Santa Susanna
Santa Susanna si trova in via XX Settembre 15, sul lato di piazza San Bernardo, e oggi non si visita: la chiesa è chiusa al pubblico per restauri dal luglio 2013 e nessuna data di riapertura risulta pubblicata. Il complesso appartiene alla comunità delle monache cistercensi di Santa Susanna, che lo gestisce da sola dal primo agosto 2017. La facciata si guarda gratis dalla strada. Per notizie aggiornate si telefona al monastero, allo 06 42013734 o allo 06 42014554.
Per novantacinque anni questa è stata la chiesa degli americani a Roma. Dal 1922 i Padri Paolisti ci hanno celebrato messe in inglese, matrimoni e battesimi per la comunità statunitense, finché nel 2017 la parrocchia si è trasferita a San Patrizio, in via Boncompagni. Chi cerca online trova ancora vecchie pagine con gli orari delle messe americane a Santa Susanna: sono superate da anni, e la comunità di lingua inglese oggi si trova altrove.
Le informazioni pratiche che leggete qui sono state controllate il 28 settembre 2026 sulle pagine di Roma Capitale dedicate al turismo, sul sito della parrocchia americana di San Patrizio, sulla stampa diocesana e sulle schede del catalogo nazionale dei beni culturali. Lo stato dei cantieri in una chiesa di clausura cambia senza comunicati: prima di organizzare una visita, soprattutto con un gruppo, chiamate il monastero e fatevi dire se qualcosa si è mosso.

Dove si trova e che cosa si vede oggi
La facciata si affaccia su piazza San Bernardo, lungo la vecchia Strada Pia che dopo il 1870 ha preso il nome di via XX Settembre. A pochi metri, sullo stesso incrocio, c’è Santa Maria della Vittoria, e sulla stessa piazza la rotonda di San Bernardo alle Terme. Tre chiese in un raggio di cento metri, e un incrocio dove la Roma di Sisto V si legge ancora senza bisogno di spiegazioni.
Accanto alla chiesa si apre il largo di Santa Susanna, lo slargo che porta verso via Barberini. Nel giardino centrale del largo sono esposti tratti delle mura repubblicane, le cosiddette mura serviane, venuti fuori durante i lavori del 2003. Al numero 13 si trova il palazzo costruito fra il 1873 e il 1880 per l’Ufficio Geologico. È un angolo di città che quasi tutti attraversano di corsa verso Termini o verso via Veneto.
Che cosa si vede oggi, in concreto: la facciata di Carlo Maderno, finita nel 1603, con le sue statue, il portone chiuso e il fianco della chiesa lungo il monastero. Dall’esterno si leggono anche le tracce della vecchia basilica a tre navate, ridotta a una sola nel Quattrocento. L’interno affrescato, il coro delle monache, gli scavi sotto il pavimento non sono accessibili, e nessun canale ufficiale propone visite straordinarie.
Il monastero è di clausura. Questo significa che le monache non organizzano visite guidate, non gestiscono una biglietteria e non hanno un ufficio turistico. Hanno un telefono, una casella di posta elettronica pubblicata sulle pagine di Roma Capitale, monastero-s.susanna@libero.it, e una vita scandita dalla preghiera. Se chiamate, fatelo in orario ragionevole e con domande precise: si sta parlando con una comunità religiosa, non con un servizio al pubblico.
Chiusa dal 2013: lo stato attuale, fonte per fonte
La chiusura ha una data precisa. La parrocchia americana indica il 5 luglio 2013 come ultimo giorno di Santa Susanna aperta al culto, e le cronache di quell’estate parlano di pezzi caduti dal soffitto. Le messe in inglese furono spostate in fretta nella basilica di Santa Maria degli Angeli e nella chiesa di San Camillo de Lellis, in attesa di una soluzione che poi è diventata definitiva.
Da allora le notizie sono poche e tutte concordi. Nel 2018 la stampa diocesana scriveva che la chiesa era in restauro da diversi anni e che la stazione quaresimale si celebrava a Santa Maria della Vittoria. Nel 2021 la chiesa risultava ancora chiusa, con la stazione spostata a San Camillo. A ottobre 2025 chi è passato davanti al portone ha trovato la stessa situazione: si vede solo da fuori.
Chi la officia oggi, allora? Dal primo agosto 2017 i Padri Paolisti hanno lasciato la chiesa e la comunità cistercense femminile è rimasta l’unica titolare del complesso. Le monache seguono la loro liturgia interna, con l’ufficio divino cantato in gregoriano. Alcuni siti aggregatori riportano orari di messa aperta al pubblico, ma il monastero non li pubblica sui canali ufficiali, quindi vanno chiesti per telefono prima di contarci.
Anche il titolo cardinalizio è fermo. Santa Susanna è una delle chiese titolari di Roma, assegnate a un cardinale presbitero, ma dopo la morte del cardinale Bernard Francis Law, il 20 dicembre 2017, nessuno lo ha più ricevuto. Il repertorio della gerarchia cattolica, nel suo aggiornamento di fine settembre 2026, lo dà ancora vacante. Un titolo antichissimo senza cardinale e una chiesa senza fedeli: difficile trovare a Roma un caso simile.
C’è poi la liturgia stazionale. Santa Susanna è una delle chiese della Quaresima romana, e la tradizione le assegna il sabato della terza settimana, che nel 2026 è caduto il 14 marzo. Negli anni della chiusura la celebrazione è stata ospitata altrove: a Santa Maria della Vittoria nel 2018, a San Camillo de Lellis nel 2021. Per il 2026 il luogo della celebrazione non risulta pubblicato. Chi vuole partecipare il prossimo anno chieda per tempo al monastero.
Una curiosità su Santa Susanna
Entrando, quando si poteva entrare, quasi tutti pensavano di guardare la vita della santa. Sbagliato. Le sei grandi scene dipinte lungo la navata da Baldassarre Croce raccontano un’altra Susanna, quella del libro di Daniele: la moglie di Ioakim spiata dai due anziani mentre fa il bagno, accusata di adulterio perché li ha respinti, salvata dal giovane Daniele che smaschera i due vecchi interrogandoli separatamente. Una storia biblica, non una passione di martire.
La scheda del catalogo nazionale dei beni culturali lo dice senza giri di parole: il ciclo illustra la storia biblica di Susanna in sei episodi, dall’incontro con i vecchi all’accusa, dall’interrogatorio condotto da Daniele alla discolpa fino al ringraziamento finale. Le scene sono dipinte come finti arazzi appesi alle pareti, separati da finte colonne tortili. La quadratura architettonica è di Matteo Zaccolini, specialista di prospettive, che affiancò il pittore bolognese.
Perché la Susanna biblica in una chiesa dedicata alla martire romana? Perché nel programma pensato alla fine del Cinquecento, attribuito dalla stampa diocesana al cardinale Cesare Baronio, le due donne si specchiano. Entrambe rifiutano un uomo potente, entrambe vengono accusate, entrambe difendono la propria castità. La biblica viene salvata, la romana muore. Per un pubblico di monache di clausura il messaggio era chiarissimo e studiato apposta.
Ci sono guide stampate, anche serie, che parlano ancora di storie della vita di Santa Susanna senza precisare quale. Le fonti divulgative confondono le due figure con una certa regolarità. Il dettaglio non è pignoleria: è la chiave per leggere tutta la decorazione della chiesa, che lavora per coppie e rimandi. Quando riaprirà, entrate sapendolo e guardate le pareti come un racconto parallelo, non come una biografia.
Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Susanna
La storia della martire, così come la raccontano la tradizione e i pannelli di mezza Roma, ha un problema grosso. Secondo la passione scritta nel VI secolo, Susanna fu chiesta in sposa dal figlio dell’imperatore Diocleziano. Diocleziano, per quello che sappiamo dalle fonti antiche, non ebbe figli maschi. L’unica figlia nota è Valeria, data in moglie a Galerio. Il pretendente respinto della leggenda è un personaggio senza riscontro storico.
La versione più diffusa del racconto, riportata nel 1588 dall’erudito Pompeo Ugonio, chiama quel figlio Massimo e aggiunge altri dettagli: l’imperatrice cristiana di nascosto che prega con la ragazza, il padre imprigionato, un angelo che la protegge da una violenza, il tribuno Macedonio che la picchia e la fa decapitare dentro la sua stessa casa. È uno schema narrativo che torna identico in molte passioni di vergini martiri romane.
Questo non significa che Susanna non sia esistita. Significa che della sua vita non sappiamo niente di verificabile, e che quello che sappiamo di sicuro riguarda il luogo e il culto, non la persona. Il nome di Susanna è attestato come titolo di questa chiesa già nel VI secolo, e il culto non si è mai interrotto. Il resto è letteratura devota, costruita secondo modelli precisi.
La cosa che nessuno aggiunge è che questo non toglie nulla alla visita, anzi. Una chiesa che racconta due Susanne, una biblica e una leggendaria, e che si appoggia su una casa romana vera, reale, scavata e documentata, è un caso di scuola su come a Roma la memoria si costruisce sopra i muri. Davanti alla facciata chiusa, conviene raccontarla così ai propri ospiti.
Susanna su tre livelli: documenti, tradizione, leggenda
Quello che dicono i documenti. Nei più antichi elenchi dei titoli romani la chiesa compare come titulus Gai, il titolo di Gaio, e in una fase successiva come titolo di Susanna. Sulla data del passaggio le fonti non concordano: una ricostruzione indica il sinodo del 565, un’altra colloca la nuova dedicazione intorno al 590. Il Liber Pontificalis registra poi il rifacimento voluto da Leone III alla fine dell’VIII secolo.
Sempre sul piano dei documenti, anzi dei muri: sotto la chiesa esistono strutture di una casa romana, datate al III secolo, individuate già nel 1830 sotto l’altare della confessione. Ci sono pavimenti a mosaico, pareti dipinte, un pozzo profondo una ventina di metri. Una domus di quell’epoca sotto una chiesa titolare è un dato archeologico concreto, compatibile con l’ipotesi di una casa privata usata dai cristiani per il culto.
Quello che dice la tradizione. Il luogo era chiamato ad duas domos, presso le due case: quella di Gabinio, padre di Susanna, e quella di Gaio, suo fratello, che la tradizione identifica con papa Caio, vescovo di Roma alla fine del III secolo. La tradizione colloca la trasformazione in chiesa vera e propria intorno al 330, sotto Costantino. Nessun documento coevo lo conferma, ma l’ipotesi è ragionevole.
Quello che è leggenda. Il figlio di Diocleziano, l’imperatrice cristiana segreta, l’angelo, il martirio nella casa paterna, la data del 295 che circola su alcune pagine divulgative. Tutto questo appartiene alla passione tardoantica, un genere letterario con le sue regole e i suoi scopi edificanti. Si può raccontare con rispetto, e va raccontato, a patto di dire chiaramente che si tratta di un racconto e non di una cronaca.
Il culto, invece, è un fatto storico a pieno titolo. Nella chiesa sono venerate le reliquie di cinque santi dei primi secoli: Susanna, il padre Gabinio, Felicita con la tradizione dei sette figli martiri, papa Eleuterio e Genesio, il mimo che secondo la leggenda si convertì in scena mentre parodiava un battesimo. Genesio è il patrono degli attori, e ritrovarlo qui, a pochi minuti dal Teatro dell’Opera, fa sorridere.
Il consiglio che ti do per visitare Santa Susanna
Non fate il viaggio apposta. Santa Susanna chiusa si guarda in cinque minuti, e ha senso solo dentro un giro più largo sull’incrocio di via XX Settembre. Il consiglio è di arrivarci in coppia con Santa Maria della Vittoria, che si trova a pochi metri ed è aperta: dentro c’è l’Estasi di santa Teresa di Bernini, e tutti vanno lì. Voi, prima di entrare dalla Teresa, fermatevi sull’incrocio e guardate con calma la facciata di Santa Susanna.
Il punto giusto per guardarla è il marciapiede opposto di via XX Settembre, dal lato di San Bernardo, non il sagrato di Santa Susanna. Da vicino la facciata si schiaccia, le colonne si sovrappongono e perdete il gioco dei piani. Dalla distanza della larghezza stradale si capisce invece come Maderno fa avanzare l’edificio verso il centro, strato dopo strato. Fate attenzione alle auto e ai motorini che scendono veloci su via XX Settembre.
Seconda tappa, il largo di Santa Susanna subito accanto, con le mura repubblicane esposte nel giardino. Sono pochi blocchi di tufo, ma sono le mura più antiche della città, di secoli prima della chiesa, e danno la misura di quanti strati si sovrappongono in questo punto. Terza tappa, la Fontana del Mosè all’angolo della piazza, mostra dell’Acqua Felice voluta da Sisto V.
Se volete davvero entrare, l’unica strada è telefonare al monastero e chiedere se in occasione di celebrazioni particolari, come la festa della santa l’11 agosto o la stazione quaresimale, la chiesa viene aperta anche solo in parte. Non esiste un calendario pubblicato di queste occasioni. Non promettete a un gruppo l’ingresso senza una conferma scritta, perché la risposta più probabile, allo stato attuale, è no.
L’ultima indicazione riguarda il tempo. Venite di mattina. Via XX Settembre è una strada di ministeri, uffici e traffico, e nelle ore di punta il marciapiede è una corsa ad ostacoli fra impiegati e turisti diretti a Termini. La domenica mattina, invece, la strada si svuota, il sole arriva di lato sulla facciata e si riesce a fermarsi sul marciapiede opposto senza essere spinti.
Per chi accompagna un gruppo, ecco come raccontarla davanti al portone chiuso, in dieci minuti. Prima la facciata, perché si vede. Poi le due Susanne, la biblica dei finti arazzi e la martire dell’altare, perché incuriosiscono. Infine i novantacinque anni americani, perché quasi nessuno li conosce e spiegano le vecchie guide sbagliate. Conviene chiudere indicando le mura serviane nel largo: il gruppo riparte con la sensazione di aver visto qualcosa, anche senza entrare.
La facciata di Maderno, riga per riga
Carlo Maderno, architetto ticinese di Capolago, la termina nel 1603, pochi anni prima di ricevere l’incarico per la facciata della Basilica di San Pietro. A Santa Susanna lavora su una scala molto più piccola e con più libertà. La facciata è in travertino, su due ordini, e l’impianto di base discende dal modello del Gesù: un piano inferiore largo, un piano superiore stretto, raccordato da volute.
La novità si legge nel primo ordine, andando dai lati verso il centro. Agli estremi ci sono lesene piatte, poi colonne semincassate nel muro, poi al centro due colonne accostate, una semincassata e una a tutto tondo, che inquadrano il portale. Il muro avanza a scatti successivi e la decorazione si addensa verso il centro. Nel secondo ordine le colonne lasciano il posto a lesene meno rilevate, chiuse da un timpano con balaustra.
Le statue sono quattro. In basso, ai lati del portale, Susanna e Felicita, attribuite a Stefano Maderno, lo scultore della Santa Cecilia distesa che si vede nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere. In alto due figure maschili che le fonti non identificano allo stesso modo: una versione parla di papa Caio e di Genesio, un’altra di Caio e di Gabinio. Guardatele dal marciapiede opposto e fatevi un’idea voi.
Adesso la posizione controcorrente. La formula prima facciata barocca, ripetuta in ogni manuale, è sopravvalutata. Santa Susanna è la conclusione intelligentissima della facciata controriformista alla maniera del Gesù, non l’inizio di qualcosa di nuovo. Il barocco vero, quello che piega il muro, arriva con Borromini e con Pietro da Cortona. Maderno ordina, gradua, accelera. Non piega mai niente.
Detto questo, la facciata merita tutta la sua fama per un motivo diverso da quello che si legge. È una lezione di misura: ogni elemento cresce di un grado rispetto al precedente, nessuno urla. Chi vuole capire da dove parte il giovane Borromini, parente e allievo di Maderno, deve guardare questa facciata e poi camminare fino a San Carlo alle Quattro Fontane. La distanza fra le due è di pochi minuti a piedi e di una generazione.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Lo sanno tutti gli americani che hanno vissuto a Roma, e quasi nessun italiano: per quasi un secolo questa è stata la chiesa nazionale degli Stati Uniti. Nel dicembre 1921 Benedetto XV autorizzò i Padri Paolisti, congregazione fondata a New York nel 1858, a curare la chiesa per i residenti americani. Il primo gennaio 1922 la badessa consegnò le chiavi al nuovo rettore, e il 26 febbraio il cardinale O’Connell di Boston celebrò la prima messa pubblica.
La storia della comunità americana ha capitoli poco raccontati. Nella primavera del 1940, con la guerra alle porte e gli americani in partenza, la comunità chiuse. Secondo la ricostruzione pubblicata dalla parrocchia, durante l’occupazione nazista le monache cistercensi nascosero nel monastero donne e bambini ebrei. Nel 1944 un paolista tornò a Roma con le truppe alleate e riprese l’attività, distribuendo anche cibo alla popolazione.
Altro fatto poco citato: la chiesa era già stata chiusa una volta per restauri, dal 1986, per circa sette anni. In quel periodo la comunità americana si trasferì a Sant’Agnese in Agone, su piazza Navona. Alla riconsacrazione del 1993 venne Giovanni Paolo II, che la riconobbe pubblicamente come la chiesa degli americani. Vent’anni dopo, nel 2013, la seconda chiusura si è rivelata quella definitiva per la parrocchia.
Il terzo fatto riguarda le monache. Nel monastero si producono ancora gli Agnus Dei, piccoli medaglioni di cera benedetta rifiniti con merletti e ricami, un lavoro che la stampa diocesana descrive come tradizionalmente legato a questa sola comunità. Nel 2018 le monache erano undici, con sorelle venute dal Libano e dalla Corea accanto alle italiane. Una clausura internazionale dentro la chiesa che è stata degli americani.
Che cosa c’è dentro, quando riaprirà
La chiesa ha una sola navata, con una cappella laterale vicino alla balaustra del presbiterio. Il soffitto a cassettoni in legno intagliato, dipinto e dorato, è disegnato da Carlo Maderno e porta al centro l’immagine della Madonna sormontata dallo stemma del cardinale Girolamo Rusticucci, titolare dal 1570 al 1597 e protettore dei cistercensi. È lui il committente di tutto quello che si vede, dagli affreschi al coro.
Le pareti della navata sono coperte dai finti arazzi della Susanna biblica di Baldassarre Croce. Sulla datazione le fonti non concordano: il catalogo nazionale indica il 1598 circa con prosecuzione oltre il 1599, altre ricostruzioni parlano del 1595. Nel catino dell’abside c’è la Gloria di santa Susanna di Cesare Nebbia, pittore orvietano che a Roma lavorò a lungo nei grandi cantieri di Sisto V.
Sull’altare maggiore si trova il Martirio di santa Susanna del palermitano Tommaso Laureti, cioè la decapitazione della martire. Nel presbiterio Paris Nogari dipinse il martirio di santa Felicita e dei suoi sette figli. È qui che le due Susanne si incontrano: la biblica sulle pareti, la martire sull’altare, in un percorso che porta lo sguardo dalla navata verso il punto più sacro della chiesa.
La cappella laterale a sinistra è la cappella Peretti, dedicata a san Lorenzo. La progettò Marsilio Fontana, fratello del più celebre Domenico, l’architetto di Sisto V, e Marsilio morì nel 1597 durante i lavori. Dentro ci sono un Martirio di san Lorenzo attribuito a Cesare Nebbia e un Battesimo di san Genesio di Baldassarre Croce. Alcune fonti assegnano la decorazione della cappella a Giovan Battista Pozzo.
Dietro l’abside, separato da una grata di ferro, si trova il coro delle monache, voluto da Rusticucci nel 1596, con soffitto a cassettoni e affreschi attribuiti a Francesco Mezzetti. Qui ci sono anche i reliquiari con figure di san Benedetto, santa Scolastica, san Bernardo e santa Susanna dipinte da Avanzino Nucci nel 1599. Il coro è parte della clausura e anche a chiesa aperta si vede solo attraverso la grata.
Una nota per chi si interessa di musica. Nella chiesa c’è un organo a canne dei Fratelli Ruffatti del 1965, con due tastiere e trasmissione elettrica, pensato per le messe cantate della comunità americana. Nel coro delle monache c’è invece un organo positivo costruito nel 1765 da Antonio Raimondi, arrivato dalla chiesa di San Bernardo a Nepi. Lo strumento settecentesco accompagna il canto gregoriano della clausura.
Sotto la chiesa: la casa romana e i settemila frammenti
Sotto Santa Susanna c’è una città in miniatura. La prima scoperta risale al 1830, dalla cripta, poi arrivarono scavi nel 1938 e una campagna importante negli anni Novanta, durante il restauro delle cantine, con la professoressa Margherita Cecchelli della Sapienza. Negli anni Duemila i lavori seguiti da padre Domenico Lino Pacchierini hanno riportato alla luce una porzione molto ampia dei sotterranei, fino ad allora sconosciuta.
La domus del III secolo conserva pavimenti a mosaico bianco e nero, pareti decorate con motivi vegetali, un corridoio dipinto e porzioni di muratura in opera reticolata. I pezzi più raffinati sono due emblemata in opus vermiculatum, cioè mosaici a tessere minuscole, con scene mitologiche in cui si riconoscono Mercurio e Nettuno. Le fonti su chi abitasse la casa si fermano all’ipotesi, com’è giusto.
Il ritrovamento più emozionante è venuto dalla sacrestia. Negli scavi degli anni Novanta si è trovato un sarcofago romano riutilizzato come sepoltura, con il corpo coperto da circa settemila frammenti di intonaco dipinto. L’Istituto Centrale del Restauro li ha ricomposti come un puzzle e ne sono usciti cinque volti di santi e un’immagine di tipo bizantino della Madonna con il Bambino, riferiti alla chiesa altomedievale.
Da una lastra di vetro nel pavimento della sacrestia si vedono parte della chiesa paleocristiana e i resti della casa romana. Dagli scavi è venuto anche un timpano con l’Agnello di Dio fra Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Tutto questo si trova dentro la clausura e oggi non è accessibile al pubblico. Se un giorno verrà organizzata una visita agli scavi, sarà un evento raro, da prenotare al volo.
La foto giusta da fare a Santa Susanna
La foto buona si fa dal marciapiede opposto, dal lato di San Bernardo, in verticale, con l’obiettivo alla focale più corta che avete e il telefono tenuto dritto, senza inclinarlo verso l’alto. Inclinando, le linee della facciata cadono all’indietro e tutto il lavoro di Maderno sui piani successivi si perde. Meglio tagliare un pezzo di strada in basso e correggere dopo che deformare le colonne.
La luce migliore è quella del mattino, quando il sole arriva basso e fa emergere i rilievi del travertino. In pieno giorno la facciata diventa una superficie chiara e piatta, e nel tardo pomeriggio perde il sole. Con il cielo coperto le statue delle nicchie restano leggibili ma l’insieme perde profondità. Aspettate che passi l’autobus, perché su questa strada c’è sempre un mezzo davanti.
La seconda inquadratura è il dettaglio delle due colonne ai lati del portale, una semincassata e una a tutto tondo. Avvicinatevi e fotografate lo spigolo, di tre quarti, da sinistra. È la foto che spiega la facciata meglio di cento parole, perché si vede il muro che avanza. Aggiungete la statua di Susanna nella nicchia, in alto a sinistra dell’inquadratura, per dare la scala.
Terza foto, la più romana: dal largo di Santa Susanna, con i blocchi delle mura serviane in primo piano nel giardino e il fianco della chiesa sullo sfondo. Nella stessa immagine mettete insieme il IV secolo avanti Cristo e il Seicento. Evitate invece la foto frontale dal centro della strada: oltre al pericolo, esce una facciata compressa e un portone chiuso, cioè la parte meno interessante.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Intorno al 280, secondo la ricostruzione più diffusa, in questo punto dell’alto Quirinale esisteva una casa usata dai cristiani per riunirsi. La zona allora era residenziale, con ville e case signorili, e a pochi anni di distanza avrebbe visto il cantiere enorme delle Terme di Diocleziano, inaugurate nei primi anni del IV secolo. La chiesa prese il nome di Santa Susanna alle Terme di Diocleziano proprio da quel vicino ingombrante.
Alla fine dell’VIII secolo papa Leone III rifece la chiesa quasi da zero, aggiungendo la grande abside e custodendo le reliquie nella cripta. Nel catino fece eseguire un mosaico con Cristo fra lui stesso e Carlo Magno, lo stesso sovrano che avrebbe incoronato imperatore il giorno di Natale dell’800. Il mosaico fu danneggiato gravemente nei secoli successivi e oggi in chiesa non ne resta traccia visibile.
Nel 1475 Sisto IV, il papa della Cappella Sistina, ricostruì la chiesa riducendola probabilmente a una sola navata con due cappelle laterali. Le navate laterali della basilica carolingia sparirono, e di loro restano le tracce che si leggono dall’esterno. È la seconda vita dell’edificio, quella che arriva fino alla grande campagna di fine Cinquecento e al cantiere del cardinale Rusticucci.
Il 7 ottobre 1587 una bolla di Sisto V affidò il complesso alle monache cistercensi, le suore di San Bernardo a Santa Susanna, che si erano costituite l’anno prima. Seguì la trasformazione promossa da Rusticucci con Domenico Fontana e Francesco da Volterra, poi la conclusione di Carlo Maderno con la facciata del 1603. Da quel momento la chiesa ha l’aspetto che conosciamo, e la clausura non si è più interrotta.
Nel Novecento la cronologia accelera. Nel 1922 arrivano i Paolisti e la chiesa diventa nazionale per gli americani. Chiude nel 1940, riapre nel 1944, chiude per restauri dal 1986 al 1993. Il 5 luglio 2013 chiude di nuovo per problemi strutturali. Il primo agosto 2017 la parrocchia americana si sposta a San Patrizio e le monache restano sole. Il 20 dicembre 2017 muore l’ultimo cardinale titolare.
Chi è passato da Santa Susanna
Girolamo Rusticucci, cardinale titolare per ventisette anni, vicario del papa per la diocesi di Roma e protettore dei cistercensi. Senza di lui la chiesa di oggi non esisterebbe. Ha scelto gli artisti, ha voluto il coro delle monache, ha messo il suo stemma al centro del soffitto. È il tipico cardinale della Controriforma che usa l’arte come strumento di disciplina religiosa, e lo fa con un gusto molto preciso.
Carlo Maderno e Stefano Maderno hanno lavorato qui negli stessi anni, l’uno sulla facciata e l’altro sulle statue delle nicchie inferiori. Carlo sarebbe diventato l’architetto della facciata di San Pietro e della cupola di Sant’Andrea della Valle. Stefano aveva già firmato nel 1600 la Santa Cecilia che rese celebre il suo nome.
William Henry O’Connell, cardinale arcivescovo di Boston, che nel febbraio 1922 inaugurò il periodo americano. Dopo di lui il titolo di Santa Susanna è andato per decenni ai pastori di grandi diocesi di lingua inglese: Arthur Hinsley di Westminster, Edward Mooney di Detroit, poi gli arcivescovi di Boston Richard Cushing e Humberto Medeiros. Il legame fra la chiesa e Boston è durato quasi sessant’anni.
Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston, cardinale titolare dal 1985 fino alla morte nel 2017. Si era dimesso da Boston nel 2002 dopo lo scandalo degli abusi nell’arcidiocesi e aveva vissuto gli ultimi anni a Roma. Con la sua morte il titolo è rimasto vacante. È una pagina dolorosa che la comunità americana conosce bene e che fa parte, piaccia o no, della storia recente di questa chiesa.
Giovanni Paolo II, che nel 1993 venne per la riconsacrazione dopo i restauri. E poi le generazioni di americani sposati o battezzati qui, i seminaristi, i diplomatici, i turisti della messa in inglese della domenica mattina. Infine le monache, che sono sempre rimaste. Fra le figure dimenticate c’è la badessa che il primo gennaio 1922 consegnò le chiavi della chiesa al rettore americano.
La chiesa degli americani oggi: San Patrizio
Chi arriva a Roma cercando la messa in inglese della comunità americana deve andare a San Patrizio, la chiesa di Villa Ludovisi, in via Boncompagni 31 all’angolo con via Piemonte. La parrocchia la indica così anche per i tassisti. Dal 2017 i Padri Paolisti la curano come parrocchia americana, con l’ospitalità degli agostiniani irlandesi. Da Santa Susanna la si raggiunge a piedi in pochi minuti.
Gli orari pubblicati dalla parrocchia per le messe in inglese sono il sabato alle 18, la domenica alle 9 e alle 10.30, dal lunedì al venerdì alle 18. Il rettore indicato sul sito è padre Matt Berrios, paolista, e il numero di telefono pubblicato è 06 8881 8727. Anche qui vale la regola solita: nei periodi festivi e d’estate gli orari cambiano, quindi controllate sul sito della parrocchia prima di andare.
Il trasferimento è avvenuto dopo una lunga fase di incertezza e, secondo la ricostruzione in lingua inglese più diffusa, anche per iniziativa delle monache, che volevano tornare a gestire in piena autonomia la loro chiesa. Non ci sono dichiarazioni pubbliche delle parti che spieghino la vicenda nei dettagli. Il tono corretto è quello del cambio di sede, senza cercare colpevoli: la clausura ha la sua chiesa, la comunità americana ha una casa.
Chi è interessato alle chiese delle comunità straniere a Roma trova nei dintorni altri casi utili per un confronto. Su via Nazionale c’è San Paolo entro le Mura, chiesa episcopale americana, e nel rione Campo Marzio All Saints, la chiesa anglicana. Due modi diversi di essere comunità di lingua inglese nella città del papa.
Come si arriva e come muoversi in zona
La fermata della metropolitana più comoda è Repubblica, sulla linea A, a pochi minuti a piedi da piazza San Bernardo. Da Stazione Termini si arriva a piedi in un quarto d’ora, passando per piazza della Repubblica e le Terme. Su via XX Settembre passano diverse linee di autobus urbani: controllate numero e percorso sul sito dell’azienda dei trasporti di Roma, perché cambiano spesso con i cantieri.
In auto non conviene. I parcheggi su strada sono pochi e in buona parte riservati, via XX Settembre è una strada di scorrimento sempre carica di traffico, e le regole di accesso al centro cambiano con i varchi e le fasce orarie. Controllate sul sito di Roma Capitale prima di muovervi. Chi arriva da fuori Roma fa meglio a lasciare la macchina in un parcheggio di scambio e prendere la metro A fino a Repubblica.
A piedi la zona è facile e in parte in piano. Via XX Settembre sale leggermente verso Porta Pia, che si trova in fondo al rettilineo, e scende verso il Quirinale e le Quattro Fontane. I marciapiedi sono larghi ma affollati negli orari d’ufficio. Per chi ha problemi di mobilità il percorso è accessibile, ma la chiesa in ogni caso non si visita.
Che cosa non aspettarsi
Non aspettatevi di entrare. Lo ripeto perché è l’errore più comune: molte guide stampate prima del 2013 e alcune app di viaggio indicano ancora Santa Susanna come chiesa aperta con messe in inglese. È un dato vecchio di più di dieci anni. Chi ci porta un gruppo senza avere controllato si trova davanti a un portone chiuso e deve inventarsi qualcosa da raccontare sul marciapiede.
Non aspettatevi neanche cartelli che spieghino la chiusura o i tempi del restauro. Sulla facciata non ci sono pannelli di cantiere con importi e date come nei lavori pubblici, e la comunità di clausura non pubblica comunicati. Chi vuole sapere a che punto si trova il restauro può solo chiedere al monastero, e deve mettere in conto che la risposta possa essere generica. È una proprietà religiosa, non un museo statale.
Non aspettatevi servizi. Sul largo non ci sono bagni pubblici dedicati, né punti informativi, né biglietterie. Per un bagno e una sosta al coperto la soluzione pratica è il museo delle Terme, che ha i suoi servizi per i visitatori paganti, oppure un bar della zona in cui prendete qualcosa. Per chi porta anziani o bambini piccoli conviene programmare la pausa altrove.
Mangiare in zona
La zona fra via XX Settembre, piazza della Repubblica e Termini è una zona di uffici e di passaggio, e il mangiare segue queste due anime. Da una parte bar e tavole calde per gli impiegati dei ministeri, con pranzi veloci e prezzi da quartiere di lavoro. Dall’altra, verso la stazione, locali pensati per chi arriva con la valigia e non tornerà. La distinzione conta più del quartiere.
Il primo segnale da evitare è il buttadentro, la persona sul marciapiede che vi ferma con il menu in mano. Un locale che deve procurarsi i clienti uno per uno non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia. Il secondo è il menu con le fotografie plastificate dei piatti e le traduzioni in cinque lingue: parla a chi non sa che cosa sia una carbonara.
Il terzo segnale è teatrale: la signora che tira la sfoglia in vetrina, sotto gli occhi dei passanti. Non indica qualità, indica una messa in scena studiata per fermarvi. La pasta fresca seria si fa al mattino, in cucina. Il quarto è l’orario continuato dalle dieci del mattino a mezzanotte senza pausa: una cucina vera si ferma, perché chi ci lavora deve preparare e riposare.
Poi ci sono le trappole di prezzo. Nei locali piazzati davanti ai monumenti, e qui intorno ce ne sono diversi, capita di trovare voci senza prezzo, pesce a peso non dichiarato, menu diversi fra la sala e i tavoli fuori, conti adattati a chi sembra di passaggio. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare e controllate il conto. Non è sfiducia, è un’abitudine che hanno anche i romani.
Perché i romani non ci vanno? Non per snobismo. Semplicemente, chi vive e lavora qui conosce i due o tre posti dove mangiano gli impiegati, sa che a pranzo si trova da sedersi solo prima dell’una o dopo le due e mezza, e non ha bisogno di foto per scegliere. Per partire da una base sicura c’è la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.
Che cosa abbinare in giornata
L’abbinamento obbligatorio è Santa Maria della Vittoria, a pochi metri, con la cappella Cornaro e l’Estasi di santa Teresa, tappa centrale di ogni giro su Bernini a Roma. Poi San Bernardo alle Terme, ricavata in una delle rotonde angolari delle Terme di Diocleziano. Con Santa Susanna fanno un trittico che va dal Seicento controriformista al barocco pieno in cento metri. Chiudete con la Fontana del Mosè.
Chi ha mezza giornata continua verso piazza della Repubblica e la basilica di Santa Maria degli Angeli, l’aula termale trasformata da Michelangelo. Da lì si entra nel museo delle Terme e nell’Aula Ottagona, e dall’altra parte della piazza dei Cinquecento a Palazzo Massimo, con gli affreschi della villa di Livia. È la giornata archeologica perfetta per chi dorme vicino a Termini.
La direzione opposta porta al barocco. Scendendo verso le Quattro Fontane si trovano San Carlino di Borromini e Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, poi piazza del Quirinale. Chi preferisce la pittura scende a Palazzo Barberini. Per costruire il percorso con ordine servono i nostri itinerari su Roma barocca e su Borromini a Roma.
Verso nord si risale su via Veneto, con la chiesa dei Cappuccini e la sua cripta, e con la Casa Museo Boncompagni Ludovisi, nel quartiere nato sulla vecchia villa dove oggi si trova anche San Patrizio. Poco più in là, l’obelisco Sallustiano segna il limite degli antichi giardini di Sallustio.
Chi invece vuole restare sul tema delle chiese antiche e dei titoli paleocristiani va verso l’Esquilino: Santa Pudenziana, con uno dei mosaici absidali più antichi di Roma, Santa Prassede e Santa Maria Maggiore. Il giro sul quartiere si completa con la nostra guida all’Esquilino e con quella del rione Monti.
Per chi segue il filo delle chiese nazionali e di comunità a Roma, le altre schede di questa serie aiutano a confrontare storie simili: Santo Spirito dei Napoletani, San Biagio degli Armeni, Sant’Atanasio dei Greci, Santa Maria Odigitria dei siciliani e Santo Stefano degli Abissini. Ognuna racconta un modo diverso di essere stranieri nella città dei papi.
Domande frequenti
La chiesa di Santa Susanna è aperta?
No. Santa Susanna è chiusa al pubblico dal 5 luglio 2013 per problemi strutturali e restauri, e alla data di verifica non risulta pubblicata nessuna data di riapertura. La facciata si vede liberamente da via XX Settembre. Per notizie aggiornate si può telefonare al monastero delle cistercensi, ai numeri 06 42013734 e 06 42014554 pubblicati da Roma Capitale.
Dove si trova la messa in inglese della comunità americana?
Dal primo agosto 2017 la parrocchia americana si trova a San Patrizio, in via Boncompagni 31 all’angolo con via Piemonte, curata dai Padri Paolisti. Gli orari pubblicati sono il sabato alle 18, la domenica alle 9 e alle 10.30 e dal lunedì al venerdì alle 18. Conviene controllare sul sito della parrocchia nei periodi festivi.
Chi gestisce oggi Santa Susanna?
Il complesso appartiene alla comunità monastica delle cistercensi di Santa Susanna, presente qui dal 1587 per volontà di Sisto V. Dopo la partenza dei Padri Paolisti nel 2017 la comunità è rimasta l’unica titolare della chiesa e del monastero. Si tratta di una clausura: le monache non organizzano visite turistiche e non gestiscono biglietterie.
Chi ha progettato la facciata di Santa Susanna?
La facciata è di Carlo Maderno, conclusa nel 1603, pochi anni prima del suo incarico per la facciata di San Pietro. È in travertino, su due ordini, con un avanzamento progressivo di lesene e colonne verso il portale. Le statue di Susanna e Felicita ai lati del portale sono attribuite a Stefano Maderno, l’autore della Santa Cecilia.
Gli affreschi della navata raccontano la vita della martire?
No, e l’equivoco è frequente. Le sei scene di Baldassarre Croce lungo la navata, dipinte come finti arazzi alla fine del Cinquecento, raccontano la Susanna biblica del libro di Daniele, accusata dai due anziani e salvata dal profeta. La martire romana compare invece nella pala dell’altare maggiore di Tommaso Laureti e nell’abside di Cesare Nebbia.
La storia di Susanna martire è vera?
Il culto è antico e documentato, e il nome di Susanna è legato a questa chiesa almeno dal VI secolo. La storia del matrimonio rifiutato con un figlio di Diocleziano viene invece da una passione tardoantica di impianto leggendario, e le fonti antiche non attribuiscono figli maschi a quell’imperatore. Sotto la chiesa esiste davvero una casa romana del III secolo.
Si possono visitare gli scavi sotto la chiesa?
Gli scavi della domus romana e i resti della chiesa paleocristiana si trovano dentro il monastero di clausura e oggi non sono accessibili al pubblico. Non esiste un calendario di visite pubblicato. Chi ha un interesse di studio può scrivere al monastero, all’indirizzo monastero-s.susanna@libero.it, spiegando con precisione il motivo della richiesta e accettando i tempi della comunità.
Santa Susanna ha ancora un cardinale titolare?
No. Il titolo cardinalizio di Santa Susanna è vacante dalla morte del cardinale Bernard Francis Law, avvenuta il 20 dicembre 2017. Per gran parte del Novecento il titolo è andato a cardinali di lingua inglese, in particolare agli arcivescovi di Boston, in coerenza con il ruolo della chiesa come riferimento della comunità americana a Roma.
Chi ha scritto la pagina
La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Stato di apertura, recapiti e orari riportati qui risultano dalle fonti ufficiali e dalla stampa diocesana alla data indicata in apertura: trattandosi di una chiesa di clausura chiusa per restauri, ricontrollateli con il monastero prima di andare. Segnalateci quello che trovate cambiato.
Accompagnare un gruppo fra le chiese di via XX Settembre significa sapere quali sono aperte e quali no, a che ora arriva la luce giusta sulle facciate, dove fare la sosta e come raccontare una chiesa chiusa senza perdere l’attenzione di quaranta persone sul marciapiede. Chi si trova davanti a questo tipo di lavoro trova su Tour Leader Pro materiali pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè collegamenti fra aeroporti e stazioni, orari stagionali, spostamenti fuori dal centro di Roma verso i Castelli, i laghi vulcanici del nord, la costa tirrenica e i borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
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