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Santa Maria Odigitria

Santa Maria Odigitria si trova in via del Tritone 82, a Roma, ed è la chiesa nazionale dei Siciliani: fa capo all’Arciconfraternita di Santa Maria Odigitria dei Siciliani in Roma ed è custodita dalle Sorelle Francescane del Vangelo. L’ingresso è libero e gratuito, senza prenotazione. Apre solo nei giorni feriali, dalle 7.30 alle 10.30 e dalle 16.30 alle 19.30, con la messa alle 18.30. La domenica, nei festivi e per tutto luglio e agosto resta chiusa.

È una chiesa piccola, a navata unica, affacciata su una delle strade più trafficate del centro, e quasi tutti quelli che scendono da piazza Barberini verso la Fontana di Trevi ci passano davanti senza alzare gli occhi. Dentro trovate una copia dell’icona bizantina della Vergine Odigitria, quella che nei paesi dell’isola chiamano Madonna dell’Itria, e quattro cappelle dedicate ai santi della Sicilia, con pale dipinte da artisti siciliani del Novecento.

Orari, contatti e modalità di accesso riportati qui corrispondono a quanto pubblicato dall’Arciconfraternita sul proprio sito alla data del 28 settembre 2026. Per qualunque cambiamento, per le feste dei santi siciliani o per una visita di gruppo, i recapiti ufficiali sono il telefono 06 4885872, il secondo numero 06 47822976 e la posta chiesaodigitria@odigitria.org. Nei mesi estivi la chiesa resta chiusa, e chi arriva a Roma in agosto trova il portone sbarrato.

Interno di Santa Maria Odigitria al Tritone
L'interno di Santa Maria Odigitria al Tritone. Foto di Lalupa, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

La chiesa si trova lungo via del Tritone, la strada che sale da largo Chigi e da via del Corso fino a piazza Barberini e alla Fontana del Tritone del Bernini, da cui prende il nome. Il rione è Colonna. Il portone dà direttamente sul marciapiede, senza sagrato e senza scalinata, fra vetrine di negozi, taxi e autobus che passano di continuo: se non sapete che c’è, la perdete.

La facciata è in travertino, a due ordini separati da una cornice. In basso il portale architravato, in alto una finestra semicircolare chiusa da un timpano triangolare. L’iscrizione dedicatoria dice IN HONOREM SANCTAE MARIAE ODIGITRIAE, senza fronzoli. Le schede storiche attribuiscono questa fronte sobria a Giuseppe Palazzi, che la completò alla fine dell’Ottocento, parecchi decenni dopo il rifacimento interno guidato da Francesco Manno.

Dentro l’impianto è semplice: una sola navata con abside semicircolare e due cappelle per lato. Sull’altare maggiore, in una raggiera di legno dorato, c’è l’icona dell’Odigitria arrivata nel 1974 come dono del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Le quattro cappelle laterali sono dedicate ai santi papi siciliani, a santa Lucia, a sant’Agata e a santa Rosalia, e ciascuna ha una pala dipinta apposta da un pittore dell’isola.

Accanto alla chiesa si trova l’oratorio della confraternita, che conserva sulla volta una Santa Rosalia dipinta dal siciliano Gaetano Sottino e riferita al Settecento. L’oratorio non fa parte di un percorso di visita aperto: è la sede di lavoro del sodalizio, con archivio e biblioteca. Se vi interessa vederlo, chiedetelo per posta con anticipo, spiegando chi siete e perché, e mettete in conto che la risposta possa essere negativa.

Che cosa non trovate: nessun biglietto, nessuna audioguida, nessun pannello illustrativo in più lingue, nessun bookshop. È una chiesa di culto, aperta per la preghiera e l’adorazione eucaristica, non un monumento attrezzato per il turismo. Dieci minuti bastano per vedere tutto, venti se vi fermate davanti alle pale. Il valore del posto è nella storia che racconta, più che in un singolo capolavoro da spuntare sulla lista.

Come si entra: orari, messe e chi la gestisce

L’Arciconfraternita pubblica un orario semplice. Nei giorni feriali la chiesa è aperta al mattino dalle 7.30 alle 10.30 e al pomeriggio dalle 16.30 alle 19.30, per l’adorazione eucaristica. La liturgia prevede le lodi alle 8, i vespri alle 17.30 e la messa alle 18.30. La domenica, nei giorni festivi e nei mesi di luglio e agosto la chiesa resta chiusa, senza eccezioni annunciate.

La domenica chiusa sorprende molti. La spiegazione la dà la stessa confraternita: invita i confratelli a frequentare la propria parrocchia nelle domeniche e nelle solennità. Santa Maria Odigitria non è una parrocchia, e le schede diocesane la indicano come luogo di culto sussidiario della parrocchia di Sant’Andrea delle Fratte, che si trova a pochi minuti a piedi, in direzione di piazza di Spagna.

Chi la gestisce: la chiesa fa capo all’Arciconfraternita di Santa Maria Odigitria dei Siciliani in Roma, associazione pubblica di fedeli con personalità giuridica, guidata da un primicerio che ne è il legale rappresentante. La custodia quotidiana è affidata alle Sorelle Francescane del Vangelo. Sono loro che aprono e chiudono il portone ogni giorno, ed è anche per rispetto del loro lavoro che conviene entrare in silenzio negli orari di adorazione.

I recapiti pubblicati sono il telefono 06 4885872, il numero 06 47822976, il cellulare 349 5823153 e la posta chiesaodigitria@odigitria.org. L’indirizzo postale è via del Tritone 82, 00187 Roma. Gli orari della segreteria non sono pubblicati, quindi per telefonare scegliete le fasce di apertura della chiesa, quando è più probabile trovare qualcuno. Per le richieste di gruppo la posta elettronica resta il canale più ordinato.

L’ingresso è gratuito e non esiste una prevendita. Nessun portale vende visite alla chiesa dei Siciliani, e se qualcuno vi propone un biglietto sta rivendendo un giro del quartiere che passa davanti al portone. Le offerte si lasciano nella cassetta, come in ogni chiesa romana. Le visite di gruppo con una guida vanno concordate con la confraternita, che non pubblica tariffe né calendari di visite organizzate.

Una curiosità su Santa Maria Odigitria

Via del Tritone, prima di chiamarsi così, portava il nome di questa Madonna. La confraternita racconta che nel 1594 l’oratorio fu ricavato in alcune case donate dal sacerdote Matteo Catalano, in una zona periferica detta presso li due macelli, lungo una viuzza chiamata della Madonna di Costantinopoli. Quella Madonna era proprio l’icona dei Siciliani, copia dell’immagine venerata sul Bosforo, e il vicolo ne prese il nome.

Il riferimento ai due macelli, a sua volta, sopravvive nel nome di via dei Due Macelli, che sbuca a pochi metri dalla chiesa e porta verso piazza di Spagna. In quel punto di Roma, alla fine del Cinquecento, c’erano orti, stalle, mattatoi e poche case. La città si stava allargando verso il Quirinale, e i Siciliani misero radici dove i terreni costavano poco e lo spazio non mancava.

Il nome della Madonna è un’altra curiosità. Odigitria viene dal greco e significa colei che indica la via, perché nell’icona la Vergine tiene il Bambino sul braccio e con l’altra mano lo indica. In Sicilia il nome si è accorciato in Itria, e la Madonna dell’Itria è venerata in molti paesi dell’isola. Il verbale di fondazione del 1593, infatti, parla di Santa Maria d’Itria e non di Odigitria.

Terza curiosità, meno nota: papa Paolo V concesse alla confraternita, con la bolla Pias Christi fidelium, il privilegio di liberare un condannato in occasione della festa dell’Odigitria. Era un diritto che a Roma avevano poche confraternite, e diceva molto sul peso dei Siciliani, sudditi della corona di Spagna, nella città dei papi. Quante volte e fino a quando il privilegio sia stato esercitato, il dato non è pubblicato.

L’icona dell’Odigitria: documenti, tradizione, leggenda

Conviene separare tre piani. Quello che dicono i documenti: a Costantinopoli, nel monastero detto degli Odegoi, si venerava un’icona della Vergine con il Bambino che ha dato il nome a un intero tipo iconografico, e la sua processione del martedì è descritta dai viaggiatori medievali. Quell’icona scomparve con la caduta della città nel 1453. Tutte le Odigitrie del mondo sono copie o derivazioni di quel modello.

Quello che dice la tradizione: l’originale sarebbe stato portato dalla Terra Santa a Costantinopoli nel quinto secolo dall’imperatrice Eudocia, moglie di Teodosio II, e custodito nel monastero costruito apposta. Sulla fine dell’icona circolano versioni diverse, fra cui quella che la vuole fatta a pezzi dopo la conquista ottomana. Sono racconti antichi, ripetuti per secoli, che però non si possono verificare con documenti contemporanei ai fatti.

Quello che è leggenda: che l’icona fosse stata dipinta dall’evangelista Luca, dal vero, con la Madonna in posa. La stessa confraternita usa la formula tradizionalmente attribuita a san Luca, che è quella corretta. Gli storici dell’arte collocano la diffusione del tipo dell’Odigitria, come lo conosciamo, dopo la fine dell’iconoclastia, fra nono e decimo secolo, e nessuna tavola del primo secolo con queste caratteristiche è mai stata trovata.

Poi c’è il capitolo romano. La prima immagine collocata nell’oratorio del 1594 era, secondo la confraternita, una copia di quella venerata a Costantinopoli. Nel 1651 il Capitolo vaticano la incoronò solennemente, il riconoscimento che Roma riservava alle immagini mariane di grande devozione popolare. Che fine abbia fatto quella tela dopo i saccheggi di fine Settecento, il dato non è pubblicato, e le guide recenti non ne parlano.

L’icona che vedete oggi sull’altare maggiore arriva nel dicembre 1974, quando il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, consacrò l’altare. Le fonti non concordano sul donatore: una pagina della confraternita parla del patriarca Atenagora, un’altra del patriarca Dimitrios I. Le due versioni si conciliano se il dono fu deciso sotto Atenagora, morto nel 1972, e consegnato dal successore. È un gesto ecumenico, non il ritorno di un originale.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria Odigitria

La chiesa che vedete non è quella del Cinquecento, e nemmeno una chiesa del Settecento. Fra il 1798 e il 1799, con la Repubblica Romana e l’occupazione francese, il complesso fu devastato e sconsacrato, e nel febbraio 1799 i beni della confraternita vennero incamerati dall’ospedale di San Giovanni. Quello che resta oggi è una ricostruzione dell’Ottocento su un impianto più antico. Chi cerca il barocco siciliano qui non lo trova.

Il rifacimento ha un nome preciso. Dal 1805 i lavori seguono il progetto di Francesco Manno, pittore e architetto siciliano, accademico di San Luca, e la chiesa riapre al culto il 21 maggio 1817. Altre fonti collocano i lavori fra il 1814 e il 1817, e la confraternita ricorda anche un completamento nel 1840 con l’architetto Biagio Lipari. Le date non coincidono del tutto, ma la sostanza è una: interno neoclassico, di mano siciliana.

Il secondo fatto che nessuno racconta riguarda gli affreschi. Fra il 2013 e il 2014, restaurando le cappelle laterali, i tecnici hanno ritrovato lunette affrescate con scene della vita di san Corrado Confalonieri, l’eremita venerato a Noto, riferite al Seicento. Nessuna guida recente le segnalava perché nessuno sapeva che ci fossero. Nella cappella di Sant’Agata si vedono di nuovo, ed è la parte più antica della decorazione superstite.

Terzo dettaglio: san Corrado aveva una cappella sua già nel Seicento. L’abate Filippo Titi, nella guida di Roma del 1674, elenca una cappella di San Corrado con opere di Alessandro Vitale, una di Santa Rosalia con opere di un Valesio bolognese, una di San Leone con un dipinto di Pietro del Po e tele laterali di Francesco Ragusa. Confrontare quell’elenco con quello che si vede oggi è il modo più onesto di capire quanto è andato perduto.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria Odigitria

Entrate nel pomeriggio, fra le 17 e le 18, poco prima dei vespri delle 17.30 o subito dopo, e restate in fondo alla navata. È l’ora in cui le suore sono presenti, la chiesa è illuminata e il rumore di via del Tritone arriva attutito. Se arrivate verso le 18.25, entrate per la messa oppure rimandate: girare per le cappelle durante la celebrazione non si fa, e lì dentro si nota subito.

Guardate le pale una per una, partendo da quella di santa Lucia. Sono quattro dipinti commissionati fra il 1988 e il 1990, arrivati grazie alla Sicilcassa, la banca regionale siciliana di allora, e ognuno parla un linguaggio diverso. È una piccola galleria di pittura siciliana del secondo Novecento, gratuita e poco frequentata, che si capisce meglio sapendo prima chi erano gli autori. Ne parlo nel capitolo sulle opere.

Abbinate la visita a una sosta in un’altra chiesa di comunità. Da qui Sant’Atanasio dei Greci si raggiunge a piedi passando da piazza di Spagna, e lì l’icona non è una copia devozionale ma parte viva di una liturgia in rito bizantino. Vedere le due chiese nella stessa ora spiega che cosa significhi un’immagine orientale trapiantata dentro una devozione latina e popolare come quella siciliana.

Se siete siciliani, o viaggiate con qualcuno che lo è, scrivete prima alla confraternita. Le feste dei santi dell’isola sono il momento in cui la chiesa vive davvero, con la comunità siciliana di Roma presente, e i giorni esatti delle celebrazioni romane vanno chiesti di anno in anno, perché il gestore non li indica in un calendario fisso. Entrare in un giorno qualunque e in un giorno di festa sono due esperienze diverse.

Ultimo consiglio, pratico: non costruite un giro su questa chiesa senza aver controllato il calendario. Il sabato è un giorno feriale e l’orario pubblicato vale, ma prima dei giorni festivi e nei ponti conviene telefonare. Luglio e agosto sono esclusi del tutto. Settembre, ottobre e la primavera sono i periodi migliori: la chiesa è aperta, le giornate sono lunghe e il centro è meno affollato che in piena estate.

Le feste siciliane e la confraternita oggi

La confraternita dedica sul proprio sito pagine intere alle sante patrone della Sicilia: santa Rosalia, patrona di Palermo, sant’Agata, patrona di Catania, e santa Lucia, patrona di Siracusa. Sono le tre sante delle cappelle, insieme ai papi siciliani, e sono le ricorrenze attorno alle quali la comunità si ritrova. Per Rosalia la tradizione palermitana ha due date, il 15 luglio, ritrovamento delle reliquie, e il 4 settembre, giorno della morte.

Le altre date sono quelle del calendario liturgico: sant’Agata il 5 febbraio, santa Lucia il 13 dicembre. Il 15 luglio cade quando la chiesa romana è chiusa per l’estate, quindi la ricorrenza di Rosalia che si può incontrare in via del Tritone è con ogni probabilità quella di settembre. Modalità e giorni delle celebrazioni romane, però, il gestore non li indica in un calendario pubblico, e vanno chiesti per posta o per telefono.

Il legame con Rosalia ha anche un aspetto storico documentato. Nel 1783 papa Pio VI venne in questa chiesa a pregare davanti alle reliquie di santa Rosalia, in occasione del terremoto che aveva colpito la Sicilia orientale. La presenza di reliquie della santa palermitana nella chiesa romana è quindi attestata almeno dal Settecento. Dove e come siano custodite oggi, e se vengano esposte nel giorno della festa, il gestore non lo indica.

Oggi la confraternita è un’associazione pubblica di fedeli iscritta nel registro delle persone giuridiche di Roma, con fini di religione e di culto e senza scopo di lucro. Dal 1998 ha dato vita a un Centro per lo studio della storia e della cultura di Sicilia, e pubblica online l’inventario del suo archivio storico, con carte che vanno dal 1593 al 1970. Per chi studia la presenza siciliana a Roma è una miniera.

La vita associativa si vede nei gesti. Quando nel 2011 il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, prese possesso del titolo della chiesa, la confraternita gli consegnò un anello d’oro con l’icona dell’Odigitria in micromosaico, la tecnica romana per eccellenza. Nell’ottobre dello stesso anno la nuova illuminazione fu inaugurata alla presenza di ventidue vescovi siciliani. Numeri da cattedrale, per una chiesa di queste dimensioni.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Lo sanno tutti che le chiese nazionali di Roma sono nate per assistere i forestieri. Pochi ricordano che quella dei Siciliani nasce prima come ospedale che come chiesa. Il 5 settembre 1593 sei siciliani si riuniscono per fondare un hospitale sotto la invocazione di Santa Maria d’Itria, destinato ai conterranei che arrivavano a Roma per devozione o per affari e trovavano una città cara, affollata e poco accogliente.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la data. Il breve Pastoris Aeterni con cui Clemente VIII istituisce canonicamente la confraternita porta la data del 5 febbraio 1594, che nel calendario è la festa di sant’Agata, la martire di Catania. La coincidenza passa quasi sempre sotto silenzio, e forse è davvero solo una coincidenza. Ma per un gruppo di siciliani ricevere il riconoscimento del papa nel giorno di Agata non era un dettaglio da poco.

Terzo: il titolo di chiesa regia. I sovrani di Spagna autorizzarono per la chiesa dei Siciliani il titolo di regia, e nel 1710 il viceré Carlo Antonio Spinola lo conferì formalmente. Significa che la chiesa era sotto la protezione della corona che governava la Sicilia. Per questo la sua storia segue quella dell’isola: Aragona, Spagna, poi i Borbone, poi l’Italia unita, che la trasformò da chiesa nazionale in chiesa regionale.

Ecco perché la chiesa dei Siciliani e quella dei Napoletani sono due. Anche dopo il 1816, quando Napoli e Palermo diventarono un unico Regno delle Due Sicilie, le due comunità mantennero ciascuna la propria chiesa a Roma: i Siciliani in via del Tritone, i Napoletani a Santo Spirito dei Napoletani. Le identità regionali italiane, a Roma, si leggono nelle confraternite prima che nei libri di storia.

Le opere e chi le ha fatte

Partiamo da quello che si vede. Sull’altare maggiore l’icona dell’Odigitria del 1974, nella raggiera dorata. Nelle quattro cappelle, le pale arrivate fra il 1988 e il 1990: i santi Leone II, Agatone e Metodio di Giuseppe Migneco, il martirio di santa Lucia di Salvatore Fiume, sant’Agata risanata da san Pietro di Sebastiano Milluzzo, santa Rosalia di Mario Bardi. Quattro pittori siciliani del Novecento, quattro modi diversi di fare pittura sacra.

La scelta dei tre santi di Migneco ha un senso preciso. Agatone e Leone II furono papi nel settimo secolo e la tradizione li vuole entrambi siciliani, mentre Metodio, nato a Siracusa, fu patriarca di Costantinopoli nel nono secolo e restaurò il culto delle immagini dopo l’iconoclastia. Il legame con l’Odigitria è diretto: il santo siciliano che rimise le icone sugli altari di Bisanzio accompagna l’immagine bizantina più celebre.

Salvatore Fiume è il nome più noto al grande pubblico, pittore e scultore di Comiso che ha lavorato fra arte, design e scenografia, e il suo martirio di santa Lucia ha il segno largo e riconoscibile delle sue figure. Migneco, messinese, porta nella pala il suo realismo di impronta sociale. Milluzzo, catanese, e Bardi, palermitano, completano la geografia: quasi ogni grande città dell’isola ha il suo pittore nella chiesa.

Poi c’è quello che si è perso. Le guide antiche ricordano dipinti di Giovanni Quagliata, pittore messinese del Seicento, di Tommaso Sciacca, di Pietro del Po e di Francesco Ragusa. Il San Francesco Saverio che il Titi assegnava a Quagliata, la cappella di Santa Rosalia con le opere del Valesio: tutto questo non c’è più, disperso o distrutto fra il 1798 e l’inizio dell’Ottocento. Dove siano finite le eventuali tele superstiti, il dato non è pubblicato.

Nel presbiterio e nella navata trovate anche un ambone di marmo disegnato dall’architetto Giorgio Della Longa e un Cristo velato in bronzo che la confraternita attribuisce a Rudolf Koller. La vetrata artistica intitolata Sikanìe, realizzata nel 2015 su disegno di Nicola Busardò, porta nella chiesa la luce colorata di un’opera contemporanea. Il pavimento in marmi bianchi e bigi risale invece al 1850, ed è uno dei pochi elementi ottocenteschi rimasti intatti.

La posizione controcorrente è questa: le pale del 1988 vengono spesso liquidate come arte di servizio, fuori posto in una chiesa romana. A nostro giudizio è vero il contrario. Sono la cosa più interessante della chiesa, perché è raro vedere quattro pittori siciliani viventi chiamati insieme a dipingere per la propria comunità lontano dall’isola. Chiese romane piene di copie seicentesche di mestiere ne trovate in ogni rione. Una sala di pittura siciliana del Novecento, no.

La foto giusta da fare a Santa Maria Odigitria

La foto giusta è quella dell’altare maggiore dal fondo della navata, con l’icona nella raggiera dorata al centro e le due coppie di cappelle a fare da quinte. Mettetevi in asse con il portale, abbassate un poco la macchina e lasciate che la navata corta porti l’occhio verso l’oro. Senza flash, senza treppiede, e soltanto quando in chiesa non c’è nessuno in preghiera davanti all’altare.

La seconda è un dettaglio. L’icona fotografata da vicino perde senso, mentre la pala di santa Lucia di Salvatore Fiume regge bene un’inquadratura stretta, con la figura della santa che riempie il formato verticale. Se la luce del pomeriggio entra dalla vetrata, i colori fanno il resto. Chiedete sempre alla suora presente se si può fotografare: la regola non è pubblicata e vale quello che vi dicono sul posto.

Fuori, la facciata è difficile. Via del Tritone è stretta per l’altezza dei palazzi, il traffico non si ferma mai e i mezzi pubblici passano a ritmo continuo. L’unico momento in cui la fronte si fotografa intera è la domenica mattina presto, quando la chiesa è chiusa ma la strada è quasi vuota. Mettetevi sul marciapiede opposto e usate un grandangolo moderato, accettando le linee cadenti.

Evitate la foto della facciata di sbieco dal marciapiede della chiesa: viene fuori un pezzo di travertino schiacciato fra due vetrine. Meglio un dettaglio, l’iscrizione dedicatoria con la luce radente del tardo pomeriggio, che racconta il posto meglio di qualunque veduta intera. Chi colleziona scorci del Tritone trova la foto più bella qualche centinaio di metri più su, alla fontana del Bernini in piazza Barberini.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

1593 e 1594. Il 5 settembre 1593 un gruppo di siciliani si riunisce a Roma, in un locale messo a disposizione presso la chiesa di San Leonardo de Albis, nel rione Sant’Angelo, per fondare l’ospedale. Il 5 febbraio 1594 Clemente VIII istituisce la confraternita con il breve Pastoris Aeterni, rivolto ai pii Christi fideles siculi in urbe exsistentes. Nello stesso anno arriva la donazione delle case sulla strada della Madonna di Costantinopoli.

1595 e 1596. I lavori della chiesa cominciano nel 1595 e l’inaugurazione solenne avviene nell’agosto 1596. Le fonti non concordano sul giorno: la confraternita indica il 15 agosto, festa dell’Assunta, altre il 17. Da quel momento la chiesa funziona come chiesa nazionale dei sudditi siciliani della corona spagnola, con un ospizio per i pellegrini e un’accoglienza per i giovani siciliani venuti a studiare a Roma.

Il Seicento è il secolo dei privilegi. Paolo V concede il diritto di liberare un condannato nella festa dell’Odigitria, i sovrani di Spagna autorizzano il titolo di chiesa regia, e nel 1651 il Capitolo vaticano incorona solennemente l’immagine della Vergine. Nel 1674 la guida di Filippo Titi descrive cappelle decorate da pittori in buona parte siciliani o legati all’isola, segno di una comunità che aveva mezzi e ambizioni.

1783 e 1798. Nel 1783 Pio VI viene a pregare davanti alle reliquie di santa Rosalia per il terremoto della Sicilia orientale. Quindici anni dopo tutto crolla: il 15 febbraio 1798 cade il potere temporale del papa, in dicembre l’esercito di Ferdinando IV entra a Roma, nel febbraio 1799 i beni della confraternita vengono incamerati. La chiesa, saccheggiata e sconsacrata, resta inservibile per quasi vent’anni.

1805, 1817 e 1840. I restauri partono nel 1805 su progetto di Francesco Manno, nel 1814 l’oratorio torna a ospitare le assemblee, e il 21 maggio 1817 la chiesa riapre al culto. Nel 1840 l’architetto Biagio Lipari completa i lavori e viene aggiunto un organo, poi rimosso nel 1914. Alla fine dell’Ottocento Giuseppe Palazzi completa la facciata sobria che vedete oggi dalla strada.

Il Novecento. Dopo decenni di declino, nel 1970 la nomina a primicerio di monsignor Antonio Maria Travia rilancia il sodalizio e la chiesa viene restaurata. Il 12 febbraio 1973 Paolo VI la eleva a diaconia cardinalizia con la bolla Romana Templa, e il 13 dicembre 1974, festa di santa Lucia, il cardinale Salvatore Pappalardo consacra l’altare con la nuova icona. Fra il 1988 e il 1990 arrivano le quattro pale.

Il Duemila. Il 20 novembre 2010 Benedetto XVI assegna al cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, il titolo di Santa Maria Odigitria, e il 22 gennaio 2011 Romeo ne prende possesso. Dal marzo 2011 partono consolidamento della volta, deumidificazione e nuovi impianti, il 23 giugno 2012 si chiude il restauro della facciata, e fra il 2013 e il 2014 quello delle cappelle, con la scoperta degli affreschi di san Corrado.

Chi è passato da Santa Maria Odigitria

Matteo Catalano, sacerdote di Palazzolo Acreide, che donò le case dove nacque il primo oratorio. Le fonti siciliane lo ricordano come segretario del cardinale Simone Tagliavia d’Aragona e come benefattore generoso della confraternita, con una donazione in denaro oltre che in immobili.

I sei fondatori del 1593, nomi che nessuna guida cita: Giuseppe Aragona, Pietro Bongiorno, Giuseppe D’Amato, Andrea Altieri, Vincenzo Musca e Giuseppe Musolino. Non erano nobili né prelati. Erano siciliani che vivevano a Roma e vedevano arrivare conterranei senza appoggi, malati, senza denaro. La chiesa è nata dalla loro iniziativa, e il primo documento parla di un ospedale, non di un monumento da mostrare.

Clemente VIII, Paolo V, Pio VI e Paolo VI: quattro papi che hanno lasciato una firma su questa chiesa, con il breve di fondazione, il privilegio del condannato, la visita del 1783 e la diaconia del 1973. È un elenco raro per una chiesa di queste dimensioni. Pio VI in particolare venne di persona, e la sua visita in un momento di lutto per la Sicilia fu un gesto politico oltre che religioso.

Francesco Manno, che ricostruì l’interno dopo i saccheggi, era accademico di San Luca, l’istituzione degli artisti che ha sede ancora oggi all’Accademia Nazionale di San Luca, a pochi minuti da qui. La chiesa rinata nel 1817 è quindi opera di un siciliano formato nel sistema accademico romano, e questo spiega l’aria composta, quasi austera, di un interno che non somiglia affatto alle chiese dell’isola.

I cardinali di Palermo. Salvatore Pappalardo, arcivescovo della città per un quarto di secolo, prese possesso del titolo nel 1974 e lo tenne fino alla morte, nel dicembre 2006. Paolo Romeo, arrivato sulla cattedra palermitana nel 2006, lo ha ricevuto nel 2010. Il legame fra la chiesa romana dei Siciliani e l’arcidiocesi di Palermo passa da questi due nomi, e dal fatto che il titolo sia andato due volte al capoluogo.

Il patriarca ecumenico, infine, che ha dato alla chiesa il suo oggetto più importante. Il dono dell’icona nel 1974 si colloca negli anni del dialogo fra Roma e Costantinopoli seguiti all’incontro fra Paolo VI e Atenagora a Gerusalemme, nel 1964. Un’Odigitria che arriva a Roma dal Fanar, in una chiesa latina di siciliani, è una piccola pagina di storia ecumenica che pochi visitatori conoscono.

Le altre chiese nazionali e regionali di Roma

Santa Maria Odigitria fa parte di una rete che pochi percorrono per intero. Roma ha chiese nazionali per quasi ogni popolo europeo e per le antiche regioni d’Italia: San Luigi dei Francesi, Santa Maria dell’Anima per i tedeschi, Sant’Antonio dei Portoghesi, San Girolamo dei Croati, San Giovanni dei Fiorentini, Santi Ambrogio e Carlo al Corso per i Lombardi.

Per un siciliano la tappa più interessante dopo questa è Santa Maria in Monserrato, la chiesa degli Aragonesi e poi degli Spagnoli. La Sicilia fu per secoli sotto la corona d’Aragona e poi di Spagna, e i Siciliani di Roma nacquero come sudditi di quel re. Vedere le due chiese nella stessa giornata aiuta a capire perché la confraternita chiedeva il titolo di regia e lo otteneva dai viceré.

Poi ci sono le chiese dei cristiani d’Oriente, che dialogano con l’icona dell’Odigitria: San Biagio degli Armeni per la comunità armena, la chiesa russa di Santa Caterina per gli ortodossi russi, Santo Stefano degli Abissini dentro le mura vaticane, oltre a Sant’Atanasio dei Greci. In ognuna l’immagine sacra ha un ruolo diverso da quello che ha nelle chiese latine.

Infine le chiese che hanno cambiato comunità o funzione. Santa Susanna, a pochi minuti dal Tritone salendo verso via XX Settembre, è stata a lungo la chiesa della comunità cattolica americana. San Nicola dei Lorenesi ricorda un ducato che non esiste più. Le chiese nazionali raccontano la geografia politica dell’Europa com’era quando furono fondate, e la Sicilia regno è una di quelle geografie.

Come si arriva

La fermata della metropolitana più vicina è Barberini-Fontana di Trevi, sulla linea A. Dalla stazione si scende lungo via del Tritone verso largo Chigi e in pochi minuti a piedi si arriva al civico 82. Attenzione: l’elenco dei servizi accessibili pubblicato da Atac indica la stazione Barberini fra quelle senza ascensori o montascale di collegamento con le banchine, quindi non è adatta a chi ha difficoltà motorie.

L’alternativa per chi ha difficoltà motorie è la stazione Spagna, sempre sulla linea A, dove Atac indica un ascensore e un servoscala solo sull’ingresso di vicolo del Bottino, verso Trinità dei Monti. Da piazza di Spagna si arriva al Tritone per via dei Due Macelli. In ogni caso controllate lo stato degli impianti sul sito di Atac il giorno stesso, perché ascensori e servoscala possono essere fuori servizio senza preavviso.

A piedi la chiesa si inserisce bene in qualunque giro del centro. Da via del Corso e piazza Colonna si sale lungo il Tritone. Dalla Fontana di Trevi si risale per le stradine del rione in pochi minuti. Da piazza di Spagna si scende per via dei Due Macelli. Sono tutte distanze da quartiere, non da trasferimento.

Gli autobus che percorrono via del Tritone sono diversi, ma linee e percorsi cambiano spesso per cantieri e deviazioni, e per questo non li elenco qui: controllate il percorso con il servizio di infomobilità del Comune o con l’app di Atac prima di partire. In auto non ha senso arrivare. La zona è nel centro storico a traffico limitato, e trovare parcheggio da queste parti è un’impresa persa in partenza.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

La chiesa è chiusa la domenica, nei giorni festivi e per tutti i mesi di luglio e agosto. È la regola più importante da ricordare, perché contraddice quello che quasi tutti si aspettano da una chiesa romana. Chi fa il giro delle chiese nazionali la domenica mattina, quando molte altre celebrano nelle lingue delle loro comunità, qui trova il portone chiuso e nessun avviso che spieghi il perché.

Fuori dagli orari feriali pubblicati non ci sono aperture straordinarie annunciate, salvo le celebrazioni della confraternita e le ricorrenze dei santi siciliani, che vanno chieste. Le giornate dedicate al patrimonio e le aperture speciali di altre chiese non includono sistematicamente questa, e il gestore non indica un calendario di visite guidate. Se vi serve una data precisa, scrivete con almeno due settimane di anticipo.

Non aspettatevi l’icona originale di Costantinopoli, perduta dal 1453, né una tavola antica del Cinquecento: l’immagine sull’altare è un dono del Novecento. Non aspettatevi il barocco siciliano, perché l’interno è una ricostruzione dell’Ottocento. Non aspettatevi una liturgia orientale: il rito è quello romano, come in qualunque chiesa della diocesi. Quello che trovate è una chiesa di comunità, sobria, curata e silenziosa.

Sull’accessibilità il gestore non pubblica indicazioni. Il portone si apre direttamente sul marciapiede di via del Tritone, ma la presenza di gradini all’ingresso e la possibilità di muoversi in carrozzina all’interno vanno chieste per telefono prima di partire. Per chi arriva in metro valgono le avvertenze sulla stazione Barberini già dette, che nella pratica spostano il punto di partenza su piazza di Spagna.

Mangiare in zona

Il tratto fra il Tritone e la Fontana di Trevi è una delle zone di Roma con la più alta densità di trappole per visitatori, e lo dico con rispetto per chi ci lavora onestamente. Il problema è che i posti seri e quelli costruiti sul passaggio si trovano fianco a fianco e da fuori si somigliano. I segnali per distinguerli, però, esistono e sono sempre gli stessi, in questa zona come davanti a ogni monumento.

Primo segnale: il menù con le fotografie dei piatti, spesso tradotto in cinque o sei lingue e plastificato. Una cucina che ha bisogno di mostrarvi l’immagine della carbonara si rivolge a chi non l’ha mai mangiata, e costruisce il servizio su un cliente che non tornerà. Secondo segnale: il buttadentro, la persona sulla porta che vi ferma e vi invita a sedervi. Un posto con clienti abituali non ha bisogno di reclutarli sul marciapiede.

Terzo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina o davanti all’ingresso. È scenografia, non garanzia. La pasta fresca fatta seriamente si prepara in cucina al mattino, non sotto gli occhi dei passanti e dei gas di scarico del Tritone. Quarto segnale: la cucina aperta di continuo, dalle undici del mattino a mezzanotte. Una brigata vera ha una pausa, perché deve riposare e preparare il servizio successivo.

Quinto segnale, tipico delle piazze monumentali come quella di Trevi: il prezzo adattato al cliente. Voci senza prezzo sul menù, piatti del giorno a cifra non dichiarata, listini diversi fra i tavoli fuori e la sala interna, supplementi che compaiono solo sul conto. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare quello che non è scritto, e controllate che il menù esposto fuori sia lo stesso che vi portano al tavolo.

I romani non mangiano in questi posti, e non per snobismo. È una questione di rapporto fra qualità e prezzo e di abitudine: chi vive e lavora in zona conosce i due o tre indirizzi dove si mangia bene a un prezzo giusto, spesso in strade laterali, senza vista e senza insegne vistose. Il criterio più semplice resta guardare chi è seduto a pranzo nei giorni feriali: impiegati, commessi, gente del quartiere.

Per non andare a tentativi, teniamo una lista pubblica di indirizzi che frequentiamo davvero, a Roma e fuori, senza sponsorizzazioni. Cambia quando cambiano i posti, ed è pensata per chi gira il centro. Se avete in programma la messa delle 18.30, prenotate la cena prima di entrare in chiesa. Ecco la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.

Che cosa abbinare in giornata

Il giro più naturale sale verso piazza Barberini. In pochi minuti siete alla fontana del Bernini, poi a Palazzo Barberini, che ospita la Galleria Nazionale di Arte Antica. Salendo per via Veneto si incontra Santa Maria della Concezione con il Museo dei Cappuccini e la cripta ossario, che divide sempre i visitatori.

Scendendo verso Trevi il giro è quello delle chiese del rione: Santi Vincenzo e Anastasio, davanti alla fontana, di nuovo Sant’Andrea delle Fratte con gli angeli del Bernini, San Silvestro in Capite oltre il Tritone. La fontana si appoggia a Palazzo Poli, e chi cerca l’acqua sotterranea scende nel Vicus Caprarius.

Verso il Quirinale la salita è breve. Piazza del Quirinale e il Palazzo del Quirinale, poi Sant’Andrea al Quirinale del Bernini e San Carlo alle Quattro Fontane del Borromini, a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Il confronto fra i due architetti, fatto nella stessa mezz’ora, vale più di una lezione. Proseguendo si arriva a Santa Maria della Vittoria.

Verso piazza di Spagna c’è l’altro versante del giro: Trinità dei Monti in cima alla scalinata, la Keats-Shelley House ai piedi, la Babington’s Tea Room sull’altro lato della piazza, e poco oltre Sant’Atanasio dei Greci. Chi vuole chiudere con un panorama trova le nostre indicazioni nella pagina sui punti panoramici di Roma.

Per restare sul tema siciliano fuori Roma, la meta più coerente è la Cappella di Santa Rosalia a Palestrina, legata alla famiglia Barberini e al palazzo che porta il loro nome. È un’altra prova di come il culto della santa palermitana, dopo la peste di Palermo del Seicento, si sia diffuso nel Lazio attraverso le grandi famiglie romane. E per sant’Agata, a Roma, c’è Sant’Agata dei Goti nel rione Monti.

Domande frequenti

Santa Maria Odigitria è aperta tutti i giorni?

No. Secondo l’orario pubblicato dall’Arciconfraternita, la chiesa apre solo nei giorni feriali, dalle 7.30 alle 10.30 e dalle 16.30 alle 19.30, per l’adorazione eucaristica. Resta chiusa la domenica, nei giorni festivi e per tutti i mesi di luglio e agosto. Per le celebrazioni straordinarie e le feste dei santi siciliani conviene chiedere al numero 06 4885872 o alla posta chiesaodigitria@odigitria.org.

Si paga per entrare?

No, l’ingresso è libero e gratuito, come in ogni chiesa di culto a Roma, e non serve prenotare per una visita individuale. Non esistono biglietti né prevendite. Le visite di gruppo con una guida vanno concordate con la confraternita, che non pubblica tariffe. Le offerte per la manutenzione si lasciano nella cassetta all’interno, senza alcun obbligo per chi entra.

Che cosa significa Odigitria?

Odigitria è un termine greco che significa colei che indica la via. Nel tipo iconografico la Vergine tiene il Bambino su un braccio e con la mano libera lo indica come la strada da seguire. Il nome viene dal monastero di Costantinopoli dove si venerava l’icona più famosa. In Sicilia il termine si è trasformato in Itria, da cui la Madonna dell’Itria.

L’icona è stata davvero dipinta da san Luca?

No, è una leggenda. I documenti attestano un’icona molto venerata a Costantinopoli, perduta con la caduta della città nel 1453. La tradizione la fa arrivare dalla Terra Santa nel quinto secolo. L’attribuzione all’evangelista Luca è leggendaria. L’immagine che si vede oggi sull’altare è una copia donata dal Patriarcato ecumenico e collocata sull’altare nel dicembre 1974.

A che ora è la messa?

Nei giorni feriali la messa è alle 18.30, preceduta dai vespri alle 17.30. Al mattino ci sono le lodi alle 8. Non ci sono messe la domenica e nei festivi, perché la chiesa è chiusa e la confraternita invita i fedeli a frequentare la propria parrocchia. In luglio e agosto non ci sono celebrazioni. Il rito è quello romano della diocesi di Roma.

Chi gestisce oggi la chiesa?

La chiesa fa capo all’Arciconfraternita di Santa Maria Odigitria dei Siciliani in Roma, istituita nel 1594 da Clemente VIII e oggi associazione pubblica di fedeli con personalità giuridica, guidata da un primicerio. La custodia quotidiana è affidata alle Sorelle Francescane del Vangelo. Dal 1973 la chiesa è anche titolo cardinalizio, legato agli arcivescovi di Palermo.

Quando si festeggiano i santi siciliani?

Le date del calendario sono il 5 febbraio per sant’Agata, il 13 dicembre per santa Lucia, il 15 luglio e il 4 settembre per santa Rosalia. Il giorno e l’ora delle celebrazioni romane in via del Tritone, però, non sono pubblicati in un calendario fisso e vanno chiesti alla confraternita. A luglio la chiesa è chiusa per l’estate, e questo condiziona la festa di Rosalia.

Come ci si arriva con la metropolitana?

La fermata più vicina è Barberini-Fontana di Trevi, sulla linea A, a pochi minuti a piedi scendendo lungo via del Tritone. Secondo Atac la stazione non ha ascensori verso le banchine. Chi ha difficoltà motorie può usare la stazione Spagna, dove l’ascensore e il servoscala si trovano sull’ingresso di vicolo del Bottino, e raggiungere il Tritone per via dei Due Macelli.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, recapiti e modalità di accesso riportati qui risultano dalle fonti ufficiali della confraternita e di Atac alla data indicata in apertura: le chiese di comunità cambiano orari con poco preavviso, quindi ricontrollateli prima di partire. Segnalateci quello che trovate cambiato.

Mettere in fila un giro delle chiese nazionali significa incastrare orari feriali che non coincidono, domeniche di chiusura, messe in lingue diverse, confraternite che rispondono solo per posta e stazioni della metro senza ascensori, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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