto della congregazione vaticana per le missioni, fu considerato fra i possibili papi nei conclavi del 1958 e del 1963 secondo i cronisti dell’epoca. Nella chiesa si ricorda anche un’altra figura cara alla comunità, il beato Gomidas Keumurgian, prete armeno ucciso a Costantinopoli nel 1707, a cui è dedicato l’altare del transetto sinistro.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

La chiesa è chiusa per la maggior parte della settimana. Non ha orari di visita turistica, non ha custode all’ingresso, non ha un ufficio informazioni. Presentarsi un giorno feriale a metà pomeriggio significa, nella grande maggioranza dei casi, trovare il portone chiuso e nessuno a cui chiedere. Il collegio accanto è un istituto con residenti e non è un punto informazioni: non suonate per chiedere di aprire la chiesa.

Non aspettatevi pannelli, audioguide, cartoline o un bookshop. Le opere non hanno didascalie, la luce elettrica è quella necessaria alla liturgia, alcune cappelle restano in penombra. Non aspettatevi neanche una chiesa restaurata di fresco: le crepe sono visibili, qualche superficie è stanca, e le schede specialistiche segnalano da anni un bisogno di manutenzione. Fa parte del carattere del posto e non toglie niente all’esperienza.

Non aspettatevi infine una visita in italiano. La liturgia si celebra in armeno, e le comunicazioni della comunità possono essere in italiano o in armeno. Alla fine della celebrazione si può provare a chiedere informazioni a chi riordina la chiesa. Sull’accessibilità, la scalinata di accesso è un ostacolo reale per chi si muove in carrozzina: il gestore non indica un ingresso alternativo, quindi chiedete prima per posta elettronica.

Mangiare in zona

La zona fra piazza Barberini, via Veneto e via Bissolati è una delle più difficili di Roma per mangiare bene a prezzo onesto. È un quartiere di alberghi, uffici e compagnie aeree, pieno di persone di passaggio che non torneranno. Il risultato è un’offerta pensata per chi ha fretta o per chi paga con la nota spese. Ci sono eccezioni, ma vanno cercate con criteri precisi, non con la fame di mezzogiorno.

Primo segnale da evitare: il menu con le fotografie dei piatti, tradotto in cinque lingue, esposto su un cavalletto davanti alla porta. Parla a chi non sa che cosa sia una cacio e pepe, e cucina di conseguenza. Secondo segnale: la persona sulla porta che vi ferma per invitarvi a entrare. Un locale che deve procurarsi i clienti sul marciapiede vive di clienti che non torneranno, e i romani lo sanno senza bisogno di spiegazioni.

Terzo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina. È teatro. La pasta fresca si fa in cucina la mattina, non davanti ai tubi di scappamento. Quarto: i locali aperti dalle undici a mezzanotte senza pausa, dove la cucina non si ferma mai perché lavora su preparazioni già pronte. Quinto: le voci senza prezzo, il pesce del giorno a peso non dichiarato, il menu diverso fra i tavoli fuori e la sala dentro.

Davanti ai monumenti e sulle strade famose, come via Veneto o le piazze intorno alla Fontana di Trevi, il prezzo tende ad adattarsi al cliente. Non è snobismo dire che i romani non ci vanno. È che un romano sa quanto costa un piatto di pasta e non paga il doppio per mangiarlo con vista sul traffico. Chi viaggia con bambini stanchi ha le sue buone ragioni per sedersi dove capita, e lo capisco.

Il criterio è guardare chi c’è seduto. Se all’una e mezza di un giorno feriale vedete impiegati con il badge al collo, tassisti e famiglie che parlano romano, entrate. Se ci sono solo turisti con lo zaino e il cameriere vi risponde in inglese prima che apriate bocca, avete un’informazione utile. Per non andare a tentativi, qui trovate la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.

Che cosa abbinare in giornata

Il giro più sensato dalla chiesa è quello del barocco del Quirinale. In meno di dieci minuti a piedi si arriva a Santa Maria della Vittoria con la Cappella Cornaro di Bernini, poi a Santa Susanna, alla Fontana del Mosè e a San Bernardo alle Terme. Poi si scende verso San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini e Sant’Andrea al Quirinale di Bernini.

Dal lato di piazza Barberini il percorso naturale sale lungo via Veneto. Si passa davanti a Santa Maria della Concezione dei Cappuccini e al Museo dei Frati Cappuccini con la cripta ossario, e si arriva alla Casa Museo Boncompagni Ludovisi. Chi preferisce l’antico trova sotto il palazzo il Mitreo Barberini, che si visita solo su prenotazione.

Chi vuole restare sul filo degli Orti Sallustiani può raggiungere Trinità dei Monti, dove si trova l’obelisco Sallustiano, che stava proprio nei giardini di Sallustio prima di essere portato in cima alla scalinata di Piazza di Spagna. Sulla strada, in via Francesco Crispi all’altezza di via Capo le Case, c’è la chiesa di San Giuseppe a Capo le Case.

Per una giornata sulle chiese delle comunità, il filo si allunga verso il centro: Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi, poi Sant’Atanasio dei Greci in via del Babuino e più in là via Giulia con San Biagio. Chi cerca solo i capolavori di Algardi e dei Pamphilj chiuda a Santa Maria in Vallicella, dove Cortona ha dipinto le volte, e poi Piazza Navona. Il giro barocco completo lo trovate nella nostra pagina su Roma barocca.

Domande frequenti

Quanto costa entrare a San Nicola da Tolentino?

L’ingresso è libero e gratuito, come in tutte le chiese di Roma che funzionano come luoghi di culto. Non ci sono biglietti, prenotazioni obbligatorie o visite guidate a pagamento organizzate dal gestore. Se volete lasciare un’offerta per la manutenzione dell’edificio, potete farlo alla fine della celebrazione. Chi propone un biglietto per questa chiesa vende qualcosa che il gestore non prevede.

Quando è aperta la chiesa?

Il gestore non pubblica un orario di apertura online. La chiesa si apre in pratica per le funzioni della comunità armeno-cattolica, e il portale turistico di Roma Capitale rimanda ai contatti per gli orari delle messe e le condizioni di visita: la posta elettronica email@comunitaarmena.it e il contact center cittadino 06 0608. Scrivete qualche giorno prima e fatevi confermare la data.

Chi gestisce la chiesa oggi?

La chiesa è affidata al Pontificio Collegio Armeno, il seminario per la formazione del clero armeno-cattolico fondato da Leone XIII nel 1883, che ha sede accanto. È la chiesa di riferimento della comunità armeno-cattolica di Roma, cioè di armeni in comunione con il papa. Non appartiene alla Chiesa apostolica armena, che è una Chiesa distinta e separata da Roma.

In che lingua si celebra la messa?

Le celebrazioni seguono il rito armeno e si svolgono in lingua armena, con canti del coro e del celebrante per quasi tutta la durata. Chi non conosce la lingua può partecipare restando in fondo alla chiesa e seguendo i gesti. La liturgia è più lunga di una messa latina feriale, quindi mettete in conto il tempo se avete altri appuntamenti in programma.

Che cosa c’è da vedere di artistico?

Le cose principali sono l’altare maggiore disegnato da Alessandro Algardi con il gruppo del pane miracoloso, la Cappella Gavotti progettata e affrescata da Pietro da Cortona, la cupola dipinta da Giovanni Coli e Filippo Gherardi, la pala del Baciccio nel transetto destro, i marmi policromi della Cappella Lante della Rovere e l’organo seicentesco proveniente dalla città distrutta di Castro.

Dove si trova il khachkar?

Il khachkar pubblico si trova sulla salita di San Nicola da Tolentino, vicino alla chiesa, accanto a una lapide che ricorda il genocidio armeno del 1915. Si vede dalla strada in qualsiasi momento, anche a chiesa chiusa. Un secondo khachkar, più antico, si trova nel chiostro interno del Pontificio Collegio Armeno, che è un luogo privato e non si visita.

Si possono fare foto all’interno?

Durante la liturgia no: è una celebrazione con fedeli che pregano, e fotografare persone e clero è scortese. A chiesa vuota, prima o dopo la funzione, chiedete a chi è presente se potete scattare qualche immagine senza flash. Il gestore non pubblica un regolamento specifico sulla fotografia, quindi il permesso lo dà di volta in volta chi apre la chiesa.

Che differenza c’è con San Biagio degli Armeni?

Sono le due chiese della comunità armeno-cattolica di Roma, entrambe legate al Pontificio Collegio Armeno. San Nicola da Tolentino, vicino a piazza Barberini, è la chiesa del collegio e la sede principale della comunità. San Biagio degli Armeni, in via Giulia, è una piccola rettoria nota come San Biagio della Pagnotta per i pani benedetti del 3 febbraio.

Come si arriva da piazza Barberini?

Da piazza Barberini si imbocca via di San Nicola da Tolentino, in leggera salita, e in pochi minuti si trova la rampa con la scalinata che porta alla chiesa, al civico 17 della salita omonima. Il percorso è breve ma in pendenza. La fermata Barberini della metro A è la più vicina, ma controllate prima che sia aperta, perché negli ultimi anni ha avuto chiusure per lavori.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Indirizzo, contatti e modalità d’accesso riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di una chiesa che apre per le funzioni della comunità, gli orari cambiano con il calendario liturgico: ricontrollateli sempre prima di partire e segnalateci quello che trovate cambiato.

Costruire un percorso fra le chiese delle comunità straniere di Roma significa incastrare liturgie che si celebrano una volta alla settimana, rettorie senza sito, collegi che non rispondono ad agosto e salite che sulla mappa non si vedono, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoSalita di San Nicola da Tolentino 17 Roma Centro storico, Roma, Roma Città 00187

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